ISPI - Geopolitica
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🌎 TASSI DI INTERESSE: CORSA AL RIALZO

✈️ Giro del mondo in 90 tassi
La Federal Reserve chiama, il resto del mondo risponde. Due giorni dopo il terzo rialzo consecutivo dei tassi di interesse americani da 75 punti base, le banche centrali europee hanno seguito l’esempio. Ieri, la Banca d'Inghilterra e quella di Norvegia hanno alzato i tassi di mezzo punto, portandoli al 2,25%. E con il rialzo in Svizzera finisce l’era dei tassi sottozero nel Vecchio Continente.
Ma anche alcuni dei partner commerciali asiatici (Indonesia, Taiwan, Filippine) e il Sudafrica hanno ritoccato verso l’alto i loro tassi per evitare una fuga di capitali e un’eccessiva svalutazione delle loro valute. Complessivamente nel 2022, le 23 principali banche centrali del mondo hanno alzato i loro tassi più di 90 volte. E chi non lo fa rischia.

🗻Tokyo drift
In Giappone, il tasso di inflazione ad agosto è stato del 3%. Ben lontano dalla doppia cifra che si sfiora nelle altri maggiori economie al mondo. La Banca Centrale ha quindi finora deciso di mantenere la sua politica di tassi d'interesse ultra-ribassati. Ma così facendo ha contributo a fare dello yen la valuta meno performante quest’anno tra le principali economie avanzate. Il suo valore rispetto al dollaro è crollato del 20%, ai minimi degli ultimi 24 anni.
Era il 1998, il Paese era nel pieno della crisi finanziaria asiatica e il governo decise di intervenire sui mercati valutari vendendo 42 miliardi di dollari per sostenere lo yen. Uno scenario che si è ripetuto per la prima volta (senza rendere noto l’ammontare venduto) proprio ieri.

🦊 Quanta fretta dove corri
Rispetto al passato, le banche centrali stanno agendo con una serie inedita di aumenti consecutivi per evitare il radicamento dell’inflazione nell’economia. La cosiddetta "sindrome Argentina” che costringe la sua Banca Centrale ad aumenti dei tassi come quello della scorsa settimana: 550 punti, 7 volte l’ultimo aumento della FED.
Ma gli strumenti di politica monetaria sono per loro natura lenti a dare i loro effetti. Guardando ai tassi di inflazione americani degli ultimi 100 anni, mediamente passano 16 mesi prima che una politica monetaria restrittiva riporti i livelli dei prezzi dal loro picco al 2%.
Il rischio è quindi che gli aumenti attuali si dimostrino a posteriori più ampi di quanto fosse necessario per abbattere i prezzi. Rallentando più del dovuto la crescita globale che tende già pericolosamente alla recessione. Quando si fermeranno gli aumenti dei tassi?

🎙 In Iran la morte di una ragazza, arrestata dalla polizia religiosa per aver “indossato male” il velo, ha scatenato le proteste della società civile. Quali saranno le conseguenze? Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-iran-rivolta-36235

👉🇷🇺 Dopo l’annuncio della mobilitazione, in Russia la guerra fa paura. Code alle frontiere, voli esauriti e centri di reclutamento dati alle fiamme. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fuga-dalla-russia-36243
🌏 CINA: DECRESCITA (IN)FELICE

💸 Yuan for all
Oggi la banca centrale cinese ha annunciato l’obbligo di mantenere una riserva di capitale per tutte le banche che “giocano” sui mercati valutari, cioè quelli in cui si scambiano valute diverse. Si tratta di fatto di un dazio (fissato al 20% del valore delle “scommesse”) sulla vendita di valuta estera, che renderà più costoso per gli investitori cinesi scommettere contro la loro stessa moneta. L’obiettivo è sostenere lo yuan sui mercati, dopo che venerdì scorso ha raggiunto il valore più basso da inizio pandemia, scivolando verso i livelli della crisi finanziaria del 2008. E la discesa non sembra arrestarsi.

📉 Crescita consumata
Una svalutazione dal duplice effetto: se da una parte rende più appetibili le esportazioni, dall’altra riduce il potere d’acquisto dei cittadini cinesi. L’opposto del modello di sviluppo che Xi vorrebbe per la sua Cina, basato sui consumi interni di una classe media sempre più ricca. Ma che, se prima della pandemia permetteva all’economia cinese di crescere tra il 6 e l’8%, nei primi otto mesi di quest’anno ha invece registrato un misero +0,5%.
Non a caso, già nel 2015 e nel 2018, la banca centrale cinese era intervenuta a difesa di yuan e consumi, alzando la riserva di capitale da zero al 20%. Ma, rispetto ad allora, Pechino deve ora fare i conti con l’aggressiva politica monetaria della Fed che (rialzando i tassi molto rapidamente) le “rema contro”.

🇺🇸🇨🇳 Effetto domino
Le esportazioni cinesi “cheap” sono state a lungo il pomo della discordia tra Washington e Pechino. Ma oggi la Casa Bianca sa di non poter chiedere alla Cina miracoli. In fondo quasi tutti i Paesi sono costretti o a seguire i rialzi della Fed, o a subire deprezzamenti (e fughe di capitali). Il Giappone, ad esempio, è dovuto intervenire per sostenere lo yen per la prima volta dal 1998. Una sorte simile è toccata all'India, che per proteggere la rupia sta dando fondo alle sue riserve valutarie. Così Xi, che si avvicina a grandi passi a un Congresso che dovrebbe “santificarlo”, ha le armi spuntate. E, forse proprio per questo, cresce la paranoia di sentirsi esposto agli attacchi dei critici.
Sarà questa la ragione dietro alle notizie di purghe eccellenti?

👉🇮🇹 La vittoria della destra in Italia riflette le mutazioni in corso in Europa. E la crisi prolunga la stagione dei sovranismi nel Vecchio Continente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/leuropa-se-destra-36259
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🌍 REGNO UNITO: DIO SALVI LA STERLINA

💷 Lunedì nero
Sterlina al minimo storico: ieri la valuta britannica è sprofondata a 1,03 dollari, il valore più basso mai registrato dalla decimalizzazione della moneta nel 1971. Nelle ultime ore il pound ha poi recuperato fino a quota 1,08 dollari. Ma il suo calo (-4% da venerdì) resta fra i cinque peggiori delle ultime quattro decadi.
Tanto che i mercati scommettono su un rialzo di emergenza dei tassi di interesse entro una settimana. E questo malgrado siano passati solo cinque giorni dall’ultimo aumento (+0,50%) deciso dalla Bank of England - che mai ha alzato i tassi al di fuori delle riunioni di politica monetaria programmate. Ma se la banca centrale punta a sostenere il pound moderando la domanda, il governo britannico la pensa diversamente.

⚖️ Lady di bronzo
A dare il via al ribasso della sterlina è stato l’annuncio del nuovo governo Truss del più grande taglio delle tasse degli ultimi 50 anni, che cancella l’aumento dell’aliquota sui profitti aziendali e riduce quella sui redditi sopra le 150 mila sterline. Misure tutte a carico delle casse pubbliche, da 45 miliardi di sterline, con cui favorire la produzione di ricchezza di grandi imprese e fasce abbienti, sperando che il ricavato “sgoccioli” sul resto della popolazione.
Da un lato Truss ammicca quindi alle politiche thatcheriane, ma dall’altro rafforza l’interventismo statale contro il caro bollette: congelate per due anni con una spesa da 130 miliardi di sterline per il prossimo biennio. Spesa finanziata, a differenza dal resto d’Europa, non con una tassa sui sovraprofitti energetici ma da nuovo a debito.

🏨 Tutti in Plaza?
Agli annunci di Truss non ha reagito negativamente solo il mercato valutario, ma anche quello dei titoli di Stato. Il rendimento dei bond britannici a 10 anni è volato sopra il 4% per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, con un aumento da 131 punti base che non si vedeva dal 1979. Un trend al rialzo che ha contagiato anche il Vecchio Continente, con aumenti dei rendimenti (e quindi dello spread) in Grecia, Spagna e Italia.
Il dollaro forte sta quindi indebolendo più di un’economia. Come a metà degli anni ‘80, quando, con gli accordi del Plaza, i Paesi dell’allora G5 (USA inclusi) decisero interventi coordinati sul mercato dei cambi per cercare di svalutare la moneta americana. Che la storia si ripeta?

👉🇮🇷 In Iran la protesta innescata dalla morte di Mahsa Amini dilaga in oltre 80 città: e stavolta il pugno di ferro rischia di ritorcersi contro la Repubblica Islamica. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-la-rivoluzione-e-donna-36274
🌎 GAS: FINALE DI PARTITA?

🔎 Giallo nordico
Cali di pressione e fughe di gas nel Mar Baltico: sono ormai tre giorni che il gas fuoriesce dalle condutture di Nord Stream (1 e 2). E, nonostante le forniture russe non attraversino questi gasdotti ormai da settimane, fra i principali sospettati non può mancare il Cremlino.
Sulla scena del crimine, tutte le prove sembrano puntare a un sabotaggio. Peraltro avvenuto in una zona che si trova a pochi chilometri dal nuovo gasdotto Baltic Pipe, che da ieri trasporta gas dalla Norvegia alla Polonia. E costruito proprio in quell’ottica di diversificazione energetica resa inevitabile dall’invasione russa dell’Ucraina.

⚠️ Agli sgoccioli
Certo a Mosca il movente non mancherebbe, anzi. Il Cremlino, le cui forniture di gas all’Europa si sono ridotte di oltre il 75% in un anno, è ormai a corto di idee per mantenere i prezzi elevati. I ricavi giornalieri dalla vendita di gas, che dopo l’invasione avevano viaggiato a una media di 270 milioni di euro al giorno, oggi si avvicinano a quelli pre-crisi (140 milioni, contro i 100 di un tempo). Non sorprende quindi l’ultima dichiarazione di Gazprom, che ieri ha minacciato di tagliare anche i flussi che attraversano l’Ucraina.
Sabotaggio o meno la strategia, anche se forse ancora per poco, paga. Dopo un periodo di deciso calo, stamattina il prezzo del gas al TTF è tornato a superare i 200 €/MWh. Aumentando così nuovamente la pressione sui governi Ue, che quest’anno hanno già stanziato 450 miliardi di euro (oltre il 2,5% del Pil europeo) contro il caro bollette.

❄️ Sotto lo stesso tetto?
Con l'inverno alle porte, cresce il malcontento popolare per una crisi energetica di cui ancora non si intravede la fine. E con questo crescono le pressioni sulle capitali europee. La recente esperienza inglese insegna però che le bollette non si possono “fermare” da sole: l’annuncio di Truss del blocco ai rincari – al costo di 130 miliardi di sterline! – ha spaventato i mercati e fatto schizzare lo spread.
Così si sondano le alternative. Ad oggi sono 15 gli Stati UE che chiedono di introdurre un tetto al prezzo di tutte le importazioni di gas. Una strategia che sarà discussa durante la riunione straordinaria dei ministri dell'energia di venerdì, ma che difficilmente troverà l’unanimità dei 27.
Riuscirà l’Unione a restare unita?

👉 Tra accuse di sabotaggio e nuove interruzioni, i gasdotti Nord Stream 1 e 2 potrebbero risultare inutilizzabili per sempre. Cosa succede? Lo raccontiamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nord-stream-ipotesi-sabotaggio-36286
🌎 USA: SUMMIT PACIFICO CON VISTA SULLA CINA

🏝Visita guidata
Le Isole del Pacifico alla Casa Bianca. Ieri e oggi, Biden ha ricevuto i rappresentanti di 14 nazioni insulari del Pacifico nel primo summit esclusivamente a loro dedicato. Tante le promesse americane. Come lo stanziamento di 860 milioni di dollari in programmi di aiuto allo sviluppo economico (più della metà degli aiuti forniti nella passata decade). A cui si aggiungono gli impegni per rafforzare le reti di comunicazione e i sistemi sanitari locali.
Un cambio di marcia necessario per riaffermare l’interesse americano in una regione dove Pechino sta riempiendo il vuoto diplomatico creato da decenni di disimpegno di Washington. Che quindi è corsa ai ripari con una nuova proposta di partnership e denaro sonante. Accolta positivamente.

🇺🇸🇨🇳 Punto Stati Uniti
Ieri, i leader presenti hanno approvato un comunicato finale da 11 punti in cui la lotta al cambiamento climatico è indicata come massima priorità. Gli Stati Uniti hanno quindi avuto successo esattamente dove la Cina aveva fallito. A maggio, 8 dei Paesi firmatari avevano bocciato la corrispettiva proposta cinese basata sulla creazione di una zona di libero scambio, e il rafforzamento della cooperazione in tema di pesca e sicurezza.
Tra i firmatari ci sono poi anche le Isole Salomone. Non un risultato scontato, visto che fino all’ultimo avevano minacciato di far saltare l’accordo in funzione pro-Cina. E il divieto di accesso ai propri porti alla Guardia Costiera statunitense, stabilito lo scorso mese, sembrava un ulteriore segnale di avvicinamento a Pechino dopo l’accordo di sicurezza tra i due paesi firmato ad aprile.

🚁 Oceano pacifico?
La strategia americana nel Pacifico va ben oltre qualche atollo strategico. Oggi, il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, ha incontrato il suo omologo delle Filippine. Mentre la vicepresidente Kamala Harris ieri era in Giappone, da dove ha annunciato che gli Stati Uniti approfondiranno i legami non ufficiali con Taiwan.
Intanto nello stretto di Formosa la tensione resta alta, con nuove incursioni navali e aree cinesi vicine alle coste taiwanesi. Biden ha espresso la volontà di riassorbire la scossa provocata dalla visita di Pelosi ad agosto. Ma ha anche approvato una vendita di armi a Taipei da 1,1 miliardi di dollari (quanto l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina) e continua a non escludere un intervento americano se Taiwan fosse attaccata.
Anche nel Pacifico, si testano le acque per uno scontro tra potenze. I Paesi della regione saranno costretti a schierarsi?

👉🇬🇷 🇹🇷 Tra Grecia e Turchia è tornata a salire la tensione, e la crisi per le isole dell’Egeo riaccende un faro sul Mediterraneo Orientale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/grecia-turchia-tensione-nel-mediterraneo-orientale-36306
🌍 UE: SENZA ENERGIA

💡C’è chi dice (Berli)no
Il consiglio dei Ministri dell’Energia dell’Unione Europea ha approvato oggi il primo pacchetto di misure emergenziali per contenere l'impennata delle bollette. Negoziato in meno di un mese, comprende risparmi energetici obbligatori, un tetto agli extra ricavi dei produttori di energia elettrica e un'imposta per catturare gli extra profitti delle aziendali fornitrici di combustibili fossili.
Ma è stato escluso il tetto generalizzato al prezzo del gas. Una misura che incontrava il consenso di una maggioranza di Paesi europei, ma che Berlino, Amsterdam e altre capitali europee consideravano troppo divisiva. Così la proposta finisce in una nota informale, che ne sottolinea i rischi.

💰Chi fa da sé…
A Berlino, insomma, un tetto sul gas importato non piace. Con le industrie che si preparano ai razionamenti, e dopo la nazionalizzazione di Uniper (il principale importatore di gas prima della crisi), la Germania teme che imporre un tetto possa scoraggiare i fornitori proprio in un momento in cui il Paese è “affamato” di alternative (pre-crisi, il 55% del gas importato dalla Germania era russo).
Eppure, proprio Berlino sembra del tutto favorevole a un tetto del prezzo nazionale. È di giovedì, infatti, l’annuncio di un colossale “scudo anti-rincari" da 200 miliardi di euro. Una misura che non è piaciuta a molti colleghi europei, che di spazio nel proprio bilancio non ne hanno. E che rischia di avere due conseguenze negative: rivelarsi poco utile, sostenendo i consumi interni e quindi non conservando sufficiente gas per arrivare a fine inverno; e dare un ingiusto vantaggio alle imprese tedesche rispetto a quelle dei partner/competitor europei.

📈.. fa per sé
Insomma, non proprio il gioco di squadra di cui ha bisogno l’Europa. Con una recessione sempre più alle porte e l'inflazione dell'eurozona che a settembre ha raggiunto la doppia cifra (+10%) per la prima volta nella storia della moneta unica, un’Unione disunita rischia di peggiorare ulteriormente le prospettive delle economie dei Paesi più deboli (e indebitati). Come la Slovacchia, che potrebbe entrare in crisi ben prima della fine dell’inverno senza una sostanziale risposta collettiva europea.
Nel frattempo, mercoledì la Commissione UE ha proposto l’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Un pacchetto che, se interamente approvato, includerà anche un tetto al prezzo del petrolio importato da Mosca.
Stiamo ancora correndo dietro alla Russia, invece di anticiparla?

👉🇷🇺 Vladimir Putin annuncia l’annessione dei territori ucraini: “Sono nostri per sempre”. E Kiev risponde chiedendo di entrare nella Nato. Strage di civili a Zaporizhzhia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lanschluss-di-putin-36318
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🌍GOLPE IN BURKINA FASO: LA MANO DI MOSCA?

🪖Di coup in coup

Nuovo colpo di stato in Burkina Faso. Il tenente colonnello Damiba, che lo scorso gennaio aveva deposto il presidente eletto Roch Kabore, è stato a sua volta deposto in un colpo di stato iniziato venerdì e, dopo due giorni di tensione, ha accettato di farsi da parte.
Il nuovo uomo forte è il capitano Ibrahim Traoré. Traoré ha motivato questo nuovo cambio al vertice con l’incapacità del predecessore di far fronte all’estremismo violento nel paese. L’insicurezza, legata al più ampio contesto di attivismo di gruppi islamisti nel Sahel, è in impennata in Burkina Faso: ha causato 2 milioni di sfollati (circa il 10% della popolazione) e la morte di oltre 3000 persone da inizio anno (già un terzo in più rispetto al 2021). Ma Damiba paga anche la sua scelta di alleati internazionali.

🥖Vive la France?
Con la promessa di risolvere la situazione securitaria, Damiba aveva continuato la cooperazione con la Francia. Un legame scomodo nel clima di sempre più diffuso sentimento antifrancese che attraversa la regione. Non a caso, sabato l’ambasciata francese a Ouagadougou è stata presa di mira sull’onda delle voci (senza prove) che la Francia desse protezione a Damiba in una base militare.
Traoré ha detto di volersi rivolgere ad altri partner nella lotta contro il terrorismo. Non cita espressamente la Russia ma il messaggio è chiaro: bandiere russe sono state viste sventolare nelle manifestazioni a sostegno del golpe. Insomma, l’esasperazione per la situazione securitaria e la percezione che chi se ne è occupato finora (alleati occidentali, Francia in testa) non sia la soluzione, è terreno fertile per Mosca.

🇷🇺Tutti i Mali vengono a galla
Non sarebbe la prima volta. Nel vicino Mali, anch’esso teatro negli ultimi due anni di due colpi di stato consecutivi, si è visto un progressivo avvicinamento a Mosca, accelerato dopo il l’annuncio di Macron del ritiro delle truppe francesi a febbraio. Aprendo anche le porte al gruppo militare Wagner. In questo contesto, la rottura tra Parigi e Bamako è stata accompagnata da campagne di disinformazione antifrancese e pro-russa. Nonostante proprio i mercenari di Wagner siano stati accusati di violazione di diritti umani.
Lo strappo di questi giorni apre un momento di incertezza sulla transizione politica di Ouagadougou. Il futuro del Burkina Faso guarda a (nord) est?

👉🇧🇷 Nessun vincitore alle elezioni presidenziali in Brasile: Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 30 ottobre. Ma i conservatori vincono al Congresso e al Senato. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-al-ballottaggio-36339
🌍 GERMANIA, GAS: TRAPPOLA ENERGETICA?

🔌 Berlino è stufa
Vendite record (e sold out) di stufe elettriche. Preoccupati per una possibile crisi energetica invernale, i tedeschi fanno incetta di stufette, registrando un aumento delle vendite del 76% rispetto al 2021. Una soluzione fai-da-te che potrebbe però risultare insostenibile, se allontana il rischio di non avere gas, aumenta quelli di blackout.
Così giovedì scorso Berlino ha annunciato un colossale scudo anti-rincari da 200 miliardi di euro. Una soluzione Made in Germany che ha causato l’ira di molti colleghi europei. L’accusa? Usare l’ampio spazio fiscale del bilancio tedesco per salvare la propria economia, a discapito degli altri.

💰 Morte all’Ue?
Il timore dei governi europei è che i sussidi tedeschi permettano alle aziende di restare aperte più a lungo, rubando quote di mercato ai competitor di altri Paesi costretti a chiudere. Da Berlino si fa notare che parte di questi fondi è già stata spesa (come i 17 miliardi per il salvataggio di Uniper), o stanziati nelle misure annunciate da inizio crisi e che già impegnavano il 2,8% del Pil tedesco.
Ma il mega-pacchetto porterebbe la Germania al primo posto della classifica dei paesi europei che più stanno spendendo contro il caro energia (5% del Pil, contro il 3,3% dell’Italia e il 2,9% della Francia). Strategia peraltro non necessariamente vincente, visto che incentiva una riduzione dei prezzi e non dei consumi. L’unica vera via d’uscita dalla crisi energetica.

🚢 Coperta corta
Una crisi profonda, dunque, in cui l’Europa è precipitata malgrado i ripetuti avvertimenti a ridurre la dipendenza dal gas russo. Anche dopo l'invasione della Crimea nel 2014, infatti, Berlino ha continuato a sostenere la costruzione di Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto che fino a quest’anno pompava gas russo direttamente in Germania.
Non solo: per sopperire alla mancanza di gas russo la Germania è riuscita ad assicurarsi ben 5 navi rigassificatrici (delle circa 70 esistenti al mondo). Due di queste potrebbero essere inaugurate già a fine ottobre, alimentate dalle forniture di GNL dal Qatar. Forniture che Berlino ha preferito contrattare autonomamente, al di fuori dalla strategia di diversificazione Ue.
Insomma, se solo dieci anni fa era la Germania a guidare la spinta a un’Europa unita nella crisi, oggi sembra preferire fare da sola. Sintomo forse di un Paese che si è fatto trovare impreparato?

👉🇬🇧Regno Unito: dopo una settimana di panico sui mercati, Liz Truss fa marcia indietro. Basterà aver ritirato il piano di tagli alle tasse a salvare il suo governo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uk-liz-truss-fa-dietrofront-36347
🌍 OPEC+CAP = BATTAGLIA SUL PETROLIO

🇺🇸 Cap(itan) America
Via libera al price cap sul petrolio russo. Questo è quanto concordato questa mattina dagli ambasciatori dell’Ue nell’accordo raggiunto sull’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Superato quindi il rischio di un veto dell’Ungheria, che ha chiesto e ottenuto l’esenzione dal tetto del greggio importato da Mosca tramite oleodotto.
L’approvazione dei Paesi europei rappresenta un passo fondamentale verso l’introduzione del tetto anche da parte del G7. Che secondo il Tesoro americano potrebbe far risparmiare ai 50 maggiori Paesi emergenti circa 160 miliardi di dollari l'anno di spesa per le importazioni. Ma non viene specificato con quale prezzo massimo si otterrebbe tale risparmio. Non certo un dettaglio, perché proprio da questa scelta dipenderà l’adesione o meno dei Paesi extra G7. Che non stanno però a guardare.

🎢 Saliscendi
L’Opec+, il cartello dei principali produttori di greggio allargato alla Russia, ha oggi invece annunciato un taglio alla produzione di greggio da 2 milioni di barili al giorno (2% delle forniture globali). Il doppio di quanto ipotizzato nelle previsioni della vigilia. Inevitabile quindi che il prezzo del greggio Brent sia di nuovo schizzato sopra quota 90 dollari al barile.
Il cartello ha così già centrato il suo primo obiettivo: rialzare i prezzi del greggio che, di fronte al rallentamento dell’economia globale, erano calati del 25% negli ultimi tre mesi. In più, si è così assicurato una certa capacità produttiva di riserva per compensare eventuali cali della produzione russa. Ma non ci sono solo ragioni economiche dietro un taglio di tali dimensioni.

🗡 For Russia with love
L’annuncio dell’Opec+ arriva nel momento di massima difficoltà militare e non solo per Mosca. Le sue entrate legate alla vendita di idrocarburi hanno toccato il minimo degli ultimi 14 mesi. E sulla sua testa pende la spada di Damocle del tetto al prezzo del petrolio, che rischia di ampliare nuovamente il gap tra il prezzo di vendita del suo standard di riferimento, l’Urals, rispetto al Brent. Proprio quando era tornato sotto quota 30 dollari, come non accadeva da marzo.
Un nuovo aumento dei prezzi energetici è inoltre lo scenario più temuto in una Europa alle prese con livelli di inflazione da record e anche da Biden, che sui prezzi della benzina si gioca le elezioni di midterm.
Non a caso quest’estate si era recato in Arabia Saudita per convincere Riad a non tagliare la produzione. Evidentemente non è stato ascoltato.

👉🇮🇷 In Iran le proteste innescate dalla morte di Mahsa Amini dilagano nelle università e nelle scuole, e il velo è solo la punta dell’iceberg. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-senza-velo-e-senza-paura-36359
🌍 CLIMA: ULTIMA CHIAMATA

🏭 La gatta (da pelare)...
Più aspettiamo a ridurre le emissioni di gas serra, maggiore sarà l’impatto sull’economia. È l’avvertimento lanciato ieri dagli esperti del Fondo monetario internazionale (FMI): il mondo dovrà ridurre le emissioni di almeno il 25% entro il 2030 (rispettando gli Accordi di Parigi) o non solo ci saranno conseguenze di lungo periodo, ma anche immediate e forti sull’economia mondiale.
Certo, con gli Usa sull’orlo della recessione, l’Europa schiacciata dal costo dell'energia e la Cina dalle sue stesse politiche anti-Covid, la tentazione di posticipare le politiche climatiche è oggi più forte che mai. Ed è proprio qui, secondo il FMI, l’errore.

🔥 ...sul tetto che scotta
Troppo tardi, insomma, per una transizione graduale. Oggi occorre un cambiamento rapido, i cui costi dipenderanno dalla velocità della transizione stessa, cioè da quanto rapidamente abbandoneremo carbone, petrolio e gas in favore di fonti più pulite. Un processo oneroso in un mondo che per i suoi consumi di energia fa ancora affidamento per il 77% sui combustibili fossili. Di questi il carbone è al 25%, malgrado le sue emissioni di gas serra siano doppie rispetto a quelle del metano (22% del mix mondiale).
Il ragionamento dell’IMF è semplice: tanto più lenta sarà la transizione, tanto maggiori saranno le tasse ambientali pagate dalle imprese e i sussidi pagati dallo stato per accelerare nel futuro un cambiamento che sinora è stato troppo lento. In soldoni, più debito e meno crescita.

🆘 Policrisi
E se è vero che molto dipenderà dalle scelte politiche dei singoli stati, anche la capacità di coordinarsi e cooperare a livello internazionale sarà fondamentale per raggiungere velocemente la transizione energetica. Non stupiscono dunque gli occhi puntati sul meeting annuale di FMI e Banca mondiale previsto per settimana prossima (dal 10 al 6 ottobre) a Washington.
Per non rischiare di lasciare indietro i più deboli, è fondamentale alleggerire le pressioni finanziarie causate dagli aumenti dei prezzi di cibo, energia e fertilizzanti a seguito dell’invasione Russa dell’Ucraina. Pressioni che hanno messo a dura prova i bilanci delle economie più vulnerabili, portando il 60% dei paesi emergenti ad alto rischio di default. Occorre dunque agire ora per evitare che paesi come Egitto, Tunisia e Pakistan seguano la sorte toccata qualche mese fa allo Sri Lanka. Il tutto senza dimenticare la transizione.
Con metà paesi già in crisi e l’altra metà che rischia l’effetto domino, un rallentamento dell'economia globale sarà inevitabile?

👉 🇪🇺 A Praga si sta svolgendo il primo vertice della Comunità politica europea: 44 leader europei si confrontano su una ‘nuova’ Europa, senza la Russia. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/praga-capitale-delleuropa-allargata-36372
🌍 CRISI DEL GAS: COMPROMESSO IMPOSSIBILE?

↔️ A ciascuno il suo
Giorno due a Praga. Dopo il vertice di ieri della Comunità politica europea, i leader sono oggi rimasti nella capitale ceca per un Consiglio europeo informale. Che già sappiamo non sarà accompagnato dalla tradizionale dichiarazione scritta finale. In questo modo si sono potuti confrontare, ma senza prendere decisioni definitive sul tema del tetto al prezzo del gas, sui cui ancora non c’è accordo. Tutto rimandato (si spera) al prossimo Consiglio europeo del 20 ottobre.
Ognuno vuole lo stesso risultato: gas meno costoso, con il minor danno possibile per le forniture. Ma, per ottenere un tale esito, ci sono almeno due vie differenti, declinate a loro volta in una pletora di proposte, spesso in contraddizione tra di loro.

🥔 Patata bollente
Si può per esempio scegliere di imporre un tetto al prezzo del gas usato per produrre elettricità. Gli acquirenti nazionali continuerebbero ad acquistare gas ai prezzi attuali, ma lo Stato si farebbe carico dell’importo pagato al di sopra del tetto concordato. Una soluzione affine a quella già implementata nella penisola iberica e dalla Germania, che ha i favori della Commissione e dei fornitori esteri (anche perché non intaccherebbe le loro entrate).
C’è però l’opposizione di quei Paesi che non possono permettersi di sovvenzionare le importazioni gravando ulteriormente su bilanci nazionali già provati (nell’ultimo anno sono già stati spesi nell’Ue 500 miliardi di euro contro il caro bollette). Non mancano poi le controindicazioni: questo meccanismo riduce infatti gli incentivi di privati e cittadini a consumare meno gas.

🚂 Saldi autunnali
In alternativa l’Ue può imporre su tutti gli acquisti di gas un tetto, indicizzato al prezzo di gas e petrolio sui mercati internazionali. In questo modo non sarebbero i governi, ma i fornitori esteri a rimetterci, essendo di fatti costretti a uno sconto. Inoltre, Il tetto potrebbe essere fisso o, come proposto da Italia e altri tre Stati membri, dinamico.
Si correrebbe però il rischio di aggravare la crisi di approvvigionamento. La risposta di Mosca sarebbe scontata: chiusura definitiva dei propri rubinetti, che ancora rappresentano il 12% delle importazioni europee. E non tutti i fornitori sarebbero disposti (come invece concesso dalla Norvegia) a vendere gas all’Europa a prezzi ridotti, preferendo rivolgersi a mercati più remunerativi.
Tra questi pro e contro, trovare un compromesso non è compito facile. Ma sarà necessario per evitare che la coesione europea, nata 70 anni fa sul carbone, si frantumi sul gas.

👉 Nobel per la pace 2022 agli antagonisti del regime russo e bielorusso. Mentre sale la tensione tra Mosca e l'Occidente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-nobel-anti-putin-36392

🎧 L'annuncio della premier Liz Truss di una nuova riforma fiscale, con forti tagli delle tasse, ha aperto una crisi di fiducia degli investitori nel Regno Unito che ha colato a picco la sterlina. Cosa è successo e quali conseguenze ci saranno per l’isola? Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-liz-truss-e-la-crisi-regno-unito-36379