🌎 BIDEN-RIFUGIATI: QUANTO COSTA UNA PROMESSA?
📈 Accordo raggiunto
Alla fine, Biden si è convinto: dopo mesi di annunci e ripensamenti, ieri la Casa Bianca ha quadruplicato il tetto annuale dei reinsediamenti – le ammissioni negli Usa di rifugiati già presenti in paesi terzi – portandolo da 15.000 a 62.500.
È una svolta rispetto a Trump: era stato lui ad abbassare il tetto al suo minimo di sempre (il programma è stato creato nel 1980). La decisione dovrebbe riportare il numero di rifugiati reinsediati negli Usa a un valore in linea con gli ultimi vent’anni, anche se ancora lontano rispetto ai circa 100.000 l’anno ammessi negli anni Novanta.
🇺🇸 Tanto, o non abbastanza?
Così gli USA torneranno il primo paese al mondo per rifugiati reinsediati. Un record detenuto per quarant’anni, prima che Trump lo interrompesse, e che fa impallidire l’Unione europea: i reinsediati nei paesi UE sono stati 20.000 nel 2019, prima della pandemia, e solo 5.000 l’anno tra il 2000 e il 2015.
Certo, anche così cambierà poco: rifugiati e richiedenti asilo nel mondo sono 30 milioni, e almeno 2 milioni sono persone vulnerabili che dovrebbero essere reinsediate con urgenza. Il mondo, invece, ne accoglie solo 80.000 l’anno. Quello di Biden è un segnale in questo periodo difficile, ma pur sempre una goccia nel mare.
💣 Alta tensione
Fino a pochi giorni fa non era chiaro se la Casa Bianca avrebbe alzato l’asticella. Anche perché il fortissimo aumento di minori non accompagnati alla frontiera con il Messico genera grandi pressioni sull’amministrazione. Pressioni tecniche: capire come accogliere chi arriva e come riunificare minori e famiglie. Ma anche politiche. Persino tra i democratici, qualcuno si chiede perché aumentare il numero dei rifugiati accolti volontariamente quando i flussi migratori dalla frontiera Sud sono già così elevati.
I dubbi sono conseguenza dell’estrema polarizzazione della politica americana odierna e del precedente creato da Trump. In passato molte amministrazioni, da Clinton a Obama (Dem) passando per i due Bush (Rep), avevano mantenuto un tetto “alto” sull’accoglienza anche a fronte di flussi molto elevati dall’America centrale.
Ma oggi le cose sono cambiate. E per Biden il compito, arduo, sarà quello di trovare un nuovo equilibrio tra accoglienza “democratica” e “America first”.
_Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il primo incontro faccia a faccia dei ministri del G7 dopo due anni. Su_ ispionline.it
📈 Accordo raggiunto
Alla fine, Biden si è convinto: dopo mesi di annunci e ripensamenti, ieri la Casa Bianca ha quadruplicato il tetto annuale dei reinsediamenti – le ammissioni negli Usa di rifugiati già presenti in paesi terzi – portandolo da 15.000 a 62.500.
È una svolta rispetto a Trump: era stato lui ad abbassare il tetto al suo minimo di sempre (il programma è stato creato nel 1980). La decisione dovrebbe riportare il numero di rifugiati reinsediati negli Usa a un valore in linea con gli ultimi vent’anni, anche se ancora lontano rispetto ai circa 100.000 l’anno ammessi negli anni Novanta.
🇺🇸 Tanto, o non abbastanza?
Così gli USA torneranno il primo paese al mondo per rifugiati reinsediati. Un record detenuto per quarant’anni, prima che Trump lo interrompesse, e che fa impallidire l’Unione europea: i reinsediati nei paesi UE sono stati 20.000 nel 2019, prima della pandemia, e solo 5.000 l’anno tra il 2000 e il 2015.
Certo, anche così cambierà poco: rifugiati e richiedenti asilo nel mondo sono 30 milioni, e almeno 2 milioni sono persone vulnerabili che dovrebbero essere reinsediate con urgenza. Il mondo, invece, ne accoglie solo 80.000 l’anno. Quello di Biden è un segnale in questo periodo difficile, ma pur sempre una goccia nel mare.
💣 Alta tensione
Fino a pochi giorni fa non era chiaro se la Casa Bianca avrebbe alzato l’asticella. Anche perché il fortissimo aumento di minori non accompagnati alla frontiera con il Messico genera grandi pressioni sull’amministrazione. Pressioni tecniche: capire come accogliere chi arriva e come riunificare minori e famiglie. Ma anche politiche. Persino tra i democratici, qualcuno si chiede perché aumentare il numero dei rifugiati accolti volontariamente quando i flussi migratori dalla frontiera Sud sono già così elevati.
I dubbi sono conseguenza dell’estrema polarizzazione della politica americana odierna e del precedente creato da Trump. In passato molte amministrazioni, da Clinton a Obama (Dem) passando per i due Bush (Rep), avevano mantenuto un tetto “alto” sull’accoglienza anche a fronte di flussi molto elevati dall’America centrale.
Ma oggi le cose sono cambiate. E per Biden il compito, arduo, sarà quello di trovare un nuovo equilibrio tra accoglienza “democratica” e “America first”.
_Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il primo incontro faccia a faccia dei ministri del G7 dopo due anni. Su_ ispionline.it
🌍 ISRAELE: BYE BYE NETANYAHU?
⏰ Tempo scaduto
Ci ha provato per 28 giorni, ma alla fine ha dovuto desistere: dopo le elezioni di marzo, Netanyahu questa volta non è riuscito a formare un nuovo governo. Al potere per 12 anni, malgrado le inchieste per corruzione e l’odio degli ex alleati “traditi”, Bibi potrebbe dover scendere dal trono dopo un periodo di crescente instabilità politica (siamo alle quarte elezioni in 2 anni).
Poco fa il presidente israeliano Rivlin ha dato mandato di formare un governo a Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il principale partito di opposizione.
🗳️ Alle urne... again?
Insomma, né il “modello Israele” sulle vaccinazioni (62% della popolazione vaccinata a fine marzo), né la tenuta dell’economia hanno tenuto in sella Natanyahu. E ora il futuro per lui si fa meno roseo: il processo per corruzione a suo carico sta entrando nella sua fase calda, e una condanna gli impedirebbe di ripresentarsi in caso di nuove elezioni.
Elezioni che, ancora una volta, potrebbero non essere lontane. Anche con il mandato esplorativo di Lapid, l’esito del negoziato per formare un governo non sarebbe scontato. L’opposizione è spaccata, tenuta insieme solo dal “rifiuto” per Netanyahu. Con Bibi fuori dai giochi, un “governo delle opposizioni” (sempre che riesca a partire) rischierebbe di avere vita breve.
🤷♀️ Senza leader
Per la prima volta da oltre un decennio Israele rischia dunque di ritrovarsi senza un leader forte. Un’assenza che riporterebbe in primo piano le fratture interne: nell’attuale Parlamento servono almeno quattro partiti per una maggioranza e, senza il Likud di Netanyahu, ne servirebbero addirittura sette.
Tutto accade in una fase delicata per il paese: da un lato c’è la necessità di trovare un nuovo equilibrio con Washington (meno disposta a concedere vittorie anche simboliche a Israele), dall’altro la volontà di proseguire nelle normalizzazioni e conquistare nuovi alleati tra i paesi arabi della regione (ma questa volta senza l’aiuto di Trump). Senza contare i “vecchi problemi” che ritornano: il riaccendersi delle tensioni con i palestinesi e l’ostilità con l’Iran.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Cina, si cambia. Su ispionline.it
⏰ Tempo scaduto
Ci ha provato per 28 giorni, ma alla fine ha dovuto desistere: dopo le elezioni di marzo, Netanyahu questa volta non è riuscito a formare un nuovo governo. Al potere per 12 anni, malgrado le inchieste per corruzione e l’odio degli ex alleati “traditi”, Bibi potrebbe dover scendere dal trono dopo un periodo di crescente instabilità politica (siamo alle quarte elezioni in 2 anni).
Poco fa il presidente israeliano Rivlin ha dato mandato di formare un governo a Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il principale partito di opposizione.
🗳️ Alle urne... again?
Insomma, né il “modello Israele” sulle vaccinazioni (62% della popolazione vaccinata a fine marzo), né la tenuta dell’economia hanno tenuto in sella Natanyahu. E ora il futuro per lui si fa meno roseo: il processo per corruzione a suo carico sta entrando nella sua fase calda, e una condanna gli impedirebbe di ripresentarsi in caso di nuove elezioni.
Elezioni che, ancora una volta, potrebbero non essere lontane. Anche con il mandato esplorativo di Lapid, l’esito del negoziato per formare un governo non sarebbe scontato. L’opposizione è spaccata, tenuta insieme solo dal “rifiuto” per Netanyahu. Con Bibi fuori dai giochi, un “governo delle opposizioni” (sempre che riesca a partire) rischierebbe di avere vita breve.
🤷♀️ Senza leader
Per la prima volta da oltre un decennio Israele rischia dunque di ritrovarsi senza un leader forte. Un’assenza che riporterebbe in primo piano le fratture interne: nell’attuale Parlamento servono almeno quattro partiti per una maggioranza e, senza il Likud di Netanyahu, ne servirebbero addirittura sette.
Tutto accade in una fase delicata per il paese: da un lato c’è la necessità di trovare un nuovo equilibrio con Washington (meno disposta a concedere vittorie anche simboliche a Israele), dall’altro la volontà di proseguire nelle normalizzazioni e conquistare nuovi alleati tra i paesi arabi della regione (ma questa volta senza l’aiuto di Trump). Senza contare i “vecchi problemi” che ritornano: il riaccendersi delle tensioni con i palestinesi e l’ostilità con l’Iran.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Cina, si cambia. Su ispionline.it
🌍 FACEBOOK-TRUMP: AVANTI IL PROSSIMO?
⛔ Diritto di censura
L’Oversight Board, il “tribunale etico” di Facebook, ha dichiarato legittima la decisione dell’azienda di sospendere i profili di Donald Trump. Ma ha anche definito “non appropriata” la sospensione a tempo indefinito: ogni ban sulle persone e non sui contenuti dovrebbe avere precisi limiti di tempo.
Una scelta che riaccende il dibattito sulla censura in rete, ma soprattutto su chi detenga il diritto di stabilire se una dichiarazione di un personaggio pubblico – specie se di un politico – sia appropriata: un’azienda privata, lo Stato, o gli elettori.
👮 Privati e no
“Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. La massima di Evelyn B. Hall è sempre stata un baluardo della Rete. E, in democrazia, vale ancora di più per i personaggi politici. Già oggi Facebook e Twitter prevedono per loro regole più lasche rispetto ai cittadini comuni.
Eppure Trump, esprimendo il suo sostegno ai manifestanti di Capitol Hill di gennaio, è caduto nelle “maglie” della censura dei social media. E persino Bernie Sanders, suo strenuo oppositore, ha confessato di sentirsi a disagio per il fatto che “un manipolo di cittadini high-tech" possa silenziare un ex Presidente.
Che la decisione di ieri arrivi da un Board interno all’azienda e non da un tribunale chiarisce quanto i confini tra privato e pubblico siano diventati labili. Ma anche quelli tra nazionale e internazionale, visto che i grandi social media del “mondo libero” sono soprattutto americani.
🥊 Sotto a chi tocca
Prima di Trump, Facebook aveva già rimosso molti contenuti “problematici” da molti angoli del mondo, ricevendo critiche tra gli altri dai militari thailandesi e dalla giunta del Myanmar. L’azienda sostiene di aver rimosso oltre 1,3 miliardi di profili fake e 12 milioni di notizie false su Covid negli ultimi tre mesi del 2020, e di avere 35.000 persone assunte al solo scopo di monitorare i contenuti.
Adesso ci si chiede: chi arriverà dopo Trump? Bolsonaro, il presidente brasiliano che ha definito Covid “un’influenzina”? O Duterte, il presidente filippino secondo cui gli spacciatori “andrebbero uccisi”?
Non ci sono risposte facili. Ma il dibattito è benvenuto: specie in democrazia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: gli USA di Biden favorevoli a sospendere i brevetti sui vaccini. Su ispionline.it
⛔ Diritto di censura
L’Oversight Board, il “tribunale etico” di Facebook, ha dichiarato legittima la decisione dell’azienda di sospendere i profili di Donald Trump. Ma ha anche definito “non appropriata” la sospensione a tempo indefinito: ogni ban sulle persone e non sui contenuti dovrebbe avere precisi limiti di tempo.
Una scelta che riaccende il dibattito sulla censura in rete, ma soprattutto su chi detenga il diritto di stabilire se una dichiarazione di un personaggio pubblico – specie se di un politico – sia appropriata: un’azienda privata, lo Stato, o gli elettori.
👮 Privati e no
“Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. La massima di Evelyn B. Hall è sempre stata un baluardo della Rete. E, in democrazia, vale ancora di più per i personaggi politici. Già oggi Facebook e Twitter prevedono per loro regole più lasche rispetto ai cittadini comuni.
Eppure Trump, esprimendo il suo sostegno ai manifestanti di Capitol Hill di gennaio, è caduto nelle “maglie” della censura dei social media. E persino Bernie Sanders, suo strenuo oppositore, ha confessato di sentirsi a disagio per il fatto che “un manipolo di cittadini high-tech" possa silenziare un ex Presidente.
Che la decisione di ieri arrivi da un Board interno all’azienda e non da un tribunale chiarisce quanto i confini tra privato e pubblico siano diventati labili. Ma anche quelli tra nazionale e internazionale, visto che i grandi social media del “mondo libero” sono soprattutto americani.
🥊 Sotto a chi tocca
Prima di Trump, Facebook aveva già rimosso molti contenuti “problematici” da molti angoli del mondo, ricevendo critiche tra gli altri dai militari thailandesi e dalla giunta del Myanmar. L’azienda sostiene di aver rimosso oltre 1,3 miliardi di profili fake e 12 milioni di notizie false su Covid negli ultimi tre mesi del 2020, e di avere 35.000 persone assunte al solo scopo di monitorare i contenuti.
Adesso ci si chiede: chi arriverà dopo Trump? Bolsonaro, il presidente brasiliano che ha definito Covid “un’influenzina”? O Duterte, il presidente filippino secondo cui gli spacciatori “andrebbero uccisi”?
Non ci sono risposte facili. Ma il dibattito è benvenuto: specie in democrazia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: gli USA di Biden favorevoli a sospendere i brevetti sui vaccini. Su ispionline.it
🌍 BREVETTI VACCINI: MERKEL NON CI STA
⛔ Il muro di Berlino
Mercoledì la Casa Bianca si è detta favorevole alla sospensione dei brevetti sui vaccini. L’annuncio a sorpresa ha spiazzato la Commissione europea (nota per la sua contrarietà), che è corsa subito ai ripari dichiarandosi possibilista. A stretto giro si è levata anche la voce di Angela Merkel, fortemente critica.
La svolta americana arriva dopo l’appello lanciato a Biden da 175 tra premi Nobel e grandi leader politici perché sospendesse i brevetti Usa. E già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una petizione simile: da allora i paesi firmatari hanno superato i 60.
💉 “Campanilismo vaccinale”...
“Le circostanze straordinarie della pandemia richiedono misure straordinarie”. Così gli Usa, strenui difensori della proprietà intellettuale, hanno annunciato il cambio di rotta. Il no tedesco è tanto più rilevante perché Usa e Germania sono “partner” nella joint venture tra Pfizer e BioNTech, grandi produttori di vaccini anti-Covid.
OItre a Pfizer, per Biden ci sono in ballo anche i vaccini “americani” di Moderna e Johnson & Johnson. Ma potrebbe essere anche l’occasione per recuperare quel soft power perduto dopo che per mesi Biden ha proseguito nel solco di “America first”: prima vacciniamo i nostri cittadini, poi pensiamo agli altri. Non è un caso che l’annuncio arrivi solo ora che il 44% degli americani ha già ricevuto la prima dose (contro il 26% degli europei).
⚔ ... o specchietto per le allodole?
Le ragioni delle diffidenze di Merkel e Ue sono molte. Solo martedì, Pfizer aveva annunciato profitti per 7 miliardi di dollari nel 2021, trainati dal vaccino. Ma con la sospensione dei brevetti i profitti potrebbero crollare, scoraggiando nuovi investimenti per adattare i vaccini alle varianti.
Difficile inoltre che nel breve periodo la sospensione dei brevetti faccia aumentare molto la produzione, perché per fabbricare nuovi ingredienti per i vaccini occorreranno diversi mesi. Al contrario, potrebbe crescere il rischio che una maggiore circolazione di “imitazioni scadenti” renda tutti più diffidenti verso i vaccini.
Sarà proprio la “questione brevetti” a porre fine alla luna di miele tra il nuovo presidente Usa e l’Europa?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Uk-Francia, la “guerra della pesca” nella Manica. Su ispionline.it
⛔ Il muro di Berlino
Mercoledì la Casa Bianca si è detta favorevole alla sospensione dei brevetti sui vaccini. L’annuncio a sorpresa ha spiazzato la Commissione europea (nota per la sua contrarietà), che è corsa subito ai ripari dichiarandosi possibilista. A stretto giro si è levata anche la voce di Angela Merkel, fortemente critica.
La svolta americana arriva dopo l’appello lanciato a Biden da 175 tra premi Nobel e grandi leader politici perché sospendesse i brevetti Usa. E già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una petizione simile: da allora i paesi firmatari hanno superato i 60.
💉 “Campanilismo vaccinale”...
“Le circostanze straordinarie della pandemia richiedono misure straordinarie”. Così gli Usa, strenui difensori della proprietà intellettuale, hanno annunciato il cambio di rotta. Il no tedesco è tanto più rilevante perché Usa e Germania sono “partner” nella joint venture tra Pfizer e BioNTech, grandi produttori di vaccini anti-Covid.
OItre a Pfizer, per Biden ci sono in ballo anche i vaccini “americani” di Moderna e Johnson & Johnson. Ma potrebbe essere anche l’occasione per recuperare quel soft power perduto dopo che per mesi Biden ha proseguito nel solco di “America first”: prima vacciniamo i nostri cittadini, poi pensiamo agli altri. Non è un caso che l’annuncio arrivi solo ora che il 44% degli americani ha già ricevuto la prima dose (contro il 26% degli europei).
⚔ ... o specchietto per le allodole?
Le ragioni delle diffidenze di Merkel e Ue sono molte. Solo martedì, Pfizer aveva annunciato profitti per 7 miliardi di dollari nel 2021, trainati dal vaccino. Ma con la sospensione dei brevetti i profitti potrebbero crollare, scoraggiando nuovi investimenti per adattare i vaccini alle varianti.
Difficile inoltre che nel breve periodo la sospensione dei brevetti faccia aumentare molto la produzione, perché per fabbricare nuovi ingredienti per i vaccini occorreranno diversi mesi. Al contrario, potrebbe crescere il rischio che una maggiore circolazione di “imitazioni scadenti” renda tutti più diffidenti verso i vaccini.
Sarà proprio la “questione brevetti” a porre fine alla luna di miele tra il nuovo presidente Usa e l’Europa?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Uk-Francia, la “guerra della pesca” nella Manica. Su ispionline.it
🌍 LA GERUSALEMME CONTESA
🇮🇱🇵🇸 Il muro del pianto
Riesplode la tensione a Gerusalemme. Si protesta per il possibile sfratto di 70 famiglie palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, a cui oggi si è sommato l’annuncio di una marcia della destra nazionalista ebraica, poi cancellata. Intanto, il tentativo di sgombero della Spianata delle Moschee ha causato centinaia di feriti tra i manifestanti palestinesi e 20 tra i poliziotti.
È la seconda volta in un mese che le tensioni si riaccendono nella Città Santa. Ad aprile, scontri tra israeliani di estrema destra e palestinesi erano finiti con almeno 100 feriti. Intanto, poco fa, da Gaza Hamas ha cominciato a lanciare razzi su Gerusalemme. Non accadeva dal 2014.
💥 Un conflitto “scongelato”
Israele ha di fatto annesso Gerusalemme Est nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale e tantomeno dai palestinesi, che la vorrebbero come capitale. Da allora, le tensioni in quella parte della città non si sono più fermate (riesplodendo già nel 2017 quando Trump decise di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele).
Per capire – almeno in parte – le ragioni delle proteste è importante sapere che sebbene circa il 60% della popolazione di Gerusalemme Est sia palestinese, dal 1991 i palestinesi hanno ricevuto solo circa il 30% dei permessi di costruzione. Il resto è andato agli israeliani.
🏳️ Vuoti a perdere
Certo, anche il contesto pesa: decenni di battaglie sui diritti di proprietà dentro Gerusalemme, insediamenti israeliani in Cisgiordania in continua crescita. Ma, soprattutto, leadership sempre più fragili: in Israele quattro elezioni in tre anni non hanno ancora dato un governo stabile al paese; nei territori palestinesi non si vota invece da quindici anni.
Il paese campione nella lotta al Covid vede così infiammarsi la violenza e rischia una nuova intifada: scenario che non si può escludere nell'attuale vuoto di potere. Un vuoto, questo, anche internazionale: se Usa e Ue hanno espresso preoccupazione, nessuno sembra intenzionato a intervenire.
Ma questa volta a pesare è anche il silenzio arabo dei paesi che hanno normalizzato le relazioni con Israele. Senza ottenere in cambio reali progressi sulla questione palestinese, che riesplode oggi in tutta la sua urgenza.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se la Scozia ora vuole l’indipendenza. Su ispionline.it
🇮🇱🇵🇸 Il muro del pianto
Riesplode la tensione a Gerusalemme. Si protesta per il possibile sfratto di 70 famiglie palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, a cui oggi si è sommato l’annuncio di una marcia della destra nazionalista ebraica, poi cancellata. Intanto, il tentativo di sgombero della Spianata delle Moschee ha causato centinaia di feriti tra i manifestanti palestinesi e 20 tra i poliziotti.
È la seconda volta in un mese che le tensioni si riaccendono nella Città Santa. Ad aprile, scontri tra israeliani di estrema destra e palestinesi erano finiti con almeno 100 feriti. Intanto, poco fa, da Gaza Hamas ha cominciato a lanciare razzi su Gerusalemme. Non accadeva dal 2014.
💥 Un conflitto “scongelato”
Israele ha di fatto annesso Gerusalemme Est nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale e tantomeno dai palestinesi, che la vorrebbero come capitale. Da allora, le tensioni in quella parte della città non si sono più fermate (riesplodendo già nel 2017 quando Trump decise di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele).
Per capire – almeno in parte – le ragioni delle proteste è importante sapere che sebbene circa il 60% della popolazione di Gerusalemme Est sia palestinese, dal 1991 i palestinesi hanno ricevuto solo circa il 30% dei permessi di costruzione. Il resto è andato agli israeliani.
🏳️ Vuoti a perdere
Certo, anche il contesto pesa: decenni di battaglie sui diritti di proprietà dentro Gerusalemme, insediamenti israeliani in Cisgiordania in continua crescita. Ma, soprattutto, leadership sempre più fragili: in Israele quattro elezioni in tre anni non hanno ancora dato un governo stabile al paese; nei territori palestinesi non si vota invece da quindici anni.
Il paese campione nella lotta al Covid vede così infiammarsi la violenza e rischia una nuova intifada: scenario che non si può escludere nell'attuale vuoto di potere. Un vuoto, questo, anche internazionale: se Usa e Ue hanno espresso preoccupazione, nessuno sembra intenzionato a intervenire.
Ma questa volta a pesare è anche il silenzio arabo dei paesi che hanno normalizzato le relazioni con Israele. Senza ottenere in cambio reali progressi sulla questione palestinese, che riesplode oggi in tutta la sua urgenza.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se la Scozia ora vuole l’indipendenza. Su ispionline.it
🌎 USA: A SECCO PER COLPA DEGLI HACKER
👾 Realtà virtuale
Digitale, ma con effetti più che reali. Il cyberattacco di venerdì scorso ai danni della Colonial Pipeline rischia di mandare in tilt la fornitura di carburanti in buona parte degli Usa. L'azienda gestisce da sola (o quasi) il più grande sistema di oleodotti statunitense, responsabile del trasporto del petrolio raffinato dal Texas verso l’est e il sudest del paese.
L’attacco, proveniente dal territorio russo, era un ransomware: un software che blocca l’accesso ai sistemi informatici e chiede un riscatto in denaro. Colonial Pipelines non prevede di ripristinare l’oleodotto prima di sabato, e Biden ha quindi dovuto dichiarare lo stato di emergenza in 17 stati americani.
📉 Se basta un click
Circa il 45% del combustibile consumato dagli stati della East Coast americana passa per il sistema di oleodotti della Colonial Pipelines, a ragione considerato una infrastruttura critica. 5.500 km di tubi per 2,5 milioni di barili di prodotti petroliferi al giorno.
Già nel 2016 l’oleodotto era stato chiuso per uno sversamento: i disagi erano durati alcune settimane, causando la più forte carenza di carburanti dalla crisi energetica del 1973 (anche se di breve durata).
Oggi è stato “sufficiente” un attacco cyber per fermare le forniture. Negli stati colpiti i prezzi dell’energia, già in crescita, potrebbero schizzare alle stelle, e parte del paese rischia di dover razionare le forniture mettendo mano anche alle scorte strategiche.
🥷 “Gentiluomini” e no
“Il nostro obiettivo è quello di fare soldi e non di creare problemi alla società”. È la dichiarazione ufficiale di DarkSide, il gruppo russo responsabile dell’attacco. Al momento la versione, confermata dall’FBI, sembra convincente.
Ma l’attacco espone agli occhi del mondo quanto facilmente le infrastrutture critiche possano essere “bucate”, non solo negli USA. E dà la misura di quanto rapidamente attacchi cyber ostili (e relativamente poco costosi) possano mettere in ginocchio persino la prima superpotenza e maggiore produttore di petrolio al mondo.
Messaggio molto poco rassicurante, specie in questo periodo di “alta tensione” tra grandi potenze: il futuro della guerra “a distanza” potrebbe essere già cominciato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: lampi di guerra tra Israele e Gaza. Su ispionline.it
👾 Realtà virtuale
Digitale, ma con effetti più che reali. Il cyberattacco di venerdì scorso ai danni della Colonial Pipeline rischia di mandare in tilt la fornitura di carburanti in buona parte degli Usa. L'azienda gestisce da sola (o quasi) il più grande sistema di oleodotti statunitense, responsabile del trasporto del petrolio raffinato dal Texas verso l’est e il sudest del paese.
L’attacco, proveniente dal territorio russo, era un ransomware: un software che blocca l’accesso ai sistemi informatici e chiede un riscatto in denaro. Colonial Pipelines non prevede di ripristinare l’oleodotto prima di sabato, e Biden ha quindi dovuto dichiarare lo stato di emergenza in 17 stati americani.
📉 Se basta un click
Circa il 45% del combustibile consumato dagli stati della East Coast americana passa per il sistema di oleodotti della Colonial Pipelines, a ragione considerato una infrastruttura critica. 5.500 km di tubi per 2,5 milioni di barili di prodotti petroliferi al giorno.
Già nel 2016 l’oleodotto era stato chiuso per uno sversamento: i disagi erano durati alcune settimane, causando la più forte carenza di carburanti dalla crisi energetica del 1973 (anche se di breve durata).
Oggi è stato “sufficiente” un attacco cyber per fermare le forniture. Negli stati colpiti i prezzi dell’energia, già in crescita, potrebbero schizzare alle stelle, e parte del paese rischia di dover razionare le forniture mettendo mano anche alle scorte strategiche.
🥷 “Gentiluomini” e no
“Il nostro obiettivo è quello di fare soldi e non di creare problemi alla società”. È la dichiarazione ufficiale di DarkSide, il gruppo russo responsabile dell’attacco. Al momento la versione, confermata dall’FBI, sembra convincente.
Ma l’attacco espone agli occhi del mondo quanto facilmente le infrastrutture critiche possano essere “bucate”, non solo negli USA. E dà la misura di quanto rapidamente attacchi cyber ostili (e relativamente poco costosi) possano mettere in ginocchio persino la prima superpotenza e maggiore produttore di petrolio al mondo.
Messaggio molto poco rassicurante, specie in questo periodo di “alta tensione” tra grandi potenze: il futuro della guerra “a distanza” potrebbe essere già cominciato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: lampi di guerra tra Israele e Gaza. Su ispionline.it
🌍 ISRAELE: BYE BYE ABRAMO?
💥 Pioggia di fuoco
I bombardamenti israeliani su Gaza uccidono almeno 53 persone. Più di 1.000 razzi partiti da Gaza verso il territorio israeliano causano 6 vittime. La popolazione araba di Israele è in rivolta. È la peggiore escalation del conflitto israelo-palestinese dal 2014.
Cosa sta succedendo? Dopo i disordini a Gerusalemme dei giorni scorsi, la situazione è precipitata rapidamente. Israele ha già richiamato in servizio 5.000 riservisti e confermato che la campagna aerea continuerà. E dire che fino all’anno scorso il conflitto sembrava quasi dimenticato, e la questione palestinese rimossa dalle relazioni tra Israele e il mondo arabo, in netto miglioramento.
🇺🇸 Accordi di Abramo: alba..
“L’alba di un nuovo Medio Oriente”. Così a settembre Trump aveva definito gli “accordi di Abramo”, la serie di normalizzazioni diplomatiche tra Israele e alcuni paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco). Fino a quel momento solo Egitto (1979) e Giordania (1994) avevano firmato accordi di pace con Tel Aviv.
Certo, nessuno dei quattro paesi coinvolti negli accordi era mai stato in guerra con Israele, e per convincerli a ripristinare le relazioni diplomatiche Trump aveva dovuto promettere qualcosa a ciascuno, tra armi e concessioni. Ma quella del 2020 sembrava veramente una svolta.
Adesso però il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese rischia di rimettere tutto in discussione.
🌅 .. o tramonto?
Prima delle violenze, per Israele le cose si erano già complicate. Sul processo di pace Biden si è subito mostrato tiepido: è il primo presidente Usa in trent’anni a non aver promesso una svolta rapida, e rispetto a Trump ha assunto una posizione più equidistante. Intanto Israele vive un periodo di forte instabilità politica, con Netanyahu (ora premier a interim) che rischia di dover lasciare la guida del paese.
Adesso tre dei quattro paesi degli “accordi di Abramo” (Emirati, Bahrain e Marocco) hanno apertamente condannato gli scontri. E negli Stati Uniti cresce la pressione all'interno del partito democratico perché Washington intervenga a contenere le azioni israeliane.
Per Trump, le normalizzazioni dell’anno scorso avrebbero dovuto essere il preludio all’”accordo del secolo”. Invece rischiano di essere solo una parentesi di “quiete” prima della tempesta.
Domani alle 18 l’evento ISPI “Gerusalemme ferita: tensioni senza fine”: https://www.ispionline.it/gerusalemmeferita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se sui migranti l’Europa non c’è. Su ispionline.it
💥 Pioggia di fuoco
I bombardamenti israeliani su Gaza uccidono almeno 53 persone. Più di 1.000 razzi partiti da Gaza verso il territorio israeliano causano 6 vittime. La popolazione araba di Israele è in rivolta. È la peggiore escalation del conflitto israelo-palestinese dal 2014.
Cosa sta succedendo? Dopo i disordini a Gerusalemme dei giorni scorsi, la situazione è precipitata rapidamente. Israele ha già richiamato in servizio 5.000 riservisti e confermato che la campagna aerea continuerà. E dire che fino all’anno scorso il conflitto sembrava quasi dimenticato, e la questione palestinese rimossa dalle relazioni tra Israele e il mondo arabo, in netto miglioramento.
🇺🇸 Accordi di Abramo: alba..
“L’alba di un nuovo Medio Oriente”. Così a settembre Trump aveva definito gli “accordi di Abramo”, la serie di normalizzazioni diplomatiche tra Israele e alcuni paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco). Fino a quel momento solo Egitto (1979) e Giordania (1994) avevano firmato accordi di pace con Tel Aviv.
Certo, nessuno dei quattro paesi coinvolti negli accordi era mai stato in guerra con Israele, e per convincerli a ripristinare le relazioni diplomatiche Trump aveva dovuto promettere qualcosa a ciascuno, tra armi e concessioni. Ma quella del 2020 sembrava veramente una svolta.
Adesso però il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese rischia di rimettere tutto in discussione.
🌅 .. o tramonto?
Prima delle violenze, per Israele le cose si erano già complicate. Sul processo di pace Biden si è subito mostrato tiepido: è il primo presidente Usa in trent’anni a non aver promesso una svolta rapida, e rispetto a Trump ha assunto una posizione più equidistante. Intanto Israele vive un periodo di forte instabilità politica, con Netanyahu (ora premier a interim) che rischia di dover lasciare la guida del paese.
Adesso tre dei quattro paesi degli “accordi di Abramo” (Emirati, Bahrain e Marocco) hanno apertamente condannato gli scontri. E negli Stati Uniti cresce la pressione all'interno del partito democratico perché Washington intervenga a contenere le azioni israeliane.
Per Trump, le normalizzazioni dell’anno scorso avrebbero dovuto essere il preludio all’”accordo del secolo”. Invece rischiano di essere solo una parentesi di “quiete” prima della tempesta.
Domani alle 18 l’evento ISPI “Gerusalemme ferita: tensioni senza fine”: https://www.ispionline.it/gerusalemmeferita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se sui migranti l’Europa non c’è. Su ispionline.it
🌏 I 100 GIORNI DEL MYANMAR
🇲🇲 Il golpe (già) dimenticato
Martedì sono trascorsi 100 giorni dal colpo di stato del 1° febbraio in Myanmar. La giornata è stata segnata da manifestazioni, marce e proteste in gran parte del paese, a dimostrazione che il regime militare fatica ancora a mantenere un saldo controllo sulla popolazione. Ma l’Occidente non sembra essersene accorto: dopo il clamore iniziale, le proteste sembrano finite nel dimenticatoio.
Eppure, la repressione violenta dell’esercito a oggi ha causato almeno 785 vittime e si è accompagnata all’arresto di 3.800 persone. Cosa accade in Myanmar?
⚔️ Guerra civile “frozen“?
“Ci sono chiari echi di ciò che è successo in Siria”, ha detto Michelle Bachelet, inviata Onu per i diritti umani. Si riferiva alla possibilità che le proteste pro-democrazia si trasformino in guerra civile.
Un rischio concreto per un paese composto per un terzo da minoranze etniche, in lotta con il governo centrale da ben prima del golpe. Golpe che, tra l’altro, causerà una recessione del 20% quest’anno e che potrebbe gettare più di 3 milioni di persone nella povertà.
In effetti una forma organizzata di “resistenza” sembrerebbe già esserci: le Forze della difesa del popolo che sostengono l’opposizione anti-golpe del Governo di unità nazionale (NUG). Ma alla repressione violenta sono seguiti soprattutto episodi di disobbedienza civile. La lotta armata, per ora, sembra lontana.
🇸🇾 Lo spettro della Siria
Di certo il riferimento alla Siria funziona allargando la visuale. Come in Siria nel 2011, la comunità internazionale resta spaccata e non interviene. A marzo i ministri della Difesa di 12 paesi (Italia inclusa) avevano condannato la repressione, Ue e Usa avevano imposto sanzioni e Biden aveva denunciato il “regno del terrore”.
Intanto il regime va alla ricerca di sostegno estero. Che, come in Siria, trova (anche se più freddo e meno “armato”) nella Russia. Mosca ha bloccato la condanna e le sanzioni dell’Onu. E, dopo essere diventata il secondo esportatore di armi verso il paese (dopo la Cina), a marzo ha inviato il Viceministro della Difesa proprio nel pieno della repressione.
Così, mentre i riflettori del Cremlino rimangono accesi, quelli del "mondo libero" si sono già spenti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Gaza, un vecchio nuovo conflitto. Su ispionline.it
🇲🇲 Il golpe (già) dimenticato
Martedì sono trascorsi 100 giorni dal colpo di stato del 1° febbraio in Myanmar. La giornata è stata segnata da manifestazioni, marce e proteste in gran parte del paese, a dimostrazione che il regime militare fatica ancora a mantenere un saldo controllo sulla popolazione. Ma l’Occidente non sembra essersene accorto: dopo il clamore iniziale, le proteste sembrano finite nel dimenticatoio.
Eppure, la repressione violenta dell’esercito a oggi ha causato almeno 785 vittime e si è accompagnata all’arresto di 3.800 persone. Cosa accade in Myanmar?
⚔️ Guerra civile “frozen“?
“Ci sono chiari echi di ciò che è successo in Siria”, ha detto Michelle Bachelet, inviata Onu per i diritti umani. Si riferiva alla possibilità che le proteste pro-democrazia si trasformino in guerra civile.
Un rischio concreto per un paese composto per un terzo da minoranze etniche, in lotta con il governo centrale da ben prima del golpe. Golpe che, tra l’altro, causerà una recessione del 20% quest’anno e che potrebbe gettare più di 3 milioni di persone nella povertà.
In effetti una forma organizzata di “resistenza” sembrerebbe già esserci: le Forze della difesa del popolo che sostengono l’opposizione anti-golpe del Governo di unità nazionale (NUG). Ma alla repressione violenta sono seguiti soprattutto episodi di disobbedienza civile. La lotta armata, per ora, sembra lontana.
🇸🇾 Lo spettro della Siria
Di certo il riferimento alla Siria funziona allargando la visuale. Come in Siria nel 2011, la comunità internazionale resta spaccata e non interviene. A marzo i ministri della Difesa di 12 paesi (Italia inclusa) avevano condannato la repressione, Ue e Usa avevano imposto sanzioni e Biden aveva denunciato il “regno del terrore”.
Intanto il regime va alla ricerca di sostegno estero. Che, come in Siria, trova (anche se più freddo e meno “armato”) nella Russia. Mosca ha bloccato la condanna e le sanzioni dell’Onu. E, dopo essere diventata il secondo esportatore di armi verso il paese (dopo la Cina), a marzo ha inviato il Viceministro della Difesa proprio nel pieno della repressione.
Così, mentre i riflettori del Cremlino rimangono accesi, quelli del "mondo libero" si sono già spenti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Gaza, un vecchio nuovo conflitto. Su ispionline.it
🌍 ISRAELE: ATTACCO DI TERRA SU GAZA. ANZI NO
🪖 “Avanti l’esercito"
“I soldati israeliani stanno attualmente attaccando nella striscia di Gaza”. Sembrava la notizia di un’invasione israeliana, o quantomeno di un’incursione, invece si è trattato di un clamoroso errore di comunicazione dell’esercito israeliano. Che pure ha schierato migliaia di soldati al confine con Gaza, ha richiamato 14.000 riservisti e sta conducendo attacchi con arsenale di terra (oltre che aereo e navale).
È dal 2014 che gli israeliani non lanciano un’incursione terrestre su Gaza. In quel caso l’operazione portò alla morte di 2.000 palestinesi e 73 israeliani. Ma anche oggi il bilancio si aggrava di ora in ora: dall’inizio delle ostilità tra i palestinesi si contano 120 morti e più di 600 feriti.
🗺️ Diplomazia: eppur si muove?
Di fronte all’inasprimento del conflitto, la comunità internazionale non sta più a guardare. Biden, inizialmente cauto, ha prima chiesto ad altri paesi arabi (tra cui Egitto, Giordania e Qatar) di tentare una mediazione e ora ha spedito direttamente nella regione il suo inviato per il conflitto israelo-palestinese, Hady Amr. In una chiamata tra i due, Putin e il segretario generale dell’Onu Guterres hanno invitato alla calma e chiesto un cessate il fuoco.
Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu, spesso bloccato da veti incrociati, ha deciso di tenere la propria riunione a domenica per tentare di arrivare a una risoluzione di compromesso.
⚔️ La guerra nella guerra?Sinagoghe e negozi arabi dati alle fiamme, ronde armate, pestaggi. In Israele sembra crescere il rischio di una guerra civile tra ebrei e arabi israeliani. A Lod e Acri, cittadine israeliane con una forte presenza araba, alcuni scontri sono stati molto violenti. In tutta Israele gli arresti sono stati almeno 600 e Netanyahu ha proposto di introdurre “arresti amministrativi, che permetterebbero la detenzione indefinita dei “soggetti pericolosi”.
I disordini hanno anche profondi risvolti politici. Fino a ieri la Lista Araba Unita, il partito che rappresenta la minoranza araba, stava negoziando con l’opposizione per formare un governo anti-Netanyahu. Ora invece Naftali Bennett, un oppositore “da destra” di Netanyahu, propone a “Bibi” addirittura la formazione di un governo di unità nazionale.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, la guerra che il mondo non vuole vedere. Su ispionline.it
🪖 “Avanti l’esercito"
“I soldati israeliani stanno attualmente attaccando nella striscia di Gaza”. Sembrava la notizia di un’invasione israeliana, o quantomeno di un’incursione, invece si è trattato di un clamoroso errore di comunicazione dell’esercito israeliano. Che pure ha schierato migliaia di soldati al confine con Gaza, ha richiamato 14.000 riservisti e sta conducendo attacchi con arsenale di terra (oltre che aereo e navale).
È dal 2014 che gli israeliani non lanciano un’incursione terrestre su Gaza. In quel caso l’operazione portò alla morte di 2.000 palestinesi e 73 israeliani. Ma anche oggi il bilancio si aggrava di ora in ora: dall’inizio delle ostilità tra i palestinesi si contano 120 morti e più di 600 feriti.
🗺️ Diplomazia: eppur si muove?
Di fronte all’inasprimento del conflitto, la comunità internazionale non sta più a guardare. Biden, inizialmente cauto, ha prima chiesto ad altri paesi arabi (tra cui Egitto, Giordania e Qatar) di tentare una mediazione e ora ha spedito direttamente nella regione il suo inviato per il conflitto israelo-palestinese, Hady Amr. In una chiamata tra i due, Putin e il segretario generale dell’Onu Guterres hanno invitato alla calma e chiesto un cessate il fuoco.
Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu, spesso bloccato da veti incrociati, ha deciso di tenere la propria riunione a domenica per tentare di arrivare a una risoluzione di compromesso.
⚔️ La guerra nella guerra?Sinagoghe e negozi arabi dati alle fiamme, ronde armate, pestaggi. In Israele sembra crescere il rischio di una guerra civile tra ebrei e arabi israeliani. A Lod e Acri, cittadine israeliane con una forte presenza araba, alcuni scontri sono stati molto violenti. In tutta Israele gli arresti sono stati almeno 600 e Netanyahu ha proposto di introdurre “arresti amministrativi, che permetterebbero la detenzione indefinita dei “soggetti pericolosi”.
I disordini hanno anche profondi risvolti politici. Fino a ieri la Lista Araba Unita, il partito che rappresenta la minoranza araba, stava negoziando con l’opposizione per formare un governo anti-Netanyahu. Ora invece Naftali Bennett, un oppositore “da destra” di Netanyahu, propone a “Bibi” addirittura la formazione di un governo di unità nazionale.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, la guerra che il mondo non vuole vedere. Su ispionline.it
🌏 CINA: NON VOGLIO MICA LA LUNA...
🇨🇳 Il pianeta “rosso”
Un altro passo nella corsa cinese allo spazio: sabato scorso il rover Zhurong è atterrato con successo sulla superficie di Marte. Fino a oggi solo gli Stati Uniti c’erano riusciti, mentre tutte le altre missioni che avevano tentato l’impresa si erano schiantate sulla superficie marziana o avevano perso contatto con il rover una volta atterrato.
La sonda Tianwen-1 (letteralmente, “Domande al Cielo”) che ha portato il rover cinese su Marte era partita a luglio dell’anno scorso. L’atterraggio è avvenuto a meno di tre mesi dall’arrivo su Marte del rover statunitense Perseverance.
👩🚀 Spazio vitale
La corsa allo spazio cinese è carica di significati nazionalistici e geopolitici. Per esempio, il razzo che ha spinto la sonda “marziana” nello spazio si chiama Lunga Marcia 5, come la ritirata strategica dell’Armata rossa nel 1934.
Il nome esplicita un obiettivo: Pechino vuole ritagliarsi il proprio angolo di cielo. Perché le tecnologie spaziali sono dual use, si possono cioè utilizzare per fini civili o militari (anche sulla Terra). Sarà anche per questo che nel 2018 la Cina ha lanciato più satelliti di ogni altro paese.
Nonostante la “fretta” della Cina, il gap tecnologico tra Pechino e Washington rimane ancora grande. Il programma spaziale americano ha un budget di 48 miliardi l’anno, contro gli 11 di quello cinese.
🚀 Ingorgo spaziale
Intanto, lo spazio è un luogo sempre più affollato. Accanto agli attori pubblici aumentano quelli privati, che riducono i costi e propongono soluzioni innovative (come lo SpaceX di Elon Musk). Ma, soprattutto, cresce il numero di paesi con un programma spaziale autonomo, dall’India agli Emirati Arabi Uniti.
Non solo: gli stati che corrono verso lo spazio lo fanno sempre più da soli. Sono lontani i giorni della Stazione spaziale internazionale, progetto congiunto Usa-Russia-Ue-Giappone-Canada, che potrebbe essere mandato in pensione già dal 2024. Adesso Mosca punta a costruirsi la propria stazione autonoma, e così Pechino e New Delhi.
Un salto indietro a prima del 1989 (dall’era della cooperazione multilaterale a quella della guerra fredda) che ben racconta quanto la competizione per lo spazio rifletta ciò che accade sulla Terra.
Leggi anche: “Il Futuro dello Spazio”, il nuovo longread dell’ISPI: bit.ly/futurodellospazio
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Myanmar, un paese in bilico. Su ispionline.it
🇨🇳 Il pianeta “rosso”
Un altro passo nella corsa cinese allo spazio: sabato scorso il rover Zhurong è atterrato con successo sulla superficie di Marte. Fino a oggi solo gli Stati Uniti c’erano riusciti, mentre tutte le altre missioni che avevano tentato l’impresa si erano schiantate sulla superficie marziana o avevano perso contatto con il rover una volta atterrato.
La sonda Tianwen-1 (letteralmente, “Domande al Cielo”) che ha portato il rover cinese su Marte era partita a luglio dell’anno scorso. L’atterraggio è avvenuto a meno di tre mesi dall’arrivo su Marte del rover statunitense Perseverance.
👩🚀 Spazio vitale
La corsa allo spazio cinese è carica di significati nazionalistici e geopolitici. Per esempio, il razzo che ha spinto la sonda “marziana” nello spazio si chiama Lunga Marcia 5, come la ritirata strategica dell’Armata rossa nel 1934.
Il nome esplicita un obiettivo: Pechino vuole ritagliarsi il proprio angolo di cielo. Perché le tecnologie spaziali sono dual use, si possono cioè utilizzare per fini civili o militari (anche sulla Terra). Sarà anche per questo che nel 2018 la Cina ha lanciato più satelliti di ogni altro paese.
Nonostante la “fretta” della Cina, il gap tecnologico tra Pechino e Washington rimane ancora grande. Il programma spaziale americano ha un budget di 48 miliardi l’anno, contro gli 11 di quello cinese.
🚀 Ingorgo spaziale
Intanto, lo spazio è un luogo sempre più affollato. Accanto agli attori pubblici aumentano quelli privati, che riducono i costi e propongono soluzioni innovative (come lo SpaceX di Elon Musk). Ma, soprattutto, cresce il numero di paesi con un programma spaziale autonomo, dall’India agli Emirati Arabi Uniti.
Non solo: gli stati che corrono verso lo spazio lo fanno sempre più da soli. Sono lontani i giorni della Stazione spaziale internazionale, progetto congiunto Usa-Russia-Ue-Giappone-Canada, che potrebbe essere mandato in pensione già dal 2024. Adesso Mosca punta a costruirsi la propria stazione autonoma, e così Pechino e New Delhi.
Un salto indietro a prima del 1989 (dall’era della cooperazione multilaterale a quella della guerra fredda) che ben racconta quanto la competizione per lo spazio rifletta ciò che accade sulla Terra.
Leggi anche: “Il Futuro dello Spazio”, il nuovo longread dell’ISPI: bit.ly/futurodellospazio
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Myanmar, un paese in bilico. Su ispionline.it
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Il Futuro dello Spazio - ISPI | ESSAY
Space economy e guerre stellari: perché la nostra vita si deciderà oltre l’atmosfera.
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