🌍 UCRAINA: LA GRANDE MIGRAZIONE
🇺🇦 Uscita d’emergenza
10 milioni: sono gli attraversamenti della frontiera ucraina dall’invasione russa, lo scorso 24 febbraio, secondo i dati rilasciati ieri dall'agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR). In pochi mesi il numero di ucraini e ucraine fuggiti dal conflitto ha già superato quello registrato nelle maggiori crisi migratorie del dopoguerra: quella siriana (6,8 milioni di rifugiati), venezuelana (4,7 milioni) e afghana (2,7 milioni).
Poiché il governo ucraino continua a limitare gli spostamenti degli uomini, a migrare sono soprattutto donne, bambini e anziani. Intanto, mentre la guerra si concentra sempre più nella regione orientale del Donbass, in molti stanno già scegliendo la via del ritorno.
Ma non abbastanza.
🏳️ Ritorno al passato
Tornare a casa è un’opzione non sempre percorribile, anzi. UNHCR ha recentemente annunciato che il numero di rifugiati e sfollati nel mondo quest’anno supererà i 100 milioni. Insomma, 1 persona su 78 nel mondo ha dovuto lasciare la propria casa e non vi ha ancora fatto ritorno. Si scappa dalla guerra e dalle persecuzioni, ma anche dalla povertà estrema e dal cambiamento climatico.
Si scappa, soprattutto, da crisi che stanno diventando sempre più “protratte”: lunghe e irrisolvibili. Così il numero mondiali di rifugiati (cioè di chi oltre ad aver abbandonato la propria casa ha anche lasciato il proprio Paese), che dalla fine della guerra fredda era andato riducendosi, nel 2015 è tornato ai livelli del 1990 (20 milioni) e oggi supera i 27 milioni.
🚪 Incudine e martello
Insomma, movimenti migratori che non svaniranno nel breve periodo. Al contrario: tra il rallentamento dell’economia mondiale, il perdurare dei conflitti e il surriscaldamento del pianeta il numero di persone indotte ad abbandonare il Paese natio è destinato ad aumentare.
Ma proprio lo spettro di un rallentamento economico, o addirittura di una recessione in Europa, spaventa quei governi che inizialmente hanno accolto gli ucraini in fuga a braccia aperte. Nei Paesi Ue il peso delle sanzioni (e soprattutto delle controsanzioni russe) aggrava un quadro già complicato dalle necessità di ripresa post-pandemia.
In Francia si è votato ad aprile, e gli elettori non hanno premiato Macron. In Ungheria ha invece stravinto Orbán, non certo un sostenitore delle “porte aperte”. In Italia le elezioni sono alle porte. Quanto ancora resisterà la solidarietà europea?
👉 🇹🇼 Nancy Pelosi ha lasciato Taiwan alla volta della Corea del Sud. Ma la sua visita ‘storica’ sull’isola rischia di far saltare i fragili equilibri che regolano le relazioni tra Cina e Stati Uniti. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pelosi-taiwan-sfida-pechino-35938
🇺🇦 Uscita d’emergenza
10 milioni: sono gli attraversamenti della frontiera ucraina dall’invasione russa, lo scorso 24 febbraio, secondo i dati rilasciati ieri dall'agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR). In pochi mesi il numero di ucraini e ucraine fuggiti dal conflitto ha già superato quello registrato nelle maggiori crisi migratorie del dopoguerra: quella siriana (6,8 milioni di rifugiati), venezuelana (4,7 milioni) e afghana (2,7 milioni).
Poiché il governo ucraino continua a limitare gli spostamenti degli uomini, a migrare sono soprattutto donne, bambini e anziani. Intanto, mentre la guerra si concentra sempre più nella regione orientale del Donbass, in molti stanno già scegliendo la via del ritorno.
Ma non abbastanza.
🏳️ Ritorno al passato
Tornare a casa è un’opzione non sempre percorribile, anzi. UNHCR ha recentemente annunciato che il numero di rifugiati e sfollati nel mondo quest’anno supererà i 100 milioni. Insomma, 1 persona su 78 nel mondo ha dovuto lasciare la propria casa e non vi ha ancora fatto ritorno. Si scappa dalla guerra e dalle persecuzioni, ma anche dalla povertà estrema e dal cambiamento climatico.
Si scappa, soprattutto, da crisi che stanno diventando sempre più “protratte”: lunghe e irrisolvibili. Così il numero mondiali di rifugiati (cioè di chi oltre ad aver abbandonato la propria casa ha anche lasciato il proprio Paese), che dalla fine della guerra fredda era andato riducendosi, nel 2015 è tornato ai livelli del 1990 (20 milioni) e oggi supera i 27 milioni.
🚪 Incudine e martello
Insomma, movimenti migratori che non svaniranno nel breve periodo. Al contrario: tra il rallentamento dell’economia mondiale, il perdurare dei conflitti e il surriscaldamento del pianeta il numero di persone indotte ad abbandonare il Paese natio è destinato ad aumentare.
Ma proprio lo spettro di un rallentamento economico, o addirittura di una recessione in Europa, spaventa quei governi che inizialmente hanno accolto gli ucraini in fuga a braccia aperte. Nei Paesi Ue il peso delle sanzioni (e soprattutto delle controsanzioni russe) aggrava un quadro già complicato dalle necessità di ripresa post-pandemia.
In Francia si è votato ad aprile, e gli elettori non hanno premiato Macron. In Ungheria ha invece stravinto Orbán, non certo un sostenitore delle “porte aperte”. In Italia le elezioni sono alle porte. Quanto ancora resisterà la solidarietà europea?
👉 🇹🇼 Nancy Pelosi ha lasciato Taiwan alla volta della Corea del Sud. Ma la sua visita ‘storica’ sull’isola rischia di far saltare i fragili equilibri che regolano le relazioni tra Cina e Stati Uniti. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pelosi-taiwan-sfida-pechino-35938
🌏 TAIWAN: PECHINO MOSTRA I MUSCOLI
🇹🇼 Stessa spiaggia, stesso mare
La più grande esercitazione militare mai fatta intorno a Taiwan. Così ha scelto di rispondere la Cina alla visita sull’isola della speaker della Camera americana, Nancy Pelosi. Da oggi fino a domenica, l’Esercito popolare di liberazione sarà impegnato in manovre militari e lanci di missili in sei (sette, secondo Taiwan) aree contigue alle acque territoriali taiwanesi: due distano meno di venti chilometri dalla costa, una meno di dieci e un’altra una cinquantina di km dalla capitale.
Operazioni militari mirate, come le chiama Pechino, in violazione delle regole ONU, che mirano a mostrare al mondo quanto sia potenzialmente facile per la forza militare cinese tagliare fuori Taiwan dal resto del mondo. Insomma, più di un’analogia con l’operazione militare speciale di Putin.
🪖 Taipei come Kiev?
In comune con la Russia c’è il nazionalismo revanscista, che condanna la politica estera dell’Occidente. E l’idea che l’Ucraina o Taiwan non possano essere Stati indipendenti. Ma in questo caso l’invasione del vicino sembra, al momento, meno plausibile. Non si osserva infatti quell’accumulo di unità militari necessario per compiere una simile operazione, come invece era accaduto nei mesi precedenti l’invasione russa dell’Ucraina.
La tempistica dell’inizio delle operazioni, il giorno dopo la partenza della Pelosi, suggerisce poi la volontà di mantenere aperto il canale diplomatico con Washington. Una prima occasione di incontro (ma non bilaterale) c’è stata oggi, alla riunione dei ministri degli Esteri dell’ASEAN a cui hanno preso parte Blinken, il suo corrispettivo cinese Wang, e Lavrov. Non proprio una rimpatriata tra amici.
💻 L’importanza di chiamarsi Taiwan
Tra le ragioni per cui è poco probabile che la crisi a Taiwan diventi una vera e propria invasione c’è anche il diverso peso economico rispetto all'Ucraina. Per sanzionare Taipei, la Cina ha vietato le importazioni alimentari dall'isola, così come le esportazioni di sabbia naturale, utilizzata nell'edilizia. Tuttavia, non ha preso di mira i semiconduttori: il cuore economico di Taiwan (40% di tutte le sue esportazioni e 15% del PIL).
Questo perché Pechino non può permetterselo. Il 90% della domanda cinese di semiconduttori è soddisfatta dalle importazioni, e Taiwan rappresenta il 64% del fatturato della produzione mondiale di chip. Il più diretto concorrente, la Corea del Sud, si ferma al 18%. E se si considerano i microprocessori più avanzati, la quota di mercato di Taiwan raggiunge addirittura il 92%.
Basterà l’industria dei semiconduttori a rendere Taiwan “too big to be invaded”?
👉 🇱🇧 A due anni dalla terribile esplosione del porto di Beirut, il Libano aspetta ancora la verità sul disastro. Indagini ferme, una classe politica corrotta e una crisi economica senza precedenti sono lo specchio di un paese alla deriva. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/beirut-due-anni-dopo-35941
🇹🇼 Stessa spiaggia, stesso mare
La più grande esercitazione militare mai fatta intorno a Taiwan. Così ha scelto di rispondere la Cina alla visita sull’isola della speaker della Camera americana, Nancy Pelosi. Da oggi fino a domenica, l’Esercito popolare di liberazione sarà impegnato in manovre militari e lanci di missili in sei (sette, secondo Taiwan) aree contigue alle acque territoriali taiwanesi: due distano meno di venti chilometri dalla costa, una meno di dieci e un’altra una cinquantina di km dalla capitale.
Operazioni militari mirate, come le chiama Pechino, in violazione delle regole ONU, che mirano a mostrare al mondo quanto sia potenzialmente facile per la forza militare cinese tagliare fuori Taiwan dal resto del mondo. Insomma, più di un’analogia con l’operazione militare speciale di Putin.
🪖 Taipei come Kiev?
In comune con la Russia c’è il nazionalismo revanscista, che condanna la politica estera dell’Occidente. E l’idea che l’Ucraina o Taiwan non possano essere Stati indipendenti. Ma in questo caso l’invasione del vicino sembra, al momento, meno plausibile. Non si osserva infatti quell’accumulo di unità militari necessario per compiere una simile operazione, come invece era accaduto nei mesi precedenti l’invasione russa dell’Ucraina.
La tempistica dell’inizio delle operazioni, il giorno dopo la partenza della Pelosi, suggerisce poi la volontà di mantenere aperto il canale diplomatico con Washington. Una prima occasione di incontro (ma non bilaterale) c’è stata oggi, alla riunione dei ministri degli Esteri dell’ASEAN a cui hanno preso parte Blinken, il suo corrispettivo cinese Wang, e Lavrov. Non proprio una rimpatriata tra amici.
💻 L’importanza di chiamarsi Taiwan
Tra le ragioni per cui è poco probabile che la crisi a Taiwan diventi una vera e propria invasione c’è anche il diverso peso economico rispetto all'Ucraina. Per sanzionare Taipei, la Cina ha vietato le importazioni alimentari dall'isola, così come le esportazioni di sabbia naturale, utilizzata nell'edilizia. Tuttavia, non ha preso di mira i semiconduttori: il cuore economico di Taiwan (40% di tutte le sue esportazioni e 15% del PIL).
Questo perché Pechino non può permetterselo. Il 90% della domanda cinese di semiconduttori è soddisfatta dalle importazioni, e Taiwan rappresenta il 64% del fatturato della produzione mondiale di chip. Il più diretto concorrente, la Corea del Sud, si ferma al 18%. E se si considerano i microprocessori più avanzati, la quota di mercato di Taiwan raggiunge addirittura il 92%.
Basterà l’industria dei semiconduttori a rendere Taiwan “too big to be invaded”?
👉 🇱🇧 A due anni dalla terribile esplosione del porto di Beirut, il Libano aspetta ancora la verità sul disastro. Indagini ferme, una classe politica corrotta e una crisi economica senza precedenti sono lo specchio di un paese alla deriva. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/beirut-due-anni-dopo-35941
🌍 GAS: L’ESTATE STA FINENDO
📈 Verso l’infinito e oltre
Questa settimana, il prezzo medio del gas naturale in Europa ha sfondato quota 200 €/MWh (60$/MmBtu). Siamo ormai a dieci volte il suo prezzo medio dell’ultimo decennio (15-25 €/MWh) e vicini al record stabilito a marzo, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Per questo, i Paesi europei corrono ai ripari; ma con lentezze e ritardi. E mentre l'Europa cerca di sostituire il gas di Mosca acquistando GNL, aumenta la concorrenza con i suoi più tradizionali acquirenti nei mercati internazionali: i paesi asiatici.
🛢 Guerra nella guerra
Negli ultimi mesi l'aumento dei prezzi in Europa ha incentivato i venditori a dirottare sul nostro continente i carichi di GNL. I differenziali erano talmente elevati da garantire un profitto anche pagando la penale per interrompere contratti di fornitura a lungo termine con i paesi asiatici.
Pur di assicurarsi forniture sufficienti per superare il prossimo inverno, in Asia è così iniziata la gara al rialzo. Tanto che nelle ultime settimane il benchmark del GNL spot asiatico (JKM) è aumentato del 15%. E se Giappone e Corea del Sud, rispettivamente secondo e terzo importatore mondiale di GNL, riescono a resistere, il vertiginoso aumento dei prezzi sta spingendo le economie più deboli fuori dal mercato. Così Pakistan e Thailandia faticano ad assicurarsi dei carichi, mentre il Bangladesh rischia fino a tre anni di interruzioni di corrente.
Solo la Cina, primo importatore di GNL in Asia, ci “salva”. A causa delle chiusure per Covid, il Paese ha notevolmente ridotto i suoi consumi di gas, e ha addirittura rivenduto parte del gas in eccesso. Persino così, però, i prezzi non scendono.
🇪🇺 Cicale e formiche
Ne sanno qualcosa i Paesi europei, immersi da mesi in una crisi dal potenziale esplosivo. Eppure, malgrado l’urgenza (che ha portato già da due settimane i governi UE a promettere di ridurre i consumi nazionali del 15%), di piani di riduzione dei consumi energetici se ne vedono ancora pochi.
La Germania, prima importatrice europea di gas russo, non ha ancora un piano vincolante. In Francia il “piano di sobrietà energetica” non entrerà in vigore prima del prossimo settembre, quando in Italia staremo votando. Paradossalmente l’unico grande paese europeo ad aver iniziato a fare i compiti a casa è la Spagna, che importava solo il 10% del suo gas da Mosca.
Stiamo aspettando troppo?
👉 🎧 Cosa succederà a Taiwan? Ne abbiamo parlato nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-cosa-succedera-taiwan-35954
👉 🇹🇼 Continuano le esercitazioni delle forze armate cinesi, che stamattina hanno superato la linea mediana tra la Cina e l’isola di Taiwan. Gli USA: “Reazione provocatoria”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/taiwan-ripristinare-le-linee-rosse-35966
👋 🏖 Il Mondo in Tasca si prende una breve pausa estiva e torna il 22 agosto. Nel frattempo, però, continueremo ad informarvi ogni giorno su quel che succede nel mondo con il nostro Daily Focus, che potrete leggere anche qui sul nostro canale Telegram. Buone vacanze!
📈 Verso l’infinito e oltre
Questa settimana, il prezzo medio del gas naturale in Europa ha sfondato quota 200 €/MWh (60$/MmBtu). Siamo ormai a dieci volte il suo prezzo medio dell’ultimo decennio (15-25 €/MWh) e vicini al record stabilito a marzo, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Per questo, i Paesi europei corrono ai ripari; ma con lentezze e ritardi. E mentre l'Europa cerca di sostituire il gas di Mosca acquistando GNL, aumenta la concorrenza con i suoi più tradizionali acquirenti nei mercati internazionali: i paesi asiatici.
🛢 Guerra nella guerra
Negli ultimi mesi l'aumento dei prezzi in Europa ha incentivato i venditori a dirottare sul nostro continente i carichi di GNL. I differenziali erano talmente elevati da garantire un profitto anche pagando la penale per interrompere contratti di fornitura a lungo termine con i paesi asiatici.
Pur di assicurarsi forniture sufficienti per superare il prossimo inverno, in Asia è così iniziata la gara al rialzo. Tanto che nelle ultime settimane il benchmark del GNL spot asiatico (JKM) è aumentato del 15%. E se Giappone e Corea del Sud, rispettivamente secondo e terzo importatore mondiale di GNL, riescono a resistere, il vertiginoso aumento dei prezzi sta spingendo le economie più deboli fuori dal mercato. Così Pakistan e Thailandia faticano ad assicurarsi dei carichi, mentre il Bangladesh rischia fino a tre anni di interruzioni di corrente.
Solo la Cina, primo importatore di GNL in Asia, ci “salva”. A causa delle chiusure per Covid, il Paese ha notevolmente ridotto i suoi consumi di gas, e ha addirittura rivenduto parte del gas in eccesso. Persino così, però, i prezzi non scendono.
🇪🇺 Cicale e formiche
Ne sanno qualcosa i Paesi europei, immersi da mesi in una crisi dal potenziale esplosivo. Eppure, malgrado l’urgenza (che ha portato già da due settimane i governi UE a promettere di ridurre i consumi nazionali del 15%), di piani di riduzione dei consumi energetici se ne vedono ancora pochi.
La Germania, prima importatrice europea di gas russo, non ha ancora un piano vincolante. In Francia il “piano di sobrietà energetica” non entrerà in vigore prima del prossimo settembre, quando in Italia staremo votando. Paradossalmente l’unico grande paese europeo ad aver iniziato a fare i compiti a casa è la Spagna, che importava solo il 10% del suo gas da Mosca.
Stiamo aspettando troppo?
👉 🎧 Cosa succederà a Taiwan? Ne abbiamo parlato nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-cosa-succedera-taiwan-35954
👉 🇹🇼 Continuano le esercitazioni delle forze armate cinesi, che stamattina hanno superato la linea mediana tra la Cina e l’isola di Taiwan. Gli USA: “Reazione provocatoria”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/taiwan-ripristinare-le-linee-rosse-35966
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👉 🇵🇸 Tiene la tregua fra Israele e il gruppo militante della Jihad Islamica che ha portato al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza dopo tre giorni di violenze e 44 palestinesi morti.. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gaza-la-tregua-regge-ora-35974
👉 🇺🇸 FBI perquisisce la casa in Florida dell’ex presidente Trump, in cerca di materiale che avrebbe illegalmente sottratto dalla Casa Bianca. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lfbi-caccia-di-documenti-casa-trump-35975
👉 🇺🇦 Russia e Ucraina si accusano a vicenda di aver bombardato l’area della centrale nucleare di Zaporizhzhia, sollevando le paure internazionali di una catastrofe continentale. E la guerra forse è arrivata anche in Crimea. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-torna-la-paura-nucleare-35978
👉 🇰🇪 È una settimana importante per l’Africa: martedì si sono tenute le elezioni presidenziali in Kenya e nel frattempo Blinken sta visitando tre paesi per proporre una nuova strategia USA verso il continente. Ma finora sono più gli interrogativi che le certezze. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/africa-sospesa-35979
👉 🇺🇦 Dopo che Ucraina e Russia si sono accusate vicendevolmente di bombardare la centrale nucleare di Zaporizhzhia, l’ONU lancia un appello per demilitarizzare l’area. E Putin aumenta i bombardamenti. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-lonu-suona-lallarme-e-la-russia-intensifica-gli-attacchi-35981
🌍 📖 Le recenti esercitazioni militari della Cina attorno a Taiwan rappresentano le avvisaglie dello scoppio di una nuova guerra nel 2022? E perché il rischio di conflitti civili è oggi più diffuso che in passato? Come rilanciare la cooperazione fra potenze, in un mondo segnato da crisi climatiche, geopolitiche e sanitarie? Come cambiare agricoltura e allevamento per evitare la catastrofe ambientale? Per comprendere la politica internazionale e orientarsi in un mondo che sembra sempre più in crisi, ecco una selezione di 10 letture estive consigliate dagli analisti dell’ISPI: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/10-libri-da-leggere-sotto-lombrellone-consigliati-da-ispi-35977
👉 🇰🇪 William Ruto, attuale vicepresidente del Kenya, è stato dichiarato presidente dopo giorni di incertezza a causa del lento conteggio dei voti. Ma il suo rivale Odinga e alcuni commissari elettorali hanno già contestato il risultato finale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/kenya-ruto-vince-le-elezioni-fra-le-polemiche-35982
👉 🇺🇸 Il presidente USA Joe Biden ha firmato l’Inflation reduction act, ovvero un pacchetto di norme cardine del suo programma politico che porterà 300 miliardi di investimenti per il clima. Ma che è molto meno ambizioso dei suoi piani iniziali. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/inflazione-clima-salute-il-piano-biden-e-legge-35984
👉 🇺🇦 Oggi il Segretario generale delle Nazioni Unite e il presidente turco Erdogan hanno incontrato il presidente ucraino Zelensky nella città di Leopoli per promuovere una espansione delle spedizioni di grano e trovare una soluzione alla crisi della centrale nucleare occupata dai russi. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/zelensky-allonu-demilitarizzare-zaporizhzhia-35985
👉 🇪🇺 Dopo un’estate di siccità e temperature record, violenti nubifragi si sono abbattuti su Italia, Austria, Francia e Inghilterra, uccidendo 12 persone. In Europa gli eventi climatici estremi sono sempre più frequenti, e ora rischiano di peggiorare la crisi energetica del continente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tempesta-deuropa-35987
🌍 CRISI DEL GAS: LA GERMANIA VACILLA
📈 Prezzi über alles
La crescita del prezzo del gas in Europa non si ferma più. Per la quinta settimana consecutiva è in aumento (come non accadeva dallo scorso dicembre) e ha oggi sfondato quota 290 euro per megawattora, +20% rispetto alla chiusura di venerdì. Solo lo scorso giugno i prezzi erano di 84 euro/MWh, e un anno fa non superavano i 30 euro/MWh.
Un trend dettato dal nuovo stop completo alle forniture tramite Nord Stream, annunciato venerdì da Gazprom e previsto dal 31 agosto al 2 settembre. Se nei mesi più caldi l’Europa poteva solitamente contare su prezzi bassi così da poter pompare il gas nei depositi, ora rischia che la crisi energetica si trasformi in una crisi industriale. Specialmente nel suo cuore economico: la Germania.
🇩🇪 Confronto impari
L’aumento dei prezzi del gas si traduce in livelli record dei prezzi dell’elettricità per l’industria europea che perde così di competitività. Nel Vecchio Continente ogni kilowattora oggi usato nei processi produttivi costa infatti quattro volte tanto che negli Stati Uniti. Tale svantaggio di costo si avverte particolarmente in Germania, dove il prezzo dell’elettricità ha infranto la soglia mai prima raggiunta dei 500 euro per megawattora.
Berlino teme un crollo industriale - già in parte visibile nel settore chimico, dove tra giugno e dicembre la produzione è calata dell’8%. Ecco perché punta a ridurre il consumo di gas fino al 20% in meno rispetto alla media degli ultimi anni. 5 punti percentuali in più rispetto a quanto suggerito dalla Commissione Europea. Non è nemmeno l’unica soluzione drastica attualmente sotto esame.
🚱 Nord Stream 2.0
Qualora la Russia chiudesse i rubinetti del gas verso l’Europa, le riserve a disposizione della Germania basterebbero per meno di tre mesi. Torna così in auge la possibilità di prolungare il funzionamento delle ultime tre centrali nucleari tedesche attive per garantire la sicurezza energetica nazionale. Una possibile inversione a U rispetto allo stop completo previsto per la fine di quest’anno.
Ancora più clamorosa sarebbe però una marcia indietro su Nord Stream 2. Il gasdotto gemello del Nord Stream 1 è pronto ma il suo funzionamento è bloccato da Berlino come parte delle sanzioni alla Russia. Nei giorni scorsi, Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag e del partito liberale al governo, ha però dichiarato che serve “aprire il gasdotto il prima possibile”.
Fino a che punto la crisi energetica alimenterà il fronte contrario alle sanzioni?
👉 🇷🇺 S’innalza ancora ulteriormente la tensione fra Russia e Ucraina, con il Cremlino che accusa le forze speciali di Kiev di essere il mandante dell’assassinio della polemista ultranazionalista Darya Dugina, mentre Zelensky suona l’allarme su una possibile escalation “particolarmente odiosa, particolarmente crudele.” Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/attentato-dugina-la-russia-accusa-lucraina-35989
📈 Prezzi über alles
La crescita del prezzo del gas in Europa non si ferma più. Per la quinta settimana consecutiva è in aumento (come non accadeva dallo scorso dicembre) e ha oggi sfondato quota 290 euro per megawattora, +20% rispetto alla chiusura di venerdì. Solo lo scorso giugno i prezzi erano di 84 euro/MWh, e un anno fa non superavano i 30 euro/MWh.
Un trend dettato dal nuovo stop completo alle forniture tramite Nord Stream, annunciato venerdì da Gazprom e previsto dal 31 agosto al 2 settembre. Se nei mesi più caldi l’Europa poteva solitamente contare su prezzi bassi così da poter pompare il gas nei depositi, ora rischia che la crisi energetica si trasformi in una crisi industriale. Specialmente nel suo cuore economico: la Germania.
🇩🇪 Confronto impari
L’aumento dei prezzi del gas si traduce in livelli record dei prezzi dell’elettricità per l’industria europea che perde così di competitività. Nel Vecchio Continente ogni kilowattora oggi usato nei processi produttivi costa infatti quattro volte tanto che negli Stati Uniti. Tale svantaggio di costo si avverte particolarmente in Germania, dove il prezzo dell’elettricità ha infranto la soglia mai prima raggiunta dei 500 euro per megawattora.
Berlino teme un crollo industriale - già in parte visibile nel settore chimico, dove tra giugno e dicembre la produzione è calata dell’8%. Ecco perché punta a ridurre il consumo di gas fino al 20% in meno rispetto alla media degli ultimi anni. 5 punti percentuali in più rispetto a quanto suggerito dalla Commissione Europea. Non è nemmeno l’unica soluzione drastica attualmente sotto esame.
🚱 Nord Stream 2.0
Qualora la Russia chiudesse i rubinetti del gas verso l’Europa, le riserve a disposizione della Germania basterebbero per meno di tre mesi. Torna così in auge la possibilità di prolungare il funzionamento delle ultime tre centrali nucleari tedesche attive per garantire la sicurezza energetica nazionale. Una possibile inversione a U rispetto allo stop completo previsto per la fine di quest’anno.
Ancora più clamorosa sarebbe però una marcia indietro su Nord Stream 2. Il gasdotto gemello del Nord Stream 1 è pronto ma il suo funzionamento è bloccato da Berlino come parte delle sanzioni alla Russia. Nei giorni scorsi, Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag e del partito liberale al governo, ha però dichiarato che serve “aprire il gasdotto il prima possibile”.
Fino a che punto la crisi energetica alimenterà il fronte contrario alle sanzioni?
👉 🇷🇺 S’innalza ancora ulteriormente la tensione fra Russia e Ucraina, con il Cremlino che accusa le forze speciali di Kiev di essere il mandante dell’assassinio della polemista ultranazionalista Darya Dugina, mentre Zelensky suona l’allarme su una possibile escalation “particolarmente odiosa, particolarmente crudele.” Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/attentato-dugina-la-russia-accusa-lucraina-35989
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🌍 CRISI UMANITARIE: FONDI INSUFFICIENTI
🇺🇳 Hard times
La più grande carenza di fondi umanitari mai vista. Questo è l’allarme lanciato dalle Nazioni Unite che hanno finora raccolto 16 miliardi di dollari a fronte di un fabbisogno per tutti i loro programmi umanitari nel 2022 di circa 49 miliardi di dollari. Mai l’ONU aveva richiesto tanto: tre anni fa erano “solo” 28 i miliardi di dollari necessari.
Ma tra pandemia, collasso dell’Afghanistan, crisi alimentare globale e invasione dell’Ucraina non c’è da sorprendersi di questa crescita. Basti pensare che, nell’ultimo anno, per far fronte al numero record di 100 milioni di sfollati nel mondo, l’Agenzia ONU per i Rifugiati ha dovuto incrementare il proprio budget del 14%. Fondi soprattutto destinati ai rifugiati ucraini.
🏳️🟧⬛️🟧 C'è crisi e crisi
Alla richiesta di finanziamenti per programmi di aiuto agli ucraini, il mondo ha risposto presente. Il primo appello delle Nazioni Unite ha raccolto più dell'importo desiderato e il 57% dei 4,3 miliardi di dollari complessivamente richiesti è stato elargito. Ben diversa è l’attenzione (e le donazioni) alle altre principali aree di crisi nel mondo: i programmi umanitari per Haiti, El Salvador e Burundi hanno ricevuto meno del 15% di quanto domandato.
Percentuale che resta sotto al 30% anche nei dodici Paesi che complessivamente ospitano quasi la metà degli sfollati aiutati dall’ONU. Di questo passo ci sono e saranno tagli a servizi umanitari vitali, già visibili per esempio nei campi per rifugiati siriani nel nord dell’Iraq. Non l’unica brutta notizia per i siriani fuggiti dal loro Paese.
🇹🇷 Rifugiati scomodi
La Turchia va al voto l’anno prossimo e la questione dei rifugiati siriani (3,7 milioni risiedenti nel Paese) è al centro della campagna elettorale. Secondo le Nazioni Unite, il loro ritorno in Siria non è sicuro ma il presidente turco Erdoğan ha annunciato l'intenzione di rimpatriare fino a un milione di siriani. Per raggiungere questo obiettivo, Erdoğan starebbe persino cercando una normalizzazione delle relazioni con il presidente siriano Bashar al-Assad, dopo aver passato un decennio a sostenerne la caduta.
In Libano, che attualmente ospita circa 1,5 milioni di siriani, la situazione non è tanto diversa. Il governo libanese è pronto a far partire un piano per il rimpatrio di 15mila rifugiati siriani al mese.
La solidarietà vale solo per i rifugiati ucraini?
👉 🇵🇰 Nuovo colpo di scena nella campagna che Imran Khan sta portando avanti per chiedere elezioni anticipate: la polizia gli ha intimato di apparire davanti a un tribunale con l’accusa di terrorismo. C’è preoccupazione per eventuali proteste di massa, mentre il Pakistan è piegato dalla crisi economica e dall’ inflazione al 25%. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pakistan-imputato-lex-primo-ministro-35990
🇺🇳 Hard times
La più grande carenza di fondi umanitari mai vista. Questo è l’allarme lanciato dalle Nazioni Unite che hanno finora raccolto 16 miliardi di dollari a fronte di un fabbisogno per tutti i loro programmi umanitari nel 2022 di circa 49 miliardi di dollari. Mai l’ONU aveva richiesto tanto: tre anni fa erano “solo” 28 i miliardi di dollari necessari.
Ma tra pandemia, collasso dell’Afghanistan, crisi alimentare globale e invasione dell’Ucraina non c’è da sorprendersi di questa crescita. Basti pensare che, nell’ultimo anno, per far fronte al numero record di 100 milioni di sfollati nel mondo, l’Agenzia ONU per i Rifugiati ha dovuto incrementare il proprio budget del 14%. Fondi soprattutto destinati ai rifugiati ucraini.
🏳️🟧⬛️🟧 C'è crisi e crisi
Alla richiesta di finanziamenti per programmi di aiuto agli ucraini, il mondo ha risposto presente. Il primo appello delle Nazioni Unite ha raccolto più dell'importo desiderato e il 57% dei 4,3 miliardi di dollari complessivamente richiesti è stato elargito. Ben diversa è l’attenzione (e le donazioni) alle altre principali aree di crisi nel mondo: i programmi umanitari per Haiti, El Salvador e Burundi hanno ricevuto meno del 15% di quanto domandato.
Percentuale che resta sotto al 30% anche nei dodici Paesi che complessivamente ospitano quasi la metà degli sfollati aiutati dall’ONU. Di questo passo ci sono e saranno tagli a servizi umanitari vitali, già visibili per esempio nei campi per rifugiati siriani nel nord dell’Iraq. Non l’unica brutta notizia per i siriani fuggiti dal loro Paese.
🇹🇷 Rifugiati scomodi
La Turchia va al voto l’anno prossimo e la questione dei rifugiati siriani (3,7 milioni risiedenti nel Paese) è al centro della campagna elettorale. Secondo le Nazioni Unite, il loro ritorno in Siria non è sicuro ma il presidente turco Erdoğan ha annunciato l'intenzione di rimpatriare fino a un milione di siriani. Per raggiungere questo obiettivo, Erdoğan starebbe persino cercando una normalizzazione delle relazioni con il presidente siriano Bashar al-Assad, dopo aver passato un decennio a sostenerne la caduta.
In Libano, che attualmente ospita circa 1,5 milioni di siriani, la situazione non è tanto diversa. Il governo libanese è pronto a far partire un piano per il rimpatrio di 15mila rifugiati siriani al mese.
La solidarietà vale solo per i rifugiati ucraini?
👉 🇵🇰 Nuovo colpo di scena nella campagna che Imran Khan sta portando avanti per chiedere elezioni anticipate: la polizia gli ha intimato di apparire davanti a un tribunale con l’accusa di terrorismo. C’è preoccupazione per eventuali proteste di massa, mentre il Pakistan è piegato dalla crisi economica e dall’ inflazione al 25%. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pakistan-imputato-lex-primo-ministro-35990