ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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CI SALVEREMO INSIEME, O NON CI SARÀ SALVEZZA

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.

Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore.

Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico.

Nessuno può dire: io faccio un'altra strada, io non c'entro. Siamo tutti sulla medesima strada.

E ci salveremo insieme, o non ci sarà salvezza.

Un sacerdote scendeva per quella stessa strada.

Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l'uomo ferito ma passa oltre.

Non passare oltre il sangue di Abele!

Oltre non c'è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.

Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino.

Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si commuove, si fa vicino, si fa prossimo.

Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità.
Non c'è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto.

Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.

I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?

Vedere é lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro.

Il mondo è un immenso pianto, e “Dio naviga in questo fiume di lacrime”(Turoldo), invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita.

Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui».

Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell'uomo, lo solleva, lo carica, lo porta.

Toccare l'altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico»

Toccare l'altro è la massima vicinanza, dirgli: “Sono qui per te” accettare ciò che lui è, così com'è.

Toccare l'altro è un atto di riverenza,
di riconoscimento,
di venerazione per la bontà dell'intera sua persona
.

Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l'amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, ma pagò... fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò...

Questo è il nuovo decalogo, perché l'uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici.

Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; e quel verbo: Tu amerai. Fa così, e troverai la vita.
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NASCA LA TERRA NUOVA COME TU LA SOGNI

Insegnaci a pregare, gli hanno chiesto.
Non per domandare cose, ma per essere trasformati.

Pregare è riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla fontana, è aprire canali dove può scorrere cielo, è dare a Dio del padre, del papà innamorato dei suoi figli, è chiamare vicino un Dio che sa di abbracci, e con lui custodire le poche cose indispensabili per vivere bene.

Ma custodirle da fratelli, dimenticando le parole io e mio, perché fuori dalla grammatica di Dio, fuori dal Padre Nostro, dove mai si dice “io”, mai “mio”, ma sempre Tu, tuo e nostro.

Parole che stanno lì come braccia aperte: il tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona.

La prima cosa da custodire: che il Tuo nome sia santificato.

Il nome contiene, nella lingua della Bibbia, tutta la persona: è come chiedere Dio a Dio, chiedere che Dio ci doni Dio.

E il nome di Dio è amore: che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti.

Se c'è qualcosa di santo e di eterno in noi, è la capacità di amare e di essere amati.

Venga il tuo Regno,
nasca la terra nuova come tu la sogni, una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.

Dacci il pane nostro quotidiano.
Il Padre Nostro mi vieta di chiedere solo per me: “il pane per me è un fatto materiale, il pane per mio fratello è un fatto spirituale. (N. Berdiaev)”.

Dona a noi tutti ciò che ci fa vivere, il pane e l'amore, entrambi necessari, donaceli per oggi e per domani.

E perdona i nostri peccati,
togli tutto ciò che invecchia il cuore e lo fa pesante.

Dona la forza per sciogliere le vele e salpare ad ogni alba verso terre intatte. Libera il futuro.

E noi, che conosciamo come il perdono potenzia la vita, lo doneremo ai nostri fratelli a noi stessi, per tornare leggeri a costruire di nuovo la pace.

Non abbandonarci alla tentazione.
Non ti chiediamo di essere esentati dalla prova, ma di non essere lasciati soli a lottare contro il male.

E dalla sfiducia e dalla paura tiraci fuori.

E da ogni ferita o caduta rialzaci tu, Samaritano buono delle nostre vite.

Il Padre Nostro, non va solo recitato, va sillabato ogni giorno di nuovo, sulle ginocchia della vita: nelle carezze della gioia, nel graffio delle spine, nella fame dei fratelli.

Bisogna avere molta fame di vita per pregare bene.

Fame di Dio, perché nella preghiera non ottengo delle cose, ottengo Dio stesso.

Un Dio che non signoreggia ma si coinvolge,
che intreccia il suo respiro con il mio,
che mescola le sue lacrime con le mie,
che chiede solo di lasciarlo essere amico.

Non potevo pensare avventura migliore.
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L’ARCOBALENO HA PRESO RADICI IN TE

Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.

Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.

Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.

Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia

come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.

Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!

Con me vivrai solo inizi.

Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.

Ermes Ronchi
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DIO CERCA MADRI

È una donna che parla, anzi che alza la voce fra tanti a coprire quella di Gesù: beata tua madre!
Ed è come se dicesse: vorrei essere stata io tua madre! Vorrei aver avuto io un figlio come te.

E Gesù risponde: tu puoi esserlo, puoi diventare madre del Verbo, ed è cosa ancora più bella che dare ventre e seni alla fame di vita di un bambino.

Dio cerca madri.

Le trova in chi ascolta la parola e la custodisce.
Al ventre e al seno di santa Maria  corrisponde l’orecchio e il cuore del discepolo:

È con l’orecchio che si sente, è con il cuore che si ascolta.

- ascoltare-accogliere, in analogia al grembo di una donna che accoglie in sé un bambino e gli fa spazio, lo fa crescere. Il discepolo fa fermentare, lievitare in sé la Parola.

-   custodire, perché la parola è in pericolo, come Eden assediato dal deserto, seme nel campo, ci sono uccelli rapaci e aridità e spine e sassi.

Custodire la parola di Dio dai pericoli dell’oblio, della insignificanza, della distrazione.  

Discepolo è culla di vangelo.

Custodire però non basta. Ogni legame d’amore sopravvive se cresce. Resiste se aumenta. Altrimenti si dissolve.

Come i seni di Maria hanno nutrito e fatto crescere il Bambino, così tu fallo crescere il Vangelo, dagli carne, storia, spessore.

Annuncialo, fallo cantare.

Gesù dice: beato chi è gravido di vangelo come un ventre gravido.
E lo alimenta e custodisce.

Il Vangelo ha bisogno di te, è come un bimbo che per vivere ha bisogno di sua madre.

Ha bisogno di te, della tua intelligenza,
della tua sensibilità,
della tua unicità,
del talento che sei
.

Dio che vivi di noi”, scrive Turoldo.
 
Due soli versetti in cui la parola più ripetuta è beato!

C’è una felicità del credere, come nella maternità , che è l’esperienza più felice di una donna.

C’è una felicità in Dio, lui regala gioia a chi produce amore, gioia per chi fa crescere vangelo.

Ermes Ronchi
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VUOI VIVERE DAVVERO?

Il vangelo si apre con una corsa verso Gesù: un tale gli corse incontro.
Come chi ha fretta, chi è in ritardo e ha fame.

E non sa che sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso, e non sarà capace di sopportarla.
Grande rischio, ma anche grande fortuna, se qualcuno scoperchia il pozzo della nostra vita e ci mostra chi siamo davvero.

Maestro buono, è vita o no, la mia? Domanda grandiosa. Tutta la bibbia ruota attorno a questo: sapere cosa è vita e cosa no.

È un appassionato, questo giovane, è uno convinto, ci crede. E incanta Gesù, quando risponde: “tutto questo che dici l’ho sempre osservato. Ma non mi ha riempito la vita”.

Vive quella beatitudine che conosciamo tutti, dolce e amara, ma generativa: “Beati gli insoddisfatti, gli inquieti, perché diventeranno cercatori di tesori”.

Ora il giovane fa un’esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò.
Per Gesù guardare e amare sono la stessa cosa.

E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi.
Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti:

Una cosa ti manca, va’, vendi, dona ai poveri...
Come i veri maestri, Gesù risponde alzando l’asticella, creando visioni nuove, donando ali perché quel ragazzo possa volare più alto e più lontano.

Vuoi vivere davvero? Sappi che la tua vita non è garantita dal tuo patrimonio economico, ma dal tuo patrimonio relazionale.

E poi vieni con me: mettiamo in tavola la vita.
E lo facciamo per amore dei poveri, non della povertà.

L’ideale del maestro di Nazaret non è un pauperismo che basta a se stesso, ma riempire di volti e di nomi il cuore di ognuno.
Prima le persone, dopo le cose.

Nel vangelo offre due sole regole circa i beni materiali, semplicissime e rivoluzionarie.
Primo, non accumulare.
Secondo, quello che hai è per condividere.
Quanto basta a capovolgere la direzione della vita.

Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell’esistenza: dare e ricevere segni d’amore.

Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto.

Infatti, il vangelo continua: Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?

Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato.

Il vangelo non è rinuncia, se non della zavorra che impedisce il volo, la bella notizia è una addizione di vita.
Chi prova a farlo, solo per frammenti certo, può dire:
con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire” (M. Marcolini)
.

Ermes Ronchi
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UN UOMO VALE PER QUANTO VALE IL SUO CUORE

Guai a voi ricchi.
Non una minaccia, ma una lamentazione.

É il compianto di Gesù: il mondo non avanzerà per coloro che accumulano denaro, la terra nuova non fiorirà dalle mani di coloro che sono sazi.

Chi è sazio non crea, si difende.
Dalle sue mani fiorirà solo altra fame. Altra violenza.

È un appello accorato: la vostra vita è senza frutto, non avete capito che i beni non sono per il possesso, ma per il dono:

c'è fame da saziare e lacrime da asciugare, questo è il progetto che fa salire la creazione.

E io?
lo che sono povero con l'ansia di diventare ricco?


lo che non ho ancora capito che un uomo vale non per il suo successo, ma per quanto vale il suo cuore?

“lo che ho commesso un solo peccato serio, quello di non essere felice” (A. Merini)?

lo che ho dentro di me un cuore diviso: uno da padrone e uno, più piccolo, da servitore?

lo so che Qualcuno ha raccolto tutte le mie lacrime, ad una ad una, in un vaso, preziose come fossero il suo tesoro.

lo so che Lui è vicino a chi ha il cuore ferito (Salmo 34, 19).
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MANCANO OPERAI DEL BELLO

La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano.

Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano.

Insegna uno sguardo nuovo sull’uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.

Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose.
Ma Gesù dice intona la sua lode per l’umanità: il mondo è buono.

C’è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.

Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento:

il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.

Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace.

Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato.
Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.

Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana.

A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali… Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose.

I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro.

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti.

Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà.

La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).
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NON SI PREGA PER AGGRAPPARCI, MA PER STUPIRCI

Ma chi sono questi uomini che si sono alzati e si sono messi in cammino dietro a Gesù?

Non sono eroi, sono uomini complicati, alcuni perfino imbarazzanti, proprio come me.

Due di loro sono così irruenti e rumorosi che Gesù ha confezionato per loro un soprannome forte e bello “figli del tuono”.
Un complimento.
Gesù era grande nel lodare!

I due fratelli si avvicinano: Cosa volete che io faccia per voi?

Lo chiederà anche al cieco di Gerico, lui non cerca potere, vuole la luce: che io veda!
Siamo tutti un po’ come Bartimeo, mendicanti di luce appesi a qualcuno che ci guardi e ci paghi una piccola moneta.

I due fratelli invece non chiedono luce, ma potere: facci sedere una a destra e uno a sinistra del tuo trono.

In questa richiesta riconosco la più diffusa di tutte le nostre umane preghiere, quando invochiamo di essere esauditi in ciò che paure, fragilità o passioni generano nell’intimo: volontà di prendere, salire, comandare.
Tre verbi che fanno male. Perciò tre verbi maledetti.

Ci sono anche domande benedette, che nascono da fame di luce e di gioia, da amore che manca come il pane, da verbi benedetti, come dare, scendere, servire.

Ma neppure questo basta, perché non si prega per ottenere, ma per essere trasformati.

Come suggerisce David Maria Turoldo:
Io non sono ancora e mai il Cristo, ma sono questa infinita possibilità.

Non si prega per aggrapparci, ma per stupirci.

Dopo tre anni di strade, di malati guariti, di pane che traboccava dalle mani e dalle ceste, dopo tre annunci di morte in croce, è come se i discepoli non avessero ancora capito niente.

E Gesù, l’incredibile Gesù, invece di scoraggiarsi, riprende a spiegare ancora una volta il suo sogno di cieli nuovi e terra nuova.

Va bene, a patto che sappiate fare quello che io farò:
- potete bere il mio stesso calice?
- Come no, certo che possiamo!
E infatti, sotto la croce non c’era né l’uno né l’altro dei due fratelli.

E Gesù li chiama a sé di nuovo, consegna loro la chiave di volta del mondo in pace, in una espressione bellissima, ribadita con forza per tre volte: tra voi non sia così. Non così tra voi.

Nel mondo vincono i più forti, i più furbi, i più ricchi; tra voi non è così;
nel mondo hanno ragione i potenti, gli intelligenti, i più numerosi, tra voi non è così.

Voi siete nel mondo ma non del mondo, non omologatevi al pensiero dominante.

“I grandi del mondo si costruiscono imperi con il dominio e la forza. Non così in Dio”.

Lui non ha troni, si cinge un asciugamano, s’inginocchia davanti a ciascuno, il suo impero è quel poco di spazio che basta a lavare i tuoi piedi.

Da lì, dal basso cerca gli occhi d’ogni figlio, cerca le mie ferite per fasciarle con bende di luce.

Essere sopra l’altro è la massima distanza possibile dall’altro.
Dio invece si pone alla massima vicinanza: ai tuoi piedi.
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UN DIO CHE HA FIDUCIA IN NOI

Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.

La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.

Ma ancora di più il nostro tesoro d'oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.

Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi!

Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita.

Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.

Mio tesoro è il volto di Dio, l'immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce.

Ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.
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CHIAMATI A CUSTODIRE IL BRUCIORE DEL FUOCO

Fuoco e divisione sono venuto a portare.

Vangelo drammatico, duro e pensoso. E bellissimo.

Testi scritti sotto il fuoco della prima violenta persecuzione contro i cristiani, quando i discepoli di Gesù si trovano di colpo scomunicati dall'istituzione giudaica e, come tali, passibili di prigione e morte.

Un colpo terribile per le prime comunità di Palestina, dove erano tutti ebrei, dove le famiglie cominciano a spaccarsi attorno al fuoco e alla spada, allo scandalo della croce di Cristo.

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.

Il fuoco è simbolo altissimo, in cui si riassumono tutti gli altri simboli di Dio, è la prima memoria nel racconto dell'Esodo della sua presenza: fiamma che arde e non consuma al Sinai; bruciore del cuore come per i discepoli di Emmaus; fuoco ardente dentro le ossa per il profeta Geremia; lingue di fuoco a Pentecoste; sigillo finale del Cantico dei Cantici: le sue vampe sono vampe di fuoco, una scheggia di Dio infuocata è l'amore.

Sono venuto a gettare Dio, il volto vero di Dio sulla terra. Con l'alta temperatura morale in cui avvengono le vere rivoluzioni.

Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma divisione.

La pace non è neutralità, mediocrità, equilibrio tra bene e male.

Credere è entrare in conflitto” (David Turoldo). Forse il punto più difficile e profondo della promessa messianica di pace: essa non verrà come pienezza improvvisa, ma come lotta e conquista, terreno di conflitto, sarà scritta infatti con l'alfabeto delle ferite inciso su di una carne innocente, un tenero agnello crocifisso.

Gesù per primo è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione, “per la caduta e la risurrezione di molti” (Luca 2,34).

Conosceva, come i profeti antichi, la misteriosa beatitudine degli oppositori, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e ai figli di Dio.

La sua predicazione non metteva in pace la coscienza di nessuno, la scuoteva dalle false paci apparenti, frantumate da un modo più vero di intendere la vita.

La scelta di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire, di chi non vuole vendicarsi, di chi apre le braccia e la casa, diventa precisamente, inevitabilmente, divisione, guerra, urto con chi pensa a vendicarsi, a salire e dominare, con chi pensa che vita vera sia solo quella di colui che vince.

Come Gesù, così anche noi siamo inviati a usare la nostra intelligenza non per venerare il tepore della cenere, ma per custodire il bruciore del fuoco (G. Mahler), siamo una manciata, un pugno di calore e di luce gettati in faccia alla terra, non per abbagliare, ma per illuminare e riscaldare quella porzione di mondo che è affidata alle nostre cure.
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