CHE COSA CERCATE?
PER CHI CAMMINATE?
Le prime parole del Gesù storico sono una domanda.
È la pedagogia di quel giovane rabbi, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano i due che
lo seguono, le loro attese, le loro domande: prima venite voi, dopo io.
Amore vero mette sempre il tu prima dell'io.
Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto sono la stessa domanda raddoppiata (che cercate? donna chi cerchi?) e rivelano che il Maestro dell'esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire, abbagliare, indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, mettersi a fianco, ascoltare, rallentare il passo, l'arte dell'accompagnamento.
Che cosa cercate?
Con questa domanda Gesù non si rivolge all'intelligenza, alle emozioni, alla volontà dei due, ma va più a fondo; non interroga la teologia di Maddalena, ma scende nella sua nuda umanità.
E formula un interrogativo al quale tutti sono in grado di rispondere, i colti e gli ignoranti, i laici e i religiosi, i giusti e i peccatori.
Gesù, il Maestro del cuore, pone le domande del cuore, quelle che fanno vivere: si rivolge subito al desiderio profondo, al tessuto sorgivo dell'essere.
Che cosa cercate?
Significa: qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita?
Gesù, che è il vero Maestro ed esegeta del desiderio, ci insegna a non consultarci con le nostre paure, ma con i nostri desideri, progetti e speranze.
Libera il futuro e fame di cielo, salva l'importanza del desiderio, motore della vita, dalla depressione, dal rattrappirsi, dall'essere banale.
Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità specifica è di essere creature di ricerca e di desiderio. Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato.
E la domanda diventa:
che cosa mi manca?
Quale vuoto mi morde?
Gesù non chiede, ai due ragazzi che lo seguono, per prima cosa sacrifici, rinunce o penitenze; non impone di immolarsi sull'altare del dovere o dello sforzo.
Chiede la cosa più importante: di rientrare nel cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desiderano di più, che cosa li fa felici, che cosa si muove nel loro spazio vitale, cosa li muove.
Di ascoltare il cuore, di abbracciarlo: “accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi” (San Bernardo).
I Padri definiscono, questo primo passo della vita spirituale, il ritorno al cuore:
“trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno” (Giovanni Crisostomo).
Che cosa cercate?
Per chi camminate?
Io ormai lo so: cammino per Uno che fa felice il cuore.
PER CHI CAMMINATE?
Le prime parole del Gesù storico sono una domanda.
È la pedagogia di quel giovane rabbi, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano i due che
lo seguono, le loro attese, le loro domande: prima venite voi, dopo io.
Amore vero mette sempre il tu prima dell'io.
Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto sono la stessa domanda raddoppiata (che cercate? donna chi cerchi?) e rivelano che il Maestro dell'esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire, abbagliare, indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, mettersi a fianco, ascoltare, rallentare il passo, l'arte dell'accompagnamento.
Che cosa cercate?
Con questa domanda Gesù non si rivolge all'intelligenza, alle emozioni, alla volontà dei due, ma va più a fondo; non interroga la teologia di Maddalena, ma scende nella sua nuda umanità.
E formula un interrogativo al quale tutti sono in grado di rispondere, i colti e gli ignoranti, i laici e i religiosi, i giusti e i peccatori.
Gesù, il Maestro del cuore, pone le domande del cuore, quelle che fanno vivere: si rivolge subito al desiderio profondo, al tessuto sorgivo dell'essere.
Che cosa cercate?
Significa: qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita?
Gesù, che è il vero Maestro ed esegeta del desiderio, ci insegna a non consultarci con le nostre paure, ma con i nostri desideri, progetti e speranze.
Libera il futuro e fame di cielo, salva l'importanza del desiderio, motore della vita, dalla depressione, dal rattrappirsi, dall'essere banale.
Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità specifica è di essere creature di ricerca e di desiderio. Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato.
E la domanda diventa:
che cosa mi manca?
Quale vuoto mi morde?
Gesù non chiede, ai due ragazzi che lo seguono, per prima cosa sacrifici, rinunce o penitenze; non impone di immolarsi sull'altare del dovere o dello sforzo.
Chiede la cosa più importante: di rientrare nel cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desiderano di più, che cosa li fa felici, che cosa si muove nel loro spazio vitale, cosa li muove.
Di ascoltare il cuore, di abbracciarlo: “accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi” (San Bernardo).
I Padri definiscono, questo primo passo della vita spirituale, il ritorno al cuore:
“trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno” (Giovanni Crisostomo).
Che cosa cercate?
Per chi camminate?
Io ormai lo so: cammino per Uno che fa felice il cuore.
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E LA TENEREZZA ERA DIO
Giovanni comincia il Vangelo con un canto che ci chiama a volare alto,
un volo d’aquila che proietta Gesù verso i confini del tempo.
In principio, bereshit, prima parola della Bibbia.
Ma poi il volo d’aquila plana fra le tende dell’accampamento umano: E venne ad abitare, letteralmente “piantò la sua tenda” in mezzo a noi.
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e vola verso l’origine, con parole assolute:
Tutto è stato fatto per mezzo di lui.
Non solo gli umani,
ma il filo d’erba
e la pietra
e il canarino giallo,
tutto viene dalle sue mani.
«Nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno e di vita la pietra si riveste» (G. Vannucci).
La creazione è un atto d’amore sussurrato. Creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel bambino, uomo e Dio sono una cosa sola.
Almeno a Betlemme.
I primi versetti del Vangelo di Giovanni io li capisco vorrei così:
“In principio era la tenerezza,
e la tenerezza era presso Dio,
e la tenerezza era Dio…
e la tenerezza si è fatta carne
e ha messo la sua tenda in mezzo a noi”.
Questo ci assicura che un’onda amorosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza,
che c’è una vita più grande e più amante di noi, alla quale attingere.
Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, pulsante di desiderio. Sono venuto perché abbiate la vita, in pienezza (Gv 10,10).
Gesù non ha compiuto un solo miracolo per punire o intimidire qualcuno.
I suoi sono sempre segni che guariscono, accrescono,
sfamano,
fanno fiorire la vita in tutte le sue forme.
Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo.
E in noi, il suo volto.
“Veniva nel mondo la luce vera che illumina ogni uomo”, nessuno escluso.
“La luce splende nelle tenebre, ma esse non l’hanno vinta”. Ripetiamolo a noi e agli altri, in questo mondo duro: le tenebre non vincono. Mai.
“Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto”.
Dio non si merita, si accoglie. Facendogli spazio in te, come una donna fa spazio al figlio che le cresce in grembo.
Dopo il suo,
è ora tempo del mio Natale: Cristo nasce perché io nasca, nuovo e diverso.
Sta a noi camminare e cercare dietro una stella, come i Magi.
E anche ringraziare chi ci ha aiutato a viaggiare verso Dio, chi è stato per noi una stella: forse un libro, un prete, un amico, una mamma.
“E la vita era la luce”. Cerchi luce?
Ama la vita,
abbine cura,
falla fiorire.
Amala,
con i suoi turbini
e le sue tempeste
ma anche con il suo sole
e i suoi fiori appena nati,
in tutte le Betlemme del mondo.
Amala!
È la tenda del Verbo,
il santuario che sta in mezzo a noi.
Giovanni comincia il Vangelo con un canto che ci chiama a volare alto,
un volo d’aquila che proietta Gesù verso i confini del tempo.
In principio, bereshit, prima parola della Bibbia.
Ma poi il volo d’aquila plana fra le tende dell’accampamento umano: E venne ad abitare, letteralmente “piantò la sua tenda” in mezzo a noi.
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e vola verso l’origine, con parole assolute:
Tutto è stato fatto per mezzo di lui.
Non solo gli umani,
ma il filo d’erba
e la pietra
e il canarino giallo,
tutto viene dalle sue mani.
«Nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno e di vita la pietra si riveste» (G. Vannucci).
La creazione è un atto d’amore sussurrato. Creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel bambino, uomo e Dio sono una cosa sola.
Almeno a Betlemme.
I primi versetti del Vangelo di Giovanni io li capisco vorrei così:
“In principio era la tenerezza,
e la tenerezza era presso Dio,
e la tenerezza era Dio…
e la tenerezza si è fatta carne
e ha messo la sua tenda in mezzo a noi”.
Questo ci assicura che un’onda amorosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza,
che c’è una vita più grande e più amante di noi, alla quale attingere.
Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, pulsante di desiderio. Sono venuto perché abbiate la vita, in pienezza (Gv 10,10).
Gesù non ha compiuto un solo miracolo per punire o intimidire qualcuno.
I suoi sono sempre segni che guariscono, accrescono,
sfamano,
fanno fiorire la vita in tutte le sue forme.
Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo.
E in noi, il suo volto.
“Veniva nel mondo la luce vera che illumina ogni uomo”, nessuno escluso.
“La luce splende nelle tenebre, ma esse non l’hanno vinta”. Ripetiamolo a noi e agli altri, in questo mondo duro: le tenebre non vincono. Mai.
“Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto”.
Dio non si merita, si accoglie. Facendogli spazio in te, come una donna fa spazio al figlio che le cresce in grembo.
Dopo il suo,
è ora tempo del mio Natale: Cristo nasce perché io nasca, nuovo e diverso.
Sta a noi camminare e cercare dietro una stella, come i Magi.
E anche ringraziare chi ci ha aiutato a viaggiare verso Dio, chi è stato per noi una stella: forse un libro, un prete, un amico, una mamma.
“E la vita era la luce”. Cerchi luce?
Ama la vita,
abbine cura,
falla fiorire.
Amala,
con i suoi turbini
e le sue tempeste
ma anche con il suo sole
e i suoi fiori appena nati,
in tutte le Betlemme del mondo.
Amala!
È la tenda del Verbo,
il santuario che sta in mezzo a noi.
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HAI TROVATO IL BAMBINO?
Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia “Alza il capo e guarda”.
Due verbi bellissimi:
alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo.
E guarda,
cerca un pertugio,
un angolo di cielo,
una stella polare,
e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti.
Il vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità:
camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro.
Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica.
Poi il momento più sorprendente: il cammino dei magi è pieno di errori: perdono la stella,
trovano la grande città anziché il piccolo villaggio.
Chiedono del bambino a un assassino di bambini,
cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare.
Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.
Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni.
Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio.
Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche.
Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.
Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono.
Adorano un bambino. Lezione misteriosa:
non l’uomo della Croce
né il Risorto glorioso,
non un uomo saggio dalle parole di luce
né un giovane nel pieno del vigore,
semplicemente un bambino.
Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti.
Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!
Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce,
è dentro di noi,
è quel cinismo,
quel disprezzo
che distruggono sogni e speranze.
Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: hai trovato il Bambino?
Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone
Cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore,
e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.
Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia “Alza il capo e guarda”.
Due verbi bellissimi:
alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo.
E guarda,
cerca un pertugio,
un angolo di cielo,
una stella polare,
e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti.
Il vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità:
camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro.
Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica.
Poi il momento più sorprendente: il cammino dei magi è pieno di errori: perdono la stella,
trovano la grande città anziché il piccolo villaggio.
Chiedono del bambino a un assassino di bambini,
cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare.
Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.
Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni.
Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio.
Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche.
Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.
Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono.
Adorano un bambino. Lezione misteriosa:
non l’uomo della Croce
né il Risorto glorioso,
non un uomo saggio dalle parole di luce
né un giovane nel pieno del vigore,
semplicemente un bambino.
Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti.
Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!
Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce,
è dentro di noi,
è quel cinismo,
quel disprezzo
che distruggono sogni e speranze.
Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: hai trovato il Bambino?
Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone
Cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore,
e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.
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DIO É VICINO,
É QUI,
E NON AL DI LÀ DELLE STELLE
Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo).
Cos'è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l'amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L'amore è passione di unirsi all'amato» (Tommaso d'Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell'amico verso l'amico, delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all'opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l'alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.
É QUI,
E NON AL DI LÀ DELLE STELLE
Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo).
Cos'è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l'amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L'amore è passione di unirsi all'amato» (Tommaso d'Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell'amico verso l'amico, delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all'opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l'alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.
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C’è tanto di quel pane sulla terra che,
a condividerlo e a distribuirlo,
basterebbe per tutti.
https://youtu.be/77AIEgCQCJc
a condividerlo e a distribuirlo,
basterebbe per tutti.
https://youtu.be/77AIEgCQCJc
YouTube
La legge della generosità
La moltiplicazione dei pani.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
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DI CIÒ CHE HAI
PUOI FARE UN SACRAMENTO DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
PUOI FARE UN SACRAMENTO DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
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A NAZARETH IL SOGNO DI UN MONDO NUOVO
Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama:
“Parole così antiche e così amate,
così pregate e così agognate,
così vicine e così lontane.
Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità” (R. Virgili).
Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo.
E sono solo parole di speranza per chi è stanco,
o è vittima,
o non ce la fa più:
sono venuto a incoraggiare,
a portare buone notizie,
a liberare,
a ridare vista.
Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato.
Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza.
Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo.
Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.
E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo.
Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte.
E guariti,
e con occhi nuovi
che vedono lontano
e nel profondo.
E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri.
Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione.
C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito.
Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera».
Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità».
Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo.
C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me,
io sono lo scopo della sua esistenza.
Il nostro è un Dio che ama per primo,
ama in perdita,
ama senza contare,
di amore unilaterale.
La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo,
che lo mette al centro,
che dimentica se stesso per me,
e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne,
contro tutte le chiusure interne,
perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è.
E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama:
“Parole così antiche e così amate,
così pregate e così agognate,
così vicine e così lontane.
Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità” (R. Virgili).
Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo.
E sono solo parole di speranza per chi è stanco,
o è vittima,
o non ce la fa più:
sono venuto a incoraggiare,
a portare buone notizie,
a liberare,
a ridare vista.
Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato.
Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza.
Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo.
Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.
E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo.
Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte.
E guariti,
e con occhi nuovi
che vedono lontano
e nel profondo.
E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri.
Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione.
C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito.
Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera».
Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità».
Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo.
C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me,
io sono lo scopo della sua esistenza.
Il nostro è un Dio che ama per primo,
ama in perdita,
ama senza contare,
di amore unilaterale.
La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo,
che lo mette al centro,
che dimentica se stesso per me,
e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne,
contro tutte le chiusure interne,
perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è.
E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.
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LA NUOVA IMMAGINE DEL PADRE: “LO VOGLIO!”
Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).
Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa che può far cambiare il corso della storia, esattamente come è successo a Natale, poche settimane fa: tu puoi guarire il disamore del mondo.
Di quell'uomo che si sta decomponendo da vivo non conosciamo né il volto né il nome, perché è ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, e si avvicina al giovane rabbi, andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto, ma Gesù rimane,
non scappa,
non si scansa,
non lo manda via,
gli sta in piedi davanti e lo ascolta.
E riafferma così che nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato
Che cosa vuole dall'immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio delle sue creature;
che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio?
Ho un dubbio, perché tanti fatti oggi insinuano, alludono che il corpo di lebbra o di dolore è ancora e sempre volontà di Dio.
Se vuoi...
Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima, la pietra d'angolo su cui poggia la nuova immagine di Padre: «LO VOGLIO!»
Un verbo totale, assoluto. Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento solo per me.
Ciò che è scritto qui non è una fiaba,
funziona davvero, funziona così.
Persone piene di Gesù oggi riescono a fare le stesse cose di Gesù, fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi della porta accanto, barboni, tossici, prostitute, li toccano con un gesto di affetto, un sorriso, con la conseguenza che molti di loro guariscono letteralmente dal loro male, diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno, in ogni invisibile parte del mondo. Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia la vita.
Gesù tocca, e l'uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze.
Gesù ci chiede di partecipare al desiderio di Dio, alle carezze restituite e non ai miracoli.
O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un solo miracolo:
avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell'uomo.
Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).
Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa che può far cambiare il corso della storia, esattamente come è successo a Natale, poche settimane fa: tu puoi guarire il disamore del mondo.
Di quell'uomo che si sta decomponendo da vivo non conosciamo né il volto né il nome, perché è ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, e si avvicina al giovane rabbi, andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto, ma Gesù rimane,
non scappa,
non si scansa,
non lo manda via,
gli sta in piedi davanti e lo ascolta.
E riafferma così che nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato
Che cosa vuole dall'immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio delle sue creature;
che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio?
Ho un dubbio, perché tanti fatti oggi insinuano, alludono che il corpo di lebbra o di dolore è ancora e sempre volontà di Dio.
Se vuoi...
Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima, la pietra d'angolo su cui poggia la nuova immagine di Padre: «LO VOGLIO!»
Un verbo totale, assoluto. Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento solo per me.
Ciò che è scritto qui non è una fiaba,
funziona davvero, funziona così.
Persone piene di Gesù oggi riescono a fare le stesse cose di Gesù, fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi della porta accanto, barboni, tossici, prostitute, li toccano con un gesto di affetto, un sorriso, con la conseguenza che molti di loro guariscono letteralmente dal loro male, diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno, in ogni invisibile parte del mondo. Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia la vita.
Gesù tocca, e l'uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze.
Gesù ci chiede di partecipare al desiderio di Dio, alle carezze restituite e non ai miracoli.
O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un solo miracolo:
avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell'uomo.
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E IL CIELO FIORÌ
Il popolo era in attesa, sognava il messia liberatore, e si ritrova un uomo ai margini del deserto, prosciugato dal sole e dai digiuni, solo voce nel vento.
Anche noi siamo in attesa, ma il nostro è un tempo in cui i sogni ci sono stati rubati.
Giovanni invece li aveva riaccesi, e la gente sciamava da Gerusalemme al Giordano.
Anche oggi non sono i profeti che mancano, ciò che manca è l’ascolto.
Sei tu il Messia?
E Giovanni scende dall’altare delle attese della gente, per dire:
no, non sono io.
“Viene dopo di me colui che è più forte di me”.
Di quale forza?
Lui è il più forte perché usa parole di vita,
perché ha un fuoco che parla al cuore e così lo seduce, come profetizzava Osea.
Il vangelo di oggi ci incalza: Io sono solo acqua,ma deve arrivare molto di più, un fuoco nel quale saremo immersi.
Giovanni che sogna aie bruciate, vento che spazza la pula, incontra un Dio che non conosceva: Gesù, che non è solo buono.
È esclusivamente buono, che in fila con gli altri scende al fiume.
Luca non racconta il battesimo, ma più precisamente ciò che accade dopo.
“Gesù stava in preghiera, e il cielo si aprì!” Conseguenza meravigliosa, effetto della preghiera:
tu preghi e Dio apre il cielo.
La risposta alla preghiera non sono le grazie che noi chiediamo,
ma lo sfondamento del cielo chiuso,
una feritoia liquida d’azzurro.
E fiorisce un azzurro che ristora,
un azzurro che non mente:
contempli la tua vita dalle stelle,
la interpreti dall’alto.
E comprendi che il battesimo accade sempre, su di te scende continuamente lo Spirito del Signore,
e tu diventi il nido della colomba di Dio,
un nido di parole e di fuoco.
Infatti dal cielo scende un volo di parole:
Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento.
FIGLIO, forse la più bella e la più forte tra le parole umane, che illumina un legame per sempre,
la radice,
la cura,
la gioia,
la tenerezza generativa,
l’amore che non cede
e non si volta indietro.
AMATO è la seconda parola. Prima che tu risponda, che tu dica si o no, il tuo nome per Dio è “amato”.
Senza clausole e senza condizioni.
Che io sia amato non dipende da me, per fortuna, dipende da Lui, dal suo un amore asimmetrico e incondizionato.
MIO COMPIACIMENTO è la terza parola. Qui possiamo sbirciare dentro il cuore di Dio:
c’è in lui un brivido di piacere.
Un Dio che dice è bello che tu ci sia!
Tu rendi il mondo più bello, per il solo fatto di esistere.
Figlio mio,
ti guardo e sono felice.
Sono felice di essere tuo padre.
E allora smettiamola di sentirci sempre sotto esame.
Non siamo sotto osservazione, ma sotto abbraccio.
Non siamo sotto indagine, ma sotto un volo di parole bellissime,
sotto un abbraccio infinito.
Il popolo era in attesa, sognava il messia liberatore, e si ritrova un uomo ai margini del deserto, prosciugato dal sole e dai digiuni, solo voce nel vento.
Anche noi siamo in attesa, ma il nostro è un tempo in cui i sogni ci sono stati rubati.
Giovanni invece li aveva riaccesi, e la gente sciamava da Gerusalemme al Giordano.
Anche oggi non sono i profeti che mancano, ciò che manca è l’ascolto.
Sei tu il Messia?
E Giovanni scende dall’altare delle attese della gente, per dire:
no, non sono io.
“Viene dopo di me colui che è più forte di me”.
Di quale forza?
Lui è il più forte perché usa parole di vita,
perché ha un fuoco che parla al cuore e così lo seduce, come profetizzava Osea.
Il vangelo di oggi ci incalza: Io sono solo acqua,ma deve arrivare molto di più, un fuoco nel quale saremo immersi.
Giovanni che sogna aie bruciate, vento che spazza la pula, incontra un Dio che non conosceva: Gesù, che non è solo buono.
È esclusivamente buono, che in fila con gli altri scende al fiume.
Luca non racconta il battesimo, ma più precisamente ciò che accade dopo.
“Gesù stava in preghiera, e il cielo si aprì!” Conseguenza meravigliosa, effetto della preghiera:
tu preghi e Dio apre il cielo.
La risposta alla preghiera non sono le grazie che noi chiediamo,
ma lo sfondamento del cielo chiuso,
una feritoia liquida d’azzurro.
E fiorisce un azzurro che ristora,
un azzurro che non mente:
contempli la tua vita dalle stelle,
la interpreti dall’alto.
E comprendi che il battesimo accade sempre, su di te scende continuamente lo Spirito del Signore,
e tu diventi il nido della colomba di Dio,
un nido di parole e di fuoco.
Infatti dal cielo scende un volo di parole:
Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento.
FIGLIO, forse la più bella e la più forte tra le parole umane, che illumina un legame per sempre,
la radice,
la cura,
la gioia,
la tenerezza generativa,
l’amore che non cede
e non si volta indietro.
AMATO è la seconda parola. Prima che tu risponda, che tu dica si o no, il tuo nome per Dio è “amato”.
Senza clausole e senza condizioni.
Che io sia amato non dipende da me, per fortuna, dipende da Lui, dal suo un amore asimmetrico e incondizionato.
MIO COMPIACIMENTO è la terza parola. Qui possiamo sbirciare dentro il cuore di Dio:
c’è in lui un brivido di piacere.
Un Dio che dice è bello che tu ci sia!
Tu rendi il mondo più bello, per il solo fatto di esistere.
Figlio mio,
ti guardo e sono felice.
Sono felice di essere tuo padre.
E allora smettiamola di sentirci sempre sotto esame.
Non siamo sotto osservazione, ma sotto abbraccio.
Non siamo sotto indagine, ma sotto un volo di parole bellissime,
sotto un abbraccio infinito.
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DIO HA VERSO DI ME LA FIDUCIA DI CHI CONTEMPLA LE STELLE PRIMA ANCORA CHE SORGANO
Marco ci conduce al momento sorgivo e fresco del Vangelo, quando una notizia bella inizia a correre per la Galilea: l'attesa è finita, il regno di Dio è qui.
Gesù non dimostra il Regno, lo mostra, lo fa fiorire dalle sue mani: libera,
guarisce,
perdona,
toglie barriere,
ridona pienezza a tutti,
a cominciare dagli ultimi della fila.
Viene come guaritore del disamore del mondo.
La seconda parola di Gesù: convertitevi, giratevi verso il Regno.
C'è un'idea di movimento nella conversione, come nel moto del girasole che ogni mattino rialza la sua corolla e la mette in cammino sui sentieri del sole.
Allora: “convertitevi” dice: “giratevi verso la luce perché la luce è già qui”.
Ogni mattino, ad ogni risveglio, posso anch'io “convertirmi”, muovere pensieri e sentimenti e scelte verso una stella polare, verso la buona notizia che Dio è più vicino, è entrato di più nel cuore del mondo, nel mio, ed è all'opera con mite e possente energia.
Gesù ha camminato per tre anni, ha percorso tutte le strade di Galilea, innamorato non di recinti ma di orizzonti.
E se ti eri fermato, proprio da là ti fa ripartire, vivrai ancora inizi, perché non sei al mondo per essere immacolato ma incamminato.
Camminando lungo il lago, Gesù vide...
L'ambiente di lavoro è il luogo privilegiato della vocazione, lo è stato per Mosè, per Saul, Davide, Eliseo, Amos, per i pescatori Andrea e Pietro.
«Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna, del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Gesù ha gli occhi di un profeta, guarda e in Simone intuisce Pietro, la Roccia.
Vede Giovanni e in lui indovina il discepolo dalle più belle parole d'amore.
Un giorno, guarderà l'adultera trascinata a forza davanti a lui, e in lei vedrà la donna capace di amare bene di nuovo.
Il Maestro guarda anche me, nei miei inverni vede grano che spunta, generosità che non sapevo di avere, capacità che non sospettavo.
Dio ha verso di me la fiducia di chi contempla le stelle prima ancora che sorgano.
Seguitemi, venite dietro a me.
Gesù non si dilunga sulle motivazioni, perché il motivo è la sua persona, lui che ti mette il Regno appena nato fra le mani.
E lo dice con una frase inedita: Vi farò pescatori di uomini. Come se dicesse: “vi farò cercatori di tesori”.
Mio e vostro tesoro sono gli uomini. Li tirerete fuori dall'oscurità, come pesci da sotto la superficie delle acque, come neonati dalle acque materne, come tesoro dissepolto dal campo.
Li porterete dalla vita sommersa alla vita nel sole. Mostrerete che è possibile vivere meglio, per tutti, e che il Maestro del cuore e delle strade ne possiede la chiave.
Marco ci conduce al momento sorgivo e fresco del Vangelo, quando una notizia bella inizia a correre per la Galilea: l'attesa è finita, il regno di Dio è qui.
Gesù non dimostra il Regno, lo mostra, lo fa fiorire dalle sue mani: libera,
guarisce,
perdona,
toglie barriere,
ridona pienezza a tutti,
a cominciare dagli ultimi della fila.
Viene come guaritore del disamore del mondo.
La seconda parola di Gesù: convertitevi, giratevi verso il Regno.
C'è un'idea di movimento nella conversione, come nel moto del girasole che ogni mattino rialza la sua corolla e la mette in cammino sui sentieri del sole.
Allora: “convertitevi” dice: “giratevi verso la luce perché la luce è già qui”.
Ogni mattino, ad ogni risveglio, posso anch'io “convertirmi”, muovere pensieri e sentimenti e scelte verso una stella polare, verso la buona notizia che Dio è più vicino, è entrato di più nel cuore del mondo, nel mio, ed è all'opera con mite e possente energia.
Gesù ha camminato per tre anni, ha percorso tutte le strade di Galilea, innamorato non di recinti ma di orizzonti.
E se ti eri fermato, proprio da là ti fa ripartire, vivrai ancora inizi, perché non sei al mondo per essere immacolato ma incamminato.
Camminando lungo il lago, Gesù vide...
L'ambiente di lavoro è il luogo privilegiato della vocazione, lo è stato per Mosè, per Saul, Davide, Eliseo, Amos, per i pescatori Andrea e Pietro.
«Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna, del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Gesù ha gli occhi di un profeta, guarda e in Simone intuisce Pietro, la Roccia.
Vede Giovanni e in lui indovina il discepolo dalle più belle parole d'amore.
Un giorno, guarderà l'adultera trascinata a forza davanti a lui, e in lei vedrà la donna capace di amare bene di nuovo.
Il Maestro guarda anche me, nei miei inverni vede grano che spunta, generosità che non sapevo di avere, capacità che non sospettavo.
Dio ha verso di me la fiducia di chi contempla le stelle prima ancora che sorgano.
Seguitemi, venite dietro a me.
Gesù non si dilunga sulle motivazioni, perché il motivo è la sua persona, lui che ti mette il Regno appena nato fra le mani.
E lo dice con una frase inedita: Vi farò pescatori di uomini. Come se dicesse: “vi farò cercatori di tesori”.
Mio e vostro tesoro sono gli uomini. Li tirerete fuori dall'oscurità, come pesci da sotto la superficie delle acque, come neonati dalle acque materne, come tesoro dissepolto dal campo.
Li porterete dalla vita sommersa alla vita nel sole. Mostrerete che è possibile vivere meglio, per tutti, e che il Maestro del cuore e delle strade ne possiede la chiave.
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SALVIAMO LO STUPORE
Ed erano stupiti del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
Ed erano stupiti del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
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