LANTERNE
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Quando la strada della vita diventa buia e difficile, è importante dotarsi di lanterne che ci consentono di illuminare il nostro cammino per ritrovare la via della speranza e smettere di avere paura.
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"Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore. Vita di Etty Hillesum"

Edgarda Ferri

Intensa biografia che narra la vita breve ma straordinaria di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese, colta e passionale, che sceglie di condividere il destino del suo popolo fino alla deportazione ad Auschwitz.
Considerata uno dei simboli della Shoah, la vita e i diari di Etty Hillesum sono diventati fonti di ispirazione contro l’oblio della memoria, esempi di altruismo e solidarietà capaci di sopravvivere alle atrocità della storia. Questo libro ci trasporta con intimità e rispetto nei suoi momenti privati, nelle scelte coraggiose, nel cuore tormentato di una donna dalla forza indomita.
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L'Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c'è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra: soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra. Il teatro italiano, in questo contesto (in cui l'ufficialità è la protesta), si trova certo culturalmente al limite più basso. Il vecchio teatro tradizionale è sempre più ributtante. Il teatro nuovo - che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del « Living Theatre » (escludendo Carmelo Bene, autonomo e originale) - è riuscito a divenire altrettanto ributtante che il teatro tradizionale. È la feccia della neoavanguardia e del '68. Sì, siamo ancora lì: con in più il rigurgito della restaurazione strisciante. Il conformismo di sinistra.

Pier Paolo Pasolini

📰 Dal “Manifesto per un nuovo teatro”, pubblicato per la prima volta su “Nuovi argomenti", n.s., 9, gennaio-marzo 1968.
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«Leggere Nelle terre estreme di Jon Krakauer non è semplicemente immergersi in una storia di avventura: è confrontarsi con l’abisso stesso dell’esistenza umana. Chris McCandless, quel ragazzo che un giorno decide di bruciare i soldi, abbandonare il nome, la famiglia, l’università e ogni certezza borghese per lanciarsi nelle terre selvagge dell’Alaska, non è un pazzo romantico o un ingenuo hippy. È l’incarnazione pura di un’angoscia esistenziale che molti di noi sentono pulsare sotto la pelle della vita quotidiana, ma che pochi osano ascoltare fino in fondo.
Krakauer non racconta solo i fatti: ricostruisce, con una precisione quasi chirurgica e una partecipazione dolorosamente empatica, il cammino di un’anima che rifiuta il “si” impersonale di Heidegger, quel conformismo anonimo che ci rende tutti intercambiabili. Chris non fugge dalla società perché la odia in astratto; la fugge perché ha capito, con lucidità feroce, che dentro di essa l’essere si dissolve, si aliena, si riduce a ruolo, a carriera, a consumo. Vuole ritrovare l’essere autentico, quello che si rivela solo nel faccia a faccia con la natura indifferente, con la fame vera, con il silenzio assordante della wilderness.
Krakauer, alpinista lui stesso, capisce perfettamente questo impulso. Non lo giustifica mai in modo sdolcinato, ma nemmeno lo condanna con il moralismo piccolo-borghese di chi, seduto sul divano, bolla McCandless come “stupido”. L’autore intreccia la storia di Chris con la propria, con altre storie di giovani uomini divorati dal bisogno di misurarsi con il limite. Emerge così un ritratto corale dell’umana finitezza: siamo tutti gettati nel mondo (Geworfenheit), e alcuni di noi sentono il richiamo irresistibile di gettarsi ancora più in là, verso il confine dove la vita si fa nuda, essenziale, insopportabile.
Qualche giorno fa a Parigi, camminavo nei Giardini di Lussemburgo quando questa scultura mi ha fermato di colpo. Tre grandi anelli di bronzo, uno spezzato con forza. Si chiama Le Cri, l’Écrit di Fabrice Hyber.
È stata realizzata nel 2007 come monumento nazionale per commemorare l’abolizione della schiavitù e della tratta negriera, su commissione dello Stato francese in occasione della prima Giornata nazionale della memoria.
In una città dove i grandi monumenti e i palazzi inneggiano ai potenti, ai re, agli imperatori e ai vincitori, questa opera semplice e potente mi ha colpito più di ogni altra cosa. Perché ricorda che troppo spesso ci si dimentica degli ultimi, degli oppressi, di chi ha sofferto in silenzio per secoli.
Quell’anello spezzato non è solo bronzo: è un urlo di libertà, è dignità riconquistata, è la catena della schiavitù che finalmente si rompe. E allo stesso tempo è un monito contro tutte le forme moderne di schiavitù.
Il momento artistico più emozionante e umano di tutto il viaggio.
Non una reggia dorata, non una statua di un generale… ma un grido silenzioso per chi non aveva e non ha voce.
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Il demagogo è colui che predica dottrine che sa essere false a uomini che sa essere idioti.

Questa frase lapidaria non è di un cinico qualunque. Appartiene a H.L. Mencken, il grande giornalista e satirista americano, il “Saggio di Baltimora”, maestro dell’ironia feroce e del disprezzo elegante verso la politica di massa.
Scritta quasi cento anni fa, sembra descritta ieri. Mencken non aveva pietà per la democrazia intesa come teatro in cui furbi senza scrupoli recitano per idioti compiaciuti. Lui, che detestava il conformismo, il puritanesimo e il “boobus americanus” (il cittadino medio americano), vedeva nel demagogo il prodotto naturale di un sistema che premia chi sa manipolare le emozioni della folla più che la ragione.
Non era un nostalgico di regimi autoritari: semplicemente non si faceva illusioni sull’umanità. Sapeva che la maggior parte degli uomini preferisce una bella bugia confortante alla verità scomoda, e che c’è sempre qualcuno pronto a vendergliela.
Oggi, mentre i demagoghi di ogni colore si moltiplicano sui social e in tv, le parole di Mencken suonano più attuali che mai. Ci ricordano che il problema non è solo chi mente sapendo di mentire, ma anche chi ascolta sapendo (o sospettando) che è una menzogna… e ci crede lo stesso.
Perché, come avrebbe aggiunto Mencken con il suo solito ghigno: la democrazia dà a ogni uomo il diritto di essere il proprio oppressore
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Non è solo un racconto di povertà e sopravvivenza: è uno sguardo lucidissimo, crudo e profondamente umano su Parigi e Londra viste dal basso, dalla fame, dalla fatica, dall’emarginazione. Un libro che ti lascia qualcosa addosso e che, arrivato alle ultime pagine, ti fa quasi dispiacere di doverlo chiudere.
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"Quando le montagne cantano" di Nguyen Phan Que Mai

Riassumo il mio pensiero con una frase del libro "Le guerre avevano il potere di trasformare in mostri popoli colti e civili"

Mi avevano incuriosito diversi post su questo libro. Devo dire che da un certo punto in poi non mi ha entusiasmato. Però è sempre occasione per ricordarci che la guerra fa male da tutti i punti di vista. A chi lo ha letto posso suggerire anche "Figlie del Mare" di Mary Lynn Bracht che parla delle ragazze rapite dai Giapponesi per essere sfruttate durante la guerra del Viet Nam. Molto crudo ma fortemente emozionante.
"Uno dei sintomi dell'approssimarsi di un esaurimento nervoso è la convinzione che il proprio lavoro sia terribilmente importante e che prendersi una vacanza porterebbe ogni tipo di disastro. Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti i pazienti che ritengono importante il proprio lavoro. L'esaurimento nervoso che sembra essere prodotto dal lavoro è, in realtà, in tutti i casi che ho conosciuto personalmente, prodotto da qualche problema emotivo da cui il paziente cerca di sfuggire attraverso il suo lavoro. Egli è restio ad abbandonare il suo lavoro perché, se lo fa, non avrà più nulla che lo distragga dai pensieri della sua disgrazia, qualunque essa sia."

[Bertrand Russell - "La conquista della felicità"]
"Quando si parla di buon cittadino s'intende una persona che rispetta le leggi, paga le tasse, onora i debiti, vota alle elezioni, guida coscienziosamente e rispetta il codice della strada, non ha conti in sospeso con la legge... Una persona esemplare, per molti aspetti, che si limita a fare il suo dovere. Niente di più.
L'uomo buono, invece, è un'altra cosa. Forse non sarà così perfetto in tutto, ma è colui che fa le cose ( buone, e spesso ottime e molto speciali) che nessuno gli chiede di fare, ma che la sua coscienza gli impone, anche se nessuno lo vede e nessuno lo sa."

Buoni e Cattivi maestri di Carlo Amedeo Pasotto. pag. 54-55
Il labirinto del silenzio (2014) è un film basato sulla storia vera del processo di Francoforte, il primo grande tentativo della Germania di fine anni ’50 di processare i crimini di Auschwitz.
Il film segue il giovane procuratore Johann Radmann nella sua battaglia solitaria contro l’omertà di una società che ha scelto di dimenticare.
Con passione e lucidità, mostra come un intero popolo abbia riscritto la propria coscienza: ex-SS diventati bravi cittadini, l’orrore trasformato in “erano altri tempi”, la memoria ridotta a fastidio, la verità etichettata come ossessione.
Dimenticare non è un vuoto, è una scelta. Il silenzio non è innocente: è complicità. Un film necessario che ricorda quanto sia forte, in ogni società, la tentazione di seppellire il proprio passato pur di sentirsi di nuovo innocenti.
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Una lettura che ti allontana per un attimo dal nostro pesante e ripetitivo presente. Un modo per divagare e restare dentro una bella storia.
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IL FUTURO È GIÀ FINITO

L'intervista a Pier Paolo #Pasolini presenta una riflessione critica sulla condizione giovanile nei primi anni Settanta. Pasolini interpreta il comportamento aggressivo e irrazionale dei giovani non come semplice ribellione, ma come manifestazione di una profonda fragilità interiore. Dietro il linguaggio violento e provocatorio, egli intravede infatti “uno stato di incertezza esistenziale” e un senso tragico di impotenza.

- Lei, Pasolini, insiste molto sull’irrazionalismo dei giovani. Ma che c’è dietro?
- Uno stato di incertezza esistenziale, profondamente radicato, che sfiora un tragico senso di impotenza. Nel momento che i giovani depongono il loro invadente, violento e, in fondo, repressivo linguaggio, e li si coglie di sorpresa, appaiono estremamente smarriti. Non ho mai visto giovani così bisognosi del padre come i giovani di questa generazione. Quando non si sorvegliano, il loro sguardo si volge intorno mendicando aiuto.

- L’incertezza è il dato dei nevrotici. Allora i giovani…
- È quello che stavo per dire. Fino a dieci anni fa la nevrosi era riscontrata in individui, giovani o anziani, nell’enorme maggioranza appartenente alla borghesia. Adesso, invece, praticamente la nevrosi è dipinta nel viso di tutti. Non c’è viso di giovane che non ne mostri i segni deprimenti.

📰 P.P. PASOLINI, Il futuro è già finito, intervistato da M. CONTI, su«Panorama», XI, n. 3598, marzo 1973, p.83.
📷 Pier Paolo Pasolini nel giardino della casa di via Eufrate 9, Roma, 1973
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E’ la storia di un uomo curioso, onesto e coraggioso che, ancora giovane, ha raggiunto una grande abilità nell’arrampicata, ma che sì è accorto che nell’arrampicata e nelle montagne non c’era la risposta alle sue domande. Fu così, che spinto da motivazioni interiori che riguardano il senso della vita e della morte partì per l’oriente alla ricerca di un maestro che potesse rispondere alle sue domande. Lo trovò nel monastero di Kobe dove ha vissuto per sei anni facendo il maestro di sci per mantenersi, non sapendo, al suo arrivo una parola di giapponese. Poi è tornato fra noi a raccontarci la sua storia e la sua strada.
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“Il persuadere può essere un'arte o
semplicemente una tecnica. L'arte del
persuadere, in quanto arte, non ha altro fine
se non quello della persuasione; come la
pittura non ha altro fine che quello di
dipingere e cessa d'essere arte o pittura
quando vuole moralizzare o insegnare
(…)”. (Prezzolini, 1907, p. 16).
Oggi è diventato faticoso, quasi un atto di resistenza, stare dietro alle cose belle.
Mentre l’opinione pubblica ci vomita addosso sangue, rabbia, scandali, merda e urla, noi dobbiamo combattere per non farci trascinare nel fango.
C’è chi ancora si emoziona per un tramonto che spacca il cielo, per una canzone che ti prende lo stomaco, per uno sguardo vero, per un libro che ti cambia, per le mani di chi ami. Ma per riuscirci devi quasi tapparti le orecchie e blindare il cuore, perché là fuori sembra che solo il dramma venda, solo la polemica faccia rumore, solo l’odio tenga accesi gli schermi.
Io mi rifiuto di arrendermi.
Voglio ancora stupirmi. Voglio ancora innamorarmi delle piccole grandi cose. Voglio ancora difendere la bellezza come si difende un territorio sacro. Perché se smettiamo di cercarla, se smettiamo di crearla, allora hanno vinto loro: i mestatori di odio, i venditori di indignazione, i fabbricanti di paura.
Non gliela diamo vinta.
Oggi più che mai, scegliamo la luce. Anche se è più faticosa. Soprattutto perché è più faticosa
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