Il demagogo è colui che predica dottrine che sa essere false a uomini che sa essere idioti.
Questa frase lapidaria non è di un cinico qualunque. Appartiene a H.L. Mencken, il grande giornalista e satirista americano, il “Saggio di Baltimora”, maestro dell’ironia feroce e del disprezzo elegante verso la politica di massa.
Scritta quasi cento anni fa, sembra descritta ieri. Mencken non aveva pietà per la democrazia intesa come teatro in cui furbi senza scrupoli recitano per idioti compiaciuti. Lui, che detestava il conformismo, il puritanesimo e il “boobus americanus” (il cittadino medio americano), vedeva nel demagogo il prodotto naturale di un sistema che premia chi sa manipolare le emozioni della folla più che la ragione.
Non era un nostalgico di regimi autoritari: semplicemente non si faceva illusioni sull’umanità. Sapeva che la maggior parte degli uomini preferisce una bella bugia confortante alla verità scomoda, e che c’è sempre qualcuno pronto a vendergliela.
Oggi, mentre i demagoghi di ogni colore si moltiplicano sui social e in tv, le parole di Mencken suonano più attuali che mai. Ci ricordano che il problema non è solo chi mente sapendo di mentire, ma anche chi ascolta sapendo (o sospettando) che è una menzogna… e ci crede lo stesso.
Perché, come avrebbe aggiunto Mencken con il suo solito ghigno: la democrazia dà a ogni uomo il diritto di essere il proprio oppressore
Questa frase lapidaria non è di un cinico qualunque. Appartiene a H.L. Mencken, il grande giornalista e satirista americano, il “Saggio di Baltimora”, maestro dell’ironia feroce e del disprezzo elegante verso la politica di massa.
Scritta quasi cento anni fa, sembra descritta ieri. Mencken non aveva pietà per la democrazia intesa come teatro in cui furbi senza scrupoli recitano per idioti compiaciuti. Lui, che detestava il conformismo, il puritanesimo e il “boobus americanus” (il cittadino medio americano), vedeva nel demagogo il prodotto naturale di un sistema che premia chi sa manipolare le emozioni della folla più che la ragione.
Non era un nostalgico di regimi autoritari: semplicemente non si faceva illusioni sull’umanità. Sapeva che la maggior parte degli uomini preferisce una bella bugia confortante alla verità scomoda, e che c’è sempre qualcuno pronto a vendergliela.
Oggi, mentre i demagoghi di ogni colore si moltiplicano sui social e in tv, le parole di Mencken suonano più attuali che mai. Ci ricordano che il problema non è solo chi mente sapendo di mentire, ma anche chi ascolta sapendo (o sospettando) che è una menzogna… e ci crede lo stesso.
Perché, come avrebbe aggiunto Mencken con il suo solito ghigno: la democrazia dà a ogni uomo il diritto di essere il proprio oppressore
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Non è solo un racconto di povertà e sopravvivenza: è uno sguardo lucidissimo, crudo e profondamente umano su Parigi e Londra viste dal basso, dalla fame, dalla fatica, dall’emarginazione. Un libro che ti lascia qualcosa addosso e che, arrivato alle ultime pagine, ti fa quasi dispiacere di doverlo chiudere.
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"Quando le montagne cantano" di Nguyen Phan Que Mai
Riassumo il mio pensiero con una frase del libro "Le guerre avevano il potere di trasformare in mostri popoli colti e civili"
Mi avevano incuriosito diversi post su questo libro. Devo dire che da un certo punto in poi non mi ha entusiasmato. Però è sempre occasione per ricordarci che la guerra fa male da tutti i punti di vista. A chi lo ha letto posso suggerire anche "Figlie del Mare" di Mary Lynn Bracht che parla delle ragazze rapite dai Giapponesi per essere sfruttate durante la guerra del Viet Nam. Molto crudo ma fortemente emozionante.
Riassumo il mio pensiero con una frase del libro "Le guerre avevano il potere di trasformare in mostri popoli colti e civili"
Mi avevano incuriosito diversi post su questo libro. Devo dire che da un certo punto in poi non mi ha entusiasmato. Però è sempre occasione per ricordarci che la guerra fa male da tutti i punti di vista. A chi lo ha letto posso suggerire anche "Figlie del Mare" di Mary Lynn Bracht che parla delle ragazze rapite dai Giapponesi per essere sfruttate durante la guerra del Viet Nam. Molto crudo ma fortemente emozionante.
"Uno dei sintomi dell'approssimarsi di un esaurimento nervoso è la convinzione che il proprio lavoro sia terribilmente importante e che prendersi una vacanza porterebbe ogni tipo di disastro. Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti i pazienti che ritengono importante il proprio lavoro. L'esaurimento nervoso che sembra essere prodotto dal lavoro è, in realtà, in tutti i casi che ho conosciuto personalmente, prodotto da qualche problema emotivo da cui il paziente cerca di sfuggire attraverso il suo lavoro. Egli è restio ad abbandonare il suo lavoro perché, se lo fa, non avrà più nulla che lo distragga dai pensieri della sua disgrazia, qualunque essa sia."
[Bertrand Russell - "La conquista della felicità"]
[Bertrand Russell - "La conquista della felicità"]
"Quando si parla di buon cittadino s'intende una persona che rispetta le leggi, paga le tasse, onora i debiti, vota alle elezioni, guida coscienziosamente e rispetta il codice della strada, non ha conti in sospeso con la legge... Una persona esemplare, per molti aspetti, che si limita a fare il suo dovere. Niente di più.
L'uomo buono, invece, è un'altra cosa. Forse non sarà così perfetto in tutto, ma è colui che fa le cose ( buone, e spesso ottime e molto speciali) che nessuno gli chiede di fare, ma che la sua coscienza gli impone, anche se nessuno lo vede e nessuno lo sa."
Buoni e Cattivi maestri di Carlo Amedeo Pasotto. pag. 54-55
L'uomo buono, invece, è un'altra cosa. Forse non sarà così perfetto in tutto, ma è colui che fa le cose ( buone, e spesso ottime e molto speciali) che nessuno gli chiede di fare, ma che la sua coscienza gli impone, anche se nessuno lo vede e nessuno lo sa."
Buoni e Cattivi maestri di Carlo Amedeo Pasotto. pag. 54-55
Il labirinto del silenzio (2014) è un film basato sulla storia vera del processo di Francoforte, il primo grande tentativo della Germania di fine anni ’50 di processare i crimini di Auschwitz.
Il film segue il giovane procuratore Johann Radmann nella sua battaglia solitaria contro l’omertà di una società che ha scelto di dimenticare.
Con passione e lucidità, mostra come un intero popolo abbia riscritto la propria coscienza: ex-SS diventati bravi cittadini, l’orrore trasformato in “erano altri tempi”, la memoria ridotta a fastidio, la verità etichettata come ossessione.
Dimenticare non è un vuoto, è una scelta. Il silenzio non è innocente: è complicità. Un film necessario che ricorda quanto sia forte, in ogni società, la tentazione di seppellire il proprio passato pur di sentirsi di nuovo innocenti.
Il film segue il giovane procuratore Johann Radmann nella sua battaglia solitaria contro l’omertà di una società che ha scelto di dimenticare.
Con passione e lucidità, mostra come un intero popolo abbia riscritto la propria coscienza: ex-SS diventati bravi cittadini, l’orrore trasformato in “erano altri tempi”, la memoria ridotta a fastidio, la verità etichettata come ossessione.
Dimenticare non è un vuoto, è una scelta. Il silenzio non è innocente: è complicità. Un film necessario che ricorda quanto sia forte, in ogni società, la tentazione di seppellire il proprio passato pur di sentirsi di nuovo innocenti.
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IL FUTURO È GIÀ FINITO
L'intervista a Pier Paolo #Pasolini presenta una riflessione critica sulla condizione giovanile nei primi anni Settanta. Pasolini interpreta il comportamento aggressivo e irrazionale dei giovani non come semplice ribellione, ma come manifestazione di una profonda fragilità interiore. Dietro il linguaggio violento e provocatorio, egli intravede infatti “uno stato di incertezza esistenziale” e un senso tragico di impotenza.
- Lei, Pasolini, insiste molto sull’irrazionalismo dei giovani. Ma che c’è dietro?
- Uno stato di incertezza esistenziale, profondamente radicato, che sfiora un tragico senso di impotenza. Nel momento che i giovani depongono il loro invadente, violento e, in fondo, repressivo linguaggio, e li si coglie di sorpresa, appaiono estremamente smarriti. Non ho mai visto giovani così bisognosi del padre come i giovani di questa generazione. Quando non si sorvegliano, il loro sguardo si volge intorno mendicando aiuto.
- L’incertezza è il dato dei nevrotici. Allora i giovani…
- È quello che stavo per dire. Fino a dieci anni fa la nevrosi era riscontrata in individui, giovani o anziani, nell’enorme maggioranza appartenente alla borghesia. Adesso, invece, praticamente la nevrosi è dipinta nel viso di tutti. Non c’è viso di giovane che non ne mostri i segni deprimenti.
📰 P.P. PASOLINI, Il futuro è già finito, intervistato da M. CONTI, su«Panorama», XI, n. 3598, marzo 1973, p.83.
📷 Pier Paolo Pasolini nel giardino della casa di via Eufrate 9, Roma, 1973
L'intervista a Pier Paolo #Pasolini presenta una riflessione critica sulla condizione giovanile nei primi anni Settanta. Pasolini interpreta il comportamento aggressivo e irrazionale dei giovani non come semplice ribellione, ma come manifestazione di una profonda fragilità interiore. Dietro il linguaggio violento e provocatorio, egli intravede infatti “uno stato di incertezza esistenziale” e un senso tragico di impotenza.
- Lei, Pasolini, insiste molto sull’irrazionalismo dei giovani. Ma che c’è dietro?
- Uno stato di incertezza esistenziale, profondamente radicato, che sfiora un tragico senso di impotenza. Nel momento che i giovani depongono il loro invadente, violento e, in fondo, repressivo linguaggio, e li si coglie di sorpresa, appaiono estremamente smarriti. Non ho mai visto giovani così bisognosi del padre come i giovani di questa generazione. Quando non si sorvegliano, il loro sguardo si volge intorno mendicando aiuto.
- L’incertezza è il dato dei nevrotici. Allora i giovani…
- È quello che stavo per dire. Fino a dieci anni fa la nevrosi era riscontrata in individui, giovani o anziani, nell’enorme maggioranza appartenente alla borghesia. Adesso, invece, praticamente la nevrosi è dipinta nel viso di tutti. Non c’è viso di giovane che non ne mostri i segni deprimenti.
📰 P.P. PASOLINI, Il futuro è già finito, intervistato da M. CONTI, su«Panorama», XI, n. 3598, marzo 1973, p.83.
📷 Pier Paolo Pasolini nel giardino della casa di via Eufrate 9, Roma, 1973
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E’ la storia di un uomo curioso, onesto e coraggioso che, ancora giovane, ha raggiunto una grande abilità nell’arrampicata, ma che sì è accorto che nell’arrampicata e nelle montagne non c’era la risposta alle sue domande. Fu così, che spinto da motivazioni interiori che riguardano il senso della vita e della morte partì per l’oriente alla ricerca di un maestro che potesse rispondere alle sue domande. Lo trovò nel monastero di Kobe dove ha vissuto per sei anni facendo il maestro di sci per mantenersi, non sapendo, al suo arrivo una parola di giapponese. Poi è tornato fra noi a raccontarci la sua storia e la sua strada.
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“Il persuadere può essere un'arte o
semplicemente una tecnica. L'arte del
persuadere, in quanto arte, non ha altro fine
se non quello della persuasione; come la
pittura non ha altro fine che quello di
dipingere e cessa d'essere arte o pittura
quando vuole moralizzare o insegnare
(…)”. (Prezzolini, 1907, p. 16).
semplicemente una tecnica. L'arte del
persuadere, in quanto arte, non ha altro fine
se non quello della persuasione; come la
pittura non ha altro fine che quello di
dipingere e cessa d'essere arte o pittura
quando vuole moralizzare o insegnare
(…)”. (Prezzolini, 1907, p. 16).
Oggi è diventato faticoso, quasi un atto di resistenza, stare dietro alle cose belle.
Mentre l’opinione pubblica ci vomita addosso sangue, rabbia, scandali, merda e urla, noi dobbiamo combattere per non farci trascinare nel fango.
C’è chi ancora si emoziona per un tramonto che spacca il cielo, per una canzone che ti prende lo stomaco, per uno sguardo vero, per un libro che ti cambia, per le mani di chi ami. Ma per riuscirci devi quasi tapparti le orecchie e blindare il cuore, perché là fuori sembra che solo il dramma venda, solo la polemica faccia rumore, solo l’odio tenga accesi gli schermi.
Io mi rifiuto di arrendermi.
Voglio ancora stupirmi. Voglio ancora innamorarmi delle piccole grandi cose. Voglio ancora difendere la bellezza come si difende un territorio sacro. Perché se smettiamo di cercarla, se smettiamo di crearla, allora hanno vinto loro: i mestatori di odio, i venditori di indignazione, i fabbricanti di paura.
Non gliela diamo vinta.
Oggi più che mai, scegliamo la luce. Anche se è più faticosa. Soprattutto perché è più faticosa
Mentre l’opinione pubblica ci vomita addosso sangue, rabbia, scandali, merda e urla, noi dobbiamo combattere per non farci trascinare nel fango.
C’è chi ancora si emoziona per un tramonto che spacca il cielo, per una canzone che ti prende lo stomaco, per uno sguardo vero, per un libro che ti cambia, per le mani di chi ami. Ma per riuscirci devi quasi tapparti le orecchie e blindare il cuore, perché là fuori sembra che solo il dramma venda, solo la polemica faccia rumore, solo l’odio tenga accesi gli schermi.
Io mi rifiuto di arrendermi.
Voglio ancora stupirmi. Voglio ancora innamorarmi delle piccole grandi cose. Voglio ancora difendere la bellezza come si difende un territorio sacro. Perché se smettiamo di cercarla, se smettiamo di crearla, allora hanno vinto loro: i mestatori di odio, i venditori di indignazione, i fabbricanti di paura.
Non gliela diamo vinta.
Oggi più che mai, scegliamo la luce. Anche se è più faticosa. Soprattutto perché è più faticosa
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Oh, Tigre! Tigre! Divampante fulgore nelle foreste della notte...
Leggere The Tyger (La Tigre) di William Blake non è semplicemente leggere una poesia: è essere inceneriti da una visione. È come trovarsi davanti a una creatura che non dovrebbe esistere, eppure esiste, e brucia con una bellezza così terribile da far tremare l’anima.
Blake non descrive una tigre. La evoca. La forgia con martello e incudine proprio come il fabbro cosmico che immagina nella poesia. Ogni strofa è un colpo di martello sull’anima del lettore. Blake non si chiede solo chi ha creato la tigre: si chiede come sia possibile che la stessa mano che ha fatto l’Agnello (innocente, tenero, divino) abbia potuto forgiare anche questo concentrato di potenza, furia e bellezza distruttiva. È la domanda più radicale sulla natura di Dio, sulla dualità del creato, sull’esistenza del male e della ferocia dentro lo stesso disegno divino.
Leggere The Tyger (La Tigre) di William Blake non è semplicemente leggere una poesia: è essere inceneriti da una visione. È come trovarsi davanti a una creatura che non dovrebbe esistere, eppure esiste, e brucia con una bellezza così terribile da far tremare l’anima.
Blake non descrive una tigre. La evoca. La forgia con martello e incudine proprio come il fabbro cosmico che immagina nella poesia. Ogni strofa è un colpo di martello sull’anima del lettore. Blake non si chiede solo chi ha creato la tigre: si chiede come sia possibile che la stessa mano che ha fatto l’Agnello (innocente, tenero, divino) abbia potuto forgiare anche questo concentrato di potenza, furia e bellezza distruttiva. È la domanda più radicale sulla natura di Dio, sulla dualità del creato, sull’esistenza del male e della ferocia dentro lo stesso disegno divino.
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Insciallah è un capolavoro assoluto di Oriana Fallaci. Un romanzo potente, crudo e profondamente umano, che ti cattura dalla prima all’ultima pagina.
Attraverso una scrittura feroce, vibrante e senza filtri, Fallaci racconta la guerra di Beirut del 1983 vista dagli occhi dei soldati italiani del contingente di pace. Ne esce un affresco straordinario sull’assurdità della guerra, sulla paura, sul coraggio e sulla fragilità dell’essere umano.
Il libro contiene anche una critica netta e coraggiosa verso l’Islam: Fallaci non risparmia il fanatismo islamico (soprattutto sciita), la violenza compiuta in nome di Allah e certi aspetti della cultura musulmana che osserva sul campo. È una critica dura, nata dall’esperienza diretta, che già prefigura le posizioni più radicali dei suoi libri successivi.
Un’opera che brucia, commuove, fa riflettere e non lascia indifferenti. Uno dei romanzi italiani più importanti del secondo Novecento.
Da leggere assolutamente.
Attraverso una scrittura feroce, vibrante e senza filtri, Fallaci racconta la guerra di Beirut del 1983 vista dagli occhi dei soldati italiani del contingente di pace. Ne esce un affresco straordinario sull’assurdità della guerra, sulla paura, sul coraggio e sulla fragilità dell’essere umano.
Il libro contiene anche una critica netta e coraggiosa verso l’Islam: Fallaci non risparmia il fanatismo islamico (soprattutto sciita), la violenza compiuta in nome di Allah e certi aspetti della cultura musulmana che osserva sul campo. È una critica dura, nata dall’esperienza diretta, che già prefigura le posizioni più radicali dei suoi libri successivi.
Un’opera che brucia, commuove, fa riflettere e non lascia indifferenti. Uno dei romanzi italiani più importanti del secondo Novecento.
Da leggere assolutamente.
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I miei nonni materni dal Sud Italia alla fine degli anni Cinquanta per cercare lavoro in Svizzera.
Come centinaia di migliaia di italiani della loro generazione affrontarono povertà, sacrifici, regole severe, diffidenza e integrazione in una terra straniera.
Quella storia familiare mi ha spinto a scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio per riflettere sul significato dell'accoglienza, dell'integrazione e del ruolo delle regole in una società democratica.
Credo che la memoria dell'emigrazione italiana abbia ancora molto da insegnarci.
Se vi farà piacere leggerla, sopra il link
Come centinaia di migliaia di italiani della loro generazione affrontarono povertà, sacrifici, regole severe, diffidenza e integrazione in una terra straniera.
Quella storia familiare mi ha spinto a scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio per riflettere sul significato dell'accoglienza, dell'integrazione e del ruolo delle regole in una società democratica.
Credo che la memoria dell'emigrazione italiana abbia ancora molto da insegnarci.
Se vi farà piacere leggerla, sopra il link
Con Jesus, David Flusser compie un'operazione culturale e storica di grande valore: restituisce Gesù di Nazaret alla sua dimensione originaria, quella del mondo ebraico del I secolo. L'autore, tra i più autorevoli studiosi dell'ebraismo del Secondo Tempio, mostra come Gesù non possa essere compreso se separato dal contesto religioso, culturale e spirituale da cui è emerso.
Flusser rende così un servizio prezioso non solo agli studiosi, ma anche ai cristiani. La salvezza annunciata dal cristianesimo non appare più come il riferimento a un evento lontano, sottratto alla storia e accessibile soltanto attraverso la fede, né come un semplice sentimento religioso interiore. Essa prende forma nella vicenda concreta di un uomo vissuto in un determinato tempo e in un determinato popolo.
Attraverso un'accurata analisi del Nuovo Testamento e delle fonti ebraiche coeve, Flusser delinea il profilo di un Gesù storico, reale e profondamente ebreo. Un Gesù che non si contrappone all'ebraismo, ma che ne rappresenta una delle espressioni più alte e originali.
Jesus è dunque molto più di una biografia storica. È un invito a riscoprire le radici ebraiche del cristianesimo e a comprendere come la fede, per non trasformarsi in astrazione, abbia bisogno di rimanere ancorata alla storia e alla concretezza dell'esperienza umana.
Flusser rende così un servizio prezioso non solo agli studiosi, ma anche ai cristiani. La salvezza annunciata dal cristianesimo non appare più come il riferimento a un evento lontano, sottratto alla storia e accessibile soltanto attraverso la fede, né come un semplice sentimento religioso interiore. Essa prende forma nella vicenda concreta di un uomo vissuto in un determinato tempo e in un determinato popolo.
Attraverso un'accurata analisi del Nuovo Testamento e delle fonti ebraiche coeve, Flusser delinea il profilo di un Gesù storico, reale e profondamente ebreo. Un Gesù che non si contrappone all'ebraismo, ma che ne rappresenta una delle espressioni più alte e originali.
Jesus è dunque molto più di una biografia storica. È un invito a riscoprire le radici ebraiche del cristianesimo e a comprendere come la fede, per non trasformarsi in astrazione, abbia bisogno di rimanere ancorata alla storia e alla concretezza dell'esperienza umana.
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