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🌍 GERMANIA: IL LATO NERO DI LUETZERATH

🇩🇪 Non per soldi ma per carbone
Luetzerath
, piccolo villaggio disabitato nel nord della Germania. Questo è l’attuale epicentro del dibattito politico tedesco sulla transizione energetica. Da giorni, infatti, circa 15mila (secondo i dati della polizia) attivisti per l’ambiente si stanno opponendo ai lavori di ampliamento della vicina miniera di carbone di Garzweiler, che prevedono la demolizione dell’intero villaggio. A queste proteste ha preso parte anche Greta Thunberg, ieri portata via di forza dalla polizia tedesca.
Il destino di Luetzerath sembra però segnato. Lo scorso autunno, il colosso energetico tedesco Rwe ha firmato un accordo con il governo federale, accettando di anticipare di otto anni (al 2030) l'abbandono del carbone nella regione, e di salvare cinque villaggi destinati alla demolizione. Ma non Luetzerath, divenuta così il simbolo delle contraddizioni tra le ambizioni verdi tedesche (ed europee) e il pragmatismo imposto dalla crisi energetica.

🔋Back In Black
Negli ultimi mesi, Berlino ha più volte corretto il tiro della sua politica energetica. A fine 2021 aveva deciso di spegnere i suoi sei reattori nucleari per accelerare la transizione green. Per poi tirare il freno lo scorso agosto: tre centrali resteranno attive fino ad aprile.
Nel programma di governo della cosiddetta coalizione semaforo, è messo nero su bianco anche l’abbandono del carbone entro il 2030. Ma nel 2022, per far fronte al blocco delle forniture russe di gas tramite Nord Stream, la Germania ha rimesso in funzione centrali termoelettriche a carbone, aumentandone il consumo annuo del 19%. Berlino è però in buona compagnia.

🇧🇬 Maggioranza bulgara
Giovedì il parlamento bulgaro ha votato (con 187 voti a favore e 11 contro) una risoluzione volta ad evitare la chiusura entro il 2025 delle principali centrali elettriche a carbone del paese. Un voto che salva 10mila posti di lavoro, ma va contro il framework nazionale per l’eliminazione graduale del carbone, concordato con la Commissione Europea in cambio di oltre 6 miliardi di euro di fondi comunitari. E la cui erogazione viene ora messa a rischio.
Non sorprende così che il consumo di carbone nell’Ue sia aumentato (+6%) nel 2022. Così come in India e Cina (che rappresenta il 53% del consumo globale). L’anno appena concluso ha infatti segnato il record di consumo mondiale di carbone: per la prima volta oltre gli 8 miliardi di tonnellate. L’Agenzia Internazionale dell’energia prevede che il picco sarà raggiunto questo o il prossimo anno. Ma lo stesso si diceva già nel 2020.
Riusciranno i paesi europei a fare fede ai propri impegni?

👉 🌐 Oggi si apre a Davos il World Economic Forum (Wef). Ma la pandemia, i cambiamenti climatici, il caro energia e l’inflazione hanno reso i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E’ la fine dello “spirito di Davos”, come definito dal suo fondatore, Klaus Swab? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/davos-e-disuguaglianze-37270
🌏 CINA: UN GIGANTE PIÙ PICCOLO

📉 La lunga marcia (indietro)
Nel 2022 la popolazione cinese è diminuita per la prima volta in 60 anni: lo ha annunciato oggi l’Ufficio nazionale di statistica cinese. Era il 1979 quando il Partito inaugurò la politica del figlio unico per rallentare il boom demografico degli anni Settanta. Eliminata definitivamente nel 2016, negli ultimi anni il governo cinese ha addirittura offerto sgravi fiscali e una migliore assistenza sanitaria per invertire, o almeno rallentare, il brusco calo delle nascite.
A sancire l’inizio del declino demografico è stata però la pandemia. Più che per il (leggero) aumento dei decessi, a causa della crisi sanitaria e del rallentamento economico che hanno portato molte coppie a ritardare il progetto di figli – nel 2022 un milione in meno rispetto all’anno precedente.

🇨🇳 Terreno non più fertile?
Insomma, l’esatto opposto del “grande ringiovanimento” della nazione auspicato da Xi Jinping nel 2012. E un cambiamento storico per un Paese che ha fatto del “dividendo demografico” il suo cavallo di battaglia per anni. Il costante aumento della popolazione in età lavorativa permetteva a Pechino di tenere bassi i salari. Al contrario, il suo invecchiamento porterà alla carenza di manodopera a basso costo, oltre all’aumento della spesa previdenziale.
Certo, la riduzione della forza lavoro potrebbe anche avere dei risvolti positivi, come spronare l'innovazione tecnologica. Per ora, però, il mercato non perdona e a seguito dell’annuncio le aziende quotate in settori legati a maternità e infanzia hanno iniziato a segnare cali sostanziali, come Kidswant Children Products (-8,5%) e la produttrice di incubatrici Ningbo David Medical Device (-11%).

📈 La notizia della mia morte...
Perdite che ricalcano un anno poco positivo per l’economia cinese, cresciuta solo del 3% rispetto alla media del 6,7% dell’ultimo decennio. E che potrebbe faticare ancora, dato l’aumento delle infezioni da Covid e la crisi tecnologico-immobiliare. Così l’alto tasso di disoccupazione giovanile (17%) fa diminuire anche le aspettative di reddito futuro, portando i giovani a posticipare ancora matrimoni e figli. Insomma, meno figli uguale meno crescita, meno crescita uguale meno figli.
Ma Pechino potrebbe anche essere pronta a un colpo di coda. Le infezioni riprendono a causa della riapertura del paese, e i mercati contano sul rimbalzo dei consumi cinesi. E la transizione politica è finita, con Xi che potrebbe inaugurare un nuovo periodo di stabilità.
A Xi e al Partito servono politiche lungimiranti. Ma se gestiranno la crisi demografica come hanno gestito le riaperture, cosa succederà?

👉🇺🇦 Sale il bilancio delle vittime nel bombardamento a Dnipro. La first lady ucraina Olena Zelenska a Davos: “Usate la vostra influenza”. Ne parliamo nell’SPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dallucraina-davos-usate-la-vostra-influenza-37283
🌍 UE: IL TEMPO DEI SUSSIDI

🇪🇺 Occhio per occhio
Net-Zero Industry Act. Questo il nome del pacchetto di misure, anticipato ieri a Davos dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con cui l’Ue intende rispondere ai 369 miliardi di dollari di incentivi a sostegno della transizione verde previsti dall’Inflation Reduction Act statunitense. La Commissione presenterà i dettagli della nuova proposta solo a fine mese, in vista del Consiglio europeo dell’8 febbraio.
Ma già se ne conosce l'impalcatura: una semplificazione delle autorizzazioni per i nuovi siti di produzione di tecnologie pulite, e sgravi fiscali per l'industria verde. Parallelamente, la vicepresidente della Commissione Margrethe Vestager sta lavorando a una proposta di alleggerimento delle norme sugli aiuti di Stato. Un tema che però sta creando più di una divisione.

💶 Mercato (a senso) unico?
Un primo fronte di scontenti è rappresentato dai Paesi del Nord Europa, tradizionalmente più contrari a politiche industriali dirigiste. L’opposizione soffia anche da parte degli Stati membri privi un grande dello spazio di bilancio. Il loro timore è che regole più flessibili sugli aiuti di Stato vadano a favorire sproporzionatamente Francia e Germania, destinatarie di quasi l’80% dei 672 miliardi di euro di richieste di aiuti di Stato approvate dalla Commissione dal marzo 2022.
Per evitare una frammentazione del mercato unico, il terzo tassello del Net-Zero Industry Act prevede la creazione di un nuovo fondo sovrano europeo per aiutare le industrie green delle economie europee più piccole e indebitate. Le modalità di finanziamento e l’entità di tale fondo comune sono un altro elemento di discussione.

🇨🇳 L’elefante (cinese) nella stanza
Circa il 40% del valore di un veicolo elettrico risiede nella batteria. Un settore di cui Pechino è leader: dei primi 10 produttori di batterie per veicoli elettrici sei sono cinesi. Con una quota di mercato del 56% quasi doppia quella dei principali concorrenti (coreani e giapponesi) considerati assieme.
In particolare, due aziende cinesi insieme rappresentano quasi metà delle vendite globali di questo mercato: CATL e BYD. La prima, fornitrice di Tesla e Volkswagen, in virtù dell’accordo da otto miliardi di euro firmato ad agosto con Mercedes, aprirà una nuova fabbrica in Ungheria, che si aggiunge a quella di Erfurt, in Germania. Aumenta quindi la capacità produttiva cinese di batterie elettriche in Europa che entro il 2031 potrebbe essere superiore a quella di qualsiasi altro Paese operativo nel Vecchio Continente.
Con il Net-Zero Industry Act, l’Ue risponde a Washington. Ma dovrebbe guardare anche ad Est.

🔴 Migliaia di manifestanti sfidano lo stato di emergenza e puntano a Lima. La presidente Dina Boluarte: “Non mi dimetto”. Della crisi in Perù parleremo nella tavola rotonda ISPI oggi alle 18.30. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/rivolte-peru-lo-stato-contro-il-popolo
🌍 NATO: ALEA IACTA EST?

🪖 Batti il ferro finché è caldo
Si conclude oggi la riunione del Comitato militare NATO. I 30 Capi di Stato Maggiore della Difesa degli Alleati, assieme a quelli di Finlandia e Svezia (candidati in attesa di ratifica), si sono trovati a Bruxelles per discutere di sicurezza e allargamento dell’Alleanza, ma soprattutto dell’invio di nuove armi a Kiev.
Con i contingenti russi provati dagli ultimi 11 mesi di guerra, Kiev potrebbe infatti avere una finestra di tempo limitata per lanciare una controffensiva e respingere il nemico. Da qui il dilemma degli Alleati: esporsi ulteriormente, inviando equipaggiamenti più pesanti come i carri armati, o evitare di irritare troppo il Cremlino.
E mentre ieri il Regno Unito ha già confermando l’invio di 14 dei suoi carri armati Challenge, i primi di fabbricazione occidentale, l’ultima parola sulla questione sembrerebbe spettare a Berlino.

🇩🇪 Challenge accepted?
Già, perché tra i carri armati più utilizzati in Europa c’è il Leopard, di origine tedesca. Con oltre 2.000 unità a disposizione degli Alleati, il carro armato necessita però dell’autorizzazione di Berlino per essere riesportato e permettere ad altre 20 nazioni – tra cui Polonia e Finlandia – di rifornire l’esercito ucraino.
Da parte sua, per mesi Berlino è stata titubante. Formalmente, per il timore di trascinare l’Occidente in una “guerra per procura” con Mosca. Ma forse anche per evitare di deteriorare ulteriormente i rapporti con la Russia, da cui la Germania continua ad importare, fra gli altri, nichel e palladio, metalli fondamentali per le case automobilistiche.

🐆 Coalizione Leopard
Motivi sufficienti, oltre all’avversione alla guerra di parte della sua coalizione di governo, per Scholz per giustificare il tergiversare tedesco e rendere arduo il compito dei rappresentanti di Gran Bretagna, Polonia e Finlandia che si recheranno domani a Ramstein per cercare di convincerlo. Autorizzazione o meno, per respingere i russi agli ucraini non basteranno i carri armati offerti da queste 3 nazioni, ma dovranno convincere un pool ben maggiore di Paesi ad aiutarli.
Per converso, la fornitura di un numero ridotto di esemplari rimarrebbe un mero gesto simbolico, peraltro rischioso. Consentirebbe infatti alla Russia, se non addirittura alla Cina, di impossessarsi facilmente della tecnologia militare occidentale dispiegata in Ucraina. Non stupisce dunque l’indugiare di Scholz, almeno fino a quando Biden non acconsentirà a mandare gli Abrams, i carri armati di fabbricazione statunitense.
Arriveranno prima i carri armati occidentali o le nuove truppe mobilitate da Mosca?

La Corte Suprema israeliana boccia la nomina di Aryeh Deri come ministro dell’Interno, tra Netanyahu e i giudici di Israele è scontro aperto. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-la-resa-dei-conti-37297
👉🌍 Quali sono le principali minacce per l’Italia? Come finirà la guerra tra Russia e Ucraina? E quali sono gli alleati dell’Italia nel mondo?

Cosa pensano gli italiani degli eventi cruciali dell’ultimo anno e dei trend della politica internazionale? Arrivato alla 9 edizione, il sondaggio annuale di ISPI realizzato da IPSOS ha posto agli italiani alcune domande chiave su ciò che è accaduto nel mondo nel 2022.

Leggi tutti i risultati nel nostro sondaggio "Gli italiani e la politica internazionale"https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gli-italiani-e-la-politica-internazionale-37296
🌏CINA: BACK IN BUSINESS?

🚪Porte aperte

La Cina continua la sua fase di riapertura e si avvicina alla normalità ad ampie falcate. Questo il messaggio che emerge dalle parole del vicepremier cinese Liu He in occasione della sua partecipazione al Forum Economico Mondiale in corso in questi giorni a Davos. Sia nel suo discorso di martedì, che in incontri a latere emerge ottimismo per un ritorno alla normalità dell’economia cinese nel corso del 2023 – un aspetto che, realistico o meno, vuole rassicurare i partner economici internazionali.
In Svizzera, l’alto funzionario cinese ha anche incontrato la segretaria del tesoro americana Janet Yellen: un segnale di apertura al dialogo in un contesto di competizione strutturale con gli Stati Uniti, in vista anche dell’atteso viaggio a Pechino del segretario di Stato Antony Blinken a febbraio.

📈Punto di svolta
Le prospettive tratteggiate, insomma, sono incoraggianti. Lo scenario, però, non è così roseo. L’economia cinese ha visto nel 2022 una crescita del 3%. Si tratta del valore più basso degli ultimi 40 anni, secondo solo al 2.2% segnato nel 2020 quando, pur nel contesto del Covid, la Cina era stata l’unica grande economia a non cadere in recessione. Lo scenario due anni dopo è ben lontano dal rebound del 2021 (8.1%), ma anche dagli obiettivi di crescita ufficiali per l’anno appena concluso (5.5%).
Insomma, l’economia paga il prezzo dei severi lockdown della strategia “zero Covid” e il suo pesante impatto sui consumi. Ma si prepara a un cambio di rotta, con le stime per il 2023 che si attestano tra il 4,3 e il 5%.

🏮Picchi di Capodanno
Lo scenario rimane però fragile, con la ripresa delle attività commerciali ancora troppo timida, mentre continua la crisi immobiliare che ha fatto contrarre pesantemente il settore e la riduzione demografica (vista nel 2022 per la prima volta da 60 anni) pone nuovi interrogativi in un paese in cui la disoccupazione giovanile è al 16,7%.
Il paese è poi ancora in preda all’ondata di Covid-19 in seguito al sollevamento delle misure di prevenzione. L’alta circolazione del virus e dei decessi (ufficialmente 60.000, presumibilmente di più) fanno preoccupare in particolare in vista dei festeggiamenti dell’ormai imminente Capodanno lunare. Una celebrazione che però è anche l’occasione perché un aumento degli acquisti dia una spinta all’economia.
Il picco epidemico è atteso in prossimità del Capodanno, presumibilmente seguito da un momento economicamente più propizio. La Cina riuscirà a bilanciare l’impeto della riapertura e le sue fragilità interne?

👉🎙La Cina ha soppresso la maggior parte delle restrizioni della sua politica 'zero-covid'. Cosa significa per l’economia, la politica, la salute e la coesione del Paese? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-cina-affronta-il-capodanno-37308

👉🇺🇸 Gli Stati Uniti hanno raggiunto il tetto del debito. Il Congresso si prepara allo scontro, ma la battaglia è tutta politica. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/debito-usa-il-tetto-che-scotta-37307
🌍UE: LA RECESSIONE CHE NON C’È?

🇪🇺Primavera in anticipo
Nel 2023 l’eurozona eviterà la recessione: è quanto emerge dall’ultimo sondaggio tra esperti condotto da Consensus Economics. Secondo il pool di economisti, quest’anno una serie di condizioni macroeconomiche in miglioramento porterà a una contrazione dell’attività commerciale inferiore al previsto.
Un’inversione di tendenza dovuta a una serie di buone notizie, a partire dal versante energetico. Grazie a un inverno particolarmente mite, a metà gennaio il livello degli stoccaggi europei era ai massimi di sempre (quasi 80 Gmc, a fronte di una media di 62 nel periodo 2015-2020). Escluso il rischio di razionamento, il prezzo del gas negli hub europei ha iniziato a scendere (-30% nell’ultimo mese). E questo fa ben sperare anche sul fronte inflazione.

📉Scamparla per un pelo
Con l’inflazione europea in discesa dopo il picco dello scorso ottobre, nel Vecchio continente si tira un sospiro di sollievo. Certo, al World Economic Forum di Davos la presidente della Bance Centrale Europea Christine Lagarde ha messo le mani avanti, segnalando altri due probabili aumenti dei tassi di interesse nei prossimi mesi. Ma il ritmo di inasprimento della politica monetaria europea, finora incalzante (tassi aumentati di 2,5 punti percentuali in 7 mesi, il ritmo più veloce di sempre), sembra stare già dando i suoi frutti senza impattare troppo sull’economia reale.
A confermare il miglioramento è anche un altro pool esperti, quello dei direttori degli acquisti. A dicembre l'indice PMI per l'eurozona è infatti salito a 49,3. Un valore minore di 50, che indicherebbe una ripresa economica, ma il più alto da cinque mesi a questa parte. Si rallenta, ma non troppo.

🇨🇳With a little help from my “friend”
Così, l’inconsueto mix di politiche monetarie restrittive e generosi sussidi governativi sembrerebbe aver permesso all’Europa di superare “l’inverno economico”. Con la riapertura della Cina, poi, ci si attende anche la ripresa della domanda globale. Uno stimolo decisamente positivo per il commercio europeo, soprattutto tedesco.
Se Pechino riparte, lo stesso accade però anche con la sua domanda di gas, che sottrae volumi all’UE. Ma in questo momento i livelli in Europa di stoccaggio di gas sono così elevati da far comunque sperare che si possano evitare razionamenti anche nell’inverno 2024.
Insomma, lo scenario apocalittico predetto da Gazprom a ottobre non si sta avverando, proprio mentre in Russia le sanzioni cominciano a mordere. Putin ha fatto male i conti?

👉🇩🇪 La Germania temporeggia sull’invio di carri armati all’Ucraina. E la coalizione rischia di dividersi sulla questione ‘Leopard’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-leopard-si-o-no-37318
🌍KOSOVO-SERBIA: SFORZI DI NORMALIZZAZOINE

🔥Accordi discordanti
Un’intensa attività diplomatica sta interessando Kosovo e Serbia, in cerca di un nuovo accordo per la normalizzazione dei rapporti. Il rappresentante speciale Ue per il dialogo tra Belgrado e Pristina, Miroslav Lajcak, ha incontrato il premier kosovaro Albin Kurti e il presidente serbo Aleksandar Vucic nell’ambito di nell’ambito di negoziati che coinvolgono anche il rappresentante speciale USA e delegazioni francese, tedesca e italiana. Il quintetto occidentale sta promuovendo la cosiddetta proposta franco-tedesca, ovvero un accordo (non reso pubblico) per la normalizzazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado. Secondo alcune indiscrezioni, pur senza un riconoscimento ufficiale serbo della sua ormai ex provincia, le due parti accetterebbero l’altrui integrità territoriale e si scambierebbero missioni permanenti. La Serbia smetterebbe di ostacolare l’ingresso del Kosovo nelle Nazioni Unite, e chiederebbe la creazione della Associazione dei comuni a maggioranza serba in Kosovo, prevista dagli accordi di Bruxelles del 2013, ma mai realizzata.

🇪🇺Ultimatum europeo?
In cambio, la Serbia otterrebbe un canale preferenziale nel processo di integrazione nell’Ue, iniziato più di dieci anni fa e rallentato anche dall’instabilità generata dalla questione del Kosovo.
In conferenza stampa il presidente Vucic ha detto che un muro contro muro potrebbe avere gravi ricadute per la Serbia, presentando il piano come un “ultimatum”. Più che sui contenuti della proposta, Vucic si è infatti concentrato su quali sarebbero le conseguenze qualora Belgrado non fosse disposta ad accettare la proposta di accordo: interruzione del processo di integrazione, ritiro di tutti gli investitori occidentali e isolamento politico del paese. Sebbene l’abbia presentato come ricatto, Vucic sa bene che il suo paese non può rinunciare all’Ue, principale investitore e partner commerciale di Belgrado: il 63% degli investimenti diretti stranieri provengono da paesi dell’Unione.

⚠️Maneggiare con cura
Per quanto la Serbia sia economicamente legata all’Ue, il suo principale alleato politico è la Russia. Un’ambivalenza di politica estera indigesta all’Occidente. Unico paese europeo con la Bielorussia a non aver sanzionato Mosca, la Serbia ha sempre contato sul sostegno russo per ostacolare il processo di indipendenza del Kosovo.
Ed è per questo che le tensioni tra Belgrado e Pristina preoccupano l’Occidente: per quanto la Russia non sia direttamente coinvolta, è il principale beneficiario delle tensioni balcaniche. Una preoccupazione che spiega la fretta europea di vedere siglati con un accordo gli sforzi per una definitiva normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.
Tra economia e politica, anche i Balcani sono destinati a rimanere un fronte di instabilità in Europa?

🔴 Delle tensioni, e di un possibile accordo, tra Kosovo e Serbia parleremo domani 25 gennaio alle 18.00 nella nostra tavola rotonda settimanale. Registrati e partecipa qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/kosovo-serbia-verso-un-nuovo-accordo-0
🌎 BIG TECH: STRETTA IN CORSO 

🇺🇸 Mi sento (s)fortunato 
Google sotto accusa. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e otto Stati americani hanno fatto causa all’azienda di Mountain View, sostenendo che abbia usato il suo potere monopolistico sul mercato della pubblicità digitale per costringere gli inserzionisti a usare i suoi prodotti. Le loro richieste puntano allo smantellamento dell’attività pubblicitaria del colosso delle ricerche.  
Non è la prima volta che Google si trova a far i conti con le agenzie regolatrici. Nel 2020 è stata citata in giudizio, sempre dal Dipartimento di Giustizia, per la presunta soppressione della concorrenza nella ricerca su Internet. Motivo per cui è stata sanzionata anche dall’Antitrust dell’Unione europea nel 2018 con una multa da più di 4 miliardi di euro e ora attende l’esito del ricorso presentato alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. 
Ma non è solo Google a vivere un momento difficile. 

💵 You’re fired 
Nel 2022 le cosiddette Big Tech hanno perso più di tremila miliardi di dollari di valore di mercato, di cui mille miliardi della sola Amazon. Il valore delle azioni di Meta si è più che dimezzato negli ultimi 12 mesi, quelle di Google e Microsoft hanno perso rispettivamente il 29 e il 23%. Non sorprende quindi che negli ultimi mesi queste aziende abbiano deciso forti tagli al personale. 
Sono infatti 12mila i licenziamenti annunciati da Google (6% del totale dipendenti) che si sommano agli 11mila di Meta (13%), i 10mila di Microsoft (5%) e i 18mila di Amazon (6%). Numeri che portano il conto complessivo dei licenziamenti annunciati nell’ultimo anno nell’industria tecnologica americana a più di 200mila: mai così tanti dallo scoppio della bolla delle dotcom (2000). 

🖥️ Bolla delle dotcom 2.0? 
Le coincidenze con la congiuntura che, all’inizio del millennio, decretò il fallimento di molte aziende cresciute nell’allora economia emergente di internet sono evidenti. Ora come allora, il peggioramento dei bilanci delle imprese tech avviene in aria di recessione globale e di politica monetaria restrittiva da parte della FED.  
Tuttavia, bisogna contestualizzare l’attuale ondata di licenziamenti nel contesto degli ultimi anni che, complice la pandemia, hanno visto un boom dell’economia digitale, a cui le imprese del settore hanno reagito con una crescita esponenziale delle assunzioni. Dal 2019 al settembre 2022, Amazon ha raddoppiato il numero di suoi addetti, così come Meta. Gli attuali tagli del personale rappresentano quindi una piccola porzione di questi aumenti.  
La crisi del 2000 segnò la caduta di imprese, da AOL a Yahoo!, fin ad allora considerate le padrone del web. Visto il potere di mercato delle Big Tech, è difficile che la storia si ripeta. 

🔴 Guerra delle targhe, barricate di confine, violenze con armi da fuoco. Davvero Kosovo e Serbia si avviano verso un futuro di dialogo e riconciliazione? Ne parliamo nella tavola rotonda ISPI oggi alle ore 18.00. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/kosovo-serbia-verso-un-nuovo-accordo-0
🌍NATO: SKY IS THE LIMIT?

✈️Tanks, thanks!
Ricordate il dibattito sull'invio di carri armati Leopard? Beh, quello era ieri. Oggi nelle capitali occidentali si sta già considerando il passo successivo: l’invio di jet da combattimento a Kiev. Un'idea scartata sin dalle prime fasi della guerra, quando l'Ucraina chiedeva alla NATO di stabilire una no-fly zone sui suoi cieli, o in alternativa i caccia per proteggersi dai bombardamenti russi.
Dopo il via libera dello scorso dicembre sui Patriot, il sistema missilistico anti-aereo più avanzato nell’arsenale americano, Biden non sembra per ora intenzionato ad aprire sugli F-16. La cui riesportazione, come per i Leopard tedeschi, necessita dell'autorizzazione del Paese di produzione.
Eppure c’è chi spera nell’ennesimo colpo di scena. E si sta già portando avanti.

🇳🇱Roma per toma
La scorsa settimana, il ministro degli Esteri olandese ha dichiarato che i Paesi Bassi prenderebbero in considerazione l’invio dei propri F-16. Con più di 4500 unità prodotte e circa 3000 in servizio, gli F-16 costituiscono uno degli aerei da combattimento più popolari al mondo. In Europa, ben sette Paesi NATO possiedono il caccia nel proprio arsenale, e almeno tre di loro sono alla ricerca di acquirenti.
Ci sarebbe una seconda opzione: inviare a Kiev aerei sovietici (come i MiG-29) ancora presenti negli arsenali dei Paesi dell'ex Patto di Varsavia, che riceverebbero in cambio F-16 americani. La proposta, portata avanti dalla Polonia fin dallo scorso marzo, era stata esclusa perché considerata troppo rischiosa. Oggi, invece, sembrerebbe l'opzione più praticabile.
Forse è per questo che alla Lockheed Martin, l’impresa americana produttrice di F-16, si stanno già preparando ad aumentare la produzione. In fondo, meglio farsi trovare preparati.

🌊Tra il dire e il fare...
Con o senza l’autorizzazione, l’invio di caccia a Kiev comporta di per sé una serie di complicazioni logistiche. In Ucraina mancano piste adatte al decollo degli F-16 e qualsiasi tentativo di costruirle sarebbe facilmente individuabile (e colpibile) dai russi. Il loro utilizzo, inoltre, richiede mesi di addestramento: se per i carri armati si prevede un periodo di diverse settimane (12 per i Leopard e 22 per gli Abrams), imparare a pilotare F-16 richiede fino a 9 mesi.
Da un punto di vista politico, poi, l’utilizzo di jet da combattimento comporta una sempre più labile linea rossa fra l’invio di armi a scopo difensivo e un coinvolgimento diretto nel conflitto, con l’annesso rischio di escalation. Washington e Berlino lo sanno, e anche per questo frenano.
Siamo davvero pronti a passare il Rubicone?

👉🇺🇦Martedì Zelensky ha rimosso dal loro incarico sei alti funzionari del suo governo, fra cui quattro viceministri, in risposta a crescenti sospetti di corruzione. Un problema non nuovo per il paese. Cosa sta succedendo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lucraina-e-il-virus-della-corruzione-37343