🌍UE-USA: RIMBALZI TRANSATLANTICI
👋 Faccia a faccia
Nuovo episodio nella saga della concorrenza mondiale per la leadership nella tecnologia green. Oggi, i ministri dell’economia francese, Bruno Le Maire, e tedesco, Robert Habeck, sono andati a Washington per incontrare la segretaria al tesoro Janet Yellen, la rappresentante del commercio Katherine Tai e la segretaria al commercio Gina Raimondo.
L’oggetto delle discussioni è sempre lo stesso: l’Inflation Reduction Act (IRA) americano. I suoi 369 miliardi di dollari in agevolazioni fiscali e sussidi per dare nuova linfa green all’industria statunitense fanno preoccupare l’Europa, che teme un’ondata di disinvestimenti a favore dell’altra sponda dell’Atlantico. Ecco, quindi, che Francia e Germania hanno deciso di portare queste preoccupazioni direttamente alla Casa Bianca, sperando in una maggiore collaborazione.
🏖 Ultima spiaggia
L’IRA è già in vigore dal 1° gennaio 2023. Ma c’è ancora spazio per l’Europa per influire sulle linee guida del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, attese per marzo, che definiscono gli aspetti ancora poco chiari sull’applicazione della legge.
Il problema è che si fatica a far fronte comune sul lato europeo. Giovedì e venerdì ci si attende infatti una discussione accesa al Consiglio europeo straordinario sul Piano industriale del Green Deal presentato mercoledì scorso dalla Commissione. Tutti sono concordi sulla prevista semplificazione delle autorizzazioni per l’industria verde e sui nuovi obiettivi al 2030 per le industrie europee. Il pomo della discordia resta l’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato. E la soluzione di un fondo sovrano per compensare chi di aiuti ne riceverebbe pochi crea ancora più tensioni.
🔋 Tra i due litiganti...
Insomma, il botta e risposta legislativo sta portando a divisioni non solo tra i due lati dell’Atlantico, ma anche nel blocco europeo, dove si cammina sulle uova per trovare il giusto equilibrio tra evitare i disinvestimenti e innescare una guerra commerciale con Washington.
La concorrenza mondiale non resta però a guardare. La Cina ha annunciato investimenti nel settore per 280 miliardi di dollari. Ed è leader mondiale nella produzione di batterie elettriche: sei dei primi dieci produttori al mondo sono cinesi. Un dato non da poco, tenendo in conto che la batteria è il componente di più alto valore nei veicoli elettrici.
Le auto elettriche (e non) cinesi iniziano ad affacciarsi con prepotenza nel mercato europeo. Il dragone ormai tallona la Germania come secondo produttore al mondo di veicoli leggeri. Quanto a lungo l’UE può permettersi di restare a discutere?
👉🇹🇷🇸🇾 Il terremoto che ha colpito le regioni al confine tra Turchia e Siria è una catastrofe di proporzioni epocali. Sono già oltre 5000 i morti. Medici e soccorritori arrivano in Turchia da tutto il mondo. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/terremoto-in-siria-e-turchia-le-dimensioni-di-una-catastrofe-111978
👉🇪🇺 La pandemia e la guerra in Ucraina hanno accelerato dei trend globali che possono mettere in difficoltà il modello di crescita dell’Unione Europea. La UE è pronta ad affrontare questo nuovo mondo? Il nuovo Policy Paper di ISPI esplora quali opzioni ci siano per ripensare la governance e le politiche europee: https://www.ispionline.it/en/publication/eu-economy-fit-for-the-future-111400
👋 Faccia a faccia
Nuovo episodio nella saga della concorrenza mondiale per la leadership nella tecnologia green. Oggi, i ministri dell’economia francese, Bruno Le Maire, e tedesco, Robert Habeck, sono andati a Washington per incontrare la segretaria al tesoro Janet Yellen, la rappresentante del commercio Katherine Tai e la segretaria al commercio Gina Raimondo.
L’oggetto delle discussioni è sempre lo stesso: l’Inflation Reduction Act (IRA) americano. I suoi 369 miliardi di dollari in agevolazioni fiscali e sussidi per dare nuova linfa green all’industria statunitense fanno preoccupare l’Europa, che teme un’ondata di disinvestimenti a favore dell’altra sponda dell’Atlantico. Ecco, quindi, che Francia e Germania hanno deciso di portare queste preoccupazioni direttamente alla Casa Bianca, sperando in una maggiore collaborazione.
🏖 Ultima spiaggia
L’IRA è già in vigore dal 1° gennaio 2023. Ma c’è ancora spazio per l’Europa per influire sulle linee guida del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, attese per marzo, che definiscono gli aspetti ancora poco chiari sull’applicazione della legge.
Il problema è che si fatica a far fronte comune sul lato europeo. Giovedì e venerdì ci si attende infatti una discussione accesa al Consiglio europeo straordinario sul Piano industriale del Green Deal presentato mercoledì scorso dalla Commissione. Tutti sono concordi sulla prevista semplificazione delle autorizzazioni per l’industria verde e sui nuovi obiettivi al 2030 per le industrie europee. Il pomo della discordia resta l’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato. E la soluzione di un fondo sovrano per compensare chi di aiuti ne riceverebbe pochi crea ancora più tensioni.
🔋 Tra i due litiganti...
Insomma, il botta e risposta legislativo sta portando a divisioni non solo tra i due lati dell’Atlantico, ma anche nel blocco europeo, dove si cammina sulle uova per trovare il giusto equilibrio tra evitare i disinvestimenti e innescare una guerra commerciale con Washington.
La concorrenza mondiale non resta però a guardare. La Cina ha annunciato investimenti nel settore per 280 miliardi di dollari. Ed è leader mondiale nella produzione di batterie elettriche: sei dei primi dieci produttori al mondo sono cinesi. Un dato non da poco, tenendo in conto che la batteria è il componente di più alto valore nei veicoli elettrici.
Le auto elettriche (e non) cinesi iniziano ad affacciarsi con prepotenza nel mercato europeo. Il dragone ormai tallona la Germania come secondo produttore al mondo di veicoli leggeri. Quanto a lungo l’UE può permettersi di restare a discutere?
👉🇹🇷🇸🇾 Il terremoto che ha colpito le regioni al confine tra Turchia e Siria è una catastrofe di proporzioni epocali. Sono già oltre 5000 i morti. Medici e soccorritori arrivano in Turchia da tutto il mondo. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/terremoto-in-siria-e-turchia-le-dimensioni-di-una-catastrofe-111978
👉🇪🇺 La pandemia e la guerra in Ucraina hanno accelerato dei trend globali che possono mettere in difficoltà il modello di crescita dell’Unione Europea. La UE è pronta ad affrontare questo nuovo mondo? Il nuovo Policy Paper di ISPI esplora quali opzioni ci siano per ripensare la governance e le politiche europee: https://www.ispionline.it/en/publication/eu-economy-fit-for-the-future-111400
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🇹🇷
55.000 soccorritori e 5.000 medici, tre mesi di stato di emergenza nelle 10 province colpite e soccorsi da tutto il mondo: questo il piano di aiuti messo in atto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan per affrontare le conseguenze del sisma che lunedì ha colpito Turchia e Siria, provocando almeno 11 mila vittime.
Eppure, a Istanbul non mancano le critiche: i soccorsi sono troppo lenti e poco preparati ad affrontare l’emergenza. Accuse che ricordano molto quelle mosse dallo stesso Erdoğan all’ex premier Ecevit nel 1999, quando un terremoto colpì la regione turca di İzmit. Quel terremoto costò all’allora governo le elezioni del 2002, inaugurando l’ascesa politica del leader del partito d’opposizione: Erdoğan.
🗳️
E così, dopo aver fatto un mea culpa sui ritardi iniziali, il presidente turco visita in prima linea le zone terremotare. Con l'inflazione dilagante e l’aumento del costo della vita che hanno già colpito i suoi indici di gradimento, meglio arginare un'opposizione sempre più agguerrita, che lo accusa di non essersi preparato per affrontare un disastro come quello di lunedì.
A soli quattro mesi dalle prossime elezioni, le possibilità di estendere il suo governo a un terzo decennio dipenderanno molto dalla gestione dell’emergenza. Certo, il suo ruolo attivo in politica estera e i recenti afflussi di denaro russo hanno aiutato le finanze dello Stato turco, ma dall’ultima vittoria presidenziale, nel 2018, il suo partito, l’AKP, ha perso il controllo delle capitali commerciali e politiche del Paese, Istanbul e Ankara.
Basterà una risposta forte per risollevare la popolarità di Erdogan? O vedremo presto le elezioni ritardare causa emergenza?
🇸🇾
E mentre i soccorsi raggiungono le zone turche colpite dal terremoto, nessun aiuto è ancora arrivato nel Nord-Ovest della Siria. Dal 2011 sotto il controllo dei gruppi di oppositori al regime, la regione fatica a riceve aiuti umanitari a causa della forte opposizione del governo di Assad.
Nel 2020, poi, grazie al voto dell’alleata Russia nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, tutti i valichi di frontiera sono stati chiusi. Fa eccezione solo il valico turco Bab al-Hawa, dove gli aiuti in transito necessitano dell’autorizzazione del governo turco e le cui strade sarebbero essere state danneggiate dal terremoto.
Stesso sisma, diverso supporto: riusciremo a separare le tensioni geopolitiche dagli aiuti umanitari?
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TURCHIA, SIRIA: POLITICIZZAZIONE DEGLI AIUTI?🇹🇷
Istanbul impreparata?55.000 soccorritori e 5.000 medici, tre mesi di stato di emergenza nelle 10 province colpite e soccorsi da tutto il mondo: questo il piano di aiuti messo in atto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan per affrontare le conseguenze del sisma che lunedì ha colpito Turchia e Siria, provocando almeno 11 mila vittime.
Eppure, a Istanbul non mancano le critiche: i soccorsi sono troppo lenti e poco preparati ad affrontare l’emergenza. Accuse che ricordano molto quelle mosse dallo stesso Erdoğan all’ex premier Ecevit nel 1999, quando un terremoto colpì la regione turca di İzmit. Quel terremoto costò all’allora governo le elezioni del 2002, inaugurando l’ascesa politica del leader del partito d’opposizione: Erdoğan.
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Il sisma elettoraleE così, dopo aver fatto un mea culpa sui ritardi iniziali, il presidente turco visita in prima linea le zone terremotare. Con l'inflazione dilagante e l’aumento del costo della vita che hanno già colpito i suoi indici di gradimento, meglio arginare un'opposizione sempre più agguerrita, che lo accusa di non essersi preparato per affrontare un disastro come quello di lunedì.
A soli quattro mesi dalle prossime elezioni, le possibilità di estendere il suo governo a un terzo decennio dipenderanno molto dalla gestione dell’emergenza. Certo, il suo ruolo attivo in politica estera e i recenti afflussi di denaro russo hanno aiutato le finanze dello Stato turco, ma dall’ultima vittoria presidenziale, nel 2018, il suo partito, l’AKP, ha perso il controllo delle capitali commerciali e politiche del Paese, Istanbul e Ankara.
Basterà una risposta forte per risollevare la popolarità di Erdogan? O vedremo presto le elezioni ritardare causa emergenza?
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La politica degli aiutiE mentre i soccorsi raggiungono le zone turche colpite dal terremoto, nessun aiuto è ancora arrivato nel Nord-Ovest della Siria. Dal 2011 sotto il controllo dei gruppi di oppositori al regime, la regione fatica a riceve aiuti umanitari a causa della forte opposizione del governo di Assad.
Nel 2020, poi, grazie al voto dell’alleata Russia nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, tutti i valichi di frontiera sono stati chiusi. Fa eccezione solo il valico turco Bab al-Hawa, dove gli aiuti in transito necessitano dell’autorizzazione del governo turco e le cui strade sarebbero essere state danneggiate dal terremoto.
Stesso sisma, diverso supporto: riusciremo a separare le tensioni geopolitiche dagli aiuti umanitari?
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🇺🇸 Negli Stati Uniti, Biden si rivolge al Congresso, “lo stato dell'Unione è forte”, e ai Repubblicani, “Basta combattere per il gusto di farlo, siamo qui per finire un lavoro”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-il-discorso-del-presidente-112144 🖥️
Sono ovunque: nelle nostre automobili, nei nostri telefoni e anche nelle nostre lavatrici. E, proprio per questo, dai semiconduttori dipenderà il futuro di interi paesi. Ne parliamo nel nuovo Longread di ISPI, “Il Futuro dei Microchip”. Leggilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5598🌍
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Mentre continua a salire la conta dei morti (circa 20mila) causati dal sisma di lunedì in Turchia e Siria, non si placano le polemiche contro il presidente Recep Tayyip Erdogan. Due le principali accuse mosse contro di lui: lentezza nella risposta all’emergenza con aiuti inviati nelle zone terremotate dopo molte ore; scarsa preparazione all’evento imperdonabile in un Paese ad alto rischio sismico.
Specie considerando come, dopo il terremoto del 1999, fu istituita una tassa speciale permanente per l’adeguamento sismico degli edifici. Risultato: mancata trasparenza nell’uso di questi fondi (complessivamente 5 miliardi di dollari) e, in questo sisma, 6000 edifici crollati. Erdogan ha ammesso iniziali problemi nella gestione dei soccorsi, mentre ha zittito le altre critiche con arresti e censura.
🚔
La polizia turca ha arrestato 18 persone ‘colpevoli’ di post provocatori sui social. E per alcune ore l’accesso a Twitter, epicentro delle critiche contro Erdogan, è stato bloccato dal governo. Un controllo sulla rete non nuovo: a ottobre, il Parlamento turco ha approvato una legge che impone alle piattaforme social di rimuovere contenuti considerati “disinformazione” dalle autorità, pena un rallentamento della velocità dei loro servizi nel Paese.
A tre mesi dalle elezioni Erdogan non può infatti permettersi passi falsi. Durante il suo tour dell’intera zona del sisma, sta promettendo ricostruzioni a tempi record, possibili anche grazie all’estensione dei suoi poteri data dalla dichiarazione di stato di emergenza di tre mesi nelle provincie coinvolte. Ma, secondo le stime di Bloomberg servirà una spesa pubblica non indifferente per un’economia fragile come quella turca: 5,5% del PIL in due anni.
🇸🇾
Nel frattempo, i primi camion di aiuti umanitari (ma già programmati prima del terremoto per l'emergenza preesistente) sono riusciti ad arrivare nella Siria del nord, in cui sono state colpite sia le aree controllate dal governo che, nel nord-ovest, quelle sotto controllo dell’opposizione. I camion hanno attraversato il valico di frontiera di Bab al-Hawa, l’unico utilizzabile visto che tutti gli altri sono chiusi per motivi legati al veto russo in sede ONU.
Resta aperto il nodo su chi debba gestire gli aiuti. Damasco richiede che gli aiuti provenienti dall’estero vengano consegnati direttamente al governo. Il cui curriculum di corruzione fa però temere ai donatori più reticenti che gli aiuti non arrivino a destinazione. Non a caso, l’UE nello stanziare 3,5 milioni di euro in aiuti ha specificato che siano consegnati sia alle aree siriane sotto controllo governativo che a quelle in mano ai ribelli.
Prevarrà la politica o il supporto umanitario?
👉🇪🇺
TURCHIA E SIRIA: DI TERREMOTI E POLITICA🇹🇷
Ricerca di un colpevoleMentre continua a salire la conta dei morti (circa 20mila) causati dal sisma di lunedì in Turchia e Siria, non si placano le polemiche contro il presidente Recep Tayyip Erdogan. Due le principali accuse mosse contro di lui: lentezza nella risposta all’emergenza con aiuti inviati nelle zone terremotate dopo molte ore; scarsa preparazione all’evento imperdonabile in un Paese ad alto rischio sismico.
Specie considerando come, dopo il terremoto del 1999, fu istituita una tassa speciale permanente per l’adeguamento sismico degli edifici. Risultato: mancata trasparenza nell’uso di questi fondi (complessivamente 5 miliardi di dollari) e, in questo sisma, 6000 edifici crollati. Erdogan ha ammesso iniziali problemi nella gestione dei soccorsi, mentre ha zittito le altre critiche con arresti e censura.
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Un cinguettio di troppoLa polizia turca ha arrestato 18 persone ‘colpevoli’ di post provocatori sui social. E per alcune ore l’accesso a Twitter, epicentro delle critiche contro Erdogan, è stato bloccato dal governo. Un controllo sulla rete non nuovo: a ottobre, il Parlamento turco ha approvato una legge che impone alle piattaforme social di rimuovere contenuti considerati “disinformazione” dalle autorità, pena un rallentamento della velocità dei loro servizi nel Paese.
A tre mesi dalle elezioni Erdogan non può infatti permettersi passi falsi. Durante il suo tour dell’intera zona del sisma, sta promettendo ricostruzioni a tempi record, possibili anche grazie all’estensione dei suoi poteri data dalla dichiarazione di stato di emergenza di tre mesi nelle provincie coinvolte. Ma, secondo le stime di Bloomberg servirà una spesa pubblica non indifferente per un’economia fragile come quella turca: 5,5% del PIL in due anni.
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Oltre il confineNel frattempo, i primi camion di aiuti umanitari (ma già programmati prima del terremoto per l'emergenza preesistente) sono riusciti ad arrivare nella Siria del nord, in cui sono state colpite sia le aree controllate dal governo che, nel nord-ovest, quelle sotto controllo dell’opposizione. I camion hanno attraversato il valico di frontiera di Bab al-Hawa, l’unico utilizzabile visto che tutti gli altri sono chiusi per motivi legati al veto russo in sede ONU.
Resta aperto il nodo su chi debba gestire gli aiuti. Damasco richiede che gli aiuti provenienti dall’estero vengano consegnati direttamente al governo. Il cui curriculum di corruzione fa però temere ai donatori più reticenti che gli aiuti non arrivino a destinazione. Non a caso, l’UE nello stanziare 3,5 milioni di euro in aiuti ha specificato che siano consegnati sia alle aree siriane sotto controllo governativo che a quelle in mano ai ribelli.
Prevarrà la politica o il supporto umanitario?
👉🇪🇺
Oggi Zelensky è stato all’Europarlamento a Bruxelles, per lui una standing ovation nell’ultima tappa del tour europeo: “Vinceremo ed entreremo nell’Ue”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/zelensky-in-europa-112477🌍 SIRIA E AIUTI: GIOCHI PERICOLOSI
🪢 Tira e molla
Sono salite ormai a 22 mila le vittime del terremoto che lunedì ha colpito Turchia e Siria. In Turchia gli aiuti internazionali sono entrati rapidamente in azione. In Siria, invece, anni di conflitto, un’acuta crisi umanitaria e tensioni politiche stanno ostacolando in modo significativo il loro passaggio nel nord-ovest.
Da una parte, il governo siriano insiste che tutti gli aiuti vengano distribuiti attraverso le proprie reti, impedendogli di raggiungere le aree controllate dai ribelli. Dall'altra, i donatori occidentali temono la corruzione all'interno del regime siriano e vogliono evitare che le forniture finiscano sul mercato nero.
Insomma, seppur pronto a fornire ulteriore assistenza ai terremotati siriani, l’Occidente esclude di farlo attraverso Damasco. E così Assad si rivolge altrove.
🫴 Normalizzazione in corso?
Gli Emirati Arabi Uniti sono stati fra i primi a mobilitarsi, annunciando $100 milioni di aiuti per i due paesi. Dopo la riapertura dell’ambasciata a Damasco nel 2018 e il viaggio di Bashar al-Assad negli Emirati dello scorso marzo, continuano così i segnali di normalizzazione dei rapporti fra i due paesi.
L'entità del disastro sembrerebbe poi offrire al presidente un’opportunità unica per riallacciare legami diplomatici. Con Algeria e Iraq, ma anche con paesi meno favorevoli al rientro della Siria nella Lega Araba. Fra questi l’Egitto, con il presidente Abdel Fattah al-Sisi che ha chiamato (per la prima volta) Assad, esprimendo solidarietà e offrendo aiuto. O l’Arabia Saudita, che manteneva le distanze dal regime a causa dell’alleanza con l'arcinemico Iran, ma che starebbe organizzando ponti aerei con il Qatar per consegnare aiuti.
🫥 Buon viso a cattivo gioco
Significativi, poi, i recenti tentativi della Turchia, sostenuti dalla Russia e dagli Emirati, di ristabilire pieni legami diplomatici con la Siria. Principale sponsor dei ribelli dell'opposizione sunnita, Recep Tayyip Erdoğan sembrava pronto a incontrare la sua controparte siriana già prima del terremoto. Oggi, alla luce della recente tragedia, la ritirata delle forze turche in Siria in cambio della cooperazione di Damasco contro i curdi sembrerebbe un affare ancora più conveniente per Ankara.
C’è infine la questione delle sanzioni occidentali imposte al governo siriano dall’inizio della guerra civile: Assad sostiene che starebbero rallentando gli aiuti internazionali nella regione. Washington e l’Unione europea, per ora, rifiutano però le accuse ed escludono di alleviare la pressione contro il regime.
Riuscirà Assad a rompere il suo isolamento diplomatico? Ma soprattutto, riusciranno gli aiuti internazionali a raggiungere tutte le zone terremotate?
👉📊 Perché l'impatto del terremoto è stato così devastante? Quali problemi stanno affrontando i soccorsi? Ecco 6 grafici per capire costa sta accadendo in Turchia e Siria: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/6-mappe-per-capire-il-terremoto-che-ha-colpito-turchia-e-siria-112479
👉🎙 Perché è così difficile far arrivare gli aiuti in Siria? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-perche-non-stanno-arrivando-aiuti-alla-siria-dopo-il-terremoto-112864
🪢 Tira e molla
Sono salite ormai a 22 mila le vittime del terremoto che lunedì ha colpito Turchia e Siria. In Turchia gli aiuti internazionali sono entrati rapidamente in azione. In Siria, invece, anni di conflitto, un’acuta crisi umanitaria e tensioni politiche stanno ostacolando in modo significativo il loro passaggio nel nord-ovest.
Da una parte, il governo siriano insiste che tutti gli aiuti vengano distribuiti attraverso le proprie reti, impedendogli di raggiungere le aree controllate dai ribelli. Dall'altra, i donatori occidentali temono la corruzione all'interno del regime siriano e vogliono evitare che le forniture finiscano sul mercato nero.
Insomma, seppur pronto a fornire ulteriore assistenza ai terremotati siriani, l’Occidente esclude di farlo attraverso Damasco. E così Assad si rivolge altrove.
🫴 Normalizzazione in corso?
Gli Emirati Arabi Uniti sono stati fra i primi a mobilitarsi, annunciando $100 milioni di aiuti per i due paesi. Dopo la riapertura dell’ambasciata a Damasco nel 2018 e il viaggio di Bashar al-Assad negli Emirati dello scorso marzo, continuano così i segnali di normalizzazione dei rapporti fra i due paesi.
L'entità del disastro sembrerebbe poi offrire al presidente un’opportunità unica per riallacciare legami diplomatici. Con Algeria e Iraq, ma anche con paesi meno favorevoli al rientro della Siria nella Lega Araba. Fra questi l’Egitto, con il presidente Abdel Fattah al-Sisi che ha chiamato (per la prima volta) Assad, esprimendo solidarietà e offrendo aiuto. O l’Arabia Saudita, che manteneva le distanze dal regime a causa dell’alleanza con l'arcinemico Iran, ma che starebbe organizzando ponti aerei con il Qatar per consegnare aiuti.
🫥 Buon viso a cattivo gioco
Significativi, poi, i recenti tentativi della Turchia, sostenuti dalla Russia e dagli Emirati, di ristabilire pieni legami diplomatici con la Siria. Principale sponsor dei ribelli dell'opposizione sunnita, Recep Tayyip Erdoğan sembrava pronto a incontrare la sua controparte siriana già prima del terremoto. Oggi, alla luce della recente tragedia, la ritirata delle forze turche in Siria in cambio della cooperazione di Damasco contro i curdi sembrerebbe un affare ancora più conveniente per Ankara.
C’è infine la questione delle sanzioni occidentali imposte al governo siriano dall’inizio della guerra civile: Assad sostiene che starebbero rallentando gli aiuti internazionali nella regione. Washington e l’Unione europea, per ora, rifiutano però le accuse ed escludono di alleviare la pressione contro il regime.
Riuscirà Assad a rompere il suo isolamento diplomatico? Ma soprattutto, riusciranno gli aiuti internazionali a raggiungere tutte le zone terremotate?
👉📊 Perché l'impatto del terremoto è stato così devastante? Quali problemi stanno affrontando i soccorsi? Ecco 6 grafici per capire costa sta accadendo in Turchia e Siria: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/6-mappe-per-capire-il-terremoto-che-ha-colpito-turchia-e-siria-112479
👉🎙 Perché è così difficile far arrivare gli aiuti in Siria? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-perche-non-stanno-arrivando-aiuti-alla-siria-dopo-il-terremoto-112864
🌎 USA-CINA: PALLE (QUASI) SPAZIALI
Don’t look up
🇨🇳 🇺🇸 Continuano a volare le accuse reciproche tra Cina e Stati Uniti. Secondo il Dipartimento di Stato americano, il pallone cinese abbattuto dopo aver sorvolato per giorni i cieli del Montana (e una base qui ubicata di missili balistici intercontinentali nucleari) fa parte di un vasto programma di sorveglianza aerea da parte dell’esercito cinese in più di 40 Paesi nei cinque continenti.
Pechino smentisce, continua a sostenere si tratti di un pallone meteorologico andato fuori rotta (nonostante i molteplici sensori attivi nella raccolta di informazioni di intelligence rilevati dall’analisi statunitense dei detriti) e rilancia: gli USA hanno fatto volare palloni spia nello spazio aereo cinese più di 10 volte l'anno scorso e vi hanno condotto centinaia di sortite aeree.
Insomma, entrambi i Paesi guardano con sospetto verso l’alto.
🛸 X-Files
Complici le critiche dei repubblicani sulla lentezza dell’amministrazione Biden nel tirar giù il pallone spia, l’Air Force USA sta ora facendo un tiro al bersaglio: in tre giorni abbattuti altrettanti oggetti non identificati ad alta quota. Dei quali si conosce poco. Il Pentagono non ha rilasciato infatti alcuna informazione circa la loro origine, capacità di sorveglianza o appartenenza.
Dei veri e propri Unidentified Flying Objects in quello che sembrerebbe diventare un nuovo fronte del confronto sino-americano: il “near space”, ovvero lo spazio tra la superficie della terra e l'orbita bassa. Non a caso l’amministrazione Biden ha annunciato nuove sanzioni di divieto all’export di tecnologie americane verso alcune società cinesi nel settore dell’aviazione considerate parte dei programmi militari del Dragone.
💻 Embargo per embargo?
Le nuove sanzioni americane si sommano al ban all’export di semiconduttori americani e relativi macchinari (anche olandesi e giapponesi) verso Pechino deciso il 7 ottobre da Biden. Pechino potrebbe presto rispondere: starebbe pensando di bloccare gli export di macchinari e tecnologia utili alla produzione di pannelli solari di cui è leader al mondo. La Cina produce infatti il 97% di wafer solari al mondo e l'85% di celle fotovoltaiche. Percentuali tanto alte da rendere un eventuale embargo particolarmente costoso anche per le stesse aziende cinesi. Da qui i dubbi di Pechino.
Al di là di quella che può essere la reazione cinese, i rapporti tra le due superpotenze restano freddi. Il viaggio rimandato del Segretario di Stato americano Antony Blinken a Pechino rimane senza data.
A margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di questo weekend, a cui parteciperanno Blinken e il suo corrispettivo cinese, ci sarà il primo tentativo di ricucire lo strappo?
👉 Cresce il bilancio delle vittime del terremoto in Turchia e Siria: sfiora le 40.000 vittime. Proteste e critiche al governo turco e Erdogan fa arrestare oltre cento costruttori edili. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/terremoto-critiche-al-governo-turco-114447
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🇨🇳 🇺🇸 Continuano a volare le accuse reciproche tra Cina e Stati Uniti. Secondo il Dipartimento di Stato americano, il pallone cinese abbattuto dopo aver sorvolato per giorni i cieli del Montana (e una base qui ubicata di missili balistici intercontinentali nucleari) fa parte di un vasto programma di sorveglianza aerea da parte dell’esercito cinese in più di 40 Paesi nei cinque continenti.
Pechino smentisce, continua a sostenere si tratti di un pallone meteorologico andato fuori rotta (nonostante i molteplici sensori attivi nella raccolta di informazioni di intelligence rilevati dall’analisi statunitense dei detriti) e rilancia: gli USA hanno fatto volare palloni spia nello spazio aereo cinese più di 10 volte l'anno scorso e vi hanno condotto centinaia di sortite aeree.
Insomma, entrambi i Paesi guardano con sospetto verso l’alto.
🛸 X-Files
Complici le critiche dei repubblicani sulla lentezza dell’amministrazione Biden nel tirar giù il pallone spia, l’Air Force USA sta ora facendo un tiro al bersaglio: in tre giorni abbattuti altrettanti oggetti non identificati ad alta quota. Dei quali si conosce poco. Il Pentagono non ha rilasciato infatti alcuna informazione circa la loro origine, capacità di sorveglianza o appartenenza.
Dei veri e propri Unidentified Flying Objects in quello che sembrerebbe diventare un nuovo fronte del confronto sino-americano: il “near space”, ovvero lo spazio tra la superficie della terra e l'orbita bassa. Non a caso l’amministrazione Biden ha annunciato nuove sanzioni di divieto all’export di tecnologie americane verso alcune società cinesi nel settore dell’aviazione considerate parte dei programmi militari del Dragone.
💻 Embargo per embargo?
Le nuove sanzioni americane si sommano al ban all’export di semiconduttori americani e relativi macchinari (anche olandesi e giapponesi) verso Pechino deciso il 7 ottobre da Biden. Pechino potrebbe presto rispondere: starebbe pensando di bloccare gli export di macchinari e tecnologia utili alla produzione di pannelli solari di cui è leader al mondo. La Cina produce infatti il 97% di wafer solari al mondo e l'85% di celle fotovoltaiche. Percentuali tanto alte da rendere un eventuale embargo particolarmente costoso anche per le stesse aziende cinesi. Da qui i dubbi di Pechino.
Al di là di quella che può essere la reazione cinese, i rapporti tra le due superpotenze restano freddi. Il viaggio rimandato del Segretario di Stato americano Antony Blinken a Pechino rimane senza data.
A margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di questo weekend, a cui parteciperanno Blinken e il suo corrispettivo cinese, ci sarà il primo tentativo di ricucire lo strappo?
👉 Cresce il bilancio delle vittime del terremoto in Turchia e Siria: sfiora le 40.000 vittime. Proteste e critiche al governo turco e Erdogan fa arrestare oltre cento costruttori edili. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/terremoto-critiche-al-governo-turco-114447
🌎INFLAZIONE: MA NON DOVEVAMO NON VEDERCI PIÙ?
📉Patti chiari
+6,4%: è l’inflazione registrata a gennaio negli Stati Uniti. Un calo, il settimo da luglio, che però non raggiunge le aspettative dei mercati (6,2%). E se gli analisti avvertono che dati più alti del previsto potrebbero essere causati (anche) da modifiche metodologiche (che da quest’anno darebbero maggior peso al mercato immobiliare), sui mercati hanno già iniziato a ritararsi su un’inflazione che cala più lentamente del previsto.
Anche per questo oggi gli investitori, che nelle ultime settimane avevano iniziato ad aspettarsi un allentamento delle politiche restrittive della Fed, ricominciano a scommettere al rialzo, cioè su tassi di interesse americani che supereranno il 5%, seguiti (forse) da un taglio solo a fine anno. D’altronde alla Fed erano stati chiari: per tagliare i tassi durante l'estate una riduzione dell'inflazione è condizione necessaria, ma deve raffreddarsi anche il mercato del lavoro.
🪙L’altra faccia della moneta
Infatti un primo campanello d’allarme si era acceso già qualche settimana fa, quando il Bureau of Labor Statistics statunitense aveva annunciato ben mezzo milione di nuovi occupati solo a gennaio, raggiungendo (e superando) i livelli pre-pandemici.
Una notizia, l’aumento degli occupati, che costituisce un buon segnale di ripresa economica, ma fa anche temere le conseguenze sull’aumento dei prezzi. Con l’incremento dell’occupazione, le aziende aumentano i salari (+4,4% negli ultimi 12 mesi) per competere su un bacino di disoccupati minore. I maggiori costi di produzione vengono poi trasferiti ai consumatori, alimentando così l’inflazione.
Una spirale di salari-inflazione che rende più arduo il compito della Fed. Riuscirà la banca centrale a contenere l'aumento dei prezzi senza causare una recessione nella maggiore economia mondiale?
😃Stay positive
Nel frattempo, in Europa la tanto temuta recessione non sembra arrivare. Grazie al rallentamento dell'inflazione e al continuo calo dei prezzi del gas, il Blocco supera nuovamente le aspettative di crescita economica, che oggi la Commissione stima a +0,8% per il 2023 (+0,9% per l’Eurozona), rispetto al +0,3% della precedente previsione.
Certo, il panorama rimane ancora estremamente incerto: crescita lenta e inflazione destinata a mollare la presa sul potere d'acquisto solo gradualmente, con l’inflazione core (senza i prezzi volatili di energia e alimenti) che ancora non sembra aver raggiunto il suo picco.
Insomma, crescita meglio del previsto, ma pur sempre ridotta. Basterà per scongiurare definitivamente la recessione?
👉🇺🇦Vertice dei ministri della Difesa NATO a Bruxelles: “Offensiva di primavera è cominciata”. Tre caccia russi intercettati sulla Polonia mentre la Moldavia teme un golpe filorusso. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-loffensiva-di-primavera-114820
📉Patti chiari
+6,4%: è l’inflazione registrata a gennaio negli Stati Uniti. Un calo, il settimo da luglio, che però non raggiunge le aspettative dei mercati (6,2%). E se gli analisti avvertono che dati più alti del previsto potrebbero essere causati (anche) da modifiche metodologiche (che da quest’anno darebbero maggior peso al mercato immobiliare), sui mercati hanno già iniziato a ritararsi su un’inflazione che cala più lentamente del previsto.
Anche per questo oggi gli investitori, che nelle ultime settimane avevano iniziato ad aspettarsi un allentamento delle politiche restrittive della Fed, ricominciano a scommettere al rialzo, cioè su tassi di interesse americani che supereranno il 5%, seguiti (forse) da un taglio solo a fine anno. D’altronde alla Fed erano stati chiari: per tagliare i tassi durante l'estate una riduzione dell'inflazione è condizione necessaria, ma deve raffreddarsi anche il mercato del lavoro.
🪙L’altra faccia della moneta
Infatti un primo campanello d’allarme si era acceso già qualche settimana fa, quando il Bureau of Labor Statistics statunitense aveva annunciato ben mezzo milione di nuovi occupati solo a gennaio, raggiungendo (e superando) i livelli pre-pandemici.
Una notizia, l’aumento degli occupati, che costituisce un buon segnale di ripresa economica, ma fa anche temere le conseguenze sull’aumento dei prezzi. Con l’incremento dell’occupazione, le aziende aumentano i salari (+4,4% negli ultimi 12 mesi) per competere su un bacino di disoccupati minore. I maggiori costi di produzione vengono poi trasferiti ai consumatori, alimentando così l’inflazione.
Una spirale di salari-inflazione che rende più arduo il compito della Fed. Riuscirà la banca centrale a contenere l'aumento dei prezzi senza causare una recessione nella maggiore economia mondiale?
😃Stay positive
Nel frattempo, in Europa la tanto temuta recessione non sembra arrivare. Grazie al rallentamento dell'inflazione e al continuo calo dei prezzi del gas, il Blocco supera nuovamente le aspettative di crescita economica, che oggi la Commissione stima a +0,8% per il 2023 (+0,9% per l’Eurozona), rispetto al +0,3% della precedente previsione.
Certo, il panorama rimane ancora estremamente incerto: crescita lenta e inflazione destinata a mollare la presa sul potere d'acquisto solo gradualmente, con l’inflazione core (senza i prezzi volatili di energia e alimenti) che ancora non sembra aver raggiunto il suo picco.
Insomma, crescita meglio del previsto, ma pur sempre ridotta. Basterà per scongiurare definitivamente la recessione?
👉🇺🇦Vertice dei ministri della Difesa NATO a Bruxelles: “Offensiva di primavera è cominciata”. Tre caccia russi intercettati sulla Polonia mentre la Moldavia teme un golpe filorusso. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-loffensiva-di-primavera-114820
🌏 CINA: GRAND TOUR DIPLOMATICO
🇨🇳 Sì, viaggiare
È iniziato ieri il lungo viaggio diplomatico in Europa di Wang Yi, ex ministro degli Esteri e da inizio anno capo della diplomazia del Partito comunista cinese. Un tour di otto giorni che lo porterà in Francia, Italia, Ungheria e, dulcis in fundo, in Russia. In particolare, la sua visita nel nostro Paese, dove è atteso domani, potrà essere il momento per organizzare un futuro incontro tra Giorgia Meloni e Xi Jinping, ipotizzato in occasione del G20 di Bali, e per chiarire il futuro atteggiamento italiano nei confronti della partecipazione alla Nuova Via della Seta.
Un viaggio dall’agenda così piena con i partner europei sarà per Pechino l’occasione per promuovere agli occhi dell’Occidente la sua visione della sicurezza globale, anche e soprattutto con riferimento alla guerra in Ucraina.
🇺🇸 Meet me halfway
A tal proposito, Wang dovrebbe partecipare alla Munich Security Conference (17-19 febbraio), a cui presenzieranno anche il Segretario di Stato americano Antony Blinken e la Vicepresidente USA Kamala Harris. L’appuntamento giunge dopo il polverone levatosi con l’affaire dei palloni spia, che ha portato a una battuta d’arresto nei tentativi di stabilizzazione delle relazioni tra Pechino e Washington, e al posticipo del viaggio di Blinken a Pechino, inizialmente previsto a inizio mese.
Lo “spy balloon gate” inizia ora a sgonfiarsi, anche con la conferma che i tre oggetti abbattuti dai jet americani scorsa settimana avevano scopi commerciali e non di spionaggio. Resta quindi da capire se a queste dichiarazioni distensive farà seguito un incontro, allo studio delle diplomazie, tra Blinken e Wang Yi, proprio a margine della Conferenza di Monaco.
❓ Dulcis in fundo
Al di là di strappi e toppe con gli Stati Uniti, in questo viaggio la Cina guarda all’Europa. Le relazioni con Bruxelles sono state messe alla prova dopo l’invasione dell’Ucraina. Pechino ha mantenuto una posizione ambivalente riguardo alla guerra, rifiutando di condannarla (anche con le sue votazioni alle Nazioni Unite), e rimanendo al contrario legata alla Russia da un’affinità di interessi commerciali e da una visione dell’ordine internazionale contrapposto all’Occidente. Nel corso del 2022 gli scambi commerciali con Mosca hanno segnato un nuovo record, con un aumento annuo del 29,3%.
Ma Pechino tiene anche le distanze, come segnalano le divergenze emerse sull’uso del nucleare. Insomma, “amicizia senza limiti” ma la Cina non vuole rinunciare al suo ruolo di potenziale mediatore tra Russia e Occidente.
L’incontro con Putin arriverà alla fine di questa tournée europea, e questi giorni saranno l’occasione per tutte le parti per sondare il terreno e le posizioni reciproche.
👉🇮🇱 Dalle tensioni con i palestinesi alle proteste contro la riforma giudiziaria: Israele affronta due crisi distinte ma collegate ed essenziali per il futuro del paese. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-due-crisi-in-una-115164
🇨🇳 Sì, viaggiare
È iniziato ieri il lungo viaggio diplomatico in Europa di Wang Yi, ex ministro degli Esteri e da inizio anno capo della diplomazia del Partito comunista cinese. Un tour di otto giorni che lo porterà in Francia, Italia, Ungheria e, dulcis in fundo, in Russia. In particolare, la sua visita nel nostro Paese, dove è atteso domani, potrà essere il momento per organizzare un futuro incontro tra Giorgia Meloni e Xi Jinping, ipotizzato in occasione del G20 di Bali, e per chiarire il futuro atteggiamento italiano nei confronti della partecipazione alla Nuova Via della Seta.
Un viaggio dall’agenda così piena con i partner europei sarà per Pechino l’occasione per promuovere agli occhi dell’Occidente la sua visione della sicurezza globale, anche e soprattutto con riferimento alla guerra in Ucraina.
🇺🇸 Meet me halfway
A tal proposito, Wang dovrebbe partecipare alla Munich Security Conference (17-19 febbraio), a cui presenzieranno anche il Segretario di Stato americano Antony Blinken e la Vicepresidente USA Kamala Harris. L’appuntamento giunge dopo il polverone levatosi con l’affaire dei palloni spia, che ha portato a una battuta d’arresto nei tentativi di stabilizzazione delle relazioni tra Pechino e Washington, e al posticipo del viaggio di Blinken a Pechino, inizialmente previsto a inizio mese.
Lo “spy balloon gate” inizia ora a sgonfiarsi, anche con la conferma che i tre oggetti abbattuti dai jet americani scorsa settimana avevano scopi commerciali e non di spionaggio. Resta quindi da capire se a queste dichiarazioni distensive farà seguito un incontro, allo studio delle diplomazie, tra Blinken e Wang Yi, proprio a margine della Conferenza di Monaco.
❓ Dulcis in fundo
Al di là di strappi e toppe con gli Stati Uniti, in questo viaggio la Cina guarda all’Europa. Le relazioni con Bruxelles sono state messe alla prova dopo l’invasione dell’Ucraina. Pechino ha mantenuto una posizione ambivalente riguardo alla guerra, rifiutando di condannarla (anche con le sue votazioni alle Nazioni Unite), e rimanendo al contrario legata alla Russia da un’affinità di interessi commerciali e da una visione dell’ordine internazionale contrapposto all’Occidente. Nel corso del 2022 gli scambi commerciali con Mosca hanno segnato un nuovo record, con un aumento annuo del 29,3%.
Ma Pechino tiene anche le distanze, come segnalano le divergenze emerse sull’uso del nucleare. Insomma, “amicizia senza limiti” ma la Cina non vuole rinunciare al suo ruolo di potenziale mediatore tra Russia e Occidente.
L’incontro con Putin arriverà alla fine di questa tournée europea, e questi giorni saranno l’occasione per tutte le parti per sondare il terreno e le posizioni reciproche.
👉🇮🇱 Dalle tensioni con i palestinesi alle proteste contro la riforma giudiziaria: Israele affronta due crisi distinte ma collegate ed essenziali per il futuro del paese. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-due-crisi-in-una-115164
🌍UCRAINA: LA GUERRA DELLE FABBRICHE
🔍AAA armamenti cercasi
L’Occidente sta finendo le munizioni. A una settimana dal tour delle capitali europee del presidente Volodymyr Zelensky, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, lancia l’allarme: le munizioni non basteranno, dobbiamo aumentare la produzione.
Nonostante carri armati e caccia siano stati per settimane al centro del dibattito, in Ucraina potrebbe esserci quindi un problema ben più urgente. Il motivo è semplice: da quasi un anno l’esercito ucraino spara più di 5.000 proiettili d'artiglieria al giorno, un numero che in tempo di pace corrispondeva agli ordini di un piccolo Paese europeo in un intero anno. Al contempo, decenni di commesse governative limitate hanno ridotto la capacità di produzione dell’industria bellica europea.
Ora inadatta ad aumentare la produzione rapidamente.
🪖Guerra di trincea
Una questione che comincia a colpire anche gli Stati Uniti, dove l'esercito punta ad aumentare entro primavera la produzione di proiettili da 155 mm - uno standard NATO per l'artiglieria - da 14.000 a 20.000 al mese. Mentre i $2 miliardi di investimenti annunciati a gennaio dovrebbero contribuire alla costruzione di nuovi impianti per raggiungere una capacità produttiva mensile di 90.000 proiettili già dall'anno prossimo.
E se le richieste di Zelensky hanno messo a nudo una vulnerabilità dell'industria della difesa americana, a preoccupare Washington sono più le scelte strategiche del Pentagono e la consapevolezza che, almeno per ora, le munizioni di riserva potrebbero non essere sufficienti nel caso si aprisse un altro fronte, per esempio quello tra Cina e Taiwan.
In fondo, dopo anni di combattimenti in teatri come Iraq e Afghanistan, chi si sarebbe immaginato un ritorno alla guerra terrestre. Figuriamoci su suolo europeo.
🆘A domanda rispondo
Se non si possono produrre munizioni prima della controffensiva primaverile, si possono sempre cercare altrove. O almeno così pensavano a Washington quando hanno offerto alle nazioni latinoamericane di donare all'Ucraina i loro obsoleti equipaggiamenti militari di fabbricazione russa in cambio di armi americane di qualità superiore. Meno d’accordo i presidenti di Argentina, Brasile e Colombia, che si sono rifiutati di inviare le proprie armi in Ucraina. “Siamo Paesi pacifisti”, leggasi preferiamo rimanere neutrali.
Insomma, nessun dubbio sulla volontà politica dell’Occidente di sostenere l'Ucraina, ma meno certezza sulla capacità effettiva di fornire abbastanza, e abbastanza velocemente. E mentre il problema delle munizioni comincia ad interessare anche le forze russe, una domanda potrebbe timidamente iniziare a sorgere: sarà il momento di tornare al tavolo dei negoziati?
👉🏴Le dimissioni a sorpresa di Nicola Sturgeon ricordano quelle di Jacinda Ardern, ma dietro la sua decisione c’è la battaglia per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/scozia-bye-bye-nicola-sturgeon-115701
🔍AAA armamenti cercasi
L’Occidente sta finendo le munizioni. A una settimana dal tour delle capitali europee del presidente Volodymyr Zelensky, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, lancia l’allarme: le munizioni non basteranno, dobbiamo aumentare la produzione.
Nonostante carri armati e caccia siano stati per settimane al centro del dibattito, in Ucraina potrebbe esserci quindi un problema ben più urgente. Il motivo è semplice: da quasi un anno l’esercito ucraino spara più di 5.000 proiettili d'artiglieria al giorno, un numero che in tempo di pace corrispondeva agli ordini di un piccolo Paese europeo in un intero anno. Al contempo, decenni di commesse governative limitate hanno ridotto la capacità di produzione dell’industria bellica europea.
Ora inadatta ad aumentare la produzione rapidamente.
🪖Guerra di trincea
Una questione che comincia a colpire anche gli Stati Uniti, dove l'esercito punta ad aumentare entro primavera la produzione di proiettili da 155 mm - uno standard NATO per l'artiglieria - da 14.000 a 20.000 al mese. Mentre i $2 miliardi di investimenti annunciati a gennaio dovrebbero contribuire alla costruzione di nuovi impianti per raggiungere una capacità produttiva mensile di 90.000 proiettili già dall'anno prossimo.
E se le richieste di Zelensky hanno messo a nudo una vulnerabilità dell'industria della difesa americana, a preoccupare Washington sono più le scelte strategiche del Pentagono e la consapevolezza che, almeno per ora, le munizioni di riserva potrebbero non essere sufficienti nel caso si aprisse un altro fronte, per esempio quello tra Cina e Taiwan.
In fondo, dopo anni di combattimenti in teatri come Iraq e Afghanistan, chi si sarebbe immaginato un ritorno alla guerra terrestre. Figuriamoci su suolo europeo.
🆘A domanda rispondo
Se non si possono produrre munizioni prima della controffensiva primaverile, si possono sempre cercare altrove. O almeno così pensavano a Washington quando hanno offerto alle nazioni latinoamericane di donare all'Ucraina i loro obsoleti equipaggiamenti militari di fabbricazione russa in cambio di armi americane di qualità superiore. Meno d’accordo i presidenti di Argentina, Brasile e Colombia, che si sono rifiutati di inviare le proprie armi in Ucraina. “Siamo Paesi pacifisti”, leggasi preferiamo rimanere neutrali.
Insomma, nessun dubbio sulla volontà politica dell’Occidente di sostenere l'Ucraina, ma meno certezza sulla capacità effettiva di fornire abbastanza, e abbastanza velocemente. E mentre il problema delle munizioni comincia ad interessare anche le forze russe, una domanda potrebbe timidamente iniziare a sorgere: sarà il momento di tornare al tavolo dei negoziati?
👉🏴Le dimissioni a sorpresa di Nicola Sturgeon ricordano quelle di Jacinda Ardern, ma dietro la sua decisione c’è la battaglia per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/scozia-bye-bye-nicola-sturgeon-115701
🌏 USA, TAIWAN, CINA: RELAZIONI PERICOLOSE
🇺🇸 🇹🇼 Un viaggio scomodo
A due settimane dall’inizio dello “spy-balloon gate”, un tassello si aggiunge al mosaico di recriminazioni e incertezze tra Washington e Pechino. Questa volta al centro delle acque agitate del rapporto tra le due potenze vi è Taiwan, dove oggi è appena sbarcato il più alto funzionario del Pentagono per la Cina, Michael Chase, vicesegretario alla Difesa americano.
Si tratta di una delle visite statunitensi di più alto livello nell’isola, dopo quella ad agosto della Speaker della Camera dei Rappresentanti USA Nancy Pelosi che aveva suscitato le ire di Pechino. La visita si innesta in un quadro di dissapori riguardo Taiwan che esistono da anni, rischiando di esacerbare un momento già teso. E all’orizzonte c’è il possibile viaggio in primavera del nuovo Speaker della Camera, il Repubblicano Kevin McCarthy.
🇨🇳 L’isola proibita
Pechino da sempre condanna le interazioni ufficiali tra Stati Uniti e Taiwan, sulla quale ha ambizioni di sovranità, considerandole una minaccia alla “one China” policy, un punto cruciale delle relazioni sino-americane sin dal 1979.
Sia Washington che Taipei sono state parche di commenti ufficiali sulla visita in corso. Ma il portavoce del Pentagono ha ribadito che il supporto americano all’isola nell’eventualità di un’invasione cinese rimane “rock-solid”. Una posizione che in qualche modo supera la consueta ambiguità strategica americana sulla questione riguardo alla volontà di intervenire militarmente.
Gli Stati Uniti, inoltre, continuano a sostenere Taipei attraverso una lauta fornitura di armi: a settembre, ad esempio, hanno approvato una vendita per più di 1,1 miliardi di dollari. Di recente, Pechino ha emanato sanzioni nei confronti delle due aziende americane coinvolte nella fornitura, bollate come “entità inaffidabili”.
❔ Cielo pesante
Insomma, segnali, da entrambe le parti, che le tensioni stanno aumentando anche su questo fronte. Mentre le diplomazie di USA e Cina affrontano un momento spinoso. La polemica degli spy-ballons ha portato al posticipo della visita del Segretario di Stato americano Antony Blinken a Pechino, facendo calare il gelo su una faticosa azione di distensione che i due Paesi cercavano di portare avanti. A manifestare un desiderio di normalizzazione, nella giornata di ieri Joe Biden ha annunciato la sua intenzione di parlare con Xi Jinping per “andare a fondo della questione”.
Nel frattempo, rimane vaga la possibilità di un incontro tra Blinken e il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Wang Yi a margine della Conferenza di Monaco iniziata oggi. Il meeting sarebbe una possibilità per iniziare a ricucire uno strappo.
Ma la coltre di nubi calata sulle relazioni USA-Cina non sembra finora diradarsi nemmeno in territorio europeo.
👉 🇷🇺 Le sanzioni europee alla Russia funzionano ancora? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-sanzioni-alla-russia-funzionano-ancora-115851
🇺🇸 🇹🇼 Un viaggio scomodo
A due settimane dall’inizio dello “spy-balloon gate”, un tassello si aggiunge al mosaico di recriminazioni e incertezze tra Washington e Pechino. Questa volta al centro delle acque agitate del rapporto tra le due potenze vi è Taiwan, dove oggi è appena sbarcato il più alto funzionario del Pentagono per la Cina, Michael Chase, vicesegretario alla Difesa americano.
Si tratta di una delle visite statunitensi di più alto livello nell’isola, dopo quella ad agosto della Speaker della Camera dei Rappresentanti USA Nancy Pelosi che aveva suscitato le ire di Pechino. La visita si innesta in un quadro di dissapori riguardo Taiwan che esistono da anni, rischiando di esacerbare un momento già teso. E all’orizzonte c’è il possibile viaggio in primavera del nuovo Speaker della Camera, il Repubblicano Kevin McCarthy.
🇨🇳 L’isola proibita
Pechino da sempre condanna le interazioni ufficiali tra Stati Uniti e Taiwan, sulla quale ha ambizioni di sovranità, considerandole una minaccia alla “one China” policy, un punto cruciale delle relazioni sino-americane sin dal 1979.
Sia Washington che Taipei sono state parche di commenti ufficiali sulla visita in corso. Ma il portavoce del Pentagono ha ribadito che il supporto americano all’isola nell’eventualità di un’invasione cinese rimane “rock-solid”. Una posizione che in qualche modo supera la consueta ambiguità strategica americana sulla questione riguardo alla volontà di intervenire militarmente.
Gli Stati Uniti, inoltre, continuano a sostenere Taipei attraverso una lauta fornitura di armi: a settembre, ad esempio, hanno approvato una vendita per più di 1,1 miliardi di dollari. Di recente, Pechino ha emanato sanzioni nei confronti delle due aziende americane coinvolte nella fornitura, bollate come “entità inaffidabili”.
❔ Cielo pesante
Insomma, segnali, da entrambe le parti, che le tensioni stanno aumentando anche su questo fronte. Mentre le diplomazie di USA e Cina affrontano un momento spinoso. La polemica degli spy-ballons ha portato al posticipo della visita del Segretario di Stato americano Antony Blinken a Pechino, facendo calare il gelo su una faticosa azione di distensione che i due Paesi cercavano di portare avanti. A manifestare un desiderio di normalizzazione, nella giornata di ieri Joe Biden ha annunciato la sua intenzione di parlare con Xi Jinping per “andare a fondo della questione”.
Nel frattempo, rimane vaga la possibilità di un incontro tra Blinken e il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Wang Yi a margine della Conferenza di Monaco iniziata oggi. Il meeting sarebbe una possibilità per iniziare a ricucire uno strappo.
Ma la coltre di nubi calata sulle relazioni USA-Cina non sembra finora diradarsi nemmeno in territorio europeo.
👉 🇷🇺 Le sanzioni europee alla Russia funzionano ancora? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-sanzioni-alla-russia-funzionano-ancora-115851
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🌍MOLDAVIA: TENSIONE AL CONFINE DEL CONFLITTO
🪟La finestra sul cortile
Doveva andare in Polonia per rassicurare i partner europei sull’impegno americano nella guerra in Ucraina, ma Biden ha deciso di fare di più, recandosi direttamente a Kyiv per la prima volta dall'inizio dell'invasione russa. Ma se il presidente Zelensky può mostrarsi ottimista, definendo l’incontro come “importante e pieno di significato, nella vicina Moldavia crescono invece le tensioni con Mosca.
Mentre domenica la presidente moldava Maia Sandu chiedeva alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco una maggiore inclusione del suo Paese nei piani di sicurezza europea, a Chișinău migliaia di persone scendevano in piazza per domandare le dimissioni del suo governo filo-occidentale.
Un'opposizione lecita e democratica, se non fosse che ad organizzare la manifestazione ci fosse il partito filorusso “Shor”, il cui leader, Ilan Shor, è stato sanzionato da Washington e Londra per i suoi legami con Mosca. Sarà davvero solo il drastico aumento delle bollette a spingere alla contestazione?
💌Dalla Russia con amore?
Non secondo la presidente della Moldavia, che da giorni accusa il Cremlino di fomentare il disordine per rovesciare il nuovo governo – in carica da 4 giorni - e istallarne uno filo-russo. Un rischio annunciato dallo stesso Volodymyr Zelensky in occasione della sua visita al Parlamento europeo a inizio febbraio. Da Mosca, però, respingono le accuse, chiamando in causa i fallimenti sociali ed economici delle autorità moldave.
Eppure, un dubbio rimane: dal 1992, dopo una breve guerra in cui Mosca è intervenuta al fianco dei ribelli, la Moldavia convive con una regione separatista filo-russa, la Transnistria. Durante un referendum nel 2006, il 97% delle 400mila persone che vivono nell'enclave si è dichiarata favorevole ad una riadesione alla Russia.
Una situazione che ricorda il 2014 in Crimea, e più recentemente il Donbass.
❓Trovarsi in mezzo
Pur escludendo un’invasione dell’ex Paese sovietico, la caduta del governo filo-occidentale segnerebbe la fine del futuro europeo della Moldavia, da giugno candidata all’adesione Ue insieme all’Ucraina. Una vittoria per il Cremlino, che preferisce mantenere governi a lui favorevoli nei Paesi che si trovano fra i suoi confini e quelli dei membri della NATO, come la Romania.
Per questo l’Europa osserva con preoccupazione le proteste di domenica e accoglie il ministro degli esteri moldavo Nico Popescu, oggi a Bruxelles per chiedere di includere nel prossimo pacchetto di sanzioni anche gli oligarchi e i politici coinvolti nel tentativo di destabilizzare la Moldavia. L’Ue sta poi valutando di inviare esperti informatici per aiutare il Paese a respingere gli attacchi degli hackers di Mosca.
Basterà per salvare la Moldavia?
👉🇺🇦 A un anno dall’inizio della guerra, Joe Biden vola a Kiev e incontra Zelensky: “Putin ha sbagliato i calcoli, pronti a sostenervi tutto il tempo necessario”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-a-kiev-per-un-anno-di-guerra-116326
📊Come è cambiato il mondo a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina? ISPI ha provato a spiegarlo in 12 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-anno-di-guerra-in-ucraina-12-grafici-per-capire-come-e-cambiato-il-mondo-116428
🪟La finestra sul cortile
Doveva andare in Polonia per rassicurare i partner europei sull’impegno americano nella guerra in Ucraina, ma Biden ha deciso di fare di più, recandosi direttamente a Kyiv per la prima volta dall'inizio dell'invasione russa. Ma se il presidente Zelensky può mostrarsi ottimista, definendo l’incontro come “importante e pieno di significato, nella vicina Moldavia crescono invece le tensioni con Mosca.
Mentre domenica la presidente moldava Maia Sandu chiedeva alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco una maggiore inclusione del suo Paese nei piani di sicurezza europea, a Chișinău migliaia di persone scendevano in piazza per domandare le dimissioni del suo governo filo-occidentale.
Un'opposizione lecita e democratica, se non fosse che ad organizzare la manifestazione ci fosse il partito filorusso “Shor”, il cui leader, Ilan Shor, è stato sanzionato da Washington e Londra per i suoi legami con Mosca. Sarà davvero solo il drastico aumento delle bollette a spingere alla contestazione?
💌Dalla Russia con amore?
Non secondo la presidente della Moldavia, che da giorni accusa il Cremlino di fomentare il disordine per rovesciare il nuovo governo – in carica da 4 giorni - e istallarne uno filo-russo. Un rischio annunciato dallo stesso Volodymyr Zelensky in occasione della sua visita al Parlamento europeo a inizio febbraio. Da Mosca, però, respingono le accuse, chiamando in causa i fallimenti sociali ed economici delle autorità moldave.
Eppure, un dubbio rimane: dal 1992, dopo una breve guerra in cui Mosca è intervenuta al fianco dei ribelli, la Moldavia convive con una regione separatista filo-russa, la Transnistria. Durante un referendum nel 2006, il 97% delle 400mila persone che vivono nell'enclave si è dichiarata favorevole ad una riadesione alla Russia.
Una situazione che ricorda il 2014 in Crimea, e più recentemente il Donbass.
❓Trovarsi in mezzo
Pur escludendo un’invasione dell’ex Paese sovietico, la caduta del governo filo-occidentale segnerebbe la fine del futuro europeo della Moldavia, da giugno candidata all’adesione Ue insieme all’Ucraina. Una vittoria per il Cremlino, che preferisce mantenere governi a lui favorevoli nei Paesi che si trovano fra i suoi confini e quelli dei membri della NATO, come la Romania.
Per questo l’Europa osserva con preoccupazione le proteste di domenica e accoglie il ministro degli esteri moldavo Nico Popescu, oggi a Bruxelles per chiedere di includere nel prossimo pacchetto di sanzioni anche gli oligarchi e i politici coinvolti nel tentativo di destabilizzare la Moldavia. L’Ue sta poi valutando di inviare esperti informatici per aiutare il Paese a respingere gli attacchi degli hackers di Mosca.
Basterà per salvare la Moldavia?
👉🇺🇦 A un anno dall’inizio della guerra, Joe Biden vola a Kiev e incontra Zelensky: “Putin ha sbagliato i calcoli, pronti a sostenervi tutto il tempo necessario”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-a-kiev-per-un-anno-di-guerra-116326
📊Come è cambiato il mondo a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina? ISPI ha provato a spiegarlo in 12 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-anno-di-guerra-in-ucraina-12-grafici-per-capire-come-e-cambiato-il-mondo-116428