ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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UN FATTO CHE AVVIENE ORA: L’INCARNAZIONE DI UN DIO CHE GIÀ GERMINA IN ME

Tra pochi giorni è Na­tale. E ci sentiamo ancora una volta im­preparati.

La liturgia allora ci prende per mano e ci ac­compagna, additando colei che meglio ha vissuto l’attesa di Dio: santa Maria.

Con lei come modello, di colpo capiamo che cosa è il Nata­le: non il ricordo di un fatto storico accaduto in quel tempo, ma l’accoglienza di un fatto che avviene ora: l’in­carnazione di un Dio che già germina in me.

Il Vangelo dell’annunciazio­ne comincia con sette nomi propri ( sette è il numero della completezza) di luo­ghi e persone che affollano la pagina di Luca e mostra­no che il venire di Dio coin­volge la totalità della vita.

Maria è così importante perché è il punto di incon­tro tra Dio e la materialità della nostra vita.

«L’angelo entrò da lei», nel­la sua casa:
un giorno qua­lunque,
in un luogo qualunque,
un annuncio con­segnato nell’intimità,
nella normalità di una casa
.

È nel­la casa che Dio ti sfiora, ti tocca.
Lo fa in un giorno di festa, nel tempo delle lacri­me, quando dici alle perso­ne che ami parole che si so­gnano eterne.

È così bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle Cattedrali, o in giorni speciali, ma soprattutto nel­la vita comune!

Come nella Messa il sublime confina con una tovaglia, un calice e un pane, così nella casa l’immenso si insinua nelle piccole cose finite di ogni giorno.

La prima parola dell’angelo è kaire, gioisci, sii felice; non dice: «fai, alzati, inginocchiati, prega»; solo: «gioisci».

Il primo Vangelo è lieta notizia e precede qua­lunque tua risposta.

La fede ha radice nella gioia.
Il per­ché della gioia è detto con la parola successiva: «piena di grazia», riempita della vita di Dio,
sei amata teneramen­te,
gratuitamente,
per sem­pre
.

Ecco il nome di Maria: «amata per sempre». Il mio nome.

L’angelo aggiunge:
Il Signo­re è con te.

In questa mia vi­ta inadeguata il Signore è con me.

In questa mia vita distratta e invasa, il Signore è ancora con me.

L’angelo fa eco all’antica parola: sono stato con te, dovunque sei andato.

Parole di un Dio innamorato, che nessuna creatura potrà mai dirti, per quanto ti ami; nessuno può affermare: sono stato con te, dovunque, sempre.

Nessu­no sarà con me dovunque io andrò. Nessuno è stato con me in tutti i passi che ho compiuto, che ho perduto, che ho ritrovato, Dio solo.

E quando Gesù lascerà i suoi, l’ultima parola sarà eco del­la prima:
Io sarò con voi tut­ti i giorni, fino al consumar­si del tempo, al compiersi dell’incarnazione.
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DIO VIENE CON GIOIA,
COME UN ABBRACCIO,
COME UNA MUSICA,
UNA CHIAMATA ALLA DANZA

Attraverso due donne portatrici di vita nuova, il vangelo ci prepara al Natale, ormai alle porte
.

Maria si mise in viaggio in fretta.

Appena l’angelo è volato via, anche lei vola via da Nazaret, quasi sulle orme di Gabriele. E appena giunta sull’uscio della casa di Zaccaria, Maria fa come l’angelo con lei.

Adesso é lei a diventare l’angelo di un lieto annunzio, e il bimbo nel buio del grembo lo percepisce con tutto se stesso: “appena il tuo saluto è giunto, il bambino ha sussultato di gioia nel mio seno”.

Dio viene con gioia, come un abbraccio, come una musica, una chiamata alla danza. Viene e nasce vita.

La corsa di Maria è accolta al suo arrivo da una benedizione.

Benedetta tu...
Tu che hai avuto la follia di accogliere la follia di Dio
.

Un vento di benedizione dovrebbe aprire ogni dialogo. Dire il bene, vedere la luce nell’altro che condivide con me un pezzo di strada o la vita intera. E non giudicare nessuno dal semplice colore della buccia, ma dal sapore della polpa, che per essere gustato richiede pazienza e rispetto.

A chi mi ha dato tanto, a chi mi ha dato poco, vorrei osare la prima parola di Elisabetta:
Benedetto sei tu!
Dio mi benedice con la tua presenza
.

Benedetta tu fra le donne.

E vola quella benedizione, vola in alto e raggiunge tutte le donne, si estende su tutte le figlie di Eva, su tutte le madri del mondo, su tutta l’umanità al femminile.

E benedetto il frutto.

Ancora tutti chiamati a dare frutto,
a vivere da padri e da madri
,
a camminare nel mondo secondo la fecondità di ciascuno.

In questo Natale di guerre mi riprometto di benedire, di dire il bene, subito, da principio.

E col bene contrastare ogni arma tattica, o anche solo verbale, disinnescarla con l’ingenua follia della benedizione.

Quando infatti le parole sono benedicenti si alza la luce del cuore, quando sono buone tolgono il velo della tristezza.

E beata sei tu che hai creduto.

Saluto che avvolge come un mantello di gioia la fede di Maria e anche la mia: credere è acquisire bellezza del vivere, con l’umile, mite e possente piacere di esistere e di fiorire, sotto il sole di Dio.

Elisabetta ha iniziato a battere il ritmo, e Maria intona la melodia.
E insieme diventano un fiume di canto, di salmo, di danza.

E da loro imparo a credere: da due madri, le prime profetesse del Nuovo Testamento.

Imparo che la fede è questo: una presenza nella mia esistenza.

Un abbraccio nella mia solitudine. Qualcuno che viene e mi consegna cose che neppure osavo pensare.

Credo che una profezia ci abita,
che Dio viene, in alto silenzio e con piccole cose,
che i suoi angeli,
sopra di noi come sopra Betlemme, annunciano, con la loro voce che sa di stelle,
che la pace, nonostante tutte le smentite, è un miracolo possibile.
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Tu puoi avere speranza, se hai dentro di te un Sole che sorge

https://youtu.be/M0tDFy2Kja0
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LA TENEREZZA DI DIO SI FECE CARNE.
IN GESÙ E IN NOI

Chi è Dio?
Il grande monaco Benedetto Calati rispondeva:

Dio è un bacio. Caduto sulla terra a Natale.

Noi crediamo che c’è
un frammento di Verbo,
una particella di Tenerezza in ogni carne,
qualcosa di Dio in ogni uomo,
c’è santità e luce in ogni vita
.

La nostra umanità è un fiume che porta tutto, fango e pagliuzze d’oro.
Ma in fondo dev’essere splendida la vita se Dio accetta di diventare uno di noi!

La tenerezza di Dio si è fatta carne. Guardo il Bambino di Betlemme, lo vedo che cerca il latte della Madre e capisco: il Verbo si è fatto fame.

Non gli angeli, ma una ragazza inesperta e generosa si occupa di Lui: il Verbo si è fatto bisogno di tutto.

Penso agli abbracci che Gesù ha dato e ricevuto, da bambini e amici e donne con il profumo, e dico: il Verbo si è fatto carezza.

Penso al pianto di Gesù davanti alla tomba dell’amico che amava e dico: il Verbo si è fatto lacrime.

Ricordo quel petalo di fango che Gesù mette sugli occhi del cieco nato e dico: il Verbo si è fatto polvere, mano e saliva e occhi nuovi.

Poi penso alla Croce: il Verbo si è fatto agnello, carne in cui grida il dolore.

E con me che piango anche Lui imparerà a piangere.
E se tu devi morire anche Lui conoscerà la morte.

Dio nella piccolezza: è questa la forza dirompente del Natale:tutti vogliono crescere nel mondo, ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere ‘dio’. Solo Dio vuole essere bambino” (L. Boff).

La grande ruota della storia, come una macina da mulino, aveva sempre girato nella stessa direzione:
dal piccolo verso il grande,
chi ha meno sottomesso a chi ha più,
il debole schiacciato dal forte,
chi sa tante parole che imbroglia chi ne sa poche.

Quella notte a Betlemme la grande ruota della storia, la macina del mondo, per un attimo, alla nascita di Gesù si è bloccata.

C’è stato un nuovo in principio e da lì qualcosa ha cominciato a girare all’incontrario e il senso della storia ha imboccato un’altra direzione:

Dio verso l’uomo,
il grande verso il piccolo,
dal cielo verso il basso,
dai palazzi verso una stalla,
i Re Magi verso un bambino,
chi ha pane verso chi ha fame
.

La stalla e la mangiatoia di Gesù sono un ‘no’ gridato al nostro “beh, le cose vanno così, non c’è niente da fare”.

Ma se fosse nato in una villa, in un palazzo con tutti i confort, pensate che saremmo qui a ricordarlo ancora? No!

Uno dei tanti.
I potenti sono già troppi.
I palazzi sono deserti di profezia.

Dio entra nel mondo dal punto più basso, da una grotta, da una stalla, inizia dalla periferia, dagli ultimi della fila, dai pastori. Perché nessuno sia escluso. Da lì tutti ripartire, perché il mondo sia nuovo.

E venne ad abitare in mezzo a noi.
Che vuol dire: non solo a piantare la sua tenda fra le altre tende del nostro sterminato accampamento umano, ma ad abitare in mezzo a ciascuno di noi, nel centro di me, in mezzo al cuore.

Dio ha ora un cuore di carne e in noi scorre un cromosoma divino.

È venuto e ha fatto risplendere la vita (1 Tim 1,10).

Ha dato splendore e bellezza all’esistenza,
ha insegnato di nuovo a sognare,
frammenti di stelle corrono per le vene del mondo.

Perché Natale?
Perché Dio nasca in me e io nasca in Dio.

Il Verbo si fa carne perché la carne diventi sillaba di Dio.

Non sopporto l’idea di auguri innocui, formali, di routine. Allora, cari fratelli, tanti auguri impegnativi e scomodi.

Dio che si incarna per amore dei piccoli, ci faccia star male in una vita egoista, che gira le spalle a chi chiede aiuto, che sta alla finestra del mondo.

Si uccide anche stando alla finestra.

Dio che si fa bambino, ci faccia sentire dei vermi quando cerchiamo di farci grandi sopra le spalle degli altri, con bugie.

Un Dio deposto sulla paglia ci tolga il sonno, finché non procuriamo di che dormire a uno sfrattato, a un povero, a un migrante, o non aiutiamo a procurare una tenda a chi non ha più casa.
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Maria che trova una culla solo nella greppia degli animali, ci costringa con i suoi occhi feriti a non aver pace per tutti i bambini non voluti, rifiutati, gettati via, violati. Per questo sacrilegio continuo.

Giuseppe che trova solo porte chiuse, ci metta in crisi davanti al dolore di tanti genitori per i figli senza fortuna, senza lavoro, senza salute, con le porte chiuse in faccia.

Gli angeli che annunciano pace portino ancora guerra alla nostra coscienza, quando non vede che a una spanna da noi si consumano ingiustizie, si fabbricano armi, si avvelena la terra e l’acqua e l’aria.

Natale è senza bugie.
Che inganno, che imbroglio ci può essere in un bambino che si mette nelle tue mani, e puoi fare di lui quello che vuoi, che inganno ci può essere in uno che muore d’amore per te?

Il Presepio non è una favola che ci raccontiamo ogni anno, è la chiave di un mondo che non esiste ancora.

A Natale non celebriamo un ricordo, il compleanno di Gesù, ma un progetto: l’inizio di un altro modo di abitare la terra: essa non appartiene a chi è più forte e accumula più denaro, quella è una storia piena di rumore e di furore, ma che non significa nulla.

La storia appartiene alla bontà senza clamore,
all’amore senza vanto,
al servizio senza interesse
.

In principio era la Tenerezza… e la tenerezza si è fatta volto, occhi di donna, sorriso di bambino.

Dio tenerezza è il Dio fatto tenda, perché tutti abbiano una casa, dove essere veri e amati.

Dio tenerezza è arrivato su un barcone nel mare. Da padre e madre profughi, Maria e Giuseppe con il piccolo Gesù.

Nella tenerezza non c’è paura.

Dio è la dolce rivoluzione della tenerezza.
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PERCHÈ IL NATALE?

Dio si è fatto uomo perché l'uomo si faccia Dio.
Cristo nasce perché io nasca.

La nascita di Gesù vuole la mia nascita:
che io nasca diverso e nuovo,
che nasca con lo Spirito di
Dio in me
.

Natale è la riconsacrazione del corpo.
La certezza che la nostra carne che Dio ha preso,
amato,
fatto sua,
in qualche sua parte è santa,
che la nostra storia in qualche sua pagina è sacra.

Il vasaio si fa argilla di una vaso fragile e bellissimo.
E nessuno può dire: qui finisce l'uomo, qui comincia Dio, perché Creatore e creatura ormai si sono abbracciati.
Ed è per sempre!
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Natale: il brivido del divino nella storia

https://youtu.be/cllm2i_Tbd0?si=i6bRbgInJOkG-XMa
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SOTTERRANEO MISTERO

Santi innocenti.
Mistero del male. La liturgia innalza il grido del dolore innocente, un dolore che ci fa pensosi.

È il Natale che continua, il Figlio di Dio percorre fino in fondo il destino dell'uomo:
straniero tra gli stranieri,
esule in Egitto,
perseguitato in patria
.
È il cammino dell'umanità.

Vita: mistero di festa e dolore.
Dio entra in un fiume di lacrime...
Una scia di sangue e di dolore accompagna da sempre l'incarnazione: tre giorni dopo Natale,
al Gloria degli angeli risponde il pianto delle madri
.

Il Bambino vuole respirare vita e attorno a lui i potenti emanano morte.
Il Verbo non solo si è fatto fragile carne di bambino, ma carne minacciata, aggredita, esposta a tutte le forze cieche che angosciano la vita degli uomini:
Dio percorre fino in fondo il destino dell'uomo, nella carne dell'insicurezza, nel buio dell'angoscia, nel rosso del sangue.

Il Natale non è sentimentale, è drammatico: affiora il mistero dell'iniquità.

Misterium iniquitatis da dove ha origine?
Non lo sappiamo. Ma esiste anche il sotterraneo mistero della bontà.

La strage degli innocenti accade ancora oggi. Si nutre continuamente di guerre, tragedie, dolore innocente, naufragi.

Erode vuole eliminare ogni pretendente al trono, uccide i suoi figli nel sospetto e nella paura, nel tentativo di sottrarsi alla morte che lo insegue in ogni sua azione.

Non consultarti mai con le tue paure, con le tue rabbie, ma con i tuoi sogni (cf. Giovanni XXIII)

«Rachele piange i suoi figli» (Ger 31,15): è il mondo, è Dio stesso che piange i suoi figli straziati.
E non c'è consolazione per le madri del mondo, solo la comunione nel pianto.

Un racconto rabbinico dice che nel giorno dell'esodo dall'Egitto, quando l'esercito del faraone fu sommerso nel Mar Rosso, una scia di dolore accompagnò il canto della sorella di Mosè, quella Miriam del tamburello. Dio vietò ai suoi angeli di far festa per la liberazione del popolo, lo vietò perché in quello stesso giorno erano morti troppi altri suoi figli.

Così a Betlemme. Così oggi nel Mediterraneo, cimitero insaziabile, quanti piccoli martiri della speranza affogati nell’acqua fredda del mare e dell’indifferenza.
Quanti Erode tra noi, con le mani sporche di sangue...

Il dolore non vuole spiegazioni ma partecipazione, non domanda motivazioni (perché, perché a me, perché al mio bambino...) domanda condivisione.

Chiede a me di sentire mie le ferite di ogni ferita.
Scrive Berdjaev: «A loro, cioè ai buoni, alle vittime, non ai carnefici ma ad ogni Abele, l'ultimo giorno il Signore chiederà: che cosa hai fatto di tuo fratello Caino?

E allora, soltanto allora, quando la vittima saprà prendersi cura del carnefice, perdonando, quando l'agnello saprà farsi prossimo al lupo, solo allora il riscatto della terra sarà veramente compiuto»
.

Un sogno di Vangelo, che capovolga le nostre cronache amare in storie di salvezza.
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INDISSOLUBILE MA NON INFRANGIBILE

Festa difficile, questa.
Perché oggi la famiglia sta male, perfino la sua definizione è in crisi: tradizionale, allargata, monoparentale, plurale, di fatto, biologica, affidataria.

L’ Amoris Laetitia di Francesco mi viene incontro, e mi sorprende perché incomincia non cercando il fondamento del matrimonio cristiano, ma con un semplice racconto:

Fin dall’inizio la Bibbia è popolata di storie d’amore complicato, con la famiglia di Adamo ed Eva e il suo carico di violenza, ma anche con la vita che, caparbia, continua.

Un legame ideale c’è, ma le nostre storie non lo sono; infatti il matrimonio è indissolubile, ma non infrangibile!

Alcune volte fallisce, si spezza e a terra rimangono solo briciole taglienti.

Il Vangelo oggi ci ricorda le fatiche dell’amore.

Racconta la storia di un adolescente difficile, di due genitori che non capiscono che cosa ha in testa.

Ma ecco tre spiragli:
Il primo: tuo padre e io ti cercavamo, insieme.
Questa parola è sempre più rara nelle nostre case, dove spesso neppure a tavola si sta insieme.

Secondo: parlarsi.
Di fronte ai genitori che domandano c’è un figlio che ascolta e risponde in modo duro, ma parla. Impegno primario: far viaggiare la parola, comunicare.
Se ci sono cose difficili da dire, a non parlarne lo diventano ancora di più. Gesù sta al dialogo perché i suoi genitori ci sono e si vogliono bene, e sono queste due sole cose a importare ai figli. Sempre.

Terzo: sconfinare oltre gli affetti di casa.
Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?

I figli non sono nostri, appartengono alla loro vocazione, alla loro idea di futuro che nemmeno in sogno potremo visitare (Gibran).

Un figlio non deve strutturare la sua vita in funzione del cortile di casa. È come fermare la ruota della creazione.

Gesù lo dice chiaro. L’ho imparato da voi: tu mamma che ascolti il mormorio degli angeli, tu padre che parti e poi torni, fidandoti di un sogno.

Una quarta lezione: Ma essi non compresero...
I genitori non hanno i figli che avevano immaginato, ma neppure i figli hanno i genitori che hanno sempre sognato.

Scesero insieme a Nazaret. Si riparte, nonostante tutto.
Sono santi, sono profeti, sono il top del paese, eppure, come noi, non si capiscono tra loro.

Si può crescere in bontà e in saggezzaanche legati ai perché inquieti di mio figlio.
Si può crescere in virtù e grazia anche sottomessi al dolore di non capire e di non essere capiti.

Non siamo sempre comprensibili per l’altro, ma sempre abbracciabili.
Ecco perché al tempio Dio preferisce la casa.

É lì che abbiamo imparato il vero nome dell’amore, primo vero catechismo.
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GESÙ APPARTIENE A CHIUNQUE NE SIA ASSETATO

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.

Il figlio è dato ai genitori, ma subito da loro è offerto ad un altro sogno, ad un’altra strada che si apre per lui.

I figli non sono nostri, appartengono a Dio, al mondo, ad una loro vocazione, «essi abitano case future che nemmeno in sogno potrete visitare» (K. Gibran).

Salgono al tempio, ma ancora sulla soglia, altre braccia subito se lo contendono, quel bambino.

E non sono braccia di sacerdoti o di leviti, ma quelle di due anziani, che non hanno ruolo nell’istituzione ma sono due innamorati di Dio. Occhi velati dalla vecchiaia, ma ancora accesi dal desiderio.

È la vecchiaia del mondo che abbraccia l’eterna giovinezza di Dio.

L’alternativa vera per i credenti non è tra progressisti o conservatori, ma tra innamorati e abituati (papa Francesco), tra accesi e accomodati.

Gesù non appartiene al tempio, appartiene all’uomo, a chiunque ne sia assetato, è di quelli che sanno vedere oltre come Anna.

É di quelli che non smettono di sognare, come Simeone, che sentono Dio come il loro futuro.

Simeone prende in braccio Gesù e benedice Dio. Compie un gesto sacerdotale, una autentica liturgia, possibile a tutti, un arte straordinaria.

Un anziano, diventato onda di speranza, una laica sotto l’ala dello Spirito benedicono: la benedizione non è un ufficio d’élites, ma esubero di gioia che ciascuno può offrire a Dio (R. Virgili), che sta nelle case fuori dal tempio.

È Dio che si incarna nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.

Anche Maria e Giuseppe sono benedetti, si comportano secondo le regole ma al tempo stesso accolgono l’imprevisto, rassicurati dal rito e stupiti dai due profeti.

Poi Simeone dice tre parole immense su Gesù: egli è qui come caduta, risurrezione, come segno di contraddizione.

Tre parole che danno respiro e movimento alla vita, con dentro il luminoso potere di far vedere che tutte le cose sono ormai abitate da un oltre.

Gesù come caduta. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, rovina del nostro mondo di maschere e bugie, della vita insufficiente e malata.

Venuto a rovinare tutto ciò che rovina l’uomo, a portare spada e fuoco per tagliare e bruciare ciò che è contro l’umano.

Egli è qui per la risurrezione:
è la forza che ti fa rialzare quando credi che per te è finita,
che ti fa ripartire anche se hai il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi.
Perché vivere è l’infinita pazienza di ricominciare.

Cristo contraddizione che contraddice tutta la mia mediocrità, tutte le mie idee sbagliate su Dio.

Ogni famiglia è grande ha il dovere di credere alla propria nobiltà e santità, che si gioca in una casa, ma che coinvolge il mondo.
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