Forwarded from Carmen Tortora (Carmen Tortora)
Jean Monnet: ministero della verità europeo travestito da università
Il cosiddetto Programma Jean Monnet non è un progetto accademico neutrale, ma un meccanismo di indottrinamento politico mascherato da ricerca e didattica universitaria. Il nuovo rapporto di Thomas Fazi per MCC Bruxelles lo smonta pezzo per pezzo, mostrando come dal 1989 a oggi sia servito a trasformare università e professori in megafoni stipendiati della Commissione Europea. Non lo sostengono i critici: lo ammettono i protagonisti stessi. Joseph H. H. Weiler, già presidente dell’Istituto Universitario Europeo e Jean Monnet Professor alla New York University, scrisse senza remore: «Parte della nostra missione come Professori Jean Monnet è diffondere i valori dell’integrazione europea. La Commissione Europea ci vede apertamente come ambasciatori intellettuali dell’Unione». Altro che indipendenza scientifica.
Il programma ha numeri e budget da colosso: circa 50 milioni di euro l’anno, 875 cattedre, 1.500 professori e mezzo milione di studenti coinvolti in più di 70 paesi. Tutto sotto l’ombrello di Erasmus+, che ha gonfiato il bilancio a 26 miliardi di euro nel periodo 2021–2027. Non si finanzia ricerca libera, ma progetti che dichiarano apertamente di voler «contrastare l’euroscetticismo», «rafforzare l’identità europea» e «invertire le dinamiche di de-europeizzazione». Un esempio: il modulo “EU Fundamental Values in the Online Digital Environment” a Roma Tre, che fornisce copertura accademica alle nuove forme di censura digitale.
Non mancano i nomi. R. Daniel Kelemen, allora alla Rutgers University e oggi a Georgetown, usava la sua cattedra Jean Monnet per invocare misure dure contro l’Ungheria di Orbán. Laurent Pech, giurista, ha basato le sue ricerche sull’allarme per l’“illiberalismo” in Polonia e Ungheria. Michael Dougan a Liverpool è diventato volto mediatico della campagna Remain durante la Brexit. Tutti professori stipendiati dal programma per recitare lo spartito europeista.
I progetti finanziati parlano da soli. “Judges vs Illiberalism” ad Amsterdam, “Bridging Pathways of EU Accession” a Bucarest, “Contesting the Past of the EU” a Trento: tutti corsi che dichiarano l’obiettivo di “contrastare l’euroscetticismo”, “invertire la de-europeizzazione” e “rafforzare l’identità europea”. A Roma Tre un modulo su “EU Fundamental Values in the Online Digital Environment” offre la giustificazione accademica alla censura online. In Turchia si finanzia addirittura “Transformative Power of Theatre in Fostering European Eco-values”: usare il teatro come catechismo ecologista allineato al Green Deal.
L’Ucraina è diventata il laboratorio più spudorato: 342 progetti tra 2014 e 2023, dai corsi su “cybersecurity europea” fino ai moduli per “costruire resilienza identitaria europea nella società ucraina”. Lo stesso copione si esporta in Brasile e in Africa, con iniziative che promuovono “valori e interessi europei” sotto la veste della ricerca accademica.
Al vertice del sistema siedono i centri di eccellenza e gli istituti designati, come il Collegio d’Europa di Bruges e l’EUI di Firenze, definito da The Economist “Hogwarts europea”. Riceve oltre 20 milioni l’anno e gestisce progetti come l’European Digital Media Observatory, con 30 milioni spesi per “contrastare la disinformazione” insieme a ONG e media partner. In realtà, una macchina che ricicla soldi pubblici per diffondere narrazioni utili a Bruxelles.
Il risultato? Università trasformate in uffici stampa dell’Unione, studenti trattati da cavie e professori ridotti ad ambasciatori stipendiati. Se questa UE fosse davvero così bella e irresistibile, non avrebbe bisogno di comprare consenso a suon di milioni. Chi paga propaganda, in fondo, sa già di non averlo.
Per aggiornamenti senza filtri: t.me/carmen_tortora1
Il cosiddetto Programma Jean Monnet non è un progetto accademico neutrale, ma un meccanismo di indottrinamento politico mascherato da ricerca e didattica universitaria. Il nuovo rapporto di Thomas Fazi per MCC Bruxelles lo smonta pezzo per pezzo, mostrando come dal 1989 a oggi sia servito a trasformare università e professori in megafoni stipendiati della Commissione Europea. Non lo sostengono i critici: lo ammettono i protagonisti stessi. Joseph H. H. Weiler, già presidente dell’Istituto Universitario Europeo e Jean Monnet Professor alla New York University, scrisse senza remore: «Parte della nostra missione come Professori Jean Monnet è diffondere i valori dell’integrazione europea. La Commissione Europea ci vede apertamente come ambasciatori intellettuali dell’Unione». Altro che indipendenza scientifica.
Il programma ha numeri e budget da colosso: circa 50 milioni di euro l’anno, 875 cattedre, 1.500 professori e mezzo milione di studenti coinvolti in più di 70 paesi. Tutto sotto l’ombrello di Erasmus+, che ha gonfiato il bilancio a 26 miliardi di euro nel periodo 2021–2027. Non si finanzia ricerca libera, ma progetti che dichiarano apertamente di voler «contrastare l’euroscetticismo», «rafforzare l’identità europea» e «invertire le dinamiche di de-europeizzazione». Un esempio: il modulo “EU Fundamental Values in the Online Digital Environment” a Roma Tre, che fornisce copertura accademica alle nuove forme di censura digitale.
Non mancano i nomi. R. Daniel Kelemen, allora alla Rutgers University e oggi a Georgetown, usava la sua cattedra Jean Monnet per invocare misure dure contro l’Ungheria di Orbán. Laurent Pech, giurista, ha basato le sue ricerche sull’allarme per l’“illiberalismo” in Polonia e Ungheria. Michael Dougan a Liverpool è diventato volto mediatico della campagna Remain durante la Brexit. Tutti professori stipendiati dal programma per recitare lo spartito europeista.
I progetti finanziati parlano da soli. “Judges vs Illiberalism” ad Amsterdam, “Bridging Pathways of EU Accession” a Bucarest, “Contesting the Past of the EU” a Trento: tutti corsi che dichiarano l’obiettivo di “contrastare l’euroscetticismo”, “invertire la de-europeizzazione” e “rafforzare l’identità europea”. A Roma Tre un modulo su “EU Fundamental Values in the Online Digital Environment” offre la giustificazione accademica alla censura online. In Turchia si finanzia addirittura “Transformative Power of Theatre in Fostering European Eco-values”: usare il teatro come catechismo ecologista allineato al Green Deal.
L’Ucraina è diventata il laboratorio più spudorato: 342 progetti tra 2014 e 2023, dai corsi su “cybersecurity europea” fino ai moduli per “costruire resilienza identitaria europea nella società ucraina”. Lo stesso copione si esporta in Brasile e in Africa, con iniziative che promuovono “valori e interessi europei” sotto la veste della ricerca accademica.
Al vertice del sistema siedono i centri di eccellenza e gli istituti designati, come il Collegio d’Europa di Bruges e l’EUI di Firenze, definito da The Economist “Hogwarts europea”. Riceve oltre 20 milioni l’anno e gestisce progetti come l’European Digital Media Observatory, con 30 milioni spesi per “contrastare la disinformazione” insieme a ONG e media partner. In realtà, una macchina che ricicla soldi pubblici per diffondere narrazioni utili a Bruxelles.
Il risultato? Università trasformate in uffici stampa dell’Unione, studenti trattati da cavie e professori ridotti ad ambasciatori stipendiati. Se questa UE fosse davvero così bella e irresistibile, non avrebbe bisogno di comprare consenso a suon di milioni. Chi paga propaganda, in fondo, sa già di non averlo.
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