🌍 DEMOGRAFIA GLOBALE: CRESCITA PER POCHI
👶 Tanti volti nuovi
8 miliardi di persone. Secondo le nuove proiezioni della Nazioni Unite, questa è la soglia che la popolazione mondiale supererà il prossimo 15 novembre. A guardarsi indietro è impressionante la crescita negli ultimi 70 anni: nel 1952 gli abitanti della terra erano “solo” 2,5 miliardi. Tanti quanto l’ulteriore crescita della popolazione terrestre da qui al suo picco nel 2080.
Tale crescita non è però mai stata così lenta, con tassi inferiori all’1% negli ultimi due anni (contro un massimo del 2,3% nel 1963). Solo in parte colpa della pandemia, che potrebbe aver causato fino a 17 milioni di morti in eccesso dal 2020. Anche senza considerare il Covid, infatti, le prospettive demografiche di molti paesi sono tutt’altro che rosee.
📉 Inverno demografico europeo
Il 60% della popolazione mondiale vive in Paesi con un tasso di fertilità inferiore a 2,1 nascite per donna, il livello considerato necessario affinché una popolazione rimanga stabile. Solo nel 2019 questa percentuale si fermava al 40%. Tra questi Paesi rientrano tutti i 27 membri dell’Unione Europea dove, da più di un decennio, il numero di decessi ha iniziato a superare le nascite.
L'immigrazione ha più che compensato questo divario. Ma non negli ultimi due anni di pandemia, durante i quali la popolazione europea è quindi calata: 172mila persone in meno rispetto al 2021, e 656mila in meno dal 2020. Un calo a cui ha contribuito soprattutto l’Italia, lo Stato membro in cui la popolazione è diminuita di più nell’ultimo anno (-253mila abitanti).
🇳🇬 La culla dell’umanità
Se la popolazione europea cala, quella africana cresce più di tutte. Già nel 2020, il continente africano ha superato l’Asia come principale origine della crescita demografica globale. Quattro degli otto Paesi che rappresenteranno più della metà della crescita demografica fino al 2050 sono africani. Tra questi vi è la Nigeria, che dal 2058 potrebbe contare più abitanti dell’intera Ue.
Non è l’unica macroevoluzione da tenere sott’occhio. Già dall’anno prossimo l’India supererà la Cina come Paese più popoloso del mondo. Un risultato frutto di programmi di pianificazione familiare più equilibrati rispetto alla politica del figlio unico cinese. Che ha portato a una popolazione sproporzionatamente anziana, a differenza di quella indiana meglio distribuita tra le varie fasce di età.
Cambieranno solo gli equilibri demografici o anche quelli geopolitici?
👉 A un anno dallo strappo del presidente Kais Saied la Tunisia è chiamata ad approvare una nuova Costituzione. Ma in molti temono che la nuova Carta possa allontanare il paese dalla democrazia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-le-illusioni-perdute-35723
👶 Tanti volti nuovi
8 miliardi di persone. Secondo le nuove proiezioni della Nazioni Unite, questa è la soglia che la popolazione mondiale supererà il prossimo 15 novembre. A guardarsi indietro è impressionante la crescita negli ultimi 70 anni: nel 1952 gli abitanti della terra erano “solo” 2,5 miliardi. Tanti quanto l’ulteriore crescita della popolazione terrestre da qui al suo picco nel 2080.
Tale crescita non è però mai stata così lenta, con tassi inferiori all’1% negli ultimi due anni (contro un massimo del 2,3% nel 1963). Solo in parte colpa della pandemia, che potrebbe aver causato fino a 17 milioni di morti in eccesso dal 2020. Anche senza considerare il Covid, infatti, le prospettive demografiche di molti paesi sono tutt’altro che rosee.
📉 Inverno demografico europeo
Il 60% della popolazione mondiale vive in Paesi con un tasso di fertilità inferiore a 2,1 nascite per donna, il livello considerato necessario affinché una popolazione rimanga stabile. Solo nel 2019 questa percentuale si fermava al 40%. Tra questi Paesi rientrano tutti i 27 membri dell’Unione Europea dove, da più di un decennio, il numero di decessi ha iniziato a superare le nascite.
L'immigrazione ha più che compensato questo divario. Ma non negli ultimi due anni di pandemia, durante i quali la popolazione europea è quindi calata: 172mila persone in meno rispetto al 2021, e 656mila in meno dal 2020. Un calo a cui ha contribuito soprattutto l’Italia, lo Stato membro in cui la popolazione è diminuita di più nell’ultimo anno (-253mila abitanti).
🇳🇬 La culla dell’umanità
Se la popolazione europea cala, quella africana cresce più di tutte. Già nel 2020, il continente africano ha superato l’Asia come principale origine della crescita demografica globale. Quattro degli otto Paesi che rappresenteranno più della metà della crescita demografica fino al 2050 sono africani. Tra questi vi è la Nigeria, che dal 2058 potrebbe contare più abitanti dell’intera Ue.
Non è l’unica macroevoluzione da tenere sott’occhio. Già dall’anno prossimo l’India supererà la Cina come Paese più popoloso del mondo. Un risultato frutto di programmi di pianificazione familiare più equilibrati rispetto alla politica del figlio unico cinese. Che ha portato a una popolazione sproporzionatamente anziana, a differenza di quella indiana meglio distribuita tra le varie fasce di età.
Cambieranno solo gli equilibri demografici o anche quelli geopolitici?
👉 A un anno dallo strappo del presidente Kais Saied la Tunisia è chiamata ad approvare una nuova Costituzione. Ma in molti temono che la nuova Carta possa allontanare il paese dalla democrazia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-le-illusioni-perdute-35723
🌍 EURO-DOLLARO: PARI E PATTA?
🇪🇺Under pressure
Per la prima volta dal 2002, oggi euro e dollaro valgono uguali. Una parità che evidenzia il crescente divario tra le prospettive economiche statunitensi e quelle dell’Eurozona, più esposta alle conseguenze della guerra in Ucraina e alle ritorsioni di Mosca sulle importazioni di gas.
Ultima in ordine di tempo, la chiusura dei rubinetti di Nord Stream 1 di lunedì scorso. Un altro stop “tecnico”, che però dà agli investitori l’ennesimo motivo per ritenere più vicina una recessione in Eurozona, e a rifugiarsi in dollari con rendimenti in aumento.
🪙 Due facce della stessa moneta?
A peggiorare ulteriormente le aspettative sui mercati europei è proprio lo “scontro” tra BCE e Fed sulla politica monetaria. Mentre la Fed è ormai alla terza stretta da inizio anno, con tassi di riferimento allo 1,5%-1,75% che entro dicembre potrebbero superare il 3%, la BCE deve ancora iniziare (forse settimana prossima).
E se in tempi normali il crollo dell’euro (-12% sul dollaro da gennaio) farebbe quantomeno aumentare le esportazioni, oggi la bilancia non pende a nostro favore. Le importazioni di petrolio, già all’origine dell’elevata inflazione odierna, sono infatti prezzate in dollari. E così a Lagarde non resta che difendersi puntando sul fatto che l’inflazione “core” in Eurozona non ha ancora incorporato gran parte dell’aumento dell’inflazione sui prodotti più volatili (energia, alimentari, ecc.), mentre in USA ciò accade già da mesi.
🥉Ultimi tra i primi
Con il crollo dell’euro, sembra quasi che i mercati vogliano suggerire che gli Usa siano messi “meglio” dell’Europa. Sul piano economico è molto probabilmente vero. La disoccupazione americana a giugno era al 3,6%, sostanzialmente in linea con il dato di “piena occupazione” pre-pandemia. In Eurozona siamo invece al 6,6%, con differenze ancora sostanziali tra grandi paesi come Italia (8,1%) e Germania (2,8%). E una stretta dei tassi farebbe traballare ulteriormente le economie dei paesi più indebitati.
D’altra parte, però, anche negli USA il prezzo del gas è quasi quintuplicato (spinto al rialzo dalla “fame” di GNL europea), mentre l’inflazione galoppante (+9,1% a giugno) mette alle strette famiglie e imprese. Così il consenso di Biden cala ancora al 36% (dal 42% di inizio anno), mentre le elezioni mid-term di novembre si avvicinano.
Insomma, dollaro o euro, siamo tutti sulla stessa barca. In tempesta.
📊 L’inflazione è alle stelle in UE e USA. Le banche centrali corrono al riparo, mentre si avvicina lo spettro della stagflazione. Eppure, l’aumento dei prezzi non è uguale sulle due sponde dell’Atlantico. Ne abbiamo parlato nel nuovo numero del nostro ISPI DataLab: L’Inflazione è qui per restare? Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/linflazione-e-qui-restare-35680
🇪🇺Under pressure
Per la prima volta dal 2002, oggi euro e dollaro valgono uguali. Una parità che evidenzia il crescente divario tra le prospettive economiche statunitensi e quelle dell’Eurozona, più esposta alle conseguenze della guerra in Ucraina e alle ritorsioni di Mosca sulle importazioni di gas.
Ultima in ordine di tempo, la chiusura dei rubinetti di Nord Stream 1 di lunedì scorso. Un altro stop “tecnico”, che però dà agli investitori l’ennesimo motivo per ritenere più vicina una recessione in Eurozona, e a rifugiarsi in dollari con rendimenti in aumento.
🪙 Due facce della stessa moneta?
A peggiorare ulteriormente le aspettative sui mercati europei è proprio lo “scontro” tra BCE e Fed sulla politica monetaria. Mentre la Fed è ormai alla terza stretta da inizio anno, con tassi di riferimento allo 1,5%-1,75% che entro dicembre potrebbero superare il 3%, la BCE deve ancora iniziare (forse settimana prossima).
E se in tempi normali il crollo dell’euro (-12% sul dollaro da gennaio) farebbe quantomeno aumentare le esportazioni, oggi la bilancia non pende a nostro favore. Le importazioni di petrolio, già all’origine dell’elevata inflazione odierna, sono infatti prezzate in dollari. E così a Lagarde non resta che difendersi puntando sul fatto che l’inflazione “core” in Eurozona non ha ancora incorporato gran parte dell’aumento dell’inflazione sui prodotti più volatili (energia, alimentari, ecc.), mentre in USA ciò accade già da mesi.
🥉Ultimi tra i primi
Con il crollo dell’euro, sembra quasi che i mercati vogliano suggerire che gli Usa siano messi “meglio” dell’Europa. Sul piano economico è molto probabilmente vero. La disoccupazione americana a giugno era al 3,6%, sostanzialmente in linea con il dato di “piena occupazione” pre-pandemia. In Eurozona siamo invece al 6,6%, con differenze ancora sostanziali tra grandi paesi come Italia (8,1%) e Germania (2,8%). E una stretta dei tassi farebbe traballare ulteriormente le economie dei paesi più indebitati.
D’altra parte, però, anche negli USA il prezzo del gas è quasi quintuplicato (spinto al rialzo dalla “fame” di GNL europea), mentre l’inflazione galoppante (+9,1% a giugno) mette alle strette famiglie e imprese. Così il consenso di Biden cala ancora al 36% (dal 42% di inizio anno), mentre le elezioni mid-term di novembre si avvicinano.
Insomma, dollaro o euro, siamo tutti sulla stessa barca. In tempesta.
📊 L’inflazione è alle stelle in UE e USA. Le banche centrali corrono al riparo, mentre si avvicina lo spettro della stagflazione. Eppure, l’aumento dei prezzi non è uguale sulle due sponde dell’Atlantico. Ne abbiamo parlato nel nuovo numero del nostro ISPI DataLab: L’Inflazione è qui per restare? Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/linflazione-e-qui-restare-35680
🌍 CRISI DEL GAS: VINCITORI E VINTI
🛢 Al sicuro?
“Risparmiare gas per un inverno sicuro”. Questo è il titolo (e il contenuto) della prima bozza del piano che la Commissione presenterà il 20 luglio per ridurre di un terzo l’impatto di una potenziale interruzione del gas russo. Uno scenario che, qualora dovesse verificarsi a luglio, impedirebbe agli stoccaggi europei di riempirsi oltre il 71% da qui a novembre.
Troppo poco rispetto a quell’80% stabilito come minimo necessario dalla Commissione. Che quindi chiede agli Stati membri di utilizzare i fondi di REPower EU e dei PNRR nazionali per incentivare le aziende a tagliare i propri consumi. Suggerisce l’abbassamento del riscaldamento a 19 gradi negli edifici pubblici. E promette di allentare temporaneamente i limiti ambientali per le centrali a carbone. Ma c’è chi preferisce altre soluzioni.
🇪🇺🇭🇺 Solidarity Or bán
Uno dei pilastri su cui si regge il piano della Commissione è quello della solidarietà tra Paesi europei. Bruxelles invita infatti a un “risparmio coordinato della domanda”, con specifici criteri sull’ordine di chiusura delle industrie in caso di emergenza. Così da ridurre gli effetti sulle catene di approvvigionamento europee e permettere di far fluire il gas dove è più necessario.
Ma neanche il tempo di presentare il piano che l’Ungheria rema contro. Ieri Orbán ha annunciato lo stato di emergenza, che prevede tra le varie contromisure anche il divieto all’esportazione di risorse energetiche. Insomma, il rischio è di vedere per il gas quanto accadde con respiratori e mascherine durante i primi mesi di pandemia: solidarietà a parole, protezionismo nella pratica.
📈 In surplus
Per una Europa che tira la cinghia sul gas c’è una Russia che, malgrado il taglio delle forniture, registra un avanzo commerciale da record. Nel secondo trimestre, il saldo delle partite correnti (differenza tra valore delle esportazioni e delle importazioni per merci, servizi, redditi e capitale) russe ha superato i 70 miliardi di dollari: mai così ampio dal 1994.
Tra il 2007 e 2021, la media delle partite correnti nel mese di giugno è stata pari a zero, anche vista la naturale riduzione estiva della domanda europea di gas per il riscaldamento. Grazie ai prezzi del gas alle stelle, questo giugno il surplus ha invece raggiunto i 28 miliardi di dollari.
Dietro al risultato c’è però anche il crollo delle importazioni dovuto alle sanzioni. L’inverno (economico) della Russia sarà più sicuro di quello europeo?
🔴 Oggi alle 18.00. Il presidente dello Sri Lanka in rivolta è fuggito prima alle Maldive e poi a Singapore. In attesa delle sue dimissioni, il paese scivola nel caos e in un pericoloso vuoto di potere. Che succede? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/sri-lanka-rivolte-e-presidente-fuga-che-succede
🛢 Al sicuro?
“Risparmiare gas per un inverno sicuro”. Questo è il titolo (e il contenuto) della prima bozza del piano che la Commissione presenterà il 20 luglio per ridurre di un terzo l’impatto di una potenziale interruzione del gas russo. Uno scenario che, qualora dovesse verificarsi a luglio, impedirebbe agli stoccaggi europei di riempirsi oltre il 71% da qui a novembre.
Troppo poco rispetto a quell’80% stabilito come minimo necessario dalla Commissione. Che quindi chiede agli Stati membri di utilizzare i fondi di REPower EU e dei PNRR nazionali per incentivare le aziende a tagliare i propri consumi. Suggerisce l’abbassamento del riscaldamento a 19 gradi negli edifici pubblici. E promette di allentare temporaneamente i limiti ambientali per le centrali a carbone. Ma c’è chi preferisce altre soluzioni.
🇪🇺🇭🇺 Solidarity Or bán
Uno dei pilastri su cui si regge il piano della Commissione è quello della solidarietà tra Paesi europei. Bruxelles invita infatti a un “risparmio coordinato della domanda”, con specifici criteri sull’ordine di chiusura delle industrie in caso di emergenza. Così da ridurre gli effetti sulle catene di approvvigionamento europee e permettere di far fluire il gas dove è più necessario.
Ma neanche il tempo di presentare il piano che l’Ungheria rema contro. Ieri Orbán ha annunciato lo stato di emergenza, che prevede tra le varie contromisure anche il divieto all’esportazione di risorse energetiche. Insomma, il rischio è di vedere per il gas quanto accadde con respiratori e mascherine durante i primi mesi di pandemia: solidarietà a parole, protezionismo nella pratica.
📈 In surplus
Per una Europa che tira la cinghia sul gas c’è una Russia che, malgrado il taglio delle forniture, registra un avanzo commerciale da record. Nel secondo trimestre, il saldo delle partite correnti (differenza tra valore delle esportazioni e delle importazioni per merci, servizi, redditi e capitale) russe ha superato i 70 miliardi di dollari: mai così ampio dal 1994.
Tra il 2007 e 2021, la media delle partite correnti nel mese di giugno è stata pari a zero, anche vista la naturale riduzione estiva della domanda europea di gas per il riscaldamento. Grazie ai prezzi del gas alle stelle, questo giugno il surplus ha invece raggiunto i 28 miliardi di dollari.
Dietro al risultato c’è però anche il crollo delle importazioni dovuto alle sanzioni. L’inverno (economico) della Russia sarà più sicuro di quello europeo?
🔴 Oggi alle 18.00. Il presidente dello Sri Lanka in rivolta è fuggito prima alle Maldive e poi a Singapore. In attesa delle sue dimissioni, il paese scivola nel caos e in un pericoloso vuoto di potere. Che succede? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/sri-lanka-rivolte-e-presidente-fuga-che-succede
🌍 IL MONDO IN DEFAULT
🇱🇰 Il pariah
Da oggi lo Sri Lanka ha un nuovo presidente. Dopo 36 ore di limbo politico, con l’ex presidente in fuga prima alle Maldive e poi a Singapore, Gotabaya Rajapaksa si è ufficialmente dimesso. Al termine di mesi di proteste e dopo la rinuncia di tutti i ministri (compreso suo fratello), le dimissioni segnano anche la fine di una dinastia al potere da quasi 20 anni.
Anche l’attuale presidente, fino a ieri primo ministro, avrà “vita breve”: mercoledì il Parlamento ne eleggerà un altro. Comunque vada, il nuovo governo avrà un’eredità difficile: dovrà gestire la peggiore crisi economica dall'indipendenza, e i negoziati con il FMI per evitare altri default.
💸 Gli altri
Intanto proprio oggi il Pakistan ha raggiunto un accordo da 6 miliardi di dollari con il FMI, sbloccando una situazione di stallo che durava dal 2019. A giugno, per salvare il paese, il nuovo governo aveva addirittura chiesto ai cittadini di bere meno tè per poterlo esportare.
Crisi simili incombono ormai su un gran numero di economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE), che insieme compongono il 40% dell’economia mondiale. Prima la pandemia, adesso inflazione e guerra, hanno reso sempre più complicata una situazione già critica. Il peso del debito nelle EMDE è più che raddoppiato in dieci anni, dal 100% del PIL nel 2010 a quasi il 200%. Tanto che a fine 2021 quasi sei Paesi su dieci erano ritenuti “a rischio default”.
🙄 Gli indifferenti
Vista dall’Europa, la crisi degli emergenti sembra molto distante. La guerra in Ucraina continua a catalizzare l’attenzione, e al più si tratta per sbloccare gli invii di grano. Governi sempre più traballanti o con elezioni in vista si interrogano sul loro futuro e trascurano quello del mondo. E anche il G20, che in piena pandemia aveva varato un’iniziativa di sospensione del debito per i 73 paesi più in difficoltà, oggi è bloccato da veti incrociati.
Così a dicembre quell’iniziativa G20 è scaduta senza essere rinnovata. E oggi in occidente il problema numero uno è l’inflazione, tanto che la Fed sembra prepararsi addirittura a un rialzo dell’1% a fine luglio (disattendendo le promesse fatte un mese fa di un rialzo tra 0,5% e 0,75%), con il rischio di provocare nuove fughe di capitali dai paesi più deboli.
Insomma, stavolta sembra che in tanti dovranno cavarsela da soli.
🎙 Della crisi in Sri Lanka parliamo anche nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla Geopolitica. Non perderlo e ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-ragioni-dietro-le-manifestazioni-sri-lanka-35754
👉 L'Europa troverà un’alternativa al gas di Putin? Mosca si sta rafforzando? Per rispondere a queste domande, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica, aggiornata ogni settimana. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
🇱🇰 Il pariah
Da oggi lo Sri Lanka ha un nuovo presidente. Dopo 36 ore di limbo politico, con l’ex presidente in fuga prima alle Maldive e poi a Singapore, Gotabaya Rajapaksa si è ufficialmente dimesso. Al termine di mesi di proteste e dopo la rinuncia di tutti i ministri (compreso suo fratello), le dimissioni segnano anche la fine di una dinastia al potere da quasi 20 anni.
Anche l’attuale presidente, fino a ieri primo ministro, avrà “vita breve”: mercoledì il Parlamento ne eleggerà un altro. Comunque vada, il nuovo governo avrà un’eredità difficile: dovrà gestire la peggiore crisi economica dall'indipendenza, e i negoziati con il FMI per evitare altri default.
💸 Gli altri
Intanto proprio oggi il Pakistan ha raggiunto un accordo da 6 miliardi di dollari con il FMI, sbloccando una situazione di stallo che durava dal 2019. A giugno, per salvare il paese, il nuovo governo aveva addirittura chiesto ai cittadini di bere meno tè per poterlo esportare.
Crisi simili incombono ormai su un gran numero di economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE), che insieme compongono il 40% dell’economia mondiale. Prima la pandemia, adesso inflazione e guerra, hanno reso sempre più complicata una situazione già critica. Il peso del debito nelle EMDE è più che raddoppiato in dieci anni, dal 100% del PIL nel 2010 a quasi il 200%. Tanto che a fine 2021 quasi sei Paesi su dieci erano ritenuti “a rischio default”.
🙄 Gli indifferenti
Vista dall’Europa, la crisi degli emergenti sembra molto distante. La guerra in Ucraina continua a catalizzare l’attenzione, e al più si tratta per sbloccare gli invii di grano. Governi sempre più traballanti o con elezioni in vista si interrogano sul loro futuro e trascurano quello del mondo. E anche il G20, che in piena pandemia aveva varato un’iniziativa di sospensione del debito per i 73 paesi più in difficoltà, oggi è bloccato da veti incrociati.
Così a dicembre quell’iniziativa G20 è scaduta senza essere rinnovata. E oggi in occidente il problema numero uno è l’inflazione, tanto che la Fed sembra prepararsi addirittura a un rialzo dell’1% a fine luglio (disattendendo le promesse fatte un mese fa di un rialzo tra 0,5% e 0,75%), con il rischio di provocare nuove fughe di capitali dai paesi più deboli.
Insomma, stavolta sembra che in tanti dovranno cavarsela da soli.
🎙 Della crisi in Sri Lanka parliamo anche nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla Geopolitica. Non perderlo e ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-ragioni-dietro-le-manifestazioni-sri-lanka-35754
👉 L'Europa troverà un’alternativa al gas di Putin? Mosca si sta rafforzando? Per rispondere a queste domande, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica, aggiornata ogni settimana. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
🌍 GAS, ALGERIA: SENZA SCONTI
✈️ Missione non europea
Mario Draghi, insieme a una squadra di 6 ministri su 15, è oggi in Algeria per discutere un aumento delle forniture di gas. Un vertice cha arriva a pochi mesi da un’altra visita di Draghi, che aveva portato alla firma di un «partenariato strategico ed energetico».
Negli ultimi mesi il Paese nordafricano ha sostituito la Russia come principale fornitore dell’Italia, e il premier vorrebbe ora un’ulteriore spinta per garantire forniture a Roma in vista del prossimo inverno. Da parte sua, però, Algeri è consapevole di poter negoziare da una posizione di forza.
E non farà sconti.
💵 Do ut des
Solo alcune settimane fa, l’Algeria ha annunciato di voler rinegoziare tutti i contratti in essere con i Paesi europei. Non una sorpresa: il “gas a pronti” in Europa attualmente costa 170-180 € al Megawattora, mentre l’Algeria lo vende all’Italia a circa 40 €/MWh (indicizzandolo al petrolio, non al gas).
La stessa posizione di forza permette ad Algeri di usare i rubinetti del gas in maniera esplicitamente politica. Da novembre dell’anno scorso, infatti, l’Algeria ha chiuso uno dei due gasdotti che la collega alla Spagna, quello che passa dal Marocco. E lo ha fatto in ritorsione al riconoscimento spagnolo della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, da tempo sotto l’egida di fatto dell’Algeria.
📉 Coperta corta
Le prove di forza di Algeri mascherano tuttavia molte debolezze. Per esempio, quest’anno i flussi di gas algerino che raggiungono l’UE (soprattutto Italia e Spagna, ma anche Francia e Grecia, via GNL) invece di aumentare stanno diminuendo. Nella prima metà del 2022 l’Algeria ha inviato verso i Paesi UE quasi il 20% di gas in meno. E gli analisti temono si tratti di un calo strutturale.
L’aumento delle forniture all’Italia sarebbe dunque frutto di un gioco delle tre carte, in cui la Spagna perde ciò che Algeri invia verso di noi. E così Madrid è costretta a guardare al GNL, pagando più del quadruplo per gli stessi volumi. Un assaggio di ciò che potrebbe accadere sul continente questo inverno, quando i 27 potrebbero trovarsi ad affrontare le necessità di riscaldamento con volumi di gas sempre più scarsi.
La Commissione europea dovrebbe presentare un piano sulla solidarietà energetica proprio mercoledì. Basterà?
👉 L’Europa troverà un’alternativa al gas russo? Mosca si sta rafforzando? ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica e le possibili vie di uscita. La aggiorniamo ogni settimana, scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
✈️ Missione non europea
Mario Draghi, insieme a una squadra di 6 ministri su 15, è oggi in Algeria per discutere un aumento delle forniture di gas. Un vertice cha arriva a pochi mesi da un’altra visita di Draghi, che aveva portato alla firma di un «partenariato strategico ed energetico».
Negli ultimi mesi il Paese nordafricano ha sostituito la Russia come principale fornitore dell’Italia, e il premier vorrebbe ora un’ulteriore spinta per garantire forniture a Roma in vista del prossimo inverno. Da parte sua, però, Algeri è consapevole di poter negoziare da una posizione di forza.
E non farà sconti.
💵 Do ut des
Solo alcune settimane fa, l’Algeria ha annunciato di voler rinegoziare tutti i contratti in essere con i Paesi europei. Non una sorpresa: il “gas a pronti” in Europa attualmente costa 170-180 € al Megawattora, mentre l’Algeria lo vende all’Italia a circa 40 €/MWh (indicizzandolo al petrolio, non al gas).
La stessa posizione di forza permette ad Algeri di usare i rubinetti del gas in maniera esplicitamente politica. Da novembre dell’anno scorso, infatti, l’Algeria ha chiuso uno dei due gasdotti che la collega alla Spagna, quello che passa dal Marocco. E lo ha fatto in ritorsione al riconoscimento spagnolo della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, da tempo sotto l’egida di fatto dell’Algeria.
📉 Coperta corta
Le prove di forza di Algeri mascherano tuttavia molte debolezze. Per esempio, quest’anno i flussi di gas algerino che raggiungono l’UE (soprattutto Italia e Spagna, ma anche Francia e Grecia, via GNL) invece di aumentare stanno diminuendo. Nella prima metà del 2022 l’Algeria ha inviato verso i Paesi UE quasi il 20% di gas in meno. E gli analisti temono si tratti di un calo strutturale.
L’aumento delle forniture all’Italia sarebbe dunque frutto di un gioco delle tre carte, in cui la Spagna perde ciò che Algeri invia verso di noi. E così Madrid è costretta a guardare al GNL, pagando più del quadruplo per gli stessi volumi. Un assaggio di ciò che potrebbe accadere sul continente questo inverno, quando i 27 potrebbero trovarsi ad affrontare le necessità di riscaldamento con volumi di gas sempre più scarsi.
La Commissione europea dovrebbe presentare un piano sulla solidarietà energetica proprio mercoledì. Basterà?
👉 L’Europa troverà un’alternativa al gas russo? Mosca si sta rafforzando? ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica e le possibili vie di uscita. La aggiorniamo ogni settimana, scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
🌎 CLIMA, USA: MAYBE TOMORROW?
🇺🇸 L’ago della bilancia
Più energia e meno clima. Approvato dalla Camera lo scorso novembre, è ormai un anno che il Senato americano silura quella che doveva essere il cavallo di battaglia di Biden, il Build Back Better. Con l’ennesimo voto su un pacchetto fortemente ridimensionato di misure, oggi potrebbe farlo di nuovo.
E così, dopo che il “solito” senatore dem centrista ribelle, Joe Manchin, ha escluso per l’ennesima volta il suo sostegno a misure volte a combattere il cambiamento climatico, non resta che tentare con una versione drasticamente ridotta.
E la battaglia è solo all’inizio.
🗳 Aria di elezioni
Il valore delle proposte di legge in discussione oggi è di 52 miliardi di dollari. Noccioline rispetto ai 1.300 miliardi del piano originale, ma utili per i democratici alla ricerca di una vittoria quantomeno simbolica – anche se molto al ribasso.
D’altronde per Biden la strada per tenere la barra dritta sulla presidenza si fa sempre più in salita. Con il suo consenso in picchiata (38%), i sondaggi attuali prevedono che il Partito democratico perderà il controllo della Camera dei rappresentanti, in cui sinora disponeva di una risicata maggioranza (50,6%), e che anche in Senato i repubblicani potrebbero rompere a loro favore l’attuale parità.
Sarebbe il primo Congresso diviso dagli ultimi due anni di Obama (2015-2016). Anni in cui, ironia della sorte, proprio Biden era presidente del Senato.
🏭 Parole, parole, parole
Insomma, mentre Europa e USA attraversano una delle peggiori ondate di calore di sempre, evaporano le speranze che il Congresso americano approvi legislazioni più stringenti sul clima.
Malgrado i piccoli passi avanti contenuti nella legge sulle infrastrutture e i nuovi standard sull’efficienza dei motori a combustione interna, a norme attuali gli Stati Uniti arriveranno al 2030 con una riduzione delle emissioni pari al 24-35% rispetto ai livelli del 2005. Ben lontani dagli impegni di Parigi (almeno -50%).
Un po’ poco per un’amministrazione che solo ad aprile dell’anno scorso si impegnava a raggiungere net zero entro il 2050.
👉🇷🇺 🇮🇷🇹🇷 Oggi Putin è a Teheran per incontrare i presidenti iraniano e turco e trovare un’intesa sul grano ucraino bloccato nel Mar Nero. Per la Russia è anche un’occasione per rinsaldare le alleanze mediorientali. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/putin-iran-incontro-con-raisi-ed-erdogan-35821
🇺🇸 L’ago della bilancia
Più energia e meno clima. Approvato dalla Camera lo scorso novembre, è ormai un anno che il Senato americano silura quella che doveva essere il cavallo di battaglia di Biden, il Build Back Better. Con l’ennesimo voto su un pacchetto fortemente ridimensionato di misure, oggi potrebbe farlo di nuovo.
E così, dopo che il “solito” senatore dem centrista ribelle, Joe Manchin, ha escluso per l’ennesima volta il suo sostegno a misure volte a combattere il cambiamento climatico, non resta che tentare con una versione drasticamente ridotta.
E la battaglia è solo all’inizio.
🗳 Aria di elezioni
Il valore delle proposte di legge in discussione oggi è di 52 miliardi di dollari. Noccioline rispetto ai 1.300 miliardi del piano originale, ma utili per i democratici alla ricerca di una vittoria quantomeno simbolica – anche se molto al ribasso.
D’altronde per Biden la strada per tenere la barra dritta sulla presidenza si fa sempre più in salita. Con il suo consenso in picchiata (38%), i sondaggi attuali prevedono che il Partito democratico perderà il controllo della Camera dei rappresentanti, in cui sinora disponeva di una risicata maggioranza (50,6%), e che anche in Senato i repubblicani potrebbero rompere a loro favore l’attuale parità.
Sarebbe il primo Congresso diviso dagli ultimi due anni di Obama (2015-2016). Anni in cui, ironia della sorte, proprio Biden era presidente del Senato.
🏭 Parole, parole, parole
Insomma, mentre Europa e USA attraversano una delle peggiori ondate di calore di sempre, evaporano le speranze che il Congresso americano approvi legislazioni più stringenti sul clima.
Malgrado i piccoli passi avanti contenuti nella legge sulle infrastrutture e i nuovi standard sull’efficienza dei motori a combustione interna, a norme attuali gli Stati Uniti arriveranno al 2030 con una riduzione delle emissioni pari al 24-35% rispetto ai livelli del 2005. Ben lontani dagli impegni di Parigi (almeno -50%).
Un po’ poco per un’amministrazione che solo ad aprile dell’anno scorso si impegnava a raggiungere net zero entro il 2050.
👉🇷🇺 🇮🇷🇹🇷 Oggi Putin è a Teheran per incontrare i presidenti iraniano e turco e trovare un’intesa sul grano ucraino bloccato nel Mar Nero. Per la Russia è anche un’occasione per rinsaldare le alleanze mediorientali. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/putin-iran-incontro-con-raisi-ed-erdogan-35821
🌍 GAS: WINTER IS COMING
✂️ Diamoci un taglio
Una riduzione volontaria del 15% dei consumi di gas naturale, a partire dal prossimo mese, è la proposta avanzata oggi dalla Commissione Europea. Comprimere quindi la domanda di gas adesso per arrivare preparati al prossimo inverno, anche in vista di una possibile interruzione delle forniture russe.
Già lunedì l’Agenzia internazionale per l’energia aveva messo in guardia l’UE: in assenza di tagli profondi, se la Russia dovesse interrompere le forniture di gas anche solo dal 1° ottobre, sarebbe sufficiente un inverno freddo per farci rimanere a secco.
E, dunque, in balia del Cremlino.
🇪🇺 L’Unione fa la forza?
Senza gas russo, la Commissione stima che l’economia europea dovrà affrontare una ulteriore contrazione del PIL dell’1,5%, che avvicinerebbe l’Europa alla stagnazione. Niente di paragonabile alla profonda recessione in Russia (almeno -8% quest’anno), ma comunque una forte frenata rispetto alle previsioni di fine 2021 (+4,3%).
Anche per questo, le proposte della Commissione puntano ad attutire il “colpo” applicando razionamenti sin da subito. D’altronde gli stoccaggi europei, dopo aver sfiorato i minimi dell’ultimo decennio a marzo, grazie a un inverno mite e alle azioni dei governi, sono già in recupero (lunedì erano al 65% di riempimento, esattamente in linea con la media 2015-2019).
Ma l’interruzione di Nord Stream dà un assaggio di ciò che potrebbe succedere quest’inverno.
🚱 Fino all’ultimo metro cubo
Negli ultimi giorni infatti la Germania, il Paese più colpito dalla chiusura del gasdotto, ha dovuto prelevare gas dagli stoccaggi, anziché immetterlo. Fatto più unico che raro in piena estate. E Uniper, l’azienda tedesca che acquista e rivende gas russo, si è ritrovata con un buco di bilancio da 9 miliardi di euro a causa dei prezzi alti e della necessità di procurarsi gas altrove.
Se l’Europa trema, la Russia non ride. La settimana scorsa, malgrado i prezzi altissimi, le entrate fatte registrare da Mosca (140 milioni di euro al giorno) sono state le più basse da agosto 2021. La media di marzo di 440 milioni di euro al giorno è ormai un lontano ricordo. Mentre i costi della guerra non accennano a diminuire.
Davvero il Cremlino potrà permettersi di chiudere i rubinetti?
👉 📊 Per capire la crisi energetica, le possibili vie di uscita e le alternative al gas russo, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con dati sempre aggiornati. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
✂️ Diamoci un taglio
Una riduzione volontaria del 15% dei consumi di gas naturale, a partire dal prossimo mese, è la proposta avanzata oggi dalla Commissione Europea. Comprimere quindi la domanda di gas adesso per arrivare preparati al prossimo inverno, anche in vista di una possibile interruzione delle forniture russe.
Già lunedì l’Agenzia internazionale per l’energia aveva messo in guardia l’UE: in assenza di tagli profondi, se la Russia dovesse interrompere le forniture di gas anche solo dal 1° ottobre, sarebbe sufficiente un inverno freddo per farci rimanere a secco.
E, dunque, in balia del Cremlino.
🇪🇺 L’Unione fa la forza?
Senza gas russo, la Commissione stima che l’economia europea dovrà affrontare una ulteriore contrazione del PIL dell’1,5%, che avvicinerebbe l’Europa alla stagnazione. Niente di paragonabile alla profonda recessione in Russia (almeno -8% quest’anno), ma comunque una forte frenata rispetto alle previsioni di fine 2021 (+4,3%).
Anche per questo, le proposte della Commissione puntano ad attutire il “colpo” applicando razionamenti sin da subito. D’altronde gli stoccaggi europei, dopo aver sfiorato i minimi dell’ultimo decennio a marzo, grazie a un inverno mite e alle azioni dei governi, sono già in recupero (lunedì erano al 65% di riempimento, esattamente in linea con la media 2015-2019).
Ma l’interruzione di Nord Stream dà un assaggio di ciò che potrebbe succedere quest’inverno.
🚱 Fino all’ultimo metro cubo
Negli ultimi giorni infatti la Germania, il Paese più colpito dalla chiusura del gasdotto, ha dovuto prelevare gas dagli stoccaggi, anziché immetterlo. Fatto più unico che raro in piena estate. E Uniper, l’azienda tedesca che acquista e rivende gas russo, si è ritrovata con un buco di bilancio da 9 miliardi di euro a causa dei prezzi alti e della necessità di procurarsi gas altrove.
Se l’Europa trema, la Russia non ride. La settimana scorsa, malgrado i prezzi altissimi, le entrate fatte registrare da Mosca (140 milioni di euro al giorno) sono state le più basse da agosto 2021. La media di marzo di 440 milioni di euro al giorno è ormai un lontano ricordo. Mentre i costi della guerra non accennano a diminuire.
Davvero il Cremlino potrà permettersi di chiudere i rubinetti?
👉 📊 Per capire la crisi energetica, le possibili vie di uscita e le alternative al gas russo, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con dati sempre aggiornati. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
🌍 BCE: INIZIA LA STRETTA
💶 Il guardiano del faro
Rialzo dei tassi di interesse di 50 punti base (p.b.). È quanto ha annunciato oggi la Banca centrale europea (BCE), confermando le previsioni dei mercati, che però solo fino a qualche settimana fa si attendevano un aumento di soli 25 punti.
Una scelta giustificata, e quasi obbligata, dall’inflazione alle stelle di giugno (+8,6%, ormai lontanissima dal target del 2%) e dalle politiche monetarie già intraprese dalle altre banche centrali occidentali: +150 p.b. della FED da marzo (+75 solo a luglio) e +125 p.b. per la Bank of England.
Eppure per Christine Lagarde, presidente della Bce, la direzione di marcia è tutt’altro che scontata.
🛡 Il cielo sopra... Francoforte
Le economie occidentali stanno infatti rallentando per il combinato disposto guerra e sanzioni. Inoltre, l’Eurozona potrebbe affrontare una sfida extra: una nuova, probabile divaricazione degli spread sui titoli di stato tra Paesi “forti” (come la Germania) e “deboli” (come la Grecia).
Si teme insomma il ripetersi di una crisi simile a quella del 2011-2014, che rischiò di trascinare anche Spagna e Italia (assieme a Paesi come Grecia, Irlanda e Portogallo) nel baratro. Allora il debito pubblico italiano valeva il 120% del PIL, mentre ha raggiunto il 151%. Motivo per cui al centro del consiglio BCE di oggi c’era anche il TPI, il nuovo “scudo anti-spread". Una difesa che, se necessario, entrerà in azione per contrastare “dinamiche disordinate” di mercato. Ma che non è certo sia sufficiente.
📈 Niente pasti gratis
Insomma, proprio mentre Draghi si dimette da premier, si conclude anche il periodo da lui inaugurato alla Bce: quello dei tassi a zero o negativi, delle politiche non convenzionali e, soprattutto, del suo “whatever it takes”. Azioni che placarono i mercati nel periodo più duro, riportando gli spread su tassi accettabili.
Oggi invece la crisi politica in Italia sta facendo volare lo spread, salito a 238 punti base (+8% da ieri). Spread italiano che ha superato quello greco, oggi a 236, malgrado il rapporto debito/PIL di Atene sia al 190%.
Se anche la politica iniziasse a metterle i bastoni fra le ruote, il compito della BCE potrebbe presto diventare improbo.
👉 🇪🇺 📊In Europa e USA l’inflazione è alle stelle. Le banche centrali corrono ai ripari: ma l’inflazione è qui per restare? Ne abbiamo parlato nell’ultimo numero del nostro ISPI DataLab. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/linflazione-e-qui-restare-35680
💶 Il guardiano del faro
Rialzo dei tassi di interesse di 50 punti base (p.b.). È quanto ha annunciato oggi la Banca centrale europea (BCE), confermando le previsioni dei mercati, che però solo fino a qualche settimana fa si attendevano un aumento di soli 25 punti.
Una scelta giustificata, e quasi obbligata, dall’inflazione alle stelle di giugno (+8,6%, ormai lontanissima dal target del 2%) e dalle politiche monetarie già intraprese dalle altre banche centrali occidentali: +150 p.b. della FED da marzo (+75 solo a luglio) e +125 p.b. per la Bank of England.
Eppure per Christine Lagarde, presidente della Bce, la direzione di marcia è tutt’altro che scontata.
🛡 Il cielo sopra... Francoforte
Le economie occidentali stanno infatti rallentando per il combinato disposto guerra e sanzioni. Inoltre, l’Eurozona potrebbe affrontare una sfida extra: una nuova, probabile divaricazione degli spread sui titoli di stato tra Paesi “forti” (come la Germania) e “deboli” (come la Grecia).
Si teme insomma il ripetersi di una crisi simile a quella del 2011-2014, che rischiò di trascinare anche Spagna e Italia (assieme a Paesi come Grecia, Irlanda e Portogallo) nel baratro. Allora il debito pubblico italiano valeva il 120% del PIL, mentre ha raggiunto il 151%. Motivo per cui al centro del consiglio BCE di oggi c’era anche il TPI, il nuovo “scudo anti-spread". Una difesa che, se necessario, entrerà in azione per contrastare “dinamiche disordinate” di mercato. Ma che non è certo sia sufficiente.
📈 Niente pasti gratis
Insomma, proprio mentre Draghi si dimette da premier, si conclude anche il periodo da lui inaugurato alla Bce: quello dei tassi a zero o negativi, delle politiche non convenzionali e, soprattutto, del suo “whatever it takes”. Azioni che placarono i mercati nel periodo più duro, riportando gli spread su tassi accettabili.
Oggi invece la crisi politica in Italia sta facendo volare lo spread, salito a 238 punti base (+8% da ieri). Spread italiano che ha superato quello greco, oggi a 236, malgrado il rapporto debito/PIL di Atene sia al 190%.
Se anche la politica iniziasse a metterle i bastoni fra le ruote, il compito della BCE potrebbe presto diventare improbo.
👉 🇪🇺 📊In Europa e USA l’inflazione è alle stelle. Le banche centrali corrono ai ripari: ma l’inflazione è qui per restare? Ne abbiamo parlato nell’ultimo numero del nostro ISPI DataLab. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/linflazione-e-qui-restare-35680
🌍 GRANO: HABEMUS CONSENSUM
🍞 Accordo stretto
Ucraina e Russia hanno firmato oggi a Istanbul un accordo per l’istituzione di un corridoio nel Mar Nero per l’esportazione di prodotti alimentari. Dopo mesi di stallo nei negoziati, l'intesa sembra essere arrivata con l’incontro tra Erdoğan e Putin a Teheran di martedì scorso.
Al centro dell’accordo di oggi ci sono sì prodotti ucraini: 22 milioni di tonnellate di grano, mais e altri raccolti che attendono di essere trasportati verso il resto del mondo. Ma anche quelli russi.
🚢 Sospiro di sollievo...
Le spedizioni ucraine erano ferme dal 24 febbraio. A queste si univa il blocco volontario delle esportazioni di grano russe (negli ultimi anni doppie rispetto a quelle ucraine: 8% vs 16% del totale delle esportazioni mondiali), formalmente per questioni di sicurezza nazionale. Due “blocchi” di natura diversa, ma dalle conseguenze simili: l’ulteriore aggravamento del vertiginoso aumento dei prezzi dei beni alimentari, già in atto da inizio 2021 (+29% l’anno scorso, poi salito a +75% dopo la crisi ucraina).
Già a giugno i prezzi però avevano cominciato a crollare. Prima grazie alle notizie di buoni raccolti altrove, poi a seguito di trattative sempre più promettenti. Che oggi arrivano alla loro naturale conclusione; per una volta, senza che il Cremlino faccia un passo indietro.
🔥 … o crisi senza fine?
L’esplosione dei prezzi dei beni alimentari aveva preoccupato molti osservatori. Preoccupazioni rivolte soprattutto verso una particolare zona del mondo: il Medio Oriente. D’altronde era stato proprio lì che l’ultima forte impennata dei prezzi dei prodotti agricoli, nel 2011, aveva innescato le cosiddette “Primavere arabe”.
Invece le crisi economiche – tramutatesi anche in crisi politiche – sono arrivate innanzitutto da “fuori area”: dallo Sri Lanka, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo. Tuttavia, neppure nella regione mediorientale c’è da stare tranquilli: il Libano, già in fortissima crisi sociale, politica ed economica, in tempi di pace importava l’80% del suo grano da Kiev. E, avendo perso gli stoccaggi di grano nell’esplosione del porto di Beirut, era già dovuta correre ai ripari razionando la poca farina rimasta.
Gli occhi ora sono rivolti all’Egitto, che per la disperazione a fine giugno si è aggiudicato a prezzi elevatissimi un grosso carico di grano proveniente da Francia e Romania. La crisi è davvero finita con l’accordo?
👉 🎧 🇮🇹 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo della crisi del governo guidato da Mario Draghi, e del suo impatto sull’Europa e nel mondo. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-limpatto-nel-mondo-della-crisi-del-governo-di-mario-draghi-35860
🍞 Accordo stretto
Ucraina e Russia hanno firmato oggi a Istanbul un accordo per l’istituzione di un corridoio nel Mar Nero per l’esportazione di prodotti alimentari. Dopo mesi di stallo nei negoziati, l'intesa sembra essere arrivata con l’incontro tra Erdoğan e Putin a Teheran di martedì scorso.
Al centro dell’accordo di oggi ci sono sì prodotti ucraini: 22 milioni di tonnellate di grano, mais e altri raccolti che attendono di essere trasportati verso il resto del mondo. Ma anche quelli russi.
🚢 Sospiro di sollievo...
Le spedizioni ucraine erano ferme dal 24 febbraio. A queste si univa il blocco volontario delle esportazioni di grano russe (negli ultimi anni doppie rispetto a quelle ucraine: 8% vs 16% del totale delle esportazioni mondiali), formalmente per questioni di sicurezza nazionale. Due “blocchi” di natura diversa, ma dalle conseguenze simili: l’ulteriore aggravamento del vertiginoso aumento dei prezzi dei beni alimentari, già in atto da inizio 2021 (+29% l’anno scorso, poi salito a +75% dopo la crisi ucraina).
Già a giugno i prezzi però avevano cominciato a crollare. Prima grazie alle notizie di buoni raccolti altrove, poi a seguito di trattative sempre più promettenti. Che oggi arrivano alla loro naturale conclusione; per una volta, senza che il Cremlino faccia un passo indietro.
🔥 … o crisi senza fine?
L’esplosione dei prezzi dei beni alimentari aveva preoccupato molti osservatori. Preoccupazioni rivolte soprattutto verso una particolare zona del mondo: il Medio Oriente. D’altronde era stato proprio lì che l’ultima forte impennata dei prezzi dei prodotti agricoli, nel 2011, aveva innescato le cosiddette “Primavere arabe”.
Invece le crisi economiche – tramutatesi anche in crisi politiche – sono arrivate innanzitutto da “fuori area”: dallo Sri Lanka, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo. Tuttavia, neppure nella regione mediorientale c’è da stare tranquilli: il Libano, già in fortissima crisi sociale, politica ed economica, in tempi di pace importava l’80% del suo grano da Kiev. E, avendo perso gli stoccaggi di grano nell’esplosione del porto di Beirut, era già dovuta correre ai ripari razionando la poca farina rimasta.
Gli occhi ora sono rivolti all’Egitto, che per la disperazione a fine giugno si è aggiudicato a prezzi elevatissimi un grosso carico di grano proveniente da Francia e Romania. La crisi è davvero finita con l’accordo?
👉 🎧 🇮🇹 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo della crisi del governo guidato da Mario Draghi, e del suo impatto sull’Europa e nel mondo. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-limpatto-nel-mondo-della-crisi-del-governo-di-mario-draghi-35860
🌍 VAIOLO DELLE SCIMMIE: PIÙ PRECAUZIONE CHE EMERGENZA
🦠 Vedo, sento e parlo
Il vaiolo delle scimmie è un’emergenza sanitaria globale. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha infatti deciso di includere il morbo nel più alto livello di allerta della sua scala di rischio sanitario. Ovvero, ai sensi del Regolamento Sanitario Internazionale, si tratta di un evento straordinario che potrebbe estendersi a più Paesi e che richiede una risposta globale coordinata.
Tanto straordinario però non è: dal 2011 lo stesso provvedimento è stato adottato dall’Oms per altri sei virus, Covid19 compreso. L’obiettivo è quello di stimolare i sistemi sanitari nazionali a farsi trovare preparati. Ma le risposte frammentarie e spesso tardive alle prime ondate del coronavirus hanno dimostrato come non sempre tali suggerimenti vengano recepiti. Almeno finora.
🇪🇺 Epicentro Europa
I casi globali di vaiolo delle scimmie sono in rapido aumento. Nell’ultimo mese sono più che quintuplicati: da 3mila in 47 paesi a 16.800 in 74 paesi. Ma i decessi ufficiali sono solo 5. Tanto che lo stesso direttore generale dell’Oms sottolinea come il rischio nel mondo sia relativamente moderato. Tranne che in Europa.
Il 63% di questi casi sono infatti concentrati nel Vecchio Continente. In particolare, la Spagna è il paese più colpito, con più di 2800 casi registrati da maggio, quando il virus è comparso al di fuori dei sei Paesi africani dove da decenni è endemico. Il picco sembra però già superato. I contagi giornalieri nell’Ue stanno rallentando e sono nell’ordine delle poche centinaia. Insomma, non siamo di fronte a un nuovo Covid.
💉 Trova le differenze
Il vaiolo delle scimmie è stato per la prima volta identificato nel 1958. Di conseguenza, per contrastarlo esistono già test diagnostici, farmaci antivirali e soprattutto vaccini. Come quello anti-vaiolo Imvanex, che ha oggi ricevuto il via libera dell’Agenzia europea del farmaco per un suo utilizzo anche contro il vaiolo delle scimmie.
Bavarian Nordic, l’azienda che lo produce, ha detto di avere a disposizione più di 5 milioni di dosi. E di poterne produrre 40 milioni all’anno. Data l’attuale contagiosità, una nuova corsa ai vaccini sembra per ora scongiurata. Così come la competizione tra gli Stati europei: la Commissione ha nuovamente fatto ricorso ad acquisti congiunti, assicurandosi nell’ultimo mese 163mila dosi.
L’Europa sembra più attrezzata per far fronte a eventuali nuove pandemie. Ma lo sono anche i Paesi in via di sviluppo?
👉 🇷🇺 Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov vola in Africa per un tour in Egitto, Congo, Etiopia e Uganda. E agli africani dice: “La crisi del grano non è colpa di Mosca”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lavrov-tour-africa-35871
🔍 🇹🇳 Leggi il nostro nuovo dossier di approfondimento sul referendum costituzionale che si tiene oggi in Tunisia, esattamente a un anno dalla stretta autoritaria del presidente Kais Saïed. Il risultato potrebbe espandere ulteriormente i poteri presidenziali, sollevando dubbi sull’effettiva democraticità delle istituzioni locali: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisias-constitutional-referendum-test-saieds-rule-35848
🦠 Vedo, sento e parlo
Il vaiolo delle scimmie è un’emergenza sanitaria globale. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha infatti deciso di includere il morbo nel più alto livello di allerta della sua scala di rischio sanitario. Ovvero, ai sensi del Regolamento Sanitario Internazionale, si tratta di un evento straordinario che potrebbe estendersi a più Paesi e che richiede una risposta globale coordinata.
Tanto straordinario però non è: dal 2011 lo stesso provvedimento è stato adottato dall’Oms per altri sei virus, Covid19 compreso. L’obiettivo è quello di stimolare i sistemi sanitari nazionali a farsi trovare preparati. Ma le risposte frammentarie e spesso tardive alle prime ondate del coronavirus hanno dimostrato come non sempre tali suggerimenti vengano recepiti. Almeno finora.
🇪🇺 Epicentro Europa
I casi globali di vaiolo delle scimmie sono in rapido aumento. Nell’ultimo mese sono più che quintuplicati: da 3mila in 47 paesi a 16.800 in 74 paesi. Ma i decessi ufficiali sono solo 5. Tanto che lo stesso direttore generale dell’Oms sottolinea come il rischio nel mondo sia relativamente moderato. Tranne che in Europa.
Il 63% di questi casi sono infatti concentrati nel Vecchio Continente. In particolare, la Spagna è il paese più colpito, con più di 2800 casi registrati da maggio, quando il virus è comparso al di fuori dei sei Paesi africani dove da decenni è endemico. Il picco sembra però già superato. I contagi giornalieri nell’Ue stanno rallentando e sono nell’ordine delle poche centinaia. Insomma, non siamo di fronte a un nuovo Covid.
💉 Trova le differenze
Il vaiolo delle scimmie è stato per la prima volta identificato nel 1958. Di conseguenza, per contrastarlo esistono già test diagnostici, farmaci antivirali e soprattutto vaccini. Come quello anti-vaiolo Imvanex, che ha oggi ricevuto il via libera dell’Agenzia europea del farmaco per un suo utilizzo anche contro il vaiolo delle scimmie.
Bavarian Nordic, l’azienda che lo produce, ha detto di avere a disposizione più di 5 milioni di dosi. E di poterne produrre 40 milioni all’anno. Data l’attuale contagiosità, una nuova corsa ai vaccini sembra per ora scongiurata. Così come la competizione tra gli Stati europei: la Commissione ha nuovamente fatto ricorso ad acquisti congiunti, assicurandosi nell’ultimo mese 163mila dosi.
L’Europa sembra più attrezzata per far fronte a eventuali nuove pandemie. Ma lo sono anche i Paesi in via di sviluppo?
👉 🇷🇺 Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov vola in Africa per un tour in Egitto, Congo, Etiopia e Uganda. E agli africani dice: “La crisi del grano non è colpa di Mosca”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lavrov-tour-africa-35871
🔍 🇹🇳 Leggi il nostro nuovo dossier di approfondimento sul referendum costituzionale che si tiene oggi in Tunisia, esattamente a un anno dalla stretta autoritaria del presidente Kais Saïed. Il risultato potrebbe espandere ulteriormente i poteri presidenziali, sollevando dubbi sull’effettiva democraticità delle istituzioni locali: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisias-constitutional-referendum-test-saieds-rule-35848