🌍 FRANCIA-GERMANIA: MATRIMONIO RIPARATORE
🤝 E la chiamano distensione
Il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock è oggi a Parigi e venerdì il primo ministro francese Elisabeth Borne incontrerà Olaf Scholz a Berlino. Finiti i grandi appuntamenti internazionali delle ultime settimane è ora tempo di tornare a casa e sistemare le questioni lasciate in sospeso, relazioni franco-tedesche in primis.
E così, dopo mesi di battibecchi e decisioni mal digerite, culminate nel rinvio del bilaterale annuale tra il governo francese e quello tedesco, l’attività diplomatica fra i due paesi sembra lentamente riaccendersi.
🛩 Allacciate le cinture
Una prima intesa è arrivata venerdì scorso, con l’accordo sulla prossima fase di sviluppo dei nuovi jet da combattimento (FCAS), il più grande progetto di difesa europeo per un valore stimato in oltre 100 miliardi di euro. Un importante segno di cooperazione franco-tedesco-spagnola, soprattutto dopo gli screzi in materia energetica sul progetto MidCat (gasdotto che sarebbe stata un’ancora di salvezza per Berlino, ma che non vedrà la luce perché osteggiato da Parigi).
E su numerosi altri dossier le cose sono ancora in bilico. Dalla questione energetica (i 200 miliardi di sussidi tedeschi, non coordinati con i partner europei) alle relazioni con Pechino (dove Scholz si è recato senza Macron, che pure aveva proposto di andarci insieme). Decisamente diverse anche le reazioni dei due governi all’Inflation Reduction Act di Biden (il pacchetto di sussidi da 430 miliardi di dollari), con Parigi che spinge per un "Buy European Act" e Berlino che rimane più cauta.
🇪🇺 Come si cambia
L’Europa ha bisogno di un “motore franco-tedesco" funzionante, soprattutto quando parlare di crisi non è vuota retorica. Tra gli alti costi energetici sul continente e condizioni più favorevoli oltreoceano, le imprese rallentano produzione e investimenti in Europa per spostarli altrove. Insomma, non si tratta solo di superare l'inverno: in gioco c’è la stessa competitività europea.
E dire che, almeno sulla carta, due governi europeisti con programmi progressisti e ambizioni verdi non dovrebbero avere troppi problemi ad andare d’accordo. Riusciranno Scholz e Macron a trovare una quadra, o saranno costretti a rinviare nuovamente il bilaterale dei Gabinetti proprio a 60 anni dal Trattato dell’Eliseo che aveva formalmente messo fine alla secolare competizione?
👉🇶🇦 Corruzione, violazioni dei diritti umani e insostenibilità ambientale ai mondiali del Qatar. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/qatar-2022-mondiali-senza-diritti-36750
🤝 E la chiamano distensione
Il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock è oggi a Parigi e venerdì il primo ministro francese Elisabeth Borne incontrerà Olaf Scholz a Berlino. Finiti i grandi appuntamenti internazionali delle ultime settimane è ora tempo di tornare a casa e sistemare le questioni lasciate in sospeso, relazioni franco-tedesche in primis.
E così, dopo mesi di battibecchi e decisioni mal digerite, culminate nel rinvio del bilaterale annuale tra il governo francese e quello tedesco, l’attività diplomatica fra i due paesi sembra lentamente riaccendersi.
🛩 Allacciate le cinture
Una prima intesa è arrivata venerdì scorso, con l’accordo sulla prossima fase di sviluppo dei nuovi jet da combattimento (FCAS), il più grande progetto di difesa europeo per un valore stimato in oltre 100 miliardi di euro. Un importante segno di cooperazione franco-tedesco-spagnola, soprattutto dopo gli screzi in materia energetica sul progetto MidCat (gasdotto che sarebbe stata un’ancora di salvezza per Berlino, ma che non vedrà la luce perché osteggiato da Parigi).
E su numerosi altri dossier le cose sono ancora in bilico. Dalla questione energetica (i 200 miliardi di sussidi tedeschi, non coordinati con i partner europei) alle relazioni con Pechino (dove Scholz si è recato senza Macron, che pure aveva proposto di andarci insieme). Decisamente diverse anche le reazioni dei due governi all’Inflation Reduction Act di Biden (il pacchetto di sussidi da 430 miliardi di dollari), con Parigi che spinge per un "Buy European Act" e Berlino che rimane più cauta.
🇪🇺 Come si cambia
L’Europa ha bisogno di un “motore franco-tedesco" funzionante, soprattutto quando parlare di crisi non è vuota retorica. Tra gli alti costi energetici sul continente e condizioni più favorevoli oltreoceano, le imprese rallentano produzione e investimenti in Europa per spostarli altrove. Insomma, non si tratta solo di superare l'inverno: in gioco c’è la stessa competitività europea.
E dire che, almeno sulla carta, due governi europeisti con programmi progressisti e ambizioni verdi non dovrebbero avere troppi problemi ad andare d’accordo. Riusciranno Scholz e Macron a trovare una quadra, o saranno costretti a rinviare nuovamente il bilaterale dei Gabinetti proprio a 60 anni dal Trattato dell’Eliseo che aveva formalmente messo fine alla secolare competizione?
👉🇶🇦 Corruzione, violazioni dei diritti umani e insostenibilità ambientale ai mondiali del Qatar. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/qatar-2022-mondiali-senza-diritti-36750
🌍 COP27: COSA C’È, COSA MANCA
⛑ COPrire i costi
Si è chiuso domenica a Sharm el-Sheykh il sipario su COP27. Dopo quasi 40 ore di trattative “straordinarie” rispetto alla scadenza di venerdì notte, i partecipanti hanno raggiunto nella dichiarazione finale un’intesa incentrata sulla creazione di un fondo “loss and damage” a sostegno dei paesi più vulnerabili colpiti da disastri legati al clima.
Un risultato definito storico ma che ha rischiato di non vedere la luce fino alle battute conclusive. Finisce così una COP che, in un contesto internazionale segnato da grandi tensioni, crisi energetica ed economia in rallentamento, lascia dietro di sé non solo grandi entusiasmi, ma anche delusioni, scambi di accuse e questioni irrisolte.
💰Chi rompe paga
La creazione di questo fondo è stata un successo per i paesi in via di sviluppo, che hanno sostenuto la richiesta in modo compatto. La ministra per il clima del Pakistan Sherry Rehman ha definito il patto “un investimento sulla giustizia climatica”.
Rimangono però molti i dettagli da definire da qui al 2023: a partire da come funzionerà il fondo, quali paesi saranno chiamati a contribuire, quali a beneficiarne, e secondo che criteri. Un punto fondamentale sarà anche il ruolo della Cina: formalmente classificata dalle Nazioni Unite come paese in via di sviluppo, risultando quindi elegibile per eventuali compensazioni. Ma oggi è allo stesso tempo al momento la più grande emettitrice di gas serra e, secondo Stati Uniti e Unione Europea, dovrebbe quindi contribuire al fondo, piuttosto che beneficiarne.
🕰 Keep it alive
Se passi avanti sono stati fatti sul fronte della giustizia climatica e dell’adattamento, preoccupa invece la mancanza di misure più stringenti sulla riduzione delle emissioni di gas serra e sulla fine dell’uso dei combustibili fossili. Rimane vivo, ma sempre più precario, l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro i limiti di 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali: una soglia oltre la quale il rischio di eventi estremi aumenta esponenzialmente. Eppure, la traiettoria attuale porterebbe il pianeta a un aumento fino a 2.9°C entro la fine del secolo.
Nel frattempo, siamo ancora ben lontani dall’obiettivo, inizialmente da raggiungere entro il 2020, di stanziare 100 miliardi di dollari annui in finanza climatica da parte dei paesi sviluppati a beneficio di quelli vulnerabili.
Insomma, la strada da fare per mitigare il surriscaldamento globale è ancora lunga, mentre il tempo per percorrerla sempre meno.
🇺🇦👉 Kiev è al buio e un quarto della popolazione ucraina è senza energia, mentre le temperature scendono sotto lo zero. L’allarme dell'Oms: “milioni di persone in pericolo di vita”. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lucraina-al-buio-36754
⛑ COPrire i costi
Si è chiuso domenica a Sharm el-Sheykh il sipario su COP27. Dopo quasi 40 ore di trattative “straordinarie” rispetto alla scadenza di venerdì notte, i partecipanti hanno raggiunto nella dichiarazione finale un’intesa incentrata sulla creazione di un fondo “loss and damage” a sostegno dei paesi più vulnerabili colpiti da disastri legati al clima.
Un risultato definito storico ma che ha rischiato di non vedere la luce fino alle battute conclusive. Finisce così una COP che, in un contesto internazionale segnato da grandi tensioni, crisi energetica ed economia in rallentamento, lascia dietro di sé non solo grandi entusiasmi, ma anche delusioni, scambi di accuse e questioni irrisolte.
💰Chi rompe paga
La creazione di questo fondo è stata un successo per i paesi in via di sviluppo, che hanno sostenuto la richiesta in modo compatto. La ministra per il clima del Pakistan Sherry Rehman ha definito il patto “un investimento sulla giustizia climatica”.
Rimangono però molti i dettagli da definire da qui al 2023: a partire da come funzionerà il fondo, quali paesi saranno chiamati a contribuire, quali a beneficiarne, e secondo che criteri. Un punto fondamentale sarà anche il ruolo della Cina: formalmente classificata dalle Nazioni Unite come paese in via di sviluppo, risultando quindi elegibile per eventuali compensazioni. Ma oggi è allo stesso tempo al momento la più grande emettitrice di gas serra e, secondo Stati Uniti e Unione Europea, dovrebbe quindi contribuire al fondo, piuttosto che beneficiarne.
🕰 Keep it alive
Se passi avanti sono stati fatti sul fronte della giustizia climatica e dell’adattamento, preoccupa invece la mancanza di misure più stringenti sulla riduzione delle emissioni di gas serra e sulla fine dell’uso dei combustibili fossili. Rimane vivo, ma sempre più precario, l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro i limiti di 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali: una soglia oltre la quale il rischio di eventi estremi aumenta esponenzialmente. Eppure, la traiettoria attuale porterebbe il pianeta a un aumento fino a 2.9°C entro la fine del secolo.
Nel frattempo, siamo ancora ben lontani dall’obiettivo, inizialmente da raggiungere entro il 2020, di stanziare 100 miliardi di dollari annui in finanza climatica da parte dei paesi sviluppati a beneficio di quelli vulnerabili.
Insomma, la strada da fare per mitigare il surriscaldamento globale è ancora lunga, mentre il tempo per percorrerla sempre meno.
🇺🇦👉 Kiev è al buio e un quarto della popolazione ucraina è senza energia, mentre le temperature scendono sotto lo zero. L’allarme dell'Oms: “milioni di persone in pericolo di vita”. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lucraina-al-buio-36754
🌎ARMI IN USA: LEGITTIMA... OFFESA?
📜 Déjà-vu
Ieri notte negli USA una decina di persone sono state ferite o uccise in un Walmart in Virginia. È la terza sparatoria di massa in tre giorni negli Stati Uniti. L'ennesima tragedia in un Paese che dal 2016 registra in media 40 mila vittime di armi da fuoco l’anno.
Una situazione che non può non essere associata al peculiare diritto statunitense di "detenere e portare armi". Sancito dalla Costituzione nel secondo emendamento, tale diritto è difficilmente riformabile anche per la mancanza di un consenso politico sul tema: i democratici sembrerebbero favorevoli a leggi più severe, mentre repubblicani e indipendenti sono divisi sull’argomento.
Insomma, nonostante una media di due stragi al giorno, non sarà facile limitare l'uso di armi da fuoco fra i civili.
📈 America first
Negli ultimi anni i cittadini americani in possesso di un’arma da fuoco sono addirittura aumentati: fra il 2019 e il 2021, il 3% della popolazione ha acquistato un’arma per la prima volta. Tanto che oggi negli Stati Uniti ci sarebbero quasi 400 milioni di armi in circolazione su una popolazione di 330. Una media (120 armi per 100 abitanti) persino superiore a Paesi in guerra civile come lo Yemen (53) o in equilibrio instabile come la Serbia (39).
Eppure, nonostante gli Usa registrino un tasso di omicidi con armi da fuoco ben 26 volte superiore a quello di altri Paesi ad alto reddito, la “cultura delle armi” non sembra arretrare, anzi. Se negli anni Novanta il 78% degli americani era favorevole a leggi più severe per la vendita di armi da fuoco, oggi questo numero è sceso al 52%, il valore più basso dal 2014.
⚠️ (Ri)tentar non nuoce?
L’ultimo tentativo di riforma risale al 1994, quando il presidente Clinton riuscì a far approvare un divieto (per 10 anni) di vendita di armi semiautomatiche ai civili. Divieto che oggi l’amministrazione Biden vorrebbe riproporre, o almeno aumentare l’età minima per il loro acquisto. E in effetti un timido successo Biden può già vantarlo: la legge bipartisan sul controllo delle armi dello scorso giugno.
Da metà gennaio, però, un Congresso diviso potrà bloccare qualsiasi proposta. Anche per questo alcuni Stati, come Washington o California, preferiscono fare da sé, emanando leggi più rigide per il possesso di armi d'assalto. Ma Texas e Georgia vanno nella direzione opposta.
Per una stretta sulle armi in America, la strada si fa in salita.
👉 Torna l’incubo attentati a Gerusalemme. Due esplosioni in sequenza provocano un morto e decine di feriti, allerta rossa in tutto il paese. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-gerusalemme-doppio-attentato-36758
📜 Déjà-vu
Ieri notte negli USA una decina di persone sono state ferite o uccise in un Walmart in Virginia. È la terza sparatoria di massa in tre giorni negli Stati Uniti. L'ennesima tragedia in un Paese che dal 2016 registra in media 40 mila vittime di armi da fuoco l’anno.
Una situazione che non può non essere associata al peculiare diritto statunitense di "detenere e portare armi". Sancito dalla Costituzione nel secondo emendamento, tale diritto è difficilmente riformabile anche per la mancanza di un consenso politico sul tema: i democratici sembrerebbero favorevoli a leggi più severe, mentre repubblicani e indipendenti sono divisi sull’argomento.
Insomma, nonostante una media di due stragi al giorno, non sarà facile limitare l'uso di armi da fuoco fra i civili.
📈 America first
Negli ultimi anni i cittadini americani in possesso di un’arma da fuoco sono addirittura aumentati: fra il 2019 e il 2021, il 3% della popolazione ha acquistato un’arma per la prima volta. Tanto che oggi negli Stati Uniti ci sarebbero quasi 400 milioni di armi in circolazione su una popolazione di 330. Una media (120 armi per 100 abitanti) persino superiore a Paesi in guerra civile come lo Yemen (53) o in equilibrio instabile come la Serbia (39).
Eppure, nonostante gli Usa registrino un tasso di omicidi con armi da fuoco ben 26 volte superiore a quello di altri Paesi ad alto reddito, la “cultura delle armi” non sembra arretrare, anzi. Se negli anni Novanta il 78% degli americani era favorevole a leggi più severe per la vendita di armi da fuoco, oggi questo numero è sceso al 52%, il valore più basso dal 2014.
⚠️ (Ri)tentar non nuoce?
L’ultimo tentativo di riforma risale al 1994, quando il presidente Clinton riuscì a far approvare un divieto (per 10 anni) di vendita di armi semiautomatiche ai civili. Divieto che oggi l’amministrazione Biden vorrebbe riproporre, o almeno aumentare l’età minima per il loro acquisto. E in effetti un timido successo Biden può già vantarlo: la legge bipartisan sul controllo delle armi dello scorso giugno.
Da metà gennaio, però, un Congresso diviso potrà bloccare qualsiasi proposta. Anche per questo alcuni Stati, come Washington o California, preferiscono fare da sé, emanando leggi più rigide per il possesso di armi d'assalto. Ma Texas e Georgia vanno nella direzione opposta.
Per una stretta sulle armi in America, la strada si fa in salita.
👉 Torna l’incubo attentati a Gerusalemme. Due esplosioni in sequenza provocano un morto e decine di feriti, allerta rossa in tutto il paese. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-gerusalemme-doppio-attentato-36758
🌍 UE: PERICOLO DEINDUSTRIALIZZAZIONE
🇪🇺 IRA europea
“Una sfida esistenziale all’economia europea”. Così il Commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, ha ieri definito l’Inflation Reduction Act (IRA), la legge approvata ad agosto dall’amministrazione Biden per accelerare la transizione verde dell’industria statunitense. Come? Con 369 miliardi di dollari tra sussidi e agevolazioni fiscali.
Una misura che entrerà in vigore nel 2023, ma che sta già portando più di una azienda europea a spostare i propri investimenti dal Vecchio Continente agli USA. Non sorprende. Grazie all’IRA, la costruzione di una nuova fabbrica di batterie elettriche negli States viene sussidiata con fino a 800 milioni di dollari. La stessa fabbrica in Europa riceverebbe “solo” 155 milioni di dollari. Anche nel settore dell’idrogeno le sovvenzioni americane sono ora cinque volte quelle europee. Uno spread che si aggiunge a quello dei costi dell’energia.
🏭 La grande fuga
Attualmente, il gas naturale costa sei volte di più in Europa che negli USA. A causa di questa asimmetria, l’aumento annuo dei prezzi alla produzione è molto più marcato per le aziende europee rispetto a quelle statunitensi: +42% vs +8,5%. Di conseguenza, nei primi dieci mesi dell’anno l’industria dell’Ue è stata costretta a razionare l’utilizzo di gas (-13% rispetto alla media dei tre anni precedenti) e quindi la produzione. Viceversa, l’industria americana ha persino aumentato i suoi consumi di gas (+5%).
Proprio a causa degli alti prezzi dell'energia in Europa, secondo un sondaggio della Camera di Commercio tedesca, l’8% delle imprese nazionali intervistate starebbe valutando di spostare parte della produzione fuori dai confini europei. Tra queste anche BASF, il gigante tedesco del chimico. Un’emorragia industriale che l’Ue vuole evitare a tutti i costi. Letteralmente.
💰 Subsidy war?
Una soluzione diplomatica con Washington sembra al momento improbabile. Così come l’avvio di una disputa commerciale con gli USA, proprio quando il fronte occidentale deve mostrarsi compatto. A Bruxelles, si ragiona quindi sulla creazione di un fondo per la sovranità (già menzionato da von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione) per incanalare denaro nelle industrie chiave europee.
Una soluzione su cui spinge la Francia (ma anche gli Stati Uniti) che però deve convincere la Germania, tradizionalmente avversa a politiche industriali incentrate sui sussidi. Nelle ultime ore sono però arrivate aperture da Berlino: in una dichiarazione congiunta i ministri dell’economia francese e tedesco hanno chiesto una risposta coordinata europea alle misure protezionistiche dei Paesi terzi come l’IRA.
Domani la questione sarà al centro del Consiglio europeo dei ministri del commercio. La risposta ai sussidi americani saranno sussidi europei?
🔴 La guerra in Ucraina ha evidenziato le difficoltà dei paesi membri dell’Unione europea a elaborare una risposta coerente nel caso di una crisi militare. È arrivato il tempo di costruire una vera e propria difesa europea? Ne parliamo oggi alle 18.00. Guarda la tavola rotonda qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/lue-e-la-guerra-tempo-una-difesa-europea#FORM
👉 🇮🇷 Nonostante la repressione e gli arresti, proseguono le manifestazioni in Iran. Ma i suoi esiti dipenderanno da numerosi fattori, tra cui le scelte dei riformisti e dei Pasdaran. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-dove-va-la-protesta-36785
🇪🇺 IRA europea
“Una sfida esistenziale all’economia europea”. Così il Commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, ha ieri definito l’Inflation Reduction Act (IRA), la legge approvata ad agosto dall’amministrazione Biden per accelerare la transizione verde dell’industria statunitense. Come? Con 369 miliardi di dollari tra sussidi e agevolazioni fiscali.
Una misura che entrerà in vigore nel 2023, ma che sta già portando più di una azienda europea a spostare i propri investimenti dal Vecchio Continente agli USA. Non sorprende. Grazie all’IRA, la costruzione di una nuova fabbrica di batterie elettriche negli States viene sussidiata con fino a 800 milioni di dollari. La stessa fabbrica in Europa riceverebbe “solo” 155 milioni di dollari. Anche nel settore dell’idrogeno le sovvenzioni americane sono ora cinque volte quelle europee. Uno spread che si aggiunge a quello dei costi dell’energia.
🏭 La grande fuga
Attualmente, il gas naturale costa sei volte di più in Europa che negli USA. A causa di questa asimmetria, l’aumento annuo dei prezzi alla produzione è molto più marcato per le aziende europee rispetto a quelle statunitensi: +42% vs +8,5%. Di conseguenza, nei primi dieci mesi dell’anno l’industria dell’Ue è stata costretta a razionare l’utilizzo di gas (-13% rispetto alla media dei tre anni precedenti) e quindi la produzione. Viceversa, l’industria americana ha persino aumentato i suoi consumi di gas (+5%).
Proprio a causa degli alti prezzi dell'energia in Europa, secondo un sondaggio della Camera di Commercio tedesca, l’8% delle imprese nazionali intervistate starebbe valutando di spostare parte della produzione fuori dai confini europei. Tra queste anche BASF, il gigante tedesco del chimico. Un’emorragia industriale che l’Ue vuole evitare a tutti i costi. Letteralmente.
💰 Subsidy war?
Una soluzione diplomatica con Washington sembra al momento improbabile. Così come l’avvio di una disputa commerciale con gli USA, proprio quando il fronte occidentale deve mostrarsi compatto. A Bruxelles, si ragiona quindi sulla creazione di un fondo per la sovranità (già menzionato da von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione) per incanalare denaro nelle industrie chiave europee.
Una soluzione su cui spinge la Francia (ma anche gli Stati Uniti) che però deve convincere la Germania, tradizionalmente avversa a politiche industriali incentrate sui sussidi. Nelle ultime ore sono però arrivate aperture da Berlino: in una dichiarazione congiunta i ministri dell’economia francese e tedesco hanno chiesto una risposta coordinata europea alle misure protezionistiche dei Paesi terzi come l’IRA.
Domani la questione sarà al centro del Consiglio europeo dei ministri del commercio. La risposta ai sussidi americani saranno sussidi europei?
🔴 La guerra in Ucraina ha evidenziato le difficoltà dei paesi membri dell’Unione europea a elaborare una risposta coerente nel caso di una crisi militare. È arrivato il tempo di costruire una vera e propria difesa europea? Ne parliamo oggi alle 18.00. Guarda la tavola rotonda qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/lue-e-la-guerra-tempo-una-difesa-europea#FORM
👉 🇮🇷 Nonostante la repressione e gli arresti, proseguono le manifestazioni in Iran. Ma i suoi esiti dipenderanno da numerosi fattori, tra cui le scelte dei riformisti e dei Pasdaran. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-dove-va-la-protesta-36785
🌍 GAS: UN DIBATTITO ACCESO
🇪🇺 La saga continua
Nulla di conclusivo al Consiglio straordinario sull'energia di ieri. L’incontro, in cui i ministri avrebbero dovuto approvare un più ampio pacchetto di proposte per limitare i prezzi energetici del prossimo anno, si è invece nuovamente arenato sul tetto al prezzo del gas.
Niente acquisti congiunti e misure di condivisione delle forniture, almeno fino a quando non ci sarà un accordo sul price cap da approvare congiuntamente, fanno sapere i 16 Paesi sostenitori del tetto. Tutto rimandato dunque al nuovo Consiglio straordinario di dicembre, quando i ministri dell’energia cercheranno di raggiungere un compromesso prima del Consiglio europeo previsto per il 15.
Insomma, nonostante il pacchetto sull’energia sia praticamente pronto, il tetto divide l’Europa.
🛖 Felici e scontenti
Non ha contribuito a placare gli animi la proposta presentata martedì scorso dalla Commissione, che fissava il limite al prezzo del gas a 275 €/MWh, un valore 10 volte maggiore a quello pre-crisi e più che doppio rispetto alle quotazioni attuali. Il meccanismo, inoltre, sarebbe entrato in vigore solo a due condizioni: un superamento del limite per due settimane consecutive, e un differenziale fra il TTF e il prezzo globale del GNL maggiore di 58 €/MWh per 10 giorni.
Un caso talmente estremo da non essersi verificato nemmeno durante lo scorso agosto, quando i prezzi avevano registrato livelli record. Così il meccanismo di correzione del mercato ha fatto infuriare i Paesi “interventisti” – fra cui Italia, Francia e Spagna – che da mesi attendevano la proposta dell’esecutivo Ue. Ne escono invece per il momento vincitori i Paesi contrari al tetto, che da sempre temono che imporlo provocherebbe una crisi delle forniture (con gli esportatori USA che, per esempio, preferirebbero vendere il loro GNL all’Asia).
🚱 Al lupo, al lupo
Nel frattempo il Cremlino, che ovviamente guarda al cap con ostilità, si porta avanti: sempre martedì, Gazprom ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Europa che transitano dall’Ucraina, citando un presunto “furto” di gas destinato alla Moldavia. Così Mosca potrebbe ridurre ulteriormente forniture già dell’85% inferiori rispetto ai livelli precrisi.
Una nuova grana per gli europei, che continuano ad azzuffarsi sui prezzi (semplici “messaggeri”, e indispensabili indicatori dell’incrocio tra domanda e offerta) senza avere a portata di mano soluzioni semplici sulle forniture.
Riusciranno i Paesi Ue a creare meccanismi di solidarietà in tempo per l’inverno, o rimarranno bloccati sulla questione prezzi?
👉 🎙 Dopo l’attentato a Istanbul della settimana scorsa, la Turchia ha cominciato a bombardare alcune zone curde della Siria e dell’Iraq. Che sta succedendo? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-cosa-sta-succedendo-tra-turchia-e-popolo-curdo-36792
👉 🇨🇳 In Cina l’aumento dei casi di coronavirus svela i limiti della strategia ‘Zero Covid’ di Pechino. E scoppiano le proteste. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-zero-covid-non-sta-funzionando-36794
🇪🇺 La saga continua
Nulla di conclusivo al Consiglio straordinario sull'energia di ieri. L’incontro, in cui i ministri avrebbero dovuto approvare un più ampio pacchetto di proposte per limitare i prezzi energetici del prossimo anno, si è invece nuovamente arenato sul tetto al prezzo del gas.
Niente acquisti congiunti e misure di condivisione delle forniture, almeno fino a quando non ci sarà un accordo sul price cap da approvare congiuntamente, fanno sapere i 16 Paesi sostenitori del tetto. Tutto rimandato dunque al nuovo Consiglio straordinario di dicembre, quando i ministri dell’energia cercheranno di raggiungere un compromesso prima del Consiglio europeo previsto per il 15.
Insomma, nonostante il pacchetto sull’energia sia praticamente pronto, il tetto divide l’Europa.
🛖 Felici e scontenti
Non ha contribuito a placare gli animi la proposta presentata martedì scorso dalla Commissione, che fissava il limite al prezzo del gas a 275 €/MWh, un valore 10 volte maggiore a quello pre-crisi e più che doppio rispetto alle quotazioni attuali. Il meccanismo, inoltre, sarebbe entrato in vigore solo a due condizioni: un superamento del limite per due settimane consecutive, e un differenziale fra il TTF e il prezzo globale del GNL maggiore di 58 €/MWh per 10 giorni.
Un caso talmente estremo da non essersi verificato nemmeno durante lo scorso agosto, quando i prezzi avevano registrato livelli record. Così il meccanismo di correzione del mercato ha fatto infuriare i Paesi “interventisti” – fra cui Italia, Francia e Spagna – che da mesi attendevano la proposta dell’esecutivo Ue. Ne escono invece per il momento vincitori i Paesi contrari al tetto, che da sempre temono che imporlo provocherebbe una crisi delle forniture (con gli esportatori USA che, per esempio, preferirebbero vendere il loro GNL all’Asia).
🚱 Al lupo, al lupo
Nel frattempo il Cremlino, che ovviamente guarda al cap con ostilità, si porta avanti: sempre martedì, Gazprom ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Europa che transitano dall’Ucraina, citando un presunto “furto” di gas destinato alla Moldavia. Così Mosca potrebbe ridurre ulteriormente forniture già dell’85% inferiori rispetto ai livelli precrisi.
Una nuova grana per gli europei, che continuano ad azzuffarsi sui prezzi (semplici “messaggeri”, e indispensabili indicatori dell’incrocio tra domanda e offerta) senza avere a portata di mano soluzioni semplici sulle forniture.
Riusciranno i Paesi Ue a creare meccanismi di solidarietà in tempo per l’inverno, o rimarranno bloccati sulla questione prezzi?
👉 🎙 Dopo l’attentato a Istanbul della settimana scorsa, la Turchia ha cominciato a bombardare alcune zone curde della Siria e dell’Iraq. Che sta succedendo? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-cosa-sta-succedendo-tra-turchia-e-popolo-curdo-36792
👉 🇨🇳 In Cina l’aumento dei casi di coronavirus svela i limiti della strategia ‘Zero Covid’ di Pechino. E scoppiano le proteste. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-zero-covid-non-sta-funzionando-36794
🌍 INFLAZIONE: IL PEGGIO È DAVVERO PASSATO?
✨ Segnali positivi
L'inflazione rallenta. O almeno così sembra, a giudicare da alcuni segnali che stanno emergendo nell’economia mondiale. Le pressioni sulle catene di approvvigionamento si stanno attenuando, come dimostra il ritorno sui valori pre-Covid dei costi per il trasporto internazionale di merci. Cala così anche il prezzo di molte materie prime: l'indice dei prezzi alimentari della FAO registra ora un aumento annuo del 2%, Mentre tra marzo e maggio era del 40%.
Di conseguenza, in quasi tutte le economie del G20 gli indici dei prezzi alla produzione di ottobre hanno visto un rallentamento rispetto al mese precedente. Ancora troppo poco però per parlare di una generale inversione di tendenza, che però è già visibile in alcune economie. Non, però, in Europa.
📊 Deflazione a due velocità
In molti mercati emergenti il picco inflazionistico sembra ormai superato. In Brasile, ad esempio, l’inflazione è in calo da quattro mesi consecutivi, mentre in Thailandia da tre. Ma anche negli Stati Uniti i prezzi al consumo continuano a diminuire: dal picco del +9,1% di giugno, al +7,7% attuale.
Al contrario, secondo la maggior parte degli economisti, nell’Eurozona un primo calo si vedrà solo nei nuovi dati sull’inflazione di novembre (che dovrebbe scendere dal +10,7% al +10,4%). Su questo ritardo pesa l’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro, ma soprattutto il prezzo del gas in Europa. Che, nonostante non sia più quello di agosto, resta sei volte più alto che negli USA e il 20% in più che in Asia. Anzi, presto potrebbe tornare a salire. Non è un caso che proprio oggi Christine Lagarde sia abbia frenato bruscamente gli entusiasmi, anticipando che in Europa l’inflazione potrebbe essere ancora ben lontana dal suo picco massimo.
🛖 Zero, uno o due tetti?
Tra stoccaggi pieni e temperature miti, oggi la crisi energetica sembra fare meno paura all’Europa. Ma a partire dalla prossima primavera bisognerà ricostituire gli stoccaggi con il 74% in meno di gas russo rispetto a quest’anno. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, stando così le cose, gli stoccaggi europei a novembre 2023 potrebbero essere pieni solo al 65% (contro l’attuale 94%). Nei prossimi mesi i prezzi potrebbero quindi nuovamente schizzare verso l’alto, trascinando con loro l’inflazione. Molto dipenderà dall’eventuale (e per ora ancora remota) introduzione di un tetto al prezzo del gas.
Che non è l’unico tetto da tenere d’occhio. In queste ore, i Paesi europei stanno cercando una difficile quadra per introdurre un limite anche al prezzo del petrolio russo. Una misura che potrebbe portare a nuove ritorsioni (e distorsioni) russe sui mercati energetici.
Insomma, per quanto le variabili economiche sull’inflazione sembrino più rosee, quelle geopolitiche restano grigie.
👉 🌐 Un unico metaverso globale: sarà davvero il futuro di Internet? I diversi interessi geopolitici sembrano andare al contrario verso una rete sempre più frammentata e censurata. Ne parliamo nel nuovo Longread di ISPI, “Il Futuro di Internet”. Leggilo qui: https://bit.ly/LongreadFuturoInternet
👉 🇨🇳 Nelle città cinesi si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro le restrizioni anti Covid. È la più grande sfida all’autorità nell’era di Xi Jinping. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-zero-covid-la-protesta-si-allarga-36808
✨ Segnali positivi
L'inflazione rallenta. O almeno così sembra, a giudicare da alcuni segnali che stanno emergendo nell’economia mondiale. Le pressioni sulle catene di approvvigionamento si stanno attenuando, come dimostra il ritorno sui valori pre-Covid dei costi per il trasporto internazionale di merci. Cala così anche il prezzo di molte materie prime: l'indice dei prezzi alimentari della FAO registra ora un aumento annuo del 2%, Mentre tra marzo e maggio era del 40%.
Di conseguenza, in quasi tutte le economie del G20 gli indici dei prezzi alla produzione di ottobre hanno visto un rallentamento rispetto al mese precedente. Ancora troppo poco però per parlare di una generale inversione di tendenza, che però è già visibile in alcune economie. Non, però, in Europa.
📊 Deflazione a due velocità
In molti mercati emergenti il picco inflazionistico sembra ormai superato. In Brasile, ad esempio, l’inflazione è in calo da quattro mesi consecutivi, mentre in Thailandia da tre. Ma anche negli Stati Uniti i prezzi al consumo continuano a diminuire: dal picco del +9,1% di giugno, al +7,7% attuale.
Al contrario, secondo la maggior parte degli economisti, nell’Eurozona un primo calo si vedrà solo nei nuovi dati sull’inflazione di novembre (che dovrebbe scendere dal +10,7% al +10,4%). Su questo ritardo pesa l’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro, ma soprattutto il prezzo del gas in Europa. Che, nonostante non sia più quello di agosto, resta sei volte più alto che negli USA e il 20% in più che in Asia. Anzi, presto potrebbe tornare a salire. Non è un caso che proprio oggi Christine Lagarde sia abbia frenato bruscamente gli entusiasmi, anticipando che in Europa l’inflazione potrebbe essere ancora ben lontana dal suo picco massimo.
🛖 Zero, uno o due tetti?
Tra stoccaggi pieni e temperature miti, oggi la crisi energetica sembra fare meno paura all’Europa. Ma a partire dalla prossima primavera bisognerà ricostituire gli stoccaggi con il 74% in meno di gas russo rispetto a quest’anno. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, stando così le cose, gli stoccaggi europei a novembre 2023 potrebbero essere pieni solo al 65% (contro l’attuale 94%). Nei prossimi mesi i prezzi potrebbero quindi nuovamente schizzare verso l’alto, trascinando con loro l’inflazione. Molto dipenderà dall’eventuale (e per ora ancora remota) introduzione di un tetto al prezzo del gas.
Che non è l’unico tetto da tenere d’occhio. In queste ore, i Paesi europei stanno cercando una difficile quadra per introdurre un limite anche al prezzo del petrolio russo. Una misura che potrebbe portare a nuove ritorsioni (e distorsioni) russe sui mercati energetici.
Insomma, per quanto le variabili economiche sull’inflazione sembrino più rosee, quelle geopolitiche restano grigie.
👉 🌐 Un unico metaverso globale: sarà davvero il futuro di Internet? I diversi interessi geopolitici sembrano andare al contrario verso una rete sempre più frammentata e censurata. Ne parliamo nel nuovo Longread di ISPI, “Il Futuro di Internet”. Leggilo qui: https://bit.ly/LongreadFuturoInternet
👉 🇨🇳 Nelle città cinesi si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro le restrizioni anti Covid. È la più grande sfida all’autorità nell’era di Xi Jinping. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-zero-covid-la-protesta-si-allarga-36808
🌎 NATO: PIÙ UNITA CHE MAI?
🚪Porte aperte
È iniziata oggi la riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica. Fra gli invitati anche i rappresentanti di Finlandia e Svezia (da giugno in attesa delle ratifiche per entrare ufficialmente nella NATO), dell’Ucraina e, per la prima volta, del ministro degli Esteri della Moldavia.
Al centro della discussione l’emergenza ucraina: l’aumento del supporto militare e il possibile rafforzamento del lato orientale della NATO, ma anche forniture extra di aiuti civili. Con l’intensificarsi dei bombardamenti russi alle infrastrutture energetiche, molti ucraini dovranno affrontare il gelido inverno senza elettricità. Un'ulteriore arma a disposizione del Cremlino ma, avverte la NATO, gli aiuti non mancheranno.
⚠️C'è veto e veto
Un incontro, quello di Bucarest, dall’alto valore simbolico: proprio qui nel 2008 l’alleanza prometteva un futuro euroatlantico a Ucraina e Georgia. Una decisione fortemente voluta dall’allora presidente americano Bush, ma già al tempo molto controversa.
Già, perché la promessa non è mai stata unanime, anzi. Francia, Germania e altri paesi europei si opposero immediatamente, rifiutando l’ingresso dei due paesi nel MAP, il piano d'azione per l'adesione alla NATO. L'Europa preferiva infatti mantenere una strategia più cauta ed equilibrata nei confronti della Russia, che definì poi la promessa una "minaccia diretta" e in pochi mesi invase la Georgia.
🌊Oceano che vai...
Ma a preoccupare l’Alleanza non è soltanto Mosca. La guerra in Ucraina arriva come un monito per i Paesi occidentali che nei prossimi anni dovranno fare i conti anche con le dipendenze da altri Stati autoritari. Non ultima la Cina, un Paese con un sempre maggiore potere economico, militare e tecnologico.
Un altro fronte su cui i membri dell’alleanza si ritrovano divisi: c’è chi vorrebbe privilegiare gli affari con la Cina (Ungheria, ma anche Germania), e chi vede il Paese solo come una minaccia da limitare (Usa) e vorrebbe aumentare la presenza della NATO nell’indopacifico. E mentre molti alleati sono favorevoli a un accordo su obiettivi come il potenziamento delle difese informatiche, non mancano gli scettici sulle ramificazioni del riorientamento verso l'Asia.
In fondo, l’alleanza è Atlantica, non Indo-pacifica.
👉🔴Manca poco all’inizio dei Rome MED Dialogues 2022. Dal 2 dicembre a Roma capi di governo e ministri, membri di organizzazioni internazionali, analisti, giornalisti, imprenditori ed esponenti della società civile si riuniranno per discutere il futuro del Mediterraneo e del Medio Oriente, l’impatto della pandemia e della guerra sulla regione, le sfide per risolvere i conflitti in corso e progettare un’epoca di sicurezza energetica e alimentare. La partecipazione in presenza è al completo, ma è ancora possibile iscriversi per assistere ai 35 panel online su: https://t.co/0Y4GXK9zSH
🚪Porte aperte
È iniziata oggi la riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica. Fra gli invitati anche i rappresentanti di Finlandia e Svezia (da giugno in attesa delle ratifiche per entrare ufficialmente nella NATO), dell’Ucraina e, per la prima volta, del ministro degli Esteri della Moldavia.
Al centro della discussione l’emergenza ucraina: l’aumento del supporto militare e il possibile rafforzamento del lato orientale della NATO, ma anche forniture extra di aiuti civili. Con l’intensificarsi dei bombardamenti russi alle infrastrutture energetiche, molti ucraini dovranno affrontare il gelido inverno senza elettricità. Un'ulteriore arma a disposizione del Cremlino ma, avverte la NATO, gli aiuti non mancheranno.
⚠️C'è veto e veto
Un incontro, quello di Bucarest, dall’alto valore simbolico: proprio qui nel 2008 l’alleanza prometteva un futuro euroatlantico a Ucraina e Georgia. Una decisione fortemente voluta dall’allora presidente americano Bush, ma già al tempo molto controversa.
Già, perché la promessa non è mai stata unanime, anzi. Francia, Germania e altri paesi europei si opposero immediatamente, rifiutando l’ingresso dei due paesi nel MAP, il piano d'azione per l'adesione alla NATO. L'Europa preferiva infatti mantenere una strategia più cauta ed equilibrata nei confronti della Russia, che definì poi la promessa una "minaccia diretta" e in pochi mesi invase la Georgia.
🌊Oceano che vai...
Ma a preoccupare l’Alleanza non è soltanto Mosca. La guerra in Ucraina arriva come un monito per i Paesi occidentali che nei prossimi anni dovranno fare i conti anche con le dipendenze da altri Stati autoritari. Non ultima la Cina, un Paese con un sempre maggiore potere economico, militare e tecnologico.
Un altro fronte su cui i membri dell’alleanza si ritrovano divisi: c’è chi vorrebbe privilegiare gli affari con la Cina (Ungheria, ma anche Germania), e chi vede il Paese solo come una minaccia da limitare (Usa) e vorrebbe aumentare la presenza della NATO nell’indopacifico. E mentre molti alleati sono favorevoli a un accordo su obiettivi come il potenziamento delle difese informatiche, non mancano gli scettici sulle ramificazioni del riorientamento verso l'Asia.
In fondo, l’alleanza è Atlantica, non Indo-pacifica.
👉🔴Manca poco all’inizio dei Rome MED Dialogues 2022. Dal 2 dicembre a Roma capi di governo e ministri, membri di organizzazioni internazionali, analisti, giornalisti, imprenditori ed esponenti della società civile si riuniranno per discutere il futuro del Mediterraneo e del Medio Oriente, l’impatto della pandemia e della guerra sulla regione, le sfide per risolvere i conflitti in corso e progettare un’epoca di sicurezza energetica e alimentare. La partecipazione in presenza è al completo, ma è ancora possibile iscriversi per assistere ai 35 panel online su: https://t.co/0Y4GXK9zSH
🌏 MICHEL A PECHINO: PER CONTO DI CHI?
✈️ Viaggio scomodo
Tempismo imperfetto per il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che domani incontrerà Xi Jinping a Pechino. La Cina è attraversata da un’ondata di intense proteste contro la dura politica “zero covid” del governo. Michel si trova nella scomoda posizione di non poter far finta di nulla di fronte alle repressioni in corso. Ma non è detto che si esprimerà su questo punto: l’incontro è infatti pensato per allentare la tensione con il governo cinese, cresciuta in mesi di competizione tra Washington e Pechino.
Si parlerà quindi soprattutto di rapporti commerciali e gestione di sfide globali come il clima. Ma Pechino vorrebbe soprattutto sapere se l’Unione europea implementerà controlli analoghi a quelli statunitensi sulle esportazioni di microchip. Temi che rientrano piuttosto nelle competenze di Ursula von der Leyen. Se solo fosse presente.
💔 Chi fa da sé...
Il viaggio sottolinea l’ormai nota spaccatura tra Michel e von der Leyen, non invitata, nonostante la sua presenza sia tradizionalmente prevista in tali visite diplomatiche. Persino il Coreper, l’assemblea dei 27 ambasciatori europei, sarebbe stato in parte tenuto all’oscuro delle intenzioni di Michel. Una situazione che ricorda quanto visto a inizio novembre con Scholz che si era recato a Pechino da solo, rifiutando di farsi accompagnare dal presidente francese Macron. Che comunque ha ottenuto il suo bilaterale con Xi al G20.
Insomma, tutti i leader europei vogliono incontrare il presidente cinese. Ma tutti preferiscono farlo per conto proprio. Non la strategia più efficace per portare avanti quella linea comune all’insegna del realismo nei confronti della Cina concordata al Consiglio Europeo del 21 ottobre. E desiderata dagli USA.
🇺🇸 Wishlist
Washington sta facendo pressione sui membri dell'alleanza transatlantica affinché inaspriscano le loro posizioni sulla Cina. Ecco, quindi, che nella ministeriale NATO di settembre si è parlato per la prima volta di Taiwan. E anche in quella di oggi, la linea da adottare nei confronti di Pechino era in cima all’agenda.
Cruciale è poi per gli USA convincere i Paesi europei a seguire l’embargo americano sulla vendita di chip alla Cina. A partire dai Paesi Bassi, sede delle aziende leader nel settore delle apparecchiature per chip. Ecco perché, questa settimana, il capo del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti terrà un bilaterale con il suo corrispettivo olandese.
La risposta dei Paesi europei è però freddina, anche perché il commercio di beni Ue-Cina vale 700 miliardi di euro. Gli europei saranno mai disposti a digerire di riorientamento della NATO sul fronte indopacifico?
👉🔴Manca poco all’inizio dei Rome MED Dialogues 2022. Dal 2 dicembre a Roma capi di governo e ministri, membri di organizzazioni internazionali, analisti, giornalisti, imprenditori ed esponenti della società civile si riuniranno per discutere il futuro del Mediterraneo e del Medio Oriente, l’impatto della pandemia e della guerra sulla regione, le sfide per risolvere i conflitti in corso e progettare un’epoca di sicurezza energetica e alimentare. La partecipazione in presenza è al completo, ma è ancora possibile iscriversi per assistere ai 35 panel online su: https://t.co/0Y4GXK9zSH
👉 Mentre l'apertura internazionale della Cina appare sempre più dubbia e cresce la competizione con gli Stati Uniti, scompare Jiang Zemin, il protagonista dell’ascesa internazionale della Cina negli anni '90 e del suo graduale ingresso nei mercati internazionali. Della sua eredità parliamo oggi in un dossier speciale: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/scomparso-jiang-zemin-porto-la-cina-nel-mondo-e-nei-mercati-36749
✈️ Viaggio scomodo
Tempismo imperfetto per il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che domani incontrerà Xi Jinping a Pechino. La Cina è attraversata da un’ondata di intense proteste contro la dura politica “zero covid” del governo. Michel si trova nella scomoda posizione di non poter far finta di nulla di fronte alle repressioni in corso. Ma non è detto che si esprimerà su questo punto: l’incontro è infatti pensato per allentare la tensione con il governo cinese, cresciuta in mesi di competizione tra Washington e Pechino.
Si parlerà quindi soprattutto di rapporti commerciali e gestione di sfide globali come il clima. Ma Pechino vorrebbe soprattutto sapere se l’Unione europea implementerà controlli analoghi a quelli statunitensi sulle esportazioni di microchip. Temi che rientrano piuttosto nelle competenze di Ursula von der Leyen. Se solo fosse presente.
💔 Chi fa da sé...
Il viaggio sottolinea l’ormai nota spaccatura tra Michel e von der Leyen, non invitata, nonostante la sua presenza sia tradizionalmente prevista in tali visite diplomatiche. Persino il Coreper, l’assemblea dei 27 ambasciatori europei, sarebbe stato in parte tenuto all’oscuro delle intenzioni di Michel. Una situazione che ricorda quanto visto a inizio novembre con Scholz che si era recato a Pechino da solo, rifiutando di farsi accompagnare dal presidente francese Macron. Che comunque ha ottenuto il suo bilaterale con Xi al G20.
Insomma, tutti i leader europei vogliono incontrare il presidente cinese. Ma tutti preferiscono farlo per conto proprio. Non la strategia più efficace per portare avanti quella linea comune all’insegna del realismo nei confronti della Cina concordata al Consiglio Europeo del 21 ottobre. E desiderata dagli USA.
🇺🇸 Wishlist
Washington sta facendo pressione sui membri dell'alleanza transatlantica affinché inaspriscano le loro posizioni sulla Cina. Ecco, quindi, che nella ministeriale NATO di settembre si è parlato per la prima volta di Taiwan. E anche in quella di oggi, la linea da adottare nei confronti di Pechino era in cima all’agenda.
Cruciale è poi per gli USA convincere i Paesi europei a seguire l’embargo americano sulla vendita di chip alla Cina. A partire dai Paesi Bassi, sede delle aziende leader nel settore delle apparecchiature per chip. Ecco perché, questa settimana, il capo del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti terrà un bilaterale con il suo corrispettivo olandese.
La risposta dei Paesi europei è però freddina, anche perché il commercio di beni Ue-Cina vale 700 miliardi di euro. Gli europei saranno mai disposti a digerire di riorientamento della NATO sul fronte indopacifico?
👉🔴Manca poco all’inizio dei Rome MED Dialogues 2022. Dal 2 dicembre a Roma capi di governo e ministri, membri di organizzazioni internazionali, analisti, giornalisti, imprenditori ed esponenti della società civile si riuniranno per discutere il futuro del Mediterraneo e del Medio Oriente, l’impatto della pandemia e della guerra sulla regione, le sfide per risolvere i conflitti in corso e progettare un’epoca di sicurezza energetica e alimentare. La partecipazione in presenza è al completo, ma è ancora possibile iscriversi per assistere ai 35 panel online su: https://t.co/0Y4GXK9zSH
👉 Mentre l'apertura internazionale della Cina appare sempre più dubbia e cresce la competizione con gli Stati Uniti, scompare Jiang Zemin, il protagonista dell’ascesa internazionale della Cina negli anni '90 e del suo graduale ingresso nei mercati internazionali. Della sua eredità parliamo oggi in un dossier speciale: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/scomparso-jiang-zemin-porto-la-cina-nel-mondo-e-nei-mercati-36749
🌎 ECONOMIA MONDIALE: BOCCATA DI OSSIGENO
📉 Alte aspettative
10%. Questo il livello dell’inflazione dell’Eurozona a novembre. In discesa rispetto al +10,6% di ottobre, ma soprattutto più bassa rispetto a quanto ci si attendeva (+10,4%): una novità dopo mesi di previsioni costantemente sottostimate. A contribuire a questa frenata è soprattutto il calo dei prezzi del gas, che ha più che controbilanciato il leggero aumento dell’inflazione alimentare.
Di fronte a questi numeri positivi, dal consiglio direttivo della BCE del 15 dicembre ci si aspetta ora un aumento dei tassi più contenuto rispetto a quelli passati (50 invece che 75 punti base). Anche perché proprio ieri, sull’altra sponda dell’Atlantico, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha annunciato che rallenterà il ritmo dei rialzi dei tassi. Un messaggio che ha fatto esultare Wall Street (S&P500 ha guadagnato il 3% in un solo giorno). Ma non solo.
💰Per qualche dollaro in più
I segnali di allentamento della politica monetaria americana vanno a indebolire il dollaro, ora in forte discesa dopo aver toccato i massimi degli ultimi 20 anni. Nel mese di novembre ha perso il 5% rispetto alle altre principali valute: il maggior calo mensile dal settembre 2010. Certo rimane su valori del 10% superiori a quelli di inizio anno, ma questa discesa allevia la pressione sui mercati emergenti.
Un dollaro forte rende infatti più costoso per le economie più fragili servire i propri debiti espressi in questa valuta (vedi lo Sri Lanka). E incentiva i disinvestimenti dai loro fondi obbligazionari. Dai quali nell’ultimo anno sono fuoriusciti ben 85 miliardi di dollari (il record di sempre). Un deflusso interrottosi nelle ultime settimane, proprio in virtù del calo del dollaro. Buone notizie per questi mercati arrivano però anche dalla Cina.
🔀 Plot twist
A sostenere il rally di azioni e obbligazioni nei mercati emergenti ha contribuito anche la prospettiva di un allentamento della politica “zero Covid” in Cina. Che pesa come un macigno sull’economia cinese (e quindi mondiale): il 65% della produzione industriale cinese risulta rallentata da quarantene e restrizioni.
Ieri, di fronte a proteste che non accennano a fermarsi, il funzionario responsabile della strategia cinese contro il coronavirus ha però dichiarato che la lotta alla pandemia entra "in una nuova fase" considerando la minor pericolosità della variante Omicron. In alcune zone di Guangzhou, nonostante il numero record di casi, il lockdown sarebbe stato allentato. E si segnalano distretti di Pechino dove è stato autorizzato ai positivi l'isolamento domiciliare piuttosto che la quarantena centralizzata.
Una “quarantena” in meno anche per l’economia mondiale?
👉🔴Manca poco all’inizio dei Rome MED Dialogues 2022. Da domani oltre 1000 partecipanti da più di 50 paesi si riuniscono a Roma per discutere il futuro del Mediterraneo e del Medio Oriente, l’impatto della pandemia e della guerra sulla regione, le sfide per risolvere i conflitti in corso e progettare un’epoca di sicurezza energetica e alimentare. La partecipazione in presenza è al completo, ma è ancora possibile iscriversi per assistere ai 35 panel online su: https://events.ispionline.it/event/rome-med-2022/
📉 Alte aspettative
10%. Questo il livello dell’inflazione dell’Eurozona a novembre. In discesa rispetto al +10,6% di ottobre, ma soprattutto più bassa rispetto a quanto ci si attendeva (+10,4%): una novità dopo mesi di previsioni costantemente sottostimate. A contribuire a questa frenata è soprattutto il calo dei prezzi del gas, che ha più che controbilanciato il leggero aumento dell’inflazione alimentare.
Di fronte a questi numeri positivi, dal consiglio direttivo della BCE del 15 dicembre ci si aspetta ora un aumento dei tassi più contenuto rispetto a quelli passati (50 invece che 75 punti base). Anche perché proprio ieri, sull’altra sponda dell’Atlantico, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha annunciato che rallenterà il ritmo dei rialzi dei tassi. Un messaggio che ha fatto esultare Wall Street (S&P500 ha guadagnato il 3% in un solo giorno). Ma non solo.
💰Per qualche dollaro in più
I segnali di allentamento della politica monetaria americana vanno a indebolire il dollaro, ora in forte discesa dopo aver toccato i massimi degli ultimi 20 anni. Nel mese di novembre ha perso il 5% rispetto alle altre principali valute: il maggior calo mensile dal settembre 2010. Certo rimane su valori del 10% superiori a quelli di inizio anno, ma questa discesa allevia la pressione sui mercati emergenti.
Un dollaro forte rende infatti più costoso per le economie più fragili servire i propri debiti espressi in questa valuta (vedi lo Sri Lanka). E incentiva i disinvestimenti dai loro fondi obbligazionari. Dai quali nell’ultimo anno sono fuoriusciti ben 85 miliardi di dollari (il record di sempre). Un deflusso interrottosi nelle ultime settimane, proprio in virtù del calo del dollaro. Buone notizie per questi mercati arrivano però anche dalla Cina.
🔀 Plot twist
A sostenere il rally di azioni e obbligazioni nei mercati emergenti ha contribuito anche la prospettiva di un allentamento della politica “zero Covid” in Cina. Che pesa come un macigno sull’economia cinese (e quindi mondiale): il 65% della produzione industriale cinese risulta rallentata da quarantene e restrizioni.
Ieri, di fronte a proteste che non accennano a fermarsi, il funzionario responsabile della strategia cinese contro il coronavirus ha però dichiarato che la lotta alla pandemia entra "in una nuova fase" considerando la minor pericolosità della variante Omicron. In alcune zone di Guangzhou, nonostante il numero record di casi, il lockdown sarebbe stato allentato. E si segnalano distretti di Pechino dove è stato autorizzato ai positivi l'isolamento domiciliare piuttosto che la quarantena centralizzata.
Una “quarantena” in meno anche per l’economia mondiale?
👉🔴Manca poco all’inizio dei Rome MED Dialogues 2022. Da domani oltre 1000 partecipanti da più di 50 paesi si riuniscono a Roma per discutere il futuro del Mediterraneo e del Medio Oriente, l’impatto della pandemia e della guerra sulla regione, le sfide per risolvere i conflitti in corso e progettare un’epoca di sicurezza energetica e alimentare. La partecipazione in presenza è al completo, ma è ancora possibile iscriversi per assistere ai 35 panel online su: https://events.ispionline.it/event/rome-med-2022/
🔴 LIVE ALLE 10:00: Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella aprirà la prima giornata della conferenza annuale Rome #MED2022 Dialogues, insieme al Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, al Presidente della Mauritania Mohamed Cheikh El Ghazouani, e al Presidente del Niger Mohammed Bazoum. La conferenza, organizzata da ISPI e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ogni anno raduna leader, esperti ed esponenti della società civile per discutere le sfide geopolitiche ed economiche dei paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Sono più di 1000 i partecipanti dell'ottava edizione, provenienti da oltre 60 paesi.
Tra gli oltre 200 relatori e relatrici che interverranno in 40 sessioni, saranno presenti anche il Principe Hassan Bin Talal su delega del Re di Giordania, Ramtane Lamamra, Ministro degli Affari Esteri dell’Algeria, Sameh Shoukry, Ministro degli Affari Esteri dell’Egitto, Fuad Hussein, Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri dell'Iraq, e Abdullah Bou Habib, Ministro degli Affari Esteri del Libano.
🖊 Scopri il programma e registrati ora per seguire tutte le sessioni in diretta: https://med.ispionline.it/
Tra gli oltre 200 relatori e relatrici che interverranno in 40 sessioni, saranno presenti anche il Principe Hassan Bin Talal su delega del Re di Giordania, Ramtane Lamamra, Ministro degli Affari Esteri dell’Algeria, Sameh Shoukry, Ministro degli Affari Esteri dell’Egitto, Fuad Hussein, Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri dell'Iraq, e Abdullah Bou Habib, Ministro degli Affari Esteri del Libano.
🖊 Scopri il programma e registrati ora per seguire tutte le sessioni in diretta: https://med.ispionline.it/
🌍 UCRAINA: VENTI DI PACE?
🚪Exit strategy
“È un piano malato”, quello di Putin, ma “se davvero ha interesse a chiudere questa guerra” la porta del dialogo rimane aperta. Sono le parole pronunciate ieri da Biden, in una conferenza stampa congiunta a Washington dopo il bilaterale con Macron.
Parole forse scontate, che acquistano però un peso diverso se arrivano lo stesso giorno di un’intervista in cui Zelensky non esclude che la guerra possa “finire nei prossimi mesi”. Parole che comunque resteranno tali, a meno di un'apertura di Mosca a un dialogo costruttivo.
❄️L’inverno più duro
Proseguono invece gli attacchi russi a civili e infrastrutture in Ucraina. Nel tentativo di Mosca di rendere l’inverno il più duro possibile per la popolazione. Settimana scorsa a Kiev il 60% dei cittadini era senza elettricità, mentre mercoledì gli incendi divampati nel tentativo di scaldarsi hanno ucciso 9 persone in sole 24 ore. Intanto, l’OMS prevede che, a causa di freddo e mancanza di cibo, altri 3 milioni di persone potrebbero decidere di abbandonare il paese. Un quasi raddoppio rispetto agli ucraini e ucraine già all’estero.
In risposta, martedì la NATO ha promesso di aiutare Kiev a ricostruire la propria infrastruttura civile, mentre gli Usa hanno stanziato altri 53 milioni di dollari. Ma è una goccia nel mare: secondo la Commissione europea, sino a oggi la guerra ha provocato almeno €600 miliardi di danni. Una cifra equivalente a oltre tre volte l’intero PIL ucraino prebellico.
💸 Vittoria mutilata?
Anche l’Italia, per voce del Ministro degli Esteri Tajani, ha fatto sapere che “è giunta l’ora di lavorare a una pace giusta per l’Ucraina”. Già, perché i costi della guerra non sono sostenuti soltanto dai diretti interessati nel conflitto. Anzi, sommati insieme, i costi di aiuti militari, finanziari e umanitari sostenuti da Stati Uniti e paesi europei sono praticamente equivalenti a quelli che si stima abbia sostenuto la Russia (77 contro 82 miliardi di dollari).
Cui si aggiungono i costi indiretti, causati dalla crisi energetica e alimentare. Con la recessione economica alle porte in Occidente, una soluzione pacifica del conflitto converrebbe a molti Paesi. Ma, avverte Macron, “non spingeremo gli ucraini ad accettare un compromesso”.
Insomma, niente frozen conflict: questa volta l’obiettivo è una pace duratura.
👉🔴 Sta per concludersi la prima giornata dei Rome MED Dialogues 2022 organizzati dall’ISPI insieme al Ministero degli Affari Esteri e aperti stamattina dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Oltre 200 relatrici e relatori da 60 paesi si incontrano oggi e domani a Roma per discutere delle sfide geopolitiche del Mediterraneo e del Medio Oriente. Potete riguardare tutte le sessioni e seguire i lavori di domani interamente online, iscrivendovi qui: https://events.ispionline.it/event/rome-med-2022/
🚪Exit strategy
“È un piano malato”, quello di Putin, ma “se davvero ha interesse a chiudere questa guerra” la porta del dialogo rimane aperta. Sono le parole pronunciate ieri da Biden, in una conferenza stampa congiunta a Washington dopo il bilaterale con Macron.
Parole forse scontate, che acquistano però un peso diverso se arrivano lo stesso giorno di un’intervista in cui Zelensky non esclude che la guerra possa “finire nei prossimi mesi”. Parole che comunque resteranno tali, a meno di un'apertura di Mosca a un dialogo costruttivo.
❄️L’inverno più duro
Proseguono invece gli attacchi russi a civili e infrastrutture in Ucraina. Nel tentativo di Mosca di rendere l’inverno il più duro possibile per la popolazione. Settimana scorsa a Kiev il 60% dei cittadini era senza elettricità, mentre mercoledì gli incendi divampati nel tentativo di scaldarsi hanno ucciso 9 persone in sole 24 ore. Intanto, l’OMS prevede che, a causa di freddo e mancanza di cibo, altri 3 milioni di persone potrebbero decidere di abbandonare il paese. Un quasi raddoppio rispetto agli ucraini e ucraine già all’estero.
In risposta, martedì la NATO ha promesso di aiutare Kiev a ricostruire la propria infrastruttura civile, mentre gli Usa hanno stanziato altri 53 milioni di dollari. Ma è una goccia nel mare: secondo la Commissione europea, sino a oggi la guerra ha provocato almeno €600 miliardi di danni. Una cifra equivalente a oltre tre volte l’intero PIL ucraino prebellico.
💸 Vittoria mutilata?
Anche l’Italia, per voce del Ministro degli Esteri Tajani, ha fatto sapere che “è giunta l’ora di lavorare a una pace giusta per l’Ucraina”. Già, perché i costi della guerra non sono sostenuti soltanto dai diretti interessati nel conflitto. Anzi, sommati insieme, i costi di aiuti militari, finanziari e umanitari sostenuti da Stati Uniti e paesi europei sono praticamente equivalenti a quelli che si stima abbia sostenuto la Russia (77 contro 82 miliardi di dollari).
Cui si aggiungono i costi indiretti, causati dalla crisi energetica e alimentare. Con la recessione economica alle porte in Occidente, una soluzione pacifica del conflitto converrebbe a molti Paesi. Ma, avverte Macron, “non spingeremo gli ucraini ad accettare un compromesso”.
Insomma, niente frozen conflict: questa volta l’obiettivo è una pace duratura.
👉🔴 Sta per concludersi la prima giornata dei Rome MED Dialogues 2022 organizzati dall’ISPI insieme al Ministero degli Affari Esteri e aperti stamattina dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Oltre 200 relatrici e relatori da 60 paesi si incontrano oggi e domani a Roma per discutere delle sfide geopolitiche del Mediterraneo e del Medio Oriente. Potete riguardare tutte le sessioni e seguire i lavori di domani interamente online, iscrivendovi qui: https://events.ispionline.it/event/rome-med-2022/