UN PADRE CHE NON HA FIGLI DA PERDERE.
E SE NE PERDE UNO SOLO LA SUA CASA È VUOTA
Ecco la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie.
Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai.
Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all'ovile, se ne sta allontanando.
Il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno.
Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza.
Non traccia consuntivi, ma preventivi.
Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota.
Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno.
E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
L'ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti...
Da che cosa nasce questa felicità di Dio?
Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici.
Dio è l'Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: “avete visto l'amato del mio cuore?”
Sono io l'amato perduto. Dio è in cerca di me.
Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
E SE NE PERDE UNO SOLO LA SUA CASA È VUOTA
Ecco la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie.
Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai.
Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all'ovile, se ne sta allontanando.
Il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno.
Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza.
Non traccia consuntivi, ma preventivi.
Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota.
Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno.
E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
L'ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti...
Da che cosa nasce questa felicità di Dio?
Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici.
Dio è l'Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: “avete visto l'amato del mio cuore?”
Sono io l'amato perduto. Dio è in cerca di me.
Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
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TUTTI A IMPARARE IL CUORE DI DIO
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro:
le sue mani, dove appoggiare la stanchezza e riprendere il fiato del coraggio.
Imparate da me...
Andare da Gesù è andare a scuola di vita.
Quest'uomo senza poteri ma regale, libero come il vento, che nessuno ha mai potuto comprare o asservire e fonte di libere vite, insegna a vivere bene.
Imparate da me che sono mite e umile di cuore...
Il maestro è il cuore. Andare tutti a scuola di cuore!
Tutti a imparare il cuore di Dio! Dove c'è l'alfabeto della vita.
Dio stesso non è un concetto, ma il cuore dolce e forte della vita.
Imparate da me, dal mio modo, delicato, senza violenza e senza arroganza.
Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero.
Un giogo: che cosa è oltre che un oggetto da museo della civiltà contadina?
Oltre il ricordo degli animali da tiro, la loro grande fatica?
É una metafora che non sentiamo amica: abbiamo fatto di tutto per scuoterceli di dosso, i gioghi.
Gesù però dice: il mio giogo, un giogo che rimane suo, non ce lo butta addosso, con il duro della vita.
Il giogo resta il suo, lui continua aggiogato allo stesso legno.
A me dice:
“amico d'avventura,
siamo in due;
non sei solo,
inchiodato alla fatica del vivere,
del prenderti cura di qualcuno.
Siamo insieme allo stesso solco, allo stesso aratro”.
Don Tonino Bello immaginava:
“Siamo angeli con un'ala soltanto e possiamo volare solo abbracciati”.
Gesù è l'altra mia ala,
il mio ‘cireneo',
aggiogato ai miei amori, alla mia fatica,
ai miei sogni,
il vero maestro che
non dà ulteriori obblighi,
ma ulteriori ali.
Prendete il mio giogo,
cioè prendete su di voi l'antica novità del vangelo, che è ossigeno,
che non ferisce mai ciò che sta al cuore dell'uomo,
non proibisce mai ciò che all'uomo dà gioia e vita.
E coglierete
la legge profonda,
la corrente calda che scorre sotto tutte le pagine del libro dell'esistenza,
le feconda,
le colora.
E le fa profumare d'universo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro:
le sue mani, dove appoggiare la stanchezza e riprendere il fiato del coraggio.
Imparate da me...
Andare da Gesù è andare a scuola di vita.
Quest'uomo senza poteri ma regale, libero come il vento, che nessuno ha mai potuto comprare o asservire e fonte di libere vite, insegna a vivere bene.
Imparate da me che sono mite e umile di cuore...
Il maestro è il cuore. Andare tutti a scuola di cuore!
Tutti a imparare il cuore di Dio! Dove c'è l'alfabeto della vita.
Dio stesso non è un concetto, ma il cuore dolce e forte della vita.
Imparate da me, dal mio modo, delicato, senza violenza e senza arroganza.
Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero.
Un giogo: che cosa è oltre che un oggetto da museo della civiltà contadina?
Oltre il ricordo degli animali da tiro, la loro grande fatica?
É una metafora che non sentiamo amica: abbiamo fatto di tutto per scuoterceli di dosso, i gioghi.
Gesù però dice: il mio giogo, un giogo che rimane suo, non ce lo butta addosso, con il duro della vita.
Il giogo resta il suo, lui continua aggiogato allo stesso legno.
A me dice:
“amico d'avventura,
siamo in due;
non sei solo,
inchiodato alla fatica del vivere,
del prenderti cura di qualcuno.
Siamo insieme allo stesso solco, allo stesso aratro”.
Don Tonino Bello immaginava:
“Siamo angeli con un'ala soltanto e possiamo volare solo abbracciati”.
Gesù è l'altra mia ala,
il mio ‘cireneo',
aggiogato ai miei amori, alla mia fatica,
ai miei sogni,
il vero maestro che
non dà ulteriori obblighi,
ma ulteriori ali.
Prendete il mio giogo,
cioè prendete su di voi l'antica novità del vangelo, che è ossigeno,
che non ferisce mai ciò che sta al cuore dell'uomo,
non proibisce mai ciò che all'uomo dà gioia e vita.
E coglierete
la legge profonda,
la corrente calda che scorre sotto tutte le pagine del libro dell'esistenza,
le feconda,
le colora.
E le fa profumare d'universo.
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DIO SI FA VICINO,
É QUI,
ALLA PORTA DELLA TUA DIMORA,
AD OGNI RISVEGLIO
Due voci gridano le stesse parole, nell'arsura del medesimo deserto di Giuda.
La voce gioiosa di Isaia:
“Ecco, il tuo Dio viene!” e la voce drammatica di quel Giovanni delle acque e del sole rovente, che ripete:
“Ecco, viene uno più forte di me, ci immergerà nel turbine santo di Dio!”(Mc 1,7)
Isaia, voce del cuore:
Viene il Signore con potenza.
Ma subito specifica che è la potenza della tenerezza: tiene sul petto i piccoli agnelli e conduce pian piano le pecore madri_”.
Tenerezza di Dio, potenza possibile ad ogni uomo.
Come Isaia, vero profeta è uno che apre strade anche nel deserto, che traccia speranza anche là dove sembrava impossibile, che non si lascia omologare dal pensiero dominante.
I profeti sono creatori di strade libere, dei dirottatori. Ascoltarli è diventare come loro, costantemente in attesa, sempre insoddisfatti, cuore attratto dal richiamo di cose lontane.
I due profeti, a distanza di secoli, usano lo stesso verbo, in un eterno presente: «Dio viene».
Semplice, diretto, sicuro: viene.
Giorno per giorno, continuamente, adesso.
Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi di lui, eccolo in cammino su ogni strada. Il mondo è pieno di tracce di Dio.
Viene colui che è più forte. Gesù è forte perché è l'unico che parla al cuore, l’unico che si rivolge al centro dell'umano (parlate al cuore di Gerusalemme, ditele che è finita la notte, Isaia 40, 1-2).
Tra tutte le altre voci solo la sua risuona in mezzo all'anima, perché ciò che conta, ciò che è vero nel cuore, fa saltare tutto un mondo di scuse e di pretesti, di conformismi e di apparenze.
Il Regno di Dio, infatti, non è stato sopraffatto dai regni dell'economia, del mercato, del denaro.
E il mondo è più vicino a Dio oggi di ieri.
Lo attestano
la crescita della consapevolezza e della libertà,
il fiorire del femminile,
il rispetto di genere,
la cura per i disabili e per l'ambiente.
La prima parola della prima riga di Marco: Inizio del vangelo di Gesù.
Si può allora iniziare di nuovo, anche là dove la vita si era arresa.
Ma da dove ripartire?
Da qui, perché solo partendo da una buona notizia si può ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, e mai partendo da amarezze, da sbagli, dal male che assedia.
E per quanto di doloroso è accaduto, buona notizia diventa il perdono, che lava gli angoli più oscuri del cuore e feconda germogli di pace.
C'è chi vede i cieli riflessi in una goccia di rugiada, Giovanni vede il cammino di Dio nella polvere della strada.
E ci aiuta,
ci scuote,
ci apre gli occhi,
insinua in noi il sospetto che qualcosa di speciale sta accadendo,
qualcosa di vitale che rischiamo di perdere,
di non vedere:
Dio che si fa vicino, che è qui, dentro le cose di ogni giorno, alla porta della tua dimora, ad ogni risveglio.
Stella alla latitudine di casa tua, su cui inciampare.
É QUI,
ALLA PORTA DELLA TUA DIMORA,
AD OGNI RISVEGLIO
Due voci gridano le stesse parole, nell'arsura del medesimo deserto di Giuda.
La voce gioiosa di Isaia:
“Ecco, il tuo Dio viene!” e la voce drammatica di quel Giovanni delle acque e del sole rovente, che ripete:
“Ecco, viene uno più forte di me, ci immergerà nel turbine santo di Dio!”(Mc 1,7)
Isaia, voce del cuore:
Viene il Signore con potenza.
Ma subito specifica che è la potenza della tenerezza: tiene sul petto i piccoli agnelli e conduce pian piano le pecore madri_”.
Tenerezza di Dio, potenza possibile ad ogni uomo.
Come Isaia, vero profeta è uno che apre strade anche nel deserto, che traccia speranza anche là dove sembrava impossibile, che non si lascia omologare dal pensiero dominante.
I profeti sono creatori di strade libere, dei dirottatori. Ascoltarli è diventare come loro, costantemente in attesa, sempre insoddisfatti, cuore attratto dal richiamo di cose lontane.
I due profeti, a distanza di secoli, usano lo stesso verbo, in un eterno presente: «Dio viene».
Semplice, diretto, sicuro: viene.
Giorno per giorno, continuamente, adesso.
Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi di lui, eccolo in cammino su ogni strada. Il mondo è pieno di tracce di Dio.
Viene colui che è più forte. Gesù è forte perché è l'unico che parla al cuore, l’unico che si rivolge al centro dell'umano (parlate al cuore di Gerusalemme, ditele che è finita la notte, Isaia 40, 1-2).
Tra tutte le altre voci solo la sua risuona in mezzo all'anima, perché ciò che conta, ciò che è vero nel cuore, fa saltare tutto un mondo di scuse e di pretesti, di conformismi e di apparenze.
Il Regno di Dio, infatti, non è stato sopraffatto dai regni dell'economia, del mercato, del denaro.
E il mondo è più vicino a Dio oggi di ieri.
Lo attestano
la crescita della consapevolezza e della libertà,
il fiorire del femminile,
il rispetto di genere,
la cura per i disabili e per l'ambiente.
La prima parola della prima riga di Marco: Inizio del vangelo di Gesù.
Si può allora iniziare di nuovo, anche là dove la vita si era arresa.
Ma da dove ripartire?
Da qui, perché solo partendo da una buona notizia si può ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, e mai partendo da amarezze, da sbagli, dal male che assedia.
E per quanto di doloroso è accaduto, buona notizia diventa il perdono, che lava gli angoli più oscuri del cuore e feconda germogli di pace.
C'è chi vede i cieli riflessi in una goccia di rugiada, Giovanni vede il cammino di Dio nella polvere della strada.
E ci aiuta,
ci scuote,
ci apre gli occhi,
insinua in noi il sospetto che qualcosa di speciale sta accadendo,
qualcosa di vitale che rischiamo di perdere,
di non vedere:
Dio che si fa vicino, che è qui, dentro le cose di ogni giorno, alla porta della tua dimora, ad ogni risveglio.
Stella alla latitudine di casa tua, su cui inciampare.
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A TESTA ALTA,
PER VEDERE IL SORRISO E LA DANZA DI DIO.
PER SAPERCI AMATI.
E TANTO CI BASTA
Solo ogni tre anni, purtroppo, ritornano le parole straordinarie del piccolo e sconosciuto profeta Sofonia: Dio è felice. Felice per te.
Ogni volta la stessa emozione:esulterà di gioia per te!
Esultare è il verbo della danza.
Il profeta intuisce la danza dei cieli,
come quella di Davide davanti all’Arca,
come Miram
col tamburello al mar Rosso.
Come Giovanni nel grembo di Elisabetta,
come Maria nel Magnificat.
Tutt’intorno a te, la danza di Dio. Che crea.
Ma subito dopo, il vangelo ci mette i piedi ben piantati per terra e ci riporta diritto dentro il quotidiano, con Giovanni, il ruvido profeta, prosciugato dal sole.
Va da lui tanta gente: da Gerusalemme ci volevano giorni di cammino,.
Cosa cercano?
Le loro domande sono precise, serie:
che cosa dobbiamo fare?
A quale gancio concreto appendere la vita?
E le risposte sono chiare e serene; indicano piccole scelte possibili a tutti.
La prima:
chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha,
e chi ha da mangiare ne dia a chi ne è privo.
L’economia dell’accumulo sostituita dall’economia del dono, lo shopping convertito in condivisione. “La conversione passa per le tasche” (Papa Francesco).
Ed entrano in scena i più amati da Luca, i poveri, quelli “che non hanno”.
Il vero problema del mondo non sono i poveri, ma i ricchi. Da loro viene il disordine: c’è abbastanza pane per tutti sulla terra, e manca per l’avidità di pochi.
A tutti il profeta ripete: hai un capitale, sono i poveri! Hai un tesoro, non sono BOT o Fondi, ma “quelli che non hanno”.
Investi in relazioni, sono il tuo patrimonio.
La seconda: Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato.
Allora, applicherò semplicemente l’onestà. Non quella degli altri, ma la mia, l’unica in mio potere.
E a chi ha ruoli di autorità: non maltrattate e non estorcete niente a nessuno.
Non approfittate della posizione per umiliare.
Non abusate della vostra forza per maltrattare o per far piangere.
Giovanni, mangiatore di insetti, di una ascesi quasi feroce, non chiede niente di straordinario agli altri, non dice “lascia tutto e seguimi nel deserto”, ma indica cose fattibili, a chiunque:
non tenere tutto per te,
non stringere le mani ad artiglio su ciò che hai,
non rubare,
non passare nel mondo da predatore e abusatore.
La conclusione è potente: Viene uno più forte di me e vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Lui “voce come rombo che grida nel deserto” fa un passo di lato, indica un Gesù più forte, e non perché si impone, ma perché parla al cuore. Sussurra, e tu lo segui.
É il più forte perché è l’unico che “battezza nel fuoco”, uno che ha acceso milioni di vite e le ha rese felici.
Questo fa di lui il più forte. E il più amato.
In questi pochi giorni che mancano al Natale, alziamo lo sguardo!
A testa alta, per vedere il sorriso e la danza di Dio.
Per saperci amati, da quel fuoco, e tanto ci basta.
PER VEDERE IL SORRISO E LA DANZA DI DIO.
PER SAPERCI AMATI.
E TANTO CI BASTA
Solo ogni tre anni, purtroppo, ritornano le parole straordinarie del piccolo e sconosciuto profeta Sofonia: Dio è felice. Felice per te.
Ogni volta la stessa emozione:esulterà di gioia per te!
Esultare è il verbo della danza.
Il profeta intuisce la danza dei cieli,
come quella di Davide davanti all’Arca,
come Miram
col tamburello al mar Rosso.
Come Giovanni nel grembo di Elisabetta,
come Maria nel Magnificat.
Tutt’intorno a te, la danza di Dio. Che crea.
Ma subito dopo, il vangelo ci mette i piedi ben piantati per terra e ci riporta diritto dentro il quotidiano, con Giovanni, il ruvido profeta, prosciugato dal sole.
Va da lui tanta gente: da Gerusalemme ci volevano giorni di cammino,.
Cosa cercano?
Le loro domande sono precise, serie:
che cosa dobbiamo fare?
A quale gancio concreto appendere la vita?
E le risposte sono chiare e serene; indicano piccole scelte possibili a tutti.
La prima:
chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha,
e chi ha da mangiare ne dia a chi ne è privo.
L’economia dell’accumulo sostituita dall’economia del dono, lo shopping convertito in condivisione. “La conversione passa per le tasche” (Papa Francesco).
Ed entrano in scena i più amati da Luca, i poveri, quelli “che non hanno”.
Il vero problema del mondo non sono i poveri, ma i ricchi. Da loro viene il disordine: c’è abbastanza pane per tutti sulla terra, e manca per l’avidità di pochi.
A tutti il profeta ripete: hai un capitale, sono i poveri! Hai un tesoro, non sono BOT o Fondi, ma “quelli che non hanno”.
Investi in relazioni, sono il tuo patrimonio.
La seconda: Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato.
Allora, applicherò semplicemente l’onestà. Non quella degli altri, ma la mia, l’unica in mio potere.
E a chi ha ruoli di autorità: non maltrattate e non estorcete niente a nessuno.
Non approfittate della posizione per umiliare.
Non abusate della vostra forza per maltrattare o per far piangere.
Giovanni, mangiatore di insetti, di una ascesi quasi feroce, non chiede niente di straordinario agli altri, non dice “lascia tutto e seguimi nel deserto”, ma indica cose fattibili, a chiunque:
non tenere tutto per te,
non stringere le mani ad artiglio su ciò che hai,
non rubare,
non passare nel mondo da predatore e abusatore.
La conclusione è potente: Viene uno più forte di me e vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Lui “voce come rombo che grida nel deserto” fa un passo di lato, indica un Gesù più forte, e non perché si impone, ma perché parla al cuore. Sussurra, e tu lo segui.
É il più forte perché è l’unico che “battezza nel fuoco”, uno che ha acceso milioni di vite e le ha rese felici.
Questo fa di lui il più forte. E il più amato.
In questi pochi giorni che mancano al Natale, alziamo lo sguardo!
A testa alta, per vedere il sorriso e la danza di Dio.
Per saperci amati, da quel fuoco, e tanto ci basta.
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L’ARTE DIVINA DELL’ACCOMPAGNAMENTO CHE CAMMINA AL PASSO CON NOI
Tra i testimoni che ci accompagnano al Natale appare Giuseppe, mani callose e cuore sognante, il mite che parla amando.
Dopo l'ultimo profeta dubbioso, Giovanni Battista, ora un altro credente, un giusto anche lui dubbioso e imperfetto, l'ultimo patriarca di una storia mai semplice e lineare.
Giuseppe che non parla mai, silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore: le sorti del mondo sono affidate ai suoi sogni.
E lì sono al sicuro, perché l'uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio.
La sua casa è pronta, il matrimonio è già contratto, la ragazza abita i suoi pensieri, tutto racconta una storia d'amore vero con Maria.
Improvvisamente, succede: Maria si trovò incinta e Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto, insieme a quel figlio non suo.
L'uomo “tradito” cerca comunque un modo per salvare la sua ragazza che rischia la vita come adultera; il giusto “ingannato” non cerca ritorsioni contro di lei, vuole ancora proteggerla, perché così fa chi ama.
Ripudiarla...
Ma Giuseppe è insoddisfatto della decisione presa.
Si dibatte dentro un conflitto emotivo e spirituale: da un lato l'obbligo di denuncia e dall'altro la protezione della donna amata.
A metà strada tra l'amore per la legge di Mosè: toglierai di mezzo a te il peccatore (cfr Dt 22,22), e l'amore per la ragazza di Nazaret.
E accade un secondo imprevisto, bello e sorprendente. Giuseppe ha un sogno, in cui il volto di Maria si mescola a quello degli angeli.
Prima decide, poi arriva da Dio un sogno, arriva solo dopo, senza esimerlo dalla fatica e dalla libertà: “Non temere di prendere con te Maria”.
Tu vuoi già prenderla con te, solo che hai paura. Non temere di amarla, Giuseppe, chi ama non sbaglia.
Dio non interviene a risolvere i problemi con una bacchetta magica, non ci salva dai conflitti ma è con noi dentro i problemi, e opera in sinergia con la nostra testa e il nostro cuore, con l'intelligenza e l'empatia, ma insieme anche con la nostra capacità di immaginare e di ipotizzare soluzioni nuove.
È l'arte divina dell'accompagnamento, che cammina al passo con noi, verso l'unica risposta possibile: proteggere delle vite con la propria vita.
Da chi ha imparato Gesù a ribaltare la legge antica, a mettere la persona prima delle regole, se non ascoltando da Giuseppe il racconto di come si sono conosciuti con Maria, di come è stato il loro fidanzamento e poi il matrimonio, ai figli piace sentire queste storie.
Da chi ha capito il piccolo Gesù che l'amore viene prima di tutto, che è sempre un po' fuorilegge?
Maria e Giuseppe, poveri di tutto, ma Dio non ha voluto che fossero poveri d'amore, perché sarebbero stati poveri di Lui.
Tra i testimoni che ci accompagnano al Natale appare Giuseppe, mani callose e cuore sognante, il mite che parla amando.
Dopo l'ultimo profeta dubbioso, Giovanni Battista, ora un altro credente, un giusto anche lui dubbioso e imperfetto, l'ultimo patriarca di una storia mai semplice e lineare.
Giuseppe che non parla mai, silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore: le sorti del mondo sono affidate ai suoi sogni.
E lì sono al sicuro, perché l'uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio.
La sua casa è pronta, il matrimonio è già contratto, la ragazza abita i suoi pensieri, tutto racconta una storia d'amore vero con Maria.
Improvvisamente, succede: Maria si trovò incinta e Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto, insieme a quel figlio non suo.
L'uomo “tradito” cerca comunque un modo per salvare la sua ragazza che rischia la vita come adultera; il giusto “ingannato” non cerca ritorsioni contro di lei, vuole ancora proteggerla, perché così fa chi ama.
Ripudiarla...
Ma Giuseppe è insoddisfatto della decisione presa.
Si dibatte dentro un conflitto emotivo e spirituale: da un lato l'obbligo di denuncia e dall'altro la protezione della donna amata.
A metà strada tra l'amore per la legge di Mosè: toglierai di mezzo a te il peccatore (cfr Dt 22,22), e l'amore per la ragazza di Nazaret.
E accade un secondo imprevisto, bello e sorprendente. Giuseppe ha un sogno, in cui il volto di Maria si mescola a quello degli angeli.
Prima decide, poi arriva da Dio un sogno, arriva solo dopo, senza esimerlo dalla fatica e dalla libertà: “Non temere di prendere con te Maria”.
Tu vuoi già prenderla con te, solo che hai paura. Non temere di amarla, Giuseppe, chi ama non sbaglia.
Dio non interviene a risolvere i problemi con una bacchetta magica, non ci salva dai conflitti ma è con noi dentro i problemi, e opera in sinergia con la nostra testa e il nostro cuore, con l'intelligenza e l'empatia, ma insieme anche con la nostra capacità di immaginare e di ipotizzare soluzioni nuove.
È l'arte divina dell'accompagnamento, che cammina al passo con noi, verso l'unica risposta possibile: proteggere delle vite con la propria vita.
Da chi ha imparato Gesù a ribaltare la legge antica, a mettere la persona prima delle regole, se non ascoltando da Giuseppe il racconto di come si sono conosciuti con Maria, di come è stato il loro fidanzamento e poi il matrimonio, ai figli piace sentire queste storie.
Da chi ha capito il piccolo Gesù che l'amore viene prima di tutto, che è sempre un po' fuorilegge?
Maria e Giuseppe, poveri di tutto, ma Dio non ha voluto che fossero poveri d'amore, perché sarebbero stati poveri di Lui.
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EPPURE IL DUBITARE DEL VECCHIO SACERDOTE NON FERMA L’AZIONE DI DIO
I figli vengono alla luce come compimento di un progetto, vengono da Dio. Caduti da una stella nelle braccia della madre, portano con sé scintille d'infinito: gioia (e i vicini si rallegravano con la madre) e parola di Dio.
Non nascono per caso, ma per profezia.
Nel loro vecchio cuore i genitori sentono che il piccolo appartiene ad una storia più grande, che i figli non sono nostri: appartengono a Dio, a se stessi, alla loro vocazione, al mondo.
Il genitore è solo l'arco che scocca la freccia, per farla volare lontano.
Il passaggio tra i due testamenti è un tempo di silenzio: la parola, tolta al tempio e al sacerdozio, si sta intessendo nel ventre di due madri.
Dio traccia la sua storia sul calendario della vita, e non nel confine stretto delle istituzioni.
Un rivoluzionario rovesciamento delle parti, il sacerdote tace ed è la donna a prendere la parola: si chiamerà Giovanni, che in ebraico significa: dono di Dio.
Elisabetta ha capito che la vita, l'amore che sente fremere dentro di sé, sono un pezzetto di Dio. Che l'identità del suo bambino è di essere dono.
E questa è anche l'identità profonda di noi tutti: il nome di ogni bambino è «dono perfetto».
Stava la parola murata dentro, fino a quando la donna fu madre e la casa, casa di profeti. Zaccaria era rimasto muto perché non aveva creduto all'annuncio dell'angelo. Ha chiuso l'orecchio del cuore e da allora ha perso la parola. Non ha ascoltato, e ora non ha più niente da dire.
Indicazione che mi fa pensoso: quando noi credenti, noi preti, smarriamo il riferimento alla Parola di Dio e alla vita, diventiamo afoni, insignificanti, non mandiamo più nessun messaggio a nessuno.
Eppure il dubitare del vecchio sacerdote non ferma l'azione di Dio. Qualcosa di grande e di consolante: i miei difetti, la mia poca fede non arrestano il fiume di Dio.
Zaccaria incide il nome del figlio: «Dono-di-Dio» e subito riprende a fiorire la parola e benediceva Dio.
Benedire subito, dire-bene come il Creatore all'origine (crescete e moltiplicatevi): la benedizione è una energia di vita, una forza di crescita e di nascita che scende dall'alto, ci raggiunge, ci avvolge, e ci fa vivere la vita come un debito d'amore che si estingue solo ridonando vita.
Che sarà mai questo bambino?
Grande domanda da ripetere, con venerazione, davanti al mistero di ogni culla. Cosa sarà, oltre ad essere dono che viene dall'alto? Cosa porterà al mondo?
Un dono unico e irriducibile: lo spazio della sua gioia; e la profezia di una parola unica che Dio ha pronunciato e che non ripeterà mai più (Vannucci).
Sarà «voce», proprio come il Battista, la Parola sarà un Altro.
I figli vengono alla luce come compimento di un progetto, vengono da Dio. Caduti da una stella nelle braccia della madre, portano con sé scintille d'infinito: gioia (e i vicini si rallegravano con la madre) e parola di Dio.
Non nascono per caso, ma per profezia.
Nel loro vecchio cuore i genitori sentono che il piccolo appartiene ad una storia più grande, che i figli non sono nostri: appartengono a Dio, a se stessi, alla loro vocazione, al mondo.
Il genitore è solo l'arco che scocca la freccia, per farla volare lontano.
Il passaggio tra i due testamenti è un tempo di silenzio: la parola, tolta al tempio e al sacerdozio, si sta intessendo nel ventre di due madri.
Dio traccia la sua storia sul calendario della vita, e non nel confine stretto delle istituzioni.
Un rivoluzionario rovesciamento delle parti, il sacerdote tace ed è la donna a prendere la parola: si chiamerà Giovanni, che in ebraico significa: dono di Dio.
Elisabetta ha capito che la vita, l'amore che sente fremere dentro di sé, sono un pezzetto di Dio. Che l'identità del suo bambino è di essere dono.
E questa è anche l'identità profonda di noi tutti: il nome di ogni bambino è «dono perfetto».
Stava la parola murata dentro, fino a quando la donna fu madre e la casa, casa di profeti. Zaccaria era rimasto muto perché non aveva creduto all'annuncio dell'angelo. Ha chiuso l'orecchio del cuore e da allora ha perso la parola. Non ha ascoltato, e ora non ha più niente da dire.
Indicazione che mi fa pensoso: quando noi credenti, noi preti, smarriamo il riferimento alla Parola di Dio e alla vita, diventiamo afoni, insignificanti, non mandiamo più nessun messaggio a nessuno.
Eppure il dubitare del vecchio sacerdote non ferma l'azione di Dio. Qualcosa di grande e di consolante: i miei difetti, la mia poca fede non arrestano il fiume di Dio.
Zaccaria incide il nome del figlio: «Dono-di-Dio» e subito riprende a fiorire la parola e benediceva Dio.
Benedire subito, dire-bene come il Creatore all'origine (crescete e moltiplicatevi): la benedizione è una energia di vita, una forza di crescita e di nascita che scende dall'alto, ci raggiunge, ci avvolge, e ci fa vivere la vita come un debito d'amore che si estingue solo ridonando vita.
Che sarà mai questo bambino?
Grande domanda da ripetere, con venerazione, davanti al mistero di ogni culla. Cosa sarà, oltre ad essere dono che viene dall'alto? Cosa porterà al mondo?
Un dono unico e irriducibile: lo spazio della sua gioia; e la profezia di una parola unica che Dio ha pronunciato e che non ripeterà mai più (Vannucci).
Sarà «voce», proprio come il Battista, la Parola sarà un Altro.
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La Tenerezza si é fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi
https://youtu.be/HReJZntpOPI?si=3HavWXmIoIDyAXgr
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Natale è l'abbraccio di Dio
Ci si abbraccia per tornare interi. Noi e Dio.
Ermes Ronchi a Tv2000 nel Natale 2023
Ermes Ronchi a Tv2000 nel Natale 2023
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UN FATTO CHE AVVIENE ORA: L’INCARNAZIONE DI UN DIO CHE GIÀ GERMINA IN ME
Tra pochi giorni è Natale. E ci sentiamo ancora una volta impreparati.
La liturgia allora ci prende per mano e ci accompagna, additando colei che meglio ha vissuto l’attesa di Dio: santa Maria.
Con lei come modello, di colpo capiamo che cosa è il Natale: non il ricordo di un fatto storico accaduto in quel tempo, ma l’accoglienza di un fatto che avviene ora: l’incarnazione di un Dio che già germina in me.
Il Vangelo dell’annunciazione comincia con sette nomi propri ( sette è il numero della completezza) di luoghi e persone che affollano la pagina di Luca e mostrano che il venire di Dio coinvolge la totalità della vita.
Maria è così importante perché è il punto di incontro tra Dio e la materialità della nostra vita.
«L’angelo entrò da lei», nella sua casa:
un giorno qualunque,
in un luogo qualunque,
un annuncio consegnato nell’intimità,
nella normalità di una casa.
È nella casa che Dio ti sfiora, ti tocca.
Lo fa in un giorno di festa, nel tempo delle lacrime, quando dici alle persone che ami parole che si sognano eterne.
È così bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle Cattedrali, o in giorni speciali, ma soprattutto nella vita comune!
Come nella Messa il sublime confina con una tovaglia, un calice e un pane, così nella casa l’immenso si insinua nelle piccole cose finite di ogni giorno.
La prima parola dell’angelo è kaire, gioisci, sii felice; non dice: «fai, alzati, inginocchiati, prega»; solo: «gioisci».
Il primo Vangelo è lieta notizia e precede qualunque tua risposta.
La fede ha radice nella gioia.
Il perché della gioia è detto con la parola successiva: «piena di grazia», riempita della vita di Dio,
sei amata teneramente,
gratuitamente,
per sempre.
Ecco il nome di Maria: «amata per sempre». Il mio nome.
L’angelo aggiunge:
Il Signore è con te.
In questa mia vita inadeguata il Signore è con me.
In questa mia vita distratta e invasa, il Signore è ancora con me.
L’angelo fa eco all’antica parola: sono stato con te, dovunque sei andato.
Parole di un Dio innamorato, che nessuna creatura potrà mai dirti, per quanto ti ami; nessuno può affermare: sono stato con te, dovunque, sempre.
Nessuno sarà con me dovunque io andrò. Nessuno è stato con me in tutti i passi che ho compiuto, che ho perduto, che ho ritrovato, Dio solo.
E quando Gesù lascerà i suoi, l’ultima parola sarà eco della prima:
Io sarò con voi tutti i giorni, fino al consumarsi del tempo, al compiersi dell’incarnazione.
Tra pochi giorni è Natale. E ci sentiamo ancora una volta impreparati.
La liturgia allora ci prende per mano e ci accompagna, additando colei che meglio ha vissuto l’attesa di Dio: santa Maria.
Con lei come modello, di colpo capiamo che cosa è il Natale: non il ricordo di un fatto storico accaduto in quel tempo, ma l’accoglienza di un fatto che avviene ora: l’incarnazione di un Dio che già germina in me.
Il Vangelo dell’annunciazione comincia con sette nomi propri ( sette è il numero della completezza) di luoghi e persone che affollano la pagina di Luca e mostrano che il venire di Dio coinvolge la totalità della vita.
Maria è così importante perché è il punto di incontro tra Dio e la materialità della nostra vita.
«L’angelo entrò da lei», nella sua casa:
un giorno qualunque,
in un luogo qualunque,
un annuncio consegnato nell’intimità,
nella normalità di una casa.
È nella casa che Dio ti sfiora, ti tocca.
Lo fa in un giorno di festa, nel tempo delle lacrime, quando dici alle persone che ami parole che si sognano eterne.
È così bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle Cattedrali, o in giorni speciali, ma soprattutto nella vita comune!
Come nella Messa il sublime confina con una tovaglia, un calice e un pane, così nella casa l’immenso si insinua nelle piccole cose finite di ogni giorno.
La prima parola dell’angelo è kaire, gioisci, sii felice; non dice: «fai, alzati, inginocchiati, prega»; solo: «gioisci».
Il primo Vangelo è lieta notizia e precede qualunque tua risposta.
La fede ha radice nella gioia.
Il perché della gioia è detto con la parola successiva: «piena di grazia», riempita della vita di Dio,
sei amata teneramente,
gratuitamente,
per sempre.
Ecco il nome di Maria: «amata per sempre». Il mio nome.
L’angelo aggiunge:
Il Signore è con te.
In questa mia vita inadeguata il Signore è con me.
In questa mia vita distratta e invasa, il Signore è ancora con me.
L’angelo fa eco all’antica parola: sono stato con te, dovunque sei andato.
Parole di un Dio innamorato, che nessuna creatura potrà mai dirti, per quanto ti ami; nessuno può affermare: sono stato con te, dovunque, sempre.
Nessuno sarà con me dovunque io andrò. Nessuno è stato con me in tutti i passi che ho compiuto, che ho perduto, che ho ritrovato, Dio solo.
E quando Gesù lascerà i suoi, l’ultima parola sarà eco della prima:
Io sarò con voi tutti i giorni, fino al consumarsi del tempo, al compiersi dell’incarnazione.
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DIO VIENE CON GIOIA,
COME UN ABBRACCIO,
COME UNA MUSICA,
UNA CHIAMATA ALLA DANZA
Attraverso due donne portatrici di vita nuova, il vangelo ci prepara al Natale, ormai alle porte.
Maria si mise in viaggio in fretta.
Appena l’angelo è volato via, anche lei vola via da Nazaret, quasi sulle orme di Gabriele. E appena giunta sull’uscio della casa di Zaccaria, Maria fa come l’angelo con lei.
Adesso é lei a diventare l’angelo di un lieto annunzio, e il bimbo nel buio del grembo lo percepisce con tutto se stesso: “appena il tuo saluto è giunto, il bambino ha sussultato di gioia nel mio seno”.
Dio viene con gioia, come un abbraccio, come una musica, una chiamata alla danza. Viene e nasce vita.
La corsa di Maria è accolta al suo arrivo da una benedizione.
Benedetta tu...
Tu che hai avuto la follia di accogliere la follia di Dio.
Un vento di benedizione dovrebbe aprire ogni dialogo. Dire il bene, vedere la luce nell’altro che condivide con me un pezzo di strada o la vita intera. E non giudicare nessuno dal semplice colore della buccia, ma dal sapore della polpa, che per essere gustato richiede pazienza e rispetto.
A chi mi ha dato tanto, a chi mi ha dato poco, vorrei osare la prima parola di Elisabetta:
Benedetto sei tu!
Dio mi benedice con la tua presenza.
Benedetta tu fra le donne.
E vola quella benedizione, vola in alto e raggiunge tutte le donne, si estende su tutte le figlie di Eva, su tutte le madri del mondo, su tutta l’umanità al femminile.
E benedetto il frutto.
Ancora tutti chiamati a dare frutto,
a vivere da padri e da madri,
a camminare nel mondo secondo la fecondità di ciascuno.
In questo Natale di guerre mi riprometto di benedire, di dire il bene, subito, da principio.
E col bene contrastare ogni arma tattica, o anche solo verbale, disinnescarla con l’ingenua follia della benedizione.
Quando infatti le parole sono benedicenti si alza la luce del cuore, quando sono buone tolgono il velo della tristezza.
E beata sei tu che hai creduto.
Saluto che avvolge come un mantello di gioia la fede di Maria e anche la mia: credere è acquisire bellezza del vivere, con l’umile, mite e possente piacere di esistere e di fiorire, sotto il sole di Dio.
Elisabetta ha iniziato a battere il ritmo, e Maria intona la melodia.
E insieme diventano un fiume di canto, di salmo, di danza.
E da loro imparo a credere: da due madri, le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Imparo che la fede è questo: una presenza nella mia esistenza.
Un abbraccio nella mia solitudine. Qualcuno che viene e mi consegna cose che neppure osavo pensare.
Credo che una profezia ci abita,
che Dio viene, in alto silenzio e con piccole cose,
che i suoi angeli,
sopra di noi come sopra Betlemme, annunciano, con la loro voce che sa di stelle,
che la pace, nonostante tutte le smentite, è un miracolo possibile.
COME UN ABBRACCIO,
COME UNA MUSICA,
UNA CHIAMATA ALLA DANZA
Attraverso due donne portatrici di vita nuova, il vangelo ci prepara al Natale, ormai alle porte.
Maria si mise in viaggio in fretta.
Appena l’angelo è volato via, anche lei vola via da Nazaret, quasi sulle orme di Gabriele. E appena giunta sull’uscio della casa di Zaccaria, Maria fa come l’angelo con lei.
Adesso é lei a diventare l’angelo di un lieto annunzio, e il bimbo nel buio del grembo lo percepisce con tutto se stesso: “appena il tuo saluto è giunto, il bambino ha sussultato di gioia nel mio seno”.
Dio viene con gioia, come un abbraccio, come una musica, una chiamata alla danza. Viene e nasce vita.
La corsa di Maria è accolta al suo arrivo da una benedizione.
Benedetta tu...
Tu che hai avuto la follia di accogliere la follia di Dio.
Un vento di benedizione dovrebbe aprire ogni dialogo. Dire il bene, vedere la luce nell’altro che condivide con me un pezzo di strada o la vita intera. E non giudicare nessuno dal semplice colore della buccia, ma dal sapore della polpa, che per essere gustato richiede pazienza e rispetto.
A chi mi ha dato tanto, a chi mi ha dato poco, vorrei osare la prima parola di Elisabetta:
Benedetto sei tu!
Dio mi benedice con la tua presenza.
Benedetta tu fra le donne.
E vola quella benedizione, vola in alto e raggiunge tutte le donne, si estende su tutte le figlie di Eva, su tutte le madri del mondo, su tutta l’umanità al femminile.
E benedetto il frutto.
Ancora tutti chiamati a dare frutto,
a vivere da padri e da madri,
a camminare nel mondo secondo la fecondità di ciascuno.
In questo Natale di guerre mi riprometto di benedire, di dire il bene, subito, da principio.
E col bene contrastare ogni arma tattica, o anche solo verbale, disinnescarla con l’ingenua follia della benedizione.
Quando infatti le parole sono benedicenti si alza la luce del cuore, quando sono buone tolgono il velo della tristezza.
E beata sei tu che hai creduto.
Saluto che avvolge come un mantello di gioia la fede di Maria e anche la mia: credere è acquisire bellezza del vivere, con l’umile, mite e possente piacere di esistere e di fiorire, sotto il sole di Dio.
Elisabetta ha iniziato a battere il ritmo, e Maria intona la melodia.
E insieme diventano un fiume di canto, di salmo, di danza.
E da loro imparo a credere: da due madri, le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Imparo che la fede è questo: una presenza nella mia esistenza.
Un abbraccio nella mia solitudine. Qualcuno che viene e mi consegna cose che neppure osavo pensare.
Credo che una profezia ci abita,
che Dio viene, in alto silenzio e con piccole cose,
che i suoi angeli,
sopra di noi come sopra Betlemme, annunciano, con la loro voce che sa di stelle,
che la pace, nonostante tutte le smentite, è un miracolo possibile.
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