🌍 EURO CONTRO TUTTI
🚀 Livello di guardia
9,1%. Anche ad agosto, l’inflazione in Eurozona fa segnare l’ennesimo record, toccando il livello più alto da quando esiste la moneta unica. Conseguenza diretta degli altissimi prezzi dell’energia, che proprio in queste ore gravitano sui 250-300 €/MWh, ovvero dieci volte i livelli considerabili “normali” prima della crisi russa.
Ma anche di un aumento dei prezzi che sembra ormai essere diventata condizione “normale” nelle economie occidentali, che solo fino a pochi anni combattevano contro i rischi della deflazione. E che arriva proprio mentre le economie avanzate frenano la loro corsa, amplificando i timori dell’inizio di un periodo di bassa crescita e forte aumento dei prezzi (deflazione) da cui sarebbe molto complicato uscire.
💶 Questioni di interesse
Anche l’inflazione “core” (senza energia, alimentari e tabacchi) nella zona euro ha infatti superato il 4%. Un valore doppio rispetto all’obiettivo della Bce, e che potrebbe spingere la banca centrale a velocizzare la propria politica di rialzo dei tassi.
Politica prudente sempre più criticata dai falchi, Germania inclusa, che puntano il dito verso la Fed, che i tassi li ha già alzati al 2,25-2,5%, mentre i tassi Bce languono allo 0,5%. E che accusano la Banca centrale di non fare abbastanza per sostenere il valore dell’euro, che da luglio è ormai arrivato alla parità col dollaro, di fatto contribuendo a “importare” inflazione dall’estero.
Il problema? Quando i tassi d’interesse salgono, sale anche il costo di rifinanziare il debito pubblico.
👯♀️ Crisi gemelle
Cattive notizie per paesi con un debito pubblico molto elevato. Come l’Italia, quest’anno al 153% del PIL rispetto al 69% tedesco. Così l’Italia si ritrova in balia dei mercati, con lo spread che sale (da 150 a marzo a 230-240 in questi giorni) e gli speculatori che intravedono la possibilità di guadagni facili.
Ad agosto i fondi avevano accumulato scommesse sul rialzo dello spread italiano per 39 miliardi di dollari, una delle posizioni più forti da 15 anni a questa parte. Se, come prevedibile, il costo dell’energia dovesse rimanere alto, quest’autunno oltre al rischio di razionamento potremmo dover far fronte a quello sul debito. E il margine di manovra per aiutare le famiglie in difficoltà potrebbe diventare ancora più stretto.
È morto a 91 anni Mikhail Gorbachev. Un filo rosso collega la storia dell’ultimo leader sovietico alla guerra di Vladimir Putin in Ucraina. Della sua eredità parliamo oggi in un dossier speciale: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/mikhail-gorbachev-luomo-che-mise-fine-alla-guerra-fredda-22539
🚀 Livello di guardia
9,1%. Anche ad agosto, l’inflazione in Eurozona fa segnare l’ennesimo record, toccando il livello più alto da quando esiste la moneta unica. Conseguenza diretta degli altissimi prezzi dell’energia, che proprio in queste ore gravitano sui 250-300 €/MWh, ovvero dieci volte i livelli considerabili “normali” prima della crisi russa.
Ma anche di un aumento dei prezzi che sembra ormai essere diventata condizione “normale” nelle economie occidentali, che solo fino a pochi anni combattevano contro i rischi della deflazione. E che arriva proprio mentre le economie avanzate frenano la loro corsa, amplificando i timori dell’inizio di un periodo di bassa crescita e forte aumento dei prezzi (deflazione) da cui sarebbe molto complicato uscire.
💶 Questioni di interesse
Anche l’inflazione “core” (senza energia, alimentari e tabacchi) nella zona euro ha infatti superato il 4%. Un valore doppio rispetto all’obiettivo della Bce, e che potrebbe spingere la banca centrale a velocizzare la propria politica di rialzo dei tassi.
Politica prudente sempre più criticata dai falchi, Germania inclusa, che puntano il dito verso la Fed, che i tassi li ha già alzati al 2,25-2,5%, mentre i tassi Bce languono allo 0,5%. E che accusano la Banca centrale di non fare abbastanza per sostenere il valore dell’euro, che da luglio è ormai arrivato alla parità col dollaro, di fatto contribuendo a “importare” inflazione dall’estero.
Il problema? Quando i tassi d’interesse salgono, sale anche il costo di rifinanziare il debito pubblico.
👯♀️ Crisi gemelle
Cattive notizie per paesi con un debito pubblico molto elevato. Come l’Italia, quest’anno al 153% del PIL rispetto al 69% tedesco. Così l’Italia si ritrova in balia dei mercati, con lo spread che sale (da 150 a marzo a 230-240 in questi giorni) e gli speculatori che intravedono la possibilità di guadagni facili.
Ad agosto i fondi avevano accumulato scommesse sul rialzo dello spread italiano per 39 miliardi di dollari, una delle posizioni più forti da 15 anni a questa parte. Se, come prevedibile, il costo dell’energia dovesse rimanere alto, quest’autunno oltre al rischio di razionamento potremmo dover far fronte a quello sul debito. E il margine di manovra per aiutare le famiglie in difficoltà potrebbe diventare ancora più stretto.
È morto a 91 anni Mikhail Gorbachev. Un filo rosso collega la storia dell’ultimo leader sovietico alla guerra di Vladimir Putin in Ucraina. Della sua eredità parliamo oggi in un dossier speciale: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/mikhail-gorbachev-luomo-che-mise-fine-alla-guerra-fredda-22539
🌍 GAS, RUSSIA-UE: CORSA CONTRO IL TEMPO
🔨 Day 2
Secondo giorno di manutenzione straordinaria per il gasdotto Nord Stream, che dovrebbe tornare in funzione sabato. Come accaduto con la manutenzione annuale di luglio, crescono però i timori che Mosca possa utilizzare il pretesto per chiuderlo definitivamente.
Nel frattempo, l’Europa è alla spasmodica ricerca di una soluzione. Tra una settimana un Consiglio europeo straordinario deciderà se imporre o meno un tetto al prezzo del gas utilizzato per produrre elettricità. E che ci si arrivi a Nord Stream chiuso o aperto, ormai, fa poca differenza.
💫 La turbina della discordia
La chiusura di Nord Stream significa che all’Europa verrebbe a mancare un ulteriore 5% di gas russo che, equivalente a 8-10 miliardi di metri cubi di gas l’anno (Gmc/a). Volumi importanti, se si considera che l’UE ha quasi esaurito modi semplici per procurarsene di alternativi. Ma da confrontare con i 105 Gmc/a già persi con i precedenti tagli russi.
Volumi ormai molto distanti dagli obblighi contrattuali di Gazprom, che deve dunque accampare sempre più scuse. A maggio Gazprom ha ridotto i flussi da Nord Stream citando problemi ad alcune turbine: proprio quelle turbine che Gazprom stessa rifiuta di riprendersi, e che Siemens sarebbe lieta di riconsegnare.
La realtà è che Mosca, che dalla crisi del gas continua a guadagnarci (grazie ai prezzi alle stelle, le entrate sono triplicate rispetto all’anno scorso), disporrebbe di ampia capacità di transito per dirottare le forniture che passano da Nord Stream verso gasdotti che attraversano l’Ucraina, la Polonia o la Turchia. Ma, semplicemente, non lo fa, “strangolando” l’Europa.
🎢 Montagne russe
Se Mosca continua a mettere l’Europa sotto pressione, i governi europei sembrano almeno essersi ridestati dal torpore estivo. Di qui l’annuncio del Consiglio straordinario, che potrebbe finalmente discutere un tetto al prezzo del gas nel settore della generazione elettrica. Un annuncio che sarebbe stato impossibile fino a poche settimane fa, di fronte ai veti incrociati di Germania (scettica) e Paesi Bassi (interessati a tutelare la borsa di Amsterdam).
Assieme alla presa d'atto che gli stoccaggi europei sono pieni oltre l’80%, l’annuncio ha fatto crollare i prezzi del gas alla borsa olandese, da 350 a 240 €/MWh. Ma siamo ancora a livelli 10-12 volte più elevati rispetto ai tempi pre-crisi.
E se dal Consiglio di settimana prossima dovesse emergere un’ennesima impasse, i mercati sapranno come punirci.
🇷🇺🇪🇺 Per capire la crisi energetica, le alternative al gas russo e le possibili vie d’uscita per l’Europa e l’Italia, abbiam da poco creato una dashboard interattiva, sempre aggiornata con nuovi dati. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
👉🇨🇳 In un rapporto sulla minoranza uigura nello Xinjiang, l’Onu accusa la Cina di possibili violazioni dei diritti umani. Pechino insorge: “è falso”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uiguri-lonu-accusa-pechino-36031
🔨 Day 2
Secondo giorno di manutenzione straordinaria per il gasdotto Nord Stream, che dovrebbe tornare in funzione sabato. Come accaduto con la manutenzione annuale di luglio, crescono però i timori che Mosca possa utilizzare il pretesto per chiuderlo definitivamente.
Nel frattempo, l’Europa è alla spasmodica ricerca di una soluzione. Tra una settimana un Consiglio europeo straordinario deciderà se imporre o meno un tetto al prezzo del gas utilizzato per produrre elettricità. E che ci si arrivi a Nord Stream chiuso o aperto, ormai, fa poca differenza.
💫 La turbina della discordia
La chiusura di Nord Stream significa che all’Europa verrebbe a mancare un ulteriore 5% di gas russo che, equivalente a 8-10 miliardi di metri cubi di gas l’anno (Gmc/a). Volumi importanti, se si considera che l’UE ha quasi esaurito modi semplici per procurarsene di alternativi. Ma da confrontare con i 105 Gmc/a già persi con i precedenti tagli russi.
Volumi ormai molto distanti dagli obblighi contrattuali di Gazprom, che deve dunque accampare sempre più scuse. A maggio Gazprom ha ridotto i flussi da Nord Stream citando problemi ad alcune turbine: proprio quelle turbine che Gazprom stessa rifiuta di riprendersi, e che Siemens sarebbe lieta di riconsegnare.
La realtà è che Mosca, che dalla crisi del gas continua a guadagnarci (grazie ai prezzi alle stelle, le entrate sono triplicate rispetto all’anno scorso), disporrebbe di ampia capacità di transito per dirottare le forniture che passano da Nord Stream verso gasdotti che attraversano l’Ucraina, la Polonia o la Turchia. Ma, semplicemente, non lo fa, “strangolando” l’Europa.
🎢 Montagne russe
Se Mosca continua a mettere l’Europa sotto pressione, i governi europei sembrano almeno essersi ridestati dal torpore estivo. Di qui l’annuncio del Consiglio straordinario, che potrebbe finalmente discutere un tetto al prezzo del gas nel settore della generazione elettrica. Un annuncio che sarebbe stato impossibile fino a poche settimane fa, di fronte ai veti incrociati di Germania (scettica) e Paesi Bassi (interessati a tutelare la borsa di Amsterdam).
Assieme alla presa d'atto che gli stoccaggi europei sono pieni oltre l’80%, l’annuncio ha fatto crollare i prezzi del gas alla borsa olandese, da 350 a 240 €/MWh. Ma siamo ancora a livelli 10-12 volte più elevati rispetto ai tempi pre-crisi.
E se dal Consiglio di settimana prossima dovesse emergere un’ennesima impasse, i mercati sapranno come punirci.
🇷🇺🇪🇺 Per capire la crisi energetica, le alternative al gas russo e le possibili vie d’uscita per l’Europa e l’Italia, abbiam da poco creato una dashboard interattiva, sempre aggiornata con nuovi dati. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
👉🇨🇳 In un rapporto sulla minoranza uigura nello Xinjiang, l’Onu accusa la Cina di possibili violazioni dei diritti umani. Pechino insorge: “è falso”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/uiguri-lonu-accusa-pechino-36031
🌍 UCRAINA: DRÔLE DE GUERRE?
🔧 Contro-lavori in corso
Uno sfondamento oltre le prime linee russe, e notizie di azioni decise e forti combattimenti nel sud del paese. Da lunedì Kiev ha lanciato una controffensiva per riprendere il controllo di Kherson, una delle prime città a cadere sotto l’avanzata russa di febbraio.
Nel frastuono della guerra, è difficile capire se l’entità della controffensiva possa davvero mutare le sorti della regione, o abbia più un valore simbolico, a indicare che il “momento” della guerra è cambiato. Kiev è particolarmente cauta nel far trapelare informazioni, limitando l’accesso ai giornalisti. Ma una cosa è evidente: a più di sei mesi dall’inizio del conflitto, l’offensiva russa si trova impantanata nelle acque del Dnepr.
🪖 Colpo su colpo
L’Ucraina continua quindi un botta e risposta con le forze russe la cui durata ha sorpreso molte aspettative, visto l’enorme squilibrio delle forze in campo. Ma che è stato reso possibile dal sostegno economico e militare ricevuto dai paesi della NATO. Un impegno molto “squilibrato”: da fine gennaio a inizio agosto, tra armi e aiuti finanziari a scopi militari gli USA hanno impegnato quasi 41 miliardi di dollari; l’UE, poco più di 6.
Così gli aiuti vanno ad assottigliare il vantaggio militare di Mosca, grazie ad addestramenti ma anche, in particolare, alla fornitura di artiglieria sofisticata. Come i 16 lanciarazzi ad alta precisione HIMARS che gli USA hanno fornito a Kiev dall’inizio del conflitto, e che hanno consentito all’Ucraina di preparare la controffensiva colpendo obiettivi strategici ben al di là delle prime linee nemiche.
🪢 Coperta corta?
Mentre le operazioni cambiano la mappa del conflitto di pochi chilometri al giorno, il futuro dell’Ucraina rimane legato a doppio filo a ciò che succede molto lontano dal fronte. A sei mesi dall’invasione la NATO ha confermato il suo sostegno al paese, mentre Biden ha promesso una tranche di aiuti da 3 miliardi di dollari – la più consistente finora.
Da questo lato dell’oceano, però, il clima sembra starsi rapidamente raffreddando. Martedì i ministri europei hanno concordato una missione di addestramento per l'autunno.. Il paese che ha guidato gli sforzi è stato (non a caso) la Polonia, seguita dalla Germania, comunque riluttante nello stanziare risorse militari. Gli altri, Italia inclusa, seguono da molto lontano.
Con l’avvicinarsi dell’inverno, e l’avvicendarsi dei governi, il fronte a Kiev potrebbe apparirci sempre più lontano.
A Baghdad sono in corso violenti scontri tra le forze dell'ordine e i seguaci del leader sciita Muqtada al-Sadr, che a luglio hanno assaltato il parlamento e pochi giorni fa il palazzo presidenziale. Che cosa significano queste proteste per l'Iraq e la regione? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-iraq-perche-si-protesta-36036
🔧 Contro-lavori in corso
Uno sfondamento oltre le prime linee russe, e notizie di azioni decise e forti combattimenti nel sud del paese. Da lunedì Kiev ha lanciato una controffensiva per riprendere il controllo di Kherson, una delle prime città a cadere sotto l’avanzata russa di febbraio.
Nel frastuono della guerra, è difficile capire se l’entità della controffensiva possa davvero mutare le sorti della regione, o abbia più un valore simbolico, a indicare che il “momento” della guerra è cambiato. Kiev è particolarmente cauta nel far trapelare informazioni, limitando l’accesso ai giornalisti. Ma una cosa è evidente: a più di sei mesi dall’inizio del conflitto, l’offensiva russa si trova impantanata nelle acque del Dnepr.
🪖 Colpo su colpo
L’Ucraina continua quindi un botta e risposta con le forze russe la cui durata ha sorpreso molte aspettative, visto l’enorme squilibrio delle forze in campo. Ma che è stato reso possibile dal sostegno economico e militare ricevuto dai paesi della NATO. Un impegno molto “squilibrato”: da fine gennaio a inizio agosto, tra armi e aiuti finanziari a scopi militari gli USA hanno impegnato quasi 41 miliardi di dollari; l’UE, poco più di 6.
Così gli aiuti vanno ad assottigliare il vantaggio militare di Mosca, grazie ad addestramenti ma anche, in particolare, alla fornitura di artiglieria sofisticata. Come i 16 lanciarazzi ad alta precisione HIMARS che gli USA hanno fornito a Kiev dall’inizio del conflitto, e che hanno consentito all’Ucraina di preparare la controffensiva colpendo obiettivi strategici ben al di là delle prime linee nemiche.
🪢 Coperta corta?
Mentre le operazioni cambiano la mappa del conflitto di pochi chilometri al giorno, il futuro dell’Ucraina rimane legato a doppio filo a ciò che succede molto lontano dal fronte. A sei mesi dall’invasione la NATO ha confermato il suo sostegno al paese, mentre Biden ha promesso una tranche di aiuti da 3 miliardi di dollari – la più consistente finora.
Da questo lato dell’oceano, però, il clima sembra starsi rapidamente raffreddando. Martedì i ministri europei hanno concordato una missione di addestramento per l'autunno.. Il paese che ha guidato gli sforzi è stato (non a caso) la Polonia, seguita dalla Germania, comunque riluttante nello stanziare risorse militari. Gli altri, Italia inclusa, seguono da molto lontano.
Con l’avvicinarsi dell’inverno, e l’avvicendarsi dei governi, il fronte a Kiev potrebbe apparirci sempre più lontano.
A Baghdad sono in corso violenti scontri tra le forze dell'ordine e i seguaci del leader sciita Muqtada al-Sadr, che a luglio hanno assaltato il parlamento e pochi giorni fa il palazzo presidenziale. Che cosa significano queste proteste per l'Iraq e la regione? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-iraq-perche-si-protesta-36036
🌍 UK: NO TRUS(S)T IN THE ECONOMY
🇬🇧 Vittoria di Pirro
Liz Truss è la nuova leader del Partito Conservatore britannico e (da domani) premier del Regno Unito. L’ormai quasi ex ministra degli Esteri del dimissionario governo Johnson ha vinto l’elezione interna ai Tory per scegliere il successore di BoJo.
Ma ha poco da festeggiare. Il suo insediamento al 10 di Downing Street avviene nel mezzo di una crisi energetica ed economica sempre più fuori controllo. Le bollette, già aumentate del 54% quest’anno, saliranno di un ulteriore 80% a ottobre. Secondo la Bank of England, l’impatto di questo aumento dei costi dell’energia porterà al più grande crollo del potere di acquisto dei britannici dagli anni Sessanta (-2,25%). Non a caso un’ondata di scioperi sta attraversando il Paese. Mettendo ulteriore pressione sui prezzi.
🌪 Cime tempestose
A luglio, il tasso annuo di inflazione ha superato il 10%. Si tratta del dato peggiore degli ultimi quarant’anni e tra le nazioni del G7. Nei prossimi mesi, stando alle previsioni della Banca Centrale, potrebbe persino superare il 13%.
Una spirale inflazionistica resa peggiore dalla performance negativa della sterlina, che aumenta il costo delle importazioni di energia prezzate in dollari. Solo ad agosto la valuta britannica è scivolata del 4,6% sul dollaro (mese peggiore dall'indomani del referendum sulla Brexit), e vale ora 1,15 dollari, il livello più basso dal 1985. Il calo è dell’8% se si considerano gli ultimi tre mesi: una crisi peggiore di quella dell’euro (-7,4%).
🥶 To freeze or not to freeze
Per attenuare gli impatti della crisi energetica, Truss non ha escluso la possibilità di congelare le bollette per milioni di famiglie. Una misura che potrebbe costare al governo oltre 100 miliardi di sterline in due anni. A cui aggiungere i 30 miliardi di sterline necessari per mantenere le sue promesse della campagna elettorale (rimandare gli aumenti dei contributi previdenziali e dell'imposta sulle società).
Insomma, come anche dimostrato dalla Germania (che ieri annunciato un piano di aiuti contro il caro energia da 65 miliardi di euro), per far fronte all’attuale scenario socioeconomico serve una manovra fiscale paragonabile a quella in risposta alla pandemia. Ma tra tassi di interesse in crescita e iperinflazione, è sempre più costoso e problematico per i governi il finanziamento del proprio debito. Chi potrà permettersi un nuovo bazooka fiscale?
👉🇨🇱 Nel referendum tenutosi ieri in Cile, i cittadini hanno bocciato la proposta per una nuova Costituzione. Duro colpo per il Presidente Boric, ma la disfatta della Carta ‘più progressista del mondo’ non frena la richiesta di cambiamento. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-cile-e-il-no-alla-nuova-costituzione-36045
🇬🇧 Vittoria di Pirro
Liz Truss è la nuova leader del Partito Conservatore britannico e (da domani) premier del Regno Unito. L’ormai quasi ex ministra degli Esteri del dimissionario governo Johnson ha vinto l’elezione interna ai Tory per scegliere il successore di BoJo.
Ma ha poco da festeggiare. Il suo insediamento al 10 di Downing Street avviene nel mezzo di una crisi energetica ed economica sempre più fuori controllo. Le bollette, già aumentate del 54% quest’anno, saliranno di un ulteriore 80% a ottobre. Secondo la Bank of England, l’impatto di questo aumento dei costi dell’energia porterà al più grande crollo del potere di acquisto dei britannici dagli anni Sessanta (-2,25%). Non a caso un’ondata di scioperi sta attraversando il Paese. Mettendo ulteriore pressione sui prezzi.
🌪 Cime tempestose
A luglio, il tasso annuo di inflazione ha superato il 10%. Si tratta del dato peggiore degli ultimi quarant’anni e tra le nazioni del G7. Nei prossimi mesi, stando alle previsioni della Banca Centrale, potrebbe persino superare il 13%.
Una spirale inflazionistica resa peggiore dalla performance negativa della sterlina, che aumenta il costo delle importazioni di energia prezzate in dollari. Solo ad agosto la valuta britannica è scivolata del 4,6% sul dollaro (mese peggiore dall'indomani del referendum sulla Brexit), e vale ora 1,15 dollari, il livello più basso dal 1985. Il calo è dell’8% se si considerano gli ultimi tre mesi: una crisi peggiore di quella dell’euro (-7,4%).
🥶 To freeze or not to freeze
Per attenuare gli impatti della crisi energetica, Truss non ha escluso la possibilità di congelare le bollette per milioni di famiglie. Una misura che potrebbe costare al governo oltre 100 miliardi di sterline in due anni. A cui aggiungere i 30 miliardi di sterline necessari per mantenere le sue promesse della campagna elettorale (rimandare gli aumenti dei contributi previdenziali e dell'imposta sulle società).
Insomma, come anche dimostrato dalla Germania (che ieri annunciato un piano di aiuti contro il caro energia da 65 miliardi di euro), per far fronte all’attuale scenario socioeconomico serve una manovra fiscale paragonabile a quella in risposta alla pandemia. Ma tra tassi di interesse in crescita e iperinflazione, è sempre più costoso e problematico per i governi il finanziamento del proprio debito. Chi potrà permettersi un nuovo bazooka fiscale?
👉🇨🇱 Nel referendum tenutosi ieri in Cile, i cittadini hanno bocciato la proposta per una nuova Costituzione. Duro colpo per il Presidente Boric, ma la disfatta della Carta ‘più progressista del mondo’ non frena la richiesta di cambiamento. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-cile-e-il-no-alla-nuova-costituzione-36045
🌏 CINA: OTTOBRE ROSSO?
🦠 Fedeli alla linea
Continua la strategia zero covid in Cina. A fronte di 349 nuovi casi di Covid, il governo cinese ha oggi deciso di prolungare i semi lockdown in vigore per quasi 40 milioni di residenti a Chengdu e Shenzhen. E con almeno 68 città in isolamento parziale o totale, crescono i timori che le restrizioni inizialmente previste per pochi giorni possano estendersi per settimane o mesi. Come accaduto a Shanghai tra aprile e giugno.
Non è un caso che la strategia zero covid diventi ancora più rigida in queste settimane: il 16 ottobre il Partito Comunista Cinese inizierà il suo ventesimo congresso. Congresso in cui Xi dovrebbe essere riconfermato Segretario Generale del Pcc per un terzo mandato (inedito nella storia della Repubblica Popolare). Nonostante un’economia che traballa.
🏠 Problemi di gioventù
Negli ultimi mesi i ripetuti lockdown hanno aumentato le pressioni sulla seconda economia mondiale. Tanto che nel secondo trimestre il PIL cinese ha evitato per un soffio la contrazione: solo + 0,4% su base annua. Inferiore persino all'1,2% previsto e ben lontano dall’obiettivo ufficiale del 5,5% che sembra ormai abbandonato.
Tra pandemia e l'aggravarsi della crisi immobiliare (le vendite di immobili sono crollate del 24% quest’anno), gli ingranaggi cinesi sembrerebbero essersi inceppati. Specie per i più giovani (disoccupazione giovanile al 20%). Il terzo trimestre è quindi fondamentale per cercare di rilanciare l’economia. Motivo per cui nelle ultime settimane il governo ha annunciato un piano da circa 150 miliardi di dollari con l'obiettivo di aumentare la spesa infrastrutturale e far ripartire la crescita.
🏮Mal comune mezzo gaudio?
Per una Cina che rallenta c’è un’Europa che tira un sospiro di sollievo. Alla frenata dell’economia cinese corrisponde infatti un minor consumo di gas da parte di Pechino. E quindi più gas per il Vecchio Continente. Anche proveniente dalla Cina stessa, che vista la debolezza della sua domanda interna ci rivende il gas naturale liquefatto (spesso russo) che le avanza: nei primi sei mesi dell’anno il 7% delle importazioni di GNL in Europa sarebbe arrivato da Pechino.
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. L’economia cinese rappresenta quasi un quinto del PIL mondiale che diminuisce dello 0,3% per ogni calo di un punto percentuale del PIL cinese. Complice la concomitante brusca frenata dell’economia americana e europea, una recessione globale è sempre più vicina?
👉🇵🇰 In Pakistan oltre 1200 persone sono morte per le alluvioni e un terzo del paese è sott’acqua. I ministri chiedono che “I paesi ricchi paghino per i disastri causati dai cambiamenti climatici”. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pakistan-la-catastrofe-climatica-e-le-colpe-delloccidente-36057
🦠 Fedeli alla linea
Continua la strategia zero covid in Cina. A fronte di 349 nuovi casi di Covid, il governo cinese ha oggi deciso di prolungare i semi lockdown in vigore per quasi 40 milioni di residenti a Chengdu e Shenzhen. E con almeno 68 città in isolamento parziale o totale, crescono i timori che le restrizioni inizialmente previste per pochi giorni possano estendersi per settimane o mesi. Come accaduto a Shanghai tra aprile e giugno.
Non è un caso che la strategia zero covid diventi ancora più rigida in queste settimane: il 16 ottobre il Partito Comunista Cinese inizierà il suo ventesimo congresso. Congresso in cui Xi dovrebbe essere riconfermato Segretario Generale del Pcc per un terzo mandato (inedito nella storia della Repubblica Popolare). Nonostante un’economia che traballa.
🏠 Problemi di gioventù
Negli ultimi mesi i ripetuti lockdown hanno aumentato le pressioni sulla seconda economia mondiale. Tanto che nel secondo trimestre il PIL cinese ha evitato per un soffio la contrazione: solo + 0,4% su base annua. Inferiore persino all'1,2% previsto e ben lontano dall’obiettivo ufficiale del 5,5% che sembra ormai abbandonato.
Tra pandemia e l'aggravarsi della crisi immobiliare (le vendite di immobili sono crollate del 24% quest’anno), gli ingranaggi cinesi sembrerebbero essersi inceppati. Specie per i più giovani (disoccupazione giovanile al 20%). Il terzo trimestre è quindi fondamentale per cercare di rilanciare l’economia. Motivo per cui nelle ultime settimane il governo ha annunciato un piano da circa 150 miliardi di dollari con l'obiettivo di aumentare la spesa infrastrutturale e far ripartire la crescita.
🏮Mal comune mezzo gaudio?
Per una Cina che rallenta c’è un’Europa che tira un sospiro di sollievo. Alla frenata dell’economia cinese corrisponde infatti un minor consumo di gas da parte di Pechino. E quindi più gas per il Vecchio Continente. Anche proveniente dalla Cina stessa, che vista la debolezza della sua domanda interna ci rivende il gas naturale liquefatto (spesso russo) che le avanza: nei primi sei mesi dell’anno il 7% delle importazioni di GNL in Europa sarebbe arrivato da Pechino.
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. L’economia cinese rappresenta quasi un quinto del PIL mondiale che diminuisce dello 0,3% per ogni calo di un punto percentuale del PIL cinese. Complice la concomitante brusca frenata dell’economia americana e europea, una recessione globale è sempre più vicina?
👉🇵🇰 In Pakistan oltre 1200 persone sono morte per le alluvioni e un terzo del paese è sott’acqua. I ministri chiedono che “I paesi ricchi paghino per i disastri causati dai cambiamenti climatici”. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pakistan-la-catastrofe-climatica-e-le-colpe-delloccidente-36057
🌍 GUERRA DEL GAS: L’UE TRA IL DIRE E IL FARE
💸 (Not) too big to pay
Nuove misure di emergenza contro il caro energia. Questo quanto oggi presentato da Ursula von der Leyen agli ambasciatori Ue per trovare una prima quadra in vista del Consiglio dei ministri dell'Energia Ue di questo venerdì. Sui tavoli di discussione diverse proposte, come l’introduzione coordinata di nuove tasse nazionali sugli extra-profitti realizzati dalle grandi compagnie energetiche.
I fondi ottenuti sarebbero poi incanalati a sostegno delle famiglie più vulnerabili, sul modello di quanto (in parte) previsto dal piano tedesco da 65 miliardi di euro annunciato domenica. Parallelamente, si andrebbe a proteggere tali compagnie dal rischio di crisi di liquidità, alleggerendo le regole sugli aiuti di stato e estendendo le linee di credito.
Insomma, bastone e carota.
🕯Europa senza tetto?
Tra le proposte oggi sotto esame c’è anche l’introduzione di un tetto massimo al prezzo del gas russo. Che rischia di convincere Mosca a chiudere i rubinetti: una sorta di presa d’atto che lo scontro frontale sia inevitabile.
Una soluzione molto diversa da quella introdotta in Spagna e in Portogallo, dove è stato introdotto un tetto al prezzo del gas nella generazione elettrica. Lì è lo Stato a risarcire i generatori a gas che producono in perdita, al costo di 6 miliardi. Ma così Madrid è finora riuscita a calmierare i prezzi delle bollette a livelli tre volte inferiori a quelli di Italia o Francia.
Non mancano le controindicazioni. Prezzi più bassi per l’elettricità possono incentivarne un consumo eccessivo. Non il massimo in tempi di carenza di energia. E, comunque, maggiori consumi possono far tornare a salire le bollette, o rendere insostenibili i costi pubblici delle misure.
🏦 Accordi e disaccordi
Anche per questo, gli Stati europei litigano su come rispondere alla crisi. E non sono i soli. Domani si riunirà il board della Banca Centrale Europea, che potrebbe decidere un rialzo dei tassi di interesse più alto di quello precedente. Un’accelerazione gradita dai paesi del Nord Europa, meno da quelli del Sud.
I quali, nonostante uno spread con i bund tedeschi stabile negli ultimi mesi, temono che la recessione indotta da una politica monetaria più restrittiva porti con sé una nuova crisi del debito. Secondo Jean Monnet, uno dei padri della Comunità europea, sono le crisi ad aver forgiato l’Europa.
Avrà ragione anche questa volta?
👉💡 Vuoi approfondire i motivi e le conseguenze della crisi energetica? Nei prossimi giorni pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab dedicato proprio a queste questioni, e sulle loro implicazioni per l’Italia. Stay tuned!
💸 (Not) too big to pay
Nuove misure di emergenza contro il caro energia. Questo quanto oggi presentato da Ursula von der Leyen agli ambasciatori Ue per trovare una prima quadra in vista del Consiglio dei ministri dell'Energia Ue di questo venerdì. Sui tavoli di discussione diverse proposte, come l’introduzione coordinata di nuove tasse nazionali sugli extra-profitti realizzati dalle grandi compagnie energetiche.
I fondi ottenuti sarebbero poi incanalati a sostegno delle famiglie più vulnerabili, sul modello di quanto (in parte) previsto dal piano tedesco da 65 miliardi di euro annunciato domenica. Parallelamente, si andrebbe a proteggere tali compagnie dal rischio di crisi di liquidità, alleggerendo le regole sugli aiuti di stato e estendendo le linee di credito.
Insomma, bastone e carota.
🕯Europa senza tetto?
Tra le proposte oggi sotto esame c’è anche l’introduzione di un tetto massimo al prezzo del gas russo. Che rischia di convincere Mosca a chiudere i rubinetti: una sorta di presa d’atto che lo scontro frontale sia inevitabile.
Una soluzione molto diversa da quella introdotta in Spagna e in Portogallo, dove è stato introdotto un tetto al prezzo del gas nella generazione elettrica. Lì è lo Stato a risarcire i generatori a gas che producono in perdita, al costo di 6 miliardi. Ma così Madrid è finora riuscita a calmierare i prezzi delle bollette a livelli tre volte inferiori a quelli di Italia o Francia.
Non mancano le controindicazioni. Prezzi più bassi per l’elettricità possono incentivarne un consumo eccessivo. Non il massimo in tempi di carenza di energia. E, comunque, maggiori consumi possono far tornare a salire le bollette, o rendere insostenibili i costi pubblici delle misure.
🏦 Accordi e disaccordi
Anche per questo, gli Stati europei litigano su come rispondere alla crisi. E non sono i soli. Domani si riunirà il board della Banca Centrale Europea, che potrebbe decidere un rialzo dei tassi di interesse più alto di quello precedente. Un’accelerazione gradita dai paesi del Nord Europa, meno da quelli del Sud.
I quali, nonostante uno spread con i bund tedeschi stabile negli ultimi mesi, temono che la recessione indotta da una politica monetaria più restrittiva porti con sé una nuova crisi del debito. Secondo Jean Monnet, uno dei padri della Comunità europea, sono le crisi ad aver forgiato l’Europa.
Avrà ragione anche questa volta?
👉💡 Vuoi approfondire i motivi e le conseguenze della crisi energetica? Nei prossimi giorni pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab dedicato proprio a queste questioni, e sulle loro implicazioni per l’Italia. Stay tuned!
🌍 EUROPA E INFLAZIONE: STRADA IN SALITA
🛟 Giro di boa
Rialzo dei tassi di interesse di 75 punti base (p.b.). È quanto annunciato oggi dalla Banca centrale europea, che per la seconda volta in due mesi agisce al rialzo, accelerando rispetto alla traiettoria prevista solo qualche mese fa.
E così anche questa volta Francoforte non delude i mercati: con l’inflazione in Eurozona in agosto al 9,1%, e quella “core” al +4,3% (il doppio rispetto all’obiettivo della Bce), l’aumento era decisamente nell’aria. Non solo, considerando la liquidità che inonda i mercati da quasi un decennio, la scelta di Lagarde lancia un segnale chiaro: è finito il quantitative easing, è tempo di prosciugare i mercati.
Eppure, la decisione resta dibattuta.
🔥 Tra due fuochi
Con l’aumento dei tassi d’interesse, sale anche il costo sopportato dagli stati per rifinanziare il debito pubblico. E una mossa troppo aggressiva rischia di aumentare eccessivamente il costo del credito in Paesi altamente indebitati, come l'Italia (debito pubblico al 153% del Pil). Un'ulteriore stangata alle economiche più fragili in un periodo tutt’altro che semplice.
Per converso, una mossa più contenuta indebolirebbe l'euro, dati i rialzi dei tassi di interesse statunitensi degli ultimi mesi (+125 p.b. da marzo, e altri 75 previsti per settembre). Un tasso di cambio più basso aumenterebbe il costo dell'energia denominata in dollari, alimentando ulteriormente l'inflazione “importata”. Non una grande prospettiva per economie già in affanno.
👻 Fantasmi del passato
E non si parla solo di economie europee. La crisi energetica ha forti ripercussioni anche al di fuori del nostro continente: se la Russia toglie il gas all’Europa, l’Europa lo “ruba” al resto del mondo, spingendo verso la crisi paesi come Sri Lanka, Pakistan e Bangladesh. Intanto persino l’economia cinese, per cause molto diverse, rallenta.
Così lo spettro di una recessione globale non sembra così distante. Quella recessione globale che, nel 2008-2009, fu solo il prologo per la crisi del debito europea. Certo, stavolta la BCE è più pronta a intervenire e si è dotata di nuovi strumenti, come lo scudo antiframmentazione che mira a evitare che gli stimoli monetari vengano percepiti in maniera disomogenea nei vari Paesi.
Viene però da chiedersi: se la crisi non dovesse toccare paesi periferici, ma l’Italia, lo scudo basterà?
👉💡 Per approfondire le conseguenze della crisi energetica, inclusa l’inflazione, domani pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi. Sul nostro sito www.ispionline.it
🛟 Giro di boa
Rialzo dei tassi di interesse di 75 punti base (p.b.). È quanto annunciato oggi dalla Banca centrale europea, che per la seconda volta in due mesi agisce al rialzo, accelerando rispetto alla traiettoria prevista solo qualche mese fa.
E così anche questa volta Francoforte non delude i mercati: con l’inflazione in Eurozona in agosto al 9,1%, e quella “core” al +4,3% (il doppio rispetto all’obiettivo della Bce), l’aumento era decisamente nell’aria. Non solo, considerando la liquidità che inonda i mercati da quasi un decennio, la scelta di Lagarde lancia un segnale chiaro: è finito il quantitative easing, è tempo di prosciugare i mercati.
Eppure, la decisione resta dibattuta.
🔥 Tra due fuochi
Con l’aumento dei tassi d’interesse, sale anche il costo sopportato dagli stati per rifinanziare il debito pubblico. E una mossa troppo aggressiva rischia di aumentare eccessivamente il costo del credito in Paesi altamente indebitati, come l'Italia (debito pubblico al 153% del Pil). Un'ulteriore stangata alle economiche più fragili in un periodo tutt’altro che semplice.
Per converso, una mossa più contenuta indebolirebbe l'euro, dati i rialzi dei tassi di interesse statunitensi degli ultimi mesi (+125 p.b. da marzo, e altri 75 previsti per settembre). Un tasso di cambio più basso aumenterebbe il costo dell'energia denominata in dollari, alimentando ulteriormente l'inflazione “importata”. Non una grande prospettiva per economie già in affanno.
👻 Fantasmi del passato
E non si parla solo di economie europee. La crisi energetica ha forti ripercussioni anche al di fuori del nostro continente: se la Russia toglie il gas all’Europa, l’Europa lo “ruba” al resto del mondo, spingendo verso la crisi paesi come Sri Lanka, Pakistan e Bangladesh. Intanto persino l’economia cinese, per cause molto diverse, rallenta.
Così lo spettro di una recessione globale non sembra così distante. Quella recessione globale che, nel 2008-2009, fu solo il prologo per la crisi del debito europea. Certo, stavolta la BCE è più pronta a intervenire e si è dotata di nuovi strumenti, come lo scudo antiframmentazione che mira a evitare che gli stimoli monetari vengano percepiti in maniera disomogenea nei vari Paesi.
Viene però da chiedersi: se la crisi non dovesse toccare paesi periferici, ma l’Italia, lo scudo basterà?
👉💡 Per approfondire le conseguenze della crisi energetica, inclusa l’inflazione, domani pubblicheremo un nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi. Sul nostro sito www.ispionline.it
🌍 GUERRA DEL GAS: L’UE A PICCOLI PASSI
🏠 Tegola per tegola
Un primo sì al tetto sul gas ma non (ancora) sul gas russo. Questo quanto emerso al Consiglio di oggi dei Ministri dell’Energia europei. La Commissione viene così chiamata a redigere la sua proposta da presentare entro la metà del mese, e da votare nella migliore delle ipotesi a ottobre. Insomma, un piccolo passo avanti, e solo sulla proposta di tetto meno divisiva. Ma non ci si attendeva altro.
Il vertice di oggi era solo l’inizio di una mediazione che si preannuncia ancora lunga tra le diverse posizioni degli Stati membri. Tra chi non vorrebbe alcun tetto (Germania), chi (Francia) lo vorrebbe solo sul gas russo e quei Paesi (tra cui l’Italia) che lo chiedono per tutte le importazioni di gas europee.
🌊 Consiglio per gli acquisti
Oltre al tetto sul prezzo del gas, gli Stati membri hanno dato mandato a Bruxelles di presentare almeno tre proposte per dare respiro a imprese e consumatori schiacciati dai prezzi dell’energia. In primis, un meccanismo per proteggere le famiglie dal caro bolletta, trasferendo fondi ottenuti imponendo un limite (probabilmente di 200 euro/ megawattora) alle rendite dei produttori di energia non derivata dal gas.
Produttori che verrebbero poi ricompensati con “strumenti di liquidità di emergenza” per combattere la volatilità dei mercati dell’energia. A cui si aggiunge la richiesta di una estensione e ampliamento del quadro sugli aiuti di stato europei fino al 31 dicembre 2023.
💵 Mors tua vita mea
Non è solo l’Europa a soffrire per questa crisi. I principali importatori di energia al mondo hanno visto un peggioramento della propria bilancia commerciale causato dai prezzi record del gas. È il caso del Sudafrica e dell’India, la cui spesa per le importazioni è aumentata del 50% dall’inizio della guerra, rispetto allo stesso periodo del 2021.
A vantaggio dei Paesi esportatori di energia: su base annua riceveranno complessivamente oltre 1000 miliardi di dollari in più di quanto guadagnavano negli anni scorsi. Pensiamo all’Arabia Saudita, il cui valore delle esportazioni è ora il doppio (40 miliardi di dollari al mese) della sua media negli ultimi 5 anni. Stesso discorso per Australia, Indonesia o Norvegia, le cui esportazioni di gas sono quadruplicate in valore da 12 mesi a questa parte.
Il tetto sui prezzi del gas sarà apprezzato anche fuori dall’Ue?
👉💡Oggi è uscito il nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi sulla crisi energetica. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-e-ue-alla-guerra-del-gas-36090
🎧 E non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi facciamo il punto sulla guerra del gas tra Russia ed Europa. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-russa-del-gas-36096
🏠 Tegola per tegola
Un primo sì al tetto sul gas ma non (ancora) sul gas russo. Questo quanto emerso al Consiglio di oggi dei Ministri dell’Energia europei. La Commissione viene così chiamata a redigere la sua proposta da presentare entro la metà del mese, e da votare nella migliore delle ipotesi a ottobre. Insomma, un piccolo passo avanti, e solo sulla proposta di tetto meno divisiva. Ma non ci si attendeva altro.
Il vertice di oggi era solo l’inizio di una mediazione che si preannuncia ancora lunga tra le diverse posizioni degli Stati membri. Tra chi non vorrebbe alcun tetto (Germania), chi (Francia) lo vorrebbe solo sul gas russo e quei Paesi (tra cui l’Italia) che lo chiedono per tutte le importazioni di gas europee.
🌊 Consiglio per gli acquisti
Oltre al tetto sul prezzo del gas, gli Stati membri hanno dato mandato a Bruxelles di presentare almeno tre proposte per dare respiro a imprese e consumatori schiacciati dai prezzi dell’energia. In primis, un meccanismo per proteggere le famiglie dal caro bolletta, trasferendo fondi ottenuti imponendo un limite (probabilmente di 200 euro/ megawattora) alle rendite dei produttori di energia non derivata dal gas.
Produttori che verrebbero poi ricompensati con “strumenti di liquidità di emergenza” per combattere la volatilità dei mercati dell’energia. A cui si aggiunge la richiesta di una estensione e ampliamento del quadro sugli aiuti di stato europei fino al 31 dicembre 2023.
💵 Mors tua vita mea
Non è solo l’Europa a soffrire per questa crisi. I principali importatori di energia al mondo hanno visto un peggioramento della propria bilancia commerciale causato dai prezzi record del gas. È il caso del Sudafrica e dell’India, la cui spesa per le importazioni è aumentata del 50% dall’inizio della guerra, rispetto allo stesso periodo del 2021.
A vantaggio dei Paesi esportatori di energia: su base annua riceveranno complessivamente oltre 1000 miliardi di dollari in più di quanto guadagnavano negli anni scorsi. Pensiamo all’Arabia Saudita, il cui valore delle esportazioni è ora il doppio (40 miliardi di dollari al mese) della sua media negli ultimi 5 anni. Stesso discorso per Australia, Indonesia o Norvegia, le cui esportazioni di gas sono quadruplicate in valore da 12 mesi a questa parte.
Il tetto sui prezzi del gas sarà apprezzato anche fuori dall’Ue?
👉💡Oggi è uscito il nuovo numero del nostro ISPI DataLab con grafici e analisi sulla crisi energetica. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-e-ue-alla-guerra-del-gas-36090
🎧 E non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi facciamo il punto sulla guerra del gas tra Russia ed Europa. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-la-guerra-russa-del-gas-36096
🌍 SVEZIA: AVANTI A DESTRA
🇸🇪 Per un pugno di voti
Ieri si sono tenute le elezioni generali in Svezia. Malgrado i socialdemocratici, al governo da otto anni, si siano riconfermati primo partito, l'opposizione avrebbe ottenuto 176 dei 349 seggi in palio. Appena tre in più rispetto ai sostenitori del premier Magdalena Andersson. Eppure, il vantaggio è talmente minimo (circa 50.000 voti) da rendere decisivi i risultati dei voti postali e delle schede elettorali provenienti dall'estero.
Mentre potremmo non conoscere il risultato finale prima di mercoledì, dalle urne appare già chiaro chi sia il vero vincitore di queste elezioni. Con un abbondante 20% dei voti, i Democratici Svedesi (SD) si apprestano ad entrare massicciamente in Parlamento, superando i Moderati come secondo partito svedese.
🤠 “Make Sweden Great Again”
È davvero lo slogan pronunciato da Jimmie Åkesson, leader dell’SD, nel corso della campagna elettorale. E in effetti l’idea è proprio quella: restituire alla Svezia l’antico splendore perduto. Ma anche quella di cambiare radicalmente l’approccio del Paese su temi come l’immigrazione e contrasto alla criminalità.
Secondo l’SD, alla base dei fallimenti del “modello svedese” c’è una politica troppo accogliente con stranieri e richiedenti asilo (i residenti non nati nel paese rappresentano ormai il 20% del totale). Le cui conseguenze, sostiene il partito, sarebbero visibili nella crescita di morti violente da armi da fuoco, quintuplicate nel giro di 12 anni. Così come la spesa pubblica destinata all’integrazione dal 2015.
Dati preda della retorica dell’SD, il cui consenso continua a crescere erodendo quello consenso del centrodestra moderato.
🌬 Aria di cambiamento
A prescindere dal risultato finale, insomma, nel Paese ci si prepara a grandi cambiamenti e a negoziati difficili. Se anche l’opposizione di destra dovesse davvero risultare vincente, l’SD difficilmente esprimerebbe il Primo ministro (fatto inedito nella storia politica svedese). La coalizione vincente sceglierebbe probabilmente un leader più moderato, nonostante le promesse di una politica interna in forte rottura con il passato.
Unica vera continuità: la politica estera. Qualsiasi cosa accada, non sono in programma passi indietro circa la richiesta della Svezia di fare il suo ingresso nella NATO, accanto alla Finlandia. Né sembra in dubbio la postura nei confronti della Russia, di forte condanna dell’invasione.
Di sicuro, però, i risultati di oggi sanciscono che in Europa sono tempi duri per le forze moderate. Ovunque.
👉🇺🇦 Il successo della controffensiva ucraina nel nord-est imbarazza il Cremlino e alimenta il dissenso russo. Kiev invoca il sostegno dell’Occidente: “Possiamo vincere”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-punto-di-svolta-36119
🇸🇪 Per un pugno di voti
Ieri si sono tenute le elezioni generali in Svezia. Malgrado i socialdemocratici, al governo da otto anni, si siano riconfermati primo partito, l'opposizione avrebbe ottenuto 176 dei 349 seggi in palio. Appena tre in più rispetto ai sostenitori del premier Magdalena Andersson. Eppure, il vantaggio è talmente minimo (circa 50.000 voti) da rendere decisivi i risultati dei voti postali e delle schede elettorali provenienti dall'estero.
Mentre potremmo non conoscere il risultato finale prima di mercoledì, dalle urne appare già chiaro chi sia il vero vincitore di queste elezioni. Con un abbondante 20% dei voti, i Democratici Svedesi (SD) si apprestano ad entrare massicciamente in Parlamento, superando i Moderati come secondo partito svedese.
🤠 “Make Sweden Great Again”
È davvero lo slogan pronunciato da Jimmie Åkesson, leader dell’SD, nel corso della campagna elettorale. E in effetti l’idea è proprio quella: restituire alla Svezia l’antico splendore perduto. Ma anche quella di cambiare radicalmente l’approccio del Paese su temi come l’immigrazione e contrasto alla criminalità.
Secondo l’SD, alla base dei fallimenti del “modello svedese” c’è una politica troppo accogliente con stranieri e richiedenti asilo (i residenti non nati nel paese rappresentano ormai il 20% del totale). Le cui conseguenze, sostiene il partito, sarebbero visibili nella crescita di morti violente da armi da fuoco, quintuplicate nel giro di 12 anni. Così come la spesa pubblica destinata all’integrazione dal 2015.
Dati preda della retorica dell’SD, il cui consenso continua a crescere erodendo quello consenso del centrodestra moderato.
🌬 Aria di cambiamento
A prescindere dal risultato finale, insomma, nel Paese ci si prepara a grandi cambiamenti e a negoziati difficili. Se anche l’opposizione di destra dovesse davvero risultare vincente, l’SD difficilmente esprimerebbe il Primo ministro (fatto inedito nella storia politica svedese). La coalizione vincente sceglierebbe probabilmente un leader più moderato, nonostante le promesse di una politica interna in forte rottura con il passato.
Unica vera continuità: la politica estera. Qualsiasi cosa accada, non sono in programma passi indietro circa la richiesta della Svezia di fare il suo ingresso nella NATO, accanto alla Finlandia. Né sembra in dubbio la postura nei confronti della Russia, di forte condanna dell’invasione.
Di sicuro, però, i risultati di oggi sanciscono che in Europa sono tempi duri per le forze moderate. Ovunque.
👉🇺🇦 Il successo della controffensiva ucraina nel nord-est imbarazza il Cremlino e alimenta il dissenso russo. Kiev invoca il sostegno dell’Occidente: “Possiamo vincere”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-punto-di-svolta-36119
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🌍 UE CONTRO IL LAVORO FORZATO: DI NECESSITÀ VIRTÙ?
⛓ Proposta forzata
Stop ai prodotti realizzati utilizzando lavoro forzato. È questa la proposta che sarà presentata domani dalla Commissione Europea per impedire l’ingresso nei Paesi dell’Unione di qualsiasi bene realizzato sotto costrizione, in qualunque fase della sua produzione o estrazione.
Una tappa a lungo attesa anche considerando le dimensioni del fenomeno: secondo un nuovo report dell’ILO, nel mondo si contano 28 milioni di persone sottoposte a condizioni di lavoro forzato. Il 55% delle quali risiede nella zona dell’Asia e Pacifico (un primato distorto dal maggior numero di abitanti nella regione). Ma al di là dei nobili scopi, non si può non leggere la nuova proposta in chiave anticinese.
🇨🇳 Tu sai chi
La proposta della Commissione non farebbe riferimento a nessun Paese in particolare. A differenza della strategia adottata lo scorso giugno dagli USA: bando alle importazioni dallo Xinjiang. Ma il fatto che l’anno scorso von der Leyen menzionò la proposta per la prima volta proprio nella parte del suo discorso sullo Stato dell’Unione dedicata alla competizione con Pechino, rende chiaro il bersaglio della Commissione.
La Cina continua a ratificare convenzioni internazionali contro il lavoro forzato (due solo ad agosto). Ma dopo anni di accuse da molteplici fronti, a settembre è arrivato anche il primo parere ufficiale delle Nazioni Unite sul trattamento della comunità uigura nella Xinjiang. 48 pagine di report in cui si descrivono gravi violazioni dei diritti umani che potrebbero costituire crimini contro l'umanità.
🎓 Imparata la lezione?
Il ban alle importazioni di beni realizzati con lavoro forzato non sarà l’unica proposta della Commissione capace di impattare sul commercio comunitario. Per evitare che l'Europa si faccia cogliere impreparata da nuove interruzioni di catene del valore critiche (oggi il gas, ieri respiratori e vaccini), Bruxelles presenterà lo Strumento di emergenza per il mercato unico.
In caso di uno stato di crisi, la Commissione avrebbe il potere di richiedere agli Stati membri di costituire riserve strategiche, e di dare priorità agli ordini europei rispetto a quelli di Paesi terzi. In aggiunta a nuove regole per prevenire la concorrenza intra-europea.
Per quanto si tratti di misure emergenziali ancora lontane dall’essere definitive, il messaggio è chiaro: è sempre meno la fiducia nelle catene del valore globali. Ma fino a che punto possono essere accorciate?
👉🇦🇲 🇦🇿 Scontri a fuoco tra Armenia e Azerbaigian: l’accordo per un cessate-il-fuoco scongiura il rischio di un nuovo, pericolosissimo fronte di guerra. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/armenia-azerbaigian-escalation-pericolosa-36135
⛓ Proposta forzata
Stop ai prodotti realizzati utilizzando lavoro forzato. È questa la proposta che sarà presentata domani dalla Commissione Europea per impedire l’ingresso nei Paesi dell’Unione di qualsiasi bene realizzato sotto costrizione, in qualunque fase della sua produzione o estrazione.
Una tappa a lungo attesa anche considerando le dimensioni del fenomeno: secondo un nuovo report dell’ILO, nel mondo si contano 28 milioni di persone sottoposte a condizioni di lavoro forzato. Il 55% delle quali risiede nella zona dell’Asia e Pacifico (un primato distorto dal maggior numero di abitanti nella regione). Ma al di là dei nobili scopi, non si può non leggere la nuova proposta in chiave anticinese.
🇨🇳 Tu sai chi
La proposta della Commissione non farebbe riferimento a nessun Paese in particolare. A differenza della strategia adottata lo scorso giugno dagli USA: bando alle importazioni dallo Xinjiang. Ma il fatto che l’anno scorso von der Leyen menzionò la proposta per la prima volta proprio nella parte del suo discorso sullo Stato dell’Unione dedicata alla competizione con Pechino, rende chiaro il bersaglio della Commissione.
La Cina continua a ratificare convenzioni internazionali contro il lavoro forzato (due solo ad agosto). Ma dopo anni di accuse da molteplici fronti, a settembre è arrivato anche il primo parere ufficiale delle Nazioni Unite sul trattamento della comunità uigura nella Xinjiang. 48 pagine di report in cui si descrivono gravi violazioni dei diritti umani che potrebbero costituire crimini contro l'umanità.
🎓 Imparata la lezione?
Il ban alle importazioni di beni realizzati con lavoro forzato non sarà l’unica proposta della Commissione capace di impattare sul commercio comunitario. Per evitare che l'Europa si faccia cogliere impreparata da nuove interruzioni di catene del valore critiche (oggi il gas, ieri respiratori e vaccini), Bruxelles presenterà lo Strumento di emergenza per il mercato unico.
In caso di uno stato di crisi, la Commissione avrebbe il potere di richiedere agli Stati membri di costituire riserve strategiche, e di dare priorità agli ordini europei rispetto a quelli di Paesi terzi. In aggiunta a nuove regole per prevenire la concorrenza intra-europea.
Per quanto si tratti di misure emergenziali ancora lontane dall’essere definitive, il messaggio è chiaro: è sempre meno la fiducia nelle catene del valore globali. Ma fino a che punto possono essere accorciate?
👉🇦🇲 🇦🇿 Scontri a fuoco tra Armenia e Azerbaigian: l’accordo per un cessate-il-fuoco scongiura il rischio di un nuovo, pericolosissimo fronte di guerra. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/armenia-azerbaigian-escalation-pericolosa-36135
🌍 UCRAINA-VENEZUELA: CRISI GEMELLE?
💼 Tutto è permesso
Sono ormai 4 milioni le persone ucraine che hanno fatto richiesta di protezione temporanea negli Stati membri dell’Ue. Dall’invasione russa, oltre 7 milioni di persone hanno lasciato il paese alla volta di diversi paesi europei, dove grazie a una decisione dei 27 i rifugiati ucraini godono immediatamente di diritti armonizzati, come il permesso di soggiorno, l'accesso all'assistenza sociale e medica, la possibilità di frequentare la scuola dell’obbligo.
Una risposta decisa e coordinata a una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente. Ma anche una risposta molto diversa rispetto a crisi di portata simile.
🏠 C’è crisi e crisi
Prima di quella ucraina, la crisi venezuelana è stata quella che ha generato uno dei flussi di profughi più grandi al mondo. Dittatura e crisi economica hanno messo in fuga quasi 7 milioni di persone, circa un quarto della popolazione totale (ben oltre il 10% di profughi originato dalla crisi ucraina). E nonostante una serie di riforme nel 2021 sembrassero aver ridotto le partenze, da novembre ad oggi almeno altri 753.000 venezuelani hanno lasciato il paese.
Situazione diversa rispetto a quella ucraina, dove molti stanno già prendendo la via del ritorno (da inizio crisi, l’UNHCR conta 5 milioni di “riattraversamenti”, cioè persone che sono tornate in patria).
📺 Quinto potere
A separare le due crisi c’è anche, e soprattutto, il sostegno finanziario. Malgrado il budget previsto dai rispettivi piani di risposta regionale sia praticamente identico (1,79 miliardi di dollari per il Venezuela, 1,85 per l’Ucraina), lo stesso non vale per i fondi effettivamente stanziati. Mentre gli ucraini hanno già beneficiato del 62% dei fondi previsti, gli aiuti per i venezuelani si sono fermati al 14% del totale richiesto.
A contare, come sempre, non c’è solo il fatto (tragico ma frequente) che quando una crisi puntuale si trasforma in crisi protratta, la comunità internazionale tende a dimenticarsene. Ma anche l’attenzione mediatica ricevuta dalla parte di mondo che più finanzia gli aiuti umanitari (i paesi occidentali).
Eppure alcuni segnali di insofferenza si iniziano ad avvertire anche sul continente europeo. Quando si spengono i riflettori, tutte le crisi diventano uguali?
👉 🇪🇺 Oggi Ursula von der Leyen ha tracciato un bilancio e indicato sfide e priorità dell’UE nel discorso sullo stato dell’Unione. Il primo, dice, “mentre in Europa infuria una guerra”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-von-der-leyen-e-lo-stato-dellunione-36151
💼 Tutto è permesso
Sono ormai 4 milioni le persone ucraine che hanno fatto richiesta di protezione temporanea negli Stati membri dell’Ue. Dall’invasione russa, oltre 7 milioni di persone hanno lasciato il paese alla volta di diversi paesi europei, dove grazie a una decisione dei 27 i rifugiati ucraini godono immediatamente di diritti armonizzati, come il permesso di soggiorno, l'accesso all'assistenza sociale e medica, la possibilità di frequentare la scuola dell’obbligo.
Una risposta decisa e coordinata a una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente. Ma anche una risposta molto diversa rispetto a crisi di portata simile.
🏠 C’è crisi e crisi
Prima di quella ucraina, la crisi venezuelana è stata quella che ha generato uno dei flussi di profughi più grandi al mondo. Dittatura e crisi economica hanno messo in fuga quasi 7 milioni di persone, circa un quarto della popolazione totale (ben oltre il 10% di profughi originato dalla crisi ucraina). E nonostante una serie di riforme nel 2021 sembrassero aver ridotto le partenze, da novembre ad oggi almeno altri 753.000 venezuelani hanno lasciato il paese.
Situazione diversa rispetto a quella ucraina, dove molti stanno già prendendo la via del ritorno (da inizio crisi, l’UNHCR conta 5 milioni di “riattraversamenti”, cioè persone che sono tornate in patria).
📺 Quinto potere
A separare le due crisi c’è anche, e soprattutto, il sostegno finanziario. Malgrado il budget previsto dai rispettivi piani di risposta regionale sia praticamente identico (1,79 miliardi di dollari per il Venezuela, 1,85 per l’Ucraina), lo stesso non vale per i fondi effettivamente stanziati. Mentre gli ucraini hanno già beneficiato del 62% dei fondi previsti, gli aiuti per i venezuelani si sono fermati al 14% del totale richiesto.
A contare, come sempre, non c’è solo il fatto (tragico ma frequente) che quando una crisi puntuale si trasforma in crisi protratta, la comunità internazionale tende a dimenticarsene. Ma anche l’attenzione mediatica ricevuta dalla parte di mondo che più finanzia gli aiuti umanitari (i paesi occidentali).
Eppure alcuni segnali di insofferenza si iniziano ad avvertire anche sul continente europeo. Quando si spengono i riflettori, tutte le crisi diventano uguali?
👉 🇪🇺 Oggi Ursula von der Leyen ha tracciato un bilancio e indicato sfide e priorità dell’UE nel discorso sullo stato dell’Unione. Il primo, dice, “mentre in Europa infuria una guerra”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-von-der-leyen-e-lo-stato-dellunione-36151