ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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GESÙ APPARTIENE A CHIUNQUE NE SIA ASSETATO

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.

Il figlio è dato ai genitori, ma subito da loro è offerto ad un altro sogno, ad un’altra strada che si apre per lui.

I figli non sono nostri, appartengono a Dio, al mondo, ad una loro vocazione, «essi abitano case future che nemmeno in sogno potrete visitare» (K. Gibran).

Salgono al tempio, ma ancora sulla soglia, altre braccia subito se lo contendono, quel bambino.

E non sono braccia di sacerdoti o di leviti, ma quelle di due anziani, che non hanno ruolo nell’istituzione ma sono due innamorati di Dio. Occhi velati dalla vecchiaia, ma ancora accesi dal desiderio.

È la vecchiaia del mondo che abbraccia l’eterna giovinezza di Dio.

L’alternativa vera per i credenti non è tra progressisti o conservatori, ma tra innamorati e abituati (papa Francesco), tra accesi e accomodati.

Gesù non appartiene al tempio, appartiene all’uomo, a chiunque ne sia assetato, è di quelli che sanno vedere oltre come Anna.

É di quelli che non smettono di sognare, come Simeone, che sentono Dio come il loro futuro.

Simeone prende in braccio Gesù e benedice Dio. Compie un gesto sacerdotale, una autentica liturgia, possibile a tutti, un arte straordinaria.

Un anziano, diventato onda di speranza, una laica sotto l’ala dello Spirito benedicono: la benedizione non è un ufficio d’élites, ma esubero di gioia che ciascuno può offrire a Dio (R. Virgili), che sta nelle case fuori dal tempio.

È Dio che si incarna nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.

Anche Maria e Giuseppe sono benedetti, si comportano secondo le regole ma al tempo stesso accolgono l’imprevisto, rassicurati dal rito e stupiti dai due profeti.

Poi Simeone dice tre parole immense su Gesù: egli è qui come caduta, risurrezione, come segno di contraddizione.

Tre parole che danno respiro e movimento alla vita, con dentro il luminoso potere di far vedere che tutte le cose sono ormai abitate da un oltre.

Gesù come caduta. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, rovina del nostro mondo di maschere e bugie, della vita insufficiente e malata.

Venuto a rovinare tutto ciò che rovina l’uomo, a portare spada e fuoco per tagliare e bruciare ciò che è contro l’umano.

Egli è qui per la risurrezione:
è la forza che ti fa rialzare quando credi che per te è finita,
che ti fa ripartire anche se hai il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi.
Perché vivere è l’infinita pazienza di ricominciare.

Cristo contraddizione che contraddice tutta la mia mediocrità, tutte le mie idee sbagliate su Dio.

Ogni famiglia è grande ha il dovere di credere alla propria nobiltà e santità, che si gioca in una casa, ma che coinvolge il mondo.
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UN’ESPLOSIONE DI BENE HA DATO ORIGINE ALL’UNIVERSO

Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il Vangelo non con un racconto, ma con un inno che opera uno sfondamento dello spazio e del tempo:
in principio era il Verbo e il Verbo era Dio.

In principio "bereshit"
, prima parola della Bibbia, punto sorgivo da cui tutto ha inizio e senso.

Un principio che non è solo cronologico, ma fondamento, base e destino.
Senza di lui nulla di ciò che esiste è stato fatto.

Un'esplosione di bene, e non il caos, ha dato origine all'universo.

Non solo gli esseri umani, ma anche la stella e il filo d'erba e la pietra e lo scricciolo appena uscito dal bosco, tutto è stato plasmato dalle sue mani.

Siamo da forze buone miracolosamente avvolti, da una sorgente buona che continua ad alimentarci, che non verrà mai meno, fonte alla quale possiamo sempre attingere. E scoprire così che in gioco nella nostra vita c'è sempre una vita più grande di noi, e che il nostro segreto è oltre noi.

Mettere Dio 'in principio', significa anche metterlo al centro e alla fine.

Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo.
Ogni uomo, e vuol dire davvero così: ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni anziano è illuminato; nessuno escluso, i buoni e i meno buoni, i giusti e i feriti, sotto ogni cielo, nella chiesa e fuori dalla chiesa, nessuna vita è senza un grammo di quella luce increata, che le tenebre non hanno vinto, che non vinceranno mai.

In Lui era la vita...
Cristo non è venuto a portare una nuova teoria religiosa o un pensiero più evoluto, ma a comunicare vita, e il desiderio di ulteriore vita. Qui è la vertigine del Natale: la vita stessa di Dio in noi. Profondità ultima dell'Incarnazione..

Il verbo si è fatto carne. Non solo si è fatto uomo, e ci sarebbe bastato; non solo si è fatto Gesù di Nazaret, il figlio della bellissima, e sarebbe bastato ancor di più; ma si è fatto carne, creta, fragilità, bambino impotente, affamato di latte e di carezze, agnello inchiodato alla croce, in cui grida tutto il dolore del mondo.

Venne fra i suoi ma i suoi non l'hanno accolto.
Dio non si merita, si accoglie.

Parola bella che sa di porte che si aprono,
parola semplice come la mia libertà,
parola dolce di grembi che fanno spazio alla vita e danzano: si accoglie solo ciò che da gioia.

A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio.
Il potere, l'energia felice, la potenza gioiosa di diventare ciò che siamo: figli dell'amore e della luce, i due più bei nomi di Dio.

Cristo, energia di nascite, nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso.
La sua nascita vuole la mia nascita a figlio. Perché non c'è altro senso, non c'è altro destino, per noi, che diventare come lui.
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BENEDETTI DA CHI HA VOLTO E CUORE LUMINOSI

Otto giorni dopo Natale, il Vangelo ci riporta alla grotta di Betlemme, all'unica visita riferita da Luca, quella dei pastori odorosi di latte e di lana, sempre dietro ai loro agnelli, mai in sinagoga, che arrivano di notte guidati da una nuvola di canto.

E Maria, vittima di stupore, tutto custodiva nel cuore!

Scavava spazio in sé per quel bambino, figlio dell'impossibile e del suo grembo; e meditava, cercava il senso di parole ed eventi, di un Dio che sa di stelle e di latte, di infinito e di casa.

Non si vive solo di emozioni e di stupori, e lei ha tempo e cuore per pensare in grande, maestra di vita che ha cura dei suoi sogni.

All'inizio dell'anno nuovo, quando il tempo viene come messaggero di Dio, la prima parola della Bibbia è un augurio, bello come pochi: il Signore disse: Voi benedirete i vostri fratelli (Nm 6,22)

Voi benedirete... è un ordine, è per tutti.

In principio, per prima cosa anche tu benedirai, che lo meritino o no, buoni e meno buoni, prima di ogni altra cosa, come primo atteggiamento tu benedirai i tuoi fratelli.

Dio stesso insegna le parole:
Ti benedica il Signore,
scenda su di te come energia di vita e di nascite.
E ti custodisca,
sia con te in ogni passo che farai,
in ogni strada che prenderai,
sia sole e scudo.

Faccia risplendere per te il suo volto.
Dio ha un volto di luce,
perché ha un cuore di luce
.

La benedizione di Dio per l'anno che viene non è né salute, né ricchezza, né fortuna, né lunga vita ma, molto semplicemente, la luce.

Luce interiore per vedere in profondità,
luce ai tuoi passi
per intuire la strada,
luce per gustare bellezza e incontri,
per non avere paura
.

Vera benedizione di Dio, attorno a me, sono persone dal volto e dal cuore luminosi, che emanano bontà, generosità, bellezza, pace.

Il Signore ti faccia grazia:
di tutti gli sbagli,
di tutti gli abbandoni,
di qualche viltà
e di molte sciocchezze.

Lui non è un dito puntato, ma una mano che rialza.

Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace.

Rivolgere il volto a qualcuno è come dire: tu mi interessi, mi piaci, ti tengo negli occhi.

Cosa ci riserverà l'anno che viene?

Io non lo so, ma di una cosa sono certo: il Signore si volterà verso di me, i suoi occhi mi cercheranno.

E se io cadrò e mi farò male, Dio si piegherà ancora di più su di me.

Lui sarà il mio confine di cielo, curvo su di me come una madre, perché non gli deve sfuggire un solo sospiro, non deve andare perduta una sola lacrima.

Qualunque cosa accada, quest'anno Dio sarà chino su di me.

E ti conceda pace:
la pace, miracolo fragile, infranto mille volte, in ogni angolo della terra.

Ti conceda Dio quel suo sogno, che sembra dissolversi ad ogni alba, ma di cui Lui stesso non ci concederà di stancarci.
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GIOVANNI BATTISTA IL TESTIMONE DELLA LUCE

Sacerdoti e leviti sono scesi da Gerusalemme al Giordano, una commissione d'inchiesta istituzionale, venuta non per capire ma per coglierlo in fallo:

Tu chi credi di essere?
Elia?
Il profeta che tutti aspettano?
Chi sei?
Perché battezzi?

Che cosa dici di te stesso?

Sei domande sempre più incalzanti.
Ad esse Giovanni risponde "no", per tre volte, lo fa con risposte sempre più brevi: anziché replicare "io sono" preferisce dire "io non sono".

Si toglie di dosso immagini gratificanti, prestigiose, che forse sono perfino pronti a riconoscergli.

Locuste, miele selvatico, una pelle di cammello, quell'uomo roccioso e selvatico, di poche parole, non vanta nessun merito, è l'esatto contrario di un pallone gonfiato, come capita così di frequente sulle nostre scene.

Risponde non per addizione di meriti, titoli, competenze, ma per sottrazione: e ci indica così il cammino verso l'essenziale. Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione.

Io sono voce,
parlo parole non mie,
che vengono da prima di me,
che vanno oltre me
.

Testimone di un altro sole. La mia identità sta dalle parti di Dio, dalle parti delle mie sorgenti.

Se Dio non è, io non sono, vivo di ogni parola che esce dalla sua bocca.

La voce rigorosa del profeta ci denuda: io non sono il mio ruolo o la mia immagine.
Non sono ciò che gli altri dicono di me.

Ciò che mi fa umano è il divino in me; lo specifico dell'umanità è la divinità.

La vita viene da un Altro, scorre nella persona, come acqua nel letto di un ruscello.
Io non sono quell'acqua, ma senza di essa io non sono più.

«Chi sei tu?»
Io cerco l'elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente.

Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella:
Voi siete luce!
Luce del mondo
.
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GESÙ, AGNELLO CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO

Il mondo ci prova, ha tentato, ma non ce la fa a fiorire secondo il sogno di Dio: gli uomini non ce la fanno a raggiungere la felicità.

Dio ha guardato l'umanità, l'ha trovata smarrita, malata, sperduta e se n'è preso cura. È venuto, e invece del ripudio o del castigo, ha portato liberazione e guarigione.

Lo afferma il profeta roccioso e selvatico, Giovanni delle acque, quando dichiara:
ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo.

Sono parole di guarigione, eco della profezia di Isaia, rilanciata dalla prima Lettura: ecco il mio servo, per restaurare le tribù di Giacobbe. Anzi, è troppo poco: per portare la mia salvezza fino all'estremità della terra.

Giovanni parlava in lingua aramaica, come Gesù, come la gente del popolo, e per dire “ecco l'agnello” ha certamente usato il termine “taljah”, che indica al tempo stesso “agnello” e “servo”.

E la gente capiva che quel giovane uomo Gesù, più che un predestinato a finire sgozzato come un agnello nell'ora dei sacrifici nel cortile del tempio, tra l'ora sesta e l'ora nona, era invece colui che avrebbe messo tutte le sue energie al servizio del sogno di Dio per l'umanità, con la sua vita buona, bella e felice.

Servo-agnello, che toglie il peccato del mondo.
Al singolare.
Non i peccati,
ma piuttosto la loro matrice e radice
,
la linfa vitale,
il grembo che partorisce azioni che sono il contrario della vita,
quel pensiero strisciante che si insinua dovunque,
per cui mi importa solo di me, e non mi toccano le lacrime o la gioia contagiosa degli altri.
Non mi importano, non esistono, non ci sono, non li vedo.

Servo-agnello, guaritore dell'unico peccato che è il disamore.

Non è venuto come leone, non come aquila,
ma come agnello,
l'ultimo nato del gregge,
a liberarci da una idea terribile e sbagliata di Dio
, su cui prosperavano le istituzioni di potere in Israele.

Gesù prende le radici del potere, le strappa, le capovolge al sole e all'aria, capovolge quella logica che metteva in cima a tutto un Dio dal potere assoluto, compreso quello di decretare la tua morte;
e sotto di lui uomini che applicavano a loro volta questo potere, ritenuto divino, su altri uomini, più deboli di loro, in una scala infinita, giù fino all'ultimo gradino.

L'agnello-servo, il senza potere, è un “no!” gridato in faccia alla logica del mondo, dove ha ragione sempre il più forte, il più ricco, il più astuto, il più crudele.

E l'istituzione non l'ha sopportato e ha tolto di mezzo la voce pura, il sogno di Dio.

Ecco l'agnello,
mitezza e tenerezza di Dio che entrano nelle vene del mondo, e non andranno perdute, e porteranno frutto; se non qui altrove, se non oggi nel terzo giorno di un mondo che sta nascendo.
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CHE COSA CERCATE?
PER CHI CAMMINATE?


Le prime parole del Gesù storico sono una domanda.
È la pedagogia di quel giovane rabbi, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano i due che
lo seguono, le loro attese, le loro domande: prima venite voi, dopo io.

Amore vero mette sempre il tu prima dell'io.

Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto sono la stessa domanda raddoppiata (che cercate? donna chi cerchi?) e rivelano che il Maestro dell'esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire, abbagliare, indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, mettersi a fianco, ascoltare, rallentare il passo, l'arte dell'accompagnamento.

Che cosa cercate?
Con questa domanda Gesù non si rivolge all'intelligenza, alle emozioni, alla volontà dei due, ma va più a fondo; non interroga la teologia di Maddalena, ma scende nella sua nuda umanità.

E formula un interrogativo al quale tutti sono in grado di rispondere, i colti e gli ignoranti, i laici e i religiosi, i giusti e i peccatori.

Gesù, il Maestro del cuore, pone le domande del cuore, quelle che fanno vivere: si rivolge subito al desiderio profondo, al tessuto sorgivo dell'essere.

Che cosa cercate?

Significa: qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita?

Gesù, che è il vero Maestro ed esegeta del desiderio, ci insegna a non consultarci con le nostre paure, ma con i nostri desideri, progetti e speranze.

Libera il futuro e fame di cielo, salva l'importanza del desiderio, motore della vita, dalla depressione, dal rattrappirsi, dall'essere banale.

Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità specifica è di essere creature di ricerca e di desiderio. Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato.

E la domanda diventa:
che cosa mi manca?
Quale vuoto mi morde?

Gesù non chiede, ai due ragazzi che lo seguono, per prima cosa sacrifici, rinunce o penitenze; non impone di immolarsi sull'altare del dovere o dello sforzo.
Chiede la cosa più importante: di rientrare nel cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desiderano di più, che cosa li fa felici, che cosa si muove nel loro spazio vitale, cosa li muove.

Di ascoltare il cuore, di abbracciarlo: “accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi” (San Bernardo).

I Padri definiscono, questo primo passo della vita spirituale, il ritorno al cuore:
“trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno” (Giovanni Crisostomo).

Che cosa cercate?
Per chi camminate?

Io ormai lo so: cammino per Uno che fa felice il cuore.
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E LA TENEREZZA ERA DIO
 
Giovanni comincia il Vangelo con un canto che ci chiama a volare alto,
un volo d’aquila che proietta Gesù verso i confini del tempo.

In principio, bereshit, prima parola della Bibbia.

Ma poi il volo d’aquila plana fra le tende dell’accampamento umano: E venne ad abitare, letteralmente “piantò la sua tendain mezzo a noi.

Poi Giovanni apre di nuovo le ali e vola verso l’origine, con parole assolute:
Tutto è stato fatto per mezzo di lui.
Non solo gli umani,
ma il filo d’erba
e la pietra
e il canarino giallo,
tutto viene dalle sue mani
.

«Nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno e di vita la pietra si riveste» (G. Vannucci).

La creazione è un atto d’amore sussurrato. Creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel bambino, uomo e Dio sono una cosa sola.
Almeno a Betlemme.

I primi versetti del Vangelo di Giovanni io li capisco vorrei così:
In principio era la tenerezza,
e la tenerezza era presso Dio,
e la tenerezza era Dio…
e la tenerezza si è fatta carne
e ha messo la sua tenda in mezzo a noi
”.

Questo ci assicura che un’onda amorosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza,
che c’è una vita più grande e più amante di noi, alla quale attingere.

Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, pulsante di desiderio. Sono venuto perché abbiate la vita, in pienezza (Gv 10,10).

Gesù non ha compiuto un solo miracolo per punire o intimidire qualcuno.
I suoi sono sempre segni che guariscono, accrescono,
sfamano,
fanno fiorire la vita in tutte le sue forme
.  

Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo.
E in noi, il suo volto.

Veniva nel mondo la luce vera che illumina ogni uomo”, nessuno escluso.

La luce splende nelle tenebre, ma esse non l’hanno vinta”.   Ripetiamolo a noi e agli altri, in questo mondo duro: le tenebre non vincono. Mai.

Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto”.

Dio non si merita, si accoglie. Facendogli spazio in te, come una donna fa spazio al figlio che le cresce in grembo.  

Dopo il suo,
è ora tempo del mio Natale
: Cristo nasce perché io nasca, nuovo e diverso.

Sta a noi camminare e cercare dietro una stella, come i Magi.

E anche ringraziare chi ci ha aiutato a viaggiare verso Dio, chi è stato per noi una stella: forse un libro, un prete, un amico, una mamma.

E la vita era la luce”. Cerchi luce?
Ama la vita,
abbine cura,
falla fiorire
.

Amala,
con i suoi turbini
e le sue tempeste
ma anche con il suo sole
e i suoi fiori appena nati,
in tutte le Betlemme del mondo
.

Amala!
È la tenda del Verbo,
il santuario che sta in mezzo a noi.
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HAI TROVATO IL BAMBINO?

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia “Alza il capo e guarda”.

Due verbi bellissimi:

alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo.

E guarda,
cerca un pertugio,
un angolo di cielo,
una stella polare,
e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti
.

Il vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità:

camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro.
Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica.

Poi il momento più sorprendente: il cammino dei magi è pieno di errori: perdono la stella,
trovano la grande città anziché il piccolo villaggio.

Chiedono del bambino a un assassino di bambini,
cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare.

Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.

Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni.

Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio.

Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche.

Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.
Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.

Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono.

Adorano un bambino. Lezione misteriosa:
non l’uomo della Croce
né il Risorto glorioso,
non un uomo saggio dalle parole di luce
né un giovane nel pieno del vigore,
semplicemente un bambino.

Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti.

Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!

Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce,
è dentro di noi,
è quel cinismo,
quel disprezzo
che distruggono sogni e speranze.

Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: hai trovato il Bambino?

Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone

Cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore,
e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore
.
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DIO É VICINO,
É QUI,
E NON AL DI LÀ DELLE STELLE


Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea.

Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede.

Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo.

La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle.

C'è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo).

Cos'è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l'amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L'amore è passione di unirsi all'amato» (Tommaso d'Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell'amico verso l'amico, delle stelle con le altre stelle.

Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all'opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea.

Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo.

Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l'alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.
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