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🌍 OPEC+CAP = BATTAGLIA SUL PETROLIO

🇺🇸 Cap(itan) America
Via libera al price cap sul petrolio russo. Questo è quanto concordato questa mattina dagli ambasciatori dell’Ue nell’accordo raggiunto sull’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Superato quindi il rischio di un veto dell’Ungheria, che ha chiesto e ottenuto l’esenzione dal tetto del greggio importato da Mosca tramite oleodotto.
L’approvazione dei Paesi europei rappresenta un passo fondamentale verso l’introduzione del tetto anche da parte del G7. Che secondo il Tesoro americano potrebbe far risparmiare ai 50 maggiori Paesi emergenti circa 160 miliardi di dollari l'anno di spesa per le importazioni. Ma non viene specificato con quale prezzo massimo si otterrebbe tale risparmio. Non certo un dettaglio, perché proprio da questa scelta dipenderà l’adesione o meno dei Paesi extra G7. Che non stanno però a guardare.

🎢 Saliscendi
L’Opec+, il cartello dei principali produttori di greggio allargato alla Russia, ha oggi invece annunciato un taglio alla produzione di greggio da 2 milioni di barili al giorno (2% delle forniture globali). Il doppio di quanto ipotizzato nelle previsioni della vigilia. Inevitabile quindi che il prezzo del greggio Brent sia di nuovo schizzato sopra quota 90 dollari al barile.
Il cartello ha così già centrato il suo primo obiettivo: rialzare i prezzi del greggio che, di fronte al rallentamento dell’economia globale, erano calati del 25% negli ultimi tre mesi. In più, si è così assicurato una certa capacità produttiva di riserva per compensare eventuali cali della produzione russa. Ma non ci sono solo ragioni economiche dietro un taglio di tali dimensioni.

🗡 For Russia with love
L’annuncio dell’Opec+ arriva nel momento di massima difficoltà militare e non solo per Mosca. Le sue entrate legate alla vendita di idrocarburi hanno toccato il minimo degli ultimi 14 mesi. E sulla sua testa pende la spada di Damocle del tetto al prezzo del petrolio, che rischia di ampliare nuovamente il gap tra il prezzo di vendita del suo standard di riferimento, l’Urals, rispetto al Brent. Proprio quando era tornato sotto quota 30 dollari, come non accadeva da marzo.
Un nuovo aumento dei prezzi energetici è inoltre lo scenario più temuto in una Europa alle prese con livelli di inflazione da record e anche da Biden, che sui prezzi della benzina si gioca le elezioni di midterm.
Non a caso quest’estate si era recato in Arabia Saudita per convincere Riad a non tagliare la produzione. Evidentemente non è stato ascoltato.

👉🇮🇷 In Iran le proteste innescate dalla morte di Mahsa Amini dilagano nelle università e nelle scuole, e il velo è solo la punta dell’iceberg. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-senza-velo-e-senza-paura-36359
🌍 CLIMA: ULTIMA CHIAMATA

🏭 La gatta (da pelare)...
Più aspettiamo a ridurre le emissioni di gas serra, maggiore sarà l’impatto sull’economia. È l’avvertimento lanciato ieri dagli esperti del Fondo monetario internazionale (FMI): il mondo dovrà ridurre le emissioni di almeno il 25% entro il 2030 (rispettando gli Accordi di Parigi) o non solo ci saranno conseguenze di lungo periodo, ma anche immediate e forti sull’economia mondiale.
Certo, con gli Usa sull’orlo della recessione, l’Europa schiacciata dal costo dell'energia e la Cina dalle sue stesse politiche anti-Covid, la tentazione di posticipare le politiche climatiche è oggi più forte che mai. Ed è proprio qui, secondo il FMI, l’errore.

🔥 ...sul tetto che scotta
Troppo tardi, insomma, per una transizione graduale. Oggi occorre un cambiamento rapido, i cui costi dipenderanno dalla velocità della transizione stessa, cioè da quanto rapidamente abbandoneremo carbone, petrolio e gas in favore di fonti più pulite. Un processo oneroso in un mondo che per i suoi consumi di energia fa ancora affidamento per il 77% sui combustibili fossili. Di questi il carbone è al 25%, malgrado le sue emissioni di gas serra siano doppie rispetto a quelle del metano (22% del mix mondiale).
Il ragionamento dell’IMF è semplice: tanto più lenta sarà la transizione, tanto maggiori saranno le tasse ambientali pagate dalle imprese e i sussidi pagati dallo stato per accelerare nel futuro un cambiamento che sinora è stato troppo lento. In soldoni, più debito e meno crescita.

🆘 Policrisi
E se è vero che molto dipenderà dalle scelte politiche dei singoli stati, anche la capacità di coordinarsi e cooperare a livello internazionale sarà fondamentale per raggiungere velocemente la transizione energetica. Non stupiscono dunque gli occhi puntati sul meeting annuale di FMI e Banca mondiale previsto per settimana prossima (dal 10 al 6 ottobre) a Washington.
Per non rischiare di lasciare indietro i più deboli, è fondamentale alleggerire le pressioni finanziarie causate dagli aumenti dei prezzi di cibo, energia e fertilizzanti a seguito dell’invasione Russa dell’Ucraina. Pressioni che hanno messo a dura prova i bilanci delle economie più vulnerabili, portando il 60% dei paesi emergenti ad alto rischio di default. Occorre dunque agire ora per evitare che paesi come Egitto, Tunisia e Pakistan seguano la sorte toccata qualche mese fa allo Sri Lanka. Il tutto senza dimenticare la transizione.
Con metà paesi già in crisi e l’altra metà che rischia l’effetto domino, un rallentamento dell'economia globale sarà inevitabile?

👉 🇪🇺 A Praga si sta svolgendo il primo vertice della Comunità politica europea: 44 leader europei si confrontano su una ‘nuova’ Europa, senza la Russia. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/praga-capitale-delleuropa-allargata-36372
🌍 CRISI DEL GAS: COMPROMESSO IMPOSSIBILE?

↔️ A ciascuno il suo
Giorno due a Praga. Dopo il vertice di ieri della Comunità politica europea, i leader sono oggi rimasti nella capitale ceca per un Consiglio europeo informale. Che già sappiamo non sarà accompagnato dalla tradizionale dichiarazione scritta finale. In questo modo si sono potuti confrontare, ma senza prendere decisioni definitive sul tema del tetto al prezzo del gas, sui cui ancora non c’è accordo. Tutto rimandato (si spera) al prossimo Consiglio europeo del 20 ottobre.
Ognuno vuole lo stesso risultato: gas meno costoso, con il minor danno possibile per le forniture. Ma, per ottenere un tale esito, ci sono almeno due vie differenti, declinate a loro volta in una pletora di proposte, spesso in contraddizione tra di loro.

🥔 Patata bollente
Si può per esempio scegliere di imporre un tetto al prezzo del gas usato per produrre elettricità. Gli acquirenti nazionali continuerebbero ad acquistare gas ai prezzi attuali, ma lo Stato si farebbe carico dell’importo pagato al di sopra del tetto concordato. Una soluzione affine a quella già implementata nella penisola iberica e dalla Germania, che ha i favori della Commissione e dei fornitori esteri (anche perché non intaccherebbe le loro entrate).
C’è però l’opposizione di quei Paesi che non possono permettersi di sovvenzionare le importazioni gravando ulteriormente su bilanci nazionali già provati (nell’ultimo anno sono già stati spesi nell’Ue 500 miliardi di euro contro il caro bollette). Non mancano poi le controindicazioni: questo meccanismo riduce infatti gli incentivi di privati e cittadini a consumare meno gas.

🚂 Saldi autunnali
In alternativa l’Ue può imporre su tutti gli acquisti di gas un tetto, indicizzato al prezzo di gas e petrolio sui mercati internazionali. In questo modo non sarebbero i governi, ma i fornitori esteri a rimetterci, essendo di fatti costretti a uno sconto. Inoltre, Il tetto potrebbe essere fisso o, come proposto da Italia e altri tre Stati membri, dinamico.
Si correrebbe però il rischio di aggravare la crisi di approvvigionamento. La risposta di Mosca sarebbe scontata: chiusura definitiva dei propri rubinetti, che ancora rappresentano il 12% delle importazioni europee. E non tutti i fornitori sarebbero disposti (come invece concesso dalla Norvegia) a vendere gas all’Europa a prezzi ridotti, preferendo rivolgersi a mercati più remunerativi.
Tra questi pro e contro, trovare un compromesso non è compito facile. Ma sarà necessario per evitare che la coesione europea, nata 70 anni fa sul carbone, si frantumi sul gas.

👉 Nobel per la pace 2022 agli antagonisti del regime russo e bielorusso. Mentre sale la tensione tra Mosca e l'Occidente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-nobel-anti-putin-36392

🎧 L'annuncio della premier Liz Truss di una nuova riforma fiscale, con forti tagli delle tasse, ha aperto una crisi di fiducia degli investitori nel Regno Unito che ha colato a picco la sterlina. Cosa è successo e quali conseguenze ci saranno per l’isola? Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-liz-truss-e-la-crisi-regno-unito-36379
🌏 USA-CINA: LA GUERRA DEI CHIP

📉 Decoupling tecnologico
Chiusura in rosso oggi sulle borse cinesi, dove le azioni dei principali produttori di chip hanno iniziato la settimana con un crollo da 9 miliardi di dollari. Il motivo? I nuovi controlli sulle esportazioni annunciati venerdì scorso dall'amministrazione Biden, che bloccano la vendita alla Cina di semiconduttori realizzati con tecnologia americana ovunque nel mondo, oltre a impedire ai cittadini statunitensi di lavorare con i produttori di chip cinesi senza autorizzazione esplicita.
Pechino sostiene che la decisione “si ritorcerà contro” l’America. Ma la Casa Bianca prosegue nel progetto di limitare l'accesso cinese a tecnologie e conoscenze critiche, per rallentarne i progressi tecnologici e militari.

🛋Una poltrona per tre
Sono tre le nazioni che oggi si spartiscono i maggiori primati nell’industria tecnologica: gli Stati Uniti, nello sviluppo di software; Taiwan, leader nella produzione di semiconduttori; e la Cina, maggiore produttore ed esportatore di terre rare.
Un equilibrio che appare sempre più precario, vista la crescente assertività cinese nello stretto di Taiwan (446 intrusioni aeree solo ad agosto), e le garanzie americane sull’aiuto all’isola in caso di attacco cinese. Insomma, i tre sembrano sempre più lontani da quella “ambiguità strategica” che aveva permesso di salvare le apparenze per oltre mezzo secolo.
E così si corre ai ripari.

📱Dilemma del prigioniero
In un periodo di rinnovato nazionalismo economico, anche l’Occidente comincia a riconsiderare l’importanza strategica dei chip. Per questo l’Ue ha varato il suo “Chips Act” da €43 miliardi, seguito ad agosto dai $53 miliardi in sussidi all’industria dei semiconduttori annunciati da Biden. Non solo: in continuità con l’agenda Trump, il presidente americano ha proposto “Chip 4”, un’alleanza con Taiwan, Giappone e Corea del Sud per coprire (e garantire) l’intera catena di approvvigionamento dei semiconduttori.
Un'alleanza che a Pechino starebbe molto stretta. Ed è forse per questo che fra il timore delle aziende coreane di perdere l’enorme mercato cinese, e la minaccia cinese di limitare a quel punto l’esportazione di terre rare, i progetti dell’alleanza stentano a decollare.
In un mondo segnato dalla globalizzazione, ha senso investire nell’autosufficienza tecnologica?

👉🇺🇦 Bombe su Kiev, Leopoli e altre città dell’Ucraina in ritorsione all’esplosione sul ponte di Kerch. La Bielorussia è al fianco di Putin, ma Cina e India chiedono una de-escalation. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-ucraina-rappresaglia-sui-civili-36397
🌍 CRESCITA GLOBALE: IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE

🚣‍♀️Tutti sulla stessa barca
“Acque agitate”
. Così il Fondo Monetario Internazionale (FMI) riassume lo stato dell’economia mondiale nel suo outlook semestrale. Per il 93% dei Paesi del mondo, le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso. Tanto che l’anno prossimo ci si aspetta un ulteriore rallentamento (di 0,5 punti percentuali) del PIL mondiale, che si fermerà al 2,7%. Sarebbe la crescita più bassa dal 2001, anche se non ancora una recessione globale come accaduto negli anni della pandemia (2020) e della crisi finanziaria (2008-2009).
E dire che solo un anno fa l’economia globale cresceva del 6% e per il 2022 si prevedeva un +4,9%. Ma tra lockdown in Cina, crisi energetica in Europa e rialzo record dei tassi della FED, le tre locomotive della crescita globale si sono ingolfate. E per l’Italia va anche peggio, con una contrazione del PIL dello 0,2% nel 2023 che la porterà in recessione.

📈 Avanti tutta (coi rialzi)
Se le previsioni di crescita sono ritoccate al ribasso, l’opposto avviene per quelle sull’inflazione. Nelle economie avanzate toccherà il 7,2% quest'anno e il 4,4% nel 2023. Ecco perché, sebbene i forti aumenti dei tassi di interesse in tutto il mondo stiano pesando sulla crescita, l’FMI invita le banche centrali a mantenere la rotta.
Si preferisce quindi un inasprimento della politica monetaria, rispetto al rischio di innescare una spirale di rialzo dei salari e dei prezzi come negli anni Settanta. Anche perché i mercati del lavoro americano (tasso di disoccupazione ai minimi dal 1969) e europeo (disoccupazione ai minimi di sempre) non danno ancora segnali di sofferenza. Insomma, se recessione sarà, non dovrebbe essere duratura e profonda come nel 2008.

🏦 Crisi senza fondi?
Rispetto alla crisi finanziaria globale, il settore bancario può inoltre ora contare su riserve di capitale più grandi ed è quindi meno esposto a possibili corse agli sportelli. Inoltre, le regole post-2008 hanno obbligato banche e fondi di investimento a investire maggiormente in "asset sicuri" come i titoli di Stato.
Ma tutto questo non è garanzia di assoluta stabilità finanziaria. Come dimostra il recente intervento della Banca d’Inghilterra a salvataggio dei fondi pensione, che rischiavano il fallimento di fronte alla repentina svendita dei bond britannici (innescata dalle politiche annunciate da Truss).
Non a caso, l’FMI ha nuovamente sconsigliato politiche simili. L’era dei bazooka economici e fiscali è definitivamente tramontata?

👉🇺🇦 Il giorno dopo i bombardamenti russi, numerosi blackout in tutta l’Ucraina. Kiev incassa il sostegno del G7, mentre Mosca apre all’ipotesi di un colloquio Putin-Biden. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-day-after-36407
🌍 UE-UCRAINA: DEBITI DI GUERRA

📜 Wishlist
Inizia oggi a Bruxelles un importante vertice NATO di due giorni. In cima all’agenda la lista di armi e munizioni richieste da Kiev per affrontare i combattimenti invernali. Un meeting cui parteciperà anche il ministro della difesa ucraino, e che verrà affiancato dal cosiddetto "formato Ramstein", il gruppo di contatto per la difesa dell'Ucraina guidato dagli Stati Uniti.
Fra mobilitazione "parziale", annessione di quattro regioni ucraine, e velate minacce nucleari, il timore è che Mosca possa intensificare gli attacchi missilistici contro l'Ucraina, facendo così crescere la necessità di sistemi di difesa aerea. Sistemi che però nell’arsenale occidentale cominciano a scarseggiare. Così come, di fronte alla probabile recessione, si riduce lo spazio di budget a disposizione dei paesi Nato da destinare agli aiuti militari

💶 Spese impreviste
Lunedì scorso è stata proprio Ursula von der Leyen ad ammetterlo: Bruxelles è a corto di liquidità. Sì, perché il bilancio pluriennale (2021-2027) dell'Ue, già affiancato da 750 miliardi di euro di prestito comune per affrontare l’era post pandemica, non era stato concepito per rispondere alla guerra in Ucraina, né tantomeno alle crisi successive (energia e rifugiati).
A questo punto, le opzioni in mano alla Commissione sarebbero tre: lasciare il bilancio invariato, ridimensionando però la capacità europea di rispondere alle crisi di oggi. Rivedere l’intero budget pluriennale, avviando un difficile negoziato che richiederebbe l’approvazione unanime. Infine, richiedere un’integrazione una tantum, limitando i finanziamenti a obiettivi specifici. Un iter forse più breve, ma comunque irto di ostacoli e che libererebbe meno risorse.

👀 Punti di vista
Intanto Bruxelles sembra credere ancora alla possibilità di una via d’uscita diplomatica dal conflitto. Ma proprio oggi Borrell, l’alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, ha rimproverato gli ambasciatori Ue di essere troppo lenti nel riferire questioni critiche. Nel frattempo Putin apre a un incontro con Biden in occasione del G20 di novembre, il quale però esclude qualsiasi negoziato senza una rappresentanza ucraina.
Di tutt’altro parere il premier ungherese, di cui l’Ue ha bisogno per la famosa regola dell’unanimità. Orban esclude che il negoziato russo-ucraino possa avere successo, almeno fintanto che Kiev riceverà armi dalla Nato, e sostiene un dialogo tra Russia e Usa. Ma con Trump al posto di Biden.
Comunque vada, il problema di fondo resta: se non l’Ue dei buchi di bilancio, chi contribuirà alla ricostruzione dell'Ucraina?

👉🇮🇱🇱🇧 Israele e Libano hanno raggiunto un accordo sul confine marittimo e diritti di esplorazione dei giacimenti di gas offshore. Biden si congratula: “State facendo la storia”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-libano-done-deal-36409
🌎 HAITI: (TERRE)MOTI DI PROTESTE

⛽️ La goccia (di petrolio) di troppo
Non c’è pace per Haiti. Nelle ultime settimane, una serie di proteste, violenze e saccheggi hanno scosso la capitale Port-au-Prince e altre città, facendo sprofondare il paese caraibico in un caos che per alcuni è paragonabile a quello visto nel tremendo terremoto del 2010.
L’11 settembre, il primo ministro Ariel Henry ha annunciato un aumento dei prezzi dei carburanti. Un taglio di 400 milioni di dollari in sussidi, completamente insostenibili per le finanze del governo, che ha fatto schizzare il prezzo di benzina (+128%) e diesel e cherosene (+90%). Nei giorni successivi, le proteste hanno visto un’escalation: delle gang hanno preso il controllo delle principali infrastrutture costiere e del terminal petrolifero di Varreux, il più grande del paese. Bloccando la distribuzione del carburante, e facendo aumentare ulteriormente i prezzi. E la tensione.

🌧 Catastrofi in serie
I manifestanti chiedono a gran voce le dimissioni del primo ministro, diventato premier ad interim dopo l’assassinio l’anno scorso del presidente Moise. Henry ha faticato a far valere la sua autorità e accentra la rabbia degli Haitiani per la gestione della transizione politica: l’isola non vede elezioni dal 2016.
Ed è sempre più ingovernabile, con poco meno di 12800 poliziotti in un paese di 11 milioni di abitanti in gran parte controllato da gang. All’insicurezza si uniscono la generale crisi economica e una produzione agricola insufficiente: l’isola è tra i 5 paesi con la più alta percentuale di popolazione al mondo in condizione di insicurezza alimentare (45%). E certamente non ha aiutato il terremoto dell’anno scorso. Insomma, piove sempre sul bagnato.

Colera e collera
Come se non bastasse, si aggrava la crisi umanitaria. I saccheggi ai depositi di carburante e di aiuti alimentari sarebbero costati 6 milioni di dollari di supporti umanitari, tra cui 2000 tonnellate di cibo. E si segnalano i primi casi di una nuova epidemia di colera: un déjà-vu doloroso di quella che tra il 2010 e il 2019 costò 10.000 vite.
La situazione ha portato Henry a chiedere aiuto alla comunità internazionale. Gli fa sponda l’ONU che ha richiesto l’invio di una forza d’azione internazionale.
Ma le Nazioni Unite non sono ben viste dagli haitiani, che le considerano responsabili dell’arrivo del colera nel paese nel 2010 e al centro di uno scandalo di violenze sessuali. Sarà l’occasione per ricucire uno strappo, o il paese dovrà trovare la sua via fuori dal tunnel?

👉🎥 Mercoledì 19 ottobre alle 18.00: Haiti nel caos, torna la guerra civile? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/haiti-nel-caos-torna-la-guerra-civile

👉🇰🇿 Erdogan ha incontrato Putin ad Astana: “Hub del gas in Turchia per stabilirne il prezzo”, ma non hanno parlato di risoluzione del conflitto. Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/erdogan-putin-e-la-mediazione-che-non-cera-36421
🌍 GAS: UNA PARTITA DIFFICILE

🛢Guarda chi si rivede
Durante l’incontro bilaterale di ieri in Kazakistan, Putin ha proposto a Erdogan di trasformare la Turchia nel nuovo hub regionale per le esportazioni di gas russo. Considerando anche la recente rottura dei due gasdotti nel mar Baltico, il Cremlino vorrebbe ora spostare i volumi di gas invenduti verso sud, convertendo il Mar Nero in un nuovo centro di scambi energetici.
Da qui il gas transiterebbe verso la Bulgaria, il punto di ingresso di Turkstream nell'Europa sudorientale. Una proposta che ricorda molto il progetto South Stream, abbandonato nel 2014 di fronte all'opposizione dell'Unione Europea e degli Stati Uniti, e sostituito allora con la costruzione del più piccolo gasdotto turco.
Una proposta che già ai tempi non convinse gli europei, e che difficilmente lo farà oggi.

Cambio di rotta?
Come fatto notare dall’Eliseo, l’Europa non ha interesse nel costruire nuove infrastrutture per importare gas dal Cremlino, un fornitore considerato ormai inaffidabile. Non solo: il Turkstream, che ad oggi trasporta più della metà del gas russo in arrivo in Europa (15 Gmc/a), ha una capacità massima di 30 Gmc/a. Se è vero che si tratta solo di un quinto del gas un tempo esportato da Mosca verso l’Unione europea, questi volumi sono ormai molto simili a quelli ricevuti nelle ultime settimane.
Fra l’intenzione di creare un nuovo hub nel Mar Nero, e l’ultima disputa contrattuale con Kiev, viene dunque da chiedersi se il Cremlino si stia preparando a chiudere definitivamente i gasdotti ucraini.

🕯Il giorno dei termosifoni
Nel frattempo, l’Europa si avvicina a grandi passi al momento dell’accensione dei riscaldamenti. Con lo stagionale aumento della domanda di gas, e la possibilità di una riduzione delle forniture dal Cremlino, i governi si preparano a un inverno difficile. E così, chi ha spazio in bilancio elargisce sussidi, mentre agli altri non rimane che pianificare l’inevitabile riduzione dei consumi.
È il caso dell’Italia
, che nelle ultime due settimane di gas russo ne ha visto ben poco (-95% rispetto al 2021). E se anche negli ultimi mesi il governo è riuscito ad assicurarsi ulteriori importazioni da fornitori alternativi (principalmente da Azerbaijan, Algeria e Gas Naturale Liquefatto), rimane il rischio di vederli diminuire nei mesi più freddi.
Mentre l’Italia si appresta ad utilizzare per la prima volta le sue riserve strategiche, quest’inverno molto dipenderà dalla capacità di risparmio dei consumatori italiani. Basteranno i maglioni per arrivare a primavera?

👉📊 Oggi è uscito il nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi sull’importazione e sui consumi di gas in Italia, e sulle conseguenze sui mesi che verranno. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/crisi-del-gas-speciale-italia-36437

👉🎙Stiamo vivendo la peggiore crisi inflazionistica degli ultimi anni. A inizio 2022, l'inflazione era già al suo tasso più alto da decenni. Poi, l'invasione dell'Ucraina ha mandato in tilt i mercati globali, e il quadro sembra poter solo peggiorare. Cosa ci aspetta per il prossimo futuro? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-linflazione-non-si-ferma-che-cosa-ci-aspetta-ora-36434
🌏 UE-CINA: PIÙ RIVALI CHE PARTNER

🇨🇳 Linea dura
Si è aperto ieri il 20° Congresso del Partito Comunista Cinese, e i suoi echi riecheggiano anche nell’agenda politica europea. A partire proprio dal Consiglio affari esteri dell’Ue di oggi, dove l’aria che tira è quella di un deciso cambio di rotta nell’approccio dell’Unione.
Pechino è infatti da considerare sempre più come un competitor a tutto campo. Insomma, se al Summit Ue-Cina del 2019 si definì il dragone come un rivale sistemico, ma anche un importante partner commerciale, ora le aree di cooperazione sembrano destinate a restringersi.
Un vero e proprio ribaltamento di paradigma. Motivato dal più o meno velato sostegno alla Russia nella guerra in Ucraina, dalle tensioni su Taiwan e sulle violazioni dei diritti umani a danno degli Uiguri nello Xinjiang.

💸 Pecunia non olet
Se da un lato si vuole diminuire il rapporto con Pechino, dall’altro non si può però farne a meno. Un paradosso particolarmente evidente nella postura tedesca. Berlino è promotrice della nuova linea dura europea, ma intanto Scholz andrà in Cina a inizio novembre, accompagnato da una folta delegazione di imprese. Tra cui probabilmente BMW, che ad agosto ha firmato accordi da 10 miliardi di euro con i principali produttori cinesi di batterie elettriche. Comunque, una goccia se si considerano gli 1,9 miliardi di euro al giorno a cui ammontano gli scambi sino-europei. Un numero che fa della Cina il terzo mercato per l’Ue (quota del 10% del totale). E il suo primo fornitore, con una quota del 22%, che quasi raddoppia (38%) se si considerano i prodotti ad alta tecnologia.

⚠️ Le illusioni perdute
La concezione di Pechino non più come partner strategico europeo fa seguito a un simile ripensamento da parte degli Stati Uniti. Nella strategia di sicurezza nazionale americana, pubblicata la scorsa settimana, la Cina viene infatti definita la "sfida geopolitica più importante”. Due indizi fanno una prova: è ormai tramontata la concezione occidentale di inizio secolo, secondo cui la Cina sarebbe diventata negli anni un’economia di libero mercato con cui cooperare strettamente. Come certificano le parole di Xi Jinping all’apertura del congresso, in un discorso in cui si è scagliato contro le "interferenze straniere" o il "protezionismo e la prepotenza" di altri Paesi, utilizzando termini come "sicurezza" e “protezione" per ben 73 volte. Eppure, Xi dice anche di voler «avanzare mano nella mano con i paesi del mondo». Ma quali mani tese da stringere troverà è però tutto da vedere.

👉🎥 Il 20 ottobre alle 17.30 parleremo del Congresso del Partito Comunista cinese, e delle sfide del terzo mandato di Xi Jinping. L’evento si terrà in presenza nella sede dell’ISPI a Palazzo Clerici a Milano. Registrati e partecipa: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/xi-jinping-al-terzo-mandato-cosa-non-cambia-la-cina

👉 🇬🇧 Nel Regno Unito dopo il terremoto sui mercati Liz Truss fa dietrofront sulla politica fiscale. Ma nel partito conservatore c’è chi la vuole fuori da Downing Street e il suo rischia di essere uno dei governi più brevi della storia. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uk-truss-iceberg-lady-36449
👍1
🌍 FRANCIA: IL RITORNO DEI GILET GIALLI?

🥐 Rivoluzioni francesi
È sciopero nazionale oggi in Francia. A tre settimane dall’inizio delle proteste nelle raffinerie che hanno provocato una carenza di carburante in tutto il Paese, i manifestanti, scesi in piazza a migliaia anche domenica, esprimono la loro frustrazione per l'aumento del costo della vita (tra inflazione e crisi energetica).
A trasformare gli scioperi in una mobilitazione generale, l’appello lanciato dall’alleanza di sinistra Nupes. Principale opposizione a Macron in Parlamento, l’alleanza tenta di capitalizzare sugli scioperi per guadagnare consensi. Presentando (forse) il conto alla politica neoliberista del governo Macron.

📉Profondo rosso
E mentre in Francia le proteste si espandono a macchia d’olio, la crisi energetica fa avvertire i suoi effetti anche sul resto d’Europa. A pagare il prezzo dell’elevata vulnerabilità europea ai prezzi delle materie prime sono innanzitutto le imprese, che perdono competitività sui mercati internazionali. E poi i consumatori, su cui le imprese scaricano i maggiori costi.
Così l’economia europea rallenta: secondo il FMI, l’Eurozona l’anno prossimo crescerà solo dello 0,5%, e Germania e Italia saranno addirittura in recessione (rispettivamente –0,3% e –0,2%). Gli elevati prezzi dell’energia sono anche tra le cause del fatto che nell’ultimo anno l’intera Eurozona sia andata in deficit commerciale con il resto del mondo: qualcosa che non accadeva dal 2008, e un cambiamento di rotta significativo.

🦺À la guerre
Una grana per Macron, che oltre all’instabilità politica interna dovuta al fatto di poter contare solo su un governo di minoranza da giugno, adesso rivede l’incubo dei gilet gialli – nati nel 2018 proprio per protestare contro il caro energia.
Anche per questo il presidente francese guarda con estremo sfavore alle politiche protezioniste di Washington, con Biden che non ha fatto molto per invertire la rotta rispetto a Trump. In un clima economico già peggiorato dalle sanzioni alla Russia e dal rallentamento della crescita cinese, Macron non è certo il solo in Europa a storcere il naso di fronte agli incentivi al consumo di prodotti Made in Usa e agli aiuti di stato all’industria statunitense.
Fra questi, i sussidi all'industria automobilistica elettrica nazionale. Ma con la Francia che minaccia di alzare le difese dell'UE, aumenta il rischio di scatenare una nuova guerra commerciale transatlantica, con pochi vincitori e molti vinti.
È forse per questo che la Commissione europea preferirebbe una via più “diplomatica”?

👉📊Crisi energetica: l'Europa e l'Italia supereranno l’inverno? E a che costo? Scopri numeri e dati nella nostra dashboard interattiva sempre aggiornata: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726

👉🇮🇷 Mentre in Iran continua la repressione delle proteste contro il velo, il governo rifornisce Mosca di droni kamikaze. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-droni-fuori-repressione-dentro-36460
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🌍CRISI DEL GAS: LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA?

📦 Equilibrio dinamico

Frenare i prezzi del gas senza metterne a repentaglio i volumi. Questa la missione a cui è chiamata la Commissione Europea che ieri ha presentato un nuovo pacchetto di misure contro la crisi energetica. Tra queste il tanto discusso tetto dinamico sul prezzo del gas, attivabile però solo come misura temporanea di ultima istanza, per evitare che i fornitori si rivolgano ad altri mercati. C’è poi la proposta di un nuovo indice dei prezzi diverso dal TTF. Ma non prima del 2023. Nel frattempo, agli Stati membri viene chiesto di rafforzare gli acquisti congiunti di gas (per almeno il 15% delle loro riserve). Così come la solidarietà reciproca, finora ferma a 6 accordi per fornirsi gas a vicenda in caso di necessità, rispetto ai 40 a cui punta Bruxelles. Insomma, tanta carne al fuoco. Finché c’è.

📉Eppur si muove (verso il basso)
Per l’eventuale approvazione di tutte queste proposte bisognerà attendere il Consiglio Europeo di domani. Le prospettive di una possibile regolamentazione del mercato sono però bastate a far scendere i prezzi del gas del 10%, ai minimi da giugno (120 euro per megawattora).
Un calo ormai stabile dal picco di agosto (quasi 350 €/MWh), motivato anche dal clima mite di queste settimane e dal progressivo riempimento degli stoccaggi (pieni al 93% nell’Ue). Oltre che dal calo dei consumi in Europa: del 15% più bassi negli ultimi due mesi rispetto alla media dei 5 anni precedenti.
Di conseguenza anche le entrate russe dalle esportazioni di gas sono ora ai minimi dall’inizio della crisi energetica, ormai un anno fa. Ma l’Ue non può certo cantare vittoria.

🕯Mission impossible?
Stando così le cose, entro la fine dell’anno l’Ue tra fornitori alternativi e minor consumi avrà sostituito 115 dei 155 miliardi di metri cubi di gas che nel 2021 aveva ricevuto da Mosca. Tuttavia, in caso di un inverno rigido o di riduzioni delle forniture (da Mosca o altrove), gli approvvigionamenti di gas sarebbero insufficienti per evitare forti razionamenti già evidenti nelle industrie energivore europee.
L’UE potrebbe correre ai ripari “strappando” GNL al mercato asiatico con denaro sonante. Ma i prezzi del gas tornerebbero a impennarsi, spingendo verso l’alto l’inflazione. Già oggi (10%) più che doppia dell’aumento dei salari europei (4,4%) nell’ultimo trimestre. Insomma, il rischio è che scioperi come quelli di questi giorni in Francia diventino l’abitudine.
Gas meno caro, ma che non manchi: una missione impossibile per la Commissione?

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