🌎INFLAZIONE: MA NON DOVEVAMO NON VEDERCI PIÙ?
📉Patti chiari
+6,4%: è l’inflazione registrata a gennaio negli Stati Uniti. Un calo, il settimo da luglio, che però non raggiunge le aspettative dei mercati (6,2%). E se gli analisti avvertono che dati più alti del previsto potrebbero essere causati (anche) da modifiche metodologiche (che da quest’anno darebbero maggior peso al mercato immobiliare), sui mercati hanno già iniziato a ritararsi su un’inflazione che cala più lentamente del previsto.
Anche per questo oggi gli investitori, che nelle ultime settimane avevano iniziato ad aspettarsi un allentamento delle politiche restrittive della Fed, ricominciano a scommettere al rialzo, cioè su tassi di interesse americani che supereranno il 5%, seguiti (forse) da un taglio solo a fine anno. D’altronde alla Fed erano stati chiari: per tagliare i tassi durante l'estate una riduzione dell'inflazione è condizione necessaria, ma deve raffreddarsi anche il mercato del lavoro.
🪙L’altra faccia della moneta
Infatti un primo campanello d’allarme si era acceso già qualche settimana fa, quando il Bureau of Labor Statistics statunitense aveva annunciato ben mezzo milione di nuovi occupati solo a gennaio, raggiungendo (e superando) i livelli pre-pandemici.
Una notizia, l’aumento degli occupati, che costituisce un buon segnale di ripresa economica, ma fa anche temere le conseguenze sull’aumento dei prezzi. Con l’incremento dell’occupazione, le aziende aumentano i salari (+4,4% negli ultimi 12 mesi) per competere su un bacino di disoccupati minore. I maggiori costi di produzione vengono poi trasferiti ai consumatori, alimentando così l’inflazione.
Una spirale di salari-inflazione che rende più arduo il compito della Fed. Riuscirà la banca centrale a contenere l'aumento dei prezzi senza causare una recessione nella maggiore economia mondiale?
😃Stay positive
Nel frattempo, in Europa la tanto temuta recessione non sembra arrivare. Grazie al rallentamento dell'inflazione e al continuo calo dei prezzi del gas, il Blocco supera nuovamente le aspettative di crescita economica, che oggi la Commissione stima a +0,8% per il 2023 (+0,9% per l’Eurozona), rispetto al +0,3% della precedente previsione.
Certo, il panorama rimane ancora estremamente incerto: crescita lenta e inflazione destinata a mollare la presa sul potere d'acquisto solo gradualmente, con l’inflazione core (senza i prezzi volatili di energia e alimenti) che ancora non sembra aver raggiunto il suo picco.
Insomma, crescita meglio del previsto, ma pur sempre ridotta. Basterà per scongiurare definitivamente la recessione?
👉🇺🇦Vertice dei ministri della Difesa NATO a Bruxelles: “Offensiva di primavera è cominciata”. Tre caccia russi intercettati sulla Polonia mentre la Moldavia teme un golpe filorusso. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-loffensiva-di-primavera-114820
📉Patti chiari
+6,4%: è l’inflazione registrata a gennaio negli Stati Uniti. Un calo, il settimo da luglio, che però non raggiunge le aspettative dei mercati (6,2%). E se gli analisti avvertono che dati più alti del previsto potrebbero essere causati (anche) da modifiche metodologiche (che da quest’anno darebbero maggior peso al mercato immobiliare), sui mercati hanno già iniziato a ritararsi su un’inflazione che cala più lentamente del previsto.
Anche per questo oggi gli investitori, che nelle ultime settimane avevano iniziato ad aspettarsi un allentamento delle politiche restrittive della Fed, ricominciano a scommettere al rialzo, cioè su tassi di interesse americani che supereranno il 5%, seguiti (forse) da un taglio solo a fine anno. D’altronde alla Fed erano stati chiari: per tagliare i tassi durante l'estate una riduzione dell'inflazione è condizione necessaria, ma deve raffreddarsi anche il mercato del lavoro.
🪙L’altra faccia della moneta
Infatti un primo campanello d’allarme si era acceso già qualche settimana fa, quando il Bureau of Labor Statistics statunitense aveva annunciato ben mezzo milione di nuovi occupati solo a gennaio, raggiungendo (e superando) i livelli pre-pandemici.
Una notizia, l’aumento degli occupati, che costituisce un buon segnale di ripresa economica, ma fa anche temere le conseguenze sull’aumento dei prezzi. Con l’incremento dell’occupazione, le aziende aumentano i salari (+4,4% negli ultimi 12 mesi) per competere su un bacino di disoccupati minore. I maggiori costi di produzione vengono poi trasferiti ai consumatori, alimentando così l’inflazione.
Una spirale di salari-inflazione che rende più arduo il compito della Fed. Riuscirà la banca centrale a contenere l'aumento dei prezzi senza causare una recessione nella maggiore economia mondiale?
😃Stay positive
Nel frattempo, in Europa la tanto temuta recessione non sembra arrivare. Grazie al rallentamento dell'inflazione e al continuo calo dei prezzi del gas, il Blocco supera nuovamente le aspettative di crescita economica, che oggi la Commissione stima a +0,8% per il 2023 (+0,9% per l’Eurozona), rispetto al +0,3% della precedente previsione.
Certo, il panorama rimane ancora estremamente incerto: crescita lenta e inflazione destinata a mollare la presa sul potere d'acquisto solo gradualmente, con l’inflazione core (senza i prezzi volatili di energia e alimenti) che ancora non sembra aver raggiunto il suo picco.
Insomma, crescita meglio del previsto, ma pur sempre ridotta. Basterà per scongiurare definitivamente la recessione?
👉🇺🇦Vertice dei ministri della Difesa NATO a Bruxelles: “Offensiva di primavera è cominciata”. Tre caccia russi intercettati sulla Polonia mentre la Moldavia teme un golpe filorusso. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-loffensiva-di-primavera-114820
🌏 CINA: GRAND TOUR DIPLOMATICO
🇨🇳 Sì, viaggiare
È iniziato ieri il lungo viaggio diplomatico in Europa di Wang Yi, ex ministro degli Esteri e da inizio anno capo della diplomazia del Partito comunista cinese. Un tour di otto giorni che lo porterà in Francia, Italia, Ungheria e, dulcis in fundo, in Russia. In particolare, la sua visita nel nostro Paese, dove è atteso domani, potrà essere il momento per organizzare un futuro incontro tra Giorgia Meloni e Xi Jinping, ipotizzato in occasione del G20 di Bali, e per chiarire il futuro atteggiamento italiano nei confronti della partecipazione alla Nuova Via della Seta.
Un viaggio dall’agenda così piena con i partner europei sarà per Pechino l’occasione per promuovere agli occhi dell’Occidente la sua visione della sicurezza globale, anche e soprattutto con riferimento alla guerra in Ucraina.
🇺🇸 Meet me halfway
A tal proposito, Wang dovrebbe partecipare alla Munich Security Conference (17-19 febbraio), a cui presenzieranno anche il Segretario di Stato americano Antony Blinken e la Vicepresidente USA Kamala Harris. L’appuntamento giunge dopo il polverone levatosi con l’affaire dei palloni spia, che ha portato a una battuta d’arresto nei tentativi di stabilizzazione delle relazioni tra Pechino e Washington, e al posticipo del viaggio di Blinken a Pechino, inizialmente previsto a inizio mese.
Lo “spy balloon gate” inizia ora a sgonfiarsi, anche con la conferma che i tre oggetti abbattuti dai jet americani scorsa settimana avevano scopi commerciali e non di spionaggio. Resta quindi da capire se a queste dichiarazioni distensive farà seguito un incontro, allo studio delle diplomazie, tra Blinken e Wang Yi, proprio a margine della Conferenza di Monaco.
❓ Dulcis in fundo
Al di là di strappi e toppe con gli Stati Uniti, in questo viaggio la Cina guarda all’Europa. Le relazioni con Bruxelles sono state messe alla prova dopo l’invasione dell’Ucraina. Pechino ha mantenuto una posizione ambivalente riguardo alla guerra, rifiutando di condannarla (anche con le sue votazioni alle Nazioni Unite), e rimanendo al contrario legata alla Russia da un’affinità di interessi commerciali e da una visione dell’ordine internazionale contrapposto all’Occidente. Nel corso del 2022 gli scambi commerciali con Mosca hanno segnato un nuovo record, con un aumento annuo del 29,3%.
Ma Pechino tiene anche le distanze, come segnalano le divergenze emerse sull’uso del nucleare. Insomma, “amicizia senza limiti” ma la Cina non vuole rinunciare al suo ruolo di potenziale mediatore tra Russia e Occidente.
L’incontro con Putin arriverà alla fine di questa tournée europea, e questi giorni saranno l’occasione per tutte le parti per sondare il terreno e le posizioni reciproche.
👉🇮🇱 Dalle tensioni con i palestinesi alle proteste contro la riforma giudiziaria: Israele affronta due crisi distinte ma collegate ed essenziali per il futuro del paese. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-due-crisi-in-una-115164
🇨🇳 Sì, viaggiare
È iniziato ieri il lungo viaggio diplomatico in Europa di Wang Yi, ex ministro degli Esteri e da inizio anno capo della diplomazia del Partito comunista cinese. Un tour di otto giorni che lo porterà in Francia, Italia, Ungheria e, dulcis in fundo, in Russia. In particolare, la sua visita nel nostro Paese, dove è atteso domani, potrà essere il momento per organizzare un futuro incontro tra Giorgia Meloni e Xi Jinping, ipotizzato in occasione del G20 di Bali, e per chiarire il futuro atteggiamento italiano nei confronti della partecipazione alla Nuova Via della Seta.
Un viaggio dall’agenda così piena con i partner europei sarà per Pechino l’occasione per promuovere agli occhi dell’Occidente la sua visione della sicurezza globale, anche e soprattutto con riferimento alla guerra in Ucraina.
🇺🇸 Meet me halfway
A tal proposito, Wang dovrebbe partecipare alla Munich Security Conference (17-19 febbraio), a cui presenzieranno anche il Segretario di Stato americano Antony Blinken e la Vicepresidente USA Kamala Harris. L’appuntamento giunge dopo il polverone levatosi con l’affaire dei palloni spia, che ha portato a una battuta d’arresto nei tentativi di stabilizzazione delle relazioni tra Pechino e Washington, e al posticipo del viaggio di Blinken a Pechino, inizialmente previsto a inizio mese.
Lo “spy balloon gate” inizia ora a sgonfiarsi, anche con la conferma che i tre oggetti abbattuti dai jet americani scorsa settimana avevano scopi commerciali e non di spionaggio. Resta quindi da capire se a queste dichiarazioni distensive farà seguito un incontro, allo studio delle diplomazie, tra Blinken e Wang Yi, proprio a margine della Conferenza di Monaco.
❓ Dulcis in fundo
Al di là di strappi e toppe con gli Stati Uniti, in questo viaggio la Cina guarda all’Europa. Le relazioni con Bruxelles sono state messe alla prova dopo l’invasione dell’Ucraina. Pechino ha mantenuto una posizione ambivalente riguardo alla guerra, rifiutando di condannarla (anche con le sue votazioni alle Nazioni Unite), e rimanendo al contrario legata alla Russia da un’affinità di interessi commerciali e da una visione dell’ordine internazionale contrapposto all’Occidente. Nel corso del 2022 gli scambi commerciali con Mosca hanno segnato un nuovo record, con un aumento annuo del 29,3%.
Ma Pechino tiene anche le distanze, come segnalano le divergenze emerse sull’uso del nucleare. Insomma, “amicizia senza limiti” ma la Cina non vuole rinunciare al suo ruolo di potenziale mediatore tra Russia e Occidente.
L’incontro con Putin arriverà alla fine di questa tournée europea, e questi giorni saranno l’occasione per tutte le parti per sondare il terreno e le posizioni reciproche.
👉🇮🇱 Dalle tensioni con i palestinesi alle proteste contro la riforma giudiziaria: Israele affronta due crisi distinte ma collegate ed essenziali per il futuro del paese. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-due-crisi-in-una-115164
🌍UCRAINA: LA GUERRA DELLE FABBRICHE
🔍AAA armamenti cercasi
L’Occidente sta finendo le munizioni. A una settimana dal tour delle capitali europee del presidente Volodymyr Zelensky, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, lancia l’allarme: le munizioni non basteranno, dobbiamo aumentare la produzione.
Nonostante carri armati e caccia siano stati per settimane al centro del dibattito, in Ucraina potrebbe esserci quindi un problema ben più urgente. Il motivo è semplice: da quasi un anno l’esercito ucraino spara più di 5.000 proiettili d'artiglieria al giorno, un numero che in tempo di pace corrispondeva agli ordini di un piccolo Paese europeo in un intero anno. Al contempo, decenni di commesse governative limitate hanno ridotto la capacità di produzione dell’industria bellica europea.
Ora inadatta ad aumentare la produzione rapidamente.
🪖Guerra di trincea
Una questione che comincia a colpire anche gli Stati Uniti, dove l'esercito punta ad aumentare entro primavera la produzione di proiettili da 155 mm - uno standard NATO per l'artiglieria - da 14.000 a 20.000 al mese. Mentre i $2 miliardi di investimenti annunciati a gennaio dovrebbero contribuire alla costruzione di nuovi impianti per raggiungere una capacità produttiva mensile di 90.000 proiettili già dall'anno prossimo.
E se le richieste di Zelensky hanno messo a nudo una vulnerabilità dell'industria della difesa americana, a preoccupare Washington sono più le scelte strategiche del Pentagono e la consapevolezza che, almeno per ora, le munizioni di riserva potrebbero non essere sufficienti nel caso si aprisse un altro fronte, per esempio quello tra Cina e Taiwan.
In fondo, dopo anni di combattimenti in teatri come Iraq e Afghanistan, chi si sarebbe immaginato un ritorno alla guerra terrestre. Figuriamoci su suolo europeo.
🆘A domanda rispondo
Se non si possono produrre munizioni prima della controffensiva primaverile, si possono sempre cercare altrove. O almeno così pensavano a Washington quando hanno offerto alle nazioni latinoamericane di donare all'Ucraina i loro obsoleti equipaggiamenti militari di fabbricazione russa in cambio di armi americane di qualità superiore. Meno d’accordo i presidenti di Argentina, Brasile e Colombia, che si sono rifiutati di inviare le proprie armi in Ucraina. “Siamo Paesi pacifisti”, leggasi preferiamo rimanere neutrali.
Insomma, nessun dubbio sulla volontà politica dell’Occidente di sostenere l'Ucraina, ma meno certezza sulla capacità effettiva di fornire abbastanza, e abbastanza velocemente. E mentre il problema delle munizioni comincia ad interessare anche le forze russe, una domanda potrebbe timidamente iniziare a sorgere: sarà il momento di tornare al tavolo dei negoziati?
👉🏴Le dimissioni a sorpresa di Nicola Sturgeon ricordano quelle di Jacinda Ardern, ma dietro la sua decisione c’è la battaglia per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/scozia-bye-bye-nicola-sturgeon-115701
🔍AAA armamenti cercasi
L’Occidente sta finendo le munizioni. A una settimana dal tour delle capitali europee del presidente Volodymyr Zelensky, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, lancia l’allarme: le munizioni non basteranno, dobbiamo aumentare la produzione.
Nonostante carri armati e caccia siano stati per settimane al centro del dibattito, in Ucraina potrebbe esserci quindi un problema ben più urgente. Il motivo è semplice: da quasi un anno l’esercito ucraino spara più di 5.000 proiettili d'artiglieria al giorno, un numero che in tempo di pace corrispondeva agli ordini di un piccolo Paese europeo in un intero anno. Al contempo, decenni di commesse governative limitate hanno ridotto la capacità di produzione dell’industria bellica europea.
Ora inadatta ad aumentare la produzione rapidamente.
🪖Guerra di trincea
Una questione che comincia a colpire anche gli Stati Uniti, dove l'esercito punta ad aumentare entro primavera la produzione di proiettili da 155 mm - uno standard NATO per l'artiglieria - da 14.000 a 20.000 al mese. Mentre i $2 miliardi di investimenti annunciati a gennaio dovrebbero contribuire alla costruzione di nuovi impianti per raggiungere una capacità produttiva mensile di 90.000 proiettili già dall'anno prossimo.
E se le richieste di Zelensky hanno messo a nudo una vulnerabilità dell'industria della difesa americana, a preoccupare Washington sono più le scelte strategiche del Pentagono e la consapevolezza che, almeno per ora, le munizioni di riserva potrebbero non essere sufficienti nel caso si aprisse un altro fronte, per esempio quello tra Cina e Taiwan.
In fondo, dopo anni di combattimenti in teatri come Iraq e Afghanistan, chi si sarebbe immaginato un ritorno alla guerra terrestre. Figuriamoci su suolo europeo.
🆘A domanda rispondo
Se non si possono produrre munizioni prima della controffensiva primaverile, si possono sempre cercare altrove. O almeno così pensavano a Washington quando hanno offerto alle nazioni latinoamericane di donare all'Ucraina i loro obsoleti equipaggiamenti militari di fabbricazione russa in cambio di armi americane di qualità superiore. Meno d’accordo i presidenti di Argentina, Brasile e Colombia, che si sono rifiutati di inviare le proprie armi in Ucraina. “Siamo Paesi pacifisti”, leggasi preferiamo rimanere neutrali.
Insomma, nessun dubbio sulla volontà politica dell’Occidente di sostenere l'Ucraina, ma meno certezza sulla capacità effettiva di fornire abbastanza, e abbastanza velocemente. E mentre il problema delle munizioni comincia ad interessare anche le forze russe, una domanda potrebbe timidamente iniziare a sorgere: sarà il momento di tornare al tavolo dei negoziati?
👉🏴Le dimissioni a sorpresa di Nicola Sturgeon ricordano quelle di Jacinda Ardern, ma dietro la sua decisione c’è la battaglia per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/scozia-bye-bye-nicola-sturgeon-115701
🌏 USA, TAIWAN, CINA: RELAZIONI PERICOLOSE
🇺🇸 🇹🇼 Un viaggio scomodo
A due settimane dall’inizio dello “spy-balloon gate”, un tassello si aggiunge al mosaico di recriminazioni e incertezze tra Washington e Pechino. Questa volta al centro delle acque agitate del rapporto tra le due potenze vi è Taiwan, dove oggi è appena sbarcato il più alto funzionario del Pentagono per la Cina, Michael Chase, vicesegretario alla Difesa americano.
Si tratta di una delle visite statunitensi di più alto livello nell’isola, dopo quella ad agosto della Speaker della Camera dei Rappresentanti USA Nancy Pelosi che aveva suscitato le ire di Pechino. La visita si innesta in un quadro di dissapori riguardo Taiwan che esistono da anni, rischiando di esacerbare un momento già teso. E all’orizzonte c’è il possibile viaggio in primavera del nuovo Speaker della Camera, il Repubblicano Kevin McCarthy.
🇨🇳 L’isola proibita
Pechino da sempre condanna le interazioni ufficiali tra Stati Uniti e Taiwan, sulla quale ha ambizioni di sovranità, considerandole una minaccia alla “one China” policy, un punto cruciale delle relazioni sino-americane sin dal 1979.
Sia Washington che Taipei sono state parche di commenti ufficiali sulla visita in corso. Ma il portavoce del Pentagono ha ribadito che il supporto americano all’isola nell’eventualità di un’invasione cinese rimane “rock-solid”. Una posizione che in qualche modo supera la consueta ambiguità strategica americana sulla questione riguardo alla volontà di intervenire militarmente.
Gli Stati Uniti, inoltre, continuano a sostenere Taipei attraverso una lauta fornitura di armi: a settembre, ad esempio, hanno approvato una vendita per più di 1,1 miliardi di dollari. Di recente, Pechino ha emanato sanzioni nei confronti delle due aziende americane coinvolte nella fornitura, bollate come “entità inaffidabili”.
❔ Cielo pesante
Insomma, segnali, da entrambe le parti, che le tensioni stanno aumentando anche su questo fronte. Mentre le diplomazie di USA e Cina affrontano un momento spinoso. La polemica degli spy-ballons ha portato al posticipo della visita del Segretario di Stato americano Antony Blinken a Pechino, facendo calare il gelo su una faticosa azione di distensione che i due Paesi cercavano di portare avanti. A manifestare un desiderio di normalizzazione, nella giornata di ieri Joe Biden ha annunciato la sua intenzione di parlare con Xi Jinping per “andare a fondo della questione”.
Nel frattempo, rimane vaga la possibilità di un incontro tra Blinken e il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Wang Yi a margine della Conferenza di Monaco iniziata oggi. Il meeting sarebbe una possibilità per iniziare a ricucire uno strappo.
Ma la coltre di nubi calata sulle relazioni USA-Cina non sembra finora diradarsi nemmeno in territorio europeo.
👉 🇷🇺 Le sanzioni europee alla Russia funzionano ancora? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-sanzioni-alla-russia-funzionano-ancora-115851
🇺🇸 🇹🇼 Un viaggio scomodo
A due settimane dall’inizio dello “spy-balloon gate”, un tassello si aggiunge al mosaico di recriminazioni e incertezze tra Washington e Pechino. Questa volta al centro delle acque agitate del rapporto tra le due potenze vi è Taiwan, dove oggi è appena sbarcato il più alto funzionario del Pentagono per la Cina, Michael Chase, vicesegretario alla Difesa americano.
Si tratta di una delle visite statunitensi di più alto livello nell’isola, dopo quella ad agosto della Speaker della Camera dei Rappresentanti USA Nancy Pelosi che aveva suscitato le ire di Pechino. La visita si innesta in un quadro di dissapori riguardo Taiwan che esistono da anni, rischiando di esacerbare un momento già teso. E all’orizzonte c’è il possibile viaggio in primavera del nuovo Speaker della Camera, il Repubblicano Kevin McCarthy.
🇨🇳 L’isola proibita
Pechino da sempre condanna le interazioni ufficiali tra Stati Uniti e Taiwan, sulla quale ha ambizioni di sovranità, considerandole una minaccia alla “one China” policy, un punto cruciale delle relazioni sino-americane sin dal 1979.
Sia Washington che Taipei sono state parche di commenti ufficiali sulla visita in corso. Ma il portavoce del Pentagono ha ribadito che il supporto americano all’isola nell’eventualità di un’invasione cinese rimane “rock-solid”. Una posizione che in qualche modo supera la consueta ambiguità strategica americana sulla questione riguardo alla volontà di intervenire militarmente.
Gli Stati Uniti, inoltre, continuano a sostenere Taipei attraverso una lauta fornitura di armi: a settembre, ad esempio, hanno approvato una vendita per più di 1,1 miliardi di dollari. Di recente, Pechino ha emanato sanzioni nei confronti delle due aziende americane coinvolte nella fornitura, bollate come “entità inaffidabili”.
❔ Cielo pesante
Insomma, segnali, da entrambe le parti, che le tensioni stanno aumentando anche su questo fronte. Mentre le diplomazie di USA e Cina affrontano un momento spinoso. La polemica degli spy-ballons ha portato al posticipo della visita del Segretario di Stato americano Antony Blinken a Pechino, facendo calare il gelo su una faticosa azione di distensione che i due Paesi cercavano di portare avanti. A manifestare un desiderio di normalizzazione, nella giornata di ieri Joe Biden ha annunciato la sua intenzione di parlare con Xi Jinping per “andare a fondo della questione”.
Nel frattempo, rimane vaga la possibilità di un incontro tra Blinken e il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Wang Yi a margine della Conferenza di Monaco iniziata oggi. Il meeting sarebbe una possibilità per iniziare a ricucire uno strappo.
Ma la coltre di nubi calata sulle relazioni USA-Cina non sembra finora diradarsi nemmeno in territorio europeo.
👉 🇷🇺 Le sanzioni europee alla Russia funzionano ancora? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-sanzioni-alla-russia-funzionano-ancora-115851
❤1
🌍MOLDAVIA: TENSIONE AL CONFINE DEL CONFLITTO
🪟La finestra sul cortile
Doveva andare in Polonia per rassicurare i partner europei sull’impegno americano nella guerra in Ucraina, ma Biden ha deciso di fare di più, recandosi direttamente a Kyiv per la prima volta dall'inizio dell'invasione russa. Ma se il presidente Zelensky può mostrarsi ottimista, definendo l’incontro come “importante e pieno di significato, nella vicina Moldavia crescono invece le tensioni con Mosca.
Mentre domenica la presidente moldava Maia Sandu chiedeva alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco una maggiore inclusione del suo Paese nei piani di sicurezza europea, a Chișinău migliaia di persone scendevano in piazza per domandare le dimissioni del suo governo filo-occidentale.
Un'opposizione lecita e democratica, se non fosse che ad organizzare la manifestazione ci fosse il partito filorusso “Shor”, il cui leader, Ilan Shor, è stato sanzionato da Washington e Londra per i suoi legami con Mosca. Sarà davvero solo il drastico aumento delle bollette a spingere alla contestazione?
💌Dalla Russia con amore?
Non secondo la presidente della Moldavia, che da giorni accusa il Cremlino di fomentare il disordine per rovesciare il nuovo governo – in carica da 4 giorni - e istallarne uno filo-russo. Un rischio annunciato dallo stesso Volodymyr Zelensky in occasione della sua visita al Parlamento europeo a inizio febbraio. Da Mosca, però, respingono le accuse, chiamando in causa i fallimenti sociali ed economici delle autorità moldave.
Eppure, un dubbio rimane: dal 1992, dopo una breve guerra in cui Mosca è intervenuta al fianco dei ribelli, la Moldavia convive con una regione separatista filo-russa, la Transnistria. Durante un referendum nel 2006, il 97% delle 400mila persone che vivono nell'enclave si è dichiarata favorevole ad una riadesione alla Russia.
Una situazione che ricorda il 2014 in Crimea, e più recentemente il Donbass.
❓Trovarsi in mezzo
Pur escludendo un’invasione dell’ex Paese sovietico, la caduta del governo filo-occidentale segnerebbe la fine del futuro europeo della Moldavia, da giugno candidata all’adesione Ue insieme all’Ucraina. Una vittoria per il Cremlino, che preferisce mantenere governi a lui favorevoli nei Paesi che si trovano fra i suoi confini e quelli dei membri della NATO, come la Romania.
Per questo l’Europa osserva con preoccupazione le proteste di domenica e accoglie il ministro degli esteri moldavo Nico Popescu, oggi a Bruxelles per chiedere di includere nel prossimo pacchetto di sanzioni anche gli oligarchi e i politici coinvolti nel tentativo di destabilizzare la Moldavia. L’Ue sta poi valutando di inviare esperti informatici per aiutare il Paese a respingere gli attacchi degli hackers di Mosca.
Basterà per salvare la Moldavia?
👉🇺🇦 A un anno dall’inizio della guerra, Joe Biden vola a Kiev e incontra Zelensky: “Putin ha sbagliato i calcoli, pronti a sostenervi tutto il tempo necessario”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-a-kiev-per-un-anno-di-guerra-116326
📊Come è cambiato il mondo a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina? ISPI ha provato a spiegarlo in 12 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-anno-di-guerra-in-ucraina-12-grafici-per-capire-come-e-cambiato-il-mondo-116428
🪟La finestra sul cortile
Doveva andare in Polonia per rassicurare i partner europei sull’impegno americano nella guerra in Ucraina, ma Biden ha deciso di fare di più, recandosi direttamente a Kyiv per la prima volta dall'inizio dell'invasione russa. Ma se il presidente Zelensky può mostrarsi ottimista, definendo l’incontro come “importante e pieno di significato, nella vicina Moldavia crescono invece le tensioni con Mosca.
Mentre domenica la presidente moldava Maia Sandu chiedeva alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco una maggiore inclusione del suo Paese nei piani di sicurezza europea, a Chișinău migliaia di persone scendevano in piazza per domandare le dimissioni del suo governo filo-occidentale.
Un'opposizione lecita e democratica, se non fosse che ad organizzare la manifestazione ci fosse il partito filorusso “Shor”, il cui leader, Ilan Shor, è stato sanzionato da Washington e Londra per i suoi legami con Mosca. Sarà davvero solo il drastico aumento delle bollette a spingere alla contestazione?
💌Dalla Russia con amore?
Non secondo la presidente della Moldavia, che da giorni accusa il Cremlino di fomentare il disordine per rovesciare il nuovo governo – in carica da 4 giorni - e istallarne uno filo-russo. Un rischio annunciato dallo stesso Volodymyr Zelensky in occasione della sua visita al Parlamento europeo a inizio febbraio. Da Mosca, però, respingono le accuse, chiamando in causa i fallimenti sociali ed economici delle autorità moldave.
Eppure, un dubbio rimane: dal 1992, dopo una breve guerra in cui Mosca è intervenuta al fianco dei ribelli, la Moldavia convive con una regione separatista filo-russa, la Transnistria. Durante un referendum nel 2006, il 97% delle 400mila persone che vivono nell'enclave si è dichiarata favorevole ad una riadesione alla Russia.
Una situazione che ricorda il 2014 in Crimea, e più recentemente il Donbass.
❓Trovarsi in mezzo
Pur escludendo un’invasione dell’ex Paese sovietico, la caduta del governo filo-occidentale segnerebbe la fine del futuro europeo della Moldavia, da giugno candidata all’adesione Ue insieme all’Ucraina. Una vittoria per il Cremlino, che preferisce mantenere governi a lui favorevoli nei Paesi che si trovano fra i suoi confini e quelli dei membri della NATO, come la Romania.
Per questo l’Europa osserva con preoccupazione le proteste di domenica e accoglie il ministro degli esteri moldavo Nico Popescu, oggi a Bruxelles per chiedere di includere nel prossimo pacchetto di sanzioni anche gli oligarchi e i politici coinvolti nel tentativo di destabilizzare la Moldavia. L’Ue sta poi valutando di inviare esperti informatici per aiutare il Paese a respingere gli attacchi degli hackers di Mosca.
Basterà per salvare la Moldavia?
👉🇺🇦 A un anno dall’inizio della guerra, Joe Biden vola a Kiev e incontra Zelensky: “Putin ha sbagliato i calcoli, pronti a sostenervi tutto il tempo necessario”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-a-kiev-per-un-anno-di-guerra-116326
📊Come è cambiato il mondo a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina? ISPI ha provato a spiegarlo in 12 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-anno-di-guerra-in-ucraina-12-grafici-per-capire-come-e-cambiato-il-mondo-116428
🌍 WAGNER: L’AVANGUARDIA DEL CREMLINO
🇷🇺 Per grazia ricevuta
Continua l’assedio russo di Bakhmut a opera della compagnia militare privata russa Wagner. Secondo fonti NATO, questi assalti costerebbero la vita a 2.000 mercenari della compagine ogni 90 metri di territorio guadagnato. Tra le file di Wagner, per lo più di detenuti arruolati negli scorsi mesi dal padre-padrone della milizia, Yevgeny Prigozhin, che ha promesso loro la grazia se fossero sopravvissuti sei mesi in prima linea.
Una carneficina utile agli invasori per tenere impegnati gli ucraini a est e necessaria per Prigozhin per dare a Putin una vittoria simbolica in occasione dell’anniversario della guerra. Ad ottobre, era stato lo stesso Prigozhin a promettere una veloce presa della città, salvo poi smentirsi negli scorsi giorni annunciando che una conquista non avverrà prima di marzo o aprile. Ma la sua influenza nella società russa resta alta.
🪖 Tutti gli uomini del presidente
Prigozhin ha iniziato la sua carriera vendendo hot dog, per poi diventare il gestore dei catering del Cremlino. In cambio dell’attivismo militare dei suoi mercenari è stato poi ricompensato con una serie di concessioni minerarie che negli ultimi quattro anni gli hanno fruttato oltre 250 miliardi di dollari, nonostante le sanzioni occidentali provino invano a bloccare tali rendite.
Al potere economico si sta affiancando quello politico. Per anni Prigozhin ha negato il suo legame con il gruppo Wagner, ma negli scorsi mesi ha ammesso di esserne il fondatore, iniziato a pubblicizzarne i successi (come la conquista di Soledar) e aperto la prima sede del gruppo a San Pietroburgo. Una strategia che insieme alle critiche ai vertici dell'esercito russo lo ha portato ad essere uno dei punti di riferimento dell’ala ultranazionalista russa.
🌐 Braccio armato
Il gruppo Wagner e altre compagnie militari private (PMC) rappresentano per il Cremlino un importante strumento di politica estera in zone di conflitto. Mosca può infatti schierare contingenti militari, che non riconosce ufficialmente, in paesi ricchi di risorse e con una governance debole, dove offre sostegno militare, tecnico e logistico in cambio di vantaggi economici e geopolitici. Dei 27 Paesi in cui al 2021 era stata rilevata la presenza di PMC russe, la metà si trovano nell'Africa subsahariana. Il numero di Paesi che si servono di questi paramilitari russi ha visto una crescita vertiginosa: nel 2015 erano solo 4. Questo nonostante un operato spesso associato ad abusi dei diritti umani.
Ne è un esempio recente il Mali, che dal 2021 ha aperto le porte a Wagner per ricevere sostegno nella lotta contro l’instabilità jihadista nel paese. Mentre proliferano le voci che anche il vicino Burkina Faso sia in procinto di fare un passo simile.
Con l’evolversi nella guerra, le PMC assumono un sempre più evidente ruolo militare e geostrategico per Mosca, in Europa come altrove.
👉 🇺🇦 Come è cambiato il mondo a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina? Abbiamo provato a spiegarlo con questi 12 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-anno-di-guerra-in-ucraina-12-grafici-per-capire-come-e-cambiato-il-mondo-116428
🇷🇺 Per grazia ricevuta
Continua l’assedio russo di Bakhmut a opera della compagnia militare privata russa Wagner. Secondo fonti NATO, questi assalti costerebbero la vita a 2.000 mercenari della compagine ogni 90 metri di territorio guadagnato. Tra le file di Wagner, per lo più di detenuti arruolati negli scorsi mesi dal padre-padrone della milizia, Yevgeny Prigozhin, che ha promesso loro la grazia se fossero sopravvissuti sei mesi in prima linea.
Una carneficina utile agli invasori per tenere impegnati gli ucraini a est e necessaria per Prigozhin per dare a Putin una vittoria simbolica in occasione dell’anniversario della guerra. Ad ottobre, era stato lo stesso Prigozhin a promettere una veloce presa della città, salvo poi smentirsi negli scorsi giorni annunciando che una conquista non avverrà prima di marzo o aprile. Ma la sua influenza nella società russa resta alta.
🪖 Tutti gli uomini del presidente
Prigozhin ha iniziato la sua carriera vendendo hot dog, per poi diventare il gestore dei catering del Cremlino. In cambio dell’attivismo militare dei suoi mercenari è stato poi ricompensato con una serie di concessioni minerarie che negli ultimi quattro anni gli hanno fruttato oltre 250 miliardi di dollari, nonostante le sanzioni occidentali provino invano a bloccare tali rendite.
Al potere economico si sta affiancando quello politico. Per anni Prigozhin ha negato il suo legame con il gruppo Wagner, ma negli scorsi mesi ha ammesso di esserne il fondatore, iniziato a pubblicizzarne i successi (come la conquista di Soledar) e aperto la prima sede del gruppo a San Pietroburgo. Una strategia che insieme alle critiche ai vertici dell'esercito russo lo ha portato ad essere uno dei punti di riferimento dell’ala ultranazionalista russa.
🌐 Braccio armato
Il gruppo Wagner e altre compagnie militari private (PMC) rappresentano per il Cremlino un importante strumento di politica estera in zone di conflitto. Mosca può infatti schierare contingenti militari, che non riconosce ufficialmente, in paesi ricchi di risorse e con una governance debole, dove offre sostegno militare, tecnico e logistico in cambio di vantaggi economici e geopolitici. Dei 27 Paesi in cui al 2021 era stata rilevata la presenza di PMC russe, la metà si trovano nell'Africa subsahariana. Il numero di Paesi che si servono di questi paramilitari russi ha visto una crescita vertiginosa: nel 2015 erano solo 4. Questo nonostante un operato spesso associato ad abusi dei diritti umani.
Ne è un esempio recente il Mali, che dal 2021 ha aperto le porte a Wagner per ricevere sostegno nella lotta contro l’instabilità jihadista nel paese. Mentre proliferano le voci che anche il vicino Burkina Faso sia in procinto di fare un passo simile.
Con l’evolversi nella guerra, le PMC assumono un sempre più evidente ruolo militare e geostrategico per Mosca, in Europa come altrove.
👉 🇺🇦 Come è cambiato il mondo a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina? Abbiamo provato a spiegarlo con questi 12 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-anno-di-guerra-in-ucraina-12-grafici-per-capire-come-e-cambiato-il-mondo-116428
🌎 INTERNET E USA: LIBERTÀ VS ESTREMISMO
💻 Youtube alla sbarra
Era la sera del 13 novembre 2015 quando una serie di attacchi terroristici a Parigi uccise 130 persone e ne ferì più di 400. Fra le vittime dell’attentato alla sala concerti Bataclan, Nohemi Gonzalez, studentessa californiana, i cui genitori ora accusano YouTube - di proprietà di Google - di aver contribuito alla sua morte.
Secondo l'accusa, portata avanti grazie alla ong israeliana Shurat HaDin, le piattaforme social avrebbero permesso agli jihadisti islamici di reclutare seguaci e incitare alla violenza. Sul tavolo degli imputati l’algoritmo di YouTube, che, selezionando i contenuti da portare in evidenza, avrebbe contribuito alle attività terroristiche.
Eppure, la piattaforma non è imputabile dei contenuti pubblicati dagli utenti. Perché?
🇺🇸 Editori e diffusori
In base alla Sezione 230 della legge americana sul “buon costume nelle comunicazioni”, le piattaforme online non sono legalmente responsabili dei contenuti pubblicati da terzi. Uno scudo legale che, secondo i critici, permette alle aziende online di evitare le responsabilità per crimini commessi sulle loro piattaforme. Per i sostenitori, invece, garantisce la libertà di espressione sancita dal primo emendamento della Costituzione statunitense.
Secondo gli avvocati della parte lesa, però, il caso andrebbe oltre la protezione garantita dalla Sezione 230: l’utilizzo di algoritmi per consigliare i contenuti “accattivanti” agli utenti non riguarda persone terze, ma la piattaforma in primis. E così la questione è arrivata ieri alla Corte Suprema degli Stati Uniti, dove i giudici avranno l'opportunità di chiarire, e restringere, le modalità di applicazione della legge.
Riusciranno nove giuristi a pronunciarsi su una questione così tecnica e dalle implicazioni tutt’altro che scontate?
⚖️ Internet fuorilegge?
Dalla limitazione della Sezione 230, che secondo alcuni ha creato l'era dei moderni social media, potrebbe infatti dipendere il futuro di Internet. Motivo per cui le aziende tecnologiche guardano con preoccupazione al caso, temendo una decisione che renderebbe il web vulnerabile a decine di azioni legali, minacciandone forse la stessa esistenza.
La decisione della Corte Suprema si aggiunge così a un'accesa discussione mondiale sulla regolamentazione del mondo digital. Molti governi sostengono che i social network siano diventati terreno fertile per i discorsi d'odio e la disinformazione, e in Europa il Digital Service Act li obbligherà (dalla prossima estate) a prestare maggiore attenzione alla diffusione di contenuti illegali.
Gli Stati Uniti manterranno una legge che, seppur cruciale per permettere alle Big Tech americane di prosperare, è stata concepita trent’anni fa, in un mondo senza social network?
👉 🇳🇬 Sabato la Nigeria andrà al voto per il dopo Buhari: una partita cruciale per il futuro del più popoloso stato africano e dell’intero continente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-nigeria-si-gioca-tutto-117105
💻 Youtube alla sbarra
Era la sera del 13 novembre 2015 quando una serie di attacchi terroristici a Parigi uccise 130 persone e ne ferì più di 400. Fra le vittime dell’attentato alla sala concerti Bataclan, Nohemi Gonzalez, studentessa californiana, i cui genitori ora accusano YouTube - di proprietà di Google - di aver contribuito alla sua morte.
Secondo l'accusa, portata avanti grazie alla ong israeliana Shurat HaDin, le piattaforme social avrebbero permesso agli jihadisti islamici di reclutare seguaci e incitare alla violenza. Sul tavolo degli imputati l’algoritmo di YouTube, che, selezionando i contenuti da portare in evidenza, avrebbe contribuito alle attività terroristiche.
Eppure, la piattaforma non è imputabile dei contenuti pubblicati dagli utenti. Perché?
🇺🇸 Editori e diffusori
In base alla Sezione 230 della legge americana sul “buon costume nelle comunicazioni”, le piattaforme online non sono legalmente responsabili dei contenuti pubblicati da terzi. Uno scudo legale che, secondo i critici, permette alle aziende online di evitare le responsabilità per crimini commessi sulle loro piattaforme. Per i sostenitori, invece, garantisce la libertà di espressione sancita dal primo emendamento della Costituzione statunitense.
Secondo gli avvocati della parte lesa, però, il caso andrebbe oltre la protezione garantita dalla Sezione 230: l’utilizzo di algoritmi per consigliare i contenuti “accattivanti” agli utenti non riguarda persone terze, ma la piattaforma in primis. E così la questione è arrivata ieri alla Corte Suprema degli Stati Uniti, dove i giudici avranno l'opportunità di chiarire, e restringere, le modalità di applicazione della legge.
Riusciranno nove giuristi a pronunciarsi su una questione così tecnica e dalle implicazioni tutt’altro che scontate?
⚖️ Internet fuorilegge?
Dalla limitazione della Sezione 230, che secondo alcuni ha creato l'era dei moderni social media, potrebbe infatti dipendere il futuro di Internet. Motivo per cui le aziende tecnologiche guardano con preoccupazione al caso, temendo una decisione che renderebbe il web vulnerabile a decine di azioni legali, minacciandone forse la stessa esistenza.
La decisione della Corte Suprema si aggiunge così a un'accesa discussione mondiale sulla regolamentazione del mondo digital. Molti governi sostengono che i social network siano diventati terreno fertile per i discorsi d'odio e la disinformazione, e in Europa il Digital Service Act li obbligherà (dalla prossima estate) a prestare maggiore attenzione alla diffusione di contenuti illegali.
Gli Stati Uniti manterranno una legge che, seppur cruciale per permettere alle Big Tech americane di prosperare, è stata concepita trent’anni fa, in un mondo senza social network?
👉 🇳🇬 Sabato la Nigeria andrà al voto per il dopo Buhari: una partita cruciale per il futuro del più popoloso stato africano e dell’intero continente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-nigeria-si-gioca-tutto-117105
🌍 UK E BREXIT: SIAMO ALLA FRUTTA?
🍅 Togliere le castagne dal fuoco
Da ieri ci sono razionamenti nelle vendite di alcuni prodotti ortofrutticoli nei maggiori supermercati del Regno Unito. È il caso di Tesco, dove ogni cliente può acquistare solo tre confezioni di pomodori, peperoni e cetrioli. O di Asda, dove le restrizioni sono già estese a insalata, broccoli, cavolfiori e lamponi.
Le cause ufficiali sono diverse: con l'aumento del prezzo del gas, riscaldare le serre costa di più, e lo stesso dicasi per il costo dei fertilizzanti. Così i produttori britannici hanno ridotto le forniture di vegetali, e molti rivenditori hanno scelto di aumentare le importazioni.
Una scelta che li ha però esposti alla volatilità del mercato mondiale, in cui il clima sta generando scarsità.
🇬🇧 Il pelo nell’uovo
Durante l’inverno il Regno Unito importa circa il 95% dei pomodori e il 90% delle lattughe da Spagna e Nord Africa. È bastato dunque un clima insolitamente freddo nella regione attorno ad Almeria, e alcune inondazioni che hanno colpito le coltivazioni in Marocco, a rendere evidenti le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento.
E Brexit? Le nuove procedure di frontiera per le importazioni di frutta e verdura da paesi Ue non entreranno in vigore prima di gennaio 2024. Eppure il suo zampino potrebbe anche esserci: aggravando la carenza di manodopera, ha costretto i produttori locali ad aumentare i salari e dunque il costo dei prodotti domestici. Mentre temute lungaggini burocratiche alle dogane contribuiscono a rendere il Regno Unito un mercato meno desiderabile per gli esportatori Ue, soprattutto quelli di prodotti deperibili.
📈 Ciliegina sulla torta
E i sospetti su Brexit non finiscono qui. Basti pensare che i Paesi Ue, alle prese con le stesse sfide (crisi energetica e fluttuazioni climatiche) e con un’inflazione sui prodotti alimentari persino maggiore (a dicembre +18% anno su anno, contro +13% in UK), non denunciano carenze nei negozi.
Di sicuro poi Brexit ha gettato nell’incertezza gli agricoltori britannici, che grazie alla Politica agricola comune Ue ricevevano 4 miliardi di euro l’anno in sussidi. Solo il mese scorso, a tre anni dalla Brexit, gli agricoltori hanno saputo che Westminster stanzierà solo 2,7 miliardi di euro l’anno.
Non esattamente un bel viatico per un negoziato, quello sulla Brexit, sul quale il governo Sunak si prepara allo scontro. Stretto tra la necessità di trovare un compromesso con Bruxelles (che dall’anno scorso accusa Londra di violare il diritto internazionale) e una maggioranza tory ancora troppo lontana dalla realtà. E dagli scaffali dei supermercati.
👉🇵🇸 Dopo l’uccisione di 11 palestinesi a Nablus, si moltiplicano appelli alla calma. Ma di questo passo, tra israeliani e palestinesi le cose possono solo peggiorare. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-verso-una-nuova-intifada-117685
🍅 Togliere le castagne dal fuoco
Da ieri ci sono razionamenti nelle vendite di alcuni prodotti ortofrutticoli nei maggiori supermercati del Regno Unito. È il caso di Tesco, dove ogni cliente può acquistare solo tre confezioni di pomodori, peperoni e cetrioli. O di Asda, dove le restrizioni sono già estese a insalata, broccoli, cavolfiori e lamponi.
Le cause ufficiali sono diverse: con l'aumento del prezzo del gas, riscaldare le serre costa di più, e lo stesso dicasi per il costo dei fertilizzanti. Così i produttori britannici hanno ridotto le forniture di vegetali, e molti rivenditori hanno scelto di aumentare le importazioni.
Una scelta che li ha però esposti alla volatilità del mercato mondiale, in cui il clima sta generando scarsità.
🇬🇧 Il pelo nell’uovo
Durante l’inverno il Regno Unito importa circa il 95% dei pomodori e il 90% delle lattughe da Spagna e Nord Africa. È bastato dunque un clima insolitamente freddo nella regione attorno ad Almeria, e alcune inondazioni che hanno colpito le coltivazioni in Marocco, a rendere evidenti le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento.
E Brexit? Le nuove procedure di frontiera per le importazioni di frutta e verdura da paesi Ue non entreranno in vigore prima di gennaio 2024. Eppure il suo zampino potrebbe anche esserci: aggravando la carenza di manodopera, ha costretto i produttori locali ad aumentare i salari e dunque il costo dei prodotti domestici. Mentre temute lungaggini burocratiche alle dogane contribuiscono a rendere il Regno Unito un mercato meno desiderabile per gli esportatori Ue, soprattutto quelli di prodotti deperibili.
📈 Ciliegina sulla torta
E i sospetti su Brexit non finiscono qui. Basti pensare che i Paesi Ue, alle prese con le stesse sfide (crisi energetica e fluttuazioni climatiche) e con un’inflazione sui prodotti alimentari persino maggiore (a dicembre +18% anno su anno, contro +13% in UK), non denunciano carenze nei negozi.
Di sicuro poi Brexit ha gettato nell’incertezza gli agricoltori britannici, che grazie alla Politica agricola comune Ue ricevevano 4 miliardi di euro l’anno in sussidi. Solo il mese scorso, a tre anni dalla Brexit, gli agricoltori hanno saputo che Westminster stanzierà solo 2,7 miliardi di euro l’anno.
Non esattamente un bel viatico per un negoziato, quello sulla Brexit, sul quale il governo Sunak si prepara allo scontro. Stretto tra la necessità di trovare un compromesso con Bruxelles (che dall’anno scorso accusa Londra di violare il diritto internazionale) e una maggioranza tory ancora troppo lontana dalla realtà. E dagli scaffali dei supermercati.
👉🇵🇸 Dopo l’uccisione di 11 palestinesi a Nablus, si moltiplicano appelli alla calma. Ma di questo passo, tra israeliani e palestinesi le cose possono solo peggiorare. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-verso-una-nuova-intifada-117685
🌍UE: ANNIVERSARIO CON SANZIONI?
👀 Assenze illustri
E sono (quasi) dieci. A breve dovrebbe arrivare la fumata bianca sul decimo pacchetto dell’Unione Europea di sanzioni contro la Russia. Resta solo da superare lo scetticismo della Polonia, che reputa troppo alto il tetto proposto alle importazioni di gomma sintetica russa, superiore alle quantità arrivata ogni anno dello scorso decennio.
C’è però accordo sul resto delle misure, che prevedono nuove restrizioni all’esportazione verso Mosca di componenti elettronici, macchinari, motori e pezzi di ricambio che potrebbero essere usati dall’esercito russo, per un valore totale di circa 11 miliardi di euro. Un vero e proprio focus su tecnologia duale (usata per scopi civili e militari) e non solo, senza però includere due delle principali richieste di Kiev: il divieto a diamanti e nucleare russi.
💎Un diamante (russo) è per sempre
Anversa è la capitale mondiale del traffico del prezioso minerale. Da qui passano l'86% dei diamanti grezzi del mondo. Di questi, prima della guerra, uno su quattro proveniva dalla Russia. Ora la percentuale si è ridotta notevolmente, ma il Belgio teme che l’inclusione tra le sanzioni di un embargo dei diamanti russi metterebbe a rischio 10mila posti di lavoro nella città: un costo politico insostenibile.
Discorso affine per il nucleare. 18 reattori nucleari su 100 attivi nell’UE sono stati costruiti con il supporto dall’agenzia nucleare russa, Rosatom, che esporta anche gran parte dell’uranio necessario per il loro funzionamento. Tagliare questi rapporti metterebbe a rischio il 37% della produzione di energia della Repubblica Ceca e un terzo del fabbisogno di Bulgaria e Ungheria. Che ad agosto ha persino firmato un nuovo accordo con la Russia per l’apertura di due nuovi reattori.
🔗Scissioni europee
Non è certo la prima volta che l’UE si divide nelle discussioni riguardo alle sanzioni alla Russia. Anche gli scorsi nove pacchetti sono stati oggetto di veti multipli (in primis dell’Ungheria) poi superati dopo settimane di trattative. Non bisogna poi dimenticare le sanzioni alla Russia per l’invasione della Crimea nel 2014, che portarono a più di un malumore nel fronte europeo, nonostante si trattasse di provvedimenti dalla portata estremamente ridotta rispetto a quelli attuali.
La coesione europea è quindi forse una delle buone notizie di questo primo anno di guerra. Ma si profila un bivio spinoso. L'Europa è infatti divisa tra due scuole di pensiero sul possibile sbocco del conflitto. Da una parte la linea dura dei Paesi dell’Est, con Polonia e Baltici che spingono per una vittoria totale ucraina (comprensiva di riconquista della Crimea). Dall’altra, quella più cauta dell’Europa centrale, occidentale e mediterranea, che reputa inevitabile un compromesso con Mosca.
L’Europa può rimanere unita pur con questa divisione?
🎙Un anno di guerra in Ucraina. Stiamo assistendo ai prodromi di una nuova Guerra Fredda? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-un-anno-di-guerra-in-ucraina-e-una-nuova-guerra-fredda-tra-usa-e-russia-117891
🪖L’invasione dell’Ucraina ha riportato la guerra in Europa. Ma è assai diversa da quella che avremmo immaginato. A come sarà, purtroppo, il futuro della guerra, ISPI dedica il suo ultimo longread. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/il-futuro-della-guerra
👀 Assenze illustri
E sono (quasi) dieci. A breve dovrebbe arrivare la fumata bianca sul decimo pacchetto dell’Unione Europea di sanzioni contro la Russia. Resta solo da superare lo scetticismo della Polonia, che reputa troppo alto il tetto proposto alle importazioni di gomma sintetica russa, superiore alle quantità arrivata ogni anno dello scorso decennio.
C’è però accordo sul resto delle misure, che prevedono nuove restrizioni all’esportazione verso Mosca di componenti elettronici, macchinari, motori e pezzi di ricambio che potrebbero essere usati dall’esercito russo, per un valore totale di circa 11 miliardi di euro. Un vero e proprio focus su tecnologia duale (usata per scopi civili e militari) e non solo, senza però includere due delle principali richieste di Kiev: il divieto a diamanti e nucleare russi.
💎Un diamante (russo) è per sempre
Anversa è la capitale mondiale del traffico del prezioso minerale. Da qui passano l'86% dei diamanti grezzi del mondo. Di questi, prima della guerra, uno su quattro proveniva dalla Russia. Ora la percentuale si è ridotta notevolmente, ma il Belgio teme che l’inclusione tra le sanzioni di un embargo dei diamanti russi metterebbe a rischio 10mila posti di lavoro nella città: un costo politico insostenibile.
Discorso affine per il nucleare. 18 reattori nucleari su 100 attivi nell’UE sono stati costruiti con il supporto dall’agenzia nucleare russa, Rosatom, che esporta anche gran parte dell’uranio necessario per il loro funzionamento. Tagliare questi rapporti metterebbe a rischio il 37% della produzione di energia della Repubblica Ceca e un terzo del fabbisogno di Bulgaria e Ungheria. Che ad agosto ha persino firmato un nuovo accordo con la Russia per l’apertura di due nuovi reattori.
🔗Scissioni europee
Non è certo la prima volta che l’UE si divide nelle discussioni riguardo alle sanzioni alla Russia. Anche gli scorsi nove pacchetti sono stati oggetto di veti multipli (in primis dell’Ungheria) poi superati dopo settimane di trattative. Non bisogna poi dimenticare le sanzioni alla Russia per l’invasione della Crimea nel 2014, che portarono a più di un malumore nel fronte europeo, nonostante si trattasse di provvedimenti dalla portata estremamente ridotta rispetto a quelli attuali.
La coesione europea è quindi forse una delle buone notizie di questo primo anno di guerra. Ma si profila un bivio spinoso. L'Europa è infatti divisa tra due scuole di pensiero sul possibile sbocco del conflitto. Da una parte la linea dura dei Paesi dell’Est, con Polonia e Baltici che spingono per una vittoria totale ucraina (comprensiva di riconquista della Crimea). Dall’altra, quella più cauta dell’Europa centrale, occidentale e mediterranea, che reputa inevitabile un compromesso con Mosca.
L’Europa può rimanere unita pur con questa divisione?
🎙Un anno di guerra in Ucraina. Stiamo assistendo ai prodromi di una nuova Guerra Fredda? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-un-anno-di-guerra-in-ucraina-e-una-nuova-guerra-fredda-tra-usa-e-russia-117891
🪖L’invasione dell’Ucraina ha riportato la guerra in Europa. Ma è assai diversa da quella che avremmo immaginato. A come sarà, purtroppo, il futuro della guerra, ISPI dedica il suo ultimo longread. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/il-futuro-della-guerra
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🌍
🇬🇧🇪🇺
È stato un pomeriggio di intense negoziazioni a Windsor, dove la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è recata per incontrare il primo ministro inglese Rishi Sunak. L’obiettivo: raggiungere un accordo per risolvere l’annosa questione della gestione dei commerci con e attraverso l’Irlanda del Nord.
Il tema aveva creato conflitti e malumori sia all’interno del Regno Unito che con l’Unione europea, tanto che Bruxelles aveva intrapreso un’azione legale contro Londra (poi sospesa) per il mancato rispetto del protocollo del 2020. La cooperazione tra i due lati della Manica è poi ripresa e, tra scambi top secret e un accordo siglato già a gennaio per lo scambio di dati in tempo reale sul commercio, è sfociata nel patto annunciato questo pomeriggio.
🇮🇪
Secondo il protocollo del 2020, i beni scambiati tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord venivano sottoposti a controlli all’arrivo nell’Irlanda del Nord, invece che al confine tra questa e la Repubblica di Irlanda. Questa seconda opzione era stata infatti considerata molto sensibile a causa della travagliata storia politica del Paese. L’integrità territoriale dell’isola era così salva, evitando che venisse istituito un vero e proprio confine tra le due parti.
Ma, al contempo, manteneva l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo, creando di fatto una barriera commerciale nel Mare del Nord e aumentando quindi le procedure burocratiche. Uno scenario sgradito agli unionisti, in particolare al Democratic Unionist party (DUP), che a febbraio 2022 si è ritirato dal governo di Stormont (dove ha sede l’Assemblea dell’Irlanda del Nord) in segno di protesta, aprendo una fase di instabilità politica.
🚛
Il “new Windsor framework” annunciato da Sunak prevede un sistema per l’alleggerimento dei controlli sulle merci destinate all’Irlanda del Nord, che verrebbero importate con una “green lane” semplificata, rispetto a quelle dirette al mercato europeo (“red lane”). Intorno a questo fulcro, l’accordo dovrebbe garantire la sicurezza del mercato unico europeo, rassicurando al contempo chi vedeva minacciata la sovranità nordirlandese e l’integrità del Regno unito.
Si tratta però anche di un passo importante per distendere i rapporti tra Londra e Bruxelles nel segno di un atteggiamento definito “costruttivo” – in una data, forse non casualmente, ancora vicina a quella dell’anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina.
L’impresa di Sunak, però, non è finita. In serata, presenterà al parlamento. Il Primo ministro ha definito l’accordo “epocale”. Sarà in grado di convincere anche le forze più intransigenti ed euroscettiche?
👉🚢
BREXIT, IL RITORNO: PATTO PER L’IRLANDA DEL NORD 🇬🇧🇪🇺
Deal done? È stato un pomeriggio di intense negoziazioni a Windsor, dove la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è recata per incontrare il primo ministro inglese Rishi Sunak. L’obiettivo: raggiungere un accordo per risolvere l’annosa questione della gestione dei commerci con e attraverso l’Irlanda del Nord.
Il tema aveva creato conflitti e malumori sia all’interno del Regno Unito che con l’Unione europea, tanto che Bruxelles aveva intrapreso un’azione legale contro Londra (poi sospesa) per il mancato rispetto del protocollo del 2020. La cooperazione tra i due lati della Manica è poi ripresa e, tra scambi top secret e un accordo siglato già a gennaio per lo scambio di dati in tempo reale sul commercio, è sfociata nel patto annunciato questo pomeriggio.
🇮🇪
La sottile linea doganaleSecondo il protocollo del 2020, i beni scambiati tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord venivano sottoposti a controlli all’arrivo nell’Irlanda del Nord, invece che al confine tra questa e la Repubblica di Irlanda. Questa seconda opzione era stata infatti considerata molto sensibile a causa della travagliata storia politica del Paese. L’integrità territoriale dell’isola era così salva, evitando che venisse istituito un vero e proprio confine tra le due parti.
Ma, al contempo, manteneva l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo, creando di fatto una barriera commerciale nel Mare del Nord e aumentando quindi le procedure burocratiche. Uno scenario sgradito agli unionisti, in particolare al Democratic Unionist party (DUP), che a febbraio 2022 si è ritirato dal governo di Stormont (dove ha sede l’Assemblea dell’Irlanda del Nord) in segno di protesta, aprendo una fase di instabilità politica.
🚛
Una questione di sfumature Il “new Windsor framework” annunciato da Sunak prevede un sistema per l’alleggerimento dei controlli sulle merci destinate all’Irlanda del Nord, che verrebbero importate con una “green lane” semplificata, rispetto a quelle dirette al mercato europeo (“red lane”). Intorno a questo fulcro, l’accordo dovrebbe garantire la sicurezza del mercato unico europeo, rassicurando al contempo chi vedeva minacciata la sovranità nordirlandese e l’integrità del Regno unito.
Si tratta però anche di un passo importante per distendere i rapporti tra Londra e Bruxelles nel segno di un atteggiamento definito “costruttivo” – in una data, forse non casualmente, ancora vicina a quella dell’anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina.
L’impresa di Sunak, però, non è finita. In serata, presenterà al parlamento. Il Primo ministro ha definito l’accordo “epocale”. Sarà in grado di convincere anche le forze più intransigenti ed euroscettiche?
👉🚢
Il naufragio al largo delle coste calabresi riporta l’immigrazione al centro del dibattito, tra accuse all’Europa e all’Italia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-strage-dei-migranti-118463🌎USA-CINA: COVID E ALTRI VELENI
🧐Da dove sbuchi fuori
La pandemia di Covid avrebbe avuto origine da una fuga accidentale da un laboratorio scientifico cinese. Questo è quanto riporta (con un basso grado di certezza) un nuovo rapporto (che smentisce il precedente del 2021) del dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, voce autorevole nel panorama americano che supervisiona l’attività di numerosi laboratori nel campo della biologia avanzata.
Si riaccende così il dibattito sull’origine del coronavirus, su cui si erano già espressi diversi dipartimenti dell’intelligence USA, con opinioni discordanti. L’FBI crede nell’origine da laboratorio, mentre quattro agenzie governative reputano più probabile che la pandemia sia nata per trasmissione naturale. Due sono ancora indecise. E se le accuse sul Covid del governo statunitense alla Cina non sono nuove, il loro tempismo non sembra casuale.
🧮La matematica non sarà mai il mio mestiere
Sin dallo scoppio della pandemia, gli Stati Uniti hanno invitato la Cina a garantire la trasparenza delle indagini internazionali sull’origine della pandemia. Pechino dal canto suo aveva chiesto di non politicizzare la questione. Ma poi, la mancanza di collaborazione delle autorità cinesi ha portato a metà febbraio l'Organizzazione Mondiale della Sanità a rinunciare a continuare l’indagine scientifica sull’origine del Covid, fondamentale per prevenire future pandemie.
Parallelamente, i numeri del coronavirus in Cina continuano a destare più di un dubbio. Il governo cinese parla ormai di vittoria decisiva sul virus: più dell'80% della popolazione sarebbe stata infettata dalla fine della politica zero-Covid, e i morti sarebbero solo 87mila (0,006% della popolazione). Secondo numerosi modelli internazionali, in realtà i decessi sarebbero compresi tra i 600mila e i 2 milioni.
📣 J’accuse
La nebbia cinese su origine e gestione del Covid19 è terreno fertile per le accuse americane che arrivano in un momento in cui Pechino è impegnata a rilanciare il suo ruolo internazionale dopo l’isolamento pandemico. Come si è visto con il discorso di Liu He, lo zar economico cinese, a Davos, il viaggio del capo della diplomazia cinese Wang Yi in Europa e la proposta di pace in 12 punti sulla guerra in Ucraina.
Non a caso, nelle ultime settimane gli USA hanno di nuovo accusato Pechino non solo di aver causato la pandemia, ma anche di voler fornire armi alla Russia, così da screditare il ruolo cinese di mediatore nella guerra in Ucraina.
Oltre che sul piano diplomatico, la competizione resta tesa su quello economico: è di oggi la decisione del Dipartimento del Commercio di vietare ai produttori di chip statunitensi, che vogliano beneficiare di sussidi nazionali, di espandere la capacità produttiva in Cina per un decennio.
C'è ancora spazio per una distensione?
🔴Il premier britannico Rishi Sunak ha annunciato un accordo con la Commissione Europea sul commercio con e attraverso l’Irlanda del Nord. Si chiude il capitolo della Brexit? Ne parliamo nella tavola rotonda ISPI di giovedì 2 marzo alle ore 18.00. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/evento/brexit-accordo-finale
👉🇨🇳🇧🇾Oggi il presidente bielorusso Lukashenko si reca a Pechino per vedere Xi Jinping, mentre in Kazakistan il Segretario Usa Anthony Blinken incontra i ministri delle repubbliche dell’Asia Centrale, tradizionale sfera d’influenza di Mosca. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-cina-diplomazie-incrociate-118694
🧐Da dove sbuchi fuori
La pandemia di Covid avrebbe avuto origine da una fuga accidentale da un laboratorio scientifico cinese. Questo è quanto riporta (con un basso grado di certezza) un nuovo rapporto (che smentisce il precedente del 2021) del dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, voce autorevole nel panorama americano che supervisiona l’attività di numerosi laboratori nel campo della biologia avanzata.
Si riaccende così il dibattito sull’origine del coronavirus, su cui si erano già espressi diversi dipartimenti dell’intelligence USA, con opinioni discordanti. L’FBI crede nell’origine da laboratorio, mentre quattro agenzie governative reputano più probabile che la pandemia sia nata per trasmissione naturale. Due sono ancora indecise. E se le accuse sul Covid del governo statunitense alla Cina non sono nuove, il loro tempismo non sembra casuale.
🧮La matematica non sarà mai il mio mestiere
Sin dallo scoppio della pandemia, gli Stati Uniti hanno invitato la Cina a garantire la trasparenza delle indagini internazionali sull’origine della pandemia. Pechino dal canto suo aveva chiesto di non politicizzare la questione. Ma poi, la mancanza di collaborazione delle autorità cinesi ha portato a metà febbraio l'Organizzazione Mondiale della Sanità a rinunciare a continuare l’indagine scientifica sull’origine del Covid, fondamentale per prevenire future pandemie.
Parallelamente, i numeri del coronavirus in Cina continuano a destare più di un dubbio. Il governo cinese parla ormai di vittoria decisiva sul virus: più dell'80% della popolazione sarebbe stata infettata dalla fine della politica zero-Covid, e i morti sarebbero solo 87mila (0,006% della popolazione). Secondo numerosi modelli internazionali, in realtà i decessi sarebbero compresi tra i 600mila e i 2 milioni.
📣 J’accuse
La nebbia cinese su origine e gestione del Covid19 è terreno fertile per le accuse americane che arrivano in un momento in cui Pechino è impegnata a rilanciare il suo ruolo internazionale dopo l’isolamento pandemico. Come si è visto con il discorso di Liu He, lo zar economico cinese, a Davos, il viaggio del capo della diplomazia cinese Wang Yi in Europa e la proposta di pace in 12 punti sulla guerra in Ucraina.
Non a caso, nelle ultime settimane gli USA hanno di nuovo accusato Pechino non solo di aver causato la pandemia, ma anche di voler fornire armi alla Russia, così da screditare il ruolo cinese di mediatore nella guerra in Ucraina.
Oltre che sul piano diplomatico, la competizione resta tesa su quello economico: è di oggi la decisione del Dipartimento del Commercio di vietare ai produttori di chip statunitensi, che vogliano beneficiare di sussidi nazionali, di espandere la capacità produttiva in Cina per un decennio.
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