ANCHE NOI ENTRIAMO NEL NOSTRO TEMPIO INTERIORE, CERCATORI MAI ARRESI DEL NOME DI DIO
Gesù entra nel tempio, nel cuore della religione antica, e come un antico profeta denuncia: voi ne fate un covo di ladri!
E poi è come se
riconsacrasse quel luogo, con la carità e la preghiera.
Gesù instaura la
religione dell’interiorità, non del culto, la via dei bambini e non quella
dell’istituzione o del potere.
Anche noi entriamo nel nostro tempio interiore, cercatori mai arresi del nome di Dio.
– Sta scritto: La mia
casa è casa di preghiera. Per tutte le volte che abbiamo fatto della
preghiera un baratto, un mercato con Dio, Kyrie eleyson
– Dice Paolo: Non sapete che siete tempio del Signore?
Per tutte le volte che ho dimenticato di essere dimora, casa, tenda, o anche solo povera capanna di Dio, Kyrie
– I bambini nel tempio gridavano: Osanna!
Per quando nella preghiera
non siamo semplici, spontanei, veri come bambini, ma seriosi, tristi,
accigliati come scribi, Kyrie
Gesù è entrato nel primo cortile del tempio, che era
chiamato il cortile dei gentili, un atrio riservato ai non ebrei, ai cercatori di Dio, è questo il posto occupato dai mercanti, cercatori di denaro.
Pensate alla attualità, alla bellezza di questa intuizione dell’antico testamento.
Nel tempio c’è un luogo per tutti, dove tutti possono pregare, anche se non sono israeliti.
Che capovolgimento per noi, che invece siamo pronti ad escludere e ad allontanare.
Ci pare che se entrano
qui a pregare un musulmano o un indù sconsacrino il tempio. Ci sarebbe la protesta.
E invece chi lo sconsacra sono i mercanti, il denaro, i ladri. Il mio rapporto mercenario con il Signore.
Gesù entra nel tempio, nel cuore della religione antica, e come un antico profeta denuncia: voi ne fate un covo di ladri!
E poi è come se
riconsacrasse quel luogo, con la carità e la preghiera.
Gesù instaura la
religione dell’interiorità, non del culto, la via dei bambini e non quella
dell’istituzione o del potere.
Anche noi entriamo nel nostro tempio interiore, cercatori mai arresi del nome di Dio.
– Sta scritto: La mia
casa è casa di preghiera. Per tutte le volte che abbiamo fatto della
preghiera un baratto, un mercato con Dio, Kyrie eleyson
– Dice Paolo: Non sapete che siete tempio del Signore?
Per tutte le volte che ho dimenticato di essere dimora, casa, tenda, o anche solo povera capanna di Dio, Kyrie
– I bambini nel tempio gridavano: Osanna!
Per quando nella preghiera
non siamo semplici, spontanei, veri come bambini, ma seriosi, tristi,
accigliati come scribi, Kyrie
Gesù è entrato nel primo cortile del tempio, che era
chiamato il cortile dei gentili, un atrio riservato ai non ebrei, ai cercatori di Dio, è questo il posto occupato dai mercanti, cercatori di denaro.
Pensate alla attualità, alla bellezza di questa intuizione dell’antico testamento.
Nel tempio c’è un luogo per tutti, dove tutti possono pregare, anche se non sono israeliti.
Che capovolgimento per noi, che invece siamo pronti ad escludere e ad allontanare.
Ci pare che se entrano
qui a pregare un musulmano o un indù sconsacrino il tempio. Ci sarebbe la protesta.
E invece chi lo sconsacra sono i mercanti, il denaro, i ladri. Il mio rapporto mercenario con il Signore.
❤24👍2🥰2🔥1
L’UNICA COSA CHE RIMANE PER SEMPRE É L’AMORE
I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione.
Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità.
Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato... poi ci si abitua.
L'eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre.
La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova... Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».
In una ripetitività che ha qualcosa di macabro.
Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini. «Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell'uomo ma l'eternità stessa di Dio» (M. Marcolini).
Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell'Eterno»?
Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita.
Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito.
Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l'unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l'amore (1 Cor 13,8).
I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita.
Perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio.
I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)?
Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)?
Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione «di», ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio.
Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama.
Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di se stesso: «sei un Dio che vivi di noi» (Turoldo).
I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione.
Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità.
Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato... poi ci si abitua.
L'eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre.
La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova... Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».
In una ripetitività che ha qualcosa di macabro.
Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini. «Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell'uomo ma l'eternità stessa di Dio» (M. Marcolini).
Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell'Eterno»?
Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita.
Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito.
Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l'unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l'amore (1 Cor 13,8).
I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita.
Perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio.
I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)?
Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)?
Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione «di», ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio.
Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama.
Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di se stesso: «sei un Dio che vivi di noi» (Turoldo).
❤17👍2🔥2🙏1
RE DEGLI ABBRACCI
Uno di fronte all’altro: Pilato, potere di vita e di morte, e un detenuto, l’anello più debole della catena.
Un dialogo serrato e straordinario, tra i due.
Sei tu il re dei giudei?
Possibile che quel galileo dallo sguardo limpido e diritto sia a capo di una rivolta, di una guerra, sia un pericolo per Roma?
Gesù risponde ribaltando i ruoli, ed è l’imputato che interroga il giudice: sei tu che me lo stai chiedendo, oppure sei istruito da qualcuno?
Pilato si risente:
Sono forse io un giudeo come te?
I tuoi ti hanno consegnato, sono loro che vogliono ucciderti.
Gesù ha una statura interiore che scuote.
Parla e si alza sul pretorio un vento regale di libertà. Risponde aprendo un’altra dimensione del cuore:
c’è un altro mondo,
un altro senso delle cose,
il mio regno non c’entra con il tuo.
Nel mio non ci sono regole di morte,
né legioni,
né spade,
né predatori come nel tuo.
Nel mio mondo la cosa più importante è servire e donare.
L’amore è re.
Unica forma di regalità.
Dove i poveri sono il grembo del futuro,
i re di domani.
Dove la storia appartiene ai buoni e la terra ai limpidi,
ai liberi,
ai piccoli,
ai non violenti,
agli affamati di giustizia.
Oggi, Cristo Re, non celebriamo la salita al trono del padrone del mondo.
Gesù non è il re che cammina sulle ali dei venti o sradica i cedri del Libano.
La sua regalità sta in un abbraccio che ti fa ritornare intero, dove puoi rinascere e ripartire.
E il tuo cuore è a casa solo accanto al suo.
Non un re potente che controlla tutto, ma l’amante che tutto abbraccia.
E nessuno cade così lontano da non poter essere raggiunto.
E mi nascono domande:
quali sono le parole regali della mia vita?
Quelle che danno ordini al mio futuro?
Che mi fanno camminare?
Che mi fanno capire cosa è vita e cosa no?
Io scelgo ancora lui, il Nazareno.
Ho tanto cercato, ma di meglio non ho trovato.
È il Dio vicino, è qui, “god domestic” (Giuliana di Norwich) di casa, di gesti, di pane.
Abbraccio che scioglie i nodi e unisce i pezzi, legame che non si spezza.
Pilato prende l’affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l’iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei.
Voleva deriderlo, e invece è stato profeta, il profeta Pilato: il re è visibile là, sulla croce, mentre con le braccia aperte ci dona tutto di sé e non prende niente di nostro; non chiede la vita di nessuno, offre la sua.
Venga il tuo Regno, Signore, e sia più bello di tutti i sogni di chi visse e morì nella notte per affrettarlo.
Non può essere banale la vita di chi ogni giorno mormora: venga il tuo Regno.
E allora: non temere, è già iniziato, e alla fine, vedrai, sarà Lui stesso a varcare l’abisso.
Uno di fronte all’altro: Pilato, potere di vita e di morte, e un detenuto, l’anello più debole della catena.
Un dialogo serrato e straordinario, tra i due.
Sei tu il re dei giudei?
Possibile che quel galileo dallo sguardo limpido e diritto sia a capo di una rivolta, di una guerra, sia un pericolo per Roma?
Gesù risponde ribaltando i ruoli, ed è l’imputato che interroga il giudice: sei tu che me lo stai chiedendo, oppure sei istruito da qualcuno?
Pilato si risente:
Sono forse io un giudeo come te?
I tuoi ti hanno consegnato, sono loro che vogliono ucciderti.
Gesù ha una statura interiore che scuote.
Parla e si alza sul pretorio un vento regale di libertà. Risponde aprendo un’altra dimensione del cuore:
c’è un altro mondo,
un altro senso delle cose,
il mio regno non c’entra con il tuo.
Nel mio non ci sono regole di morte,
né legioni,
né spade,
né predatori come nel tuo.
Nel mio mondo la cosa più importante è servire e donare.
L’amore è re.
Unica forma di regalità.
Dove i poveri sono il grembo del futuro,
i re di domani.
Dove la storia appartiene ai buoni e la terra ai limpidi,
ai liberi,
ai piccoli,
ai non violenti,
agli affamati di giustizia.
Oggi, Cristo Re, non celebriamo la salita al trono del padrone del mondo.
Gesù non è il re che cammina sulle ali dei venti o sradica i cedri del Libano.
La sua regalità sta in un abbraccio che ti fa ritornare intero, dove puoi rinascere e ripartire.
E il tuo cuore è a casa solo accanto al suo.
Non un re potente che controlla tutto, ma l’amante che tutto abbraccia.
E nessuno cade così lontano da non poter essere raggiunto.
E mi nascono domande:
quali sono le parole regali della mia vita?
Quelle che danno ordini al mio futuro?
Che mi fanno camminare?
Che mi fanno capire cosa è vita e cosa no?
Io scelgo ancora lui, il Nazareno.
Ho tanto cercato, ma di meglio non ho trovato.
È il Dio vicino, è qui, “god domestic” (Giuliana di Norwich) di casa, di gesti, di pane.
Abbraccio che scioglie i nodi e unisce i pezzi, legame che non si spezza.
Pilato prende l’affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l’iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei.
Voleva deriderlo, e invece è stato profeta, il profeta Pilato: il re è visibile là, sulla croce, mentre con le braccia aperte ci dona tutto di sé e non prende niente di nostro; non chiede la vita di nessuno, offre la sua.
Venga il tuo Regno, Signore, e sia più bello di tutti i sogni di chi visse e morì nella notte per affrettarlo.
Non può essere banale la vita di chi ogni giorno mormora: venga il tuo Regno.
E allora: non temere, è già iniziato, e alla fine, vedrai, sarà Lui stesso a varcare l’abisso.
❤33👍4🔥3🤝3
LA SANTITÁ: PICCOLI GESTI PIENI DI CUORE
Gesù, durante tutta la sua predicazione, ha sempre mostrato una predilezione particolare per le donne sole.
Ora affida al gesto nascosto di una donna, che vorrebbe solo scomparire dietro una delle colonne del tempio, il compito di trasmettere il suo messaggio.
La prima scena è affollata di personaggi che hanno lo spettacolo nel sangue: passeggiano in lunghe vesti, amano i primi posti, essere riveriti per strada...
Questa riduzione della vita a spettacolo la conosciamo anche noi, è una realtà patita da tanti con disagio, da molti inseguita con accanimento.
Il Vangelo vi contrappone la seconda scena.
Seduto davanti al tesoro del tempio Gesù osservava come la folla vi gettava monete.
Notiamo il particolare: osservava «come», non «quanto» la gente offriva.
I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine.
Gesù se n'è accorto, unico; chiama a sé i discepoli e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Gesù non bada alla quantità di denaro.
Conta quanto peso di vita, quanto cuore, quanto di lacrime e di speranze è dentro quei due spiccioli. Due spiccioli, un niente ma pieno di cuore.
Il motivo vero e ultimo per cui Gesù esalta il gesto della donna è nelle parole “Tutti hanno gettato parte del superfluo, lei ha gettato tutto quello che aveva, tutto ciò che aveva per vivere”: la totalità del dono.
Anche Lui darà tutto, tutta la sua vita.
Come la vedova povera, quelli che sorreggono il mondo sono gli uomini e le donne di cui i giornali non si occuperanno mai, quelli dalla vita nascosta, fatta solo di fedeltà, di generosità, di onestà, di giornate a volte cariche di immensa fatica.
Loro sono quelli che danno di più.
I primi posti di Dio appartengono a quelli che, in ognuna delle nostre case,
danno ciò che fa vivere,
regalano vita quotidianamente,
con mille gesti non visti da nessuno,
gesti di cura,
di accudimento,
di attenzione,
rivolti ai genitori o ai figli o a chi busserà domani.
La santità: piccoli gesti pieni di cuore.
Non è mai irrisorio, mai insignificante un gesto di bontà cavato fuori dalla nostra povertà.
Questa capacità di dare, anche quando pensi di non possedere nulla, ha in sé qualcosa di divino.
Tutto ciò che riusciamo a fare con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.
Quanto più Vangelo ci sarebbe se ogni discepolo, se l'intera Chiesa di Cristo si riconoscesse non da primi posti, prestigio e fama, ma dalla generosità
senza misura e senza calcolo, dalla audacia nel dare.
Allora, in questa felice follia, il Vangelo tornerebbe a trasmettere il suo senso di gioia, il suo respiro di liberazione.
Gesù, durante tutta la sua predicazione, ha sempre mostrato una predilezione particolare per le donne sole.
Ora affida al gesto nascosto di una donna, che vorrebbe solo scomparire dietro una delle colonne del tempio, il compito di trasmettere il suo messaggio.
La prima scena è affollata di personaggi che hanno lo spettacolo nel sangue: passeggiano in lunghe vesti, amano i primi posti, essere riveriti per strada...
Questa riduzione della vita a spettacolo la conosciamo anche noi, è una realtà patita da tanti con disagio, da molti inseguita con accanimento.
Il Vangelo vi contrappone la seconda scena.
Seduto davanti al tesoro del tempio Gesù osservava come la folla vi gettava monete.
Notiamo il particolare: osservava «come», non «quanto» la gente offriva.
I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine.
Gesù se n'è accorto, unico; chiama a sé i discepoli e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Gesù non bada alla quantità di denaro.
Conta quanto peso di vita, quanto cuore, quanto di lacrime e di speranze è dentro quei due spiccioli. Due spiccioli, un niente ma pieno di cuore.
Il motivo vero e ultimo per cui Gesù esalta il gesto della donna è nelle parole “Tutti hanno gettato parte del superfluo, lei ha gettato tutto quello che aveva, tutto ciò che aveva per vivere”: la totalità del dono.
Anche Lui darà tutto, tutta la sua vita.
Come la vedova povera, quelli che sorreggono il mondo sono gli uomini e le donne di cui i giornali non si occuperanno mai, quelli dalla vita nascosta, fatta solo di fedeltà, di generosità, di onestà, di giornate a volte cariche di immensa fatica.
Loro sono quelli che danno di più.
I primi posti di Dio appartengono a quelli che, in ognuna delle nostre case,
danno ciò che fa vivere,
regalano vita quotidianamente,
con mille gesti non visti da nessuno,
gesti di cura,
di accudimento,
di attenzione,
rivolti ai genitori o ai figli o a chi busserà domani.
La santità: piccoli gesti pieni di cuore.
Non è mai irrisorio, mai insignificante un gesto di bontà cavato fuori dalla nostra povertà.
Questa capacità di dare, anche quando pensi di non possedere nulla, ha in sé qualcosa di divino.
Tutto ciò che riusciamo a fare con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.
Quanto più Vangelo ci sarebbe se ogni discepolo, se l'intera Chiesa di Cristo si riconoscesse non da primi posti, prestigio e fama, ma dalla generosità
senza misura e senza calcolo, dalla audacia nel dare.
Allora, in questa felice follia, il Vangelo tornerebbe a trasmettere il suo senso di gioia, il suo respiro di liberazione.
❤16🙏3🔥2👍1
QUESTA STORIA NON FINIRÀ NEL CAOS, MA DENTRO UN ABBRACCIO CHE HA NOME DIO
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome.
Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
Il Vangelo adotta linguaggio, immagini e simboli da fine del mondo; evoca un turbinare di astri e di pianeti in fiamme, l'immensità del cosmo che si consuma: eppure non è di questo che si appassiona il discorso di Gesù.
Come in una ripresa cinematografica, la macchina da presa di Luca inizia con il campo largo e poi con una zoomata restringe progressivamente la visione: cerca un uomo, un piccolo uomo, al sicuro nelle mani di Dio.
E continua ancora, fino a mettere a fuoco un solo dettaglio: neanche un capello del vostro capo andrà perduto. Allora non è la fine del mondo quella che Gesù fa intravvedere, ma il fine del mondo, del mio mondo.
C'è una radice di distruttività nelle cose, nella storia, in me, la conosco fin troppo bene, ma non vincerà: nel mondo intero è all'opera anche una radice di tenerezza, che è più forte.
Il mondo e l'uomo non finiranno nel fuoco di una conflagrazione nucleare, ma nella bellezza e nella tenerezza.
Un giorno non resterà pietra su pietra delle nostre magnifiche costruzioni, delle piramidi millenarie, della magnificenza di San Pietro, ma l'uomo resterà per sempre, frammento su frammento, nemmeno il più piccolo capello andrà perduto.
È meglio che crolli tutto, comprese le chiese, anche le più artistiche, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo.
L'uomo resterà, nella sua interezza, dettaglio su dettaglio.
Perché il nostro è un Dio innamorato.
Ad ogni descrizione di dolore, segue un punto di rottura, dove tutto cambia; ad ogni tornante di distruttività appare una parola che apre la feritoia della speranza:
non vi spaventate, non è la fine; neanche un capello andrà perduto...; risollevatevi....
Che bella la conclusione del vangelo, quell'ultima riga lucente: risollevatevi, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
In piedi,
a testa alta,
occhi alti,
liberi,
profondi:
così vede i discepoli il vangelo.
Sollevate il capo, e guardate lontano e oltre, perché la realtà non è solo questo che appare: viene continuamente qualcuno il cui nome è Liberatore, esperto in nascite.
Mentre il creato ascende in Cristo al Padre/ nell'arcana sorte / tutto è doglia di parto: /quanto morir perché la vita nasca! (Clemente Rebora).
Il mondo è un immenso pianto, ma è anche un immenso parto.
Questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra?
Sì, certamente.
Troverà molta fede,
molti che hanno perseverato nel credere che l'amore è più forte della cattiveria,
che la bellezza è più umana della violenza,
che la giustizia è più sana del potere.
E che questa storia non finirà nel caos, ma dentro un abbraccio. Che ha nome Dio.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome.
Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
Il Vangelo adotta linguaggio, immagini e simboli da fine del mondo; evoca un turbinare di astri e di pianeti in fiamme, l'immensità del cosmo che si consuma: eppure non è di questo che si appassiona il discorso di Gesù.
Come in una ripresa cinematografica, la macchina da presa di Luca inizia con il campo largo e poi con una zoomata restringe progressivamente la visione: cerca un uomo, un piccolo uomo, al sicuro nelle mani di Dio.
E continua ancora, fino a mettere a fuoco un solo dettaglio: neanche un capello del vostro capo andrà perduto. Allora non è la fine del mondo quella che Gesù fa intravvedere, ma il fine del mondo, del mio mondo.
C'è una radice di distruttività nelle cose, nella storia, in me, la conosco fin troppo bene, ma non vincerà: nel mondo intero è all'opera anche una radice di tenerezza, che è più forte.
Il mondo e l'uomo non finiranno nel fuoco di una conflagrazione nucleare, ma nella bellezza e nella tenerezza.
Un giorno non resterà pietra su pietra delle nostre magnifiche costruzioni, delle piramidi millenarie, della magnificenza di San Pietro, ma l'uomo resterà per sempre, frammento su frammento, nemmeno il più piccolo capello andrà perduto.
È meglio che crolli tutto, comprese le chiese, anche le più artistiche, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo.
L'uomo resterà, nella sua interezza, dettaglio su dettaglio.
Perché il nostro è un Dio innamorato.
Ad ogni descrizione di dolore, segue un punto di rottura, dove tutto cambia; ad ogni tornante di distruttività appare una parola che apre la feritoia della speranza:
non vi spaventate, non è la fine; neanche un capello andrà perduto...; risollevatevi....
Che bella la conclusione del vangelo, quell'ultima riga lucente: risollevatevi, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
In piedi,
a testa alta,
occhi alti,
liberi,
profondi:
così vede i discepoli il vangelo.
Sollevate il capo, e guardate lontano e oltre, perché la realtà non è solo questo che appare: viene continuamente qualcuno il cui nome è Liberatore, esperto in nascite.
Mentre il creato ascende in Cristo al Padre/ nell'arcana sorte / tutto è doglia di parto: /quanto morir perché la vita nasca! (Clemente Rebora).
Il mondo è un immenso pianto, ma è anche un immenso parto.
Questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra?
Sì, certamente.
Troverà molta fede,
molti che hanno perseverato nel credere che l'amore è più forte della cattiveria,
che la bellezza è più umana della violenza,
che la giustizia è più sana del potere.
E che questa storia non finirà nel caos, ma dentro un abbraccio. Che ha nome Dio.
❤19👍5🔥2🥰2
IL MIO SIGNORE: CUSTODE MEMORE DI OGNI FRAMMENTO
L'ultimo libro della Bibbia ci assicura che il mondo non finirà nel fuoco di una conflagrazione planetaria, ma nella bellezza.
La fine della storia non è la devastazione del creato, ma l'incanto dell’innamorato: «vidi la terra nuova, bella come una sposa, scendere dal cielo pronta per lo sposo» (Ap 21,2).
Questo vale anche per il discepolo: neppure un capello del vostro capo perirà.
Se anche sarà distrutto nel giorno della violenza e dell'odio, non lo sarà per sempre.
Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque timore.
Ecco un'altra volta l'infinita cura di Dio per l'infinitamente piccolo, la finezza amorosa di un Dio per cui nulla è insignificante di ciò che appartiene all'amato.
Non è solo desiderio del cuore, ma sapienza del cuore: Gesù insegna a vivere il moto di un pendolo che va dall'infinitamente piccolo alla grande storia, dal frammento di materia al segreto della vita, da uno solo dei miei capelli a tutto il futuro del cosmo.
Ringrazio il mio Signore, perché nel caos della storia il suo sguardo è fisso su di me, non giudice che incombe, ma custode memore di ogni frammento.
E nulla è troppo piccolo: e se non sarà esentato dalla distruzione nel giorno dell'odio, certamente sarà salvato poi nel giorno del Signore.
Come attendere quel giorno?
Con una spiritualità del quotidiano che Luca delinea così: restare saldi nella perseveranza, termine che evoca tutta la forza necessaria lungo la via di sofferenza per cui si deve passare, ma che insieme respira la speranza in Colui che ti conta i capelli in capo.
Nella vostra perseveranza salverete le vostre anime, ed è come dire salverete le vostre vite.
La vita si salva non nel disimpegno ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue ferite. Senza cedere né allo scoraggiamento né alle seduzioni dei falsi profeti.
E se attendo ancora il Signore non è in base ai segni deludenti che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso dei giorni, ma per la bellezza della fede in Qualcuno che mi sta contando i capelli in capo e si ripropone come un Dio esperto d'amore.
L'ultimo libro della Bibbia ci assicura che il mondo non finirà nel fuoco di una conflagrazione planetaria, ma nella bellezza.
La fine della storia non è la devastazione del creato, ma l'incanto dell’innamorato: «vidi la terra nuova, bella come una sposa, scendere dal cielo pronta per lo sposo» (Ap 21,2).
Questo vale anche per il discepolo: neppure un capello del vostro capo perirà.
Se anche sarà distrutto nel giorno della violenza e dell'odio, non lo sarà per sempre.
Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque timore.
Ecco un'altra volta l'infinita cura di Dio per l'infinitamente piccolo, la finezza amorosa di un Dio per cui nulla è insignificante di ciò che appartiene all'amato.
Non è solo desiderio del cuore, ma sapienza del cuore: Gesù insegna a vivere il moto di un pendolo che va dall'infinitamente piccolo alla grande storia, dal frammento di materia al segreto della vita, da uno solo dei miei capelli a tutto il futuro del cosmo.
Ringrazio il mio Signore, perché nel caos della storia il suo sguardo è fisso su di me, non giudice che incombe, ma custode memore di ogni frammento.
E nulla è troppo piccolo: e se non sarà esentato dalla distruzione nel giorno dell'odio, certamente sarà salvato poi nel giorno del Signore.
Come attendere quel giorno?
Con una spiritualità del quotidiano che Luca delinea così: restare saldi nella perseveranza, termine che evoca tutta la forza necessaria lungo la via di sofferenza per cui si deve passare, ma che insieme respira la speranza in Colui che ti conta i capelli in capo.
Nella vostra perseveranza salverete le vostre anime, ed è come dire salverete le vostre vite.
La vita si salva non nel disimpegno ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue ferite. Senza cedere né allo scoraggiamento né alle seduzioni dei falsi profeti.
E se attendo ancora il Signore non è in base ai segni deludenti che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso dei giorni, ma per la bellezza della fede in Qualcuno che mi sta contando i capelli in capo e si ripropone come un Dio esperto d'amore.
❤19🔥3🥰1
VEGLIARE SU OGNI GERMOGLIO DI VITA CHE INARRESTABILE NASCE
Ogni volta che vai fino in fondo a un'idea, a una intuizione, a un servizio sfoci nella verità della vita. Ogni atto umano perseverante nel tempo, si avvicina all'assoluto di Dio.
Cadono molti punti di riferimento, ogni giorno di più, ma questo mondo ne porta un altro nel grembo, come in una danza felice.
Per ogni mondo che ogni giorno muore, ce n’è uno nuovo che ogni giorno rinasce.
La violenza alla fine si autodistruggerà. Noi lo crediamo.
Ciò che deve restare inciso negli occhi del cuore è l'ultima riga di questo vangelo: risollevatevi, perché la vostra liberazione è vicina.
Che cosa posso fare?
Usare la tattica del contadino.
Rispondere alla grandine piantando nuovi frutteti, per ogni raccolto di oggi perduto impegnarmi a prepararne uno nuovo per domani.
Seminare,
piantare,
attendere,
perseverare
vegliando su ogni germoglio di vita che, inarrestabile, nasce.
Ogni volta che vai fino in fondo a un'idea, a una intuizione, a un servizio sfoci nella verità della vita. Ogni atto umano perseverante nel tempo, si avvicina all'assoluto di Dio.
Cadono molti punti di riferimento, ogni giorno di più, ma questo mondo ne porta un altro nel grembo, come in una danza felice.
Per ogni mondo che ogni giorno muore, ce n’è uno nuovo che ogni giorno rinasce.
La violenza alla fine si autodistruggerà. Noi lo crediamo.
Ciò che deve restare inciso negli occhi del cuore è l'ultima riga di questo vangelo: risollevatevi, perché la vostra liberazione è vicina.
Che cosa posso fare?
Usare la tattica del contadino.
Rispondere alla grandine piantando nuovi frutteti, per ogni raccolto di oggi perduto impegnarmi a prepararne uno nuovo per domani.
Seminare,
piantare,
attendere,
perseverare
vegliando su ogni germoglio di vita che, inarrestabile, nasce.
❤11🔥8👍4🥰1
DA UNA GEMMA IMPARATE IL FUTURO DI DIO CHE STA ALLA PORTA E BUSSA
Dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina.
Gesù ci porta alla scuola delle piante,
del fico,
del germoglio,
perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della creazione coincidono.
Così un albero e le sue gemme diventano personaggi di una rivelazione.
“Ogni essere vivente, ogni cosa, perfino il granello di polvere è un messaggio di Dio” (Laudato si').
Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero, l'intenerirsi del ramo lo puoi percepire toccando; l'ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali non è all'occhio che si rivela, ma al tatto: vai vicino, tocca con mano.
I sensi sono il nostro radar per addentrarci nella sapienza del mondo.
Toccate. Guardate. Anzi: contemplate!
E spuntano le foglie: piccole gemme che l'albero spinge fuori, che erompono al sole e all'aria, come un minimo parto, da dentro a fuori.
Voi capite che l'estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate.
Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte.
Da una gemma di fico imparate il futuro del mondo: “che non compiuto così com'è, ma è qualcosa che deve svilupparsi ancora oltre, e che deve essere inteso più in profondità. Il mondo è una realtà germinante” (R. Guardini), incamminata verso una pienezza profumata di frutti.
Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa.
Viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio; non portando un'accusa ma un germogliare di vita.
Dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina.
Gesù ci porta alla scuola delle piante,
del fico,
del germoglio,
perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della creazione coincidono.
Così un albero e le sue gemme diventano personaggi di una rivelazione.
“Ogni essere vivente, ogni cosa, perfino il granello di polvere è un messaggio di Dio” (Laudato si').
Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero, l'intenerirsi del ramo lo puoi percepire toccando; l'ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali non è all'occhio che si rivela, ma al tatto: vai vicino, tocca con mano.
I sensi sono il nostro radar per addentrarci nella sapienza del mondo.
Toccate. Guardate. Anzi: contemplate!
E spuntano le foglie: piccole gemme che l'albero spinge fuori, che erompono al sole e all'aria, come un minimo parto, da dentro a fuori.
Voi capite che l'estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate.
Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte.
Da una gemma di fico imparate il futuro del mondo: “che non compiuto così com'è, ma è qualcosa che deve svilupparsi ancora oltre, e che deve essere inteso più in profondità. Il mondo è una realtà germinante” (R. Guardini), incamminata verso una pienezza profumata di frutti.
Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa.
Viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio; non portando un'accusa ma un germogliare di vita.
❤24👏4👍2🥰1🤩1
IL PRIMO NUCLEO DELLA FRATERNITÀ UNIVERSALE: DUE COPPIE DI FRATELLI SILENZIOSI
Passando lungo il mare di Galilea (il paesaggio d’acque del lago è l’ambiente naturale preferito da Gesù) vide Simone e Andrea che gettavano le reti in mare.
Pescatori che svolgono la loro attività quotidiana, ed è lì che il Maestro li incontra.
Dio si incarna nella vita,
al tempio preferisce il tempo, allo straordinario il piccolo.
Come in tutta la Bibbia: Mosè e Davide sono incontrati mentre seguono le loro greggi al pascolo.
Saul sta cercando le asine del padre.
Eliseo ara la terra con sei paia di buoi,
Levi è seduto allo sportello delle imposte…
Nulla vi è di profano nell’amorosa fatica.
E Gesù, il figlio del falegname, che si è sporcato le mani con suo padre, che sa riconoscere ogni albero dalle venature e dal profumo del legno, che si è fatto maturo e forte nella fatica quotidiana, lì ha incontrato l’esodo di Dio in cerca delle sue creature:
“Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna,
del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Venite dietro a me vi farò diventare pescatori di uomini.
E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Neanche le recuperano, le mollano in acqua, e vanno, come Eliseo che brucia l’aratro nei solchi del campo… «in tutta la Bibbia le azioni dicono il cuore» (A. Guida).
Gesù passa e mette in moto le vite. Dove sta la sua forza?
Che cosa mancava ai quattro per convincerli a mollare tutto per un mestiere improbabile come pescare uomini?
Partire dietro a quel giovane rabbi, senza neppure sapere dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro,
una casa,
una famiglia,
la salute,
la fede,
tutto il necessario,
eppure sentivano il morso di un’assenza:
cos’è la vita?
Pescare, mangiare, dormire?
E poi di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qua?
Sapevano a memoria le rotte del lago.
Gesù offre loro la rotta del mondo.
Invece del piccolo cabotaggio dietro ai pesci, offre un’avventura dentro il cuore di Dio e dei figli.
Mancava un sogno, e Gesù, guaritore dei sogni, regala il sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Gesù non spiega, loro non chiedono: e lasciati padre, barca, reti, compagni di lavoro andarono dietro a lui.
Chi ha seguito il Nazareno, ha sperimentato che
Dio riempie le reti,
riempie la vita,
moltiplica coraggio e fecondità.
Che non ruba niente e dona tutto.
Che «rinunciare per lui è uguale a fiorire» (M. Marcolini).
Due coppie di fratelli silenziosi sono il primo nucleo della fraternità universale, il progetto di Gesù, che parlerà di Dio con il linguaggio di casa (abbà), che vorrà estendere a livello di umanità intera le relazioni familiari, che ha sperimentato così belle e generatrici: tutti figli, “fratelli tutti”.
Passando lungo il mare di Galilea (il paesaggio d’acque del lago è l’ambiente naturale preferito da Gesù) vide Simone e Andrea che gettavano le reti in mare.
Pescatori che svolgono la loro attività quotidiana, ed è lì che il Maestro li incontra.
Dio si incarna nella vita,
al tempio preferisce il tempo, allo straordinario il piccolo.
Come in tutta la Bibbia: Mosè e Davide sono incontrati mentre seguono le loro greggi al pascolo.
Saul sta cercando le asine del padre.
Eliseo ara la terra con sei paia di buoi,
Levi è seduto allo sportello delle imposte…
Nulla vi è di profano nell’amorosa fatica.
E Gesù, il figlio del falegname, che si è sporcato le mani con suo padre, che sa riconoscere ogni albero dalle venature e dal profumo del legno, che si è fatto maturo e forte nella fatica quotidiana, lì ha incontrato l’esodo di Dio in cerca delle sue creature:
“Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna,
del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Venite dietro a me vi farò diventare pescatori di uomini.
E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Neanche le recuperano, le mollano in acqua, e vanno, come Eliseo che brucia l’aratro nei solchi del campo… «in tutta la Bibbia le azioni dicono il cuore» (A. Guida).
Gesù passa e mette in moto le vite. Dove sta la sua forza?
Che cosa mancava ai quattro per convincerli a mollare tutto per un mestiere improbabile come pescare uomini?
Partire dietro a quel giovane rabbi, senza neppure sapere dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro,
una casa,
una famiglia,
la salute,
la fede,
tutto il necessario,
eppure sentivano il morso di un’assenza:
cos’è la vita?
Pescare, mangiare, dormire?
E poi di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qua?
Sapevano a memoria le rotte del lago.
Gesù offre loro la rotta del mondo.
Invece del piccolo cabotaggio dietro ai pesci, offre un’avventura dentro il cuore di Dio e dei figli.
Mancava un sogno, e Gesù, guaritore dei sogni, regala il sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Gesù non spiega, loro non chiedono: e lasciati padre, barca, reti, compagni di lavoro andarono dietro a lui.
Chi ha seguito il Nazareno, ha sperimentato che
Dio riempie le reti,
riempie la vita,
moltiplica coraggio e fecondità.
Che non ruba niente e dona tutto.
Che «rinunciare per lui è uguale a fiorire» (M. Marcolini).
Due coppie di fratelli silenziosi sono il primo nucleo della fraternità universale, il progetto di Gesù, che parlerà di Dio con il linguaggio di casa (abbà), che vorrà estendere a livello di umanità intera le relazioni familiari, che ha sperimentato così belle e generatrici: tutti figli, “fratelli tutti”.
❤16🙏4🔥1🥰1
CAPODANNO DEI CRISTIANI
L’Avvento che ritorna è come un cambio di stagione.
Primo giorno, l’inizio.
Il capodanno dei cristiani.
Si ricomincia a camminare verso quell’attimo che ha cambiato tutta la storia, quando con il Natale Dio si tuffa nel fiume dell’umanità.
Toglietemi tutto, ma non l’incarnazione! E la gioia di ripercorrere un’altra volta tutta la vita di Gesù, con il respiro sempre nuovo che nell’anno liturgico inizia qui, con la prima domenica d’Avvento.
Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle.
Il vangelo di Luca oggi racconta il puro segreto del mondo, nascosto nel suo silenzio più profondo.
Ci prende per mano,
ci porta fuori dalla porta di casa a guardare in alto,
a percepire il cosmo pulsante che soffre e si contorce come una partoriente, ma per produrre vita.
Ad ogni descrizione drammatica segue infatti la speranza, dove tutto cambia: ma voi risollevatevi e alzate il capo, la liberazione è vicina.
Alzate gli occhi!
Non guardare solo alle cose immediate,
non inciampare nelle macerie che ingombrano la strada,
se non alzi la testa non scorgerai arcobaleni né squarci d’azzurro.
Uomini e donne in piedi,
a testa alta,
occhi nel futuro!
Così vede i discepoli il vangelo.
Gente dalla vita verticale e dallo sguardo profondo, dritti davanti al Signore.
Dio viene.
Giorno per giorno,
continuamente,
adesso.
Viene per farci il regalo più bello che possiamo fare a noi stessi: un cuore attento e leggero.
State attenti a voi stessi,
che il cuore non diventi pesante,
affannato,
dissipato,
ubriaco di lacrime.
Proviamo tutti il morso dello sconforto per quanto accade nel mondo.
Ma io non resto a terra,
non permetterò allo scoramento di sedersi con me e di mangiare nel mio piatto.
Nessuna depressione finché conservo la testarda fedeltà all’idea che tutta la storia è, nonostante ogni smentita, un processo di salvezza.
Avvento: quattro settimane per ritrovare il vivere con attenzione e leggera sobrietà guardando lontano, guardando oltre lo stordimento assordante per scendere nell’intimo, a cercare un cuore leggero che scorga i piccoli dettagli della vita.
Basta così poco.
Quando smetteremo di offendere la vita piccola e cominceremo a stupirci per ogni minima cosa,
per ogni essere vivente?
Ci serve doppia attenzione per vegliare sul nuovo che nasce,
sui primi passi della pace anche tra di noi.
E sul grammo di luce che si posa sul muro della notte di queste guerre infinite.
Nessuna esistenza è senza un grammo di luce, e l’attesa di un Bambino ne è l’emblema supremo.
La vita è dentro l’infinito e l’infinito è dentro questa vita dove Dio viene, bello come il sogno più bello, meraviglia dell’eterno verso il quale stiamo andando.
Con l’Avvento l’eterno entra maestosamente sui nostri giorni e su noi, certi che il nostro grado di eternità si misura sull’intensità dei nostri sogni.
L’Avvento che ritorna è come un cambio di stagione.
Primo giorno, l’inizio.
Il capodanno dei cristiani.
Si ricomincia a camminare verso quell’attimo che ha cambiato tutta la storia, quando con il Natale Dio si tuffa nel fiume dell’umanità.
Toglietemi tutto, ma non l’incarnazione! E la gioia di ripercorrere un’altra volta tutta la vita di Gesù, con il respiro sempre nuovo che nell’anno liturgico inizia qui, con la prima domenica d’Avvento.
Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle.
Il vangelo di Luca oggi racconta il puro segreto del mondo, nascosto nel suo silenzio più profondo.
Ci prende per mano,
ci porta fuori dalla porta di casa a guardare in alto,
a percepire il cosmo pulsante che soffre e si contorce come una partoriente, ma per produrre vita.
Ad ogni descrizione drammatica segue infatti la speranza, dove tutto cambia: ma voi risollevatevi e alzate il capo, la liberazione è vicina.
Alzate gli occhi!
Non guardare solo alle cose immediate,
non inciampare nelle macerie che ingombrano la strada,
se non alzi la testa non scorgerai arcobaleni né squarci d’azzurro.
Uomini e donne in piedi,
a testa alta,
occhi nel futuro!
Così vede i discepoli il vangelo.
Gente dalla vita verticale e dallo sguardo profondo, dritti davanti al Signore.
Dio viene.
Giorno per giorno,
continuamente,
adesso.
Viene per farci il regalo più bello che possiamo fare a noi stessi: un cuore attento e leggero.
State attenti a voi stessi,
che il cuore non diventi pesante,
affannato,
dissipato,
ubriaco di lacrime.
Proviamo tutti il morso dello sconforto per quanto accade nel mondo.
Ma io non resto a terra,
non permetterò allo scoramento di sedersi con me e di mangiare nel mio piatto.
Nessuna depressione finché conservo la testarda fedeltà all’idea che tutta la storia è, nonostante ogni smentita, un processo di salvezza.
Avvento: quattro settimane per ritrovare il vivere con attenzione e leggera sobrietà guardando lontano, guardando oltre lo stordimento assordante per scendere nell’intimo, a cercare un cuore leggero che scorga i piccoli dettagli della vita.
Basta così poco.
Quando smetteremo di offendere la vita piccola e cominceremo a stupirci per ogni minima cosa,
per ogni essere vivente?
Ci serve doppia attenzione per vegliare sul nuovo che nasce,
sui primi passi della pace anche tra di noi.
E sul grammo di luce che si posa sul muro della notte di queste guerre infinite.
Nessuna esistenza è senza un grammo di luce, e l’attesa di un Bambino ne è l’emblema supremo.
La vita è dentro l’infinito e l’infinito è dentro questa vita dove Dio viene, bello come il sogno più bello, meraviglia dell’eterno verso il quale stiamo andando.
Con l’Avvento l’eterno entra maestosamente sui nostri giorni e su noi, certi che il nostro grado di eternità si misura sull’intensità dei nostri sogni.
❤27🙏5👍3👾1
Ascoltarlo era rimanere accesi - Ermes Ronchi in dialogo con Caterina Peruzzo
https://youtu.be/rzTlU52EQSQ?si=F0y5gVweatyKIQL5
https://youtu.be/rzTlU52EQSQ?si=F0y5gVweatyKIQL5
YouTube
ASCOLTARLO ERA RIMANERE ACCESI - Ermes Ronchi
Un nuovo libro con pagine scintillanti di vita nuova, segnate da passi-insieme in una stupefacente ospitalità cosmica.
L'autore in dialogo con Caterina Peruzzo.
L'autore in dialogo con Caterina Peruzzo.
❤11
VIENI!
Se ognuno dicesse a tutti e a tutto,
a Dio e ad ogni creatura
«Vieni!»
Se dicesse alla persona amata,
ma anche all'estraneo,
all'ultima stella del cielo
e al povero
«Vieni!»
Se dicesse agli uomini giusti e saggi
di cui è pieno il mondo
«Vieni!»
in questa ospitalità reciproca
troveremmo
il senso dell'avvento,
in questo non sentirsi gettati via il senso della storia.
Se ognuno dicesse a tutti e a tutto,
a Dio e ad ogni creatura
«Vieni!»
Se dicesse alla persona amata,
ma anche all'estraneo,
all'ultima stella del cielo
e al povero
«Vieni!»
Se dicesse agli uomini giusti e saggi
di cui è pieno il mondo
«Vieni!»
in questa ospitalità reciproca
troveremmo
il senso dell'avvento,
in questo non sentirsi gettati via il senso della storia.
❤37
UNO SQUARCIO INATTESO
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
Quello che mi incanta è Gesù che si stupisce del Padre.
Una cosa bellissima: il Maestro di Nazaret che è sorpreso da un Dio sempre più fantasioso e inventivo nelle sue trovate, che spiazza tutti, perfino suo Figlio.
Cosa è accaduto?
Il Vangelo ha appena riferito un periodo di insuccessi, tira una brutta aria:
Giovanni è arrestato,
Gesù è contestato duramente dai rappresentanti del tempio,
i villaggi attorno al lago, dopo la prima ondata di entusiasmo e di miracoli,
si sono allontanati.
Ed ecco che, in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù uno squarcio inatteso, un capovolgimento improvviso che lo riempie di gioia: Padre, ti benedico, ti rendo lode, ti ringrazio, perché ti sei rivelato ai piccoli.
Il posto vuoto dei grandi lo riempiono i piccoli: pescatori,
poveri,
malati,
vedove, bambini,
pubblicani,
i preferiti da Dio.
Gesù non se l’aspettava e si stupisce della novità; la meraviglia lo invade e lo senti felice. Scopre l’agire di Dio, come prima sapeva scoprire, nel fondo di ogni persona, angosce e speranze, e per loro sapeva inventare come risposta parole e gesti di vita, quelli che l’amore ci fa chiamare “miracoli”.
Hai rivelato queste cose ai piccoli… di quali cose si tratta?
Un piccolo, un bambino capisce subito l’essenziale: se gli vuoi bene o no.
In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo.
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
Quello che mi incanta è Gesù che si stupisce del Padre.
Una cosa bellissima: il Maestro di Nazaret che è sorpreso da un Dio sempre più fantasioso e inventivo nelle sue trovate, che spiazza tutti, perfino suo Figlio.
Cosa è accaduto?
Il Vangelo ha appena riferito un periodo di insuccessi, tira una brutta aria:
Giovanni è arrestato,
Gesù è contestato duramente dai rappresentanti del tempio,
i villaggi attorno al lago, dopo la prima ondata di entusiasmo e di miracoli,
si sono allontanati.
Ed ecco che, in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù uno squarcio inatteso, un capovolgimento improvviso che lo riempie di gioia: Padre, ti benedico, ti rendo lode, ti ringrazio, perché ti sei rivelato ai piccoli.
Il posto vuoto dei grandi lo riempiono i piccoli: pescatori,
poveri,
malati,
vedove, bambini,
pubblicani,
i preferiti da Dio.
Gesù non se l’aspettava e si stupisce della novità; la meraviglia lo invade e lo senti felice. Scopre l’agire di Dio, come prima sapeva scoprire, nel fondo di ogni persona, angosce e speranze, e per loro sapeva inventare come risposta parole e gesti di vita, quelli che l’amore ci fa chiamare “miracoli”.
Hai rivelato queste cose ai piccoli… di quali cose si tratta?
Un piccolo, un bambino capisce subito l’essenziale: se gli vuoi bene o no.
In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo.
❤34🔥2