ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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Natale: il brivido del divino nella storia

https://youtu.be/cllm2i_Tbd0?si=i6bRbgInJOkG-XMa
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SOTTERRANEO MISTERO

Santi innocenti.
Mistero del male. La liturgia innalza il grido del dolore innocente, un dolore che ci fa pensosi.

È il Natale che continua, il Figlio di Dio percorre fino in fondo il destino dell'uomo:
straniero tra gli stranieri,
esule in Egitto,
perseguitato in patria
.
È il cammino dell'umanità.

Vita: mistero di festa e dolore.
Dio entra in un fiume di lacrime...
Una scia di sangue e di dolore accompagna da sempre l'incarnazione: tre giorni dopo Natale,
al Gloria degli angeli risponde il pianto delle madri
.

Il Bambino vuole respirare vita e attorno a lui i potenti emanano morte.
Il Verbo non solo si è fatto fragile carne di bambino, ma carne minacciata, aggredita, esposta a tutte le forze cieche che angosciano la vita degli uomini:
Dio percorre fino in fondo il destino dell'uomo, nella carne dell'insicurezza, nel buio dell'angoscia, nel rosso del sangue.

Il Natale non è sentimentale, è drammatico: affiora il mistero dell'iniquità.

Misterium iniquitatis da dove ha origine?
Non lo sappiamo. Ma esiste anche il sotterraneo mistero della bontà.

La strage degli innocenti accade ancora oggi. Si nutre continuamente di guerre, tragedie, dolore innocente, naufragi.

Erode vuole eliminare ogni pretendente al trono, uccide i suoi figli nel sospetto e nella paura, nel tentativo di sottrarsi alla morte che lo insegue in ogni sua azione.

Non consultarti mai con le tue paure, con le tue rabbie, ma con i tuoi sogni (cf. Giovanni XXIII)

«Rachele piange i suoi figli» (Ger 31,15): è il mondo, è Dio stesso che piange i suoi figli straziati.
E non c'è consolazione per le madri del mondo, solo la comunione nel pianto.

Un racconto rabbinico dice che nel giorno dell'esodo dall'Egitto, quando l'esercito del faraone fu sommerso nel Mar Rosso, una scia di dolore accompagnò il canto della sorella di Mosè, quella Miriam del tamburello. Dio vietò ai suoi angeli di far festa per la liberazione del popolo, lo vietò perché in quello stesso giorno erano morti troppi altri suoi figli.

Così a Betlemme. Così oggi nel Mediterraneo, cimitero insaziabile, quanti piccoli martiri della speranza affogati nell’acqua fredda del mare e dell’indifferenza.
Quanti Erode tra noi, con le mani sporche di sangue...

Il dolore non vuole spiegazioni ma partecipazione, non domanda motivazioni (perché, perché a me, perché al mio bambino...) domanda condivisione.

Chiede a me di sentire mie le ferite di ogni ferita.
Scrive Berdjaev: «A loro, cioè ai buoni, alle vittime, non ai carnefici ma ad ogni Abele, l'ultimo giorno il Signore chiederà: che cosa hai fatto di tuo fratello Caino?

E allora, soltanto allora, quando la vittima saprà prendersi cura del carnefice, perdonando, quando l'agnello saprà farsi prossimo al lupo, solo allora il riscatto della terra sarà veramente compiuto»
.

Un sogno di Vangelo, che capovolga le nostre cronache amare in storie di salvezza.
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INDISSOLUBILE MA NON INFRANGIBILE

Festa difficile, questa.
Perché oggi la famiglia sta male, perfino la sua definizione è in crisi: tradizionale, allargata, monoparentale, plurale, di fatto, biologica, affidataria.

L’ Amoris Laetitia di Francesco mi viene incontro, e mi sorprende perché incomincia non cercando il fondamento del matrimonio cristiano, ma con un semplice racconto:

Fin dall’inizio la Bibbia è popolata di storie d’amore complicato, con la famiglia di Adamo ed Eva e il suo carico di violenza, ma anche con la vita che, caparbia, continua.

Un legame ideale c’è, ma le nostre storie non lo sono; infatti il matrimonio è indissolubile, ma non infrangibile!

Alcune volte fallisce, si spezza e a terra rimangono solo briciole taglienti.

Il Vangelo oggi ci ricorda le fatiche dell’amore.

Racconta la storia di un adolescente difficile, di due genitori che non capiscono che cosa ha in testa.

Ma ecco tre spiragli:
Il primo: tuo padre e io ti cercavamo, insieme.
Questa parola è sempre più rara nelle nostre case, dove spesso neppure a tavola si sta insieme.

Secondo: parlarsi.
Di fronte ai genitori che domandano c’è un figlio che ascolta e risponde in modo duro, ma parla. Impegno primario: far viaggiare la parola, comunicare.
Se ci sono cose difficili da dire, a non parlarne lo diventano ancora di più. Gesù sta al dialogo perché i suoi genitori ci sono e si vogliono bene, e sono queste due sole cose a importare ai figli. Sempre.

Terzo: sconfinare oltre gli affetti di casa.
Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?

I figli non sono nostri, appartengono alla loro vocazione, alla loro idea di futuro che nemmeno in sogno potremo visitare (Gibran).

Un figlio non deve strutturare la sua vita in funzione del cortile di casa. È come fermare la ruota della creazione.

Gesù lo dice chiaro. L’ho imparato da voi: tu mamma che ascolti il mormorio degli angeli, tu padre che parti e poi torni, fidandoti di un sogno.

Una quarta lezione: Ma essi non compresero...
I genitori non hanno i figli che avevano immaginato, ma neppure i figli hanno i genitori che hanno sempre sognato.

Scesero insieme a Nazaret. Si riparte, nonostante tutto.
Sono santi, sono profeti, sono il top del paese, eppure, come noi, non si capiscono tra loro.

Si può crescere in bontà e in saggezzaanche legati ai perché inquieti di mio figlio.
Si può crescere in virtù e grazia anche sottomessi al dolore di non capire e di non essere capiti.

Non siamo sempre comprensibili per l’altro, ma sempre abbracciabili.
Ecco perché al tempio Dio preferisce la casa.

É lì che abbiamo imparato il vero nome dell’amore, primo vero catechismo.
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GESÙ APPARTIENE A CHIUNQUE NE SIA ASSETATO

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.

Il figlio è dato ai genitori, ma subito da loro è offerto ad un altro sogno, ad un’altra strada che si apre per lui.

I figli non sono nostri, appartengono a Dio, al mondo, ad una loro vocazione, «essi abitano case future che nemmeno in sogno potrete visitare» (K. Gibran).

Salgono al tempio, ma ancora sulla soglia, altre braccia subito se lo contendono, quel bambino.

E non sono braccia di sacerdoti o di leviti, ma quelle di due anziani, che non hanno ruolo nell’istituzione ma sono due innamorati di Dio. Occhi velati dalla vecchiaia, ma ancora accesi dal desiderio.

È la vecchiaia del mondo che abbraccia l’eterna giovinezza di Dio.

L’alternativa vera per i credenti non è tra progressisti o conservatori, ma tra innamorati e abituati (papa Francesco), tra accesi e accomodati.

Gesù non appartiene al tempio, appartiene all’uomo, a chiunque ne sia assetato, è di quelli che sanno vedere oltre come Anna.

É di quelli che non smettono di sognare, come Simeone, che sentono Dio come il loro futuro.

Simeone prende in braccio Gesù e benedice Dio. Compie un gesto sacerdotale, una autentica liturgia, possibile a tutti, un arte straordinaria.

Un anziano, diventato onda di speranza, una laica sotto l’ala dello Spirito benedicono: la benedizione non è un ufficio d’élites, ma esubero di gioia che ciascuno può offrire a Dio (R. Virgili), che sta nelle case fuori dal tempio.

È Dio che si incarna nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.

Anche Maria e Giuseppe sono benedetti, si comportano secondo le regole ma al tempo stesso accolgono l’imprevisto, rassicurati dal rito e stupiti dai due profeti.

Poi Simeone dice tre parole immense su Gesù: egli è qui come caduta, risurrezione, come segno di contraddizione.

Tre parole che danno respiro e movimento alla vita, con dentro il luminoso potere di far vedere che tutte le cose sono ormai abitate da un oltre.

Gesù come caduta. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, rovina del nostro mondo di maschere e bugie, della vita insufficiente e malata.

Venuto a rovinare tutto ciò che rovina l’uomo, a portare spada e fuoco per tagliare e bruciare ciò che è contro l’umano.

Egli è qui per la risurrezione:
è la forza che ti fa rialzare quando credi che per te è finita,
che ti fa ripartire anche se hai il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi.
Perché vivere è l’infinita pazienza di ricominciare.

Cristo contraddizione che contraddice tutta la mia mediocrità, tutte le mie idee sbagliate su Dio.

Ogni famiglia è grande ha il dovere di credere alla propria nobiltà e santità, che si gioca in una casa, ma che coinvolge il mondo.
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UN’ESPLOSIONE DI BENE HA DATO ORIGINE ALL’UNIVERSO

Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il Vangelo non con un racconto, ma con un inno che opera uno sfondamento dello spazio e del tempo:
in principio era il Verbo e il Verbo era Dio.

In principio "bereshit"
, prima parola della Bibbia, punto sorgivo da cui tutto ha inizio e senso.

Un principio che non è solo cronologico, ma fondamento, base e destino.
Senza di lui nulla di ciò che esiste è stato fatto.

Un'esplosione di bene, e non il caos, ha dato origine all'universo.

Non solo gli esseri umani, ma anche la stella e il filo d'erba e la pietra e lo scricciolo appena uscito dal bosco, tutto è stato plasmato dalle sue mani.

Siamo da forze buone miracolosamente avvolti, da una sorgente buona che continua ad alimentarci, che non verrà mai meno, fonte alla quale possiamo sempre attingere. E scoprire così che in gioco nella nostra vita c'è sempre una vita più grande di noi, e che il nostro segreto è oltre noi.

Mettere Dio 'in principio', significa anche metterlo al centro e alla fine.

Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo.
Ogni uomo, e vuol dire davvero così: ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni anziano è illuminato; nessuno escluso, i buoni e i meno buoni, i giusti e i feriti, sotto ogni cielo, nella chiesa e fuori dalla chiesa, nessuna vita è senza un grammo di quella luce increata, che le tenebre non hanno vinto, che non vinceranno mai.

In Lui era la vita...
Cristo non è venuto a portare una nuova teoria religiosa o un pensiero più evoluto, ma a comunicare vita, e il desiderio di ulteriore vita. Qui è la vertigine del Natale: la vita stessa di Dio in noi. Profondità ultima dell'Incarnazione..

Il verbo si è fatto carne. Non solo si è fatto uomo, e ci sarebbe bastato; non solo si è fatto Gesù di Nazaret, il figlio della bellissima, e sarebbe bastato ancor di più; ma si è fatto carne, creta, fragilità, bambino impotente, affamato di latte e di carezze, agnello inchiodato alla croce, in cui grida tutto il dolore del mondo.

Venne fra i suoi ma i suoi non l'hanno accolto.
Dio non si merita, si accoglie.

Parola bella che sa di porte che si aprono,
parola semplice come la mia libertà,
parola dolce di grembi che fanno spazio alla vita e danzano: si accoglie solo ciò che da gioia.

A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio.
Il potere, l'energia felice, la potenza gioiosa di diventare ciò che siamo: figli dell'amore e della luce, i due più bei nomi di Dio.

Cristo, energia di nascite, nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso.
La sua nascita vuole la mia nascita a figlio. Perché non c'è altro senso, non c'è altro destino, per noi, che diventare come lui.
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BENEDETTI DA CHI HA VOLTO E CUORE LUMINOSI

Otto giorni dopo Natale, il Vangelo ci riporta alla grotta di Betlemme, all'unica visita riferita da Luca, quella dei pastori odorosi di latte e di lana, sempre dietro ai loro agnelli, mai in sinagoga, che arrivano di notte guidati da una nuvola di canto.

E Maria, vittima di stupore, tutto custodiva nel cuore!

Scavava spazio in sé per quel bambino, figlio dell'impossibile e del suo grembo; e meditava, cercava il senso di parole ed eventi, di un Dio che sa di stelle e di latte, di infinito e di casa.

Non si vive solo di emozioni e di stupori, e lei ha tempo e cuore per pensare in grande, maestra di vita che ha cura dei suoi sogni.

All'inizio dell'anno nuovo, quando il tempo viene come messaggero di Dio, la prima parola della Bibbia è un augurio, bello come pochi: il Signore disse: Voi benedirete i vostri fratelli (Nm 6,22)

Voi benedirete... è un ordine, è per tutti.

In principio, per prima cosa anche tu benedirai, che lo meritino o no, buoni e meno buoni, prima di ogni altra cosa, come primo atteggiamento tu benedirai i tuoi fratelli.

Dio stesso insegna le parole:
Ti benedica il Signore,
scenda su di te come energia di vita e di nascite.
E ti custodisca,
sia con te in ogni passo che farai,
in ogni strada che prenderai,
sia sole e scudo.

Faccia risplendere per te il suo volto.
Dio ha un volto di luce,
perché ha un cuore di luce
.

La benedizione di Dio per l'anno che viene non è né salute, né ricchezza, né fortuna, né lunga vita ma, molto semplicemente, la luce.

Luce interiore per vedere in profondità,
luce ai tuoi passi
per intuire la strada,
luce per gustare bellezza e incontri,
per non avere paura
.

Vera benedizione di Dio, attorno a me, sono persone dal volto e dal cuore luminosi, che emanano bontà, generosità, bellezza, pace.

Il Signore ti faccia grazia:
di tutti gli sbagli,
di tutti gli abbandoni,
di qualche viltà
e di molte sciocchezze.

Lui non è un dito puntato, ma una mano che rialza.

Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace.

Rivolgere il volto a qualcuno è come dire: tu mi interessi, mi piaci, ti tengo negli occhi.

Cosa ci riserverà l'anno che viene?

Io non lo so, ma di una cosa sono certo: il Signore si volterà verso di me, i suoi occhi mi cercheranno.

E se io cadrò e mi farò male, Dio si piegherà ancora di più su di me.

Lui sarà il mio confine di cielo, curvo su di me come una madre, perché non gli deve sfuggire un solo sospiro, non deve andare perduta una sola lacrima.

Qualunque cosa accada, quest'anno Dio sarà chino su di me.

E ti conceda pace:
la pace, miracolo fragile, infranto mille volte, in ogni angolo della terra.

Ti conceda Dio quel suo sogno, che sembra dissolversi ad ogni alba, ma di cui Lui stesso non ci concederà di stancarci.
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GIOVANNI BATTISTA IL TESTIMONE DELLA LUCE

Sacerdoti e leviti sono scesi da Gerusalemme al Giordano, una commissione d'inchiesta istituzionale, venuta non per capire ma per coglierlo in fallo:

Tu chi credi di essere?
Elia?
Il profeta che tutti aspettano?
Chi sei?
Perché battezzi?

Che cosa dici di te stesso?

Sei domande sempre più incalzanti.
Ad esse Giovanni risponde "no", per tre volte, lo fa con risposte sempre più brevi: anziché replicare "io sono" preferisce dire "io non sono".

Si toglie di dosso immagini gratificanti, prestigiose, che forse sono perfino pronti a riconoscergli.

Locuste, miele selvatico, una pelle di cammello, quell'uomo roccioso e selvatico, di poche parole, non vanta nessun merito, è l'esatto contrario di un pallone gonfiato, come capita così di frequente sulle nostre scene.

Risponde non per addizione di meriti, titoli, competenze, ma per sottrazione: e ci indica così il cammino verso l'essenziale. Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione.

Io sono voce,
parlo parole non mie,
che vengono da prima di me,
che vanno oltre me
.

Testimone di un altro sole. La mia identità sta dalle parti di Dio, dalle parti delle mie sorgenti.

Se Dio non è, io non sono, vivo di ogni parola che esce dalla sua bocca.

La voce rigorosa del profeta ci denuda: io non sono il mio ruolo o la mia immagine.
Non sono ciò che gli altri dicono di me.

Ciò che mi fa umano è il divino in me; lo specifico dell'umanità è la divinità.

La vita viene da un Altro, scorre nella persona, come acqua nel letto di un ruscello.
Io non sono quell'acqua, ma senza di essa io non sono più.

«Chi sei tu?»
Io cerco l'elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente.

Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella:
Voi siete luce!
Luce del mondo
.
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GESÙ, AGNELLO CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO

Il mondo ci prova, ha tentato, ma non ce la fa a fiorire secondo il sogno di Dio: gli uomini non ce la fanno a raggiungere la felicità.

Dio ha guardato l'umanità, l'ha trovata smarrita, malata, sperduta e se n'è preso cura. È venuto, e invece del ripudio o del castigo, ha portato liberazione e guarigione.

Lo afferma il profeta roccioso e selvatico, Giovanni delle acque, quando dichiara:
ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo.

Sono parole di guarigione, eco della profezia di Isaia, rilanciata dalla prima Lettura: ecco il mio servo, per restaurare le tribù di Giacobbe. Anzi, è troppo poco: per portare la mia salvezza fino all'estremità della terra.

Giovanni parlava in lingua aramaica, come Gesù, come la gente del popolo, e per dire “ecco l'agnello” ha certamente usato il termine “taljah”, che indica al tempo stesso “agnello” e “servo”.

E la gente capiva che quel giovane uomo Gesù, più che un predestinato a finire sgozzato come un agnello nell'ora dei sacrifici nel cortile del tempio, tra l'ora sesta e l'ora nona, era invece colui che avrebbe messo tutte le sue energie al servizio del sogno di Dio per l'umanità, con la sua vita buona, bella e felice.

Servo-agnello, che toglie il peccato del mondo.
Al singolare.
Non i peccati,
ma piuttosto la loro matrice e radice
,
la linfa vitale,
il grembo che partorisce azioni che sono il contrario della vita,
quel pensiero strisciante che si insinua dovunque,
per cui mi importa solo di me, e non mi toccano le lacrime o la gioia contagiosa degli altri.
Non mi importano, non esistono, non ci sono, non li vedo.

Servo-agnello, guaritore dell'unico peccato che è il disamore.

Non è venuto come leone, non come aquila,
ma come agnello,
l'ultimo nato del gregge,
a liberarci da una idea terribile e sbagliata di Dio
, su cui prosperavano le istituzioni di potere in Israele.

Gesù prende le radici del potere, le strappa, le capovolge al sole e all'aria, capovolge quella logica che metteva in cima a tutto un Dio dal potere assoluto, compreso quello di decretare la tua morte;
e sotto di lui uomini che applicavano a loro volta questo potere, ritenuto divino, su altri uomini, più deboli di loro, in una scala infinita, giù fino all'ultimo gradino.

L'agnello-servo, il senza potere, è un “no!” gridato in faccia alla logica del mondo, dove ha ragione sempre il più forte, il più ricco, il più astuto, il più crudele.

E l'istituzione non l'ha sopportato e ha tolto di mezzo la voce pura, il sogno di Dio.

Ecco l'agnello,
mitezza e tenerezza di Dio che entrano nelle vene del mondo, e non andranno perdute, e porteranno frutto; se non qui altrove, se non oggi nel terzo giorno di un mondo che sta nascendo.
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CHE COSA CERCATE?
PER CHI CAMMINATE?


Le prime parole del Gesù storico sono una domanda.
È la pedagogia di quel giovane rabbi, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano i due che
lo seguono, le loro attese, le loro domande: prima venite voi, dopo io.

Amore vero mette sempre il tu prima dell'io.

Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto sono la stessa domanda raddoppiata (che cercate? donna chi cerchi?) e rivelano che il Maestro dell'esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire, abbagliare, indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, mettersi a fianco, ascoltare, rallentare il passo, l'arte dell'accompagnamento.

Che cosa cercate?
Con questa domanda Gesù non si rivolge all'intelligenza, alle emozioni, alla volontà dei due, ma va più a fondo; non interroga la teologia di Maddalena, ma scende nella sua nuda umanità.

E formula un interrogativo al quale tutti sono in grado di rispondere, i colti e gli ignoranti, i laici e i religiosi, i giusti e i peccatori.

Gesù, il Maestro del cuore, pone le domande del cuore, quelle che fanno vivere: si rivolge subito al desiderio profondo, al tessuto sorgivo dell'essere.

Che cosa cercate?

Significa: qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita?

Gesù, che è il vero Maestro ed esegeta del desiderio, ci insegna a non consultarci con le nostre paure, ma con i nostri desideri, progetti e speranze.

Libera il futuro e fame di cielo, salva l'importanza del desiderio, motore della vita, dalla depressione, dal rattrappirsi, dall'essere banale.

Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità specifica è di essere creature di ricerca e di desiderio. Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato.

E la domanda diventa:
che cosa mi manca?
Quale vuoto mi morde?

Gesù non chiede, ai due ragazzi che lo seguono, per prima cosa sacrifici, rinunce o penitenze; non impone di immolarsi sull'altare del dovere o dello sforzo.
Chiede la cosa più importante: di rientrare nel cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desiderano di più, che cosa li fa felici, che cosa si muove nel loro spazio vitale, cosa li muove.

Di ascoltare il cuore, di abbracciarlo: “accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi” (San Bernardo).

I Padri definiscono, questo primo passo della vita spirituale, il ritorno al cuore:
“trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno” (Giovanni Crisostomo).

Che cosa cercate?
Per chi camminate?

Io ormai lo so: cammino per Uno che fa felice il cuore.
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