GUERRA DEL GAS: SI SALVI CHI PUÒ
🇩🇪 Uni per tutti…
La Germania nazionalizza Uniper, il gigante tedesco del gas. Già a luglio, Scholz aveva annunciato l’ingresso dello stato nel capitale dell’utility tedesca, sull'orlo del fallimento a causa dei prezzi alle stelle. Ma la situazione è peggiorata a tal punto da costringere il governo tedesco a diventare proprietario del 98,5% della società. Con un esborso da circa 9 miliardi di euro, che porta la spesa totale di Berlino per il salvataggio a 17 miliardi.
Ora anche VNG, altro grande importatore tedesco di gas russo, chiede l’aiuto del governo. E, la scorsa settimana, Berlino ha assunto il controllo delle filiali della russa Rosneft in Germania, da cui dipende il 12% della capacità di raffinazione del petrolio del Paese. Insomma, non si tratta di un caso isolato.
🛟 Gas Generation EU
Tra prestiti, salvataggi e nazionalizzazioni, gli aiuti complessivi sborsati dalla Germania nell’ultimo anno per far fronte alla crisi energetica ammontano a 100 miliardi di euro. Considerando tutta l’Unione Europea, questa cifra raggiunge i 450 miliardi euro: più di mezzo Next Generation EU.
12 dei 27 Stati membri hanno finora speso almeno il 2% del proprio PIL in aiuti a famiglie e imprese alle prese con il caro bollette. In quattro Paesi - tra cui l’Italia - la spesa in termini di PIL supera il 3%. E ancora più caro è il conto oltre manica. Nel Regno Unito le misure già annunciate e quelle in preparazione da parte di Truss ammontano infatti a quasi 180 miliardi di euro: il 6,5% del PIL nazionale.
🪖 Opzione di riserva
A prescindere da un accordo (al momento improbabile) sul tetto ai prezzi del gas, difficilmente la spesa dei governi europei diminuirà. La mobilitazione parziale dei riservisti annunciata da Putin in mattinata prospetta tempi ancora più duri per l’energia, magari persino uno scontro totale.
E dire che i prezzi erano in calo da settimane. Così come le entrate russe legate alla vendita di idrocarburi: ad agosto le più basse degli ultimi 14 mesi. Il conseguente minor surplus commerciale (e le spese per la guerra) hanno così ridotto di ben 360 miliardi di rubli l'avanzo di bilancio di 500 miliardi accumulato nei primi sette mesi dell’anno.
Anche per la strategia di Mosca si è accesa la spia rossa della riserva?
👉 📊 Per capire la crisi energetica, le possibili vie di uscita e le alternative al gas russo, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con dati sempre aggiornati. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
👉🇷🇺 In un discorso alla nazione, Vladimir Putin ha annunciato di aver richiamato i riservisti e proclamato il referendum sull’annessione dei territori ucraini, denunciando la “minaccia nucleare” della Nato e avvertendo: “Pronti a difenderci con ogni mezzo”. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-putin-sceglie-lescalation-36213
🇩🇪 Uni per tutti…
La Germania nazionalizza Uniper, il gigante tedesco del gas. Già a luglio, Scholz aveva annunciato l’ingresso dello stato nel capitale dell’utility tedesca, sull'orlo del fallimento a causa dei prezzi alle stelle. Ma la situazione è peggiorata a tal punto da costringere il governo tedesco a diventare proprietario del 98,5% della società. Con un esborso da circa 9 miliardi di euro, che porta la spesa totale di Berlino per il salvataggio a 17 miliardi.
Ora anche VNG, altro grande importatore tedesco di gas russo, chiede l’aiuto del governo. E, la scorsa settimana, Berlino ha assunto il controllo delle filiali della russa Rosneft in Germania, da cui dipende il 12% della capacità di raffinazione del petrolio del Paese. Insomma, non si tratta di un caso isolato.
🛟 Gas Generation EU
Tra prestiti, salvataggi e nazionalizzazioni, gli aiuti complessivi sborsati dalla Germania nell’ultimo anno per far fronte alla crisi energetica ammontano a 100 miliardi di euro. Considerando tutta l’Unione Europea, questa cifra raggiunge i 450 miliardi euro: più di mezzo Next Generation EU.
12 dei 27 Stati membri hanno finora speso almeno il 2% del proprio PIL in aiuti a famiglie e imprese alle prese con il caro bollette. In quattro Paesi - tra cui l’Italia - la spesa in termini di PIL supera il 3%. E ancora più caro è il conto oltre manica. Nel Regno Unito le misure già annunciate e quelle in preparazione da parte di Truss ammontano infatti a quasi 180 miliardi di euro: il 6,5% del PIL nazionale.
🪖 Opzione di riserva
A prescindere da un accordo (al momento improbabile) sul tetto ai prezzi del gas, difficilmente la spesa dei governi europei diminuirà. La mobilitazione parziale dei riservisti annunciata da Putin in mattinata prospetta tempi ancora più duri per l’energia, magari persino uno scontro totale.
E dire che i prezzi erano in calo da settimane. Così come le entrate russe legate alla vendita di idrocarburi: ad agosto le più basse degli ultimi 14 mesi. Il conseguente minor surplus commerciale (e le spese per la guerra) hanno così ridotto di ben 360 miliardi di rubli l'avanzo di bilancio di 500 miliardi accumulato nei primi sette mesi dell’anno.
Anche per la strategia di Mosca si è accesa la spia rossa della riserva?
👉 📊 Per capire la crisi energetica, le possibili vie di uscita e le alternative al gas russo, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con dati sempre aggiornati. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
👉🇷🇺 In un discorso alla nazione, Vladimir Putin ha annunciato di aver richiamato i riservisti e proclamato il referendum sull’annessione dei territori ucraini, denunciando la “minaccia nucleare” della Nato e avvertendo: “Pronti a difenderci con ogni mezzo”. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-putin-sceglie-lescalation-36213
🌍 LIBANO: CADUTA LIBERA
💰 Corsa (armata) agli sportelli
Le banche libanesi resteranno chiuse "a tempo indeterminato". Dopo una chiusura di tre giorni a seguito di cinque rapine a mano armata avvenute venerdì scorso, oggi l'Associazione delle banche del Libano ha annunciato che gli sportelli non riapriranno.
Sono più di due anni che il settore bancario ha congelato i depositi dei correntisti e posto limiti al prelievo di denaro. Una situazione ormai insostenibile, tanto che ad agosto un uomo ha attirato l'attenzione (e il sostegno) dell'opinione pubblica per aver sottratto 35.000 dollari da una filiale bancaria senza essere processato per alcun reato. Il motivo? Avrebbe “rubato” i suoi stessi risparmi.
📉 I tempi che furono
Porte chiuse dunque, almeno finché non verranno messe in campo misure di sicurezza aggiuntive. Una decisione che può solo peggiorare una crisi finanziaria iniziata a marzo 2020, con il default sul debito estero, e ulteriormente aggravata dalla pandemia e dall'esplosione del porto di Beirut nell’agosto dello stesso anno.
Un tempo noto come “la Svizzera del Medio Oriente”, oggi il Libano attraversa una delle peggiori crisi politiche ed economiche al mondo: secondo la Banca Mondiale, la terza peggiore da 150 anni. Una situazione che si protrae almeno dall’inizio della guerra in Siria, nel 2011. E che ha alimentato una spirale di svalutazione (fino al -90% della lira sul dollaro) e sottosviluppo (tre libanesi su quattro vivono in povertà). Con un Pil pro capite dimezzatosi in un decennio, il reddito medio dei libanesi è tornato ai livelli degli anni Novanta, quando il paese era in macerie dopo 15 anni di guerra civile.
🏺 Vasi di coccio
Certo, oggi il Libano si sente meno una pecora nera: con l’arrivo della guerra in Ucraina, tutta la regione è alle strette. Il blocco delle esportazioni di cereali e grano ha provocato un aumento dei prezzi in tutto il mondo, facendo temere per la sicurezza alimentare in molti paesi, soprattutto nel Medio Oriente.
Fra questi l’Egitto, che da Russia e Ucraina insieme importava l’85% del grano prima della crisi. O la Tunisia, dove gli scaffali vuoti e i prezzi in aumento sono benzina sul fuoco per un paese già in crisi politica e sociale.
Insomma, se di solito è l’Europa a guardare con timore all’instabilità del Medio Oriente, questa volta è stato il Vecchio continente a “esportare” le sue crisi verso sud.
👉 🇮🇷 Da giorni in Iran è montata la rabbia dopo la morte di Mahsa Amini, deceduta in seguito all’arresto della polizia morale perché non indossava correttamente il velo. Teheran spegne internet e i social per sgonfiare la protesta. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/primavera-iraniana-36225
🔴 Oggi alle 18.00: Putin e Xi Jinping si sono incontrati la settimana scorsa, durante il vertice di Samarcanda, rimettendo in discussione l’ordine mondiale. Che succede? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/putin-e-xi-amicizia-senza-limiti-o-alleanza-con-riserva#FORM
💰 Corsa (armata) agli sportelli
Le banche libanesi resteranno chiuse "a tempo indeterminato". Dopo una chiusura di tre giorni a seguito di cinque rapine a mano armata avvenute venerdì scorso, oggi l'Associazione delle banche del Libano ha annunciato che gli sportelli non riapriranno.
Sono più di due anni che il settore bancario ha congelato i depositi dei correntisti e posto limiti al prelievo di denaro. Una situazione ormai insostenibile, tanto che ad agosto un uomo ha attirato l'attenzione (e il sostegno) dell'opinione pubblica per aver sottratto 35.000 dollari da una filiale bancaria senza essere processato per alcun reato. Il motivo? Avrebbe “rubato” i suoi stessi risparmi.
📉 I tempi che furono
Porte chiuse dunque, almeno finché non verranno messe in campo misure di sicurezza aggiuntive. Una decisione che può solo peggiorare una crisi finanziaria iniziata a marzo 2020, con il default sul debito estero, e ulteriormente aggravata dalla pandemia e dall'esplosione del porto di Beirut nell’agosto dello stesso anno.
Un tempo noto come “la Svizzera del Medio Oriente”, oggi il Libano attraversa una delle peggiori crisi politiche ed economiche al mondo: secondo la Banca Mondiale, la terza peggiore da 150 anni. Una situazione che si protrae almeno dall’inizio della guerra in Siria, nel 2011. E che ha alimentato una spirale di svalutazione (fino al -90% della lira sul dollaro) e sottosviluppo (tre libanesi su quattro vivono in povertà). Con un Pil pro capite dimezzatosi in un decennio, il reddito medio dei libanesi è tornato ai livelli degli anni Novanta, quando il paese era in macerie dopo 15 anni di guerra civile.
🏺 Vasi di coccio
Certo, oggi il Libano si sente meno una pecora nera: con l’arrivo della guerra in Ucraina, tutta la regione è alle strette. Il blocco delle esportazioni di cereali e grano ha provocato un aumento dei prezzi in tutto il mondo, facendo temere per la sicurezza alimentare in molti paesi, soprattutto nel Medio Oriente.
Fra questi l’Egitto, che da Russia e Ucraina insieme importava l’85% del grano prima della crisi. O la Tunisia, dove gli scaffali vuoti e i prezzi in aumento sono benzina sul fuoco per un paese già in crisi politica e sociale.
Insomma, se di solito è l’Europa a guardare con timore all’instabilità del Medio Oriente, questa volta è stato il Vecchio continente a “esportare” le sue crisi verso sud.
👉 🇮🇷 Da giorni in Iran è montata la rabbia dopo la morte di Mahsa Amini, deceduta in seguito all’arresto della polizia morale perché non indossava correttamente il velo. Teheran spegne internet e i social per sgonfiare la protesta. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/primavera-iraniana-36225
🔴 Oggi alle 18.00: Putin e Xi Jinping si sono incontrati la settimana scorsa, durante il vertice di Samarcanda, rimettendo in discussione l’ordine mondiale. Che succede? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/putin-e-xi-amicizia-senza-limiti-o-alleanza-con-riserva#FORM
🌎 TASSI DI INTERESSE: CORSA AL RIALZO
✈️ Giro del mondo in 90 tassi
La Federal Reserve chiama, il resto del mondo risponde. Due giorni dopo il terzo rialzo consecutivo dei tassi di interesse americani da 75 punti base, le banche centrali europee hanno seguito l’esempio. Ieri, la Banca d'Inghilterra e quella di Norvegia hanno alzato i tassi di mezzo punto, portandoli al 2,25%. E con il rialzo in Svizzera finisce l’era dei tassi sottozero nel Vecchio Continente.
Ma anche alcuni dei partner commerciali asiatici (Indonesia, Taiwan, Filippine) e il Sudafrica hanno ritoccato verso l’alto i loro tassi per evitare una fuga di capitali e un’eccessiva svalutazione delle loro valute. Complessivamente nel 2022, le 23 principali banche centrali del mondo hanno alzato i loro tassi più di 90 volte. E chi non lo fa rischia.
🗻Tokyo drift
In Giappone, il tasso di inflazione ad agosto è stato del 3%. Ben lontano dalla doppia cifra che si sfiora nelle altri maggiori economie al mondo. La Banca Centrale ha quindi finora deciso di mantenere la sua politica di tassi d'interesse ultra-ribassati. Ma così facendo ha contributo a fare dello yen la valuta meno performante quest’anno tra le principali economie avanzate. Il suo valore rispetto al dollaro è crollato del 20%, ai minimi degli ultimi 24 anni.
Era il 1998, il Paese era nel pieno della crisi finanziaria asiatica e il governo decise di intervenire sui mercati valutari vendendo 42 miliardi di dollari per sostenere lo yen. Uno scenario che si è ripetuto per la prima volta (senza rendere noto l’ammontare venduto) proprio ieri.
🦊 Quanta fretta dove corri
Rispetto al passato, le banche centrali stanno agendo con una serie inedita di aumenti consecutivi per evitare il radicamento dell’inflazione nell’economia. La cosiddetta "sindrome Argentina” che costringe la sua Banca Centrale ad aumenti dei tassi come quello della scorsa settimana: 550 punti, 7 volte l’ultimo aumento della FED.
Ma gli strumenti di politica monetaria sono per loro natura lenti a dare i loro effetti. Guardando ai tassi di inflazione americani degli ultimi 100 anni, mediamente passano 16 mesi prima che una politica monetaria restrittiva riporti i livelli dei prezzi dal loro picco al 2%.
Il rischio è quindi che gli aumenti attuali si dimostrino a posteriori più ampi di quanto fosse necessario per abbattere i prezzi. Rallentando più del dovuto la crescita globale che tende già pericolosamente alla recessione. Quando si fermeranno gli aumenti dei tassi?
🎙 In Iran la morte di una ragazza, arrestata dalla polizia religiosa per aver “indossato male” il velo, ha scatenato le proteste della società civile. Quali saranno le conseguenze? Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-iran-rivolta-36235
👉🇷🇺 Dopo l’annuncio della mobilitazione, in Russia la guerra fa paura. Code alle frontiere, voli esauriti e centri di reclutamento dati alle fiamme. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fuga-dalla-russia-36243
✈️ Giro del mondo in 90 tassi
La Federal Reserve chiama, il resto del mondo risponde. Due giorni dopo il terzo rialzo consecutivo dei tassi di interesse americani da 75 punti base, le banche centrali europee hanno seguito l’esempio. Ieri, la Banca d'Inghilterra e quella di Norvegia hanno alzato i tassi di mezzo punto, portandoli al 2,25%. E con il rialzo in Svizzera finisce l’era dei tassi sottozero nel Vecchio Continente.
Ma anche alcuni dei partner commerciali asiatici (Indonesia, Taiwan, Filippine) e il Sudafrica hanno ritoccato verso l’alto i loro tassi per evitare una fuga di capitali e un’eccessiva svalutazione delle loro valute. Complessivamente nel 2022, le 23 principali banche centrali del mondo hanno alzato i loro tassi più di 90 volte. E chi non lo fa rischia.
🗻Tokyo drift
In Giappone, il tasso di inflazione ad agosto è stato del 3%. Ben lontano dalla doppia cifra che si sfiora nelle altri maggiori economie al mondo. La Banca Centrale ha quindi finora deciso di mantenere la sua politica di tassi d'interesse ultra-ribassati. Ma così facendo ha contributo a fare dello yen la valuta meno performante quest’anno tra le principali economie avanzate. Il suo valore rispetto al dollaro è crollato del 20%, ai minimi degli ultimi 24 anni.
Era il 1998, il Paese era nel pieno della crisi finanziaria asiatica e il governo decise di intervenire sui mercati valutari vendendo 42 miliardi di dollari per sostenere lo yen. Uno scenario che si è ripetuto per la prima volta (senza rendere noto l’ammontare venduto) proprio ieri.
🦊 Quanta fretta dove corri
Rispetto al passato, le banche centrali stanno agendo con una serie inedita di aumenti consecutivi per evitare il radicamento dell’inflazione nell’economia. La cosiddetta "sindrome Argentina” che costringe la sua Banca Centrale ad aumenti dei tassi come quello della scorsa settimana: 550 punti, 7 volte l’ultimo aumento della FED.
Ma gli strumenti di politica monetaria sono per loro natura lenti a dare i loro effetti. Guardando ai tassi di inflazione americani degli ultimi 100 anni, mediamente passano 16 mesi prima che una politica monetaria restrittiva riporti i livelli dei prezzi dal loro picco al 2%.
Il rischio è quindi che gli aumenti attuali si dimostrino a posteriori più ampi di quanto fosse necessario per abbattere i prezzi. Rallentando più del dovuto la crescita globale che tende già pericolosamente alla recessione. Quando si fermeranno gli aumenti dei tassi?
🎙 In Iran la morte di una ragazza, arrestata dalla polizia religiosa per aver “indossato male” il velo, ha scatenato le proteste della società civile. Quali saranno le conseguenze? Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-iran-rivolta-36235
👉🇷🇺 Dopo l’annuncio della mobilitazione, in Russia la guerra fa paura. Code alle frontiere, voli esauriti e centri di reclutamento dati alle fiamme. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fuga-dalla-russia-36243
🌏 CINA: DECRESCITA (IN)FELICE
💸 Yuan for all
Oggi la banca centrale cinese ha annunciato l’obbligo di mantenere una riserva di capitale per tutte le banche che “giocano” sui mercati valutari, cioè quelli in cui si scambiano valute diverse. Si tratta di fatto di un dazio (fissato al 20% del valore delle “scommesse”) sulla vendita di valuta estera, che renderà più costoso per gli investitori cinesi scommettere contro la loro stessa moneta. L’obiettivo è sostenere lo yuan sui mercati, dopo che venerdì scorso ha raggiunto il valore più basso da inizio pandemia, scivolando verso i livelli della crisi finanziaria del 2008. E la discesa non sembra arrestarsi.
📉 Crescita consumata
Una svalutazione dal duplice effetto: se da una parte rende più appetibili le esportazioni, dall’altra riduce il potere d’acquisto dei cittadini cinesi. L’opposto del modello di sviluppo che Xi vorrebbe per la sua Cina, basato sui consumi interni di una classe media sempre più ricca. Ma che, se prima della pandemia permetteva all’economia cinese di crescere tra il 6 e l’8%, nei primi otto mesi di quest’anno ha invece registrato un misero +0,5%.
Non a caso, già nel 2015 e nel 2018, la banca centrale cinese era intervenuta a difesa di yuan e consumi, alzando la riserva di capitale da zero al 20%. Ma, rispetto ad allora, Pechino deve ora fare i conti con l’aggressiva politica monetaria della Fed che (rialzando i tassi molto rapidamente) le “rema contro”.
🇺🇸🇨🇳 Effetto domino
Le esportazioni cinesi “cheap” sono state a lungo il pomo della discordia tra Washington e Pechino. Ma oggi la Casa Bianca sa di non poter chiedere alla Cina miracoli. In fondo quasi tutti i Paesi sono costretti o a seguire i rialzi della Fed, o a subire deprezzamenti (e fughe di capitali). Il Giappone, ad esempio, è dovuto intervenire per sostenere lo yen per la prima volta dal 1998. Una sorte simile è toccata all'India, che per proteggere la rupia sta dando fondo alle sue riserve valutarie. Così Xi, che si avvicina a grandi passi a un Congresso che dovrebbe “santificarlo”, ha le armi spuntate. E, forse proprio per questo, cresce la paranoia di sentirsi esposto agli attacchi dei critici.
Sarà questa la ragione dietro alle notizie di purghe eccellenti?
👉🇮🇹 La vittoria della destra in Italia riflette le mutazioni in corso in Europa. E la crisi prolunga la stagione dei sovranismi nel Vecchio Continente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/leuropa-se-destra-36259
💸 Yuan for all
Oggi la banca centrale cinese ha annunciato l’obbligo di mantenere una riserva di capitale per tutte le banche che “giocano” sui mercati valutari, cioè quelli in cui si scambiano valute diverse. Si tratta di fatto di un dazio (fissato al 20% del valore delle “scommesse”) sulla vendita di valuta estera, che renderà più costoso per gli investitori cinesi scommettere contro la loro stessa moneta. L’obiettivo è sostenere lo yuan sui mercati, dopo che venerdì scorso ha raggiunto il valore più basso da inizio pandemia, scivolando verso i livelli della crisi finanziaria del 2008. E la discesa non sembra arrestarsi.
📉 Crescita consumata
Una svalutazione dal duplice effetto: se da una parte rende più appetibili le esportazioni, dall’altra riduce il potere d’acquisto dei cittadini cinesi. L’opposto del modello di sviluppo che Xi vorrebbe per la sua Cina, basato sui consumi interni di una classe media sempre più ricca. Ma che, se prima della pandemia permetteva all’economia cinese di crescere tra il 6 e l’8%, nei primi otto mesi di quest’anno ha invece registrato un misero +0,5%.
Non a caso, già nel 2015 e nel 2018, la banca centrale cinese era intervenuta a difesa di yuan e consumi, alzando la riserva di capitale da zero al 20%. Ma, rispetto ad allora, Pechino deve ora fare i conti con l’aggressiva politica monetaria della Fed che (rialzando i tassi molto rapidamente) le “rema contro”.
🇺🇸🇨🇳 Effetto domino
Le esportazioni cinesi “cheap” sono state a lungo il pomo della discordia tra Washington e Pechino. Ma oggi la Casa Bianca sa di non poter chiedere alla Cina miracoli. In fondo quasi tutti i Paesi sono costretti o a seguire i rialzi della Fed, o a subire deprezzamenti (e fughe di capitali). Il Giappone, ad esempio, è dovuto intervenire per sostenere lo yen per la prima volta dal 1998. Una sorte simile è toccata all'India, che per proteggere la rupia sta dando fondo alle sue riserve valutarie. Così Xi, che si avvicina a grandi passi a un Congresso che dovrebbe “santificarlo”, ha le armi spuntate. E, forse proprio per questo, cresce la paranoia di sentirsi esposto agli attacchi dei critici.
Sarà questa la ragione dietro alle notizie di purghe eccellenti?
👉🇮🇹 La vittoria della destra in Italia riflette le mutazioni in corso in Europa. E la crisi prolunga la stagione dei sovranismi nel Vecchio Continente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/leuropa-se-destra-36259
👍1
🌍 REGNO UNITO: DIO SALVI LA STERLINA
💷 Lunedì nero
Sterlina al minimo storico: ieri la valuta britannica è sprofondata a 1,03 dollari, il valore più basso mai registrato dalla decimalizzazione della moneta nel 1971. Nelle ultime ore il pound ha poi recuperato fino a quota 1,08 dollari. Ma il suo calo (-4% da venerdì) resta fra i cinque peggiori delle ultime quattro decadi.
Tanto che i mercati scommettono su un rialzo di emergenza dei tassi di interesse entro una settimana. E questo malgrado siano passati solo cinque giorni dall’ultimo aumento (+0,50%) deciso dalla Bank of England - che mai ha alzato i tassi al di fuori delle riunioni di politica monetaria programmate. Ma se la banca centrale punta a sostenere il pound moderando la domanda, il governo britannico la pensa diversamente.
⚖️ Lady di bronzo
A dare il via al ribasso della sterlina è stato l’annuncio del nuovo governo Truss del più grande taglio delle tasse degli ultimi 50 anni, che cancella l’aumento dell’aliquota sui profitti aziendali e riduce quella sui redditi sopra le 150 mila sterline. Misure tutte a carico delle casse pubbliche, da 45 miliardi di sterline, con cui favorire la produzione di ricchezza di grandi imprese e fasce abbienti, sperando che il ricavato “sgoccioli” sul resto della popolazione.
Da un lato Truss ammicca quindi alle politiche thatcheriane, ma dall’altro rafforza l’interventismo statale contro il caro bollette: congelate per due anni con una spesa da 130 miliardi di sterline per il prossimo biennio. Spesa finanziata, a differenza dal resto d’Europa, non con una tassa sui sovraprofitti energetici ma da nuovo a debito.
🏨 Tutti in Plaza?
Agli annunci di Truss non ha reagito negativamente solo il mercato valutario, ma anche quello dei titoli di Stato. Il rendimento dei bond britannici a 10 anni è volato sopra il 4% per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, con un aumento da 131 punti base che non si vedeva dal 1979. Un trend al rialzo che ha contagiato anche il Vecchio Continente, con aumenti dei rendimenti (e quindi dello spread) in Grecia, Spagna e Italia.
Il dollaro forte sta quindi indebolendo più di un’economia. Come a metà degli anni ‘80, quando, con gli accordi del Plaza, i Paesi dell’allora G5 (USA inclusi) decisero interventi coordinati sul mercato dei cambi per cercare di svalutare la moneta americana. Che la storia si ripeta?
👉🇮🇷 In Iran la protesta innescata dalla morte di Mahsa Amini dilaga in oltre 80 città: e stavolta il pugno di ferro rischia di ritorcersi contro la Repubblica Islamica. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-la-rivoluzione-e-donna-36274
💷 Lunedì nero
Sterlina al minimo storico: ieri la valuta britannica è sprofondata a 1,03 dollari, il valore più basso mai registrato dalla decimalizzazione della moneta nel 1971. Nelle ultime ore il pound ha poi recuperato fino a quota 1,08 dollari. Ma il suo calo (-4% da venerdì) resta fra i cinque peggiori delle ultime quattro decadi.
Tanto che i mercati scommettono su un rialzo di emergenza dei tassi di interesse entro una settimana. E questo malgrado siano passati solo cinque giorni dall’ultimo aumento (+0,50%) deciso dalla Bank of England - che mai ha alzato i tassi al di fuori delle riunioni di politica monetaria programmate. Ma se la banca centrale punta a sostenere il pound moderando la domanda, il governo britannico la pensa diversamente.
⚖️ Lady di bronzo
A dare il via al ribasso della sterlina è stato l’annuncio del nuovo governo Truss del più grande taglio delle tasse degli ultimi 50 anni, che cancella l’aumento dell’aliquota sui profitti aziendali e riduce quella sui redditi sopra le 150 mila sterline. Misure tutte a carico delle casse pubbliche, da 45 miliardi di sterline, con cui favorire la produzione di ricchezza di grandi imprese e fasce abbienti, sperando che il ricavato “sgoccioli” sul resto della popolazione.
Da un lato Truss ammicca quindi alle politiche thatcheriane, ma dall’altro rafforza l’interventismo statale contro il caro bollette: congelate per due anni con una spesa da 130 miliardi di sterline per il prossimo biennio. Spesa finanziata, a differenza dal resto d’Europa, non con una tassa sui sovraprofitti energetici ma da nuovo a debito.
🏨 Tutti in Plaza?
Agli annunci di Truss non ha reagito negativamente solo il mercato valutario, ma anche quello dei titoli di Stato. Il rendimento dei bond britannici a 10 anni è volato sopra il 4% per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, con un aumento da 131 punti base che non si vedeva dal 1979. Un trend al rialzo che ha contagiato anche il Vecchio Continente, con aumenti dei rendimenti (e quindi dello spread) in Grecia, Spagna e Italia.
Il dollaro forte sta quindi indebolendo più di un’economia. Come a metà degli anni ‘80, quando, con gli accordi del Plaza, i Paesi dell’allora G5 (USA inclusi) decisero interventi coordinati sul mercato dei cambi per cercare di svalutare la moneta americana. Che la storia si ripeta?
👉🇮🇷 In Iran la protesta innescata dalla morte di Mahsa Amini dilaga in oltre 80 città: e stavolta il pugno di ferro rischia di ritorcersi contro la Repubblica Islamica. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-la-rivoluzione-e-donna-36274
🌎 GAS: FINALE DI PARTITA?
🔎 Giallo nordico
Cali di pressione e fughe di gas nel Mar Baltico: sono ormai tre giorni che il gas fuoriesce dalle condutture di Nord Stream (1 e 2). E, nonostante le forniture russe non attraversino questi gasdotti ormai da settimane, fra i principali sospettati non può mancare il Cremlino.
Sulla scena del crimine, tutte le prove sembrano puntare a un sabotaggio. Peraltro avvenuto in una zona che si trova a pochi chilometri dal nuovo gasdotto Baltic Pipe, che da ieri trasporta gas dalla Norvegia alla Polonia. E costruito proprio in quell’ottica di diversificazione energetica resa inevitabile dall’invasione russa dell’Ucraina.
⚠️ Agli sgoccioli
Certo a Mosca il movente non mancherebbe, anzi. Il Cremlino, le cui forniture di gas all’Europa si sono ridotte di oltre il 75% in un anno, è ormai a corto di idee per mantenere i prezzi elevati. I ricavi giornalieri dalla vendita di gas, che dopo l’invasione avevano viaggiato a una media di 270 milioni di euro al giorno, oggi si avvicinano a quelli pre-crisi (140 milioni, contro i 100 di un tempo). Non sorprende quindi l’ultima dichiarazione di Gazprom, che ieri ha minacciato di tagliare anche i flussi che attraversano l’Ucraina.
Sabotaggio o meno la strategia, anche se forse ancora per poco, paga. Dopo un periodo di deciso calo, stamattina il prezzo del gas al TTF è tornato a superare i 200 €/MWh. Aumentando così nuovamente la pressione sui governi Ue, che quest’anno hanno già stanziato 450 miliardi di euro (oltre il 2,5% del Pil europeo) contro il caro bollette.
❄️ Sotto lo stesso tetto?
Con l'inverno alle porte, cresce il malcontento popolare per una crisi energetica di cui ancora non si intravede la fine. E con questo crescono le pressioni sulle capitali europee. La recente esperienza inglese insegna però che le bollette non si possono “fermare” da sole: l’annuncio di Truss del blocco ai rincari – al costo di 130 miliardi di sterline! – ha spaventato i mercati e fatto schizzare lo spread.
Così si sondano le alternative. Ad oggi sono 15 gli Stati UE che chiedono di introdurre un tetto al prezzo di tutte le importazioni di gas. Una strategia che sarà discussa durante la riunione straordinaria dei ministri dell'energia di venerdì, ma che difficilmente troverà l’unanimità dei 27.
Riuscirà l’Unione a restare unita?
👉 Tra accuse di sabotaggio e nuove interruzioni, i gasdotti Nord Stream 1 e 2 potrebbero risultare inutilizzabili per sempre. Cosa succede? Lo raccontiamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nord-stream-ipotesi-sabotaggio-36286
🔎 Giallo nordico
Cali di pressione e fughe di gas nel Mar Baltico: sono ormai tre giorni che il gas fuoriesce dalle condutture di Nord Stream (1 e 2). E, nonostante le forniture russe non attraversino questi gasdotti ormai da settimane, fra i principali sospettati non può mancare il Cremlino.
Sulla scena del crimine, tutte le prove sembrano puntare a un sabotaggio. Peraltro avvenuto in una zona che si trova a pochi chilometri dal nuovo gasdotto Baltic Pipe, che da ieri trasporta gas dalla Norvegia alla Polonia. E costruito proprio in quell’ottica di diversificazione energetica resa inevitabile dall’invasione russa dell’Ucraina.
⚠️ Agli sgoccioli
Certo a Mosca il movente non mancherebbe, anzi. Il Cremlino, le cui forniture di gas all’Europa si sono ridotte di oltre il 75% in un anno, è ormai a corto di idee per mantenere i prezzi elevati. I ricavi giornalieri dalla vendita di gas, che dopo l’invasione avevano viaggiato a una media di 270 milioni di euro al giorno, oggi si avvicinano a quelli pre-crisi (140 milioni, contro i 100 di un tempo). Non sorprende quindi l’ultima dichiarazione di Gazprom, che ieri ha minacciato di tagliare anche i flussi che attraversano l’Ucraina.
Sabotaggio o meno la strategia, anche se forse ancora per poco, paga. Dopo un periodo di deciso calo, stamattina il prezzo del gas al TTF è tornato a superare i 200 €/MWh. Aumentando così nuovamente la pressione sui governi Ue, che quest’anno hanno già stanziato 450 miliardi di euro (oltre il 2,5% del Pil europeo) contro il caro bollette.
❄️ Sotto lo stesso tetto?
Con l'inverno alle porte, cresce il malcontento popolare per una crisi energetica di cui ancora non si intravede la fine. E con questo crescono le pressioni sulle capitali europee. La recente esperienza inglese insegna però che le bollette non si possono “fermare” da sole: l’annuncio di Truss del blocco ai rincari – al costo di 130 miliardi di sterline! – ha spaventato i mercati e fatto schizzare lo spread.
Così si sondano le alternative. Ad oggi sono 15 gli Stati UE che chiedono di introdurre un tetto al prezzo di tutte le importazioni di gas. Una strategia che sarà discussa durante la riunione straordinaria dei ministri dell'energia di venerdì, ma che difficilmente troverà l’unanimità dei 27.
Riuscirà l’Unione a restare unita?
👉 Tra accuse di sabotaggio e nuove interruzioni, i gasdotti Nord Stream 1 e 2 potrebbero risultare inutilizzabili per sempre. Cosa succede? Lo raccontiamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nord-stream-ipotesi-sabotaggio-36286
🌎 USA: SUMMIT PACIFICO CON VISTA SULLA CINA
🏝Visita guidata
Le Isole del Pacifico alla Casa Bianca. Ieri e oggi, Biden ha ricevuto i rappresentanti di 14 nazioni insulari del Pacifico nel primo summit esclusivamente a loro dedicato. Tante le promesse americane. Come lo stanziamento di 860 milioni di dollari in programmi di aiuto allo sviluppo economico (più della metà degli aiuti forniti nella passata decade). A cui si aggiungono gli impegni per rafforzare le reti di comunicazione e i sistemi sanitari locali.
Un cambio di marcia necessario per riaffermare l’interesse americano in una regione dove Pechino sta riempiendo il vuoto diplomatico creato da decenni di disimpegno di Washington. Che quindi è corsa ai ripari con una nuova proposta di partnership e denaro sonante. Accolta positivamente.
🇺🇸🇨🇳 Punto Stati Uniti
Ieri, i leader presenti hanno approvato un comunicato finale da 11 punti in cui la lotta al cambiamento climatico è indicata come massima priorità. Gli Stati Uniti hanno quindi avuto successo esattamente dove la Cina aveva fallito. A maggio, 8 dei Paesi firmatari avevano bocciato la corrispettiva proposta cinese basata sulla creazione di una zona di libero scambio, e il rafforzamento della cooperazione in tema di pesca e sicurezza.
Tra i firmatari ci sono poi anche le Isole Salomone. Non un risultato scontato, visto che fino all’ultimo avevano minacciato di far saltare l’accordo in funzione pro-Cina. E il divieto di accesso ai propri porti alla Guardia Costiera statunitense, stabilito lo scorso mese, sembrava un ulteriore segnale di avvicinamento a Pechino dopo l’accordo di sicurezza tra i due paesi firmato ad aprile.
🚁 Oceano pacifico?
La strategia americana nel Pacifico va ben oltre qualche atollo strategico. Oggi, il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, ha incontrato il suo omologo delle Filippine. Mentre la vicepresidente Kamala Harris ieri era in Giappone, da dove ha annunciato che gli Stati Uniti approfondiranno i legami non ufficiali con Taiwan.
Intanto nello stretto di Formosa la tensione resta alta, con nuove incursioni navali e aree cinesi vicine alle coste taiwanesi. Biden ha espresso la volontà di riassorbire la scossa provocata dalla visita di Pelosi ad agosto. Ma ha anche approvato una vendita di armi a Taipei da 1,1 miliardi di dollari (quanto l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina) e continua a non escludere un intervento americano se Taiwan fosse attaccata.
Anche nel Pacifico, si testano le acque per uno scontro tra potenze. I Paesi della regione saranno costretti a schierarsi?
👉🇬🇷 🇹🇷 Tra Grecia e Turchia è tornata a salire la tensione, e la crisi per le isole dell’Egeo riaccende un faro sul Mediterraneo Orientale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/grecia-turchia-tensione-nel-mediterraneo-orientale-36306
🏝Visita guidata
Le Isole del Pacifico alla Casa Bianca. Ieri e oggi, Biden ha ricevuto i rappresentanti di 14 nazioni insulari del Pacifico nel primo summit esclusivamente a loro dedicato. Tante le promesse americane. Come lo stanziamento di 860 milioni di dollari in programmi di aiuto allo sviluppo economico (più della metà degli aiuti forniti nella passata decade). A cui si aggiungono gli impegni per rafforzare le reti di comunicazione e i sistemi sanitari locali.
Un cambio di marcia necessario per riaffermare l’interesse americano in una regione dove Pechino sta riempiendo il vuoto diplomatico creato da decenni di disimpegno di Washington. Che quindi è corsa ai ripari con una nuova proposta di partnership e denaro sonante. Accolta positivamente.
🇺🇸🇨🇳 Punto Stati Uniti
Ieri, i leader presenti hanno approvato un comunicato finale da 11 punti in cui la lotta al cambiamento climatico è indicata come massima priorità. Gli Stati Uniti hanno quindi avuto successo esattamente dove la Cina aveva fallito. A maggio, 8 dei Paesi firmatari avevano bocciato la corrispettiva proposta cinese basata sulla creazione di una zona di libero scambio, e il rafforzamento della cooperazione in tema di pesca e sicurezza.
Tra i firmatari ci sono poi anche le Isole Salomone. Non un risultato scontato, visto che fino all’ultimo avevano minacciato di far saltare l’accordo in funzione pro-Cina. E il divieto di accesso ai propri porti alla Guardia Costiera statunitense, stabilito lo scorso mese, sembrava un ulteriore segnale di avvicinamento a Pechino dopo l’accordo di sicurezza tra i due paesi firmato ad aprile.
🚁 Oceano pacifico?
La strategia americana nel Pacifico va ben oltre qualche atollo strategico. Oggi, il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, ha incontrato il suo omologo delle Filippine. Mentre la vicepresidente Kamala Harris ieri era in Giappone, da dove ha annunciato che gli Stati Uniti approfondiranno i legami non ufficiali con Taiwan.
Intanto nello stretto di Formosa la tensione resta alta, con nuove incursioni navali e aree cinesi vicine alle coste taiwanesi. Biden ha espresso la volontà di riassorbire la scossa provocata dalla visita di Pelosi ad agosto. Ma ha anche approvato una vendita di armi a Taipei da 1,1 miliardi di dollari (quanto l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina) e continua a non escludere un intervento americano se Taiwan fosse attaccata.
Anche nel Pacifico, si testano le acque per uno scontro tra potenze. I Paesi della regione saranno costretti a schierarsi?
👉🇬🇷 🇹🇷 Tra Grecia e Turchia è tornata a salire la tensione, e la crisi per le isole dell’Egeo riaccende un faro sul Mediterraneo Orientale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/grecia-turchia-tensione-nel-mediterraneo-orientale-36306
🌍 UE: SENZA ENERGIA
💡C’è chi dice (Berli)no
Il consiglio dei Ministri dell’Energia dell’Unione Europea ha approvato oggi il primo pacchetto di misure emergenziali per contenere l'impennata delle bollette. Negoziato in meno di un mese, comprende risparmi energetici obbligatori, un tetto agli extra ricavi dei produttori di energia elettrica e un'imposta per catturare gli extra profitti delle aziendali fornitrici di combustibili fossili.
Ma è stato escluso il tetto generalizzato al prezzo del gas. Una misura che incontrava il consenso di una maggioranza di Paesi europei, ma che Berlino, Amsterdam e altre capitali europee consideravano troppo divisiva. Così la proposta finisce in una nota informale, che ne sottolinea i rischi.
💰Chi fa da sé…
A Berlino, insomma, un tetto sul gas importato non piace. Con le industrie che si preparano ai razionamenti, e dopo la nazionalizzazione di Uniper (il principale importatore di gas prima della crisi), la Germania teme che imporre un tetto possa scoraggiare i fornitori proprio in un momento in cui il Paese è “affamato” di alternative (pre-crisi, il 55% del gas importato dalla Germania era russo).
Eppure, proprio Berlino sembra del tutto favorevole a un tetto del prezzo nazionale. È di giovedì, infatti, l’annuncio di un colossale “scudo anti-rincari" da 200 miliardi di euro. Una misura che non è piaciuta a molti colleghi europei, che di spazio nel proprio bilancio non ne hanno. E che rischia di avere due conseguenze negative: rivelarsi poco utile, sostenendo i consumi interni e quindi non conservando sufficiente gas per arrivare a fine inverno; e dare un ingiusto vantaggio alle imprese tedesche rispetto a quelle dei partner/competitor europei.
📈.. fa per sé
Insomma, non proprio il gioco di squadra di cui ha bisogno l’Europa. Con una recessione sempre più alle porte e l'inflazione dell'eurozona che a settembre ha raggiunto la doppia cifra (+10%) per la prima volta nella storia della moneta unica, un’Unione disunita rischia di peggiorare ulteriormente le prospettive delle economie dei Paesi più deboli (e indebitati). Come la Slovacchia, che potrebbe entrare in crisi ben prima della fine dell’inverno senza una sostanziale risposta collettiva europea.
Nel frattempo, mercoledì la Commissione UE ha proposto l’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Un pacchetto che, se interamente approvato, includerà anche un tetto al prezzo del petrolio importato da Mosca.
Stiamo ancora correndo dietro alla Russia, invece di anticiparla?
👉🇷🇺 Vladimir Putin annuncia l’annessione dei territori ucraini: “Sono nostri per sempre”. E Kiev risponde chiedendo di entrare nella Nato. Strage di civili a Zaporizhzhia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lanschluss-di-putin-36318
💡C’è chi dice (Berli)no
Il consiglio dei Ministri dell’Energia dell’Unione Europea ha approvato oggi il primo pacchetto di misure emergenziali per contenere l'impennata delle bollette. Negoziato in meno di un mese, comprende risparmi energetici obbligatori, un tetto agli extra ricavi dei produttori di energia elettrica e un'imposta per catturare gli extra profitti delle aziendali fornitrici di combustibili fossili.
Ma è stato escluso il tetto generalizzato al prezzo del gas. Una misura che incontrava il consenso di una maggioranza di Paesi europei, ma che Berlino, Amsterdam e altre capitali europee consideravano troppo divisiva. Così la proposta finisce in una nota informale, che ne sottolinea i rischi.
💰Chi fa da sé…
A Berlino, insomma, un tetto sul gas importato non piace. Con le industrie che si preparano ai razionamenti, e dopo la nazionalizzazione di Uniper (il principale importatore di gas prima della crisi), la Germania teme che imporre un tetto possa scoraggiare i fornitori proprio in un momento in cui il Paese è “affamato” di alternative (pre-crisi, il 55% del gas importato dalla Germania era russo).
Eppure, proprio Berlino sembra del tutto favorevole a un tetto del prezzo nazionale. È di giovedì, infatti, l’annuncio di un colossale “scudo anti-rincari" da 200 miliardi di euro. Una misura che non è piaciuta a molti colleghi europei, che di spazio nel proprio bilancio non ne hanno. E che rischia di avere due conseguenze negative: rivelarsi poco utile, sostenendo i consumi interni e quindi non conservando sufficiente gas per arrivare a fine inverno; e dare un ingiusto vantaggio alle imprese tedesche rispetto a quelle dei partner/competitor europei.
📈.. fa per sé
Insomma, non proprio il gioco di squadra di cui ha bisogno l’Europa. Con una recessione sempre più alle porte e l'inflazione dell'eurozona che a settembre ha raggiunto la doppia cifra (+10%) per la prima volta nella storia della moneta unica, un’Unione disunita rischia di peggiorare ulteriormente le prospettive delle economie dei Paesi più deboli (e indebitati). Come la Slovacchia, che potrebbe entrare in crisi ben prima della fine dell’inverno senza una sostanziale risposta collettiva europea.
Nel frattempo, mercoledì la Commissione UE ha proposto l’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Un pacchetto che, se interamente approvato, includerà anche un tetto al prezzo del petrolio importato da Mosca.
Stiamo ancora correndo dietro alla Russia, invece di anticiparla?
👉🇷🇺 Vladimir Putin annuncia l’annessione dei territori ucraini: “Sono nostri per sempre”. E Kiev risponde chiedendo di entrare nella Nato. Strage di civili a Zaporizhzhia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lanschluss-di-putin-36318
👍1
🌍GOLPE IN BURKINA FASO: LA MANO DI MOSCA?
🪖Di coup in coup
Nuovo colpo di stato in Burkina Faso. Il tenente colonnello Damiba, che lo scorso gennaio aveva deposto il presidente eletto Roch Kabore, è stato a sua volta deposto in un colpo di stato iniziato venerdì e, dopo due giorni di tensione, ha accettato di farsi da parte.
Il nuovo uomo forte è il capitano Ibrahim Traoré. Traoré ha motivato questo nuovo cambio al vertice con l’incapacità del predecessore di far fronte all’estremismo violento nel paese. L’insicurezza, legata al più ampio contesto di attivismo di gruppi islamisti nel Sahel, è in impennata in Burkina Faso: ha causato 2 milioni di sfollati (circa il 10% della popolazione) e la morte di oltre 3000 persone da inizio anno (già un terzo in più rispetto al 2021). Ma Damiba paga anche la sua scelta di alleati internazionali.
🥖Vive la France?
Con la promessa di risolvere la situazione securitaria, Damiba aveva continuato la cooperazione con la Francia. Un legame scomodo nel clima di sempre più diffuso sentimento antifrancese che attraversa la regione. Non a caso, sabato l’ambasciata francese a Ouagadougou è stata presa di mira sull’onda delle voci (senza prove) che la Francia desse protezione a Damiba in una base militare.
Traoré ha detto di volersi rivolgere ad altri partner nella lotta contro il terrorismo. Non cita espressamente la Russia ma il messaggio è chiaro: bandiere russe sono state viste sventolare nelle manifestazioni a sostegno del golpe. Insomma, l’esasperazione per la situazione securitaria e la percezione che chi se ne è occupato finora (alleati occidentali, Francia in testa) non sia la soluzione, è terreno fertile per Mosca.
🇷🇺Tutti i Mali vengono a galla
Non sarebbe la prima volta. Nel vicino Mali, anch’esso teatro negli ultimi due anni di due colpi di stato consecutivi, si è visto un progressivo avvicinamento a Mosca, accelerato dopo il l’annuncio di Macron del ritiro delle truppe francesi a febbraio. Aprendo anche le porte al gruppo militare Wagner. In questo contesto, la rottura tra Parigi e Bamako è stata accompagnata da campagne di disinformazione antifrancese e pro-russa. Nonostante proprio i mercenari di Wagner siano stati accusati di violazione di diritti umani.
Lo strappo di questi giorni apre un momento di incertezza sulla transizione politica di Ouagadougou. Il futuro del Burkina Faso guarda a (nord) est?
👉🇧🇷 Nessun vincitore alle elezioni presidenziali in Brasile: Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 30 ottobre. Ma i conservatori vincono al Congresso e al Senato. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-al-ballottaggio-36339
🪖Di coup in coup
Nuovo colpo di stato in Burkina Faso. Il tenente colonnello Damiba, che lo scorso gennaio aveva deposto il presidente eletto Roch Kabore, è stato a sua volta deposto in un colpo di stato iniziato venerdì e, dopo due giorni di tensione, ha accettato di farsi da parte.
Il nuovo uomo forte è il capitano Ibrahim Traoré. Traoré ha motivato questo nuovo cambio al vertice con l’incapacità del predecessore di far fronte all’estremismo violento nel paese. L’insicurezza, legata al più ampio contesto di attivismo di gruppi islamisti nel Sahel, è in impennata in Burkina Faso: ha causato 2 milioni di sfollati (circa il 10% della popolazione) e la morte di oltre 3000 persone da inizio anno (già un terzo in più rispetto al 2021). Ma Damiba paga anche la sua scelta di alleati internazionali.
🥖Vive la France?
Con la promessa di risolvere la situazione securitaria, Damiba aveva continuato la cooperazione con la Francia. Un legame scomodo nel clima di sempre più diffuso sentimento antifrancese che attraversa la regione. Non a caso, sabato l’ambasciata francese a Ouagadougou è stata presa di mira sull’onda delle voci (senza prove) che la Francia desse protezione a Damiba in una base militare.
Traoré ha detto di volersi rivolgere ad altri partner nella lotta contro il terrorismo. Non cita espressamente la Russia ma il messaggio è chiaro: bandiere russe sono state viste sventolare nelle manifestazioni a sostegno del golpe. Insomma, l’esasperazione per la situazione securitaria e la percezione che chi se ne è occupato finora (alleati occidentali, Francia in testa) non sia la soluzione, è terreno fertile per Mosca.
🇷🇺Tutti i Mali vengono a galla
Non sarebbe la prima volta. Nel vicino Mali, anch’esso teatro negli ultimi due anni di due colpi di stato consecutivi, si è visto un progressivo avvicinamento a Mosca, accelerato dopo il l’annuncio di Macron del ritiro delle truppe francesi a febbraio. Aprendo anche le porte al gruppo militare Wagner. In questo contesto, la rottura tra Parigi e Bamako è stata accompagnata da campagne di disinformazione antifrancese e pro-russa. Nonostante proprio i mercenari di Wagner siano stati accusati di violazione di diritti umani.
Lo strappo di questi giorni apre un momento di incertezza sulla transizione politica di Ouagadougou. Il futuro del Burkina Faso guarda a (nord) est?
👉🇧🇷 Nessun vincitore alle elezioni presidenziali in Brasile: Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 30 ottobre. Ma i conservatori vincono al Congresso e al Senato. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-al-ballottaggio-36339
🌍 GERMANIA, GAS: TRAPPOLA ENERGETICA?
🔌 Berlino è stufa
Vendite record (e sold out) di stufe elettriche. Preoccupati per una possibile crisi energetica invernale, i tedeschi fanno incetta di stufette, registrando un aumento delle vendite del 76% rispetto al 2021. Una soluzione fai-da-te che potrebbe però risultare insostenibile, se allontana il rischio di non avere gas, aumenta quelli di blackout.
Così giovedì scorso Berlino ha annunciato un colossale scudo anti-rincari da 200 miliardi di euro. Una soluzione Made in Germany che ha causato l’ira di molti colleghi europei. L’accusa? Usare l’ampio spazio fiscale del bilancio tedesco per salvare la propria economia, a discapito degli altri.
💰 Morte all’Ue?
Il timore dei governi europei è che i sussidi tedeschi permettano alle aziende di restare aperte più a lungo, rubando quote di mercato ai competitor di altri Paesi costretti a chiudere. Da Berlino si fa notare che parte di questi fondi è già stata spesa (come i 17 miliardi per il salvataggio di Uniper), o stanziati nelle misure annunciate da inizio crisi e che già impegnavano il 2,8% del Pil tedesco.
Ma il mega-pacchetto porterebbe la Germania al primo posto della classifica dei paesi europei che più stanno spendendo contro il caro energia (5% del Pil, contro il 3,3% dell’Italia e il 2,9% della Francia). Strategia peraltro non necessariamente vincente, visto che incentiva una riduzione dei prezzi e non dei consumi. L’unica vera via d’uscita dalla crisi energetica.
🚢 Coperta corta
Una crisi profonda, dunque, in cui l’Europa è precipitata malgrado i ripetuti avvertimenti a ridurre la dipendenza dal gas russo. Anche dopo l'invasione della Crimea nel 2014, infatti, Berlino ha continuato a sostenere la costruzione di Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto che fino a quest’anno pompava gas russo direttamente in Germania.
Non solo: per sopperire alla mancanza di gas russo la Germania è riuscita ad assicurarsi ben 5 navi rigassificatrici (delle circa 70 esistenti al mondo). Due di queste potrebbero essere inaugurate già a fine ottobre, alimentate dalle forniture di GNL dal Qatar. Forniture che Berlino ha preferito contrattare autonomamente, al di fuori dalla strategia di diversificazione Ue.
Insomma, se solo dieci anni fa era la Germania a guidare la spinta a un’Europa unita nella crisi, oggi sembra preferire fare da sola. Sintomo forse di un Paese che si è fatto trovare impreparato?
👉🇬🇧Regno Unito: dopo una settimana di panico sui mercati, Liz Truss fa marcia indietro. Basterà aver ritirato il piano di tagli alle tasse a salvare il suo governo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uk-liz-truss-fa-dietrofront-36347
🔌 Berlino è stufa
Vendite record (e sold out) di stufe elettriche. Preoccupati per una possibile crisi energetica invernale, i tedeschi fanno incetta di stufette, registrando un aumento delle vendite del 76% rispetto al 2021. Una soluzione fai-da-te che potrebbe però risultare insostenibile, se allontana il rischio di non avere gas, aumenta quelli di blackout.
Così giovedì scorso Berlino ha annunciato un colossale scudo anti-rincari da 200 miliardi di euro. Una soluzione Made in Germany che ha causato l’ira di molti colleghi europei. L’accusa? Usare l’ampio spazio fiscale del bilancio tedesco per salvare la propria economia, a discapito degli altri.
💰 Morte all’Ue?
Il timore dei governi europei è che i sussidi tedeschi permettano alle aziende di restare aperte più a lungo, rubando quote di mercato ai competitor di altri Paesi costretti a chiudere. Da Berlino si fa notare che parte di questi fondi è già stata spesa (come i 17 miliardi per il salvataggio di Uniper), o stanziati nelle misure annunciate da inizio crisi e che già impegnavano il 2,8% del Pil tedesco.
Ma il mega-pacchetto porterebbe la Germania al primo posto della classifica dei paesi europei che più stanno spendendo contro il caro energia (5% del Pil, contro il 3,3% dell’Italia e il 2,9% della Francia). Strategia peraltro non necessariamente vincente, visto che incentiva una riduzione dei prezzi e non dei consumi. L’unica vera via d’uscita dalla crisi energetica.
🚢 Coperta corta
Una crisi profonda, dunque, in cui l’Europa è precipitata malgrado i ripetuti avvertimenti a ridurre la dipendenza dal gas russo. Anche dopo l'invasione della Crimea nel 2014, infatti, Berlino ha continuato a sostenere la costruzione di Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto che fino a quest’anno pompava gas russo direttamente in Germania.
Non solo: per sopperire alla mancanza di gas russo la Germania è riuscita ad assicurarsi ben 5 navi rigassificatrici (delle circa 70 esistenti al mondo). Due di queste potrebbero essere inaugurate già a fine ottobre, alimentate dalle forniture di GNL dal Qatar. Forniture che Berlino ha preferito contrattare autonomamente, al di fuori dalla strategia di diversificazione Ue.
Insomma, se solo dieci anni fa era la Germania a guidare la spinta a un’Europa unita nella crisi, oggi sembra preferire fare da sola. Sintomo forse di un Paese che si è fatto trovare impreparato?
👉🇬🇧Regno Unito: dopo una settimana di panico sui mercati, Liz Truss fa marcia indietro. Basterà aver ritirato il piano di tagli alle tasse a salvare il suo governo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uk-liz-truss-fa-dietrofront-36347