🌍 IL GIORNO DELLA TERRA (CHE FORSE STA ARRIVANDO)
♻️ Rivoluzione verde?
I leader di 40 paesi del mondo si riuniscono oggi e domani (virtualmente) nel Climate Summit organizzato dagli USA. Così, dopo avere riportato Washington nell’accordo di Parigi, nella “giornata della Terra” Biden prova ad accelerare. Lo fa anche promettendo di tagliare del 50% le emissioni americane entro il 2030 rispetto al 2005 (impegni quasi doppi rispetto a Obama).
Questo weekend il mondo ha registrato l’impegno congiunto Usa-Cina sul clima. Cresce dunque l’attesa per i risultati del vertice, al quale partecipa anche Xi Jinping: un messaggio positivo per il mondo perché le due grandi potenze, impegnate in un testa a testa serrato sullo scacchiere globale, dimostrano di voler cooperare (e forse innescare una “competizione” positiva) sul tema più urgente per tutti.
🌏 Non solo Greta
Dopo l’exploit di Greta Thunberg e dei Fridays for Future, il 2020 è stato l’anno degli annunci sugli obiettivi di neutralità climatica (o carbonica) entro metà secolo: Ue, Cina, Giappone, Corea, Canada, Sudafrica... mancavano solo gli Usa.
Impegni forti e non sempre credibili: se l’Ue è riuscita a rispettare i suoi obiettivi al 2020, c’è voluto il Climate Summit per costringere gli Stati membri a fare un passo avanti sui target al 2030. E se persino Bruxelles fa fatica, figurarsi chi “va” ancora a carbone (Cina e India) o a gas e petrolio (Russia e paesi del Golfo).
Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti...
🌡️ Arrivano i nostri?
Biden vuole intestarsi la lotta al cambiamento climatico, ma la sfida ormai non riguarda più soltanto l’Occidente, anzi. Cina e India da sole fanno il 35% delle emissioni globali, contro il 23% degli “occidentali”.
Con le promesse degli ultimi mesi il riscaldamento climatico potrebbe fermarsi a +2,1°C nel 2100, anziché ai +2,9°C a politiche attuali. Ma l’accordo di Parigi prevedeva uno sforzo ancora superiore (+1,5°C): per arrivarci servirebbero 100 trilioni di dollari in 30 anni. E mentre i paesi avanzati avevano promesso agli emergenti 100 miliardi l’anno per la transizione energetica, a oggi ne hanno messi solo 25-30 l’anno.
Insomma, ci siamo rimessi in carreggiata, ma la strada da fare è lunga. Appuntamento alla COP26 di novembre (a presidenza italo-britannica), dove i paesi dovrebbero “scolpire nella pietra” le nuove promesse.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la Russia e il mondo, il discorso di Putin alla nazione. Su ispionline.it
♻️ Rivoluzione verde?
I leader di 40 paesi del mondo si riuniscono oggi e domani (virtualmente) nel Climate Summit organizzato dagli USA. Così, dopo avere riportato Washington nell’accordo di Parigi, nella “giornata della Terra” Biden prova ad accelerare. Lo fa anche promettendo di tagliare del 50% le emissioni americane entro il 2030 rispetto al 2005 (impegni quasi doppi rispetto a Obama).
Questo weekend il mondo ha registrato l’impegno congiunto Usa-Cina sul clima. Cresce dunque l’attesa per i risultati del vertice, al quale partecipa anche Xi Jinping: un messaggio positivo per il mondo perché le due grandi potenze, impegnate in un testa a testa serrato sullo scacchiere globale, dimostrano di voler cooperare (e forse innescare una “competizione” positiva) sul tema più urgente per tutti.
🌏 Non solo Greta
Dopo l’exploit di Greta Thunberg e dei Fridays for Future, il 2020 è stato l’anno degli annunci sugli obiettivi di neutralità climatica (o carbonica) entro metà secolo: Ue, Cina, Giappone, Corea, Canada, Sudafrica... mancavano solo gli Usa.
Impegni forti e non sempre credibili: se l’Ue è riuscita a rispettare i suoi obiettivi al 2020, c’è voluto il Climate Summit per costringere gli Stati membri a fare un passo avanti sui target al 2030. E se persino Bruxelles fa fatica, figurarsi chi “va” ancora a carbone (Cina e India) o a gas e petrolio (Russia e paesi del Golfo).
Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti...
🌡️ Arrivano i nostri?
Biden vuole intestarsi la lotta al cambiamento climatico, ma la sfida ormai non riguarda più soltanto l’Occidente, anzi. Cina e India da sole fanno il 35% delle emissioni globali, contro il 23% degli “occidentali”.
Con le promesse degli ultimi mesi il riscaldamento climatico potrebbe fermarsi a +2,1°C nel 2100, anziché ai +2,9°C a politiche attuali. Ma l’accordo di Parigi prevedeva uno sforzo ancora superiore (+1,5°C): per arrivarci servirebbero 100 trilioni di dollari in 30 anni. E mentre i paesi avanzati avevano promesso agli emergenti 100 miliardi l’anno per la transizione energetica, a oggi ne hanno messi solo 25-30 l’anno.
Insomma, ci siamo rimessi in carreggiata, ma la strada da fare è lunga. Appuntamento alla COP26 di novembre (a presidenza italo-britannica), dove i paesi dovrebbero “scolpire nella pietra” le nuove promesse.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la Russia e il mondo, il discorso di Putin alla nazione. Su ispionline.it
🌍 USA: ARMENI, IL GENOCIDIO DI UN SECOLO FA
🇺🇸 Una parola che conta
Probabilmente accadrà domani: Joe Biden ha promesso di riconoscere come “genocidio” il massacro di circa un milione di armeni del 1915-1916 a opera dell’Impero ottomano. La promessa fu già fatta nel 2009 da Obama, che però non era riuscito mantenerla. Poi, nel 2019, il Congresso americano aveva approvato una risoluzione quasi unanime a favore del riconoscimento per forzare la mano di Trump, che non aveva ceduto.
Ora Biden potrebbe farlo davvero. Andando incontro a probabili ritorsioni della Turchia di Erdogan, membro della NATO.
⚖️ Una parola scomoda
Non è la prima volta che gli USA riconoscono il genocidio: nel 1951, il dipartimento di Stato lo aveva già fatto. Poi un lungo silenzio (interrotto solo “di sfuggita” da Reagan nel 1981), vista l'importanza strategica della Turchia come membro NATO e “trampolino” per le missioni occidentali in Medio Oriente.
Perché la svolta di Biden? Di certo l’amministrazione sembra più attenta ai diritti umani, dal caso Navalny al “genocidio” degli Uiguri in Cina, fino alla promessa di un summit delle democrazie. Ma oggi Biden sembra però essersi convinto che Ankara non possa fare a meno della NATO più di quanto la NATO possa fare a meno di lei. Una postura conflittuale e “bilaterale” che in questo senso ricorda l’approccio preferito da Trump.
🇹🇷 Una parola rischiosa
Riconoscendo il genocidio, gli Usa sarebbero il 30° paese a farlo. Ma la maggior parte del mondo non si è (ancora) schierata. Ora la Turchia, che si è sempre opposta all’uso della parola “genocidio” e ridimensiona il numero delle vittime armene, teme l’effetto domino, proprio in un periodo di relazioni tese tra Ankara e l’Armenia.
La ferita infatti non è solo storica: solo qualche mese fa Erdogan ha sostenuto l’Azerbaigian nella riconquista di gran parte del Nagorno-Karabakh, regione azera a maggioranza armena da sempre contesa.
Ora Biden sembra avere un obiettivo chiaro: far capire ad avversari e alleati che sui diritti umani non si scherza. Anche a costo di perderci (per esempio per il ruolo turco in Siria e Libia). Una posizione persino più spinta rispetto al conciliante “discorso del Cairo” di Obama. Pagherà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: cosa resterà del vertice sul clima voluto da Biden. Su ispionline.it
🇺🇸 Una parola che conta
Probabilmente accadrà domani: Joe Biden ha promesso di riconoscere come “genocidio” il massacro di circa un milione di armeni del 1915-1916 a opera dell’Impero ottomano. La promessa fu già fatta nel 2009 da Obama, che però non era riuscito mantenerla. Poi, nel 2019, il Congresso americano aveva approvato una risoluzione quasi unanime a favore del riconoscimento per forzare la mano di Trump, che non aveva ceduto.
Ora Biden potrebbe farlo davvero. Andando incontro a probabili ritorsioni della Turchia di Erdogan, membro della NATO.
⚖️ Una parola scomoda
Non è la prima volta che gli USA riconoscono il genocidio: nel 1951, il dipartimento di Stato lo aveva già fatto. Poi un lungo silenzio (interrotto solo “di sfuggita” da Reagan nel 1981), vista l'importanza strategica della Turchia come membro NATO e “trampolino” per le missioni occidentali in Medio Oriente.
Perché la svolta di Biden? Di certo l’amministrazione sembra più attenta ai diritti umani, dal caso Navalny al “genocidio” degli Uiguri in Cina, fino alla promessa di un summit delle democrazie. Ma oggi Biden sembra però essersi convinto che Ankara non possa fare a meno della NATO più di quanto la NATO possa fare a meno di lei. Una postura conflittuale e “bilaterale” che in questo senso ricorda l’approccio preferito da Trump.
🇹🇷 Una parola rischiosa
Riconoscendo il genocidio, gli Usa sarebbero il 30° paese a farlo. Ma la maggior parte del mondo non si è (ancora) schierata. Ora la Turchia, che si è sempre opposta all’uso della parola “genocidio” e ridimensiona il numero delle vittime armene, teme l’effetto domino, proprio in un periodo di relazioni tese tra Ankara e l’Armenia.
La ferita infatti non è solo storica: solo qualche mese fa Erdogan ha sostenuto l’Azerbaigian nella riconquista di gran parte del Nagorno-Karabakh, regione azera a maggioranza armena da sempre contesa.
Ora Biden sembra avere un obiettivo chiaro: far capire ad avversari e alleati che sui diritti umani non si scherza. Anche a costo di perderci (per esempio per il ruolo turco in Siria e Libia). Una posizione persino più spinta rispetto al conciliante “discorso del Cairo” di Obama. Pagherà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: cosa resterà del vertice sul clima voluto da Biden. Su ispionline.it
🌍 DRAGHI “IN COPERTINA”
👍 Super Mario salva (anche l’Europa)
Da ultimi della classe a "studenti modello": così l’Italia è cambiata in Europa grazie alla leadership di Mario Draghi. O così sostiene il Financial Times. E due settimane fa era stato il New York Times a spiegare come Draghi stesse "cambiando l’Italia e salvando l’Europa”.
Il premier, conosciuto all’estero per il suo “whatever it takes” che aveva - quella volta per certo - contribuito a salvare l’euro, oggi riceve lodi per molte sue scelte: dal blocco dell’export di vaccini che ha inaugurato il “nuovo corso” europeo al guanto di sfida a Erdogan, fino al Recovery plan italiano presentato oggi.
A livello europeo, si parla di un "vuoto di leadership” (Merkel out a settembre, Macron assediato dalla destra, von der Leyen evanescente) che Draghi starebbe già colmando.
👎 Mario delude
Tutt’altro parere quello dell’Economist, da sempre critico verso il sistema italiano, che invita a non concentrare eccessive speranze su “Super Mario”: farlo accentuerebbe soltanto quel ricorrente complesso da “uomo della provvidenza” che non facilita il delicato percorso verso le riforme necessarie.
Da una parte perché governare l’Italia (da molti dipinta come “irriformabile”) non è come essere a capo della BCE (istituzione con mandato chiaro e mezzi adeguati). Dall’altra perché - sempre secondo l’Economist - la necessità di un governo Draghi può voler dire solo due cose: che per riformare il sistema Italia sia indispensabile un tecnico di assoluto valore, oppure, se Draghi fallisse, che neanche un tecnico “eccezionale” sia in grado di cambiare il Belpaese.
🚂 Non disturbare il conducente
Chi ha ragione, dunque? Dopo neppure tre mesi di governo è certamente troppo presto anche solo per un primo bilancio. L’Italia ha problemi che si trascinano da decenni, accentuati dalla pandemia. Il debito pubblico sfiora il 160% del PIL, la nostra spesa pensionistica è la più alta al mondo, il divario nord-sud si va persino approfondendo e la nostra giustizia civile resta la più lenta d’Europa.
Farlo “santo subito” non faciliterà la vita a Mario Draghi. Anzi. Il modo migliore per complicargli il lavoro è pretendere troppo, troppo presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Biden, il genocidio armeno e il futuro delle relazioni USA-Turchia. Su ispionline.it
👍 Super Mario salva (anche l’Europa)
Da ultimi della classe a "studenti modello": così l’Italia è cambiata in Europa grazie alla leadership di Mario Draghi. O così sostiene il Financial Times. E due settimane fa era stato il New York Times a spiegare come Draghi stesse "cambiando l’Italia e salvando l’Europa”.
Il premier, conosciuto all’estero per il suo “whatever it takes” che aveva - quella volta per certo - contribuito a salvare l’euro, oggi riceve lodi per molte sue scelte: dal blocco dell’export di vaccini che ha inaugurato il “nuovo corso” europeo al guanto di sfida a Erdogan, fino al Recovery plan italiano presentato oggi.
A livello europeo, si parla di un "vuoto di leadership” (Merkel out a settembre, Macron assediato dalla destra, von der Leyen evanescente) che Draghi starebbe già colmando.
👎 Mario delude
Tutt’altro parere quello dell’Economist, da sempre critico verso il sistema italiano, che invita a non concentrare eccessive speranze su “Super Mario”: farlo accentuerebbe soltanto quel ricorrente complesso da “uomo della provvidenza” che non facilita il delicato percorso verso le riforme necessarie.
Da una parte perché governare l’Italia (da molti dipinta come “irriformabile”) non è come essere a capo della BCE (istituzione con mandato chiaro e mezzi adeguati). Dall’altra perché - sempre secondo l’Economist - la necessità di un governo Draghi può voler dire solo due cose: che per riformare il sistema Italia sia indispensabile un tecnico di assoluto valore, oppure, se Draghi fallisse, che neanche un tecnico “eccezionale” sia in grado di cambiare il Belpaese.
🚂 Non disturbare il conducente
Chi ha ragione, dunque? Dopo neppure tre mesi di governo è certamente troppo presto anche solo per un primo bilancio. L’Italia ha problemi che si trascinano da decenni, accentuati dalla pandemia. Il debito pubblico sfiora il 160% del PIL, la nostra spesa pensionistica è la più alta al mondo, il divario nord-sud si va persino approfondendo e la nostra giustizia civile resta la più lenta d’Europa.
Farlo “santo subito” non faciliterà la vita a Mario Draghi. Anzi. Il modo migliore per complicargli il lavoro è pretendere troppo, troppo presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Biden, il genocidio armeno e il futuro delle relazioni USA-Turchia. Su ispionline.it
👍1
🌍 *EUROPA-VACCINI: IN PIEDI, ENTRA LA CORTE
⚖️ Ci vediamo in tribunale
Ieri la Commissione europea ha annunciato un’azione legale contro AstraZeneca per le mancate forniture di vaccini dello scorso trimestre: la casa farmaceutica anglo-svedese ha fornito all’Ue solo 30 delle 100 milioni di dosi previste.
AstraZeneca sostiene di aver “rispettato tutte le clausole contrattuali”, facendo “ogni ragionevole sforzo” per approvvigionare l’Ue. Eppure qualcosa non torna. Tra gennaio e marzo, il Regno Unito ha ricevuto circa 10 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca: se rapportate alla popolazione, si tratta del quintuplo di quelle ricevute dall’UE.
🇪🇺 Ue-AstraZeneca: too little, too late?
Quella della Commissione sarà una “causa persa”? Probabilmente sì. Di sicuro i tagli alle forniture di AstraZeneca proseguiranno anche nel corso di questo trimestre, con le consegne stimate a 70 milioni di dosi entro fine giugno rispetto ai 300 milioni previsti inizialmente. Per l’Italia, che su AstraZeneca aveva fatto molto affidamento, il “colpo” potrebbe essere simile: consegne giù da 24 a 7 milioni di dosi.
In ogni caso, Ue e Italia sono già corse ai ripari stringendo nuovi accordi con Pfizer/BioNTech: dopo aver rispettato tutte le consegne del primo trimestre, l’azienda potrebbe più che raddoppiare le forniture tra aprile e giugno rispetto ai contratti iniziali (e triplicarle per l’Italia).
🇺🇸 Export vaccini Usa: too little, too late?
Dopo il blocco all’export di vaccini e ingredienti decretato a gennaio, adesso gli Usa di Biden cambiano idea, annunciando che esporteranno 60 milioni di dosi AstraZeneca. Paradossalmente una decisione da "America first": la campagna vaccinale interna procede spedita (al 42% degli americani è già stata somministrata una dose) e AstraZeneca non ha nemmeno richiesto l’autorizzazione per l’immissione al commercio (quindi quelle dosi sarebbero rimaste inutilizzate).
E poi, dell’export americano probabilmente l’Europa vedrà solo una minima parte, e tra mesi. La Casa Bianca ha infatti già dichiarato che occorreranno settimane perché comincino le esportazioni, e che poi le dosi saranno destinate ai “paesi più colpiti dal virus”, India in primis. E, vista la tragica situazione che sta attraversando New Delhi, probabilmente è giusto così.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Gerusalemme, Ramadan di tensioni. Su ispionline.it
⚖️ Ci vediamo in tribunale
Ieri la Commissione europea ha annunciato un’azione legale contro AstraZeneca per le mancate forniture di vaccini dello scorso trimestre: la casa farmaceutica anglo-svedese ha fornito all’Ue solo 30 delle 100 milioni di dosi previste.
AstraZeneca sostiene di aver “rispettato tutte le clausole contrattuali”, facendo “ogni ragionevole sforzo” per approvvigionare l’Ue. Eppure qualcosa non torna. Tra gennaio e marzo, il Regno Unito ha ricevuto circa 10 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca: se rapportate alla popolazione, si tratta del quintuplo di quelle ricevute dall’UE.
🇪🇺 Ue-AstraZeneca: too little, too late?
Quella della Commissione sarà una “causa persa”? Probabilmente sì. Di sicuro i tagli alle forniture di AstraZeneca proseguiranno anche nel corso di questo trimestre, con le consegne stimate a 70 milioni di dosi entro fine giugno rispetto ai 300 milioni previsti inizialmente. Per l’Italia, che su AstraZeneca aveva fatto molto affidamento, il “colpo” potrebbe essere simile: consegne giù da 24 a 7 milioni di dosi.
In ogni caso, Ue e Italia sono già corse ai ripari stringendo nuovi accordi con Pfizer/BioNTech: dopo aver rispettato tutte le consegne del primo trimestre, l’azienda potrebbe più che raddoppiare le forniture tra aprile e giugno rispetto ai contratti iniziali (e triplicarle per l’Italia).
🇺🇸 Export vaccini Usa: too little, too late?
Dopo il blocco all’export di vaccini e ingredienti decretato a gennaio, adesso gli Usa di Biden cambiano idea, annunciando che esporteranno 60 milioni di dosi AstraZeneca. Paradossalmente una decisione da "America first": la campagna vaccinale interna procede spedita (al 42% degli americani è già stata somministrata una dose) e AstraZeneca non ha nemmeno richiesto l’autorizzazione per l’immissione al commercio (quindi quelle dosi sarebbero rimaste inutilizzate).
E poi, dell’export americano probabilmente l’Europa vedrà solo una minima parte, e tra mesi. La Casa Bianca ha infatti già dichiarato che occorreranno settimane perché comincino le esportazioni, e che poi le dosi saranno destinate ai “paesi più colpiti dal virus”, India in primis. E, vista la tragica situazione che sta attraversando New Delhi, probabilmente è giusto così.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Gerusalemme, Ramadan di tensioni. Su ispionline.it
🌎 BRASILE, IMPEACHMENT: NON C’È DUE SENZA TRE?
🇧🇷 Una crisi lunga un anno
Ieri il Congresso brasiliano ha avviato un’indagine sulla gestione della pandemia che potrebbe portare all’impeachment di Bolsonaro (dopo quello di Fernando Collor nel 1992 e di Dilma Rousseff nel 2016). Il presidente da tempo si oppone a lockdown, mascherine e vaccinazioni.
L’indagine arriva proprio mentre il paese attraversa la sua peggiore fase nella lotta al virus: un’onda lunga due mesi che ha portato il Brasile a quasi 3.000 decessi ufficiali al giorno. Praticamente come l’India, ma con un sesto degli abitanti. Ad aprile le richieste di messa in stato d’accusa contro Bolsonaro sono quasi raddoppiate (da circa 60 a oltre 110).
📉 Cos’è andato storto?
La maggioranza (54%) dei brasiliani giudica oggi la politica di Bolsonaro “negativa” o “terribile”: è la prima volta da inizio mandato. Solo un mese fa il presidente è stato costretto a un rimpasto di ministri e dei vertici delle forze armate, dimessisi anche in polemica contro la sua gestione della pandemia.
Il negazionismo, che sembrava aver pagato fino all’estate scorsa (quando circa il 70% dei brasiliani approvava il suo operato, grazie anche ad una pioggia di sussidi economici), si è trasformato in un’arma a doppio taglio. Tanto che Bolsonaro stesso, che a marzo intimava di “smetterla di lamentarsi” per Covid, sembra aver (leggermente) rivisto la sua posizione: più che inutili, per lui oggi i lockdown sarebbero economicamente troppo costosi.
💉 Vaccini: tra Russia e Cina
Intanto la campagna vaccinale prosegue: il 13% dei brasiliani ha già ricevuto almeno una dose. Certo, siamo lontani dai livelli del Cile (42%). E per velocizzare il Brasile fa ampio uso - dopo le incertezze iniziali - di vaccini “cinesi”, che proprio in Cile si sono dimostrati poco efficaci.
È qui che si gioca la partita, tra politica e scienza. Proprio ieri l’agenzia del farmaco brasiliana ha raccomandato di non importare Sputnik per insufficienza di dati. Ma Bolsonaro (e diversi governatori brasiliani) spingono per farlo comunque.
Dopo l’ondata cilena malgrado il vaccino cinese, la mancata autorizzazione di Sputnik in Brasile potrebbe essere un secondo duro colpo per la “diplomazia dei vaccini” di Pechino e Mosca. Che è andata forte, anzi fortissimo, in questi mesi. Ma che, di fronte alla realtà di vaccini poco trasparenti (Sputnik V) o poco efficaci (Sinovac), potrebbe rivelarsi per quella che realmente è: più politica che scienza.
Da questa sera a venerdì la pagella dei primi 100 giorni di Joe Biden. Nel numero di oggi: come va l’economia? Su ispionline.it
🇧🇷 Una crisi lunga un anno
Ieri il Congresso brasiliano ha avviato un’indagine sulla gestione della pandemia che potrebbe portare all’impeachment di Bolsonaro (dopo quello di Fernando Collor nel 1992 e di Dilma Rousseff nel 2016). Il presidente da tempo si oppone a lockdown, mascherine e vaccinazioni.
L’indagine arriva proprio mentre il paese attraversa la sua peggiore fase nella lotta al virus: un’onda lunga due mesi che ha portato il Brasile a quasi 3.000 decessi ufficiali al giorno. Praticamente come l’India, ma con un sesto degli abitanti. Ad aprile le richieste di messa in stato d’accusa contro Bolsonaro sono quasi raddoppiate (da circa 60 a oltre 110).
📉 Cos’è andato storto?
La maggioranza (54%) dei brasiliani giudica oggi la politica di Bolsonaro “negativa” o “terribile”: è la prima volta da inizio mandato. Solo un mese fa il presidente è stato costretto a un rimpasto di ministri e dei vertici delle forze armate, dimessisi anche in polemica contro la sua gestione della pandemia.
Il negazionismo, che sembrava aver pagato fino all’estate scorsa (quando circa il 70% dei brasiliani approvava il suo operato, grazie anche ad una pioggia di sussidi economici), si è trasformato in un’arma a doppio taglio. Tanto che Bolsonaro stesso, che a marzo intimava di “smetterla di lamentarsi” per Covid, sembra aver (leggermente) rivisto la sua posizione: più che inutili, per lui oggi i lockdown sarebbero economicamente troppo costosi.
💉 Vaccini: tra Russia e Cina
Intanto la campagna vaccinale prosegue: il 13% dei brasiliani ha già ricevuto almeno una dose. Certo, siamo lontani dai livelli del Cile (42%). E per velocizzare il Brasile fa ampio uso - dopo le incertezze iniziali - di vaccini “cinesi”, che proprio in Cile si sono dimostrati poco efficaci.
È qui che si gioca la partita, tra politica e scienza. Proprio ieri l’agenzia del farmaco brasiliana ha raccomandato di non importare Sputnik per insufficienza di dati. Ma Bolsonaro (e diversi governatori brasiliani) spingono per farlo comunque.
Dopo l’ondata cilena malgrado il vaccino cinese, la mancata autorizzazione di Sputnik in Brasile potrebbe essere un secondo duro colpo per la “diplomazia dei vaccini” di Pechino e Mosca. Che è andata forte, anzi fortissimo, in questi mesi. Ma che, di fronte alla realtà di vaccini poco trasparenti (Sputnik V) o poco efficaci (Sinovac), potrebbe rivelarsi per quella che realmente è: più politica che scienza.
Da questa sera a venerdì la pagella dei primi 100 giorni di Joe Biden. Nel numero di oggi: come va l’economia? Su ispionline.it
🌍 RECOVERY EU: APPESO (ANCHE) ALLA FINLANDIA?
🇫🇮 Gelo nordico
Nel giorno in cui Biden presenta al Congresso il suo piano di investimenti da 4.100 miliardi di dollari, una nuova nube si staglia sul Recovery plan (Next Generation EU), il piano di rilancio post-pandemia da 750 miliardi di euro.
Martedì, infatti, in Finlandia il Parlamento ha stabilito che per ratificarlo (sì, perché serve l’approvazione di tutti i parlamenti nazionali) servirà una super maggioranza dei due terzi. Significa che il governo, che al momento detiene il 59% dei seggi, avrà bisogno dei voti dell’opposizione. La doccia fredda giunge in un momento di tesi negoziati sul bilancio nazionale finlandese: fino a ieri, un partito alleato della premier Sanna Marin aveva addirittura minacciato di abbandonare la coalizione di governo.
🇪🇺 Non solo Finlandia
Lo stop della Finlandia arriva proprio nella settimana in cui molti governi (tra cui l’Italia) presentano alla Commissione i loro piani nazionali, dove spiegano come verranno utilizzati i fondi europei.
Ma non c’è solo Helsinki a ostacolare l’avvio del Recovery plan: ci sono ancora 8 Parlamenti che devono ratificare la decisione, mentre sappiamo già che diversi governi sforeranno la scadenza del 30 aprile per presentare i loro piani. Ritardi che rischiano di far slittare approvazione Ue e inizio dell’erogazione dei fondi.
Ma non è finita qui, perché presto l’Ue dovrà trovare un nuovo accordo per mettere insieme altre “risorse proprie” - 15 miliardi l’anno - per finanziare il nuovo debito europeo generato proprio dal Recovery plan. Anche qui i “paesi frugali”, tra cui Danimarca e Paesi Bassi, sono pronti a dare battaglia.
👍 “Andrà tutto bene”
La Commissione Ue punta ad approvare i piani nazionali entro giugno e sbloccare i primi fondi entro luglio. Ed è probabile che alla fine, vista la posta in gioco, si riesca a trovare una quadra.
Di certo l’avvio del Recovery plan fa capire che non sarà una passeggiata tra tensioni interne ai paesi per approvare i piani, gli screzi con Bruxelles per stare nei tempi e il costante occhio vigile della Commissione.
Ma, d’altronde, le rivoluzioni non sono mai una passeggiata. E, per entità e modalità, per l’Ue il Recovery plan è certamente una piccola rivoluzione.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica interna. Su ispionline.it
🇫🇮 Gelo nordico
Nel giorno in cui Biden presenta al Congresso il suo piano di investimenti da 4.100 miliardi di dollari, una nuova nube si staglia sul Recovery plan (Next Generation EU), il piano di rilancio post-pandemia da 750 miliardi di euro.
Martedì, infatti, in Finlandia il Parlamento ha stabilito che per ratificarlo (sì, perché serve l’approvazione di tutti i parlamenti nazionali) servirà una super maggioranza dei due terzi. Significa che il governo, che al momento detiene il 59% dei seggi, avrà bisogno dei voti dell’opposizione. La doccia fredda giunge in un momento di tesi negoziati sul bilancio nazionale finlandese: fino a ieri, un partito alleato della premier Sanna Marin aveva addirittura minacciato di abbandonare la coalizione di governo.
🇪🇺 Non solo Finlandia
Lo stop della Finlandia arriva proprio nella settimana in cui molti governi (tra cui l’Italia) presentano alla Commissione i loro piani nazionali, dove spiegano come verranno utilizzati i fondi europei.
Ma non c’è solo Helsinki a ostacolare l’avvio del Recovery plan: ci sono ancora 8 Parlamenti che devono ratificare la decisione, mentre sappiamo già che diversi governi sforeranno la scadenza del 30 aprile per presentare i loro piani. Ritardi che rischiano di far slittare approvazione Ue e inizio dell’erogazione dei fondi.
Ma non è finita qui, perché presto l’Ue dovrà trovare un nuovo accordo per mettere insieme altre “risorse proprie” - 15 miliardi l’anno - per finanziare il nuovo debito europeo generato proprio dal Recovery plan. Anche qui i “paesi frugali”, tra cui Danimarca e Paesi Bassi, sono pronti a dare battaglia.
👍 “Andrà tutto bene”
La Commissione Ue punta ad approvare i piani nazionali entro giugno e sbloccare i primi fondi entro luglio. Ed è probabile che alla fine, vista la posta in gioco, si riesca a trovare una quadra.
Di certo l’avvio del Recovery plan fa capire che non sarà una passeggiata tra tensioni interne ai paesi per approvare i piani, gli screzi con Bruxelles per stare nei tempi e il costante occhio vigile della Commissione.
Ma, d’altronde, le rivoluzioni non sono mai una passeggiata. E, per entità e modalità, per l’Ue il Recovery plan è certamente una piccola rivoluzione.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica interna. Su ispionline.it
🌍 PALESTINA: IL VOTO CHE VERRÀ. FORSE
🇵🇸 Il voto conteso
Il 22 maggio nei Territori palestinesi si sarebbero dovute tenere le prime elezioni parlamentari in 15 anni. A luglio, poi, le presidenziali. Ma ieri Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, ha deciso di rimandarle per l’ennesima volta, accusando Israele di impedire il voto ai palestinesi di Gerusalemme est.
Il mandato di Abbas è scaduto nel 2009. E nei Territori non si vota dal 2006: quelle elezioni “boicottate” da Fatah e vinte da Hamas. Poi il conflitto proprio tra Hamas-Fatah ha, di fatto, bloccato qualsiasi progresso.
🗳 Una data perduta
Sembra ormai una tradizione: annunciare le elezioni per poi rimandarle. Nel 2014, un primo accordo Hamas-Fatah avrebbe dovuto essere seguito da elezioni entro l’anno. Ma la guerra di Gaza tra Israele e Hamas e i dissidi interni portarono a un rinvio. Quasi lo stesso è accaduto nel 2017, dopo il secondo accordo Hamas-Fatah: elezioni entro un anno, si diceva. Mai successo.
Ecco perché i palestinesi sono i primi a essere disillusi e divisi. Tre quarti degli abitanti della Cisgiordania è a favore di nuove elezioni, ma quasi due su tre vorrebbero le dimissioni del presidente Abbas. Se si votasse oggi, il 34% sceglierebbe Hamas e il 38% Fatah, consegnando un Parlamento comunque bloccato e diviso. La prova, se fosse necessaria, che a tutt’oggi i problemi stanno nel fallimento del processo di riunificazione, più che nelle urne mancate.
🕊 Il “processo” infinito
Dopo lo sbilanciamento di Trump a favore di Israele che aveva fatto precipitare le relazioni Usa-palestinesi ai livelli più bassi dai tempi di Reagan, l’annuncio delle elezioni lo scorso gennaio non è avvenuto per caso: Abbas voleva suggerire la possibilità di un “nuovo corso” all’amministrazione entrante. Ma non è stato (ancora perlomeno) così: Biden è il primo presidente americano da decenni che si insedia senza annunciare l’impegno a risolvere il conflitto israelo-palestinese.
Se la leadership palestinese volesse davvero smuovere un’amministrazione certamente più vicina alla “soluzione dei due stati” rispetto a Trump, ma comunque fredda e con molto meno tempo da dedicare alla causa in tempo di conflitti tra grandi potenze, dovrebbe far seguire alle parole i fatti, o meglio, le elezioni.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica estera. Su ispionline.it
🇵🇸 Il voto conteso
Il 22 maggio nei Territori palestinesi si sarebbero dovute tenere le prime elezioni parlamentari in 15 anni. A luglio, poi, le presidenziali. Ma ieri Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, ha deciso di rimandarle per l’ennesima volta, accusando Israele di impedire il voto ai palestinesi di Gerusalemme est.
Il mandato di Abbas è scaduto nel 2009. E nei Territori non si vota dal 2006: quelle elezioni “boicottate” da Fatah e vinte da Hamas. Poi il conflitto proprio tra Hamas-Fatah ha, di fatto, bloccato qualsiasi progresso.
🗳 Una data perduta
Sembra ormai una tradizione: annunciare le elezioni per poi rimandarle. Nel 2014, un primo accordo Hamas-Fatah avrebbe dovuto essere seguito da elezioni entro l’anno. Ma la guerra di Gaza tra Israele e Hamas e i dissidi interni portarono a un rinvio. Quasi lo stesso è accaduto nel 2017, dopo il secondo accordo Hamas-Fatah: elezioni entro un anno, si diceva. Mai successo.
Ecco perché i palestinesi sono i primi a essere disillusi e divisi. Tre quarti degli abitanti della Cisgiordania è a favore di nuove elezioni, ma quasi due su tre vorrebbero le dimissioni del presidente Abbas. Se si votasse oggi, il 34% sceglierebbe Hamas e il 38% Fatah, consegnando un Parlamento comunque bloccato e diviso. La prova, se fosse necessaria, che a tutt’oggi i problemi stanno nel fallimento del processo di riunificazione, più che nelle urne mancate.
🕊 Il “processo” infinito
Dopo lo sbilanciamento di Trump a favore di Israele che aveva fatto precipitare le relazioni Usa-palestinesi ai livelli più bassi dai tempi di Reagan, l’annuncio delle elezioni lo scorso gennaio non è avvenuto per caso: Abbas voleva suggerire la possibilità di un “nuovo corso” all’amministrazione entrante. Ma non è stato (ancora perlomeno) così: Biden è il primo presidente americano da decenni che si insedia senza annunciare l’impegno a risolvere il conflitto israelo-palestinese.
Se la leadership palestinese volesse davvero smuovere un’amministrazione certamente più vicina alla “soluzione dei due stati” rispetto a Trump, ma comunque fredda e con molto meno tempo da dedicare alla causa in tempo di conflitti tra grandi potenze, dovrebbe far seguire alle parole i fatti, o meglio, le elezioni.
Nello speciale 100 giorni di Biden di questa sera: la pagella della politica estera. Su ispionline.it
🌍 IL MICROCHIP SI È FERMATO A MELFI
⛔ Stop alle macchine
Da oggi lo stabilimento FCA di Melfi e i suoi 7.000 dipendenti si fermano per una settimana. A causare lo stop non è un nuovo calo della domanda ma la mancanza di semiconduttori, microchip fondamentali per la loro produzione.
Ma non è solo FCA, anzi: molte case automobilistiche sono costrette a lavorare a singhiozzo, da Ford (che dovrà produrre 1 milione di auto in meno quest’anno) fino a Volkswagen (che ha fermato la produzione di SUV in Messico). E quella dell’automotive è solo la punta dell’iceberg della scarsità mondiale di semiconduttori: il settore conta “solo” per il 10% della domanda, il 35% arriva dal settore delle telecomunicazioni e il 30% dalla produzione di computer.
📱 "My country first”...
La crisi odierna ha una duplice origine. Da un lato, la pandemia ha spinto le aziende a riorientare la produzione verso chip per dispositivi elettronici (sempre più richiesti). Dall’altro, una ripresa economica più rapida del previsto ha richiesto un’accelerata improvvisa.
La produzione mondiale si concentra in pochi paesi: Corea del Sud (27%), Taiwan (23%) e Giappone (16%). Cina, Europa e Usa producono meno di quanto consumino. E se il nostro automotive e quello americano “piangono”, Pechino (maggiore importatore mondiale) non ride.
Di fronte al boom della domanda, i produttori hanno privilegiato i mercati interni e imposto un rallentamento dell’export. Quasi come con i vaccini: un “nazionalismo tecnologico” che colpisce quelle regioni sprovviste di capacità produttiva di riserva.
⚔️ … o geopolitica del silicio?
Così come per i vaccini, anche per i semiconduttori i paesi provano a far tornare “locali” filiere che ormai erano “globali”. Anche se, come per i vaccini, l’operazione richiederà tempo.
Intanto, alla competizione per accaparrarsi i pochi chip sul mercato si sommano tensioni geopolitiche: Taiwan, ai ferri corti con Pechino, sforna il 70% dei chip necessari all’industria automobilistica mondiale. Così, secondo l’Economist la Cina potrebbe finire per muovere guerra a Taiwan, protetta dagli Stati Uniti, solo per risolvere un “naturale” collo di bottiglia produttivo.
Se lo scenario a oggi resta poco probabile, i venti di guerra dimostrano i nervi tesi dei “grandi” del mondo. Anche quando si parla di “micro” chip.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la seconda ondata della pandemia in India. Su ispionline.it
⛔ Stop alle macchine
Da oggi lo stabilimento FCA di Melfi e i suoi 7.000 dipendenti si fermano per una settimana. A causare lo stop non è un nuovo calo della domanda ma la mancanza di semiconduttori, microchip fondamentali per la loro produzione.
Ma non è solo FCA, anzi: molte case automobilistiche sono costrette a lavorare a singhiozzo, da Ford (che dovrà produrre 1 milione di auto in meno quest’anno) fino a Volkswagen (che ha fermato la produzione di SUV in Messico). E quella dell’automotive è solo la punta dell’iceberg della scarsità mondiale di semiconduttori: il settore conta “solo” per il 10% della domanda, il 35% arriva dal settore delle telecomunicazioni e il 30% dalla produzione di computer.
📱 "My country first”...
La crisi odierna ha una duplice origine. Da un lato, la pandemia ha spinto le aziende a riorientare la produzione verso chip per dispositivi elettronici (sempre più richiesti). Dall’altro, una ripresa economica più rapida del previsto ha richiesto un’accelerata improvvisa.
La produzione mondiale si concentra in pochi paesi: Corea del Sud (27%), Taiwan (23%) e Giappone (16%). Cina, Europa e Usa producono meno di quanto consumino. E se il nostro automotive e quello americano “piangono”, Pechino (maggiore importatore mondiale) non ride.
Di fronte al boom della domanda, i produttori hanno privilegiato i mercati interni e imposto un rallentamento dell’export. Quasi come con i vaccini: un “nazionalismo tecnologico” che colpisce quelle regioni sprovviste di capacità produttiva di riserva.
⚔️ … o geopolitica del silicio?
Così come per i vaccini, anche per i semiconduttori i paesi provano a far tornare “locali” filiere che ormai erano “globali”. Anche se, come per i vaccini, l’operazione richiederà tempo.
Intanto, alla competizione per accaparrarsi i pochi chip sul mercato si sommano tensioni geopolitiche: Taiwan, ai ferri corti con Pechino, sforna il 70% dei chip necessari all’industria automobilistica mondiale. Così, secondo l’Economist la Cina potrebbe finire per muovere guerra a Taiwan, protetta dagli Stati Uniti, solo per risolvere un “naturale” collo di bottiglia produttivo.
Se lo scenario a oggi resta poco probabile, i venti di guerra dimostrano i nervi tesi dei “grandi” del mondo. Anche quando si parla di “micro” chip.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la seconda ondata della pandemia in India. Su ispionline.it
🌎 BIDEN-RIFUGIATI: QUANTO COSTA UNA PROMESSA?
📈 Accordo raggiunto
Alla fine, Biden si è convinto: dopo mesi di annunci e ripensamenti, ieri la Casa Bianca ha quadruplicato il tetto annuale dei reinsediamenti – le ammissioni negli Usa di rifugiati già presenti in paesi terzi – portandolo da 15.000 a 62.500.
È una svolta rispetto a Trump: era stato lui ad abbassare il tetto al suo minimo di sempre (il programma è stato creato nel 1980). La decisione dovrebbe riportare il numero di rifugiati reinsediati negli Usa a un valore in linea con gli ultimi vent’anni, anche se ancora lontano rispetto ai circa 100.000 l’anno ammessi negli anni Novanta.
🇺🇸 Tanto, o non abbastanza?
Così gli USA torneranno il primo paese al mondo per rifugiati reinsediati. Un record detenuto per quarant’anni, prima che Trump lo interrompesse, e che fa impallidire l’Unione europea: i reinsediati nei paesi UE sono stati 20.000 nel 2019, prima della pandemia, e solo 5.000 l’anno tra il 2000 e il 2015.
Certo, anche così cambierà poco: rifugiati e richiedenti asilo nel mondo sono 30 milioni, e almeno 2 milioni sono persone vulnerabili che dovrebbero essere reinsediate con urgenza. Il mondo, invece, ne accoglie solo 80.000 l’anno. Quello di Biden è un segnale in questo periodo difficile, ma pur sempre una goccia nel mare.
💣 Alta tensione
Fino a pochi giorni fa non era chiaro se la Casa Bianca avrebbe alzato l’asticella. Anche perché il fortissimo aumento di minori non accompagnati alla frontiera con il Messico genera grandi pressioni sull’amministrazione. Pressioni tecniche: capire come accogliere chi arriva e come riunificare minori e famiglie. Ma anche politiche. Persino tra i democratici, qualcuno si chiede perché aumentare il numero dei rifugiati accolti volontariamente quando i flussi migratori dalla frontiera Sud sono già così elevati.
I dubbi sono conseguenza dell’estrema polarizzazione della politica americana odierna e del precedente creato da Trump. In passato molte amministrazioni, da Clinton a Obama (Dem) passando per i due Bush (Rep), avevano mantenuto un tetto “alto” sull’accoglienza anche a fronte di flussi molto elevati dall’America centrale.
Ma oggi le cose sono cambiate. E per Biden il compito, arduo, sarà quello di trovare un nuovo equilibrio tra accoglienza “democratica” e “America first”.
_Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il primo incontro faccia a faccia dei ministri del G7 dopo due anni. Su_ ispionline.it
📈 Accordo raggiunto
Alla fine, Biden si è convinto: dopo mesi di annunci e ripensamenti, ieri la Casa Bianca ha quadruplicato il tetto annuale dei reinsediamenti – le ammissioni negli Usa di rifugiati già presenti in paesi terzi – portandolo da 15.000 a 62.500.
È una svolta rispetto a Trump: era stato lui ad abbassare il tetto al suo minimo di sempre (il programma è stato creato nel 1980). La decisione dovrebbe riportare il numero di rifugiati reinsediati negli Usa a un valore in linea con gli ultimi vent’anni, anche se ancora lontano rispetto ai circa 100.000 l’anno ammessi negli anni Novanta.
🇺🇸 Tanto, o non abbastanza?
Così gli USA torneranno il primo paese al mondo per rifugiati reinsediati. Un record detenuto per quarant’anni, prima che Trump lo interrompesse, e che fa impallidire l’Unione europea: i reinsediati nei paesi UE sono stati 20.000 nel 2019, prima della pandemia, e solo 5.000 l’anno tra il 2000 e il 2015.
Certo, anche così cambierà poco: rifugiati e richiedenti asilo nel mondo sono 30 milioni, e almeno 2 milioni sono persone vulnerabili che dovrebbero essere reinsediate con urgenza. Il mondo, invece, ne accoglie solo 80.000 l’anno. Quello di Biden è un segnale in questo periodo difficile, ma pur sempre una goccia nel mare.
💣 Alta tensione
Fino a pochi giorni fa non era chiaro se la Casa Bianca avrebbe alzato l’asticella. Anche perché il fortissimo aumento di minori non accompagnati alla frontiera con il Messico genera grandi pressioni sull’amministrazione. Pressioni tecniche: capire come accogliere chi arriva e come riunificare minori e famiglie. Ma anche politiche. Persino tra i democratici, qualcuno si chiede perché aumentare il numero dei rifugiati accolti volontariamente quando i flussi migratori dalla frontiera Sud sono già così elevati.
I dubbi sono conseguenza dell’estrema polarizzazione della politica americana odierna e del precedente creato da Trump. In passato molte amministrazioni, da Clinton a Obama (Dem) passando per i due Bush (Rep), avevano mantenuto un tetto “alto” sull’accoglienza anche a fronte di flussi molto elevati dall’America centrale.
Ma oggi le cose sono cambiate. E per Biden il compito, arduo, sarà quello di trovare un nuovo equilibrio tra accoglienza “democratica” e “America first”.
_Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il primo incontro faccia a faccia dei ministri del G7 dopo due anni. Su_ ispionline.it
🌍 ISRAELE: BYE BYE NETANYAHU?
⏰ Tempo scaduto
Ci ha provato per 28 giorni, ma alla fine ha dovuto desistere: dopo le elezioni di marzo, Netanyahu questa volta non è riuscito a formare un nuovo governo. Al potere per 12 anni, malgrado le inchieste per corruzione e l’odio degli ex alleati “traditi”, Bibi potrebbe dover scendere dal trono dopo un periodo di crescente instabilità politica (siamo alle quarte elezioni in 2 anni).
Poco fa il presidente israeliano Rivlin ha dato mandato di formare un governo a Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il principale partito di opposizione.
🗳️ Alle urne... again?
Insomma, né il “modello Israele” sulle vaccinazioni (62% della popolazione vaccinata a fine marzo), né la tenuta dell’economia hanno tenuto in sella Natanyahu. E ora il futuro per lui si fa meno roseo: il processo per corruzione a suo carico sta entrando nella sua fase calda, e una condanna gli impedirebbe di ripresentarsi in caso di nuove elezioni.
Elezioni che, ancora una volta, potrebbero non essere lontane. Anche con il mandato esplorativo di Lapid, l’esito del negoziato per formare un governo non sarebbe scontato. L’opposizione è spaccata, tenuta insieme solo dal “rifiuto” per Netanyahu. Con Bibi fuori dai giochi, un “governo delle opposizioni” (sempre che riesca a partire) rischierebbe di avere vita breve.
🤷♀️ Senza leader
Per la prima volta da oltre un decennio Israele rischia dunque di ritrovarsi senza un leader forte. Un’assenza che riporterebbe in primo piano le fratture interne: nell’attuale Parlamento servono almeno quattro partiti per una maggioranza e, senza il Likud di Netanyahu, ne servirebbero addirittura sette.
Tutto accade in una fase delicata per il paese: da un lato c’è la necessità di trovare un nuovo equilibrio con Washington (meno disposta a concedere vittorie anche simboliche a Israele), dall’altro la volontà di proseguire nelle normalizzazioni e conquistare nuovi alleati tra i paesi arabi della regione (ma questa volta senza l’aiuto di Trump). Senza contare i “vecchi problemi” che ritornano: il riaccendersi delle tensioni con i palestinesi e l’ostilità con l’Iran.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Cina, si cambia. Su ispionline.it
⏰ Tempo scaduto
Ci ha provato per 28 giorni, ma alla fine ha dovuto desistere: dopo le elezioni di marzo, Netanyahu questa volta non è riuscito a formare un nuovo governo. Al potere per 12 anni, malgrado le inchieste per corruzione e l’odio degli ex alleati “traditi”, Bibi potrebbe dover scendere dal trono dopo un periodo di crescente instabilità politica (siamo alle quarte elezioni in 2 anni).
Poco fa il presidente israeliano Rivlin ha dato mandato di formare un governo a Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il principale partito di opposizione.
🗳️ Alle urne... again?
Insomma, né il “modello Israele” sulle vaccinazioni (62% della popolazione vaccinata a fine marzo), né la tenuta dell’economia hanno tenuto in sella Natanyahu. E ora il futuro per lui si fa meno roseo: il processo per corruzione a suo carico sta entrando nella sua fase calda, e una condanna gli impedirebbe di ripresentarsi in caso di nuove elezioni.
Elezioni che, ancora una volta, potrebbero non essere lontane. Anche con il mandato esplorativo di Lapid, l’esito del negoziato per formare un governo non sarebbe scontato. L’opposizione è spaccata, tenuta insieme solo dal “rifiuto” per Netanyahu. Con Bibi fuori dai giochi, un “governo delle opposizioni” (sempre che riesca a partire) rischierebbe di avere vita breve.
🤷♀️ Senza leader
Per la prima volta da oltre un decennio Israele rischia dunque di ritrovarsi senza un leader forte. Un’assenza che riporterebbe in primo piano le fratture interne: nell’attuale Parlamento servono almeno quattro partiti per una maggioranza e, senza il Likud di Netanyahu, ne servirebbero addirittura sette.
Tutto accade in una fase delicata per il paese: da un lato c’è la necessità di trovare un nuovo equilibrio con Washington (meno disposta a concedere vittorie anche simboliche a Israele), dall’altro la volontà di proseguire nelle normalizzazioni e conquistare nuovi alleati tra i paesi arabi della regione (ma questa volta senza l’aiuto di Trump). Senza contare i “vecchi problemi” che ritornano: il riaccendersi delle tensioni con i palestinesi e l’ostilità con l’Iran.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Cina, si cambia. Su ispionline.it