ISPI - Geopolitica
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🌍 UE: SENZA ENERGIA

💡C’è chi dice (Berli)no
Il consiglio dei Ministri dell’Energia dell’Unione Europea ha approvato oggi il primo pacchetto di misure emergenziali per contenere l'impennata delle bollette. Negoziato in meno di un mese, comprende risparmi energetici obbligatori, un tetto agli extra ricavi dei produttori di energia elettrica e un'imposta per catturare gli extra profitti delle aziendali fornitrici di combustibili fossili.
Ma è stato escluso il tetto generalizzato al prezzo del gas. Una misura che incontrava il consenso di una maggioranza di Paesi europei, ma che Berlino, Amsterdam e altre capitali europee consideravano troppo divisiva. Così la proposta finisce in una nota informale, che ne sottolinea i rischi.

💰Chi fa da sé…
A Berlino, insomma, un tetto sul gas importato non piace. Con le industrie che si preparano ai razionamenti, e dopo la nazionalizzazione di Uniper (il principale importatore di gas prima della crisi), la Germania teme che imporre un tetto possa scoraggiare i fornitori proprio in un momento in cui il Paese è “affamato” di alternative (pre-crisi, il 55% del gas importato dalla Germania era russo).
Eppure, proprio Berlino sembra del tutto favorevole a un tetto del prezzo nazionale. È di giovedì, infatti, l’annuncio di un colossale “scudo anti-rincari" da 200 miliardi di euro. Una misura che non è piaciuta a molti colleghi europei, che di spazio nel proprio bilancio non ne hanno. E che rischia di avere due conseguenze negative: rivelarsi poco utile, sostenendo i consumi interni e quindi non conservando sufficiente gas per arrivare a fine inverno; e dare un ingiusto vantaggio alle imprese tedesche rispetto a quelle dei partner/competitor europei.

📈.. fa per sé
Insomma, non proprio il gioco di squadra di cui ha bisogno l’Europa. Con una recessione sempre più alle porte e l'inflazione dell'eurozona che a settembre ha raggiunto la doppia cifra (+10%) per la prima volta nella storia della moneta unica, un’Unione disunita rischia di peggiorare ulteriormente le prospettive delle economie dei Paesi più deboli (e indebitati). Come la Slovacchia, che potrebbe entrare in crisi ben prima della fine dell’inverno senza una sostanziale risposta collettiva europea.
Nel frattempo, mercoledì la Commissione UE ha proposto l’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Un pacchetto che, se interamente approvato, includerà anche un tetto al prezzo del petrolio importato da Mosca.
Stiamo ancora correndo dietro alla Russia, invece di anticiparla?

👉🇷🇺 Vladimir Putin annuncia l’annessione dei territori ucraini: “Sono nostri per sempre”. E Kiev risponde chiedendo di entrare nella Nato. Strage di civili a Zaporizhzhia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lanschluss-di-putin-36318
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🌍GOLPE IN BURKINA FASO: LA MANO DI MOSCA?

🪖Di coup in coup

Nuovo colpo di stato in Burkina Faso. Il tenente colonnello Damiba, che lo scorso gennaio aveva deposto il presidente eletto Roch Kabore, è stato a sua volta deposto in un colpo di stato iniziato venerdì e, dopo due giorni di tensione, ha accettato di farsi da parte.
Il nuovo uomo forte è il capitano Ibrahim Traoré. Traoré ha motivato questo nuovo cambio al vertice con l’incapacità del predecessore di far fronte all’estremismo violento nel paese. L’insicurezza, legata al più ampio contesto di attivismo di gruppi islamisti nel Sahel, è in impennata in Burkina Faso: ha causato 2 milioni di sfollati (circa il 10% della popolazione) e la morte di oltre 3000 persone da inizio anno (già un terzo in più rispetto al 2021). Ma Damiba paga anche la sua scelta di alleati internazionali.

🥖Vive la France?
Con la promessa di risolvere la situazione securitaria, Damiba aveva continuato la cooperazione con la Francia. Un legame scomodo nel clima di sempre più diffuso sentimento antifrancese che attraversa la regione. Non a caso, sabato l’ambasciata francese a Ouagadougou è stata presa di mira sull’onda delle voci (senza prove) che la Francia desse protezione a Damiba in una base militare.
Traoré ha detto di volersi rivolgere ad altri partner nella lotta contro il terrorismo. Non cita espressamente la Russia ma il messaggio è chiaro: bandiere russe sono state viste sventolare nelle manifestazioni a sostegno del golpe. Insomma, l’esasperazione per la situazione securitaria e la percezione che chi se ne è occupato finora (alleati occidentali, Francia in testa) non sia la soluzione, è terreno fertile per Mosca.

🇷🇺Tutti i Mali vengono a galla
Non sarebbe la prima volta. Nel vicino Mali, anch’esso teatro negli ultimi due anni di due colpi di stato consecutivi, si è visto un progressivo avvicinamento a Mosca, accelerato dopo il l’annuncio di Macron del ritiro delle truppe francesi a febbraio. Aprendo anche le porte al gruppo militare Wagner. In questo contesto, la rottura tra Parigi e Bamako è stata accompagnata da campagne di disinformazione antifrancese e pro-russa. Nonostante proprio i mercenari di Wagner siano stati accusati di violazione di diritti umani.
Lo strappo di questi giorni apre un momento di incertezza sulla transizione politica di Ouagadougou. Il futuro del Burkina Faso guarda a (nord) est?

👉🇧🇷 Nessun vincitore alle elezioni presidenziali in Brasile: Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 30 ottobre. Ma i conservatori vincono al Congresso e al Senato. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-al-ballottaggio-36339
🌍 GERMANIA, GAS: TRAPPOLA ENERGETICA?

🔌 Berlino è stufa
Vendite record (e sold out) di stufe elettriche. Preoccupati per una possibile crisi energetica invernale, i tedeschi fanno incetta di stufette, registrando un aumento delle vendite del 76% rispetto al 2021. Una soluzione fai-da-te che potrebbe però risultare insostenibile, se allontana il rischio di non avere gas, aumenta quelli di blackout.
Così giovedì scorso Berlino ha annunciato un colossale scudo anti-rincari da 200 miliardi di euro. Una soluzione Made in Germany che ha causato l’ira di molti colleghi europei. L’accusa? Usare l’ampio spazio fiscale del bilancio tedesco per salvare la propria economia, a discapito degli altri.

💰 Morte all’Ue?
Il timore dei governi europei è che i sussidi tedeschi permettano alle aziende di restare aperte più a lungo, rubando quote di mercato ai competitor di altri Paesi costretti a chiudere. Da Berlino si fa notare che parte di questi fondi è già stata spesa (come i 17 miliardi per il salvataggio di Uniper), o stanziati nelle misure annunciate da inizio crisi e che già impegnavano il 2,8% del Pil tedesco.
Ma il mega-pacchetto porterebbe la Germania al primo posto della classifica dei paesi europei che più stanno spendendo contro il caro energia (5% del Pil, contro il 3,3% dell’Italia e il 2,9% della Francia). Strategia peraltro non necessariamente vincente, visto che incentiva una riduzione dei prezzi e non dei consumi. L’unica vera via d’uscita dalla crisi energetica.

🚢 Coperta corta
Una crisi profonda, dunque, in cui l’Europa è precipitata malgrado i ripetuti avvertimenti a ridurre la dipendenza dal gas russo. Anche dopo l'invasione della Crimea nel 2014, infatti, Berlino ha continuato a sostenere la costruzione di Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto che fino a quest’anno pompava gas russo direttamente in Germania.
Non solo: per sopperire alla mancanza di gas russo la Germania è riuscita ad assicurarsi ben 5 navi rigassificatrici (delle circa 70 esistenti al mondo). Due di queste potrebbero essere inaugurate già a fine ottobre, alimentate dalle forniture di GNL dal Qatar. Forniture che Berlino ha preferito contrattare autonomamente, al di fuori dalla strategia di diversificazione Ue.
Insomma, se solo dieci anni fa era la Germania a guidare la spinta a un’Europa unita nella crisi, oggi sembra preferire fare da sola. Sintomo forse di un Paese che si è fatto trovare impreparato?

👉🇬🇧Regno Unito: dopo una settimana di panico sui mercati, Liz Truss fa marcia indietro. Basterà aver ritirato il piano di tagli alle tasse a salvare il suo governo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uk-liz-truss-fa-dietrofront-36347
🌍 OPEC+CAP = BATTAGLIA SUL PETROLIO

🇺🇸 Cap(itan) America
Via libera al price cap sul petrolio russo. Questo è quanto concordato questa mattina dagli ambasciatori dell’Ue nell’accordo raggiunto sull’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Superato quindi il rischio di un veto dell’Ungheria, che ha chiesto e ottenuto l’esenzione dal tetto del greggio importato da Mosca tramite oleodotto.
L’approvazione dei Paesi europei rappresenta un passo fondamentale verso l’introduzione del tetto anche da parte del G7. Che secondo il Tesoro americano potrebbe far risparmiare ai 50 maggiori Paesi emergenti circa 160 miliardi di dollari l'anno di spesa per le importazioni. Ma non viene specificato con quale prezzo massimo si otterrebbe tale risparmio. Non certo un dettaglio, perché proprio da questa scelta dipenderà l’adesione o meno dei Paesi extra G7. Che non stanno però a guardare.

🎢 Saliscendi
L’Opec+, il cartello dei principali produttori di greggio allargato alla Russia, ha oggi invece annunciato un taglio alla produzione di greggio da 2 milioni di barili al giorno (2% delle forniture globali). Il doppio di quanto ipotizzato nelle previsioni della vigilia. Inevitabile quindi che il prezzo del greggio Brent sia di nuovo schizzato sopra quota 90 dollari al barile.
Il cartello ha così già centrato il suo primo obiettivo: rialzare i prezzi del greggio che, di fronte al rallentamento dell’economia globale, erano calati del 25% negli ultimi tre mesi. In più, si è così assicurato una certa capacità produttiva di riserva per compensare eventuali cali della produzione russa. Ma non ci sono solo ragioni economiche dietro un taglio di tali dimensioni.

🗡 For Russia with love
L’annuncio dell’Opec+ arriva nel momento di massima difficoltà militare e non solo per Mosca. Le sue entrate legate alla vendita di idrocarburi hanno toccato il minimo degli ultimi 14 mesi. E sulla sua testa pende la spada di Damocle del tetto al prezzo del petrolio, che rischia di ampliare nuovamente il gap tra il prezzo di vendita del suo standard di riferimento, l’Urals, rispetto al Brent. Proprio quando era tornato sotto quota 30 dollari, come non accadeva da marzo.
Un nuovo aumento dei prezzi energetici è inoltre lo scenario più temuto in una Europa alle prese con livelli di inflazione da record e anche da Biden, che sui prezzi della benzina si gioca le elezioni di midterm.
Non a caso quest’estate si era recato in Arabia Saudita per convincere Riad a non tagliare la produzione. Evidentemente non è stato ascoltato.

👉🇮🇷 In Iran le proteste innescate dalla morte di Mahsa Amini dilagano nelle università e nelle scuole, e il velo è solo la punta dell’iceberg. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-senza-velo-e-senza-paura-36359
🌍 CLIMA: ULTIMA CHIAMATA

🏭 La gatta (da pelare)...
Più aspettiamo a ridurre le emissioni di gas serra, maggiore sarà l’impatto sull’economia. È l’avvertimento lanciato ieri dagli esperti del Fondo monetario internazionale (FMI): il mondo dovrà ridurre le emissioni di almeno il 25% entro il 2030 (rispettando gli Accordi di Parigi) o non solo ci saranno conseguenze di lungo periodo, ma anche immediate e forti sull’economia mondiale.
Certo, con gli Usa sull’orlo della recessione, l’Europa schiacciata dal costo dell'energia e la Cina dalle sue stesse politiche anti-Covid, la tentazione di posticipare le politiche climatiche è oggi più forte che mai. Ed è proprio qui, secondo il FMI, l’errore.

🔥 ...sul tetto che scotta
Troppo tardi, insomma, per una transizione graduale. Oggi occorre un cambiamento rapido, i cui costi dipenderanno dalla velocità della transizione stessa, cioè da quanto rapidamente abbandoneremo carbone, petrolio e gas in favore di fonti più pulite. Un processo oneroso in un mondo che per i suoi consumi di energia fa ancora affidamento per il 77% sui combustibili fossili. Di questi il carbone è al 25%, malgrado le sue emissioni di gas serra siano doppie rispetto a quelle del metano (22% del mix mondiale).
Il ragionamento dell’IMF è semplice: tanto più lenta sarà la transizione, tanto maggiori saranno le tasse ambientali pagate dalle imprese e i sussidi pagati dallo stato per accelerare nel futuro un cambiamento che sinora è stato troppo lento. In soldoni, più debito e meno crescita.

🆘 Policrisi
E se è vero che molto dipenderà dalle scelte politiche dei singoli stati, anche la capacità di coordinarsi e cooperare a livello internazionale sarà fondamentale per raggiungere velocemente la transizione energetica. Non stupiscono dunque gli occhi puntati sul meeting annuale di FMI e Banca mondiale previsto per settimana prossima (dal 10 al 6 ottobre) a Washington.
Per non rischiare di lasciare indietro i più deboli, è fondamentale alleggerire le pressioni finanziarie causate dagli aumenti dei prezzi di cibo, energia e fertilizzanti a seguito dell’invasione Russa dell’Ucraina. Pressioni che hanno messo a dura prova i bilanci delle economie più vulnerabili, portando il 60% dei paesi emergenti ad alto rischio di default. Occorre dunque agire ora per evitare che paesi come Egitto, Tunisia e Pakistan seguano la sorte toccata qualche mese fa allo Sri Lanka. Il tutto senza dimenticare la transizione.
Con metà paesi già in crisi e l’altra metà che rischia l’effetto domino, un rallentamento dell'economia globale sarà inevitabile?

👉 🇪🇺 A Praga si sta svolgendo il primo vertice della Comunità politica europea: 44 leader europei si confrontano su una ‘nuova’ Europa, senza la Russia. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/praga-capitale-delleuropa-allargata-36372
🌍 CRISI DEL GAS: COMPROMESSO IMPOSSIBILE?

↔️ A ciascuno il suo
Giorno due a Praga. Dopo il vertice di ieri della Comunità politica europea, i leader sono oggi rimasti nella capitale ceca per un Consiglio europeo informale. Che già sappiamo non sarà accompagnato dalla tradizionale dichiarazione scritta finale. In questo modo si sono potuti confrontare, ma senza prendere decisioni definitive sul tema del tetto al prezzo del gas, sui cui ancora non c’è accordo. Tutto rimandato (si spera) al prossimo Consiglio europeo del 20 ottobre.
Ognuno vuole lo stesso risultato: gas meno costoso, con il minor danno possibile per le forniture. Ma, per ottenere un tale esito, ci sono almeno due vie differenti, declinate a loro volta in una pletora di proposte, spesso in contraddizione tra di loro.

🥔 Patata bollente
Si può per esempio scegliere di imporre un tetto al prezzo del gas usato per produrre elettricità. Gli acquirenti nazionali continuerebbero ad acquistare gas ai prezzi attuali, ma lo Stato si farebbe carico dell’importo pagato al di sopra del tetto concordato. Una soluzione affine a quella già implementata nella penisola iberica e dalla Germania, che ha i favori della Commissione e dei fornitori esteri (anche perché non intaccherebbe le loro entrate).
C’è però l’opposizione di quei Paesi che non possono permettersi di sovvenzionare le importazioni gravando ulteriormente su bilanci nazionali già provati (nell’ultimo anno sono già stati spesi nell’Ue 500 miliardi di euro contro il caro bollette). Non mancano poi le controindicazioni: questo meccanismo riduce infatti gli incentivi di privati e cittadini a consumare meno gas.

🚂 Saldi autunnali
In alternativa l’Ue può imporre su tutti gli acquisti di gas un tetto, indicizzato al prezzo di gas e petrolio sui mercati internazionali. In questo modo non sarebbero i governi, ma i fornitori esteri a rimetterci, essendo di fatti costretti a uno sconto. Inoltre, Il tetto potrebbe essere fisso o, come proposto da Italia e altri tre Stati membri, dinamico.
Si correrebbe però il rischio di aggravare la crisi di approvvigionamento. La risposta di Mosca sarebbe scontata: chiusura definitiva dei propri rubinetti, che ancora rappresentano il 12% delle importazioni europee. E non tutti i fornitori sarebbero disposti (come invece concesso dalla Norvegia) a vendere gas all’Europa a prezzi ridotti, preferendo rivolgersi a mercati più remunerativi.
Tra questi pro e contro, trovare un compromesso non è compito facile. Ma sarà necessario per evitare che la coesione europea, nata 70 anni fa sul carbone, si frantumi sul gas.

👉 Nobel per la pace 2022 agli antagonisti del regime russo e bielorusso. Mentre sale la tensione tra Mosca e l'Occidente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-nobel-anti-putin-36392

🎧 L'annuncio della premier Liz Truss di una nuova riforma fiscale, con forti tagli delle tasse, ha aperto una crisi di fiducia degli investitori nel Regno Unito che ha colato a picco la sterlina. Cosa è successo e quali conseguenze ci saranno per l’isola? Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-liz-truss-e-la-crisi-regno-unito-36379
🌏 USA-CINA: LA GUERRA DEI CHIP

📉 Decoupling tecnologico
Chiusura in rosso oggi sulle borse cinesi, dove le azioni dei principali produttori di chip hanno iniziato la settimana con un crollo da 9 miliardi di dollari. Il motivo? I nuovi controlli sulle esportazioni annunciati venerdì scorso dall'amministrazione Biden, che bloccano la vendita alla Cina di semiconduttori realizzati con tecnologia americana ovunque nel mondo, oltre a impedire ai cittadini statunitensi di lavorare con i produttori di chip cinesi senza autorizzazione esplicita.
Pechino sostiene che la decisione “si ritorcerà contro” l’America. Ma la Casa Bianca prosegue nel progetto di limitare l'accesso cinese a tecnologie e conoscenze critiche, per rallentarne i progressi tecnologici e militari.

🛋Una poltrona per tre
Sono tre le nazioni che oggi si spartiscono i maggiori primati nell’industria tecnologica: gli Stati Uniti, nello sviluppo di software; Taiwan, leader nella produzione di semiconduttori; e la Cina, maggiore produttore ed esportatore di terre rare.
Un equilibrio che appare sempre più precario, vista la crescente assertività cinese nello stretto di Taiwan (446 intrusioni aeree solo ad agosto), e le garanzie americane sull’aiuto all’isola in caso di attacco cinese. Insomma, i tre sembrano sempre più lontani da quella “ambiguità strategica” che aveva permesso di salvare le apparenze per oltre mezzo secolo.
E così si corre ai ripari.

📱Dilemma del prigioniero
In un periodo di rinnovato nazionalismo economico, anche l’Occidente comincia a riconsiderare l’importanza strategica dei chip. Per questo l’Ue ha varato il suo “Chips Act” da €43 miliardi, seguito ad agosto dai $53 miliardi in sussidi all’industria dei semiconduttori annunciati da Biden. Non solo: in continuità con l’agenda Trump, il presidente americano ha proposto “Chip 4”, un’alleanza con Taiwan, Giappone e Corea del Sud per coprire (e garantire) l’intera catena di approvvigionamento dei semiconduttori.
Un'alleanza che a Pechino starebbe molto stretta. Ed è forse per questo che fra il timore delle aziende coreane di perdere l’enorme mercato cinese, e la minaccia cinese di limitare a quel punto l’esportazione di terre rare, i progetti dell’alleanza stentano a decollare.
In un mondo segnato dalla globalizzazione, ha senso investire nell’autosufficienza tecnologica?

👉🇺🇦 Bombe su Kiev, Leopoli e altre città dell’Ucraina in ritorsione all’esplosione sul ponte di Kerch. La Bielorussia è al fianco di Putin, ma Cina e India chiedono una de-escalation. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-ucraina-rappresaglia-sui-civili-36397
🌍 CRESCITA GLOBALE: IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE

🚣‍♀️Tutti sulla stessa barca
“Acque agitate”
. Così il Fondo Monetario Internazionale (FMI) riassume lo stato dell’economia mondiale nel suo outlook semestrale. Per il 93% dei Paesi del mondo, le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso. Tanto che l’anno prossimo ci si aspetta un ulteriore rallentamento (di 0,5 punti percentuali) del PIL mondiale, che si fermerà al 2,7%. Sarebbe la crescita più bassa dal 2001, anche se non ancora una recessione globale come accaduto negli anni della pandemia (2020) e della crisi finanziaria (2008-2009).
E dire che solo un anno fa l’economia globale cresceva del 6% e per il 2022 si prevedeva un +4,9%. Ma tra lockdown in Cina, crisi energetica in Europa e rialzo record dei tassi della FED, le tre locomotive della crescita globale si sono ingolfate. E per l’Italia va anche peggio, con una contrazione del PIL dello 0,2% nel 2023 che la porterà in recessione.

📈 Avanti tutta (coi rialzi)
Se le previsioni di crescita sono ritoccate al ribasso, l’opposto avviene per quelle sull’inflazione. Nelle economie avanzate toccherà il 7,2% quest'anno e il 4,4% nel 2023. Ecco perché, sebbene i forti aumenti dei tassi di interesse in tutto il mondo stiano pesando sulla crescita, l’FMI invita le banche centrali a mantenere la rotta.
Si preferisce quindi un inasprimento della politica monetaria, rispetto al rischio di innescare una spirale di rialzo dei salari e dei prezzi come negli anni Settanta. Anche perché i mercati del lavoro americano (tasso di disoccupazione ai minimi dal 1969) e europeo (disoccupazione ai minimi di sempre) non danno ancora segnali di sofferenza. Insomma, se recessione sarà, non dovrebbe essere duratura e profonda come nel 2008.

🏦 Crisi senza fondi?
Rispetto alla crisi finanziaria globale, il settore bancario può inoltre ora contare su riserve di capitale più grandi ed è quindi meno esposto a possibili corse agli sportelli. Inoltre, le regole post-2008 hanno obbligato banche e fondi di investimento a investire maggiormente in "asset sicuri" come i titoli di Stato.
Ma tutto questo non è garanzia di assoluta stabilità finanziaria. Come dimostra il recente intervento della Banca d’Inghilterra a salvataggio dei fondi pensione, che rischiavano il fallimento di fronte alla repentina svendita dei bond britannici (innescata dalle politiche annunciate da Truss).
Non a caso, l’FMI ha nuovamente sconsigliato politiche simili. L’era dei bazooka economici e fiscali è definitivamente tramontata?

👉🇺🇦 Il giorno dopo i bombardamenti russi, numerosi blackout in tutta l’Ucraina. Kiev incassa il sostegno del G7, mentre Mosca apre all’ipotesi di un colloquio Putin-Biden. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-day-after-36407
🌍 UE-UCRAINA: DEBITI DI GUERRA

📜 Wishlist
Inizia oggi a Bruxelles un importante vertice NATO di due giorni. In cima all’agenda la lista di armi e munizioni richieste da Kiev per affrontare i combattimenti invernali. Un meeting cui parteciperà anche il ministro della difesa ucraino, e che verrà affiancato dal cosiddetto "formato Ramstein", il gruppo di contatto per la difesa dell'Ucraina guidato dagli Stati Uniti.
Fra mobilitazione "parziale", annessione di quattro regioni ucraine, e velate minacce nucleari, il timore è che Mosca possa intensificare gli attacchi missilistici contro l'Ucraina, facendo così crescere la necessità di sistemi di difesa aerea. Sistemi che però nell’arsenale occidentale cominciano a scarseggiare. Così come, di fronte alla probabile recessione, si riduce lo spazio di budget a disposizione dei paesi Nato da destinare agli aiuti militari

💶 Spese impreviste
Lunedì scorso è stata proprio Ursula von der Leyen ad ammetterlo: Bruxelles è a corto di liquidità. Sì, perché il bilancio pluriennale (2021-2027) dell'Ue, già affiancato da 750 miliardi di euro di prestito comune per affrontare l’era post pandemica, non era stato concepito per rispondere alla guerra in Ucraina, né tantomeno alle crisi successive (energia e rifugiati).
A questo punto, le opzioni in mano alla Commissione sarebbero tre: lasciare il bilancio invariato, ridimensionando però la capacità europea di rispondere alle crisi di oggi. Rivedere l’intero budget pluriennale, avviando un difficile negoziato che richiederebbe l’approvazione unanime. Infine, richiedere un’integrazione una tantum, limitando i finanziamenti a obiettivi specifici. Un iter forse più breve, ma comunque irto di ostacoli e che libererebbe meno risorse.

👀 Punti di vista
Intanto Bruxelles sembra credere ancora alla possibilità di una via d’uscita diplomatica dal conflitto. Ma proprio oggi Borrell, l’alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, ha rimproverato gli ambasciatori Ue di essere troppo lenti nel riferire questioni critiche. Nel frattempo Putin apre a un incontro con Biden in occasione del G20 di novembre, il quale però esclude qualsiasi negoziato senza una rappresentanza ucraina.
Di tutt’altro parere il premier ungherese, di cui l’Ue ha bisogno per la famosa regola dell’unanimità. Orban esclude che il negoziato russo-ucraino possa avere successo, almeno fintanto che Kiev riceverà armi dalla Nato, e sostiene un dialogo tra Russia e Usa. Ma con Trump al posto di Biden.
Comunque vada, il problema di fondo resta: se non l’Ue dei buchi di bilancio, chi contribuirà alla ricostruzione dell'Ucraina?

👉🇮🇱🇱🇧 Israele e Libano hanno raggiunto un accordo sul confine marittimo e diritti di esplorazione dei giacimenti di gas offshore. Biden si congratula: “State facendo la storia”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-libano-done-deal-36409
🌎 HAITI: (TERRE)MOTI DI PROTESTE

⛽️ La goccia (di petrolio) di troppo
Non c’è pace per Haiti. Nelle ultime settimane, una serie di proteste, violenze e saccheggi hanno scosso la capitale Port-au-Prince e altre città, facendo sprofondare il paese caraibico in un caos che per alcuni è paragonabile a quello visto nel tremendo terremoto del 2010.
L’11 settembre, il primo ministro Ariel Henry ha annunciato un aumento dei prezzi dei carburanti. Un taglio di 400 milioni di dollari in sussidi, completamente insostenibili per le finanze del governo, che ha fatto schizzare il prezzo di benzina (+128%) e diesel e cherosene (+90%). Nei giorni successivi, le proteste hanno visto un’escalation: delle gang hanno preso il controllo delle principali infrastrutture costiere e del terminal petrolifero di Varreux, il più grande del paese. Bloccando la distribuzione del carburante, e facendo aumentare ulteriormente i prezzi. E la tensione.

🌧 Catastrofi in serie
I manifestanti chiedono a gran voce le dimissioni del primo ministro, diventato premier ad interim dopo l’assassinio l’anno scorso del presidente Moise. Henry ha faticato a far valere la sua autorità e accentra la rabbia degli Haitiani per la gestione della transizione politica: l’isola non vede elezioni dal 2016.
Ed è sempre più ingovernabile, con poco meno di 12800 poliziotti in un paese di 11 milioni di abitanti in gran parte controllato da gang. All’insicurezza si uniscono la generale crisi economica e una produzione agricola insufficiente: l’isola è tra i 5 paesi con la più alta percentuale di popolazione al mondo in condizione di insicurezza alimentare (45%). E certamente non ha aiutato il terremoto dell’anno scorso. Insomma, piove sempre sul bagnato.

Colera e collera
Come se non bastasse, si aggrava la crisi umanitaria. I saccheggi ai depositi di carburante e di aiuti alimentari sarebbero costati 6 milioni di dollari di supporti umanitari, tra cui 2000 tonnellate di cibo. E si segnalano i primi casi di una nuova epidemia di colera: un déjà-vu doloroso di quella che tra il 2010 e il 2019 costò 10.000 vite.
La situazione ha portato Henry a chiedere aiuto alla comunità internazionale. Gli fa sponda l’ONU che ha richiesto l’invio di una forza d’azione internazionale.
Ma le Nazioni Unite non sono ben viste dagli haitiani, che le considerano responsabili dell’arrivo del colera nel paese nel 2010 e al centro di uno scandalo di violenze sessuali. Sarà l’occasione per ricucire uno strappo, o il paese dovrà trovare la sua via fuori dal tunnel?

👉🎥 Mercoledì 19 ottobre alle 18.00: Haiti nel caos, torna la guerra civile? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/haiti-nel-caos-torna-la-guerra-civile

👉🇰🇿 Erdogan ha incontrato Putin ad Astana: “Hub del gas in Turchia per stabilirne il prezzo”, ma non hanno parlato di risoluzione del conflitto. Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/erdogan-putin-e-la-mediazione-che-non-cera-36421
🌍 GAS: UNA PARTITA DIFFICILE

🛢Guarda chi si rivede
Durante l’incontro bilaterale di ieri in Kazakistan, Putin ha proposto a Erdogan di trasformare la Turchia nel nuovo hub regionale per le esportazioni di gas russo. Considerando anche la recente rottura dei due gasdotti nel mar Baltico, il Cremlino vorrebbe ora spostare i volumi di gas invenduti verso sud, convertendo il Mar Nero in un nuovo centro di scambi energetici.
Da qui il gas transiterebbe verso la Bulgaria, il punto di ingresso di Turkstream nell'Europa sudorientale. Una proposta che ricorda molto il progetto South Stream, abbandonato nel 2014 di fronte all'opposizione dell'Unione Europea e degli Stati Uniti, e sostituito allora con la costruzione del più piccolo gasdotto turco.
Una proposta che già ai tempi non convinse gli europei, e che difficilmente lo farà oggi.

Cambio di rotta?
Come fatto notare dall’Eliseo, l’Europa non ha interesse nel costruire nuove infrastrutture per importare gas dal Cremlino, un fornitore considerato ormai inaffidabile. Non solo: il Turkstream, che ad oggi trasporta più della metà del gas russo in arrivo in Europa (15 Gmc/a), ha una capacità massima di 30 Gmc/a. Se è vero che si tratta solo di un quinto del gas un tempo esportato da Mosca verso l’Unione europea, questi volumi sono ormai molto simili a quelli ricevuti nelle ultime settimane.
Fra l’intenzione di creare un nuovo hub nel Mar Nero, e l’ultima disputa contrattuale con Kiev, viene dunque da chiedersi se il Cremlino si stia preparando a chiudere definitivamente i gasdotti ucraini.

🕯Il giorno dei termosifoni
Nel frattempo, l’Europa si avvicina a grandi passi al momento dell’accensione dei riscaldamenti. Con lo stagionale aumento della domanda di gas, e la possibilità di una riduzione delle forniture dal Cremlino, i governi si preparano a un inverno difficile. E così, chi ha spazio in bilancio elargisce sussidi, mentre agli altri non rimane che pianificare l’inevitabile riduzione dei consumi.
È il caso dell’Italia
, che nelle ultime due settimane di gas russo ne ha visto ben poco (-95% rispetto al 2021). E se anche negli ultimi mesi il governo è riuscito ad assicurarsi ulteriori importazioni da fornitori alternativi (principalmente da Azerbaijan, Algeria e Gas Naturale Liquefatto), rimane il rischio di vederli diminuire nei mesi più freddi.
Mentre l’Italia si appresta ad utilizzare per la prima volta le sue riserve strategiche, quest’inverno molto dipenderà dalla capacità di risparmio dei consumatori italiani. Basteranno i maglioni per arrivare a primavera?

👉📊 Oggi è uscito il nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi sull’importazione e sui consumi di gas in Italia, e sulle conseguenze sui mesi che verranno. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/crisi-del-gas-speciale-italia-36437

👉🎙Stiamo vivendo la peggiore crisi inflazionistica degli ultimi anni. A inizio 2022, l'inflazione era già al suo tasso più alto da decenni. Poi, l'invasione dell'Ucraina ha mandato in tilt i mercati globali, e il quadro sembra poter solo peggiorare. Cosa ci aspetta per il prossimo futuro? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-linflazione-non-si-ferma-che-cosa-ci-aspetta-ora-36434