🌍 GUERRA DEL GAS: L’UE TRA IL DIRE E IL FARE
💸 (Not) too big to pay
Nuove misure di emergenza contro il caro energia. Questo quanto oggi presentato da Ursula von der Leyen agli ambasciatori Ue per trovare una prima quadra in vista del Consiglio dei ministri dell'Energia Ue di questo venerdì. Sui tavoli di discussione diverse proposte, come l’introduzione coordinata di nuove tasse nazionali sugli extra-profitti realizzati dalle grandi compagnie energetiche.
I fondi ottenuti sarebbero poi incanalati a sostegno delle famiglie più vulnerabili, sul modello di quanto (in parte) previsto dal piano tedesco da 65 miliardi di euro annunciato domenica. Parallelamente, si andrebbe a proteggere tali compagnie dal rischio di crisi di liquidità, alleggerendo le regole sugli aiuti di stato e estendendo le linee di credito.
Insomma, bastone e carota.
🕯Europa senza tetto?
Tra le proposte oggi sotto esame c’è anche l’introduzione di un tetto massimo al prezzo del gas russo. Che rischia di convincere Mosca a chiudere i rubinetti: una sorta di presa d’atto che lo scontro frontale sia inevitabile.
Una soluzione molto diversa da quella introdotta in Spagna e in Portogallo, dove è stato introdotto un tetto al prezzo del gas nella generazione elettrica. Lì è lo Stato a risarcire i generatori a gas che producono in perdita, al costo di 6 miliardi. Ma così Madrid è finora riuscita a calmierare i prezzi delle bollette a livelli tre volte inferiori a quelli di Italia o Francia.
Non mancano le controindicazioni. Prezzi più bassi per l’elettricità possono incentivarne un consumo eccessivo. Non il massimo in tempi di carenza di energia. E, comunque, maggiori consumi possono far tornare a salire le bollette, o rendere insostenibili i costi pubblici delle misure.
🏦 Accordi e disaccordi
Anche per questo, gli Stati europei litigano su come rispondere alla crisi. E non sono i soli. Domani si riunirà il board della Banca Centrale Europea, che potrebbe decidere un rialzo dei tassi di interesse più alto di quello precedente. Un’accelerazione gradita dai paesi del Nord Europa, meno da quelli del Sud.
I quali, nonostante uno spread con i bund tedeschi stabile negli ultimi mesi, temono che la recessione indotta da una politica monetaria più restrittiva porti con sé una nuova crisi del debito. Secondo Jean Monnet, uno dei padri della Comunità europea, sono le crisi ad aver forgiato l’Europa.
Avrà ragione anche questa volta?
👉💡 Vuoi approfondire i motivi e le conseguenze della crisi energetica? Nei prossimi giorni pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab dedicato proprio a queste questioni, e sulle loro implicazioni per l’Italia. Stay tuned!
💸 (Not) too big to pay
Nuove misure di emergenza contro il caro energia. Questo quanto oggi presentato da Ursula von der Leyen agli ambasciatori Ue per trovare una prima quadra in vista del Consiglio dei ministri dell'Energia Ue di questo venerdì. Sui tavoli di discussione diverse proposte, come l’introduzione coordinata di nuove tasse nazionali sugli extra-profitti realizzati dalle grandi compagnie energetiche.
I fondi ottenuti sarebbero poi incanalati a sostegno delle famiglie più vulnerabili, sul modello di quanto (in parte) previsto dal piano tedesco da 65 miliardi di euro annunciato domenica. Parallelamente, si andrebbe a proteggere tali compagnie dal rischio di crisi di liquidità, alleggerendo le regole sugli aiuti di stato e estendendo le linee di credito.
Insomma, bastone e carota.
🕯Europa senza tetto?
Tra le proposte oggi sotto esame c’è anche l’introduzione di un tetto massimo al prezzo del gas russo. Che rischia di convincere Mosca a chiudere i rubinetti: una sorta di presa d’atto che lo scontro frontale sia inevitabile.
Una soluzione molto diversa da quella introdotta in Spagna e in Portogallo, dove è stato introdotto un tetto al prezzo del gas nella generazione elettrica. Lì è lo Stato a risarcire i generatori a gas che producono in perdita, al costo di 6 miliardi. Ma così Madrid è finora riuscita a calmierare i prezzi delle bollette a livelli tre volte inferiori a quelli di Italia o Francia.
Non mancano le controindicazioni. Prezzi più bassi per l’elettricità possono incentivarne un consumo eccessivo. Non il massimo in tempi di carenza di energia. E, comunque, maggiori consumi possono far tornare a salire le bollette, o rendere insostenibili i costi pubblici delle misure.
🏦 Accordi e disaccordi
Anche per questo, gli Stati europei litigano su come rispondere alla crisi. E non sono i soli. Domani si riunirà il board della Banca Centrale Europea, che potrebbe decidere un rialzo dei tassi di interesse più alto di quello precedente. Un’accelerazione gradita dai paesi del Nord Europa, meno da quelli del Sud.
I quali, nonostante uno spread con i bund tedeschi stabile negli ultimi mesi, temono che la recessione indotta da una politica monetaria più restrittiva porti con sé una nuova crisi del debito. Secondo Jean Monnet, uno dei padri della Comunità europea, sono le crisi ad aver forgiato l’Europa.
Avrà ragione anche questa volta?
👉💡 Vuoi approfondire i motivi e le conseguenze della crisi energetica? Nei prossimi giorni pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab dedicato proprio a queste questioni, e sulle loro implicazioni per l’Italia. Stay tuned!
🌍 EUROPA E INFLAZIONE: STRADA IN SALITA
🛟 Giro di boa
Rialzo dei tassi di interesse di 75 punti base (p.b.). È quanto annunciato oggi dalla Banca centrale europea, che per la seconda volta in due mesi agisce al rialzo, accelerando rispetto alla traiettoria prevista solo qualche mese fa.
E così anche questa volta Francoforte non delude i mercati: con l’inflazione in Eurozona in agosto al 9,1%, e quella “core” al +4,3% (il doppio rispetto all’obiettivo della Bce), l’aumento era decisamente nell’aria. Non solo, considerando la liquidità che inonda i mercati da quasi un decennio, la scelta di Lagarde lancia un segnale chiaro: è finito il quantitative easing, è tempo di prosciugare i mercati.
Eppure, la decisione resta dibattuta.
🔥 Tra due fuochi
Con l’aumento dei tassi d’interesse, sale anche il costo sopportato dagli stati per rifinanziare il debito pubblico. E una mossa troppo aggressiva rischia di aumentare eccessivamente il costo del credito in Paesi altamente indebitati, come l'Italia (debito pubblico al 153% del Pil). Un'ulteriore stangata alle economiche più fragili in un periodo tutt’altro che semplice.
Per converso, una mossa più contenuta indebolirebbe l'euro, dati i rialzi dei tassi di interesse statunitensi degli ultimi mesi (+125 p.b. da marzo, e altri 75 previsti per settembre). Un tasso di cambio più basso aumenterebbe il costo dell'energia denominata in dollari, alimentando ulteriormente l'inflazione “importata”. Non una grande prospettiva per economie già in affanno.
👻 Fantasmi del passato
E non si parla solo di economie europee. La crisi energetica ha forti ripercussioni anche al di fuori del nostro continente: se la Russia toglie il gas all’Europa, l’Europa lo “ruba” al resto del mondo, spingendo verso la crisi paesi come Sri Lanka, Pakistan e Bangladesh. Intanto persino l’economia cinese, per cause molto diverse, rallenta.
Così lo spettro di una recessione globale non sembra così distante. Quella recessione globale che, nel 2008-2009, fu solo il prologo per la crisi del debito europea. Certo, stavolta la BCE è più pronta a intervenire e si è dotata di nuovi strumenti, come lo scudo antiframmentazione che mira a evitare che gli stimoli monetari vengano percepiti in maniera disomogenea nei vari Paesi.
Viene però da chiedersi: se la crisi non dovesse toccare paesi periferici, ma l’Italia, lo scudo basterà?
👉💡 Per approfondire le conseguenze della crisi energetica, inclusa l’inflazione, domani pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi. Sul nostro sito www.ispionline.it
🛟 Giro di boa
Rialzo dei tassi di interesse di 75 punti base (p.b.). È quanto annunciato oggi dalla Banca centrale europea, che per la seconda volta in due mesi agisce al rialzo, accelerando rispetto alla traiettoria prevista solo qualche mese fa.
E così anche questa volta Francoforte non delude i mercati: con l’inflazione in Eurozona in agosto al 9,1%, e quella “core” al +4,3% (il doppio rispetto all’obiettivo della Bce), l’aumento era decisamente nell’aria. Non solo, considerando la liquidità che inonda i mercati da quasi un decennio, la scelta di Lagarde lancia un segnale chiaro: è finito il quantitative easing, è tempo di prosciugare i mercati.
Eppure, la decisione resta dibattuta.
🔥 Tra due fuochi
Con l’aumento dei tassi d’interesse, sale anche il costo sopportato dagli stati per rifinanziare il debito pubblico. E una mossa troppo aggressiva rischia di aumentare eccessivamente il costo del credito in Paesi altamente indebitati, come l'Italia (debito pubblico al 153% del Pil). Un'ulteriore stangata alle economiche più fragili in un periodo tutt’altro che semplice.
Per converso, una mossa più contenuta indebolirebbe l'euro, dati i rialzi dei tassi di interesse statunitensi degli ultimi mesi (+125 p.b. da marzo, e altri 75 previsti per settembre). Un tasso di cambio più basso aumenterebbe il costo dell'energia denominata in dollari, alimentando ulteriormente l'inflazione “importata”. Non una grande prospettiva per economie già in affanno.
👻 Fantasmi del passato
E non si parla solo di economie europee. La crisi energetica ha forti ripercussioni anche al di fuori del nostro continente: se la Russia toglie il gas all’Europa, l’Europa lo “ruba” al resto del mondo, spingendo verso la crisi paesi come Sri Lanka, Pakistan e Bangladesh. Intanto persino l’economia cinese, per cause molto diverse, rallenta.
Così lo spettro di una recessione globale non sembra così distante. Quella recessione globale che, nel 2008-2009, fu solo il prologo per la crisi del debito europea. Certo, stavolta la BCE è più pronta a intervenire e si è dotata di nuovi strumenti, come lo scudo antiframmentazione che mira a evitare che gli stimoli monetari vengano percepiti in maniera disomogenea nei vari Paesi.
Viene però da chiedersi: se la crisi non dovesse toccare paesi periferici, ma l’Italia, lo scudo basterà?
👉💡 Per approfondire le conseguenze della crisi energetica, inclusa l’inflazione, domani pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi. Sul nostro sito www.ispionline.it
🌍 GUERRA DEL GAS: L’UE A PICCOLI PASSI
🏠 Tegola per tegola
Un primo sì al tetto sul gas ma non (ancora) sul gas russo. Questo quanto emerso al Consiglio di oggi dei Ministri dell’Energia europei. La Commissione viene così chiamata a redigere la sua proposta da presentare entro la metà del mese, e da votare nella migliore delle ipotesi a ottobre. Insomma, un piccolo passo avanti, e solo sulla proposta di tetto meno divisiva. Ma non ci si attendeva altro.
Il vertice di oggi era solo l’inizio di una mediazione che si preannuncia ancora lunga tra le diverse posizioni degli Stati membri. Tra chi non vorrebbe alcun tetto (Germania), chi (Francia) lo vorrebbe solo sul gas russo e quei Paesi (tra cui l’Italia) che lo chiedono per tutte le importazioni di gas europee.
🌊 Consiglio per gli acquisti
Oltre al tetto sul prezzo del gas, gli Stati membri hanno dato mandato a Bruxelles di presentare almeno tre proposte per dare respiro a imprese e consumatori schiacciati dai prezzi dell’energia. In primis, un meccanismo per proteggere le famiglie dal caro bolletta, trasferendo fondi ottenuti imponendo un limite (probabilmente di 200 euro/ megawattora) alle rendite dei produttori di energia non derivata dal gas.
Produttori che verrebbero poi ricompensati con “strumenti di liquidità di emergenza” per combattere la volatilità dei mercati dell’energia. A cui si aggiunge la richiesta di una estensione e ampliamento del quadro sugli aiuti di stato europei fino al 31 dicembre 2023.
💵 Mors tua vita mea
Non è solo l’Europa a soffrire per questa crisi. I principali importatori di energia al mondo hanno visto un peggioramento della propria bilancia commerciale causato dai prezzi record del gas. È il caso del Sudafrica e dell’India, la cui spesa per le importazioni è aumentata del 50% dall’inizio della guerra, rispetto allo stesso periodo del 2021.
A vantaggio dei Paesi esportatori di energia: su base annua riceveranno complessivamente oltre 1000 miliardi di dollari in più di quanto guadagnavano negli anni scorsi. Pensiamo all’Arabia Saudita, il cui valore delle esportazioni è ora il doppio (40 miliardi di dollari al mese) della sua media negli ultimi 5 anni. Stesso discorso per Australia, Indonesia o Norvegia, le cui esportazioni di gas sono quadruplicate in valore da 12 mesi a questa parte.
Il tetto sui prezzi del gas sarà apprezzato anche fuori dall’Ue?
👉💡Oggi è uscito il nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi sulla crisi energetica. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-e-ue-alla-guerra-del-gas-36090
🎧 E non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi facciamo il punto sulla guerra del gas tra Russia ed Europa. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-russa-del-gas-36096
🏠 Tegola per tegola
Un primo sì al tetto sul gas ma non (ancora) sul gas russo. Questo quanto emerso al Consiglio di oggi dei Ministri dell’Energia europei. La Commissione viene così chiamata a redigere la sua proposta da presentare entro la metà del mese, e da votare nella migliore delle ipotesi a ottobre. Insomma, un piccolo passo avanti, e solo sulla proposta di tetto meno divisiva. Ma non ci si attendeva altro.
Il vertice di oggi era solo l’inizio di una mediazione che si preannuncia ancora lunga tra le diverse posizioni degli Stati membri. Tra chi non vorrebbe alcun tetto (Germania), chi (Francia) lo vorrebbe solo sul gas russo e quei Paesi (tra cui l’Italia) che lo chiedono per tutte le importazioni di gas europee.
🌊 Consiglio per gli acquisti
Oltre al tetto sul prezzo del gas, gli Stati membri hanno dato mandato a Bruxelles di presentare almeno tre proposte per dare respiro a imprese e consumatori schiacciati dai prezzi dell’energia. In primis, un meccanismo per proteggere le famiglie dal caro bolletta, trasferendo fondi ottenuti imponendo un limite (probabilmente di 200 euro/ megawattora) alle rendite dei produttori di energia non derivata dal gas.
Produttori che verrebbero poi ricompensati con “strumenti di liquidità di emergenza” per combattere la volatilità dei mercati dell’energia. A cui si aggiunge la richiesta di una estensione e ampliamento del quadro sugli aiuti di stato europei fino al 31 dicembre 2023.
💵 Mors tua vita mea
Non è solo l’Europa a soffrire per questa crisi. I principali importatori di energia al mondo hanno visto un peggioramento della propria bilancia commerciale causato dai prezzi record del gas. È il caso del Sudafrica e dell’India, la cui spesa per le importazioni è aumentata del 50% dall’inizio della guerra, rispetto allo stesso periodo del 2021.
A vantaggio dei Paesi esportatori di energia: su base annua riceveranno complessivamente oltre 1000 miliardi di dollari in più di quanto guadagnavano negli anni scorsi. Pensiamo all’Arabia Saudita, il cui valore delle esportazioni è ora il doppio (40 miliardi di dollari al mese) della sua media negli ultimi 5 anni. Stesso discorso per Australia, Indonesia o Norvegia, le cui esportazioni di gas sono quadruplicate in valore da 12 mesi a questa parte.
Il tetto sui prezzi del gas sarà apprezzato anche fuori dall’Ue?
👉💡Oggi è uscito il nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi sulla crisi energetica. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-e-ue-alla-guerra-del-gas-36090
🎧 E non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi facciamo il punto sulla guerra del gas tra Russia ed Europa. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-russa-del-gas-36096
🌍 SVEZIA: AVANTI A DESTRA
🇸🇪 Per un pugno di voti
Ieri si sono tenute le elezioni generali in Svezia. Malgrado i socialdemocratici, al governo da otto anni, si siano riconfermati primo partito, l'opposizione avrebbe ottenuto 176 dei 349 seggi in palio. Appena tre in più rispetto ai sostenitori del premier Magdalena Andersson. Eppure, il vantaggio è talmente minimo (circa 50.000 voti) da rendere decisivi i risultati dei voti postali e delle schede elettorali provenienti dall'estero.
Mentre potremmo non conoscere il risultato finale prima di mercoledì, dalle urne appare già chiaro chi sia il vero vincitore di queste elezioni. Con un abbondante 20% dei voti, i Democratici Svedesi (SD) si apprestano ad entrare massicciamente in Parlamento, superando i Moderati come secondo partito svedese.
🤠 “Make Sweden Great Again”
È davvero lo slogan pronunciato da Jimmie Åkesson, leader dell’SD, nel corso della campagna elettorale. E in effetti l’idea è proprio quella: restituire alla Svezia l’antico splendore perduto. Ma anche quella di cambiare radicalmente l’approccio del Paese su temi come l’immigrazione e contrasto alla criminalità.
Secondo l’SD, alla base dei fallimenti del “modello svedese” c’è una politica troppo accogliente con stranieri e richiedenti asilo (i residenti non nati nel paese rappresentano ormai il 20% del totale). Le cui conseguenze, sostiene il partito, sarebbero visibili nella crescita di morti violente da armi da fuoco, quintuplicate nel giro di 12 anni. Così come la spesa pubblica destinata all’integrazione dal 2015.
Dati preda della retorica dell’SD, il cui consenso continua a crescere erodendo quello consenso del centrodestra moderato.
🌬 Aria di cambiamento
A prescindere dal risultato finale, insomma, nel Paese ci si prepara a grandi cambiamenti e a negoziati difficili. Se anche l’opposizione di destra dovesse davvero risultare vincente, l’SD difficilmente esprimerebbe il Primo ministro (fatto inedito nella storia politica svedese). La coalizione vincente sceglierebbe probabilmente un leader più moderato, nonostante le promesse di una politica interna in forte rottura con il passato.
Unica vera continuità: la politica estera. Qualsiasi cosa accada, non sono in programma passi indietro circa la richiesta della Svezia di fare il suo ingresso nella NATO, accanto alla Finlandia. Né sembra in dubbio la postura nei confronti della Russia, di forte condanna dell’invasione.
Di sicuro, però, i risultati di oggi sanciscono che in Europa sono tempi duri per le forze moderate. Ovunque.
👉🇺🇦 Il successo della controffensiva ucraina nel nord-est imbarazza il Cremlino e alimenta il dissenso russo. Kiev invoca il sostegno dell’Occidente: “Possiamo vincere”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-punto-di-svolta-36119
🇸🇪 Per un pugno di voti
Ieri si sono tenute le elezioni generali in Svezia. Malgrado i socialdemocratici, al governo da otto anni, si siano riconfermati primo partito, l'opposizione avrebbe ottenuto 176 dei 349 seggi in palio. Appena tre in più rispetto ai sostenitori del premier Magdalena Andersson. Eppure, il vantaggio è talmente minimo (circa 50.000 voti) da rendere decisivi i risultati dei voti postali e delle schede elettorali provenienti dall'estero.
Mentre potremmo non conoscere il risultato finale prima di mercoledì, dalle urne appare già chiaro chi sia il vero vincitore di queste elezioni. Con un abbondante 20% dei voti, i Democratici Svedesi (SD) si apprestano ad entrare massicciamente in Parlamento, superando i Moderati come secondo partito svedese.
🤠 “Make Sweden Great Again”
È davvero lo slogan pronunciato da Jimmie Åkesson, leader dell’SD, nel corso della campagna elettorale. E in effetti l’idea è proprio quella: restituire alla Svezia l’antico splendore perduto. Ma anche quella di cambiare radicalmente l’approccio del Paese su temi come l’immigrazione e contrasto alla criminalità.
Secondo l’SD, alla base dei fallimenti del “modello svedese” c’è una politica troppo accogliente con stranieri e richiedenti asilo (i residenti non nati nel paese rappresentano ormai il 20% del totale). Le cui conseguenze, sostiene il partito, sarebbero visibili nella crescita di morti violente da armi da fuoco, quintuplicate nel giro di 12 anni. Così come la spesa pubblica destinata all’integrazione dal 2015.
Dati preda della retorica dell’SD, il cui consenso continua a crescere erodendo quello consenso del centrodestra moderato.
🌬 Aria di cambiamento
A prescindere dal risultato finale, insomma, nel Paese ci si prepara a grandi cambiamenti e a negoziati difficili. Se anche l’opposizione di destra dovesse davvero risultare vincente, l’SD difficilmente esprimerebbe il Primo ministro (fatto inedito nella storia politica svedese). La coalizione vincente sceglierebbe probabilmente un leader più moderato, nonostante le promesse di una politica interna in forte rottura con il passato.
Unica vera continuità: la politica estera. Qualsiasi cosa accada, non sono in programma passi indietro circa la richiesta della Svezia di fare il suo ingresso nella NATO, accanto alla Finlandia. Né sembra in dubbio la postura nei confronti della Russia, di forte condanna dell’invasione.
Di sicuro, però, i risultati di oggi sanciscono che in Europa sono tempi duri per le forze moderate. Ovunque.
👉🇺🇦 Il successo della controffensiva ucraina nel nord-est imbarazza il Cremlino e alimenta il dissenso russo. Kiev invoca il sostegno dell’Occidente: “Possiamo vincere”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-punto-di-svolta-36119
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🌍 UE CONTRO IL LAVORO FORZATO: DI NECESSITÀ VIRTÙ?
⛓ Proposta forzata
Stop ai prodotti realizzati utilizzando lavoro forzato. È questa la proposta che sarà presentata domani dalla Commissione Europea per impedire l’ingresso nei Paesi dell’Unione di qualsiasi bene realizzato sotto costrizione, in qualunque fase della sua produzione o estrazione.
Una tappa a lungo attesa anche considerando le dimensioni del fenomeno: secondo un nuovo report dell’ILO, nel mondo si contano 28 milioni di persone sottoposte a condizioni di lavoro forzato. Il 55% delle quali risiede nella zona dell’Asia e Pacifico (un primato distorto dal maggior numero di abitanti nella regione). Ma al di là dei nobili scopi, non si può non leggere la nuova proposta in chiave anticinese.
🇨🇳 Tu sai chi
La proposta della Commissione non farebbe riferimento a nessun Paese in particolare. A differenza della strategia adottata lo scorso giugno dagli USA: bando alle importazioni dallo Xinjiang. Ma il fatto che l’anno scorso von der Leyen menzionò la proposta per la prima volta proprio nella parte del suo discorso sullo Stato dell’Unione dedicata alla competizione con Pechino, rende chiaro il bersaglio della Commissione.
La Cina continua a ratificare convenzioni internazionali contro il lavoro forzato (due solo ad agosto). Ma dopo anni di accuse da molteplici fronti, a settembre è arrivato anche il primo parere ufficiale delle Nazioni Unite sul trattamento della comunità uigura nella Xinjiang. 48 pagine di report in cui si descrivono gravi violazioni dei diritti umani che potrebbero costituire crimini contro l'umanità.
🎓 Imparata la lezione?
Il ban alle importazioni di beni realizzati con lavoro forzato non sarà l’unica proposta della Commissione capace di impattare sul commercio comunitario. Per evitare che l'Europa si faccia cogliere impreparata da nuove interruzioni di catene del valore critiche (oggi il gas, ieri respiratori e vaccini), Bruxelles presenterà lo Strumento di emergenza per il mercato unico.
In caso di uno stato di crisi, la Commissione avrebbe il potere di richiedere agli Stati membri di costituire riserve strategiche, e di dare priorità agli ordini europei rispetto a quelli di Paesi terzi. In aggiunta a nuove regole per prevenire la concorrenza intra-europea.
Per quanto si tratti di misure emergenziali ancora lontane dall’essere definitive, il messaggio è chiaro: è sempre meno la fiducia nelle catene del valore globali. Ma fino a che punto possono essere accorciate?
👉🇦🇲 🇦🇿 Scontri a fuoco tra Armenia e Azerbaigian: l’accordo per un cessate-il-fuoco scongiura il rischio di un nuovo, pericolosissimo fronte di guerra. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/armenia-azerbaigian-escalation-pericolosa-36135
⛓ Proposta forzata
Stop ai prodotti realizzati utilizzando lavoro forzato. È questa la proposta che sarà presentata domani dalla Commissione Europea per impedire l’ingresso nei Paesi dell’Unione di qualsiasi bene realizzato sotto costrizione, in qualunque fase della sua produzione o estrazione.
Una tappa a lungo attesa anche considerando le dimensioni del fenomeno: secondo un nuovo report dell’ILO, nel mondo si contano 28 milioni di persone sottoposte a condizioni di lavoro forzato. Il 55% delle quali risiede nella zona dell’Asia e Pacifico (un primato distorto dal maggior numero di abitanti nella regione). Ma al di là dei nobili scopi, non si può non leggere la nuova proposta in chiave anticinese.
🇨🇳 Tu sai chi
La proposta della Commissione non farebbe riferimento a nessun Paese in particolare. A differenza della strategia adottata lo scorso giugno dagli USA: bando alle importazioni dallo Xinjiang. Ma il fatto che l’anno scorso von der Leyen menzionò la proposta per la prima volta proprio nella parte del suo discorso sullo Stato dell’Unione dedicata alla competizione con Pechino, rende chiaro il bersaglio della Commissione.
La Cina continua a ratificare convenzioni internazionali contro il lavoro forzato (due solo ad agosto). Ma dopo anni di accuse da molteplici fronti, a settembre è arrivato anche il primo parere ufficiale delle Nazioni Unite sul trattamento della comunità uigura nella Xinjiang. 48 pagine di report in cui si descrivono gravi violazioni dei diritti umani che potrebbero costituire crimini contro l'umanità.
🎓 Imparata la lezione?
Il ban alle importazioni di beni realizzati con lavoro forzato non sarà l’unica proposta della Commissione capace di impattare sul commercio comunitario. Per evitare che l'Europa si faccia cogliere impreparata da nuove interruzioni di catene del valore critiche (oggi il gas, ieri respiratori e vaccini), Bruxelles presenterà lo Strumento di emergenza per il mercato unico.
In caso di uno stato di crisi, la Commissione avrebbe il potere di richiedere agli Stati membri di costituire riserve strategiche, e di dare priorità agli ordini europei rispetto a quelli di Paesi terzi. In aggiunta a nuove regole per prevenire la concorrenza intra-europea.
Per quanto si tratti di misure emergenziali ancora lontane dall’essere definitive, il messaggio è chiaro: è sempre meno la fiducia nelle catene del valore globali. Ma fino a che punto possono essere accorciate?
👉🇦🇲 🇦🇿 Scontri a fuoco tra Armenia e Azerbaigian: l’accordo per un cessate-il-fuoco scongiura il rischio di un nuovo, pericolosissimo fronte di guerra. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/armenia-azerbaigian-escalation-pericolosa-36135
🌍 UCRAINA-VENEZUELA: CRISI GEMELLE?
💼 Tutto è permesso
Sono ormai 4 milioni le persone ucraine che hanno fatto richiesta di protezione temporanea negli Stati membri dell’Ue. Dall’invasione russa, oltre 7 milioni di persone hanno lasciato il paese alla volta di diversi paesi europei, dove grazie a una decisione dei 27 i rifugiati ucraini godono immediatamente di diritti armonizzati, come il permesso di soggiorno, l'accesso all'assistenza sociale e medica, la possibilità di frequentare la scuola dell’obbligo.
Una risposta decisa e coordinata a una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente. Ma anche una risposta molto diversa rispetto a crisi di portata simile.
🏠 C’è crisi e crisi
Prima di quella ucraina, la crisi venezuelana è stata quella che ha generato uno dei flussi di profughi più grandi al mondo. Dittatura e crisi economica hanno messo in fuga quasi 7 milioni di persone, circa un quarto della popolazione totale (ben oltre il 10% di profughi originato dalla crisi ucraina). E nonostante una serie di riforme nel 2021 sembrassero aver ridotto le partenze, da novembre ad oggi almeno altri 753.000 venezuelani hanno lasciato il paese.
Situazione diversa rispetto a quella ucraina, dove molti stanno già prendendo la via del ritorno (da inizio crisi, l’UNHCR conta 5 milioni di “riattraversamenti”, cioè persone che sono tornate in patria).
📺 Quinto potere
A separare le due crisi c’è anche, e soprattutto, il sostegno finanziario. Malgrado il budget previsto dai rispettivi piani di risposta regionale sia praticamente identico (1,79 miliardi di dollari per il Venezuela, 1,85 per l’Ucraina), lo stesso non vale per i fondi effettivamente stanziati. Mentre gli ucraini hanno già beneficiato del 62% dei fondi previsti, gli aiuti per i venezuelani si sono fermati al 14% del totale richiesto.
A contare, come sempre, non c’è solo il fatto (tragico ma frequente) che quando una crisi puntuale si trasforma in crisi protratta, la comunità internazionale tende a dimenticarsene. Ma anche l’attenzione mediatica ricevuta dalla parte di mondo che più finanzia gli aiuti umanitari (i paesi occidentali).
Eppure alcuni segnali di insofferenza si iniziano ad avvertire anche sul continente europeo. Quando si spengono i riflettori, tutte le crisi diventano uguali?
👉 🇪🇺 Oggi Ursula von der Leyen ha tracciato un bilancio e indicato sfide e priorità dell’UE nel discorso sullo stato dell’Unione. Il primo, dice, “mentre in Europa infuria una guerra”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-von-der-leyen-e-lo-stato-dellunione-36151
💼 Tutto è permesso
Sono ormai 4 milioni le persone ucraine che hanno fatto richiesta di protezione temporanea negli Stati membri dell’Ue. Dall’invasione russa, oltre 7 milioni di persone hanno lasciato il paese alla volta di diversi paesi europei, dove grazie a una decisione dei 27 i rifugiati ucraini godono immediatamente di diritti armonizzati, come il permesso di soggiorno, l'accesso all'assistenza sociale e medica, la possibilità di frequentare la scuola dell’obbligo.
Una risposta decisa e coordinata a una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente. Ma anche una risposta molto diversa rispetto a crisi di portata simile.
🏠 C’è crisi e crisi
Prima di quella ucraina, la crisi venezuelana è stata quella che ha generato uno dei flussi di profughi più grandi al mondo. Dittatura e crisi economica hanno messo in fuga quasi 7 milioni di persone, circa un quarto della popolazione totale (ben oltre il 10% di profughi originato dalla crisi ucraina). E nonostante una serie di riforme nel 2021 sembrassero aver ridotto le partenze, da novembre ad oggi almeno altri 753.000 venezuelani hanno lasciato il paese.
Situazione diversa rispetto a quella ucraina, dove molti stanno già prendendo la via del ritorno (da inizio crisi, l’UNHCR conta 5 milioni di “riattraversamenti”, cioè persone che sono tornate in patria).
📺 Quinto potere
A separare le due crisi c’è anche, e soprattutto, il sostegno finanziario. Malgrado il budget previsto dai rispettivi piani di risposta regionale sia praticamente identico (1,79 miliardi di dollari per il Venezuela, 1,85 per l’Ucraina), lo stesso non vale per i fondi effettivamente stanziati. Mentre gli ucraini hanno già beneficiato del 62% dei fondi previsti, gli aiuti per i venezuelani si sono fermati al 14% del totale richiesto.
A contare, come sempre, non c’è solo il fatto (tragico ma frequente) che quando una crisi puntuale si trasforma in crisi protratta, la comunità internazionale tende a dimenticarsene. Ma anche l’attenzione mediatica ricevuta dalla parte di mondo che più finanzia gli aiuti umanitari (i paesi occidentali).
Eppure alcuni segnali di insofferenza si iniziano ad avvertire anche sul continente europeo. Quando si spengono i riflettori, tutte le crisi diventano uguali?
👉 🇪🇺 Oggi Ursula von der Leyen ha tracciato un bilancio e indicato sfide e priorità dell’UE nel discorso sullo stato dell’Unione. Il primo, dice, “mentre in Europa infuria una guerra”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-von-der-leyen-e-lo-stato-dellunione-36151
🌍 GUERRA DEL GAS: RACCOLTA FONDI EUROPEA
🫴 Contributi di solidarietà
140 miliardi di euro. Questo quanto la Commissione Europea punta a raccogliere imponendo un prelievo sugli extra profitti delle compagnie energetiche. Una somma che si comporrebbe di 117 miliardi di euro da ottenere fissando un tetto massimo (180 €/MWh) ai prezzi dei generatori di elettricità non da gas tra dicembre 2022 e marzo 2023. E di 23 miliardi di euro da raccogliere imponendo agli estrattori di combustibili fossili europei di restituire il 33% dei profitti in eccesso per l'anno fiscale in corso.
Il 30 settembre gli Stati membri metteranno ai voti la proposta. Trattandosi di fondi che saranno reindirizzati a famiglie e imprese colpite dal caro bollette, una maggioranza che approvi la misura sembrerebbe scontata. Ma non l’efficacia della proposta.
💵 Meglio tardi che mai?
Per facilitare un accordo, la Commissione ha puntato a un tetto al prezzo piuttosto elevato, per poi concedere agli Stati membri la libertà di ridurlo. Ma così facendo i 140 miliardi di euro che la proposta prevede di raccogliere non raggiungono nemmeno i 150 miliardi di misure previste la settimana scorsa dal solo Regno Unito contro il caro-energia.
La proposta di Bruxelles arriva, poi, a mesi di distanza dall’adozione di misure simili da parte di alcuni Stati membri. E la ricerca di una compatibilità tra queste ultime e la proposta comunitaria rischia di indebolirne ulteriormente lo scopo e la portata. Insomma, per contrastare la crisi energetica si procede a piccoli passi. Piccolissimi, se si considerano gli altri dossier sul tavolo di Bruxelles.
🇳🇴 Ricominciare da capo (Nord)
Innanzitutto, ieri von der Leyen ha anche annunciato una futura "riforma onnicomprensiva” dei mercati energetici. Con tanto di promessa di intervenire sull'indice di riferimento per i prezzi del gas, e frenare “la sua influenza dominante sui prezzi dell’elettricità". Ma i dettagli si fermano qui.
Anche sul tetto del prezzo sulle importazioni di gas (ancora da decidere se russo o da tutti), l’impressione è che si navighi a vista. L’Ue punta ora a trovare soluzioni condivise con i fornitori. Come dimostra la task force istituita con la Norvegia per negoziare riduzioni di prezzo, accolta favorevolmente proprio oggi dal premier norvegese Støre.
Ma proprio Støre continua a dirsi scettico su un tetto europeo sul prezzo del gas. È davvero credibile che i produttori di energia assecondino le richieste europee per prezzi più bassi? È il mercato, bellezza.
👉🇷🇺🇨🇳 Oggi a Samarcanda, in Uzbekistan, si sono incontrati Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma è stato molto più di un semplice faccia a faccia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/samarcanda-russia-e-cina-sfidano-loccidente-36166
🫴 Contributi di solidarietà
140 miliardi di euro. Questo quanto la Commissione Europea punta a raccogliere imponendo un prelievo sugli extra profitti delle compagnie energetiche. Una somma che si comporrebbe di 117 miliardi di euro da ottenere fissando un tetto massimo (180 €/MWh) ai prezzi dei generatori di elettricità non da gas tra dicembre 2022 e marzo 2023. E di 23 miliardi di euro da raccogliere imponendo agli estrattori di combustibili fossili europei di restituire il 33% dei profitti in eccesso per l'anno fiscale in corso.
Il 30 settembre gli Stati membri metteranno ai voti la proposta. Trattandosi di fondi che saranno reindirizzati a famiglie e imprese colpite dal caro bollette, una maggioranza che approvi la misura sembrerebbe scontata. Ma non l’efficacia della proposta.
💵 Meglio tardi che mai?
Per facilitare un accordo, la Commissione ha puntato a un tetto al prezzo piuttosto elevato, per poi concedere agli Stati membri la libertà di ridurlo. Ma così facendo i 140 miliardi di euro che la proposta prevede di raccogliere non raggiungono nemmeno i 150 miliardi di misure previste la settimana scorsa dal solo Regno Unito contro il caro-energia.
La proposta di Bruxelles arriva, poi, a mesi di distanza dall’adozione di misure simili da parte di alcuni Stati membri. E la ricerca di una compatibilità tra queste ultime e la proposta comunitaria rischia di indebolirne ulteriormente lo scopo e la portata. Insomma, per contrastare la crisi energetica si procede a piccoli passi. Piccolissimi, se si considerano gli altri dossier sul tavolo di Bruxelles.
🇳🇴 Ricominciare da capo (Nord)
Innanzitutto, ieri von der Leyen ha anche annunciato una futura "riforma onnicomprensiva” dei mercati energetici. Con tanto di promessa di intervenire sull'indice di riferimento per i prezzi del gas, e frenare “la sua influenza dominante sui prezzi dell’elettricità". Ma i dettagli si fermano qui.
Anche sul tetto del prezzo sulle importazioni di gas (ancora da decidere se russo o da tutti), l’impressione è che si navighi a vista. L’Ue punta ora a trovare soluzioni condivise con i fornitori. Come dimostra la task force istituita con la Norvegia per negoziare riduzioni di prezzo, accolta favorevolmente proprio oggi dal premier norvegese Støre.
Ma proprio Støre continua a dirsi scettico su un tetto europeo sul prezzo del gas. È davvero credibile che i produttori di energia assecondino le richieste europee per prezzi più bassi? È il mercato, bellezza.
👉🇷🇺🇨🇳 Oggi a Samarcanda, in Uzbekistan, si sono incontrati Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma è stato molto più di un semplice faccia a faccia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/samarcanda-russia-e-cina-sfidano-loccidente-36166
🌏 RUSSIA-CINA: AMBIGUITÀ STRATEGICA
❄️ “Voprosy e ozabochennosti”
Per ammissione dello stesso Putin, sono “dubbi e preoccupazioni” quelli espressi ieri da Xi Jinping nel primo faccia a faccia con il presidente russo dall’invasione dell’Ucraina. Toni decisamente diversi da quelli del 4 febbraio scorso, quando, insieme alle Olimpiadi invernali, Xi inaugurava anche la sua “amicizia senza limiti” con Putin.
Ieri invece i due leader sono sembrati più distaccati. Certo, finora Pechino ha offerto un tacito sostegno politico ed economico a Mosca. Eppure il prolungarsi della guerra, e il suo impatto sull’economia globale, sembrano cominciare a preoccupare il presidente cinese.
La cui freddezza non è passata inosservata.
🤝 Amicizia asimmetrica
I colloqui si tengono al margine di un vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Samarcanda. Fondato nel 2001, oltre a Cina e Russia il gruppo regionale comprende anche India, Pakistan e quattro nazioni dell'Asia centrale. Con il 40% della popolazione mondiale e oltre il 30% del PIL globale, l’organizzazione vorrebbe fornire un’importante alternativa alle organizzazioni multilaterali “occidentali”, soprattutto per i paesi soggetti a sanzioni.
Alternativa che, dall’inizio del conflitto, Mosca ha trovato principalmente nell’alleato cinese. E così, la Cina approfitta delle sanzioni per assicurarsi petrolio scontato (oggi 25 dollari al barile in meno) e vendere i propri prodotti su un mercato abbandonato dall’Occidente. Mentre Mosca diventa sempre più dipendente da Pechino, che da Mosca dipende pochissimo (18% vs 2% degli interscambi reciproci). Motivo per cui Xi può permettersi di adottare una certa ambiguità, e l’alleanza “senza limiti” di febbraio comincia implicitamente a scricchiolare.
🔭 Vicini lontani
Nonostante una chimica minore, l'intesa tra Russia e Cina rimane profonda sull’asse antioccidentale. In fondo Mosca e Pechino sono entrambe potenze “revisioniste”: si oppongono allo strapotere degli Stati Uniti, e rimettono in discussione lo status quo anche sui confini. Basti pensare ai timori su Taiwan subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, o alla collaborazione tra i due Paesi nel sostenere iniziative alternative a quelle occidentali, dai summit BRICS alla stessa SCO.
Di recente però, Pechino fa più da sé. Come con la Banca Asiatica d'Investimento per le infrastrutture, di cui la Russia detiene solo un quinto del capitale rispetto alla Cina. E se è vero che entrambi i paesi puntano alla dedollarizzazione dell’economia mondiale, è altrettanto vero che lo yuan è di sicuro un’alternativa più credibile del rublo.
Il nemico del mio nemico è davvero un amico?
👉🎧 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi approfondiamo l’incontro di Samarcanda tra Putin e Xi: quali sono i limiti dell’“amicizia senza limiti” tra Cina e Russia? Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-cina-e-russia-i-limiti-di-unalleanza-senza-limiti-36178
❄️ “Voprosy e ozabochennosti”
Per ammissione dello stesso Putin, sono “dubbi e preoccupazioni” quelli espressi ieri da Xi Jinping nel primo faccia a faccia con il presidente russo dall’invasione dell’Ucraina. Toni decisamente diversi da quelli del 4 febbraio scorso, quando, insieme alle Olimpiadi invernali, Xi inaugurava anche la sua “amicizia senza limiti” con Putin.
Ieri invece i due leader sono sembrati più distaccati. Certo, finora Pechino ha offerto un tacito sostegno politico ed economico a Mosca. Eppure il prolungarsi della guerra, e il suo impatto sull’economia globale, sembrano cominciare a preoccupare il presidente cinese.
La cui freddezza non è passata inosservata.
🤝 Amicizia asimmetrica
I colloqui si tengono al margine di un vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Samarcanda. Fondato nel 2001, oltre a Cina e Russia il gruppo regionale comprende anche India, Pakistan e quattro nazioni dell'Asia centrale. Con il 40% della popolazione mondiale e oltre il 30% del PIL globale, l’organizzazione vorrebbe fornire un’importante alternativa alle organizzazioni multilaterali “occidentali”, soprattutto per i paesi soggetti a sanzioni.
Alternativa che, dall’inizio del conflitto, Mosca ha trovato principalmente nell’alleato cinese. E così, la Cina approfitta delle sanzioni per assicurarsi petrolio scontato (oggi 25 dollari al barile in meno) e vendere i propri prodotti su un mercato abbandonato dall’Occidente. Mentre Mosca diventa sempre più dipendente da Pechino, che da Mosca dipende pochissimo (18% vs 2% degli interscambi reciproci). Motivo per cui Xi può permettersi di adottare una certa ambiguità, e l’alleanza “senza limiti” di febbraio comincia implicitamente a scricchiolare.
🔭 Vicini lontani
Nonostante una chimica minore, l'intesa tra Russia e Cina rimane profonda sull’asse antioccidentale. In fondo Mosca e Pechino sono entrambe potenze “revisioniste”: si oppongono allo strapotere degli Stati Uniti, e rimettono in discussione lo status quo anche sui confini. Basti pensare ai timori su Taiwan subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, o alla collaborazione tra i due Paesi nel sostenere iniziative alternative a quelle occidentali, dai summit BRICS alla stessa SCO.
Di recente però, Pechino fa più da sé. Come con la Banca Asiatica d'Investimento per le infrastrutture, di cui la Russia detiene solo un quinto del capitale rispetto alla Cina. E se è vero che entrambi i paesi puntano alla dedollarizzazione dell’economia mondiale, è altrettanto vero che lo yuan è di sicuro un’alternativa più credibile del rublo.
Il nemico del mio nemico è davvero un amico?
👉🎧 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi approfondiamo l’incontro di Samarcanda tra Putin e Xi: quali sono i limiti dell’“amicizia senza limiti” tra Cina e Russia? Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-cina-e-russia-i-limiti-di-unalleanza-senza-limiti-36178
🌍 UE-UNGHERIA: PROBLEMI DI COESIONE
✂️ L’Ue ci dà un taglio
7,5 miliardi di euro. Questo l’ammontare dei fondi europei per l’Ungheria che ieri la Commissione Europea ha proposto al Consiglio di sospendere. Si tratta del 65% dei fondi destinati a Budapest fino al 2027 nell’ambito della politica di coesione comunitaria. A cui aggiungere gli altri 7 miliardi del Pnrr ungherese, già congelati da Bruxelles.
Il motivo è sempre lo stesso: le carenze sullo Stato di diritto nel Paese. Già ad aprile, la Commissione aveva chiesto al governo ungherese di intervenire urgentemente per correggere le irregolarità nelle procedure di appalto e rafforzare le leggi in tema di conflitto d’interessi e corruzione. Orbán è corso ai ripari, proponendo una serie di future misure correttive.
Ma il diktat di Palazzo Berlaymont è: vedere riforme, pagare moneta.
💧Una goccia nell’oceano
Budapest ha proposto 17 riforme entro il 19 novembre. Tra queste la creazione di un ente anticorruzione, un disegno di legge sugli appalti e uno per aumentare la trasparenza della pubblica amministrazione. Abbastanza per Bruxelles per mostrarsi conciliante, chiedendo al Consiglio di dare all’Ungheria il tempo necessario per attuare questo programma.
Ma servirebbero ben più riforme per risolvere le violazioni dello Stato di diritto descritte nelle 32 pagine con cui il Parlamento Europeo ha motivato l'approvazione della mozione che definisce l’Ungheria una “autocrazia elettorale”. Dove lo stato di emergenza per la pandemia non è mai finito, i magistrati che si appellano alla Corte di giustizia dell'UE sono passibili di infrazione disciplinare, ed è vietato cambiare sesso sui documenti di identità. Giusto per citarne alcuni.
❌ Impuniti e contenti
La palla passa ora al Consiglio che ha un massimo di tre mesi per decidere a maggioranza qualificata di attivare, per la prima volta, il regolamento sulla condizionalità legata al rispetto dello Stato di diritto.
Regolamento che, pur tra mille limitazioni (la Commissione deve dimostrare che la violazione identificata abbia effettivamente un impatto sul bilancio Ue) si sta dimostrando un deciso passo in avanti negli strumenti a disposizione di Bruxelles per punire i passi indietro della democrazia negli Stati membri.
L’unica altra arma era finora la sospensione dei diritti di voto prevista dall’articolo 7 del trattato Ue, da votare però all’unanimità dagli altri 26. A Budapest non basterà quindi più il voto di un altro Paese (la Polonia, che teme di fare la stessa fine) per salvarsi.
Cosa farà Orbán?
👉🇬🇧 Oggi capi di stato e di governo e teste coronate da tutto il mondo sono confluiti a Londra per l’ultimo saluto alla Regina Elisabetta II. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uk-elisabetta-lultimo-addio-36188
✂️ L’Ue ci dà un taglio
7,5 miliardi di euro. Questo l’ammontare dei fondi europei per l’Ungheria che ieri la Commissione Europea ha proposto al Consiglio di sospendere. Si tratta del 65% dei fondi destinati a Budapest fino al 2027 nell’ambito della politica di coesione comunitaria. A cui aggiungere gli altri 7 miliardi del Pnrr ungherese, già congelati da Bruxelles.
Il motivo è sempre lo stesso: le carenze sullo Stato di diritto nel Paese. Già ad aprile, la Commissione aveva chiesto al governo ungherese di intervenire urgentemente per correggere le irregolarità nelle procedure di appalto e rafforzare le leggi in tema di conflitto d’interessi e corruzione. Orbán è corso ai ripari, proponendo una serie di future misure correttive.
Ma il diktat di Palazzo Berlaymont è: vedere riforme, pagare moneta.
💧Una goccia nell’oceano
Budapest ha proposto 17 riforme entro il 19 novembre. Tra queste la creazione di un ente anticorruzione, un disegno di legge sugli appalti e uno per aumentare la trasparenza della pubblica amministrazione. Abbastanza per Bruxelles per mostrarsi conciliante, chiedendo al Consiglio di dare all’Ungheria il tempo necessario per attuare questo programma.
Ma servirebbero ben più riforme per risolvere le violazioni dello Stato di diritto descritte nelle 32 pagine con cui il Parlamento Europeo ha motivato l'approvazione della mozione che definisce l’Ungheria una “autocrazia elettorale”. Dove lo stato di emergenza per la pandemia non è mai finito, i magistrati che si appellano alla Corte di giustizia dell'UE sono passibili di infrazione disciplinare, ed è vietato cambiare sesso sui documenti di identità. Giusto per citarne alcuni.
❌ Impuniti e contenti
La palla passa ora al Consiglio che ha un massimo di tre mesi per decidere a maggioranza qualificata di attivare, per la prima volta, il regolamento sulla condizionalità legata al rispetto dello Stato di diritto.
Regolamento che, pur tra mille limitazioni (la Commissione deve dimostrare che la violazione identificata abbia effettivamente un impatto sul bilancio Ue) si sta dimostrando un deciso passo in avanti negli strumenti a disposizione di Bruxelles per punire i passi indietro della democrazia negli Stati membri.
L’unica altra arma era finora la sospensione dei diritti di voto prevista dall’articolo 7 del trattato Ue, da votare però all’unanimità dagli altri 26. A Budapest non basterà quindi più il voto di un altro Paese (la Polonia, che teme di fare la stessa fine) per salvarsi.
Cosa farà Orbán?
👉🇬🇧 Oggi capi di stato e di governo e teste coronate da tutto il mondo sono confluiti a Londra per l’ultimo saluto alla Regina Elisabetta II. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uk-elisabetta-lultimo-addio-36188
🌎 INFLAZIONE, FED: GIOCO D’AZZARDO
🎲 All-in
Un aumento dei tassi di interesse di 100 punti base. Lo ha annunciato oggi la Banca centrale svedese, inaugurando un’intensa settimana di decisioni di politica monetaria in tutto il mondo. Tra i vari aumenti, il più atteso è sicuramente quello della Fed di domani.
Con l'accelerazione inaspettata dell’inflazione americana “core” ad agosto (+6,3%, dal 5,9% di luglio), in molti scommettono su un terzo rialzo da 0,75 punti percentuali (se non di un intero punto). Una scelta in linea con una Fed determinata a vincere la lotta contro i prezzi. E non solo: con il crescente rischio di una recessione globale, questa rapida serie di aumenti dei tassi segna l’inizio di un’altra partita, quella contro la stagflazione.
💵 Rischio calcolato
Per la Fed, quella di oggi è una partita in due tempi: nel primo si alzano i tassi di interesse per combattere l’inflazione, nel secondo (se necessario) si riabbassano per combattere la recessione. Una scommessa che la Fed (insieme ad altre 90 banche centrali nel mondo), vuole vincere usando lo strumento più classico di politica monetaria. Impiegato però in maniera “non convenzionale”: molto in fretta.
I rischi sono molteplici: dall'instabilità dei mercati finanziari al deterioramento del mercato del lavoro, e soprattutto alla recessione. Motivo per cui a ogni aumento dei tassi di interesse scendono le previsioni di crescita per l’anno prossimo (negli Usa passate da +2,5% prima dei rialzi a +0,9% oggi). Non solo: per sua natura, gli effetti delle politiche monetarie arrivano con un certo ritardo. Si rischia quindi di indebolire i mercati finanziari e l'economia ancor prima di scalfire l'inflazione.
💶 Scommessa vincente?
Come negli Usa, anche in Europa la BCE cerca di mantenere l’inflazione sotto controllo. E come per Washington, anche Francoforte deve rispondere alla critica di aver agito troppo tardi. Solo lo scorso novembre, infatti, la presidente della BCE Christine Lagarde dichiarava improbabile un aumento dei tassi nel 2022.
Invece quest’anno la BCE ha già annunciato due rialzi dei tassi di interesse. Rialzi che, secondo le previsioni, contribuiranno a portare l’Europa sull’orlo della recessione (+0,5% di crescita prevista nel 2023). Con l’inverno alle porte e la drastica riduzione delle forniture di gas naturale russo, il rischio della stagflazione è sempre più incombente.
Le banche centrali staranno giocando la carta giusta?
👉🇺🇳Dopo due anni di pandemia, l’Assemblea Generale dell’Onu torna al Palazzo di vetro in presenza. Ma solo per constatare che il mondo è cambiato e le ‘Nazioni Unite’ sono in realtà sempre più divise. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nazioni-disunite-36193
🎲 All-in
Un aumento dei tassi di interesse di 100 punti base. Lo ha annunciato oggi la Banca centrale svedese, inaugurando un’intensa settimana di decisioni di politica monetaria in tutto il mondo. Tra i vari aumenti, il più atteso è sicuramente quello della Fed di domani.
Con l'accelerazione inaspettata dell’inflazione americana “core” ad agosto (+6,3%, dal 5,9% di luglio), in molti scommettono su un terzo rialzo da 0,75 punti percentuali (se non di un intero punto). Una scelta in linea con una Fed determinata a vincere la lotta contro i prezzi. E non solo: con il crescente rischio di una recessione globale, questa rapida serie di aumenti dei tassi segna l’inizio di un’altra partita, quella contro la stagflazione.
💵 Rischio calcolato
Per la Fed, quella di oggi è una partita in due tempi: nel primo si alzano i tassi di interesse per combattere l’inflazione, nel secondo (se necessario) si riabbassano per combattere la recessione. Una scommessa che la Fed (insieme ad altre 90 banche centrali nel mondo), vuole vincere usando lo strumento più classico di politica monetaria. Impiegato però in maniera “non convenzionale”: molto in fretta.
I rischi sono molteplici: dall'instabilità dei mercati finanziari al deterioramento del mercato del lavoro, e soprattutto alla recessione. Motivo per cui a ogni aumento dei tassi di interesse scendono le previsioni di crescita per l’anno prossimo (negli Usa passate da +2,5% prima dei rialzi a +0,9% oggi). Non solo: per sua natura, gli effetti delle politiche monetarie arrivano con un certo ritardo. Si rischia quindi di indebolire i mercati finanziari e l'economia ancor prima di scalfire l'inflazione.
💶 Scommessa vincente?
Come negli Usa, anche in Europa la BCE cerca di mantenere l’inflazione sotto controllo. E come per Washington, anche Francoforte deve rispondere alla critica di aver agito troppo tardi. Solo lo scorso novembre, infatti, la presidente della BCE Christine Lagarde dichiarava improbabile un aumento dei tassi nel 2022.
Invece quest’anno la BCE ha già annunciato due rialzi dei tassi di interesse. Rialzi che, secondo le previsioni, contribuiranno a portare l’Europa sull’orlo della recessione (+0,5% di crescita prevista nel 2023). Con l’inverno alle porte e la drastica riduzione delle forniture di gas naturale russo, il rischio della stagflazione è sempre più incombente.
Le banche centrali staranno giocando la carta giusta?
👉🇺🇳Dopo due anni di pandemia, l’Assemblea Generale dell’Onu torna al Palazzo di vetro in presenza. Ma solo per constatare che il mondo è cambiato e le ‘Nazioni Unite’ sono in realtà sempre più divise. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nazioni-disunite-36193