🌍 GUERRA IN UCRAINA: ARMI E FONDI ILLIMITATI?
🛬 Mr. Zelensky went to Washington
Un grazie e una richiesta, quella di avere ancora più armi. Questo è in estrema sintesi il messaggio che Zelensky ha portato ieri a Biden e al Congresso americano durante la sua rapida visita a Washington. Si trattava del primo viaggio fuori dall’Ucraina dall’inizio della guerra, e il tempismo non è casuale. Complice l’inverno, sul fronte si rischia uno stallo militare che complica i piani ucraini di riconquista.
Ma Kiev teme uno stallo anche nel supporto americano. Il 3 gennaio si insedia infatti la nuova Camera a maggioranza repubblicana, tra le cui fila più di un esponente di spicco ha dichiarato che il tempo degli assegni in bianco all’Ucraina è finito. Proprio a loro Zelensky si è rivolto, dicendo “il vostro denaro non è beneficenza. È un investimento nella democrazia”. Investimento che Biden ha nuovamente sottoscritto.
🇺🇸 The Patriot
In occasione della visita del presidente ucraino, Biden ha annunciato un nuovo pacchetto di forniture militari per Kiev da 1,8 miliardi di dollari. In cui non si trovano i missili a lungo raggio più volte richiesti dall’Ucraina, ma compare per la prima volta un altro dei desiderata di Kiev: il sistema missilistico (difensivo) Patriot.
Il supporto americano per l’Ucraina rimane quindi solido. Non a caso Zelensky si è recato a Washington (che finora ha stanziato per Kiev 25 miliardi di aiuti militari) invece che a Bruxelles (12 miliardi di dollari stanziati). Ma anche gli Stati Uniti potrebbero faticare a tenere ancora questo ritmo: ieri Biden ha sottolineato le difficoltà dell’industria militare americana a soddisfare le commesse del Pentagono. Difficoltà che però si registrano anche sul fronte avversario.
💸 Aspettando il deficit
Ieri, in un incontro con i vertici militari russi, Putin ha ammesso pubblicamente che l’operazione militare speciale in Ucraina sta mostrando problemi militari. Comunque risolvibili, secondo il presidente russo, che promette per questa guerra finanziamenti illimitati.
A guardare il bilancio pubblico russo, lo spazio per il sostegno economico si sta riducendo ma c’è ancora. Grazie alla tassa sugli extraprofitti di Gazprom, l’avanzo di bilancio della Russia è più che quadruplicato a novembre. L’anno dovrebbe chiudersi con un deficit di bilancio del 2%, che però sarà facilmente coperto dal fondo sovrano nazionale cresciuto di 50 miliardi di dollari dall’inizio della guerra grazie alle esportazioni di petrolio e gas.
Tra Russia e Ucraina, chi si troverà per prima a corto di munizioni?
👉 🇮🇱 Benjamin Netanyahu annuncia l’accordo per un nuovo governo di coalizione: sarà l’esecutivo più a destra della storia di Israele. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-la-sesta-volta-di-netanyahu-37112
👉 📷 L’anno della guerra. Difficile definire questo 2022 in modo diverso. L’ISPI ripercorre quest’anno di rottura con una selezione di 12 immagini emblematiche, accompagnate dalle analisi dei nostri ricercatori: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-2022-12-immagini-le-analisi-dellispi-37104
🛬 Mr. Zelensky went to Washington
Un grazie e una richiesta, quella di avere ancora più armi. Questo è in estrema sintesi il messaggio che Zelensky ha portato ieri a Biden e al Congresso americano durante la sua rapida visita a Washington. Si trattava del primo viaggio fuori dall’Ucraina dall’inizio della guerra, e il tempismo non è casuale. Complice l’inverno, sul fronte si rischia uno stallo militare che complica i piani ucraini di riconquista.
Ma Kiev teme uno stallo anche nel supporto americano. Il 3 gennaio si insedia infatti la nuova Camera a maggioranza repubblicana, tra le cui fila più di un esponente di spicco ha dichiarato che il tempo degli assegni in bianco all’Ucraina è finito. Proprio a loro Zelensky si è rivolto, dicendo “il vostro denaro non è beneficenza. È un investimento nella democrazia”. Investimento che Biden ha nuovamente sottoscritto.
🇺🇸 The Patriot
In occasione della visita del presidente ucraino, Biden ha annunciato un nuovo pacchetto di forniture militari per Kiev da 1,8 miliardi di dollari. In cui non si trovano i missili a lungo raggio più volte richiesti dall’Ucraina, ma compare per la prima volta un altro dei desiderata di Kiev: il sistema missilistico (difensivo) Patriot.
Il supporto americano per l’Ucraina rimane quindi solido. Non a caso Zelensky si è recato a Washington (che finora ha stanziato per Kiev 25 miliardi di aiuti militari) invece che a Bruxelles (12 miliardi di dollari stanziati). Ma anche gli Stati Uniti potrebbero faticare a tenere ancora questo ritmo: ieri Biden ha sottolineato le difficoltà dell’industria militare americana a soddisfare le commesse del Pentagono. Difficoltà che però si registrano anche sul fronte avversario.
💸 Aspettando il deficit
Ieri, in un incontro con i vertici militari russi, Putin ha ammesso pubblicamente che l’operazione militare speciale in Ucraina sta mostrando problemi militari. Comunque risolvibili, secondo il presidente russo, che promette per questa guerra finanziamenti illimitati.
A guardare il bilancio pubblico russo, lo spazio per il sostegno economico si sta riducendo ma c’è ancora. Grazie alla tassa sugli extraprofitti di Gazprom, l’avanzo di bilancio della Russia è più che quadruplicato a novembre. L’anno dovrebbe chiudersi con un deficit di bilancio del 2%, che però sarà facilmente coperto dal fondo sovrano nazionale cresciuto di 50 miliardi di dollari dall’inizio della guerra grazie alle esportazioni di petrolio e gas.
Tra Russia e Ucraina, chi si troverà per prima a corto di munizioni?
👉 🇮🇱 Benjamin Netanyahu annuncia l’accordo per un nuovo governo di coalizione: sarà l’esecutivo più a destra della storia di Israele. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-la-sesta-volta-di-netanyahu-37112
👉 📷 L’anno della guerra. Difficile definire questo 2022 in modo diverso. L’ISPI ripercorre quest’anno di rottura con una selezione di 12 immagini emblematiche, accompagnate dalle analisi dei nostri ricercatori: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-2022-12-immagini-le-analisi-dellispi-37104
🌏UN MONDO MALATO?
🦠 È di nuovo emergenza
A due settimane dal “liberi tutti”, la pandemia in Cina è di nuovo esplosa. Con il numero di casi vertiginosamente in aumento (37 milioni di persone potenzialmente contagiate in un solo giorno questa settimana) e gli ospedali già pieni, il Paese deve fare i conti anche con un altro problema: la diffusa carenza di medicinali.
Una carenza che comincia a essere riscontrata anche in altre parti del mondo (Europa e Usa). Dove i vaccini e la “endemizzazione” contribuiscono a mantenere i contagi da Covid sotto controllo (in Italia il 76% della popolazione ha ricevuto il booster, contro il 58% cinese), ma la ricomparsa delle infezioni batteriche stagionali ha fatto esplodere la domanda di farmaci.
Insomma, a due anni da Wuhan la “palla” sembra essere tornata alla Cina, ma le conseguenze fanno il giro del globo.
💉Problema di costo
Il problema nasce dalla dipendenza occidentale dalle industrie farmaceutiche asiatiche. Mentre i prezzi regolamentati dei medicinali in Europa sono rimasti costanti per anni, il costo dei principi attivi come il paracetamolo è aumentato del 70% solo quest’anno. E così negli ultimi 20 anni molte aziende farmaceutiche occidentali hanno abbandonato un business non più redditizio, e la produzione mondiale ha iniziato a spostarsi verso l’Asia.
Nelle ultime settimane, l’aumento della domanda mondiale e la mancanza di personale nelle regioni colpite da Covid hanno colto di sorpresa le aziende farmaceutiche. E con Cina e India che producono tra il 60% e l'80% dei principi attivi farmaceutici del mondo, i nuovi colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento sono presto sfociati in carenze globali.
🇨🇳Ancora tu
Sono bastate poche settimane nel primo inverno senza mascherine per mettere in luce le fragilità dei sistemi sanitari mondiali. La carenza di principi attivi, come quella di semiconduttori, ricorda ai decisori politici le conseguenze di una dipendenza troppo forte da pochi, grandi fornitori in luoghi lontani del globo.
La Cina, in particolare, che da parte sua dimostra invece una costante volontà di segretezza, non contribuisce a tranquillizzare il resto del mondo. Da due settimane Pechino ha smesso di comunicare il numero di nuovi casi e decessi all’Organizzazione mondiale della sanità. Cifre dubbie sono oggi diventate assenti, proprio mentre gli esperti indipendenti stimano 5.000 morti al giorno e un milione entro la fine dell’anno prossimo.
La lotta contro il virus, che nel 2020 sembrava aver ridotto i conflitti tra le grandi potenze, sembra sempre più una lotta geopolitica.
🇺🇦👉 A che punto è la guerra in Ucraina a 300 giorni dall’inizio dell’invasione russa? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-prima-di-natale-37134
🎄Il mondo in tasca si prende una breve pausa e torna il 9 gennaio. Stay tuned: il nostro Dossier speciale sul Mondo nel 2023 esce domani. Buone Feste!
🦠 È di nuovo emergenza
A due settimane dal “liberi tutti”, la pandemia in Cina è di nuovo esplosa. Con il numero di casi vertiginosamente in aumento (37 milioni di persone potenzialmente contagiate in un solo giorno questa settimana) e gli ospedali già pieni, il Paese deve fare i conti anche con un altro problema: la diffusa carenza di medicinali.
Una carenza che comincia a essere riscontrata anche in altre parti del mondo (Europa e Usa). Dove i vaccini e la “endemizzazione” contribuiscono a mantenere i contagi da Covid sotto controllo (in Italia il 76% della popolazione ha ricevuto il booster, contro il 58% cinese), ma la ricomparsa delle infezioni batteriche stagionali ha fatto esplodere la domanda di farmaci.
Insomma, a due anni da Wuhan la “palla” sembra essere tornata alla Cina, ma le conseguenze fanno il giro del globo.
💉Problema di costo
Il problema nasce dalla dipendenza occidentale dalle industrie farmaceutiche asiatiche. Mentre i prezzi regolamentati dei medicinali in Europa sono rimasti costanti per anni, il costo dei principi attivi come il paracetamolo è aumentato del 70% solo quest’anno. E così negli ultimi 20 anni molte aziende farmaceutiche occidentali hanno abbandonato un business non più redditizio, e la produzione mondiale ha iniziato a spostarsi verso l’Asia.
Nelle ultime settimane, l’aumento della domanda mondiale e la mancanza di personale nelle regioni colpite da Covid hanno colto di sorpresa le aziende farmaceutiche. E con Cina e India che producono tra il 60% e l'80% dei principi attivi farmaceutici del mondo, i nuovi colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento sono presto sfociati in carenze globali.
🇨🇳Ancora tu
Sono bastate poche settimane nel primo inverno senza mascherine per mettere in luce le fragilità dei sistemi sanitari mondiali. La carenza di principi attivi, come quella di semiconduttori, ricorda ai decisori politici le conseguenze di una dipendenza troppo forte da pochi, grandi fornitori in luoghi lontani del globo.
La Cina, in particolare, che da parte sua dimostra invece una costante volontà di segretezza, non contribuisce a tranquillizzare il resto del mondo. Da due settimane Pechino ha smesso di comunicare il numero di nuovi casi e decessi all’Organizzazione mondiale della sanità. Cifre dubbie sono oggi diventate assenti, proprio mentre gli esperti indipendenti stimano 5.000 morti al giorno e un milione entro la fine dell’anno prossimo.
La lotta contro il virus, che nel 2020 sembrava aver ridotto i conflitti tra le grandi potenze, sembra sempre più una lotta geopolitica.
🇺🇦👉 A che punto è la guerra in Ucraina a 300 giorni dall’inizio dell’invasione russa? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-prima-di-natale-37134
🎄Il mondo in tasca si prende una breve pausa e torna il 9 gennaio. Stay tuned: il nostro Dossier speciale sul Mondo nel 2023 esce domani. Buone Feste!
🌍 UCRAINA, RECESSIONE E CRISI ENERGETICA: NEL 2023 VEDREMO DAVVERO LA QUIETE DOPO LE TEMPESTE? IL NOSTRO DOSSIER SUL MONDO CHE VERRÀ
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la bufera, con l’invasione russa dell’Ucraina che ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. Eppure, oggi ci sono segnali che indicano che le nubi all’orizzonte potrebbero diradarsi: l’Europa si è rifornita di approvvigionamenti di gas sufficienti a passare l’inverno; la Black Sea Grain Initiative e il calo dei prezzi del grano hanno scongiurato una crisi alimentare mondiale; l’inflazione sembra aver rallentato la propria corsa.
🔍 Sarà davvero “la quiete dopo le tempeste”? Per rispondere a questa e molte altre domande, anche quest’anno ISPI vi presenta il dossier speciale sul "Mondo nel 2023", con le previsioni sulla geopolitica e la geoeconomia dell’anno che ci aspetta.
👉 Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5542
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la bufera, con l’invasione russa dell’Ucraina che ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. Eppure, oggi ci sono segnali che indicano che le nubi all’orizzonte potrebbero diradarsi: l’Europa si è rifornita di approvvigionamenti di gas sufficienti a passare l’inverno; la Black Sea Grain Initiative e il calo dei prezzi del grano hanno scongiurato una crisi alimentare mondiale; l’inflazione sembra aver rallentato la propria corsa.
🔍 Sarà davvero “la quiete dopo le tempeste”? Per rispondere a questa e molte altre domande, anche quest’anno ISPI vi presenta il dossier speciale sul "Mondo nel 2023", con le previsioni sulla geopolitica e la geoeconomia dell’anno che ci aspetta.
👉 Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5542
ISPI
Quiete dopo le tempeste… Really? | ISPI
Torna su ispionline.it Il Mondo nel 2023 Quiete dopo le tempeste… Really? Leggi in Inglese Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta…
🌍 IL MONDO NEL 2023: SCOPRI I GRANDI TEMI DELLA GEOPOLITICA PER FARE UN FIGURONE ALLA CENA DI CAPODANNO
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. I venti della discordia sembravano sul punto di far saltare anche i fragili equilibri fra Cina e Taiwan. I prezzi dell’energia si sono impennati, e l’inflazione è schizzata alle stelle, mentre la globalizzazione sembrava andare in frantumi.
⛅ Ma cosa ci aspetta nel 2023? Sarà davvero un anno di quiete dopo le tempeste? Per rispondere a queste e molte altre domande, anche quest’anno vi presentiamo il nostro Dossier speciale sulla geopolitica del mondo che verrà.
https://essay.ispionline.it/?page_id=5542
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. I venti della discordia sembravano sul punto di far saltare anche i fragili equilibri fra Cina e Taiwan. I prezzi dell’energia si sono impennati, e l’inflazione è schizzata alle stelle, mentre la globalizzazione sembrava andare in frantumi.
⛅ Ma cosa ci aspetta nel 2023? Sarà davvero un anno di quiete dopo le tempeste? Per rispondere a queste e molte altre domande, anche quest’anno vi presentiamo il nostro Dossier speciale sulla geopolitica del mondo che verrà.
https://essay.ispionline.it/?page_id=5542
ISPI
Quiete dopo le tempeste… Really? | ISPI
Torna su ispionline.it Il Mondo nel 2023 Quiete dopo le tempeste… Really? Leggi in Inglese Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta…
🌍MIGRANTI, UE: PUNTO DI NON RITORNO?
🇪🇺Di stanze ed elefanti
Oggi a Roma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha incontrato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Al centro dei colloqui il Pnrr, la crisi energetica e l’Ucraina, ma anche gli (scarsi) progressi sul Nuovo patto per le migrazioni e l’asilo. Con l’aumento degli sbarchi sulle coste italiane, che nel 2022 hanno superato quota 104.000 (ormai non così lontani dai 170.000 l’anno del periodo 2014-2016) l’Italia ha ancora una volta bisogno di riportare la questione sui tavoli europei.
Nei fatti, però, quello del governo delle migrazioni è un capitolo eternamente aperto. Tanto che l’entrante presidenza di turno svedese ha già gettato acqua sul fuoco, spegnendo le ultime speranze che il dossier possa arrivare a conclusione entro le prossime elezioni europee (metà 2024).
🚢Fare da soli
E così, di fronte allo stallo europeo, Roma prova da tempo a fare da sola. Dapprima tollerando che i migranti sbarcati in Italia si spostassero irregolarmente verso altri paesi europei (come successo con oltre metà del milione di migranti sbarcato in Italia dal 2012). Più recentemente frenando le attività di salvataggio, nella convinzione che la presenza in mare delle Ong incentivi le partenze.
Dopo le frequenti crisi del periodo 2018-2019 (con le navi Ong tenute fuori dai porti italiani fino alle promesse di redistribuzione da parte degli altri paesi Ue – poi spesso disattese), oggi Roma ha cambiato strategia: indica immediatamente un luogo di sbarco, scegliendo però porti a diversi giorni di navigazione.
Strategia che sinora non ha sortito gli effetti sperati: a dicembre, gli sbarchi in Italia sono stati più che doppi rispetto allo stesso periodo del 2021 (10.799 vs 4.534).
🥕Bastoni e carote
Ma Roma non è l’unica a puntare su soluzioni “tappabuchi”: anche a Bruxelles si preferiscono soluzioni più veloci, come la sospensione dei trattamenti commerciali favorevoli nei confronti dei Paesi terzi che rifiutano i rimpatri, piuttosto che intraprendere il difficile percorso di riforma del sistema di asilo europeo. Un percorso quantomai necessario per espandere i canali di migrazione legale e ridurre i flussi di irregolari verso l’Ue.
Soluzioni che puntano verso l’unico punto su cui tutti i Paesi, o quasi, sembrano concordare: le migrazioni irregolari vanno fermate. Con le buone o con le cattive, ma (per ora) senza grande lungimiranza.
👉🇧🇷Democrazia sotto attacco parte seconda. Dopo gli Usa anche il Brasile assiste sgomento all’assalto delle istituzioni democratiche. Lula: “responsabili saranno individuati e arrestati”. Cosa è successo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-planalto-come-capitol-hill-37207
🇪🇺Di stanze ed elefanti
Oggi a Roma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha incontrato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Al centro dei colloqui il Pnrr, la crisi energetica e l’Ucraina, ma anche gli (scarsi) progressi sul Nuovo patto per le migrazioni e l’asilo. Con l’aumento degli sbarchi sulle coste italiane, che nel 2022 hanno superato quota 104.000 (ormai non così lontani dai 170.000 l’anno del periodo 2014-2016) l’Italia ha ancora una volta bisogno di riportare la questione sui tavoli europei.
Nei fatti, però, quello del governo delle migrazioni è un capitolo eternamente aperto. Tanto che l’entrante presidenza di turno svedese ha già gettato acqua sul fuoco, spegnendo le ultime speranze che il dossier possa arrivare a conclusione entro le prossime elezioni europee (metà 2024).
🚢Fare da soli
E così, di fronte allo stallo europeo, Roma prova da tempo a fare da sola. Dapprima tollerando che i migranti sbarcati in Italia si spostassero irregolarmente verso altri paesi europei (come successo con oltre metà del milione di migranti sbarcato in Italia dal 2012). Più recentemente frenando le attività di salvataggio, nella convinzione che la presenza in mare delle Ong incentivi le partenze.
Dopo le frequenti crisi del periodo 2018-2019 (con le navi Ong tenute fuori dai porti italiani fino alle promesse di redistribuzione da parte degli altri paesi Ue – poi spesso disattese), oggi Roma ha cambiato strategia: indica immediatamente un luogo di sbarco, scegliendo però porti a diversi giorni di navigazione.
Strategia che sinora non ha sortito gli effetti sperati: a dicembre, gli sbarchi in Italia sono stati più che doppi rispetto allo stesso periodo del 2021 (10.799 vs 4.534).
🥕Bastoni e carote
Ma Roma non è l’unica a puntare su soluzioni “tappabuchi”: anche a Bruxelles si preferiscono soluzioni più veloci, come la sospensione dei trattamenti commerciali favorevoli nei confronti dei Paesi terzi che rifiutano i rimpatri, piuttosto che intraprendere il difficile percorso di riforma del sistema di asilo europeo. Un percorso quantomai necessario per espandere i canali di migrazione legale e ridurre i flussi di irregolari verso l’Ue.
Soluzioni che puntano verso l’unico punto su cui tutti i Paesi, o quasi, sembrano concordare: le migrazioni irregolari vanno fermate. Con le buone o con le cattive, ma (per ora) senza grande lungimiranza.
👉🇧🇷Democrazia sotto attacco parte seconda. Dopo gli Usa anche il Brasile assiste sgomento all’assalto delle istituzioni democratiche. Lula: “responsabili saranno individuati e arrestati”. Cosa è successo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-planalto-come-capitol-hill-37207
🌍CLIMA: FINALMENTE UN SUCCESSO
🌐I favolosi anni ‘80
Il buco nell’ozono si muove… nella direzione giusta. Secondo un recente report quadriennale delle Nazioni Unite sull’andamento del Protocollo di Montreal (il trattato internazionale per la protezione dell’ozono atmosferico e la riduzione delle sostanze che lo minacciano), i dati mostrano una chiara tendenza positiva. Con l’eliminazione progressiva di quasi il 99% delle sostanze chimiche dannose vietate, lo strato di ozono che protegge il nostro pianeta sta recuperando volume, riducendo l’esposizione a raggi ultravioletti dannosi per l’uomo e l’ambiente.
Se la tendenza virtuosa verrà mantenuta, entro il 2040 potranno essere ristabiliti, in buon parte del pianeta, i livelli del 1980, cioè prima della formazione del buco. Eccetto ai poli, dove il problema è più pronunciato: sull’Antartide, questo risultato è atteso per la data stimata del 2066.
🌡️Tutto conta
Sfida tra le più cruciali nella lotta per la preservazione ambientale nei decenni scorsi, il buco dell’ozono non è tra le cause principali del cambiamento climatico. Eppure, i passi compiuti per contenerlo hanno avuto effetti positivi anche sul riscaldamento globale: vietare l’uso di alcuni potenti gas serra, infatti, ha contribuito a evitare un aumento delle temperature per circa 0,5°C.
Insomma, una rara – ma fondamentale – buona notizia, che mostra i frutti di una efficace collaborazione internazionale: il Protocollo di Montreal, firmato nel 1987, solo due anni dopo la scoperta del buco, ha ricevuto, nel corso degli anni, la ratifica universale. Un’esperienza che parla alle necessità di coordinamento del nostro tempo per contenere le emissioni e l’aumento delle temperature.
🇪🇺Nel frattempo, a Bruxelles…
Un segnale positivo, nel frattempo, giunge anche dall’Unione Europea (UE), che a dicembre scorso ha raggiunto un accordo cruciale per la riforma dell’Emissions Trading System (ETS), un sistema di scambio delle emissioni cosiddetto “Cap and trade”, e per la creazione di un Social Climate Fund (SCF) volto a supportare i nuclei familiari più vulnerabili nell’adozione di queste misure.
L’accordo estende le ambizioni del precedente ETS, che ha già contribuito dal 2005 a una riduzione delle emissioni europee del 41%. Un risultato positivo, ma ancora non sufficiente, dato che i nuovi obiettivi prevedono un taglio delle emissioni, rispetto al livello del 1990, del 55% entro il 2030, per poi ridurle a zero entro la metà del secolo.
La Svezia, che il primo gennaio ha assunto la presidenza a rotazione dell’UE, ha già dichiarato di voler portare avanti i lavori per concretizzare le leggi necessarie a questi obiettivi.
L’esperienza dell’accordo di Montreal però insegna che a fare la differenza è il coordinamento internazionale, più che mai necessario per contenere l’aumento delle temperature entro l’obiettivo di 1.5 °C sancito dall’accordo di Parigi.
🌐I favolosi anni ‘80
Il buco nell’ozono si muove… nella direzione giusta. Secondo un recente report quadriennale delle Nazioni Unite sull’andamento del Protocollo di Montreal (il trattato internazionale per la protezione dell’ozono atmosferico e la riduzione delle sostanze che lo minacciano), i dati mostrano una chiara tendenza positiva. Con l’eliminazione progressiva di quasi il 99% delle sostanze chimiche dannose vietate, lo strato di ozono che protegge il nostro pianeta sta recuperando volume, riducendo l’esposizione a raggi ultravioletti dannosi per l’uomo e l’ambiente.
Se la tendenza virtuosa verrà mantenuta, entro il 2040 potranno essere ristabiliti, in buon parte del pianeta, i livelli del 1980, cioè prima della formazione del buco. Eccetto ai poli, dove il problema è più pronunciato: sull’Antartide, questo risultato è atteso per la data stimata del 2066.
🌡️Tutto conta
Sfida tra le più cruciali nella lotta per la preservazione ambientale nei decenni scorsi, il buco dell’ozono non è tra le cause principali del cambiamento climatico. Eppure, i passi compiuti per contenerlo hanno avuto effetti positivi anche sul riscaldamento globale: vietare l’uso di alcuni potenti gas serra, infatti, ha contribuito a evitare un aumento delle temperature per circa 0,5°C.
Insomma, una rara – ma fondamentale – buona notizia, che mostra i frutti di una efficace collaborazione internazionale: il Protocollo di Montreal, firmato nel 1987, solo due anni dopo la scoperta del buco, ha ricevuto, nel corso degli anni, la ratifica universale. Un’esperienza che parla alle necessità di coordinamento del nostro tempo per contenere le emissioni e l’aumento delle temperature.
🇪🇺Nel frattempo, a Bruxelles…
Un segnale positivo, nel frattempo, giunge anche dall’Unione Europea (UE), che a dicembre scorso ha raggiunto un accordo cruciale per la riforma dell’Emissions Trading System (ETS), un sistema di scambio delle emissioni cosiddetto “Cap and trade”, e per la creazione di un Social Climate Fund (SCF) volto a supportare i nuclei familiari più vulnerabili nell’adozione di queste misure.
L’accordo estende le ambizioni del precedente ETS, che ha già contribuito dal 2005 a una riduzione delle emissioni europee del 41%. Un risultato positivo, ma ancora non sufficiente, dato che i nuovi obiettivi prevedono un taglio delle emissioni, rispetto al livello del 1990, del 55% entro il 2030, per poi ridurle a zero entro la metà del secolo.
La Svezia, che il primo gennaio ha assunto la presidenza a rotazione dell’UE, ha già dichiarato di voler portare avanti i lavori per concretizzare le leggi necessarie a questi obiettivi.
L’esperienza dell’accordo di Montreal però insegna che a fare la differenza è il coordinamento internazionale, più che mai necessario per contenere l’aumento delle temperature entro l’obiettivo di 1.5 °C sancito dall’accordo di Parigi.
👉🇧🇷Dopo l’assalto al Congresso Nazionale del Brasile, manifestanti si radunano a San Paolo in difesa della democrazia. Intanto proseguono gli arresti dei rivoltosi, ed è caccia a “mandanti e finanziatori” dell’attacco a Brasilia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-piazza-la-democrazia-37220👍1
🌍 UE VS USA: INDUSTRIA (AL) VERDE
🧳 Grand Tour
Ieri Thierry Breton era a Madrid per presentare al Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez la sua nuova proposta: il Clean Tech Act. Dopo Varsavia, Bruxelles e Parigi, la capitale spagnola è la quarta tappa del commissario europeo per il mercato interno, impegnato nel tentativo di convincere i paesi europei a fare fronte comune contro i sussidi Usa contenuti nell’Inflation Reduction Act (IRA).
Fra la riduzione dei costi dei farmaci per i pensionati e l'aumento della spesa per le centrali nucleari, il pacchetto da $369 miliardi firmato da Biden lo scorso agosto contiene soprattutto sostanziosi sussidi all’industria americana “verde”. Misure che, più che a ridurre l’inflazione, sembrano puntare a catalizzare investimenti in settori produttivi critici.
Anche se a scapito degli alleati europei.
🇺🇸 Perdiamo pezzi?
Sulla carta, i sussidi all’industria verde proposti dall'amministrazione americana sarebbero i benvenuti. Ancora oggi, gli Usa hanno un mercato “verde” poco sviluppato rispetto al potenziale: per esempio, nel 2021 in Ue sono stati immatricolati oltre 2 milioni di veicoli elettrici, negli Usa meno di 1 milione. E l’anno scorso le emissioni di gas serra americane sono cresciute ancora, allontanandosi molto dagli obiettivi al 2030 presi a Parigi nel 2015.
Ma i sussidi americani verranno concessi a condizioni ben precise: sulla base della provenienza geografica delle componenti (Stati Uniti o al massimo paesi con all’attivo accordi di libero scambio con Washington, come Canada e Messico) o dell’assemblaggio dei veicoli (negli Usa). Due requisiti che, spingendo i nuovi investimenti verso gli Usa, penalizzano le imprese europee.
🔎 AAA consenso cercasi
Così in Europa si cerca una risposta abbastanza forte da scoraggiare i disinvestimenti, ma senza provocare una guerra commerciale. Un equilibrio delicato. La proposta della Commissione, che Ursula von der Leyen dovrebbe presentare a Davos la prossima settimana, prevederebbe di creare di un fondo europeo simile all’IRA americano.
Un’opzione che pare gradita dalla Germania ma invisa ai Paesi nordici, tradizionalmente più diffidenti degli interventi “dirigisti” della mano pubblica nel mercato. Per questo si continua a sperare, forse vanamente, che Washington inserisca clausole che penalizzino meno le imprese europee anche in assenza di un accordo di libero scambio tra Usa e Ue.
Chissà cosa penserà oggi chi, nel 2016, aveva esultato quando Trump aveva fatto fallire il TTIP.
👉🇺🇦 A Soledar in Ucraina si combatte strada per strada: è la battaglia più sanguinosa dall’inizio del conflitto. Ne parliamo nell'ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-sangue-su-soledar-37241
🧳 Grand Tour
Ieri Thierry Breton era a Madrid per presentare al Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez la sua nuova proposta: il Clean Tech Act. Dopo Varsavia, Bruxelles e Parigi, la capitale spagnola è la quarta tappa del commissario europeo per il mercato interno, impegnato nel tentativo di convincere i paesi europei a fare fronte comune contro i sussidi Usa contenuti nell’Inflation Reduction Act (IRA).
Fra la riduzione dei costi dei farmaci per i pensionati e l'aumento della spesa per le centrali nucleari, il pacchetto da $369 miliardi firmato da Biden lo scorso agosto contiene soprattutto sostanziosi sussidi all’industria americana “verde”. Misure che, più che a ridurre l’inflazione, sembrano puntare a catalizzare investimenti in settori produttivi critici.
Anche se a scapito degli alleati europei.
🇺🇸 Perdiamo pezzi?
Sulla carta, i sussidi all’industria verde proposti dall'amministrazione americana sarebbero i benvenuti. Ancora oggi, gli Usa hanno un mercato “verde” poco sviluppato rispetto al potenziale: per esempio, nel 2021 in Ue sono stati immatricolati oltre 2 milioni di veicoli elettrici, negli Usa meno di 1 milione. E l’anno scorso le emissioni di gas serra americane sono cresciute ancora, allontanandosi molto dagli obiettivi al 2030 presi a Parigi nel 2015.
Ma i sussidi americani verranno concessi a condizioni ben precise: sulla base della provenienza geografica delle componenti (Stati Uniti o al massimo paesi con all’attivo accordi di libero scambio con Washington, come Canada e Messico) o dell’assemblaggio dei veicoli (negli Usa). Due requisiti che, spingendo i nuovi investimenti verso gli Usa, penalizzano le imprese europee.
🔎 AAA consenso cercasi
Così in Europa si cerca una risposta abbastanza forte da scoraggiare i disinvestimenti, ma senza provocare una guerra commerciale. Un equilibrio delicato. La proposta della Commissione, che Ursula von der Leyen dovrebbe presentare a Davos la prossima settimana, prevederebbe di creare di un fondo europeo simile all’IRA americano.
Un’opzione che pare gradita dalla Germania ma invisa ai Paesi nordici, tradizionalmente più diffidenti degli interventi “dirigisti” della mano pubblica nel mercato. Per questo si continua a sperare, forse vanamente, che Washington inserisca clausole che penalizzino meno le imprese europee anche in assenza di un accordo di libero scambio tra Usa e Ue.
Chissà cosa penserà oggi chi, nel 2016, aveva esultato quando Trump aveva fatto fallire il TTIP.
👉🇺🇦 A Soledar in Ucraina si combatte strada per strada: è la battaglia più sanguinosa dall’inizio del conflitto. Ne parliamo nell'ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-sangue-su-soledar-37241
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🌍 ECONOMIA, IL MONDO IN PANNE
📉 Frenata globale
Guerra in Ucraina, inflazione elevata e aumento dei tassi di interesse: sono le principali cause del brusco rallentamento della crescita globale che, secondo le ultime proiezioni della Banca mondiale, nel 2023 farà segnare un esiguo +1,7%. Il terzo tasso di crescita più basso in quasi trent’anni.
A rallentare maggiormente saranno le economie più avanzate, le cui previsioni per il 2023 sono state riviste al ribasso dell’1,7%. Nel lungo periodo, però, i paesi maggiormente colpiti saranno quelli più indebitati e con meno spazio in bilancio per contrastare la crisi, tanto che alla fine del 2024 le loro economie saranno circa il 6% più piccole rispetto ai livelli previsti prima della pandemia.
☔️Piove sul bagnato
Con il rallentamento dell’economia diminuiscono anche i redditi medi della popolazione. Anche qui, a farne le spese sono soprattutto i Paesi più poveri, dove si stima una riduzione di almeno un punto percentuale rispetto alla media 2010-2019. Un calo che, in un mondo sempre più caro, sta facendo sprofondare milioni di persone sotto la soglia di povertà.
Ma i problemi non finiscono qui. Con l'aumento degli interessi sul debito e sempre meno spazio per fare nuova spesa pubblica, le economie emergenti avranno meno capitali a disposizione per investire in settori critici come istruzione, sanità e infrastrutture. Insomma, la pandemia e la guerra in Ucraina sembrano aver fatto definitivamente crollare le speranze di porre fine alla povertà estrema entro il 2030.
🇨🇳 Tutte le strade portano a Pechino?
A complicare ulteriormente il quadro oggi ci si mette anche la rapida riapertura della Cina. Nei prossimi mesi, infatti, gran parte dell’andamento dell’economia globale dipenderà dagli equilibri tra domanda e offerta di beni: un aumento della domanda cinese farebbe ripartire l’economia mondiale, ma al contempo potrebbe provocare un nuovo aumento dei prezzi. Da qui potrebbero arrivare ulteriori rialzi dei tassi d’interesse, che a loro volta deprimerebbero gli investimenti.
E poi inflazione più alta del previsto, ritorno della pandemia, un'escalation del conflitto tra Russia e Ucraina. Sono molti i fattori che potrebbero minare la ripresa economica nel corso del prossimo anno. Riusciremo a scongiurare la seconda recessione mondiale in 13 anni?
👉🇵🇪Sale il bilancio delle vittime in Perù negli scontri tra i sostenitori dell’ex presidente Castillo e le forze dell’ordine. E la procura indaga la nuova presidente Boluarte per ‘genocidio’. Cosa sta succedendo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/peru-la-rivolta-dei-diseredati-37255
📉 Frenata globale
Guerra in Ucraina, inflazione elevata e aumento dei tassi di interesse: sono le principali cause del brusco rallentamento della crescita globale che, secondo le ultime proiezioni della Banca mondiale, nel 2023 farà segnare un esiguo +1,7%. Il terzo tasso di crescita più basso in quasi trent’anni.
A rallentare maggiormente saranno le economie più avanzate, le cui previsioni per il 2023 sono state riviste al ribasso dell’1,7%. Nel lungo periodo, però, i paesi maggiormente colpiti saranno quelli più indebitati e con meno spazio in bilancio per contrastare la crisi, tanto che alla fine del 2024 le loro economie saranno circa il 6% più piccole rispetto ai livelli previsti prima della pandemia.
☔️Piove sul bagnato
Con il rallentamento dell’economia diminuiscono anche i redditi medi della popolazione. Anche qui, a farne le spese sono soprattutto i Paesi più poveri, dove si stima una riduzione di almeno un punto percentuale rispetto alla media 2010-2019. Un calo che, in un mondo sempre più caro, sta facendo sprofondare milioni di persone sotto la soglia di povertà.
Ma i problemi non finiscono qui. Con l'aumento degli interessi sul debito e sempre meno spazio per fare nuova spesa pubblica, le economie emergenti avranno meno capitali a disposizione per investire in settori critici come istruzione, sanità e infrastrutture. Insomma, la pandemia e la guerra in Ucraina sembrano aver fatto definitivamente crollare le speranze di porre fine alla povertà estrema entro il 2030.
🇨🇳 Tutte le strade portano a Pechino?
A complicare ulteriormente il quadro oggi ci si mette anche la rapida riapertura della Cina. Nei prossimi mesi, infatti, gran parte dell’andamento dell’economia globale dipenderà dagli equilibri tra domanda e offerta di beni: un aumento della domanda cinese farebbe ripartire l’economia mondiale, ma al contempo potrebbe provocare un nuovo aumento dei prezzi. Da qui potrebbero arrivare ulteriori rialzi dei tassi d’interesse, che a loro volta deprimerebbero gli investimenti.
E poi inflazione più alta del previsto, ritorno della pandemia, un'escalation del conflitto tra Russia e Ucraina. Sono molti i fattori che potrebbero minare la ripresa economica nel corso del prossimo anno. Riusciremo a scongiurare la seconda recessione mondiale in 13 anni?
👉🇵🇪Sale il bilancio delle vittime in Perù negli scontri tra i sostenitori dell’ex presidente Castillo e le forze dell’ordine. E la procura indaga la nuova presidente Boluarte per ‘genocidio’. Cosa sta succedendo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/peru-la-rivolta-dei-diseredati-37255
🌍 ELEZIONI IN REPUBBLICA CECA: IL RITORNO DI BABIŠ?
👀 Elezioni alla cieca
Oggi e domani circa 8 milioni di elettori si recheranno alle urne per scegliere il nuovo presidente, che prenderà il posto dell’uscente Milos Zeman. Sono otto i candidati in lizza, ma solo tre si giocano effettivamente la vittoria. Anche se quasi sicuramente al ballottaggio di fine gennaio, viste le basse probabilità di raggiungere la maggioranza assoluta al primo turno.
Uno è una vecchia conoscenza: in testa ai sondaggi con il 28% delle preferenze di voto c’è l’ex premier e tycoon Andrej Babis, fresco di assoluzione da un processo per corruzione. Non è l’unico con uno scheletro nell’armadio. A Petr Pavel (28%), ex presidente del comitato militare della Nato, viene imputato un passato poco trasparente nel partito comunista cecoslovacco. Mentre Danuše Nerudová (24%) è coinvolta in uno scandalo relativo all’università di cui era rettrice.
👑 Zemanlandia
Chiunque sia, il vincitore dovrà ristabilire i confini del ruolo presidenziale. Che, come in qualsiasi democrazia parlamentare, non dovrebbe avere poteri esecutivi. Ma nei suoi 10 anni di presidenza Zeman ha oltrepassato più volte i suoi diritti costituzionali, soprattutto nelle nomine di ministri e magistrati.
Nella sua era si è distinto per un atteggiamento euroscettico, filorusso e filocinese: si dichiarò contrario alle sanzioni UE alla Russia del 2014, ritenendo l’annessione della Crimea “un fatto compiuto”. E nello stesso anno fu l’unico leader occidentale presente alla parata militare a Pechino per commemorare la fine della Seconda guerra mondiale. Nel paese, però, le sue posizioni in tema di politica estera sono sempre meno popolari.
🔮 Quel che resta di Visegrad
L’approvazione dei cechi per la leadership dell’UE è ai livelli più alti di sempre, mentre quella per la leadership russa è scesa al minimo storico (5%). Il paese è il terzo in Europa per numero di profughi ucraini ospitati (477mila) e il sesto per aiuti all’Ucraina in percentuale del proprio Pil (0,4%).
Una vittoria di Nerudova e Pavel (dati favoriti in un eventuale ballottaggio) rafforzerebbe ulteriormente i rapporti con Kiev e Bruxelles, tanto più che entrambi sono favorevoli all’adozione dell’euro. Al contrario, un Babis di nuovo al centro della vita politica ceca riporterebbe il paese nell’orbita del gruppo di Visegrad dando nuova linfa a movimenti di protesta come quello del settembre 2022 a Praga quando in 70mila scesero in strada contro la NATO e il supporto all’Ucraina.
Insomma, si sceglie il presidente ma in parte anche la politica estera ceca.
👉🇺🇸 Monta la polemica negli Stati Uniti sui documenti secretati ritrovati in casa (e nel garage) del presidente Biden, così il Dipartimento di Giustizia nomina un procuratore speciale per indagare. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-corvette-e-segreti-37263
👀 Elezioni alla cieca
Oggi e domani circa 8 milioni di elettori si recheranno alle urne per scegliere il nuovo presidente, che prenderà il posto dell’uscente Milos Zeman. Sono otto i candidati in lizza, ma solo tre si giocano effettivamente la vittoria. Anche se quasi sicuramente al ballottaggio di fine gennaio, viste le basse probabilità di raggiungere la maggioranza assoluta al primo turno.
Uno è una vecchia conoscenza: in testa ai sondaggi con il 28% delle preferenze di voto c’è l’ex premier e tycoon Andrej Babis, fresco di assoluzione da un processo per corruzione. Non è l’unico con uno scheletro nell’armadio. A Petr Pavel (28%), ex presidente del comitato militare della Nato, viene imputato un passato poco trasparente nel partito comunista cecoslovacco. Mentre Danuše Nerudová (24%) è coinvolta in uno scandalo relativo all’università di cui era rettrice.
👑 Zemanlandia
Chiunque sia, il vincitore dovrà ristabilire i confini del ruolo presidenziale. Che, come in qualsiasi democrazia parlamentare, non dovrebbe avere poteri esecutivi. Ma nei suoi 10 anni di presidenza Zeman ha oltrepassato più volte i suoi diritti costituzionali, soprattutto nelle nomine di ministri e magistrati.
Nella sua era si è distinto per un atteggiamento euroscettico, filorusso e filocinese: si dichiarò contrario alle sanzioni UE alla Russia del 2014, ritenendo l’annessione della Crimea “un fatto compiuto”. E nello stesso anno fu l’unico leader occidentale presente alla parata militare a Pechino per commemorare la fine della Seconda guerra mondiale. Nel paese, però, le sue posizioni in tema di politica estera sono sempre meno popolari.
🔮 Quel che resta di Visegrad
L’approvazione dei cechi per la leadership dell’UE è ai livelli più alti di sempre, mentre quella per la leadership russa è scesa al minimo storico (5%). Il paese è il terzo in Europa per numero di profughi ucraini ospitati (477mila) e il sesto per aiuti all’Ucraina in percentuale del proprio Pil (0,4%).
Una vittoria di Nerudova e Pavel (dati favoriti in un eventuale ballottaggio) rafforzerebbe ulteriormente i rapporti con Kiev e Bruxelles, tanto più che entrambi sono favorevoli all’adozione dell’euro. Al contrario, un Babis di nuovo al centro della vita politica ceca riporterebbe il paese nell’orbita del gruppo di Visegrad dando nuova linfa a movimenti di protesta come quello del settembre 2022 a Praga quando in 70mila scesero in strada contro la NATO e il supporto all’Ucraina.
Insomma, si sceglie il presidente ma in parte anche la politica estera ceca.
👉🇺🇸 Monta la polemica negli Stati Uniti sui documenti secretati ritrovati in casa (e nel garage) del presidente Biden, così il Dipartimento di Giustizia nomina un procuratore speciale per indagare. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-corvette-e-segreti-37263
🌍 GERMANIA: IL LATO NERO DI LUETZERATH
🇩🇪 Non per soldi ma per carbone
Luetzerath, piccolo villaggio disabitato nel nord della Germania. Questo è l’attuale epicentro del dibattito politico tedesco sulla transizione energetica. Da giorni, infatti, circa 15mila (secondo i dati della polizia) attivisti per l’ambiente si stanno opponendo ai lavori di ampliamento della vicina miniera di carbone di Garzweiler, che prevedono la demolizione dell’intero villaggio. A queste proteste ha preso parte anche Greta Thunberg, ieri portata via di forza dalla polizia tedesca.
Il destino di Luetzerath sembra però segnato. Lo scorso autunno, il colosso energetico tedesco Rwe ha firmato un accordo con il governo federale, accettando di anticipare di otto anni (al 2030) l'abbandono del carbone nella regione, e di salvare cinque villaggi destinati alla demolizione. Ma non Luetzerath, divenuta così il simbolo delle contraddizioni tra le ambizioni verdi tedesche (ed europee) e il pragmatismo imposto dalla crisi energetica.
🔋Back In Black
Negli ultimi mesi, Berlino ha più volte corretto il tiro della sua politica energetica. A fine 2021 aveva deciso di spegnere i suoi sei reattori nucleari per accelerare la transizione green. Per poi tirare il freno lo scorso agosto: tre centrali resteranno attive fino ad aprile.
Nel programma di governo della cosiddetta coalizione semaforo, è messo nero su bianco anche l’abbandono del carbone entro il 2030. Ma nel 2022, per far fronte al blocco delle forniture russe di gas tramite Nord Stream, la Germania ha rimesso in funzione centrali termoelettriche a carbone, aumentandone il consumo annuo del 19%. Berlino è però in buona compagnia.
🇧🇬 Maggioranza bulgara
Giovedì il parlamento bulgaro ha votato (con 187 voti a favore e 11 contro) una risoluzione volta ad evitare la chiusura entro il 2025 delle principali centrali elettriche a carbone del paese. Un voto che salva 10mila posti di lavoro, ma va contro il framework nazionale per l’eliminazione graduale del carbone, concordato con la Commissione Europea in cambio di oltre 6 miliardi di euro di fondi comunitari. E la cui erogazione viene ora messa a rischio.
Non sorprende così che il consumo di carbone nell’Ue sia aumentato (+6%) nel 2022. Così come in India e Cina (che rappresenta il 53% del consumo globale). L’anno appena concluso ha infatti segnato il record di consumo mondiale di carbone: per la prima volta oltre gli 8 miliardi di tonnellate. L’Agenzia Internazionale dell’energia prevede che il picco sarà raggiunto questo o il prossimo anno. Ma lo stesso si diceva già nel 2020.
Riusciranno i paesi europei a fare fede ai propri impegni?
👉 🌐 Oggi si apre a Davos il World Economic Forum (Wef). Ma la pandemia, i cambiamenti climatici, il caro energia e l’inflazione hanno reso i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E’ la fine dello “spirito di Davos”, come definito dal suo fondatore, Klaus Swab? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/davos-e-disuguaglianze-37270
🇩🇪 Non per soldi ma per carbone
Luetzerath, piccolo villaggio disabitato nel nord della Germania. Questo è l’attuale epicentro del dibattito politico tedesco sulla transizione energetica. Da giorni, infatti, circa 15mila (secondo i dati della polizia) attivisti per l’ambiente si stanno opponendo ai lavori di ampliamento della vicina miniera di carbone di Garzweiler, che prevedono la demolizione dell’intero villaggio. A queste proteste ha preso parte anche Greta Thunberg, ieri portata via di forza dalla polizia tedesca.
Il destino di Luetzerath sembra però segnato. Lo scorso autunno, il colosso energetico tedesco Rwe ha firmato un accordo con il governo federale, accettando di anticipare di otto anni (al 2030) l'abbandono del carbone nella regione, e di salvare cinque villaggi destinati alla demolizione. Ma non Luetzerath, divenuta così il simbolo delle contraddizioni tra le ambizioni verdi tedesche (ed europee) e il pragmatismo imposto dalla crisi energetica.
🔋Back In Black
Negli ultimi mesi, Berlino ha più volte corretto il tiro della sua politica energetica. A fine 2021 aveva deciso di spegnere i suoi sei reattori nucleari per accelerare la transizione green. Per poi tirare il freno lo scorso agosto: tre centrali resteranno attive fino ad aprile.
Nel programma di governo della cosiddetta coalizione semaforo, è messo nero su bianco anche l’abbandono del carbone entro il 2030. Ma nel 2022, per far fronte al blocco delle forniture russe di gas tramite Nord Stream, la Germania ha rimesso in funzione centrali termoelettriche a carbone, aumentandone il consumo annuo del 19%. Berlino è però in buona compagnia.
🇧🇬 Maggioranza bulgara
Giovedì il parlamento bulgaro ha votato (con 187 voti a favore e 11 contro) una risoluzione volta ad evitare la chiusura entro il 2025 delle principali centrali elettriche a carbone del paese. Un voto che salva 10mila posti di lavoro, ma va contro il framework nazionale per l’eliminazione graduale del carbone, concordato con la Commissione Europea in cambio di oltre 6 miliardi di euro di fondi comunitari. E la cui erogazione viene ora messa a rischio.
Non sorprende così che il consumo di carbone nell’Ue sia aumentato (+6%) nel 2022. Così come in India e Cina (che rappresenta il 53% del consumo globale). L’anno appena concluso ha infatti segnato il record di consumo mondiale di carbone: per la prima volta oltre gli 8 miliardi di tonnellate. L’Agenzia Internazionale dell’energia prevede che il picco sarà raggiunto questo o il prossimo anno. Ma lo stesso si diceva già nel 2020.
Riusciranno i paesi europei a fare fede ai propri impegni?
👉 🌐 Oggi si apre a Davos il World Economic Forum (Wef). Ma la pandemia, i cambiamenti climatici, il caro energia e l’inflazione hanno reso i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E’ la fine dello “spirito di Davos”, come definito dal suo fondatore, Klaus Swab? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/davos-e-disuguaglianze-37270
🌏 CINA: UN GIGANTE PIÙ PICCOLO
📉 La lunga marcia (indietro)
Nel 2022 la popolazione cinese è diminuita per la prima volta in 60 anni: lo ha annunciato oggi l’Ufficio nazionale di statistica cinese. Era il 1979 quando il Partito inaugurò la politica del figlio unico per rallentare il boom demografico degli anni Settanta. Eliminata definitivamente nel 2016, negli ultimi anni il governo cinese ha addirittura offerto sgravi fiscali e una migliore assistenza sanitaria per invertire, o almeno rallentare, il brusco calo delle nascite.
A sancire l’inizio del declino demografico è stata però la pandemia. Più che per il (leggero) aumento dei decessi, a causa della crisi sanitaria e del rallentamento economico che hanno portato molte coppie a ritardare il progetto di figli – nel 2022 un milione in meno rispetto all’anno precedente.
🇨🇳 Terreno non più fertile?
Insomma, l’esatto opposto del “grande ringiovanimento” della nazione auspicato da Xi Jinping nel 2012. E un cambiamento storico per un Paese che ha fatto del “dividendo demografico” il suo cavallo di battaglia per anni. Il costante aumento della popolazione in età lavorativa permetteva a Pechino di tenere bassi i salari. Al contrario, il suo invecchiamento porterà alla carenza di manodopera a basso costo, oltre all’aumento della spesa previdenziale.
Certo, la riduzione della forza lavoro potrebbe anche avere dei risvolti positivi, come spronare l'innovazione tecnologica. Per ora, però, il mercato non perdona e a seguito dell’annuncio le aziende quotate in settori legati a maternità e infanzia hanno iniziato a segnare cali sostanziali, come Kidswant Children Products (-8,5%) e la produttrice di incubatrici Ningbo David Medical Device (-11%).
📈 La notizia della mia morte...
Perdite che ricalcano un anno poco positivo per l’economia cinese, cresciuta solo del 3% rispetto alla media del 6,7% dell’ultimo decennio. E che potrebbe faticare ancora, dato l’aumento delle infezioni da Covid e la crisi tecnologico-immobiliare. Così l’alto tasso di disoccupazione giovanile (17%) fa diminuire anche le aspettative di reddito futuro, portando i giovani a posticipare ancora matrimoni e figli. Insomma, meno figli uguale meno crescita, meno crescita uguale meno figli.
Ma Pechino potrebbe anche essere pronta a un colpo di coda. Le infezioni riprendono a causa della riapertura del paese, e i mercati contano sul rimbalzo dei consumi cinesi. E la transizione politica è finita, con Xi che potrebbe inaugurare un nuovo periodo di stabilità.
A Xi e al Partito servono politiche lungimiranti. Ma se gestiranno la crisi demografica come hanno gestito le riaperture, cosa succederà?
👉🇺🇦 Sale il bilancio delle vittime nel bombardamento a Dnipro. La first lady ucraina Olena Zelenska a Davos: “Usate la vostra influenza”. Ne parliamo nell’SPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dallucraina-davos-usate-la-vostra-influenza-37283
📉 La lunga marcia (indietro)
Nel 2022 la popolazione cinese è diminuita per la prima volta in 60 anni: lo ha annunciato oggi l’Ufficio nazionale di statistica cinese. Era il 1979 quando il Partito inaugurò la politica del figlio unico per rallentare il boom demografico degli anni Settanta. Eliminata definitivamente nel 2016, negli ultimi anni il governo cinese ha addirittura offerto sgravi fiscali e una migliore assistenza sanitaria per invertire, o almeno rallentare, il brusco calo delle nascite.
A sancire l’inizio del declino demografico è stata però la pandemia. Più che per il (leggero) aumento dei decessi, a causa della crisi sanitaria e del rallentamento economico che hanno portato molte coppie a ritardare il progetto di figli – nel 2022 un milione in meno rispetto all’anno precedente.
🇨🇳 Terreno non più fertile?
Insomma, l’esatto opposto del “grande ringiovanimento” della nazione auspicato da Xi Jinping nel 2012. E un cambiamento storico per un Paese che ha fatto del “dividendo demografico” il suo cavallo di battaglia per anni. Il costante aumento della popolazione in età lavorativa permetteva a Pechino di tenere bassi i salari. Al contrario, il suo invecchiamento porterà alla carenza di manodopera a basso costo, oltre all’aumento della spesa previdenziale.
Certo, la riduzione della forza lavoro potrebbe anche avere dei risvolti positivi, come spronare l'innovazione tecnologica. Per ora, però, il mercato non perdona e a seguito dell’annuncio le aziende quotate in settori legati a maternità e infanzia hanno iniziato a segnare cali sostanziali, come Kidswant Children Products (-8,5%) e la produttrice di incubatrici Ningbo David Medical Device (-11%).
📈 La notizia della mia morte...
Perdite che ricalcano un anno poco positivo per l’economia cinese, cresciuta solo del 3% rispetto alla media del 6,7% dell’ultimo decennio. E che potrebbe faticare ancora, dato l’aumento delle infezioni da Covid e la crisi tecnologico-immobiliare. Così l’alto tasso di disoccupazione giovanile (17%) fa diminuire anche le aspettative di reddito futuro, portando i giovani a posticipare ancora matrimoni e figli. Insomma, meno figli uguale meno crescita, meno crescita uguale meno figli.
Ma Pechino potrebbe anche essere pronta a un colpo di coda. Le infezioni riprendono a causa della riapertura del paese, e i mercati contano sul rimbalzo dei consumi cinesi. E la transizione politica è finita, con Xi che potrebbe inaugurare un nuovo periodo di stabilità.
A Xi e al Partito servono politiche lungimiranti. Ma se gestiranno la crisi demografica come hanno gestito le riaperture, cosa succederà?
👉🇺🇦 Sale il bilancio delle vittime nel bombardamento a Dnipro. La first lady ucraina Olena Zelenska a Davos: “Usate la vostra influenza”. Ne parliamo nell’SPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dallucraina-davos-usate-la-vostra-influenza-37283
🌍 UE: IL TEMPO DEI SUSSIDI
🇪🇺 Occhio per occhio
Net-Zero Industry Act. Questo il nome del pacchetto di misure, anticipato ieri a Davos dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con cui l’Ue intende rispondere ai 369 miliardi di dollari di incentivi a sostegno della transizione verde previsti dall’Inflation Reduction Act statunitense. La Commissione presenterà i dettagli della nuova proposta solo a fine mese, in vista del Consiglio europeo dell’8 febbraio.
Ma già se ne conosce l'impalcatura: una semplificazione delle autorizzazioni per i nuovi siti di produzione di tecnologie pulite, e sgravi fiscali per l'industria verde. Parallelamente, la vicepresidente della Commissione Margrethe Vestager sta lavorando a una proposta di alleggerimento delle norme sugli aiuti di Stato. Un tema che però sta creando più di una divisione.
💶 Mercato (a senso) unico?
Un primo fronte di scontenti è rappresentato dai Paesi del Nord Europa, tradizionalmente più contrari a politiche industriali dirigiste. L’opposizione soffia anche da parte degli Stati membri privi un grande dello spazio di bilancio. Il loro timore è che regole più flessibili sugli aiuti di Stato vadano a favorire sproporzionatamente Francia e Germania, destinatarie di quasi l’80% dei 672 miliardi di euro di richieste di aiuti di Stato approvate dalla Commissione dal marzo 2022.
Per evitare una frammentazione del mercato unico, il terzo tassello del Net-Zero Industry Act prevede la creazione di un nuovo fondo sovrano europeo per aiutare le industrie green delle economie europee più piccole e indebitate. Le modalità di finanziamento e l’entità di tale fondo comune sono un altro elemento di discussione.
🇨🇳 L’elefante (cinese) nella stanza
Circa il 40% del valore di un veicolo elettrico risiede nella batteria. Un settore di cui Pechino è leader: dei primi 10 produttori di batterie per veicoli elettrici sei sono cinesi. Con una quota di mercato del 56% quasi doppia quella dei principali concorrenti (coreani e giapponesi) considerati assieme.
In particolare, due aziende cinesi insieme rappresentano quasi metà delle vendite globali di questo mercato: CATL e BYD. La prima, fornitrice di Tesla e Volkswagen, in virtù dell’accordo da otto miliardi di euro firmato ad agosto con Mercedes, aprirà una nuova fabbrica in Ungheria, che si aggiunge a quella di Erfurt, in Germania. Aumenta quindi la capacità produttiva cinese di batterie elettriche in Europa che entro il 2031 potrebbe essere superiore a quella di qualsiasi altro Paese operativo nel Vecchio Continente.
Con il Net-Zero Industry Act, l’Ue risponde a Washington. Ma dovrebbe guardare anche ad Est.
🔴 Migliaia di manifestanti sfidano lo stato di emergenza e puntano a Lima. La presidente Dina Boluarte: “Non mi dimetto”. Della crisi in Perù parleremo nella tavola rotonda ISPI oggi alle 18.30. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/rivolte-peru-lo-stato-contro-il-popolo
🇪🇺 Occhio per occhio
Net-Zero Industry Act. Questo il nome del pacchetto di misure, anticipato ieri a Davos dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con cui l’Ue intende rispondere ai 369 miliardi di dollari di incentivi a sostegno della transizione verde previsti dall’Inflation Reduction Act statunitense. La Commissione presenterà i dettagli della nuova proposta solo a fine mese, in vista del Consiglio europeo dell’8 febbraio.
Ma già se ne conosce l'impalcatura: una semplificazione delle autorizzazioni per i nuovi siti di produzione di tecnologie pulite, e sgravi fiscali per l'industria verde. Parallelamente, la vicepresidente della Commissione Margrethe Vestager sta lavorando a una proposta di alleggerimento delle norme sugli aiuti di Stato. Un tema che però sta creando più di una divisione.
💶 Mercato (a senso) unico?
Un primo fronte di scontenti è rappresentato dai Paesi del Nord Europa, tradizionalmente più contrari a politiche industriali dirigiste. L’opposizione soffia anche da parte degli Stati membri privi un grande dello spazio di bilancio. Il loro timore è che regole più flessibili sugli aiuti di Stato vadano a favorire sproporzionatamente Francia e Germania, destinatarie di quasi l’80% dei 672 miliardi di euro di richieste di aiuti di Stato approvate dalla Commissione dal marzo 2022.
Per evitare una frammentazione del mercato unico, il terzo tassello del Net-Zero Industry Act prevede la creazione di un nuovo fondo sovrano europeo per aiutare le industrie green delle economie europee più piccole e indebitate. Le modalità di finanziamento e l’entità di tale fondo comune sono un altro elemento di discussione.
🇨🇳 L’elefante (cinese) nella stanza
Circa il 40% del valore di un veicolo elettrico risiede nella batteria. Un settore di cui Pechino è leader: dei primi 10 produttori di batterie per veicoli elettrici sei sono cinesi. Con una quota di mercato del 56% quasi doppia quella dei principali concorrenti (coreani e giapponesi) considerati assieme.
In particolare, due aziende cinesi insieme rappresentano quasi metà delle vendite globali di questo mercato: CATL e BYD. La prima, fornitrice di Tesla e Volkswagen, in virtù dell’accordo da otto miliardi di euro firmato ad agosto con Mercedes, aprirà una nuova fabbrica in Ungheria, che si aggiunge a quella di Erfurt, in Germania. Aumenta quindi la capacità produttiva cinese di batterie elettriche in Europa che entro il 2031 potrebbe essere superiore a quella di qualsiasi altro Paese operativo nel Vecchio Continente.
Con il Net-Zero Industry Act, l’Ue risponde a Washington. Ma dovrebbe guardare anche ad Est.
🔴 Migliaia di manifestanti sfidano lo stato di emergenza e puntano a Lima. La presidente Dina Boluarte: “Non mi dimetto”. Della crisi in Perù parleremo nella tavola rotonda ISPI oggi alle 18.30. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/rivolte-peru-lo-stato-contro-il-popolo