🌎 BRASILE, IMPEACHMENT: NON C’È DUE SENZA TRE?
🇧🇷 Una crisi lunga un anno
Ieri il Congresso brasiliano ha avviato un’indagine sulla gestione della pandemia che potrebbe portare all’impeachment di Bolsonaro (dopo quello di Fernando Collor nel 1992 e di Dilma Rousseff nel 2016). Il presidente da tempo si oppone a lockdown, mascherine e vaccinazioni.
L’indagine arriva proprio mentre il paese attraversa la sua peggiore fase nella lotta al virus: un’onda lunga due mesi che ha portato il Brasile a quasi 3.000 decessi ufficiali al giorno. Praticamente come l’India, ma con un sesto degli abitanti. Ad aprile le richieste di messa in stato d’accusa contro Bolsonaro sono quasi raddoppiate (da circa 60 a oltre 110).
📉 Cos’è andato storto?
La maggioranza (54%) dei brasiliani giudica oggi la politica di Bolsonaro “negativa” o “terribile”: è la prima volta da inizio mandato. Solo un mese fa il presidente è stato costretto a un rimpasto di ministri e dei vertici delle forze armate, dimessisi anche in polemica contro la sua gestione della pandemia.
Il negazionismo, che sembrava aver pagato fino all’estate scorsa (quando circa il 70% dei brasiliani approvava il suo operato, grazie anche ad una pioggia di sussidi economici), si è trasformato in un’arma a doppio taglio. Tanto che Bolsonaro stesso, che a marzo intimava di “smetterla di lamentarsi” per Covid, sembra aver (leggermente) rivisto la sua posizione: più che inutili, per lui oggi i lockdown sarebbero economicamente troppo costosi.
💉 Vaccini: tra Russia e Cina
Intanto la campagna vaccinale prosegue: il 13% dei brasiliani ha già ricevuto almeno una dose. Certo, siamo lontani dai livelli del Cile (42%). E per velocizzare il Brasile fa ampio uso - dopo le incertezze iniziali - di vaccini “cinesi”, che proprio in Cile si sono dimostrati poco efficaci.
È qui che si gioca la partita, tra politica e scienza. Proprio ieri l’agenzia del farmaco brasiliana ha raccomandato di non importare Sputnik per insufficienza di dati. Ma Bolsonaro (e diversi governatori brasiliani) spingono per farlo comunque.
Dopo l’ondata cilena malgrado il vaccino cinese, la mancata autorizzazione di Sputnik in Brasile potrebbe essere un secondo duro colpo per la “diplomazia dei vaccini” di Pechino e Mosca. Che è andata forte, anzi fortissimo, in questi mesi. Ma che, di fronte alla realtà di vaccini poco trasparenti (Sputnik V) o poco efficaci (Sinovac), potrebbe rivelarsi per quella che realmente è: più politica che scienza.
Da questa sera a venerdì la pagella dei primi 100 giorni di Joe Biden. Nel numero di oggi: come va l’economia? Su ispionline.it
🇧🇷 Una crisi lunga un anno
Ieri il Congresso brasiliano ha avviato un’indagine sulla gestione della pandemia che potrebbe portare all’impeachment di Bolsonaro (dopo quello di Fernando Collor nel 1992 e di Dilma Rousseff nel 2016). Il presidente da tempo si oppone a lockdown, mascherine e vaccinazioni.
L’indagine arriva proprio mentre il paese attraversa la sua peggiore fase nella lotta al virus: un’onda lunga due mesi che ha portato il Brasile a quasi 3.000 decessi ufficiali al giorno. Praticamente come l’India, ma con un sesto degli abitanti. Ad aprile le richieste di messa in stato d’accusa contro Bolsonaro sono quasi raddoppiate (da circa 60 a oltre 110).
📉 Cos’è andato storto?
La maggioranza (54%) dei brasiliani giudica oggi la politica di Bolsonaro “negativa” o “terribile”: è la prima volta da inizio mandato. Solo un mese fa il presidente è stato costretto a un rimpasto di ministri e dei vertici delle forze armate, dimessisi anche in polemica contro la sua gestione della pandemia.
Il negazionismo, che sembrava aver pagato fino all’estate scorsa (quando circa il 70% dei brasiliani approvava il suo operato, grazie anche ad una pioggia di sussidi economici), si è trasformato in un’arma a doppio taglio. Tanto che Bolsonaro stesso, che a marzo intimava di “smetterla di lamentarsi” per Covid, sembra aver (leggermente) rivisto la sua posizione: più che inutili, per lui oggi i lockdown sarebbero economicamente troppo costosi.
💉 Vaccini: tra Russia e Cina
Intanto la campagna vaccinale prosegue: il 13% dei brasiliani ha già ricevuto almeno una dose. Certo, siamo lontani dai livelli del Cile (42%). E per velocizzare il Brasile fa ampio uso - dopo le incertezze iniziali - di vaccini “cinesi”, che proprio in Cile si sono dimostrati poco efficaci.
È qui che si gioca la partita, tra politica e scienza. Proprio ieri l’agenzia del farmaco brasiliana ha raccomandato di non importare Sputnik per insufficienza di dati. Ma Bolsonaro (e diversi governatori brasiliani) spingono per farlo comunque.
Dopo l’ondata cilena malgrado il vaccino cinese, la mancata autorizzazione di Sputnik in Brasile potrebbe essere un secondo duro colpo per la “diplomazia dei vaccini” di Pechino e Mosca. Che è andata forte, anzi fortissimo, in questi mesi. Ma che, di fronte alla realtà di vaccini poco trasparenti (Sputnik V) o poco efficaci (Sinovac), potrebbe rivelarsi per quella che realmente è: più politica che scienza.
Da questa sera a venerdì la pagella dei primi 100 giorni di Joe Biden. Nel numero di oggi: come va l’economia? Su ispionline.it
🌍 RECOVERY EU: APPESO (ANCHE) ALLA FINLANDIA?
🇫🇮 Gelo nordico
Nel giorno in cui Biden presenta al Congresso il suo piano di investimenti da 4.100 miliardi di dollari, una nuova nube si staglia sul Recovery plan (Next Generation EU), il piano di rilancio post-pandemia da 750 miliardi di euro.
Martedì, infatti, in Finlandia il Parlamento ha stabilito che per ratificarlo (sì, perché serve l’approvazione di tutti i parlamenti nazionali) servirà una super maggioranza dei due terzi. Significa che il governo, che al momento detiene il 59% dei seggi, avrà bisogno dei voti dell’opposizione. La doccia fredda giunge in un momento di tesi negoziati sul bilancio nazionale finlandese: fino a ieri, un partito alleato della premier Sanna Marin aveva addirittura minacciato di abbandonare la coalizione di governo.
🇪🇺 Non solo Finlandia
Lo stop della Finlandia arriva proprio nella settimana in cui molti governi (tra cui l’Italia) presentano alla Commissione i loro piani nazionali, dove spiegano come verranno utilizzati i fondi europei.
Ma non c’è solo Helsinki a ostacolare l’avvio del Recovery plan: ci sono ancora 8 Parlamenti che devono ratificare la decisione, mentre sappiamo già che diversi governi sforeranno la scadenza del 30 aprile per presentare i loro piani. Ritardi che rischiano di far slittare approvazione Ue e inizio dell’erogazione dei fondi.
Ma non è finita qui, perché presto l’Ue dovrà trovare un nuovo accordo per mettere insieme altre “risorse proprie” - 15 miliardi l’anno - per finanziare il nuovo debito europeo generato proprio dal Recovery plan. Anche qui i “paesi frugali”, tra cui Danimarca e Paesi Bassi, sono pronti a dare battaglia.
👍 “Andrà tutto bene”
La Commissione Ue punta ad approvare i piani nazionali entro giugno e sbloccare i primi fondi entro luglio. Ed è probabile che alla fine, vista la posta in gioco, si riesca a trovare una quadra.
Di certo l’avvio del Recovery plan fa capire che non sarà una passeggiata tra tensioni interne ai paesi per approvare i piani, gli screzi con Bruxelles per stare nei tempi e il costante occhio vigile della Commissione.
Ma, d’altronde, le rivoluzioni non sono mai una passeggiata. E, per entità e modalità, per l’Ue il Recovery plan è certamente una piccola rivoluzione.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica interna. Su ispionline.it
🇫🇮 Gelo nordico
Nel giorno in cui Biden presenta al Congresso il suo piano di investimenti da 4.100 miliardi di dollari, una nuova nube si staglia sul Recovery plan (Next Generation EU), il piano di rilancio post-pandemia da 750 miliardi di euro.
Martedì, infatti, in Finlandia il Parlamento ha stabilito che per ratificarlo (sì, perché serve l’approvazione di tutti i parlamenti nazionali) servirà una super maggioranza dei due terzi. Significa che il governo, che al momento detiene il 59% dei seggi, avrà bisogno dei voti dell’opposizione. La doccia fredda giunge in un momento di tesi negoziati sul bilancio nazionale finlandese: fino a ieri, un partito alleato della premier Sanna Marin aveva addirittura minacciato di abbandonare la coalizione di governo.
🇪🇺 Non solo Finlandia
Lo stop della Finlandia arriva proprio nella settimana in cui molti governi (tra cui l’Italia) presentano alla Commissione i loro piani nazionali, dove spiegano come verranno utilizzati i fondi europei.
Ma non c’è solo Helsinki a ostacolare l’avvio del Recovery plan: ci sono ancora 8 Parlamenti che devono ratificare la decisione, mentre sappiamo già che diversi governi sforeranno la scadenza del 30 aprile per presentare i loro piani. Ritardi che rischiano di far slittare approvazione Ue e inizio dell’erogazione dei fondi.
Ma non è finita qui, perché presto l’Ue dovrà trovare un nuovo accordo per mettere insieme altre “risorse proprie” - 15 miliardi l’anno - per finanziare il nuovo debito europeo generato proprio dal Recovery plan. Anche qui i “paesi frugali”, tra cui Danimarca e Paesi Bassi, sono pronti a dare battaglia.
👍 “Andrà tutto bene”
La Commissione Ue punta ad approvare i piani nazionali entro giugno e sbloccare i primi fondi entro luglio. Ed è probabile che alla fine, vista la posta in gioco, si riesca a trovare una quadra.
Di certo l’avvio del Recovery plan fa capire che non sarà una passeggiata tra tensioni interne ai paesi per approvare i piani, gli screzi con Bruxelles per stare nei tempi e il costante occhio vigile della Commissione.
Ma, d’altronde, le rivoluzioni non sono mai una passeggiata. E, per entità e modalità, per l’Ue il Recovery plan è certamente una piccola rivoluzione.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica interna. Su ispionline.it
🌍 PALESTINA: IL VOTO CHE VERRÀ. FORSE
🇵🇸 Il voto conteso
Il 22 maggio nei Territori palestinesi si sarebbero dovute tenere le prime elezioni parlamentari in 15 anni. A luglio, poi, le presidenziali. Ma ieri Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, ha deciso di rimandarle per l’ennesima volta, accusando Israele di impedire il voto ai palestinesi di Gerusalemme est.
Il mandato di Abbas è scaduto nel 2009. E nei Territori non si vota dal 2006: quelle elezioni “boicottate” da Fatah e vinte da Hamas. Poi il conflitto proprio tra Hamas-Fatah ha, di fatto, bloccato qualsiasi progresso.
🗳 Una data perduta
Sembra ormai una tradizione: annunciare le elezioni per poi rimandarle. Nel 2014, un primo accordo Hamas-Fatah avrebbe dovuto essere seguito da elezioni entro l’anno. Ma la guerra di Gaza tra Israele e Hamas e i dissidi interni portarono a un rinvio. Quasi lo stesso è accaduto nel 2017, dopo il secondo accordo Hamas-Fatah: elezioni entro un anno, si diceva. Mai successo.
Ecco perché i palestinesi sono i primi a essere disillusi e divisi. Tre quarti degli abitanti della Cisgiordania è a favore di nuove elezioni, ma quasi due su tre vorrebbero le dimissioni del presidente Abbas. Se si votasse oggi, il 34% sceglierebbe Hamas e il 38% Fatah, consegnando un Parlamento comunque bloccato e diviso. La prova, se fosse necessaria, che a tutt’oggi i problemi stanno nel fallimento del processo di riunificazione, più che nelle urne mancate.
🕊 Il “processo” infinito
Dopo lo sbilanciamento di Trump a favore di Israele che aveva fatto precipitare le relazioni Usa-palestinesi ai livelli più bassi dai tempi di Reagan, l’annuncio delle elezioni lo scorso gennaio non è avvenuto per caso: Abbas voleva suggerire la possibilità di un “nuovo corso” all’amministrazione entrante. Ma non è stato (ancora perlomeno) così: Biden è il primo presidente americano da decenni che si insedia senza annunciare l’impegno a risolvere il conflitto israelo-palestinese.
Se la leadership palestinese volesse davvero smuovere un’amministrazione certamente più vicina alla “soluzione dei due stati” rispetto a Trump, ma comunque fredda e con molto meno tempo da dedicare alla causa in tempo di conflitti tra grandi potenze, dovrebbe far seguire alle parole i fatti, o meglio, le elezioni.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica estera. Su ispionline.it
🇵🇸 Il voto conteso
Il 22 maggio nei Territori palestinesi si sarebbero dovute tenere le prime elezioni parlamentari in 15 anni. A luglio, poi, le presidenziali. Ma ieri Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, ha deciso di rimandarle per l’ennesima volta, accusando Israele di impedire il voto ai palestinesi di Gerusalemme est.
Il mandato di Abbas è scaduto nel 2009. E nei Territori non si vota dal 2006: quelle elezioni “boicottate” da Fatah e vinte da Hamas. Poi il conflitto proprio tra Hamas-Fatah ha, di fatto, bloccato qualsiasi progresso.
🗳 Una data perduta
Sembra ormai una tradizione: annunciare le elezioni per poi rimandarle. Nel 2014, un primo accordo Hamas-Fatah avrebbe dovuto essere seguito da elezioni entro l’anno. Ma la guerra di Gaza tra Israele e Hamas e i dissidi interni portarono a un rinvio. Quasi lo stesso è accaduto nel 2017, dopo il secondo accordo Hamas-Fatah: elezioni entro un anno, si diceva. Mai successo.
Ecco perché i palestinesi sono i primi a essere disillusi e divisi. Tre quarti degli abitanti della Cisgiordania è a favore di nuove elezioni, ma quasi due su tre vorrebbero le dimissioni del presidente Abbas. Se si votasse oggi, il 34% sceglierebbe Hamas e il 38% Fatah, consegnando un Parlamento comunque bloccato e diviso. La prova, se fosse necessaria, che a tutt’oggi i problemi stanno nel fallimento del processo di riunificazione, più che nelle urne mancate.
🕊 Il “processo” infinito
Dopo lo sbilanciamento di Trump a favore di Israele che aveva fatto precipitare le relazioni Usa-palestinesi ai livelli più bassi dai tempi di Reagan, l’annuncio delle elezioni lo scorso gennaio non è avvenuto per caso: Abbas voleva suggerire la possibilità di un “nuovo corso” all’amministrazione entrante. Ma non è stato (ancora perlomeno) così: Biden è il primo presidente americano da decenni che si insedia senza annunciare l’impegno a risolvere il conflitto israelo-palestinese.
Se la leadership palestinese volesse davvero smuovere un’amministrazione certamente più vicina alla “soluzione dei due stati” rispetto a Trump, ma comunque fredda e con molto meno tempo da dedicare alla causa in tempo di conflitti tra grandi potenze, dovrebbe far seguire alle parole i fatti, o meglio, le elezioni.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica estera. Su ispionline.it
🌍 IL MICROCHIP SI È FERMATO A MELFI
⛔ Stop alle macchine
Da oggi lo stabilimento FCA di Melfi e i suoi 7.000 dipendenti si fermano per una settimana. A causare lo stop non è un nuovo calo della domanda ma la mancanza di semiconduttori, microchip fondamentali per la loro produzione.
Ma non è solo FCA, anzi: molte case automobilistiche sono costrette a lavorare a singhiozzo, da Ford (che dovrà produrre 1 milione di auto in meno quest’anno) fino a Volkswagen (che ha fermato la produzione di SUV in Messico). E quella dell’automotive è solo la punta dell’iceberg della scarsità mondiale di semiconduttori: il settore conta “solo” per il 10% della domanda, il 35% arriva dal settore delle telecomunicazioni e il 30% dalla produzione di computer.
📱 "My country first”...
La crisi odierna ha una duplice origine. Da un lato, la pandemia ha spinto le aziende a riorientare la produzione verso chip per dispositivi elettronici (sempre più richiesti). Dall’altro, una ripresa economica più rapida del previsto ha richiesto un’accelerata improvvisa.
La produzione mondiale si concentra in pochi paesi: Corea del Sud (27%), Taiwan (23%) e Giappone (16%). Cina, Europa e Usa producono meno di quanto consumino. E se il nostro automotive e quello americano “piangono”, Pechino (maggiore importatore mondiale) non ride.
Di fronte al boom della domanda, i produttori hanno privilegiato i mercati interni e imposto un rallentamento dell’export. Quasi come con i vaccini: un “nazionalismo tecnologico” che colpisce quelle regioni sprovviste di capacità produttiva di riserva.
⚔️ … o geopolitica del silicio?
Così come per i vaccini, anche per i semiconduttori i paesi provano a far tornare “locali” filiere che ormai erano “globali”. Anche se, come per i vaccini, l’operazione richiederà tempo.
Intanto, alla competizione per accaparrarsi i pochi chip sul mercato si sommano tensioni geopolitiche: Taiwan, ai ferri corti con Pechino, sforna il 70% dei chip necessari all’industria automobilistica mondiale. Così, secondo l’Economist la Cina potrebbe finire per muovere guerra a Taiwan, protetta dagli Stati Uniti, solo per risolvere un “naturale” collo di bottiglia produttivo.
Se lo scenario a oggi resta poco probabile, i venti di guerra dimostrano i nervi tesi dei “grandi” del mondo. Anche quando si parla di “micro” chip.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la seconda ondata della pandemia in India. Su ispionline.it
⛔ Stop alle macchine
Da oggi lo stabilimento FCA di Melfi e i suoi 7.000 dipendenti si fermano per una settimana. A causare lo stop non è un nuovo calo della domanda ma la mancanza di semiconduttori, microchip fondamentali per la loro produzione.
Ma non è solo FCA, anzi: molte case automobilistiche sono costrette a lavorare a singhiozzo, da Ford (che dovrà produrre 1 milione di auto in meno quest’anno) fino a Volkswagen (che ha fermato la produzione di SUV in Messico). E quella dell’automotive è solo la punta dell’iceberg della scarsità mondiale di semiconduttori: il settore conta “solo” per il 10% della domanda, il 35% arriva dal settore delle telecomunicazioni e il 30% dalla produzione di computer.
📱 "My country first”...
La crisi odierna ha una duplice origine. Da un lato, la pandemia ha spinto le aziende a riorientare la produzione verso chip per dispositivi elettronici (sempre più richiesti). Dall’altro, una ripresa economica più rapida del previsto ha richiesto un’accelerata improvvisa.
La produzione mondiale si concentra in pochi paesi: Corea del Sud (27%), Taiwan (23%) e Giappone (16%). Cina, Europa e Usa producono meno di quanto consumino. E se il nostro automotive e quello americano “piangono”, Pechino (maggiore importatore mondiale) non ride.
Di fronte al boom della domanda, i produttori hanno privilegiato i mercati interni e imposto un rallentamento dell’export. Quasi come con i vaccini: un “nazionalismo tecnologico” che colpisce quelle regioni sprovviste di capacità produttiva di riserva.
⚔️ … o geopolitica del silicio?
Così come per i vaccini, anche per i semiconduttori i paesi provano a far tornare “locali” filiere che ormai erano “globali”. Anche se, come per i vaccini, l’operazione richiederà tempo.
Intanto, alla competizione per accaparrarsi i pochi chip sul mercato si sommano tensioni geopolitiche: Taiwan, ai ferri corti con Pechino, sforna il 70% dei chip necessari all’industria automobilistica mondiale. Così, secondo l’Economist la Cina potrebbe finire per muovere guerra a Taiwan, protetta dagli Stati Uniti, solo per risolvere un “naturale” collo di bottiglia produttivo.
Se lo scenario a oggi resta poco probabile, i venti di guerra dimostrano i nervi tesi dei “grandi” del mondo. Anche quando si parla di “micro” chip.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la seconda ondata della pandemia in India. Su ispionline.it
🌎 BIDEN-RIFUGIATI: QUANTO COSTA UNA PROMESSA?
📈 Accordo raggiunto
Alla fine, Biden si è convinto: dopo mesi di annunci e ripensamenti, ieri la Casa Bianca ha quadruplicato il tetto annuale dei reinsediamenti – le ammissioni negli Usa di rifugiati già presenti in paesi terzi – portandolo da 15.000 a 62.500.
È una svolta rispetto a Trump: era stato lui ad abbassare il tetto al suo minimo di sempre (il programma è stato creato nel 1980). La decisione dovrebbe riportare il numero di rifugiati reinsediati negli Usa a un valore in linea con gli ultimi vent’anni, anche se ancora lontano rispetto ai circa 100.000 l’anno ammessi negli anni Novanta.
🇺🇸 Tanto, o non abbastanza?
Così gli USA torneranno il primo paese al mondo per rifugiati reinsediati. Un record detenuto per quarant’anni, prima che Trump lo interrompesse, e che fa impallidire l’Unione europea: i reinsediati nei paesi UE sono stati 20.000 nel 2019, prima della pandemia, e solo 5.000 l’anno tra il 2000 e il 2015.
Certo, anche così cambierà poco: rifugiati e richiedenti asilo nel mondo sono 30 milioni, e almeno 2 milioni sono persone vulnerabili che dovrebbero essere reinsediate con urgenza. Il mondo, invece, ne accoglie solo 80.000 l’anno. Quello di Biden è un segnale in questo periodo difficile, ma pur sempre una goccia nel mare.
💣 Alta tensione
Fino a pochi giorni fa non era chiaro se la Casa Bianca avrebbe alzato l’asticella. Anche perché il fortissimo aumento di minori non accompagnati alla frontiera con il Messico genera grandi pressioni sull’amministrazione. Pressioni tecniche: capire come accogliere chi arriva e come riunificare minori e famiglie. Ma anche politiche. Persino tra i democratici, qualcuno si chiede perché aumentare il numero dei rifugiati accolti volontariamente quando i flussi migratori dalla frontiera Sud sono già così elevati.
I dubbi sono conseguenza dell’estrema polarizzazione della politica americana odierna e del precedente creato da Trump. In passato molte amministrazioni, da Clinton a Obama (Dem) passando per i due Bush (Rep), avevano mantenuto un tetto “alto” sull’accoglienza anche a fronte di flussi molto elevati dall’America centrale.
Ma oggi le cose sono cambiate. E per Biden il compito, arduo, sarà quello di trovare un nuovo equilibrio tra accoglienza “democratica” e “America first”.
_Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il primo incontro faccia a faccia dei ministri del G7 dopo due anni. Su_ ispionline.it
📈 Accordo raggiunto
Alla fine, Biden si è convinto: dopo mesi di annunci e ripensamenti, ieri la Casa Bianca ha quadruplicato il tetto annuale dei reinsediamenti – le ammissioni negli Usa di rifugiati già presenti in paesi terzi – portandolo da 15.000 a 62.500.
È una svolta rispetto a Trump: era stato lui ad abbassare il tetto al suo minimo di sempre (il programma è stato creato nel 1980). La decisione dovrebbe riportare il numero di rifugiati reinsediati negli Usa a un valore in linea con gli ultimi vent’anni, anche se ancora lontano rispetto ai circa 100.000 l’anno ammessi negli anni Novanta.
🇺🇸 Tanto, o non abbastanza?
Così gli USA torneranno il primo paese al mondo per rifugiati reinsediati. Un record detenuto per quarant’anni, prima che Trump lo interrompesse, e che fa impallidire l’Unione europea: i reinsediati nei paesi UE sono stati 20.000 nel 2019, prima della pandemia, e solo 5.000 l’anno tra il 2000 e il 2015.
Certo, anche così cambierà poco: rifugiati e richiedenti asilo nel mondo sono 30 milioni, e almeno 2 milioni sono persone vulnerabili che dovrebbero essere reinsediate con urgenza. Il mondo, invece, ne accoglie solo 80.000 l’anno. Quello di Biden è un segnale in questo periodo difficile, ma pur sempre una goccia nel mare.
💣 Alta tensione
Fino a pochi giorni fa non era chiaro se la Casa Bianca avrebbe alzato l’asticella. Anche perché il fortissimo aumento di minori non accompagnati alla frontiera con il Messico genera grandi pressioni sull’amministrazione. Pressioni tecniche: capire come accogliere chi arriva e come riunificare minori e famiglie. Ma anche politiche. Persino tra i democratici, qualcuno si chiede perché aumentare il numero dei rifugiati accolti volontariamente quando i flussi migratori dalla frontiera Sud sono già così elevati.
I dubbi sono conseguenza dell’estrema polarizzazione della politica americana odierna e del precedente creato da Trump. In passato molte amministrazioni, da Clinton a Obama (Dem) passando per i due Bush (Rep), avevano mantenuto un tetto “alto” sull’accoglienza anche a fronte di flussi molto elevati dall’America centrale.
Ma oggi le cose sono cambiate. E per Biden il compito, arduo, sarà quello di trovare un nuovo equilibrio tra accoglienza “democratica” e “America first”.
_Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il primo incontro faccia a faccia dei ministri del G7 dopo due anni. Su_ ispionline.it
🌍 ISRAELE: BYE BYE NETANYAHU?
⏰ Tempo scaduto
Ci ha provato per 28 giorni, ma alla fine ha dovuto desistere: dopo le elezioni di marzo, Netanyahu questa volta non è riuscito a formare un nuovo governo. Al potere per 12 anni, malgrado le inchieste per corruzione e l’odio degli ex alleati “traditi”, Bibi potrebbe dover scendere dal trono dopo un periodo di crescente instabilità politica (siamo alle quarte elezioni in 2 anni).
Poco fa il presidente israeliano Rivlin ha dato mandato di formare un governo a Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il principale partito di opposizione.
🗳️ Alle urne... again?
Insomma, né il “modello Israele” sulle vaccinazioni (62% della popolazione vaccinata a fine marzo), né la tenuta dell’economia hanno tenuto in sella Natanyahu. E ora il futuro per lui si fa meno roseo: il processo per corruzione a suo carico sta entrando nella sua fase calda, e una condanna gli impedirebbe di ripresentarsi in caso di nuove elezioni.
Elezioni che, ancora una volta, potrebbero non essere lontane. Anche con il mandato esplorativo di Lapid, l’esito del negoziato per formare un governo non sarebbe scontato. L’opposizione è spaccata, tenuta insieme solo dal “rifiuto” per Netanyahu. Con Bibi fuori dai giochi, un “governo delle opposizioni” (sempre che riesca a partire) rischierebbe di avere vita breve.
🤷♀️ Senza leader
Per la prima volta da oltre un decennio Israele rischia dunque di ritrovarsi senza un leader forte. Un’assenza che riporterebbe in primo piano le fratture interne: nell’attuale Parlamento servono almeno quattro partiti per una maggioranza e, senza il Likud di Netanyahu, ne servirebbero addirittura sette.
Tutto accade in una fase delicata per il paese: da un lato c’è la necessità di trovare un nuovo equilibrio con Washington (meno disposta a concedere vittorie anche simboliche a Israele), dall’altro la volontà di proseguire nelle normalizzazioni e conquistare nuovi alleati tra i paesi arabi della regione (ma questa volta senza l’aiuto di Trump). Senza contare i “vecchi problemi” che ritornano: il riaccendersi delle tensioni con i palestinesi e l’ostilità con l’Iran.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Cina, si cambia. Su ispionline.it
⏰ Tempo scaduto
Ci ha provato per 28 giorni, ma alla fine ha dovuto desistere: dopo le elezioni di marzo, Netanyahu questa volta non è riuscito a formare un nuovo governo. Al potere per 12 anni, malgrado le inchieste per corruzione e l’odio degli ex alleati “traditi”, Bibi potrebbe dover scendere dal trono dopo un periodo di crescente instabilità politica (siamo alle quarte elezioni in 2 anni).
Poco fa il presidente israeliano Rivlin ha dato mandato di formare un governo a Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il principale partito di opposizione.
🗳️ Alle urne... again?
Insomma, né il “modello Israele” sulle vaccinazioni (62% della popolazione vaccinata a fine marzo), né la tenuta dell’economia hanno tenuto in sella Natanyahu. E ora il futuro per lui si fa meno roseo: il processo per corruzione a suo carico sta entrando nella sua fase calda, e una condanna gli impedirebbe di ripresentarsi in caso di nuove elezioni.
Elezioni che, ancora una volta, potrebbero non essere lontane. Anche con il mandato esplorativo di Lapid, l’esito del negoziato per formare un governo non sarebbe scontato. L’opposizione è spaccata, tenuta insieme solo dal “rifiuto” per Netanyahu. Con Bibi fuori dai giochi, un “governo delle opposizioni” (sempre che riesca a partire) rischierebbe di avere vita breve.
🤷♀️ Senza leader
Per la prima volta da oltre un decennio Israele rischia dunque di ritrovarsi senza un leader forte. Un’assenza che riporterebbe in primo piano le fratture interne: nell’attuale Parlamento servono almeno quattro partiti per una maggioranza e, senza il Likud di Netanyahu, ne servirebbero addirittura sette.
Tutto accade in una fase delicata per il paese: da un lato c’è la necessità di trovare un nuovo equilibrio con Washington (meno disposta a concedere vittorie anche simboliche a Israele), dall’altro la volontà di proseguire nelle normalizzazioni e conquistare nuovi alleati tra i paesi arabi della regione (ma questa volta senza l’aiuto di Trump). Senza contare i “vecchi problemi” che ritornano: il riaccendersi delle tensioni con i palestinesi e l’ostilità con l’Iran.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Cina, si cambia. Su ispionline.it
🌍 FACEBOOK-TRUMP: AVANTI IL PROSSIMO?
⛔ Diritto di censura
L’Oversight Board, il “tribunale etico” di Facebook, ha dichiarato legittima la decisione dell’azienda di sospendere i profili di Donald Trump. Ma ha anche definito “non appropriata” la sospensione a tempo indefinito: ogni ban sulle persone e non sui contenuti dovrebbe avere precisi limiti di tempo.
Una scelta che riaccende il dibattito sulla censura in rete, ma soprattutto su chi detenga il diritto di stabilire se una dichiarazione di un personaggio pubblico – specie se di un politico – sia appropriata: un’azienda privata, lo Stato, o gli elettori.
👮 Privati e no
“Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. La massima di Evelyn B. Hall è sempre stata un baluardo della Rete. E, in democrazia, vale ancora di più per i personaggi politici. Già oggi Facebook e Twitter prevedono per loro regole più lasche rispetto ai cittadini comuni.
Eppure Trump, esprimendo il suo sostegno ai manifestanti di Capitol Hill di gennaio, è caduto nelle “maglie” della censura dei social media. E persino Bernie Sanders, suo strenuo oppositore, ha confessato di sentirsi a disagio per il fatto che “un manipolo di cittadini high-tech" possa silenziare un ex Presidente.
Che la decisione di ieri arrivi da un Board interno all’azienda e non da un tribunale chiarisce quanto i confini tra privato e pubblico siano diventati labili. Ma anche quelli tra nazionale e internazionale, visto che i grandi social media del “mondo libero” sono soprattutto americani.
🥊 Sotto a chi tocca
Prima di Trump, Facebook aveva già rimosso molti contenuti “problematici” da molti angoli del mondo, ricevendo critiche tra gli altri dai militari thailandesi e dalla giunta del Myanmar. L’azienda sostiene di aver rimosso oltre 1,3 miliardi di profili fake e 12 milioni di notizie false su Covid negli ultimi tre mesi del 2020, e di avere 35.000 persone assunte al solo scopo di monitorare i contenuti.
Adesso ci si chiede: chi arriverà dopo Trump? Bolsonaro, il presidente brasiliano che ha definito Covid “un’influenzina”? O Duterte, il presidente filippino secondo cui gli spacciatori “andrebbero uccisi”?
Non ci sono risposte facili. Ma il dibattito è benvenuto: specie in democrazia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: gli USA di Biden favorevoli a sospendere i brevetti sui vaccini. Su ispionline.it
⛔ Diritto di censura
L’Oversight Board, il “tribunale etico” di Facebook, ha dichiarato legittima la decisione dell’azienda di sospendere i profili di Donald Trump. Ma ha anche definito “non appropriata” la sospensione a tempo indefinito: ogni ban sulle persone e non sui contenuti dovrebbe avere precisi limiti di tempo.
Una scelta che riaccende il dibattito sulla censura in rete, ma soprattutto su chi detenga il diritto di stabilire se una dichiarazione di un personaggio pubblico – specie se di un politico – sia appropriata: un’azienda privata, lo Stato, o gli elettori.
👮 Privati e no
“Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. La massima di Evelyn B. Hall è sempre stata un baluardo della Rete. E, in democrazia, vale ancora di più per i personaggi politici. Già oggi Facebook e Twitter prevedono per loro regole più lasche rispetto ai cittadini comuni.
Eppure Trump, esprimendo il suo sostegno ai manifestanti di Capitol Hill di gennaio, è caduto nelle “maglie” della censura dei social media. E persino Bernie Sanders, suo strenuo oppositore, ha confessato di sentirsi a disagio per il fatto che “un manipolo di cittadini high-tech" possa silenziare un ex Presidente.
Che la decisione di ieri arrivi da un Board interno all’azienda e non da un tribunale chiarisce quanto i confini tra privato e pubblico siano diventati labili. Ma anche quelli tra nazionale e internazionale, visto che i grandi social media del “mondo libero” sono soprattutto americani.
🥊 Sotto a chi tocca
Prima di Trump, Facebook aveva già rimosso molti contenuti “problematici” da molti angoli del mondo, ricevendo critiche tra gli altri dai militari thailandesi e dalla giunta del Myanmar. L’azienda sostiene di aver rimosso oltre 1,3 miliardi di profili fake e 12 milioni di notizie false su Covid negli ultimi tre mesi del 2020, e di avere 35.000 persone assunte al solo scopo di monitorare i contenuti.
Adesso ci si chiede: chi arriverà dopo Trump? Bolsonaro, il presidente brasiliano che ha definito Covid “un’influenzina”? O Duterte, il presidente filippino secondo cui gli spacciatori “andrebbero uccisi”?
Non ci sono risposte facili. Ma il dibattito è benvenuto: specie in democrazia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: gli USA di Biden favorevoli a sospendere i brevetti sui vaccini. Su ispionline.it
🌍 BREVETTI VACCINI: MERKEL NON CI STA
⛔ Il muro di Berlino
Mercoledì la Casa Bianca si è detta favorevole alla sospensione dei brevetti sui vaccini. L’annuncio a sorpresa ha spiazzato la Commissione europea (nota per la sua contrarietà), che è corsa subito ai ripari dichiarandosi possibilista. A stretto giro si è levata anche la voce di Angela Merkel, fortemente critica.
La svolta americana arriva dopo l’appello lanciato a Biden da 175 tra premi Nobel e grandi leader politici perché sospendesse i brevetti Usa. E già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una petizione simile: da allora i paesi firmatari hanno superato i 60.
💉 “Campanilismo vaccinale”...
“Le circostanze straordinarie della pandemia richiedono misure straordinarie”. Così gli Usa, strenui difensori della proprietà intellettuale, hanno annunciato il cambio di rotta. Il no tedesco è tanto più rilevante perché Usa e Germania sono “partner” nella joint venture tra Pfizer e BioNTech, grandi produttori di vaccini anti-Covid.
OItre a Pfizer, per Biden ci sono in ballo anche i vaccini “americani” di Moderna e Johnson & Johnson. Ma potrebbe essere anche l’occasione per recuperare quel soft power perduto dopo che per mesi Biden ha proseguito nel solco di “America first”: prima vacciniamo i nostri cittadini, poi pensiamo agli altri. Non è un caso che l’annuncio arrivi solo ora che il 44% degli americani ha già ricevuto la prima dose (contro il 26% degli europei).
⚔ ... o specchietto per le allodole?
Le ragioni delle diffidenze di Merkel e Ue sono molte. Solo martedì, Pfizer aveva annunciato profitti per 7 miliardi di dollari nel 2021, trainati dal vaccino. Ma con la sospensione dei brevetti i profitti potrebbero crollare, scoraggiando nuovi investimenti per adattare i vaccini alle varianti.
Difficile inoltre che nel breve periodo la sospensione dei brevetti faccia aumentare molto la produzione, perché per fabbricare nuovi ingredienti per i vaccini occorreranno diversi mesi. Al contrario, potrebbe crescere il rischio che una maggiore circolazione di “imitazioni scadenti” renda tutti più diffidenti verso i vaccini.
Sarà proprio la “questione brevetti” a porre fine alla luna di miele tra il nuovo presidente Usa e l’Europa?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Uk-Francia, la “guerra della pesca” nella Manica. Su ispionline.it
⛔ Il muro di Berlino
Mercoledì la Casa Bianca si è detta favorevole alla sospensione dei brevetti sui vaccini. L’annuncio a sorpresa ha spiazzato la Commissione europea (nota per la sua contrarietà), che è corsa subito ai ripari dichiarandosi possibilista. A stretto giro si è levata anche la voce di Angela Merkel, fortemente critica.
La svolta americana arriva dopo l’appello lanciato a Biden da 175 tra premi Nobel e grandi leader politici perché sospendesse i brevetti Usa. E già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una petizione simile: da allora i paesi firmatari hanno superato i 60.
💉 “Campanilismo vaccinale”...
“Le circostanze straordinarie della pandemia richiedono misure straordinarie”. Così gli Usa, strenui difensori della proprietà intellettuale, hanno annunciato il cambio di rotta. Il no tedesco è tanto più rilevante perché Usa e Germania sono “partner” nella joint venture tra Pfizer e BioNTech, grandi produttori di vaccini anti-Covid.
OItre a Pfizer, per Biden ci sono in ballo anche i vaccini “americani” di Moderna e Johnson & Johnson. Ma potrebbe essere anche l’occasione per recuperare quel soft power perduto dopo che per mesi Biden ha proseguito nel solco di “America first”: prima vacciniamo i nostri cittadini, poi pensiamo agli altri. Non è un caso che l’annuncio arrivi solo ora che il 44% degli americani ha già ricevuto la prima dose (contro il 26% degli europei).
⚔ ... o specchietto per le allodole?
Le ragioni delle diffidenze di Merkel e Ue sono molte. Solo martedì, Pfizer aveva annunciato profitti per 7 miliardi di dollari nel 2021, trainati dal vaccino. Ma con la sospensione dei brevetti i profitti potrebbero crollare, scoraggiando nuovi investimenti per adattare i vaccini alle varianti.
Difficile inoltre che nel breve periodo la sospensione dei brevetti faccia aumentare molto la produzione, perché per fabbricare nuovi ingredienti per i vaccini occorreranno diversi mesi. Al contrario, potrebbe crescere il rischio che una maggiore circolazione di “imitazioni scadenti” renda tutti più diffidenti verso i vaccini.
Sarà proprio la “questione brevetti” a porre fine alla luna di miele tra il nuovo presidente Usa e l’Europa?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Uk-Francia, la “guerra della pesca” nella Manica. Su ispionline.it
🌍 LA GERUSALEMME CONTESA
🇮🇱🇵🇸 Il muro del pianto
Riesplode la tensione a Gerusalemme. Si protesta per il possibile sfratto di 70 famiglie palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, a cui oggi si è sommato l’annuncio di una marcia della destra nazionalista ebraica, poi cancellata. Intanto, il tentativo di sgombero della Spianata delle Moschee ha causato centinaia di feriti tra i manifestanti palestinesi e 20 tra i poliziotti.
È la seconda volta in un mese che le tensioni si riaccendono nella Città Santa. Ad aprile, scontri tra israeliani di estrema destra e palestinesi erano finiti con almeno 100 feriti. Intanto, poco fa, da Gaza Hamas ha cominciato a lanciare razzi su Gerusalemme. Non accadeva dal 2014.
💥 Un conflitto “scongelato”
Israele ha di fatto annesso Gerusalemme Est nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale e tantomeno dai palestinesi, che la vorrebbero come capitale. Da allora, le tensioni in quella parte della città non si sono più fermate (riesplodendo già nel 2017 quando Trump decise di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele).
Per capire – almeno in parte – le ragioni delle proteste è importante sapere che sebbene circa il 60% della popolazione di Gerusalemme Est sia palestinese, dal 1991 i palestinesi hanno ricevuto solo circa il 30% dei permessi di costruzione. Il resto è andato agli israeliani.
🏳️ Vuoti a perdere
Certo, anche il contesto pesa: decenni di battaglie sui diritti di proprietà dentro Gerusalemme, insediamenti israeliani in Cisgiordania in continua crescita. Ma, soprattutto, leadership sempre più fragili: in Israele quattro elezioni in tre anni non hanno ancora dato un governo stabile al paese; nei territori palestinesi non si vota invece da quindici anni.
Il paese campione nella lotta al Covid vede così infiammarsi la violenza e rischia una nuova intifada: scenario che non si può escludere nell'attuale vuoto di potere. Un vuoto, questo, anche internazionale: se Usa e Ue hanno espresso preoccupazione, nessuno sembra intenzionato a intervenire.
Ma questa volta a pesare è anche il silenzio arabo dei paesi che hanno normalizzato le relazioni con Israele. Senza ottenere in cambio reali progressi sulla questione palestinese, che riesplode oggi in tutta la sua urgenza.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se la Scozia ora vuole l’indipendenza. Su ispionline.it
🇮🇱🇵🇸 Il muro del pianto
Riesplode la tensione a Gerusalemme. Si protesta per il possibile sfratto di 70 famiglie palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, a cui oggi si è sommato l’annuncio di una marcia della destra nazionalista ebraica, poi cancellata. Intanto, il tentativo di sgombero della Spianata delle Moschee ha causato centinaia di feriti tra i manifestanti palestinesi e 20 tra i poliziotti.
È la seconda volta in un mese che le tensioni si riaccendono nella Città Santa. Ad aprile, scontri tra israeliani di estrema destra e palestinesi erano finiti con almeno 100 feriti. Intanto, poco fa, da Gaza Hamas ha cominciato a lanciare razzi su Gerusalemme. Non accadeva dal 2014.
💥 Un conflitto “scongelato”
Israele ha di fatto annesso Gerusalemme Est nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale e tantomeno dai palestinesi, che la vorrebbero come capitale. Da allora, le tensioni in quella parte della città non si sono più fermate (riesplodendo già nel 2017 quando Trump decise di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele).
Per capire – almeno in parte – le ragioni delle proteste è importante sapere che sebbene circa il 60% della popolazione di Gerusalemme Est sia palestinese, dal 1991 i palestinesi hanno ricevuto solo circa il 30% dei permessi di costruzione. Il resto è andato agli israeliani.
🏳️ Vuoti a perdere
Certo, anche il contesto pesa: decenni di battaglie sui diritti di proprietà dentro Gerusalemme, insediamenti israeliani in Cisgiordania in continua crescita. Ma, soprattutto, leadership sempre più fragili: in Israele quattro elezioni in tre anni non hanno ancora dato un governo stabile al paese; nei territori palestinesi non si vota invece da quindici anni.
Il paese campione nella lotta al Covid vede così infiammarsi la violenza e rischia una nuova intifada: scenario che non si può escludere nell'attuale vuoto di potere. Un vuoto, questo, anche internazionale: se Usa e Ue hanno espresso preoccupazione, nessuno sembra intenzionato a intervenire.
Ma questa volta a pesare è anche il silenzio arabo dei paesi che hanno normalizzato le relazioni con Israele. Senza ottenere in cambio reali progressi sulla questione palestinese, che riesplode oggi in tutta la sua urgenza.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se la Scozia ora vuole l’indipendenza. Su ispionline.it
🌎 USA: A SECCO PER COLPA DEGLI HACKER
👾 Realtà virtuale
Digitale, ma con effetti più che reali. Il cyberattacco di venerdì scorso ai danni della Colonial Pipeline rischia di mandare in tilt la fornitura di carburanti in buona parte degli Usa. L'azienda gestisce da sola (o quasi) il più grande sistema di oleodotti statunitense, responsabile del trasporto del petrolio raffinato dal Texas verso l’est e il sudest del paese.
L’attacco, proveniente dal territorio russo, era un ransomware: un software che blocca l’accesso ai sistemi informatici e chiede un riscatto in denaro. Colonial Pipelines non prevede di ripristinare l’oleodotto prima di sabato, e Biden ha quindi dovuto dichiarare lo stato di emergenza in 17 stati americani.
📉 Se basta un click
Circa il 45% del combustibile consumato dagli stati della East Coast americana passa per il sistema di oleodotti della Colonial Pipelines, a ragione considerato una infrastruttura critica. 5.500 km di tubi per 2,5 milioni di barili di prodotti petroliferi al giorno.
Già nel 2016 l’oleodotto era stato chiuso per uno sversamento: i disagi erano durati alcune settimane, causando la più forte carenza di carburanti dalla crisi energetica del 1973 (anche se di breve durata).
Oggi è stato “sufficiente” un attacco cyber per fermare le forniture. Negli stati colpiti i prezzi dell’energia, già in crescita, potrebbero schizzare alle stelle, e parte del paese rischia di dover razionare le forniture mettendo mano anche alle scorte strategiche.
🥷 “Gentiluomini” e no
“Il nostro obiettivo è quello di fare soldi e non di creare problemi alla società”. È la dichiarazione ufficiale di DarkSide, il gruppo russo responsabile dell’attacco. Al momento la versione, confermata dall’FBI, sembra convincente.
Ma l’attacco espone agli occhi del mondo quanto facilmente le infrastrutture critiche possano essere “bucate”, non solo negli USA. E dà la misura di quanto rapidamente attacchi cyber ostili (e relativamente poco costosi) possano mettere in ginocchio persino la prima superpotenza e maggiore produttore di petrolio al mondo.
Messaggio molto poco rassicurante, specie in questo periodo di “alta tensione” tra grandi potenze: il futuro della guerra “a distanza” potrebbe essere già cominciato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: lampi di guerra tra Israele e Gaza. Su ispionline.it
👾 Realtà virtuale
Digitale, ma con effetti più che reali. Il cyberattacco di venerdì scorso ai danni della Colonial Pipeline rischia di mandare in tilt la fornitura di carburanti in buona parte degli Usa. L'azienda gestisce da sola (o quasi) il più grande sistema di oleodotti statunitense, responsabile del trasporto del petrolio raffinato dal Texas verso l’est e il sudest del paese.
L’attacco, proveniente dal territorio russo, era un ransomware: un software che blocca l’accesso ai sistemi informatici e chiede un riscatto in denaro. Colonial Pipelines non prevede di ripristinare l’oleodotto prima di sabato, e Biden ha quindi dovuto dichiarare lo stato di emergenza in 17 stati americani.
📉 Se basta un click
Circa il 45% del combustibile consumato dagli stati della East Coast americana passa per il sistema di oleodotti della Colonial Pipelines, a ragione considerato una infrastruttura critica. 5.500 km di tubi per 2,5 milioni di barili di prodotti petroliferi al giorno.
Già nel 2016 l’oleodotto era stato chiuso per uno sversamento: i disagi erano durati alcune settimane, causando la più forte carenza di carburanti dalla crisi energetica del 1973 (anche se di breve durata).
Oggi è stato “sufficiente” un attacco cyber per fermare le forniture. Negli stati colpiti i prezzi dell’energia, già in crescita, potrebbero schizzare alle stelle, e parte del paese rischia di dover razionare le forniture mettendo mano anche alle scorte strategiche.
🥷 “Gentiluomini” e no
“Il nostro obiettivo è quello di fare soldi e non di creare problemi alla società”. È la dichiarazione ufficiale di DarkSide, il gruppo russo responsabile dell’attacco. Al momento la versione, confermata dall’FBI, sembra convincente.
Ma l’attacco espone agli occhi del mondo quanto facilmente le infrastrutture critiche possano essere “bucate”, non solo negli USA. E dà la misura di quanto rapidamente attacchi cyber ostili (e relativamente poco costosi) possano mettere in ginocchio persino la prima superpotenza e maggiore produttore di petrolio al mondo.
Messaggio molto poco rassicurante, specie in questo periodo di “alta tensione” tra grandi potenze: il futuro della guerra “a distanza” potrebbe essere già cominciato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: lampi di guerra tra Israele e Gaza. Su ispionline.it
🌍 ISRAELE: BYE BYE ABRAMO?
💥 Pioggia di fuoco
I bombardamenti israeliani su Gaza uccidono almeno 53 persone. Più di 1.000 razzi partiti da Gaza verso il territorio israeliano causano 6 vittime. La popolazione araba di Israele è in rivolta. È la peggiore escalation del conflitto israelo-palestinese dal 2014.
Cosa sta succedendo? Dopo i disordini a Gerusalemme dei giorni scorsi, la situazione è precipitata rapidamente. Israele ha già richiamato in servizio 5.000 riservisti e confermato che la campagna aerea continuerà. E dire che fino all’anno scorso il conflitto sembrava quasi dimenticato, e la questione palestinese rimossa dalle relazioni tra Israele e il mondo arabo, in netto miglioramento.
🇺🇸 Accordi di Abramo: alba..
“L’alba di un nuovo Medio Oriente”. Così a settembre Trump aveva definito gli “accordi di Abramo”, la serie di normalizzazioni diplomatiche tra Israele e alcuni paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco). Fino a quel momento solo Egitto (1979) e Giordania (1994) avevano firmato accordi di pace con Tel Aviv.
Certo, nessuno dei quattro paesi coinvolti negli accordi era mai stato in guerra con Israele, e per convincerli a ripristinare le relazioni diplomatiche Trump aveva dovuto promettere qualcosa a ciascuno, tra armi e concessioni. Ma quella del 2020 sembrava veramente una svolta.
Adesso però il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese rischia di rimettere tutto in discussione.
🌅 .. o tramonto?
Prima delle violenze, per Israele le cose si erano già complicate. Sul processo di pace Biden si è subito mostrato tiepido: è il primo presidente Usa in trent’anni a non aver promesso una svolta rapida, e rispetto a Trump ha assunto una posizione più equidistante. Intanto Israele vive un periodo di forte instabilità politica, con Netanyahu (ora premier a interim) che rischia di dover lasciare la guida del paese.
Adesso tre dei quattro paesi degli “accordi di Abramo” (Emirati, Bahrain e Marocco) hanno apertamente condannato gli scontri. E negli Stati Uniti cresce la pressione all'interno del partito democratico perché Washington intervenga a contenere le azioni israeliane.
Per Trump, le normalizzazioni dell’anno scorso avrebbero dovuto essere il preludio all’”accordo del secolo”. Invece rischiano di essere solo una parentesi di “quiete” prima della tempesta.
Domani alle 18 l’evento ISPI “Gerusalemme ferita: tensioni senza fine”: https://www.ispionline.it/gerusalemmeferita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se sui migranti l’Europa non c’è. Su ispionline.it
💥 Pioggia di fuoco
I bombardamenti israeliani su Gaza uccidono almeno 53 persone. Più di 1.000 razzi partiti da Gaza verso il territorio israeliano causano 6 vittime. La popolazione araba di Israele è in rivolta. È la peggiore escalation del conflitto israelo-palestinese dal 2014.
Cosa sta succedendo? Dopo i disordini a Gerusalemme dei giorni scorsi, la situazione è precipitata rapidamente. Israele ha già richiamato in servizio 5.000 riservisti e confermato che la campagna aerea continuerà. E dire che fino all’anno scorso il conflitto sembrava quasi dimenticato, e la questione palestinese rimossa dalle relazioni tra Israele e il mondo arabo, in netto miglioramento.
🇺🇸 Accordi di Abramo: alba..
“L’alba di un nuovo Medio Oriente”. Così a settembre Trump aveva definito gli “accordi di Abramo”, la serie di normalizzazioni diplomatiche tra Israele e alcuni paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco). Fino a quel momento solo Egitto (1979) e Giordania (1994) avevano firmato accordi di pace con Tel Aviv.
Certo, nessuno dei quattro paesi coinvolti negli accordi era mai stato in guerra con Israele, e per convincerli a ripristinare le relazioni diplomatiche Trump aveva dovuto promettere qualcosa a ciascuno, tra armi e concessioni. Ma quella del 2020 sembrava veramente una svolta.
Adesso però il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese rischia di rimettere tutto in discussione.
🌅 .. o tramonto?
Prima delle violenze, per Israele le cose si erano già complicate. Sul processo di pace Biden si è subito mostrato tiepido: è il primo presidente Usa in trent’anni a non aver promesso una svolta rapida, e rispetto a Trump ha assunto una posizione più equidistante. Intanto Israele vive un periodo di forte instabilità politica, con Netanyahu (ora premier a interim) che rischia di dover lasciare la guida del paese.
Adesso tre dei quattro paesi degli “accordi di Abramo” (Emirati, Bahrain e Marocco) hanno apertamente condannato gli scontri. E negli Stati Uniti cresce la pressione all'interno del partito democratico perché Washington intervenga a contenere le azioni israeliane.
Per Trump, le normalizzazioni dell’anno scorso avrebbero dovuto essere il preludio all’”accordo del secolo”. Invece rischiano di essere solo una parentesi di “quiete” prima della tempesta.
Domani alle 18 l’evento ISPI “Gerusalemme ferita: tensioni senza fine”: https://www.ispionline.it/gerusalemmeferita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: se sui migranti l’Europa non c’è. Su ispionline.it