🌍CAP SUL GAS: UE SOTTO LO STESSO TETTO
✅Fumata bianca
Dopo mesi di negoziati e due riunioni ministeriali d'emergenza,oggi i Ministri dell'Energia hanno finalmente trovato un accordo sul tetto massimo al prezzo del gas.
Un’intesa resa difficile dalla natura stessa della misura. Per i 16 Paesi UE inizialmente favorevoli (tra cui Italia, Francia, Spagna e Polonia) la manovra è necessaria per limitare gli elevati prezzi in bolletta e, di qui, l’inflazione. Per i contrari (come Germania, Paesi Bassi e Austria) un tetto mette in discussione la volontà degli esportatori di continuare a vendere. Con il rischio di lasciare l’UE senza gas da comprare, anche se a minor prezzo.
💶Senza soffitto, senza cucina
Alla fine, però, la maggioranza si è consolidata attorno alla proposta della presidenza ceca: un tetto a 180 €/MWh in caso di superamento della soglia per tre giorni consecutivi. Una soluzione decisamente più “interventista” rispetto a quella suggerita dalla Commissione il mese scorso, che proponeva un limite di 275 €/MWh in caso di superamento per due settimane consecutive, assieme a uno scarto fra TTF e GNL asiatico di 58 euro per dieci giorni: condizioni mai verificatesi, neppure nelle peggiori settimane di agosto.
Ma il diavolo sta nei dettagli. Anche con questa proposta, quest’anno il tetto sarebbe entrato in vigore solo ad agosto, nel periodo di massima pressione sui mercati. E non avrebbe avuto grandi effetti sui prezzi medi del gas: 134 €/MWh la media dell’ultimo anno in assenza di un tetto, che sarebbe scesa a 128 €/MWh con il cap attuale.
🇪🇺Un tetto che scotta
Una soluzione di compromesso, inevitabile per convincere i Paesi “prudenti”, timorosi di perdere volumi, anche di fronte alle minacce (decisamente vuote) del Qatar. Tanto che la proposta contiene un’ulteriore concessione, che permette di sospendere il tetto in caso di "calo significativo" delle importazioni trimestrali di GNL o di un aumento del consumo di gas del 15% in un mese.
In Europa intanto continuano le diffidenze: se mai ci sarà una piattaforma di acquisto comune di gas europea, questa riguarderà solo il 5% delle importazioni totali. Così il 2022 rischia di terminare com’era cominciato: con un’Europa debole, costantemente sotto ricatto, e senza una bacchetta magica in tasca.
👉🇨🇳In Cina l’allentamento della strategia ‘zero covid’ fa aumentare i contagi. Ma è caos sui dati e a Pechino metà della popolazione sarebbe contagiata. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-ritorno-al-passato-37047 🔴LIVE ORA Segui in diretta la tavola rotonda ISPI "Ucraina: Putin e la strategia del freddo": https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-putin-e-la-strategia-del-freddo#FORM
✅Fumata bianca
Dopo mesi di negoziati e due riunioni ministeriali d'emergenza,oggi i Ministri dell'Energia hanno finalmente trovato un accordo sul tetto massimo al prezzo del gas.
Un’intesa resa difficile dalla natura stessa della misura. Per i 16 Paesi UE inizialmente favorevoli (tra cui Italia, Francia, Spagna e Polonia) la manovra è necessaria per limitare gli elevati prezzi in bolletta e, di qui, l’inflazione. Per i contrari (come Germania, Paesi Bassi e Austria) un tetto mette in discussione la volontà degli esportatori di continuare a vendere. Con il rischio di lasciare l’UE senza gas da comprare, anche se a minor prezzo.
💶Senza soffitto, senza cucina
Alla fine, però, la maggioranza si è consolidata attorno alla proposta della presidenza ceca: un tetto a 180 €/MWh in caso di superamento della soglia per tre giorni consecutivi. Una soluzione decisamente più “interventista” rispetto a quella suggerita dalla Commissione il mese scorso, che proponeva un limite di 275 €/MWh in caso di superamento per due settimane consecutive, assieme a uno scarto fra TTF e GNL asiatico di 58 euro per dieci giorni: condizioni mai verificatesi, neppure nelle peggiori settimane di agosto.
Ma il diavolo sta nei dettagli. Anche con questa proposta, quest’anno il tetto sarebbe entrato in vigore solo ad agosto, nel periodo di massima pressione sui mercati. E non avrebbe avuto grandi effetti sui prezzi medi del gas: 134 €/MWh la media dell’ultimo anno in assenza di un tetto, che sarebbe scesa a 128 €/MWh con il cap attuale.
🇪🇺Un tetto che scotta
Una soluzione di compromesso, inevitabile per convincere i Paesi “prudenti”, timorosi di perdere volumi, anche di fronte alle minacce (decisamente vuote) del Qatar. Tanto che la proposta contiene un’ulteriore concessione, che permette di sospendere il tetto in caso di "calo significativo" delle importazioni trimestrali di GNL o di un aumento del consumo di gas del 15% in un mese.
In Europa intanto continuano le diffidenze: se mai ci sarà una piattaforma di acquisto comune di gas europea, questa riguarderà solo il 5% delle importazioni totali. Così il 2022 rischia di terminare com’era cominciato: con un’Europa debole, costantemente sotto ricatto, e senza una bacchetta magica in tasca.
👉🇨🇳In Cina l’allentamento della strategia ‘zero covid’ fa aumentare i contagi. Ma è caos sui dati e a Pechino metà della popolazione sarebbe contagiata. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-ritorno-al-passato-37047 🔴LIVE ORA Segui in diretta la tavola rotonda ISPI "Ucraina: Putin e la strategia del freddo": https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-putin-e-la-strategia-del-freddo#FORM
🌍 QATARGATE: I CONFINI DELL’ETICA
🇶🇦 Tutti gli uomini della presidentessa
I mondiali sono appena finiti ma una nuova partita è iniziata tra Unione Europea e Qatar. E il campo di gioco è l’inchiesta rinominata Qatargate che, con 60 eurodeputati coinvolti, si sta rivelando il peggior scandalo di corruzione ad aver mai colpito il Parlamento Europeo. La sua presidentessa Roberta Metsola parla di “democrazia europea sotto attacco”, ma, al di là del terremoto politico, la vicenda apre seri interrogativi sulla capacità delle potenze straniere di arrivare al cuore delle istituzioni europee.
Il giro di mazzette sembrerebbe infatti riconducibile ad alcuni funzionari e ONG vicini a Qatar e Marocco, in cerca di una sponda europea per facilitare alcuni dossier strategici per i loro Paesi in discussione all’Europarlamento. Che si è dimostrato tutt’altro che inespugnabile.
🟥 Predicare bene e razzolare male
Nel 2014, la Commissione ha adottato delle norme sulla tracciabilità delle riunioni dei commissari con i lobbisti. Queste stesse regole sono molto meno stringenti per il Parlamento Europeo, dove solo i capi commissione e i relatori sono tenuti a riferire dei loro incontri con gruppi di interesse esterni. Tra questi, poi, quelli che rappresentano interessi statali non sono obbligati a rivelare i loro legami in un registro pubblico per la trasparenza.
Chi denuncia comportamenti illeciti rischia invece di perdere il proprio posto di lavoro. Nonostante nel 2019 il Parlamento Europeo abbia votato a favore di norme comunitarie per proteggere le persone che denunciano violazioni delle leggi dei paesi dell’Unione, queste stesse regole non si applicano per i suoi membri e collaboratori.
🛢 Conflitto di interessi
Metsola ha promesso maggiori tutele per gli informatori e una maggiore trasparenza sui contatti diretti o indiretti con attori stranieri. Inoltre, è stato vietato l'ingresso all'interno dell’istituzione dei rappresentanti del Qatar. Che non ha reagito sportivamente, e ha minacciato di tagliare i rapporti dove più fa male: la cooperazione energetica.
L’Unione dipende infatti sempre più dal Qatar per le forniture di gas liquefatto. Da Doha arriva il 16% di tutte le esportazioni di GNL dirette all’Ue (meno solo che dagli USA). Non a caso, negli scorsi mesi, la capitale qatarina è diventata una sorta di meta di pellegrinaggio per molti leader europei (Macron, Scholz e Michel) in cerca di accordi per maggiori forniture.
Come altre volte in passato, l’Ue si trova chiamata a trovare un delicato equilibrio tra i propri valori di trasparenza e i suoi interessi economici. Come si assumerà queste responsabilità?
👉🇺🇸 La Commissione della Camera USA che indaga sui fatti del 6 gennaio 2021 ha raccomandato di incriminare Trump per l’assalto a Capitol Hill. Ma l’ex presidente rilancia: “Vogliono mettermi da parte”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/assalto-capitol-hill-incriminate-trump-37089
🇶🇦 Tutti gli uomini della presidentessa
I mondiali sono appena finiti ma una nuova partita è iniziata tra Unione Europea e Qatar. E il campo di gioco è l’inchiesta rinominata Qatargate che, con 60 eurodeputati coinvolti, si sta rivelando il peggior scandalo di corruzione ad aver mai colpito il Parlamento Europeo. La sua presidentessa Roberta Metsola parla di “democrazia europea sotto attacco”, ma, al di là del terremoto politico, la vicenda apre seri interrogativi sulla capacità delle potenze straniere di arrivare al cuore delle istituzioni europee.
Il giro di mazzette sembrerebbe infatti riconducibile ad alcuni funzionari e ONG vicini a Qatar e Marocco, in cerca di una sponda europea per facilitare alcuni dossier strategici per i loro Paesi in discussione all’Europarlamento. Che si è dimostrato tutt’altro che inespugnabile.
🟥 Predicare bene e razzolare male
Nel 2014, la Commissione ha adottato delle norme sulla tracciabilità delle riunioni dei commissari con i lobbisti. Queste stesse regole sono molto meno stringenti per il Parlamento Europeo, dove solo i capi commissione e i relatori sono tenuti a riferire dei loro incontri con gruppi di interesse esterni. Tra questi, poi, quelli che rappresentano interessi statali non sono obbligati a rivelare i loro legami in un registro pubblico per la trasparenza.
Chi denuncia comportamenti illeciti rischia invece di perdere il proprio posto di lavoro. Nonostante nel 2019 il Parlamento Europeo abbia votato a favore di norme comunitarie per proteggere le persone che denunciano violazioni delle leggi dei paesi dell’Unione, queste stesse regole non si applicano per i suoi membri e collaboratori.
🛢 Conflitto di interessi
Metsola ha promesso maggiori tutele per gli informatori e una maggiore trasparenza sui contatti diretti o indiretti con attori stranieri. Inoltre, è stato vietato l'ingresso all'interno dell’istituzione dei rappresentanti del Qatar. Che non ha reagito sportivamente, e ha minacciato di tagliare i rapporti dove più fa male: la cooperazione energetica.
L’Unione dipende infatti sempre più dal Qatar per le forniture di gas liquefatto. Da Doha arriva il 16% di tutte le esportazioni di GNL dirette all’Ue (meno solo che dagli USA). Non a caso, negli scorsi mesi, la capitale qatarina è diventata una sorta di meta di pellegrinaggio per molti leader europei (Macron, Scholz e Michel) in cerca di accordi per maggiori forniture.
Come altre volte in passato, l’Ue si trova chiamata a trovare un delicato equilibrio tra i propri valori di trasparenza e i suoi interessi economici. Come si assumerà queste responsabilità?
👉🇺🇸 La Commissione della Camera USA che indaga sui fatti del 6 gennaio 2021 ha raccomandato di incriminare Trump per l’assalto a Capitol Hill. Ma l’ex presidente rilancia: “Vogliono mettermi da parte”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/assalto-capitol-hill-incriminate-trump-37089
🌍MIGRANTI E AIUTI ALLO SVILUPPO: ULTIMA SPIAGGIA?
🇪🇺Minacce velate
Dazi più alti per i Paesi che non accettano i rimpatri dall’Ue. Sembra questa la direzione presa dall’UE, dopo che ieri i rappresentanti degli Stati membri hanno approvato il mandato negoziale del Consiglio per la revisione del regolamento sul Sistema di Preferenze Generalizzate (SPG), uno schema che concede trattamenti commerciali di favore ai Paesi in via di sviluppo.
Se approvato da Parlamento e Stati membri, il nuovo SPG permetterà dal 2024 alla Commissione di revocare i trattamenti preferenziali (cioè, reimporre dazi e quote) non solo in caso di violazione dei diritti umani, come in Cambogia nel 2020, ma anche a seguito di inadempienze sulle richieste di rimpatrio emesse dai Paesi europei.
📉 Paese che vai
Sono circa 430.000 i migranti irregolari a cui ogni anno viene intimato di lasciare i paesi europei. Di questi, però, meno del 30% fa effettivamente ritorno nel proprio paese d’origine. Fra i Paesi con i tassi di ritorno più bassi si trovano molti la Costa d’Avorio (3%), Guinea (3%) e Gambia (4%). Stati che, in caso di approvazione del nuovo SPG, saranno fra i primi a perdere i privilegi commerciali.
Non solo. Secondo studi della stessa Commissione europea, l'SPG è stato uno dei principali strumenti che l’UE ha potuto mettere in campo per tentare di ridurre la povertà nei paesi partner e contribuire al loro sviluppo sostenibile, anche attraverso ratifiche di convenzioni internazionali su diritti umani e ambiente.
🥕Bastoni e carote
Con il numero di sbarchi in aumento sulle coste europee, e in particolare in Italia (100.000 quest’anno, contro gli 11.000 del 2019), c’è chi vorrebbe utilizzare anche il commercio come un'arma per ridurre le migrazioni irregolari o, come in questo caso, i loro effetti sui paesi di destinazione in Europa.
Tentativi che l’Ue fa almeno dal 2016, con l’istituzione del Trust Fund per l’Africa da 5 miliardi di euro e il finanziamento diretto o indiretto dell’apparato di contrasto alla migrazione irregolare dei paesi di origine e transito. Il rischio, tuttavia, è duplice: mettere a repentaglio il raggiungimento di altri obiettivi europei e alienarsi sul piano politico Paesi fondamentali su più fronti, come il Marocco o la Tunisia.
Non esattamente la strategia di lungo periodo per il governo delle migrazioni di cui l’Europa ha urgente bisogno.
👉🇺🇦 Volodymyr Zelensky vola a Washington per incontrare Joe Biden e parlare al Congresso Usa. Una visita cruciale per il presidente ucraino, nel suo primo viaggio all’estero dall’inizio del conflitto. Ne parliamo nel nostro ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/zelensky-va-washington-37105
🇪🇺Minacce velate
Dazi più alti per i Paesi che non accettano i rimpatri dall’Ue. Sembra questa la direzione presa dall’UE, dopo che ieri i rappresentanti degli Stati membri hanno approvato il mandato negoziale del Consiglio per la revisione del regolamento sul Sistema di Preferenze Generalizzate (SPG), uno schema che concede trattamenti commerciali di favore ai Paesi in via di sviluppo.
Se approvato da Parlamento e Stati membri, il nuovo SPG permetterà dal 2024 alla Commissione di revocare i trattamenti preferenziali (cioè, reimporre dazi e quote) non solo in caso di violazione dei diritti umani, come in Cambogia nel 2020, ma anche a seguito di inadempienze sulle richieste di rimpatrio emesse dai Paesi europei.
📉 Paese che vai
Sono circa 430.000 i migranti irregolari a cui ogni anno viene intimato di lasciare i paesi europei. Di questi, però, meno del 30% fa effettivamente ritorno nel proprio paese d’origine. Fra i Paesi con i tassi di ritorno più bassi si trovano molti la Costa d’Avorio (3%), Guinea (3%) e Gambia (4%). Stati che, in caso di approvazione del nuovo SPG, saranno fra i primi a perdere i privilegi commerciali.
Non solo. Secondo studi della stessa Commissione europea, l'SPG è stato uno dei principali strumenti che l’UE ha potuto mettere in campo per tentare di ridurre la povertà nei paesi partner e contribuire al loro sviluppo sostenibile, anche attraverso ratifiche di convenzioni internazionali su diritti umani e ambiente.
🥕Bastoni e carote
Con il numero di sbarchi in aumento sulle coste europee, e in particolare in Italia (100.000 quest’anno, contro gli 11.000 del 2019), c’è chi vorrebbe utilizzare anche il commercio come un'arma per ridurre le migrazioni irregolari o, come in questo caso, i loro effetti sui paesi di destinazione in Europa.
Tentativi che l’Ue fa almeno dal 2016, con l’istituzione del Trust Fund per l’Africa da 5 miliardi di euro e il finanziamento diretto o indiretto dell’apparato di contrasto alla migrazione irregolare dei paesi di origine e transito. Il rischio, tuttavia, è duplice: mettere a repentaglio il raggiungimento di altri obiettivi europei e alienarsi sul piano politico Paesi fondamentali su più fronti, come il Marocco o la Tunisia.
Non esattamente la strategia di lungo periodo per il governo delle migrazioni di cui l’Europa ha urgente bisogno.
👉🇺🇦 Volodymyr Zelensky vola a Washington per incontrare Joe Biden e parlare al Congresso Usa. Una visita cruciale per il presidente ucraino, nel suo primo viaggio all’estero dall’inizio del conflitto. Ne parliamo nel nostro ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/zelensky-va-washington-37105
🌍 GUERRA IN UCRAINA: ARMI E FONDI ILLIMITATI?
🛬 Mr. Zelensky went to Washington
Un grazie e una richiesta, quella di avere ancora più armi. Questo è in estrema sintesi il messaggio che Zelensky ha portato ieri a Biden e al Congresso americano durante la sua rapida visita a Washington. Si trattava del primo viaggio fuori dall’Ucraina dall’inizio della guerra, e il tempismo non è casuale. Complice l’inverno, sul fronte si rischia uno stallo militare che complica i piani ucraini di riconquista.
Ma Kiev teme uno stallo anche nel supporto americano. Il 3 gennaio si insedia infatti la nuova Camera a maggioranza repubblicana, tra le cui fila più di un esponente di spicco ha dichiarato che il tempo degli assegni in bianco all’Ucraina è finito. Proprio a loro Zelensky si è rivolto, dicendo “il vostro denaro non è beneficenza. È un investimento nella democrazia”. Investimento che Biden ha nuovamente sottoscritto.
🇺🇸 The Patriot
In occasione della visita del presidente ucraino, Biden ha annunciato un nuovo pacchetto di forniture militari per Kiev da 1,8 miliardi di dollari. In cui non si trovano i missili a lungo raggio più volte richiesti dall’Ucraina, ma compare per la prima volta un altro dei desiderata di Kiev: il sistema missilistico (difensivo) Patriot.
Il supporto americano per l’Ucraina rimane quindi solido. Non a caso Zelensky si è recato a Washington (che finora ha stanziato per Kiev 25 miliardi di aiuti militari) invece che a Bruxelles (12 miliardi di dollari stanziati). Ma anche gli Stati Uniti potrebbero faticare a tenere ancora questo ritmo: ieri Biden ha sottolineato le difficoltà dell’industria militare americana a soddisfare le commesse del Pentagono. Difficoltà che però si registrano anche sul fronte avversario.
💸 Aspettando il deficit
Ieri, in un incontro con i vertici militari russi, Putin ha ammesso pubblicamente che l’operazione militare speciale in Ucraina sta mostrando problemi militari. Comunque risolvibili, secondo il presidente russo, che promette per questa guerra finanziamenti illimitati.
A guardare il bilancio pubblico russo, lo spazio per il sostegno economico si sta riducendo ma c’è ancora. Grazie alla tassa sugli extraprofitti di Gazprom, l’avanzo di bilancio della Russia è più che quadruplicato a novembre. L’anno dovrebbe chiudersi con un deficit di bilancio del 2%, che però sarà facilmente coperto dal fondo sovrano nazionale cresciuto di 50 miliardi di dollari dall’inizio della guerra grazie alle esportazioni di petrolio e gas.
Tra Russia e Ucraina, chi si troverà per prima a corto di munizioni?
👉 🇮🇱 Benjamin Netanyahu annuncia l’accordo per un nuovo governo di coalizione: sarà l’esecutivo più a destra della storia di Israele. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-la-sesta-volta-di-netanyahu-37112
👉 📷 L’anno della guerra. Difficile definire questo 2022 in modo diverso. L’ISPI ripercorre quest’anno di rottura con una selezione di 12 immagini emblematiche, accompagnate dalle analisi dei nostri ricercatori: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-2022-12-immagini-le-analisi-dellispi-37104
🛬 Mr. Zelensky went to Washington
Un grazie e una richiesta, quella di avere ancora più armi. Questo è in estrema sintesi il messaggio che Zelensky ha portato ieri a Biden e al Congresso americano durante la sua rapida visita a Washington. Si trattava del primo viaggio fuori dall’Ucraina dall’inizio della guerra, e il tempismo non è casuale. Complice l’inverno, sul fronte si rischia uno stallo militare che complica i piani ucraini di riconquista.
Ma Kiev teme uno stallo anche nel supporto americano. Il 3 gennaio si insedia infatti la nuova Camera a maggioranza repubblicana, tra le cui fila più di un esponente di spicco ha dichiarato che il tempo degli assegni in bianco all’Ucraina è finito. Proprio a loro Zelensky si è rivolto, dicendo “il vostro denaro non è beneficenza. È un investimento nella democrazia”. Investimento che Biden ha nuovamente sottoscritto.
🇺🇸 The Patriot
In occasione della visita del presidente ucraino, Biden ha annunciato un nuovo pacchetto di forniture militari per Kiev da 1,8 miliardi di dollari. In cui non si trovano i missili a lungo raggio più volte richiesti dall’Ucraina, ma compare per la prima volta un altro dei desiderata di Kiev: il sistema missilistico (difensivo) Patriot.
Il supporto americano per l’Ucraina rimane quindi solido. Non a caso Zelensky si è recato a Washington (che finora ha stanziato per Kiev 25 miliardi di aiuti militari) invece che a Bruxelles (12 miliardi di dollari stanziati). Ma anche gli Stati Uniti potrebbero faticare a tenere ancora questo ritmo: ieri Biden ha sottolineato le difficoltà dell’industria militare americana a soddisfare le commesse del Pentagono. Difficoltà che però si registrano anche sul fronte avversario.
💸 Aspettando il deficit
Ieri, in un incontro con i vertici militari russi, Putin ha ammesso pubblicamente che l’operazione militare speciale in Ucraina sta mostrando problemi militari. Comunque risolvibili, secondo il presidente russo, che promette per questa guerra finanziamenti illimitati.
A guardare il bilancio pubblico russo, lo spazio per il sostegno economico si sta riducendo ma c’è ancora. Grazie alla tassa sugli extraprofitti di Gazprom, l’avanzo di bilancio della Russia è più che quadruplicato a novembre. L’anno dovrebbe chiudersi con un deficit di bilancio del 2%, che però sarà facilmente coperto dal fondo sovrano nazionale cresciuto di 50 miliardi di dollari dall’inizio della guerra grazie alle esportazioni di petrolio e gas.
Tra Russia e Ucraina, chi si troverà per prima a corto di munizioni?
👉 🇮🇱 Benjamin Netanyahu annuncia l’accordo per un nuovo governo di coalizione: sarà l’esecutivo più a destra della storia di Israele. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-la-sesta-volta-di-netanyahu-37112
👉 📷 L’anno della guerra. Difficile definire questo 2022 in modo diverso. L’ISPI ripercorre quest’anno di rottura con una selezione di 12 immagini emblematiche, accompagnate dalle analisi dei nostri ricercatori: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-2022-12-immagini-le-analisi-dellispi-37104
🌏UN MONDO MALATO?
🦠 È di nuovo emergenza
A due settimane dal “liberi tutti”, la pandemia in Cina è di nuovo esplosa. Con il numero di casi vertiginosamente in aumento (37 milioni di persone potenzialmente contagiate in un solo giorno questa settimana) e gli ospedali già pieni, il Paese deve fare i conti anche con un altro problema: la diffusa carenza di medicinali.
Una carenza che comincia a essere riscontrata anche in altre parti del mondo (Europa e Usa). Dove i vaccini e la “endemizzazione” contribuiscono a mantenere i contagi da Covid sotto controllo (in Italia il 76% della popolazione ha ricevuto il booster, contro il 58% cinese), ma la ricomparsa delle infezioni batteriche stagionali ha fatto esplodere la domanda di farmaci.
Insomma, a due anni da Wuhan la “palla” sembra essere tornata alla Cina, ma le conseguenze fanno il giro del globo.
💉Problema di costo
Il problema nasce dalla dipendenza occidentale dalle industrie farmaceutiche asiatiche. Mentre i prezzi regolamentati dei medicinali in Europa sono rimasti costanti per anni, il costo dei principi attivi come il paracetamolo è aumentato del 70% solo quest’anno. E così negli ultimi 20 anni molte aziende farmaceutiche occidentali hanno abbandonato un business non più redditizio, e la produzione mondiale ha iniziato a spostarsi verso l’Asia.
Nelle ultime settimane, l’aumento della domanda mondiale e la mancanza di personale nelle regioni colpite da Covid hanno colto di sorpresa le aziende farmaceutiche. E con Cina e India che producono tra il 60% e l'80% dei principi attivi farmaceutici del mondo, i nuovi colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento sono presto sfociati in carenze globali.
🇨🇳Ancora tu
Sono bastate poche settimane nel primo inverno senza mascherine per mettere in luce le fragilità dei sistemi sanitari mondiali. La carenza di principi attivi, come quella di semiconduttori, ricorda ai decisori politici le conseguenze di una dipendenza troppo forte da pochi, grandi fornitori in luoghi lontani del globo.
La Cina, in particolare, che da parte sua dimostra invece una costante volontà di segretezza, non contribuisce a tranquillizzare il resto del mondo. Da due settimane Pechino ha smesso di comunicare il numero di nuovi casi e decessi all’Organizzazione mondiale della sanità. Cifre dubbie sono oggi diventate assenti, proprio mentre gli esperti indipendenti stimano 5.000 morti al giorno e un milione entro la fine dell’anno prossimo.
La lotta contro il virus, che nel 2020 sembrava aver ridotto i conflitti tra le grandi potenze, sembra sempre più una lotta geopolitica.
🇺🇦👉 A che punto è la guerra in Ucraina a 300 giorni dall’inizio dell’invasione russa? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-prima-di-natale-37134
🎄Il mondo in tasca si prende una breve pausa e torna il 9 gennaio. Stay tuned: il nostro Dossier speciale sul Mondo nel 2023 esce domani. Buone Feste!
🦠 È di nuovo emergenza
A due settimane dal “liberi tutti”, la pandemia in Cina è di nuovo esplosa. Con il numero di casi vertiginosamente in aumento (37 milioni di persone potenzialmente contagiate in un solo giorno questa settimana) e gli ospedali già pieni, il Paese deve fare i conti anche con un altro problema: la diffusa carenza di medicinali.
Una carenza che comincia a essere riscontrata anche in altre parti del mondo (Europa e Usa). Dove i vaccini e la “endemizzazione” contribuiscono a mantenere i contagi da Covid sotto controllo (in Italia il 76% della popolazione ha ricevuto il booster, contro il 58% cinese), ma la ricomparsa delle infezioni batteriche stagionali ha fatto esplodere la domanda di farmaci.
Insomma, a due anni da Wuhan la “palla” sembra essere tornata alla Cina, ma le conseguenze fanno il giro del globo.
💉Problema di costo
Il problema nasce dalla dipendenza occidentale dalle industrie farmaceutiche asiatiche. Mentre i prezzi regolamentati dei medicinali in Europa sono rimasti costanti per anni, il costo dei principi attivi come il paracetamolo è aumentato del 70% solo quest’anno. E così negli ultimi 20 anni molte aziende farmaceutiche occidentali hanno abbandonato un business non più redditizio, e la produzione mondiale ha iniziato a spostarsi verso l’Asia.
Nelle ultime settimane, l’aumento della domanda mondiale e la mancanza di personale nelle regioni colpite da Covid hanno colto di sorpresa le aziende farmaceutiche. E con Cina e India che producono tra il 60% e l'80% dei principi attivi farmaceutici del mondo, i nuovi colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento sono presto sfociati in carenze globali.
🇨🇳Ancora tu
Sono bastate poche settimane nel primo inverno senza mascherine per mettere in luce le fragilità dei sistemi sanitari mondiali. La carenza di principi attivi, come quella di semiconduttori, ricorda ai decisori politici le conseguenze di una dipendenza troppo forte da pochi, grandi fornitori in luoghi lontani del globo.
La Cina, in particolare, che da parte sua dimostra invece una costante volontà di segretezza, non contribuisce a tranquillizzare il resto del mondo. Da due settimane Pechino ha smesso di comunicare il numero di nuovi casi e decessi all’Organizzazione mondiale della sanità. Cifre dubbie sono oggi diventate assenti, proprio mentre gli esperti indipendenti stimano 5.000 morti al giorno e un milione entro la fine dell’anno prossimo.
La lotta contro il virus, che nel 2020 sembrava aver ridotto i conflitti tra le grandi potenze, sembra sempre più una lotta geopolitica.
🇺🇦👉 A che punto è la guerra in Ucraina a 300 giorni dall’inizio dell’invasione russa? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-prima-di-natale-37134
🎄Il mondo in tasca si prende una breve pausa e torna il 9 gennaio. Stay tuned: il nostro Dossier speciale sul Mondo nel 2023 esce domani. Buone Feste!
🌍 UCRAINA, RECESSIONE E CRISI ENERGETICA: NEL 2023 VEDREMO DAVVERO LA QUIETE DOPO LE TEMPESTE? IL NOSTRO DOSSIER SUL MONDO CHE VERRÀ
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la bufera, con l’invasione russa dell’Ucraina che ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. Eppure, oggi ci sono segnali che indicano che le nubi all’orizzonte potrebbero diradarsi: l’Europa si è rifornita di approvvigionamenti di gas sufficienti a passare l’inverno; la Black Sea Grain Initiative e il calo dei prezzi del grano hanno scongiurato una crisi alimentare mondiale; l’inflazione sembra aver rallentato la propria corsa.
🔍 Sarà davvero “la quiete dopo le tempeste”? Per rispondere a questa e molte altre domande, anche quest’anno ISPI vi presenta il dossier speciale sul "Mondo nel 2023", con le previsioni sulla geopolitica e la geoeconomia dell’anno che ci aspetta.
👉 Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5542
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la bufera, con l’invasione russa dell’Ucraina che ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. Eppure, oggi ci sono segnali che indicano che le nubi all’orizzonte potrebbero diradarsi: l’Europa si è rifornita di approvvigionamenti di gas sufficienti a passare l’inverno; la Black Sea Grain Initiative e il calo dei prezzi del grano hanno scongiurato una crisi alimentare mondiale; l’inflazione sembra aver rallentato la propria corsa.
🔍 Sarà davvero “la quiete dopo le tempeste”? Per rispondere a questa e molte altre domande, anche quest’anno ISPI vi presenta il dossier speciale sul "Mondo nel 2023", con le previsioni sulla geopolitica e la geoeconomia dell’anno che ci aspetta.
👉 Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5542
ISPI
Quiete dopo le tempeste… Really? | ISPI
Torna su ispionline.it Il Mondo nel 2023 Quiete dopo le tempeste… Really? Leggi in Inglese Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta…
🌍 IL MONDO NEL 2023: SCOPRI I GRANDI TEMI DELLA GEOPOLITICA PER FARE UN FIGURONE ALLA CENA DI CAPODANNO
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. I venti della discordia sembravano sul punto di far saltare anche i fragili equilibri fra Cina e Taiwan. I prezzi dell’energia si sono impennati, e l’inflazione è schizzata alle stelle, mentre la globalizzazione sembrava andare in frantumi.
⛅ Ma cosa ci aspetta nel 2023? Sarà davvero un anno di quiete dopo le tempeste? Per rispondere a queste e molte altre domande, anche quest’anno vi presentiamo il nostro Dossier speciale sulla geopolitica del mondo che verrà.
https://essay.ispionline.it/?page_id=5542
Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta la comunità internazionale attonita. I venti della discordia sembravano sul punto di far saltare anche i fragili equilibri fra Cina e Taiwan. I prezzi dell’energia si sono impennati, e l’inflazione è schizzata alle stelle, mentre la globalizzazione sembrava andare in frantumi.
⛅ Ma cosa ci aspetta nel 2023? Sarà davvero un anno di quiete dopo le tempeste? Per rispondere a queste e molte altre domande, anche quest’anno vi presentiamo il nostro Dossier speciale sulla geopolitica del mondo che verrà.
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ISPI
Quiete dopo le tempeste… Really? | ISPI
Torna su ispionline.it Il Mondo nel 2023 Quiete dopo le tempeste… Really? Leggi in Inglese Dopo due anni di pandemia, il 2022 doveva essere un anno liberatorio. E invece è arrivata, imprevedibile, la tempesta. L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato tutta…
🌍MIGRANTI, UE: PUNTO DI NON RITORNO?
🇪🇺Di stanze ed elefanti
Oggi a Roma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha incontrato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Al centro dei colloqui il Pnrr, la crisi energetica e l’Ucraina, ma anche gli (scarsi) progressi sul Nuovo patto per le migrazioni e l’asilo. Con l’aumento degli sbarchi sulle coste italiane, che nel 2022 hanno superato quota 104.000 (ormai non così lontani dai 170.000 l’anno del periodo 2014-2016) l’Italia ha ancora una volta bisogno di riportare la questione sui tavoli europei.
Nei fatti, però, quello del governo delle migrazioni è un capitolo eternamente aperto. Tanto che l’entrante presidenza di turno svedese ha già gettato acqua sul fuoco, spegnendo le ultime speranze che il dossier possa arrivare a conclusione entro le prossime elezioni europee (metà 2024).
🚢Fare da soli
E così, di fronte allo stallo europeo, Roma prova da tempo a fare da sola. Dapprima tollerando che i migranti sbarcati in Italia si spostassero irregolarmente verso altri paesi europei (come successo con oltre metà del milione di migranti sbarcato in Italia dal 2012). Più recentemente frenando le attività di salvataggio, nella convinzione che la presenza in mare delle Ong incentivi le partenze.
Dopo le frequenti crisi del periodo 2018-2019 (con le navi Ong tenute fuori dai porti italiani fino alle promesse di redistribuzione da parte degli altri paesi Ue – poi spesso disattese), oggi Roma ha cambiato strategia: indica immediatamente un luogo di sbarco, scegliendo però porti a diversi giorni di navigazione.
Strategia che sinora non ha sortito gli effetti sperati: a dicembre, gli sbarchi in Italia sono stati più che doppi rispetto allo stesso periodo del 2021 (10.799 vs 4.534).
🥕Bastoni e carote
Ma Roma non è l’unica a puntare su soluzioni “tappabuchi”: anche a Bruxelles si preferiscono soluzioni più veloci, come la sospensione dei trattamenti commerciali favorevoli nei confronti dei Paesi terzi che rifiutano i rimpatri, piuttosto che intraprendere il difficile percorso di riforma del sistema di asilo europeo. Un percorso quantomai necessario per espandere i canali di migrazione legale e ridurre i flussi di irregolari verso l’Ue.
Soluzioni che puntano verso l’unico punto su cui tutti i Paesi, o quasi, sembrano concordare: le migrazioni irregolari vanno fermate. Con le buone o con le cattive, ma (per ora) senza grande lungimiranza.
👉🇧🇷Democrazia sotto attacco parte seconda. Dopo gli Usa anche il Brasile assiste sgomento all’assalto delle istituzioni democratiche. Lula: “responsabili saranno individuati e arrestati”. Cosa è successo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-planalto-come-capitol-hill-37207
🇪🇺Di stanze ed elefanti
Oggi a Roma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha incontrato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Al centro dei colloqui il Pnrr, la crisi energetica e l’Ucraina, ma anche gli (scarsi) progressi sul Nuovo patto per le migrazioni e l’asilo. Con l’aumento degli sbarchi sulle coste italiane, che nel 2022 hanno superato quota 104.000 (ormai non così lontani dai 170.000 l’anno del periodo 2014-2016) l’Italia ha ancora una volta bisogno di riportare la questione sui tavoli europei.
Nei fatti, però, quello del governo delle migrazioni è un capitolo eternamente aperto. Tanto che l’entrante presidenza di turno svedese ha già gettato acqua sul fuoco, spegnendo le ultime speranze che il dossier possa arrivare a conclusione entro le prossime elezioni europee (metà 2024).
🚢Fare da soli
E così, di fronte allo stallo europeo, Roma prova da tempo a fare da sola. Dapprima tollerando che i migranti sbarcati in Italia si spostassero irregolarmente verso altri paesi europei (come successo con oltre metà del milione di migranti sbarcato in Italia dal 2012). Più recentemente frenando le attività di salvataggio, nella convinzione che la presenza in mare delle Ong incentivi le partenze.
Dopo le frequenti crisi del periodo 2018-2019 (con le navi Ong tenute fuori dai porti italiani fino alle promesse di redistribuzione da parte degli altri paesi Ue – poi spesso disattese), oggi Roma ha cambiato strategia: indica immediatamente un luogo di sbarco, scegliendo però porti a diversi giorni di navigazione.
Strategia che sinora non ha sortito gli effetti sperati: a dicembre, gli sbarchi in Italia sono stati più che doppi rispetto allo stesso periodo del 2021 (10.799 vs 4.534).
🥕Bastoni e carote
Ma Roma non è l’unica a puntare su soluzioni “tappabuchi”: anche a Bruxelles si preferiscono soluzioni più veloci, come la sospensione dei trattamenti commerciali favorevoli nei confronti dei Paesi terzi che rifiutano i rimpatri, piuttosto che intraprendere il difficile percorso di riforma del sistema di asilo europeo. Un percorso quantomai necessario per espandere i canali di migrazione legale e ridurre i flussi di irregolari verso l’Ue.
Soluzioni che puntano verso l’unico punto su cui tutti i Paesi, o quasi, sembrano concordare: le migrazioni irregolari vanno fermate. Con le buone o con le cattive, ma (per ora) senza grande lungimiranza.
👉🇧🇷Democrazia sotto attacco parte seconda. Dopo gli Usa anche il Brasile assiste sgomento all’assalto delle istituzioni democratiche. Lula: “responsabili saranno individuati e arrestati”. Cosa è successo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-planalto-come-capitol-hill-37207
🌍CLIMA: FINALMENTE UN SUCCESSO
🌐I favolosi anni ‘80
Il buco nell’ozono si muove… nella direzione giusta. Secondo un recente report quadriennale delle Nazioni Unite sull’andamento del Protocollo di Montreal (il trattato internazionale per la protezione dell’ozono atmosferico e la riduzione delle sostanze che lo minacciano), i dati mostrano una chiara tendenza positiva. Con l’eliminazione progressiva di quasi il 99% delle sostanze chimiche dannose vietate, lo strato di ozono che protegge il nostro pianeta sta recuperando volume, riducendo l’esposizione a raggi ultravioletti dannosi per l’uomo e l’ambiente.
Se la tendenza virtuosa verrà mantenuta, entro il 2040 potranno essere ristabiliti, in buon parte del pianeta, i livelli del 1980, cioè prima della formazione del buco. Eccetto ai poli, dove il problema è più pronunciato: sull’Antartide, questo risultato è atteso per la data stimata del 2066.
🌡️Tutto conta
Sfida tra le più cruciali nella lotta per la preservazione ambientale nei decenni scorsi, il buco dell’ozono non è tra le cause principali del cambiamento climatico. Eppure, i passi compiuti per contenerlo hanno avuto effetti positivi anche sul riscaldamento globale: vietare l’uso di alcuni potenti gas serra, infatti, ha contribuito a evitare un aumento delle temperature per circa 0,5°C.
Insomma, una rara – ma fondamentale – buona notizia, che mostra i frutti di una efficace collaborazione internazionale: il Protocollo di Montreal, firmato nel 1987, solo due anni dopo la scoperta del buco, ha ricevuto, nel corso degli anni, la ratifica universale. Un’esperienza che parla alle necessità di coordinamento del nostro tempo per contenere le emissioni e l’aumento delle temperature.
🇪🇺Nel frattempo, a Bruxelles…
Un segnale positivo, nel frattempo, giunge anche dall’Unione Europea (UE), che a dicembre scorso ha raggiunto un accordo cruciale per la riforma dell’Emissions Trading System (ETS), un sistema di scambio delle emissioni cosiddetto “Cap and trade”, e per la creazione di un Social Climate Fund (SCF) volto a supportare i nuclei familiari più vulnerabili nell’adozione di queste misure.
L’accordo estende le ambizioni del precedente ETS, che ha già contribuito dal 2005 a una riduzione delle emissioni europee del 41%. Un risultato positivo, ma ancora non sufficiente, dato che i nuovi obiettivi prevedono un taglio delle emissioni, rispetto al livello del 1990, del 55% entro il 2030, per poi ridurle a zero entro la metà del secolo.
La Svezia, che il primo gennaio ha assunto la presidenza a rotazione dell’UE, ha già dichiarato di voler portare avanti i lavori per concretizzare le leggi necessarie a questi obiettivi.
L’esperienza dell’accordo di Montreal però insegna che a fare la differenza è il coordinamento internazionale, più che mai necessario per contenere l’aumento delle temperature entro l’obiettivo di 1.5 °C sancito dall’accordo di Parigi.
🌐I favolosi anni ‘80
Il buco nell’ozono si muove… nella direzione giusta. Secondo un recente report quadriennale delle Nazioni Unite sull’andamento del Protocollo di Montreal (il trattato internazionale per la protezione dell’ozono atmosferico e la riduzione delle sostanze che lo minacciano), i dati mostrano una chiara tendenza positiva. Con l’eliminazione progressiva di quasi il 99% delle sostanze chimiche dannose vietate, lo strato di ozono che protegge il nostro pianeta sta recuperando volume, riducendo l’esposizione a raggi ultravioletti dannosi per l’uomo e l’ambiente.
Se la tendenza virtuosa verrà mantenuta, entro il 2040 potranno essere ristabiliti, in buon parte del pianeta, i livelli del 1980, cioè prima della formazione del buco. Eccetto ai poli, dove il problema è più pronunciato: sull’Antartide, questo risultato è atteso per la data stimata del 2066.
🌡️Tutto conta
Sfida tra le più cruciali nella lotta per la preservazione ambientale nei decenni scorsi, il buco dell’ozono non è tra le cause principali del cambiamento climatico. Eppure, i passi compiuti per contenerlo hanno avuto effetti positivi anche sul riscaldamento globale: vietare l’uso di alcuni potenti gas serra, infatti, ha contribuito a evitare un aumento delle temperature per circa 0,5°C.
Insomma, una rara – ma fondamentale – buona notizia, che mostra i frutti di una efficace collaborazione internazionale: il Protocollo di Montreal, firmato nel 1987, solo due anni dopo la scoperta del buco, ha ricevuto, nel corso degli anni, la ratifica universale. Un’esperienza che parla alle necessità di coordinamento del nostro tempo per contenere le emissioni e l’aumento delle temperature.
🇪🇺Nel frattempo, a Bruxelles…
Un segnale positivo, nel frattempo, giunge anche dall’Unione Europea (UE), che a dicembre scorso ha raggiunto un accordo cruciale per la riforma dell’Emissions Trading System (ETS), un sistema di scambio delle emissioni cosiddetto “Cap and trade”, e per la creazione di un Social Climate Fund (SCF) volto a supportare i nuclei familiari più vulnerabili nell’adozione di queste misure.
L’accordo estende le ambizioni del precedente ETS, che ha già contribuito dal 2005 a una riduzione delle emissioni europee del 41%. Un risultato positivo, ma ancora non sufficiente, dato che i nuovi obiettivi prevedono un taglio delle emissioni, rispetto al livello del 1990, del 55% entro il 2030, per poi ridurle a zero entro la metà del secolo.
La Svezia, che il primo gennaio ha assunto la presidenza a rotazione dell’UE, ha già dichiarato di voler portare avanti i lavori per concretizzare le leggi necessarie a questi obiettivi.
L’esperienza dell’accordo di Montreal però insegna che a fare la differenza è il coordinamento internazionale, più che mai necessario per contenere l’aumento delle temperature entro l’obiettivo di 1.5 °C sancito dall’accordo di Parigi.
👉🇧🇷Dopo l’assalto al Congresso Nazionale del Brasile, manifestanti si radunano a San Paolo in difesa della democrazia. Intanto proseguono gli arresti dei rivoltosi, ed è caccia a “mandanti e finanziatori” dell’attacco a Brasilia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-piazza-la-democrazia-37220👍1
🌍 UE VS USA: INDUSTRIA (AL) VERDE
🧳 Grand Tour
Ieri Thierry Breton era a Madrid per presentare al Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez la sua nuova proposta: il Clean Tech Act. Dopo Varsavia, Bruxelles e Parigi, la capitale spagnola è la quarta tappa del commissario europeo per il mercato interno, impegnato nel tentativo di convincere i paesi europei a fare fronte comune contro i sussidi Usa contenuti nell’Inflation Reduction Act (IRA).
Fra la riduzione dei costi dei farmaci per i pensionati e l'aumento della spesa per le centrali nucleari, il pacchetto da $369 miliardi firmato da Biden lo scorso agosto contiene soprattutto sostanziosi sussidi all’industria americana “verde”. Misure che, più che a ridurre l’inflazione, sembrano puntare a catalizzare investimenti in settori produttivi critici.
Anche se a scapito degli alleati europei.
🇺🇸 Perdiamo pezzi?
Sulla carta, i sussidi all’industria verde proposti dall'amministrazione americana sarebbero i benvenuti. Ancora oggi, gli Usa hanno un mercato “verde” poco sviluppato rispetto al potenziale: per esempio, nel 2021 in Ue sono stati immatricolati oltre 2 milioni di veicoli elettrici, negli Usa meno di 1 milione. E l’anno scorso le emissioni di gas serra americane sono cresciute ancora, allontanandosi molto dagli obiettivi al 2030 presi a Parigi nel 2015.
Ma i sussidi americani verranno concessi a condizioni ben precise: sulla base della provenienza geografica delle componenti (Stati Uniti o al massimo paesi con all’attivo accordi di libero scambio con Washington, come Canada e Messico) o dell’assemblaggio dei veicoli (negli Usa). Due requisiti che, spingendo i nuovi investimenti verso gli Usa, penalizzano le imprese europee.
🔎 AAA consenso cercasi
Così in Europa si cerca una risposta abbastanza forte da scoraggiare i disinvestimenti, ma senza provocare una guerra commerciale. Un equilibrio delicato. La proposta della Commissione, che Ursula von der Leyen dovrebbe presentare a Davos la prossima settimana, prevederebbe di creare di un fondo europeo simile all’IRA americano.
Un’opzione che pare gradita dalla Germania ma invisa ai Paesi nordici, tradizionalmente più diffidenti degli interventi “dirigisti” della mano pubblica nel mercato. Per questo si continua a sperare, forse vanamente, che Washington inserisca clausole che penalizzino meno le imprese europee anche in assenza di un accordo di libero scambio tra Usa e Ue.
Chissà cosa penserà oggi chi, nel 2016, aveva esultato quando Trump aveva fatto fallire il TTIP.
👉🇺🇦 A Soledar in Ucraina si combatte strada per strada: è la battaglia più sanguinosa dall’inizio del conflitto. Ne parliamo nell'ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-sangue-su-soledar-37241
🧳 Grand Tour
Ieri Thierry Breton era a Madrid per presentare al Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez la sua nuova proposta: il Clean Tech Act. Dopo Varsavia, Bruxelles e Parigi, la capitale spagnola è la quarta tappa del commissario europeo per il mercato interno, impegnato nel tentativo di convincere i paesi europei a fare fronte comune contro i sussidi Usa contenuti nell’Inflation Reduction Act (IRA).
Fra la riduzione dei costi dei farmaci per i pensionati e l'aumento della spesa per le centrali nucleari, il pacchetto da $369 miliardi firmato da Biden lo scorso agosto contiene soprattutto sostanziosi sussidi all’industria americana “verde”. Misure che, più che a ridurre l’inflazione, sembrano puntare a catalizzare investimenti in settori produttivi critici.
Anche se a scapito degli alleati europei.
🇺🇸 Perdiamo pezzi?
Sulla carta, i sussidi all’industria verde proposti dall'amministrazione americana sarebbero i benvenuti. Ancora oggi, gli Usa hanno un mercato “verde” poco sviluppato rispetto al potenziale: per esempio, nel 2021 in Ue sono stati immatricolati oltre 2 milioni di veicoli elettrici, negli Usa meno di 1 milione. E l’anno scorso le emissioni di gas serra americane sono cresciute ancora, allontanandosi molto dagli obiettivi al 2030 presi a Parigi nel 2015.
Ma i sussidi americani verranno concessi a condizioni ben precise: sulla base della provenienza geografica delle componenti (Stati Uniti o al massimo paesi con all’attivo accordi di libero scambio con Washington, come Canada e Messico) o dell’assemblaggio dei veicoli (negli Usa). Due requisiti che, spingendo i nuovi investimenti verso gli Usa, penalizzano le imprese europee.
🔎 AAA consenso cercasi
Così in Europa si cerca una risposta abbastanza forte da scoraggiare i disinvestimenti, ma senza provocare una guerra commerciale. Un equilibrio delicato. La proposta della Commissione, che Ursula von der Leyen dovrebbe presentare a Davos la prossima settimana, prevederebbe di creare di un fondo europeo simile all’IRA americano.
Un’opzione che pare gradita dalla Germania ma invisa ai Paesi nordici, tradizionalmente più diffidenti degli interventi “dirigisti” della mano pubblica nel mercato. Per questo si continua a sperare, forse vanamente, che Washington inserisca clausole che penalizzino meno le imprese europee anche in assenza di un accordo di libero scambio tra Usa e Ue.
Chissà cosa penserà oggi chi, nel 2016, aveva esultato quando Trump aveva fatto fallire il TTIP.
👉🇺🇦 A Soledar in Ucraina si combatte strada per strada: è la battaglia più sanguinosa dall’inizio del conflitto. Ne parliamo nell'ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-sangue-su-soledar-37241
👍1
🌍 ECONOMIA, IL MONDO IN PANNE
📉 Frenata globale
Guerra in Ucraina, inflazione elevata e aumento dei tassi di interesse: sono le principali cause del brusco rallentamento della crescita globale che, secondo le ultime proiezioni della Banca mondiale, nel 2023 farà segnare un esiguo +1,7%. Il terzo tasso di crescita più basso in quasi trent’anni.
A rallentare maggiormente saranno le economie più avanzate, le cui previsioni per il 2023 sono state riviste al ribasso dell’1,7%. Nel lungo periodo, però, i paesi maggiormente colpiti saranno quelli più indebitati e con meno spazio in bilancio per contrastare la crisi, tanto che alla fine del 2024 le loro economie saranno circa il 6% più piccole rispetto ai livelli previsti prima della pandemia.
☔️Piove sul bagnato
Con il rallentamento dell’economia diminuiscono anche i redditi medi della popolazione. Anche qui, a farne le spese sono soprattutto i Paesi più poveri, dove si stima una riduzione di almeno un punto percentuale rispetto alla media 2010-2019. Un calo che, in un mondo sempre più caro, sta facendo sprofondare milioni di persone sotto la soglia di povertà.
Ma i problemi non finiscono qui. Con l'aumento degli interessi sul debito e sempre meno spazio per fare nuova spesa pubblica, le economie emergenti avranno meno capitali a disposizione per investire in settori critici come istruzione, sanità e infrastrutture. Insomma, la pandemia e la guerra in Ucraina sembrano aver fatto definitivamente crollare le speranze di porre fine alla povertà estrema entro il 2030.
🇨🇳 Tutte le strade portano a Pechino?
A complicare ulteriormente il quadro oggi ci si mette anche la rapida riapertura della Cina. Nei prossimi mesi, infatti, gran parte dell’andamento dell’economia globale dipenderà dagli equilibri tra domanda e offerta di beni: un aumento della domanda cinese farebbe ripartire l’economia mondiale, ma al contempo potrebbe provocare un nuovo aumento dei prezzi. Da qui potrebbero arrivare ulteriori rialzi dei tassi d’interesse, che a loro volta deprimerebbero gli investimenti.
E poi inflazione più alta del previsto, ritorno della pandemia, un'escalation del conflitto tra Russia e Ucraina. Sono molti i fattori che potrebbero minare la ripresa economica nel corso del prossimo anno. Riusciremo a scongiurare la seconda recessione mondiale in 13 anni?
👉🇵🇪Sale il bilancio delle vittime in Perù negli scontri tra i sostenitori dell’ex presidente Castillo e le forze dell’ordine. E la procura indaga la nuova presidente Boluarte per ‘genocidio’. Cosa sta succedendo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/peru-la-rivolta-dei-diseredati-37255
📉 Frenata globale
Guerra in Ucraina, inflazione elevata e aumento dei tassi di interesse: sono le principali cause del brusco rallentamento della crescita globale che, secondo le ultime proiezioni della Banca mondiale, nel 2023 farà segnare un esiguo +1,7%. Il terzo tasso di crescita più basso in quasi trent’anni.
A rallentare maggiormente saranno le economie più avanzate, le cui previsioni per il 2023 sono state riviste al ribasso dell’1,7%. Nel lungo periodo, però, i paesi maggiormente colpiti saranno quelli più indebitati e con meno spazio in bilancio per contrastare la crisi, tanto che alla fine del 2024 le loro economie saranno circa il 6% più piccole rispetto ai livelli previsti prima della pandemia.
☔️Piove sul bagnato
Con il rallentamento dell’economia diminuiscono anche i redditi medi della popolazione. Anche qui, a farne le spese sono soprattutto i Paesi più poveri, dove si stima una riduzione di almeno un punto percentuale rispetto alla media 2010-2019. Un calo che, in un mondo sempre più caro, sta facendo sprofondare milioni di persone sotto la soglia di povertà.
Ma i problemi non finiscono qui. Con l'aumento degli interessi sul debito e sempre meno spazio per fare nuova spesa pubblica, le economie emergenti avranno meno capitali a disposizione per investire in settori critici come istruzione, sanità e infrastrutture. Insomma, la pandemia e la guerra in Ucraina sembrano aver fatto definitivamente crollare le speranze di porre fine alla povertà estrema entro il 2030.
🇨🇳 Tutte le strade portano a Pechino?
A complicare ulteriormente il quadro oggi ci si mette anche la rapida riapertura della Cina. Nei prossimi mesi, infatti, gran parte dell’andamento dell’economia globale dipenderà dagli equilibri tra domanda e offerta di beni: un aumento della domanda cinese farebbe ripartire l’economia mondiale, ma al contempo potrebbe provocare un nuovo aumento dei prezzi. Da qui potrebbero arrivare ulteriori rialzi dei tassi d’interesse, che a loro volta deprimerebbero gli investimenti.
E poi inflazione più alta del previsto, ritorno della pandemia, un'escalation del conflitto tra Russia e Ucraina. Sono molti i fattori che potrebbero minare la ripresa economica nel corso del prossimo anno. Riusciremo a scongiurare la seconda recessione mondiale in 13 anni?
👉🇵🇪Sale il bilancio delle vittime in Perù negli scontri tra i sostenitori dell’ex presidente Castillo e le forze dell’ordine. E la procura indaga la nuova presidente Boluarte per ‘genocidio’. Cosa sta succedendo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/peru-la-rivolta-dei-diseredati-37255