🌍 CRISI GAS: L’EUROPA ALZA LE DIFESE
⛽️ A tutto gas
Non si ferma la corsa del gas. Il suo prezzo sulla borsa di Amsterdam è salito anche oggi (+3%), e ha ormai superato i 170 euro per megawattora. Siamo ai massimi degli ultimi quattro mesi e sembra lontanissimo anche solo giugno, quando il prezzo era di 80 euro. Non sono bastate le buone notizie arrivate dalla Norvegia: il governo ha posto fine allo sciopero dei lavoratori del settore energetico che minacciava di bloccare fino al 56% delle esportazioni di gas del Paese, indispensabili per riempire gli stoccaggi europei.
Il nodo della discordia? Rivendicazioni salariali per compensare l'aumento dell’inflazione. Di cui proprio la risalita dei prezzi del gas è il principale responsabile. Un circolo vizioso al momento interrotto. Ma le buone notizie si fermano qua.
📉 Too big to fail
Dall’11 luglio Nord Stream 1 verrà chiuso per dieci giorni, ufficialmente per manutenzione. Ma si teme che lo stop possa essere a tempo indeterminato, o come minimo più prolungato. Allo stesso tempo il terminale statunitense di Freeport, da dove parte gas liquefatto destinato all’Europa, rimane chiuso per l’incendio verificatosi a metà giugno. E non riprenderà le operazioni prima di inizio ottobre.
Inevitabile che alcuni Paesi corrano ai ripari: venerdì il Parlamento tedesco approverà una legge che consente allo Stato di intervenire per salvare le aziende energetiche in difficoltà. Tra cui Uniper, il maggiore importatore di gas russo in Germania. E in Francia lo Stato vorrebbe salire al 100% di EDF, l’azienda che gestisce il nucleare francese. Insomma, da più parti si cerca di evitare una “Lehman Brothers” dell’energia.
🌱 There is no plan(et) B?
Qualcosa si muove anche sul fronte comunitario. E non solo per il voto di oggi al Parlamento Europeo con cui si sancisce la classificazione di gas e nucleare tra gli investimenti green. La progressiva riduzione delle forniture di gas russo ha spinto la Commissione a impegnarsi a presentare già entro metà luglio (non più dopo l’estate) la proposta di un pacchetto di misure per “calmierare” i prezzi dell’energia.
Come? Introducendo una nuova indicizzazione dei prezzi del gas, sulla scia di quanto fatto da Spagna e Portogallo, ma con le dovute correzioni: il consumo di gas nella penisola iberica è alle stelle dall’introduzione di questo “tetto”. Allo studio di Bruxelles ci sarebbero inoltre un sistema di solidarietà energetica tra gli Stati membri e linee guida per il risparmio nei consumi domestici.
Basteranno?
🇬🇧👉Nel Regno Unito dimissioni a raffica dal governo, travolto dagli scandali. Ma Boris Johnson non cede: “vado avanti”, in molti però scommettono sulla sua fine. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/boris-johnson-al-capolinea-35664
⛽️ A tutto gas
Non si ferma la corsa del gas. Il suo prezzo sulla borsa di Amsterdam è salito anche oggi (+3%), e ha ormai superato i 170 euro per megawattora. Siamo ai massimi degli ultimi quattro mesi e sembra lontanissimo anche solo giugno, quando il prezzo era di 80 euro. Non sono bastate le buone notizie arrivate dalla Norvegia: il governo ha posto fine allo sciopero dei lavoratori del settore energetico che minacciava di bloccare fino al 56% delle esportazioni di gas del Paese, indispensabili per riempire gli stoccaggi europei.
Il nodo della discordia? Rivendicazioni salariali per compensare l'aumento dell’inflazione. Di cui proprio la risalita dei prezzi del gas è il principale responsabile. Un circolo vizioso al momento interrotto. Ma le buone notizie si fermano qua.
📉 Too big to fail
Dall’11 luglio Nord Stream 1 verrà chiuso per dieci giorni, ufficialmente per manutenzione. Ma si teme che lo stop possa essere a tempo indeterminato, o come minimo più prolungato. Allo stesso tempo il terminale statunitense di Freeport, da dove parte gas liquefatto destinato all’Europa, rimane chiuso per l’incendio verificatosi a metà giugno. E non riprenderà le operazioni prima di inizio ottobre.
Inevitabile che alcuni Paesi corrano ai ripari: venerdì il Parlamento tedesco approverà una legge che consente allo Stato di intervenire per salvare le aziende energetiche in difficoltà. Tra cui Uniper, il maggiore importatore di gas russo in Germania. E in Francia lo Stato vorrebbe salire al 100% di EDF, l’azienda che gestisce il nucleare francese. Insomma, da più parti si cerca di evitare una “Lehman Brothers” dell’energia.
🌱 There is no plan(et) B?
Qualcosa si muove anche sul fronte comunitario. E non solo per il voto di oggi al Parlamento Europeo con cui si sancisce la classificazione di gas e nucleare tra gli investimenti green. La progressiva riduzione delle forniture di gas russo ha spinto la Commissione a impegnarsi a presentare già entro metà luglio (non più dopo l’estate) la proposta di un pacchetto di misure per “calmierare” i prezzi dell’energia.
Come? Introducendo una nuova indicizzazione dei prezzi del gas, sulla scia di quanto fatto da Spagna e Portogallo, ma con le dovute correzioni: il consumo di gas nella penisola iberica è alle stelle dall’introduzione di questo “tetto”. Allo studio di Bruxelles ci sarebbero inoltre un sistema di solidarietà energetica tra gli Stati membri e linee guida per il risparmio nei consumi domestici.
Basteranno?
🇬🇧👉Nel Regno Unito dimissioni a raffica dal governo, travolto dagli scandali. Ma Boris Johnson non cede: “vado avanti”, in molti però scommettono sulla sua fine. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/boris-johnson-al-capolinea-35664
🌍 UK: FINE DI UN’ERA?
💂 Mr. Lonely
Boris Johnson si è dimesso da leader del Partito conservatore. E ha annunciato quelle da Primo ministro. Tra le pressioni per gli ultimi scandali (Partygate e Pinchergate) e la raffica di dimissioni dei membri del suo governo (oltre 50 nelle ultime 48 ore), alla fine il Primo ministro britannico ha dovuto cedere.
Le dimissioni di BoJo erano nell’aria: il 69% dei britannici chiedeva la sua testa, e la settimana prossima Johnson avrebbe potuto dover affrontare un possibile voto di sfiducia, in Parlamento.
Una caduta clamorosa per un leader che solo tre anni fa aveva conquistato il più grande trionfo elettorale dagli anni Ottanta.
🗳 Number 10
Si apre così ufficialmente la corsa a Downing Street. Il partito conservatore inizierà già da domani il processo per eleggere un nuovo leader. In base alle regole attuali, ogni candidato ha bisogno del sostegno di almeno otto deputati Tory. Selezionati i candidati, i deputati conservatori procederanno ad una serie di elezioni interne fino ad arrivare ai due finalisti, da sottoporre al voto di tutti i tesserati del Partito Conservatore.
Un processo che i Tories dovranno compiere nel minor tempo possibile. Nonostante la comoda maggioranza in parlamento (il 55% dei seggi è loro), i conservatori non possono permettersi il rischio di andare a elezioni. Perché le potrebbero perdere, vista la crescente popolarità del partito laburista, oggi dato al 40%, mentre i conservatori raggiungono il 33%.
🌪 Tempesta sul continente
Insomma, anche se i Tories avranno l’agenda piena, per ora la legislatura non sembra essere a rischio. Situazione molto diversa rispetto a quella di altri grandi paesi europei.
Macron ha perso la sua maggioranza al Parlamento francese solo poche settimane fa, vedendosi costretto a un primo rimpasto di governo lunedì mentre la sua Prima ministra, Élisabeth Borne, ha evitato di sottoporre a un voto di fiducia “suicida” i piani futuri della legislatura. Un’altra maggioranza che traballa è, ovviamente, in Italia, dove il governo Draghi deve fare i conti con frequenti tensioni tra gli alleati di governo.
Insomma, in un continente dove i maggiori paesi si reggono su ampie e instabili, o addirittura effimere, coalizioni, il Regno Unito sembra quasi un’isola felice. E saranno proprio questi governi, sempre più traballanti, a doversela vedere con una Russia che in vista dell’autunno sta già approfittando di ogni occasione per rendere sempre più agitate le acque in cui navigano.
🇬🇧👉 Boris Johnson resterà premier fino alla nomina del successore, ma la rivolta contro di lui è bipartisan: “via subito". Oggi ne parliamo anche nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bye-bye-boris-johnson-35676
💂 Mr. Lonely
Boris Johnson si è dimesso da leader del Partito conservatore. E ha annunciato quelle da Primo ministro. Tra le pressioni per gli ultimi scandali (Partygate e Pinchergate) e la raffica di dimissioni dei membri del suo governo (oltre 50 nelle ultime 48 ore), alla fine il Primo ministro britannico ha dovuto cedere.
Le dimissioni di BoJo erano nell’aria: il 69% dei britannici chiedeva la sua testa, e la settimana prossima Johnson avrebbe potuto dover affrontare un possibile voto di sfiducia, in Parlamento.
Una caduta clamorosa per un leader che solo tre anni fa aveva conquistato il più grande trionfo elettorale dagli anni Ottanta.
🗳 Number 10
Si apre così ufficialmente la corsa a Downing Street. Il partito conservatore inizierà già da domani il processo per eleggere un nuovo leader. In base alle regole attuali, ogni candidato ha bisogno del sostegno di almeno otto deputati Tory. Selezionati i candidati, i deputati conservatori procederanno ad una serie di elezioni interne fino ad arrivare ai due finalisti, da sottoporre al voto di tutti i tesserati del Partito Conservatore.
Un processo che i Tories dovranno compiere nel minor tempo possibile. Nonostante la comoda maggioranza in parlamento (il 55% dei seggi è loro), i conservatori non possono permettersi il rischio di andare a elezioni. Perché le potrebbero perdere, vista la crescente popolarità del partito laburista, oggi dato al 40%, mentre i conservatori raggiungono il 33%.
🌪 Tempesta sul continente
Insomma, anche se i Tories avranno l’agenda piena, per ora la legislatura non sembra essere a rischio. Situazione molto diversa rispetto a quella di altri grandi paesi europei.
Macron ha perso la sua maggioranza al Parlamento francese solo poche settimane fa, vedendosi costretto a un primo rimpasto di governo lunedì mentre la sua Prima ministra, Élisabeth Borne, ha evitato di sottoporre a un voto di fiducia “suicida” i piani futuri della legislatura. Un’altra maggioranza che traballa è, ovviamente, in Italia, dove il governo Draghi deve fare i conti con frequenti tensioni tra gli alleati di governo.
Insomma, in un continente dove i maggiori paesi si reggono su ampie e instabili, o addirittura effimere, coalizioni, il Regno Unito sembra quasi un’isola felice. E saranno proprio questi governi, sempre più traballanti, a doversela vedere con una Russia che in vista dell’autunno sta già approfittando di ogni occasione per rendere sempre più agitate le acque in cui navigano.
🇬🇧👉 Boris Johnson resterà premier fino alla nomina del successore, ma la rivolta contro di lui è bipartisan: “via subito". Oggi ne parliamo anche nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bye-bye-boris-johnson-35676
🌏 G20 MINISTRI DEGLI ESTERI: DIALOGO A ZERO
❌ Togli un posto a tavola…
Il conflitto ucraino contagia i vertici multilaterali. Al G20 dei ministri degli esteri, a Bali, volano accuse reciproche tra Russia e fronte occidentale. Che si evitano ai tavoli di lavoro e agli incontri cerimoniali: i ministri del G7 hanno disertato la cena di benvenuto, per la presenza di Lavrov. Saltata anche la consueta foto di famiglia dei ministri e niente comunicato finale. Insomma, impossibile concordare su qualsiasi cosa.
Clima simile all’Onu. L’opposizione tra Mosca e gli altri membri del Consiglio di sicurezza sta infatti bloccando il rinnovo del corridoio di aiuti umanitari verso le zone della Siria controllate dall’opposizione. L’unico che non attraversa il territorio controllato dal governo di Assad alleato della Russia.
🇸🇾 Affamati sulla via di Damasco
Il veto di Mosca rischia di tradursi in una stretta ancora più forte da parte del governo siriano sulle aree controllate dall’opposizione. E in un ulteriore aumento dei prezzi alimentari per i 4,5 milioni di persone (di cui 2,5 sfollati) che risiedono nel nord della Siria e sono già sull'orlo di una carestia.
Purtroppo, sono in “buona” compagnia. Secondo le Nazioni Unite, a causa della guerra 51 milioni di persone nel mondo rischiano di cadere sotto la soglia di povertà assoluta (meno di 1,9 dollari al giorno). Un aumento del 8% in poco più di quattro mesi che si somma ai 125 milioni di nuovi poveri causati da questi anni di lockdown e pandemia.
🌾 Grane da sbloccare
Inevitabile che tra le priorità del vertice di Bali ci sia lo sblocco dei 20 milioni di tonnellate di grano ferme in Ucraina. Kiev riesce a movimentare solo 2 milioni di tonnellate al mese: il 60% della sua capacità pre-guerra. Lavrov si è detto pronto a negoziare. Ma le trattative sembrano arenate.
A differenza del Zhibek Zholy: il cargo russo proveniente dal porto ucraino occupato di Berdyansk, bloccato per un paio di giorni dalla Turchia e poi rilasciato. A differenza di quanto sostenesse Kiev, Ankara non ha ritenuto che le 7mila tonnellate di grano trasportate dal cargo fossero state rubate all’Ucraina. Una differenza di vedute che ha comportato la convocazione dell'ambasciatore turco in Ucraina, indebolendo il ruolo di mediazione auspicato da Erdogan.
Cosa aspettarsi dal G20 in questo clima di sfiducia?
🇯🇵👉 L’ex premier giapponese Shinzo Abe è stato ucciso oggi in un attentato, mentre teneva un comizio nella cittadina di Nara nel sud del paese. Il Giappone va alle urne domenica per un’elezione cruciale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucciso-shinzo-abe-giappone-sotto-shock-35696
🔴 Lunedì 11 alle 18.00 parleremo dell’omicidio di Shinzo Abe che ha sconvolto il Giappone alla vigilia del voto, con esperti e analisti. Non perderla e iscriviti qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/omicidio-abe-giappone-al-voto-sotto-shock
❌ Togli un posto a tavola…
Il conflitto ucraino contagia i vertici multilaterali. Al G20 dei ministri degli esteri, a Bali, volano accuse reciproche tra Russia e fronte occidentale. Che si evitano ai tavoli di lavoro e agli incontri cerimoniali: i ministri del G7 hanno disertato la cena di benvenuto, per la presenza di Lavrov. Saltata anche la consueta foto di famiglia dei ministri e niente comunicato finale. Insomma, impossibile concordare su qualsiasi cosa.
Clima simile all’Onu. L’opposizione tra Mosca e gli altri membri del Consiglio di sicurezza sta infatti bloccando il rinnovo del corridoio di aiuti umanitari verso le zone della Siria controllate dall’opposizione. L’unico che non attraversa il territorio controllato dal governo di Assad alleato della Russia.
🇸🇾 Affamati sulla via di Damasco
Il veto di Mosca rischia di tradursi in una stretta ancora più forte da parte del governo siriano sulle aree controllate dall’opposizione. E in un ulteriore aumento dei prezzi alimentari per i 4,5 milioni di persone (di cui 2,5 sfollati) che risiedono nel nord della Siria e sono già sull'orlo di una carestia.
Purtroppo, sono in “buona” compagnia. Secondo le Nazioni Unite, a causa della guerra 51 milioni di persone nel mondo rischiano di cadere sotto la soglia di povertà assoluta (meno di 1,9 dollari al giorno). Un aumento del 8% in poco più di quattro mesi che si somma ai 125 milioni di nuovi poveri causati da questi anni di lockdown e pandemia.
🌾 Grane da sbloccare
Inevitabile che tra le priorità del vertice di Bali ci sia lo sblocco dei 20 milioni di tonnellate di grano ferme in Ucraina. Kiev riesce a movimentare solo 2 milioni di tonnellate al mese: il 60% della sua capacità pre-guerra. Lavrov si è detto pronto a negoziare. Ma le trattative sembrano arenate.
A differenza del Zhibek Zholy: il cargo russo proveniente dal porto ucraino occupato di Berdyansk, bloccato per un paio di giorni dalla Turchia e poi rilasciato. A differenza di quanto sostenesse Kiev, Ankara non ha ritenuto che le 7mila tonnellate di grano trasportate dal cargo fossero state rubate all’Ucraina. Una differenza di vedute che ha comportato la convocazione dell'ambasciatore turco in Ucraina, indebolendo il ruolo di mediazione auspicato da Erdogan.
Cosa aspettarsi dal G20 in questo clima di sfiducia?
🇯🇵👉 L’ex premier giapponese Shinzo Abe è stato ucciso oggi in un attentato, mentre teneva un comizio nella cittadina di Nara nel sud del paese. Il Giappone va alle urne domenica per un’elezione cruciale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucciso-shinzo-abe-giappone-sotto-shock-35696
🔴 Lunedì 11 alle 18.00 parleremo dell’omicidio di Shinzo Abe che ha sconvolto il Giappone alla vigilia del voto, con esperti e analisti. Non perderla e iscriviti qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/omicidio-abe-giappone-al-voto-sotto-shock
🌏 GIAPPONE: SOLE CALANTE
🏴 Lutto elettorale
Domenica in Giappone il Partito liberal democratico (LDP) ha ottenuto oltre metà dei 125 seggi contesi alle elezioni per il rinnovo della Camera Alta. Una vittoria che permette al primo ministro giapponese Fumio Kishida di consolidare la sua già larga maggioranza in parlamento e, all’apparenza, la sua autorità all'interno del partito di governo.
Eppure è una vittoria amara, che arriva a soli due giorni dall'attentato che ha ucciso Shinzo Abe, ex primo ministro giapponese e membro storico del partito, durante un evento elettorale a Nara. Inoltre, proprio la morte di Abe potrebbe invece indebolire la posizione di Kishida nel frammentato LDP.
⛩ Abenomics
Durante i suoi più recenti mandati da premier, tra il 2012 e il 2020, Abe era stato protagonista di un ambizioso programma di riforme interne che puntava a rilanciare l'economia giapponese dopo oltre due decenni di stagnazione.
Una strategia che prevedeva tre "frecce": politica monetaria espansiva, stimoli fiscali con incremento della spesa pubblica, e riforme strutturali. E una strategia dai successi misti: se da una parte l’economia entrò in una fase espansiva (senza però mai raggiungere l’obiettivo di 600.000 miliardi di yen l’anno), dall’altra neppure la svalutazione competitiva dello yen spinse le esportazioni, e le riforme strutturali rimasero al palo.
Così oggi per il Giappone il ventennio perduto è ormai diventato un trentennio.
💣 Mutatis mutandis?
Abe fu anche uno dei maggiori sostenitori del revisionismo nipponico. Nel 2007, al suo primo mandato da premier, fu tra gli iniziatori del Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza (Quad), con l'obiettivo di limitare l'ascesa della Cina come superpotenza economica e militare in Asia.
E proprio Abe fu grande sostenitore della necessità di aumentare le spese militari (oggi in crescita, da 47 miliardi di dollari nel 2017 a 55) e di riformare la Costituzione “pacifista” imposta dagli USA alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Per Kishida, appartenente a una fazione di “colombe” nel LDP, la nuova maggioranza alla Camera alta cancella qualsiasi scusa: adesso c’è lo spazio per modificare la Costituzione. E, nel caso non lo facesse, per i falchi del LDP sarebbe l’occasione perfetta per chiedergli di dimettersi.
Un’eredità troppo grande?
🔴 Oggi alle 18.00 parleremo dell’omicidio di Shinzo Abe e delle ripercussioni sul Giappone in una fase molto delicata per il Paese. Segui la live: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/omicidio-abe-giappone-al-voto-sotto-shock
🇱🇰👉In Sri Lanka l’economia è al collasso e il paese sull’orlo della crisi umanitaria. I manifestanti scesi in piazza si accampano nel palazzo presidenziale: “Restiamo finché il presidente non andrà via”. Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sri-lanka-cronaca-di-una-crisi-annunciata-35713
🏴 Lutto elettorale
Domenica in Giappone il Partito liberal democratico (LDP) ha ottenuto oltre metà dei 125 seggi contesi alle elezioni per il rinnovo della Camera Alta. Una vittoria che permette al primo ministro giapponese Fumio Kishida di consolidare la sua già larga maggioranza in parlamento e, all’apparenza, la sua autorità all'interno del partito di governo.
Eppure è una vittoria amara, che arriva a soli due giorni dall'attentato che ha ucciso Shinzo Abe, ex primo ministro giapponese e membro storico del partito, durante un evento elettorale a Nara. Inoltre, proprio la morte di Abe potrebbe invece indebolire la posizione di Kishida nel frammentato LDP.
⛩ Abenomics
Durante i suoi più recenti mandati da premier, tra il 2012 e il 2020, Abe era stato protagonista di un ambizioso programma di riforme interne che puntava a rilanciare l'economia giapponese dopo oltre due decenni di stagnazione.
Una strategia che prevedeva tre "frecce": politica monetaria espansiva, stimoli fiscali con incremento della spesa pubblica, e riforme strutturali. E una strategia dai successi misti: se da una parte l’economia entrò in una fase espansiva (senza però mai raggiungere l’obiettivo di 600.000 miliardi di yen l’anno), dall’altra neppure la svalutazione competitiva dello yen spinse le esportazioni, e le riforme strutturali rimasero al palo.
Così oggi per il Giappone il ventennio perduto è ormai diventato un trentennio.
💣 Mutatis mutandis?
Abe fu anche uno dei maggiori sostenitori del revisionismo nipponico. Nel 2007, al suo primo mandato da premier, fu tra gli iniziatori del Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza (Quad), con l'obiettivo di limitare l'ascesa della Cina come superpotenza economica e militare in Asia.
E proprio Abe fu grande sostenitore della necessità di aumentare le spese militari (oggi in crescita, da 47 miliardi di dollari nel 2017 a 55) e di riformare la Costituzione “pacifista” imposta dagli USA alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Per Kishida, appartenente a una fazione di “colombe” nel LDP, la nuova maggioranza alla Camera alta cancella qualsiasi scusa: adesso c’è lo spazio per modificare la Costituzione. E, nel caso non lo facesse, per i falchi del LDP sarebbe l’occasione perfetta per chiedergli di dimettersi.
Un’eredità troppo grande?
🔴 Oggi alle 18.00 parleremo dell’omicidio di Shinzo Abe e delle ripercussioni sul Giappone in una fase molto delicata per il Paese. Segui la live: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/omicidio-abe-giappone-al-voto-sotto-shock
🇱🇰👉In Sri Lanka l’economia è al collasso e il paese sull’orlo della crisi umanitaria. I manifestanti scesi in piazza si accampano nel palazzo presidenziale: “Restiamo finché il presidente non andrà via”. Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sri-lanka-cronaca-di-una-crisi-annunciata-35713
🌍 DEMOGRAFIA GLOBALE: CRESCITA PER POCHI
👶 Tanti volti nuovi
8 miliardi di persone. Secondo le nuove proiezioni della Nazioni Unite, questa è la soglia che la popolazione mondiale supererà il prossimo 15 novembre. A guardarsi indietro è impressionante la crescita negli ultimi 70 anni: nel 1952 gli abitanti della terra erano “solo” 2,5 miliardi. Tanti quanto l’ulteriore crescita della popolazione terrestre da qui al suo picco nel 2080.
Tale crescita non è però mai stata così lenta, con tassi inferiori all’1% negli ultimi due anni (contro un massimo del 2,3% nel 1963). Solo in parte colpa della pandemia, che potrebbe aver causato fino a 17 milioni di morti in eccesso dal 2020. Anche senza considerare il Covid, infatti, le prospettive demografiche di molti paesi sono tutt’altro che rosee.
📉 Inverno demografico europeo
Il 60% della popolazione mondiale vive in Paesi con un tasso di fertilità inferiore a 2,1 nascite per donna, il livello considerato necessario affinché una popolazione rimanga stabile. Solo nel 2019 questa percentuale si fermava al 40%. Tra questi Paesi rientrano tutti i 27 membri dell’Unione Europea dove, da più di un decennio, il numero di decessi ha iniziato a superare le nascite.
L'immigrazione ha più che compensato questo divario. Ma non negli ultimi due anni di pandemia, durante i quali la popolazione europea è quindi calata: 172mila persone in meno rispetto al 2021, e 656mila in meno dal 2020. Un calo a cui ha contribuito soprattutto l’Italia, lo Stato membro in cui la popolazione è diminuita di più nell’ultimo anno (-253mila abitanti).
🇳🇬 La culla dell’umanità
Se la popolazione europea cala, quella africana cresce più di tutte. Già nel 2020, il continente africano ha superato l’Asia come principale origine della crescita demografica globale. Quattro degli otto Paesi che rappresenteranno più della metà della crescita demografica fino al 2050 sono africani. Tra questi vi è la Nigeria, che dal 2058 potrebbe contare più abitanti dell’intera Ue.
Non è l’unica macroevoluzione da tenere sott’occhio. Già dall’anno prossimo l’India supererà la Cina come Paese più popoloso del mondo. Un risultato frutto di programmi di pianificazione familiare più equilibrati rispetto alla politica del figlio unico cinese. Che ha portato a una popolazione sproporzionatamente anziana, a differenza di quella indiana meglio distribuita tra le varie fasce di età.
Cambieranno solo gli equilibri demografici o anche quelli geopolitici?
👉 A un anno dallo strappo del presidente Kais Saied la Tunisia è chiamata ad approvare una nuova Costituzione. Ma in molti temono che la nuova Carta possa allontanare il paese dalla democrazia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-le-illusioni-perdute-35723
👶 Tanti volti nuovi
8 miliardi di persone. Secondo le nuove proiezioni della Nazioni Unite, questa è la soglia che la popolazione mondiale supererà il prossimo 15 novembre. A guardarsi indietro è impressionante la crescita negli ultimi 70 anni: nel 1952 gli abitanti della terra erano “solo” 2,5 miliardi. Tanti quanto l’ulteriore crescita della popolazione terrestre da qui al suo picco nel 2080.
Tale crescita non è però mai stata così lenta, con tassi inferiori all’1% negli ultimi due anni (contro un massimo del 2,3% nel 1963). Solo in parte colpa della pandemia, che potrebbe aver causato fino a 17 milioni di morti in eccesso dal 2020. Anche senza considerare il Covid, infatti, le prospettive demografiche di molti paesi sono tutt’altro che rosee.
📉 Inverno demografico europeo
Il 60% della popolazione mondiale vive in Paesi con un tasso di fertilità inferiore a 2,1 nascite per donna, il livello considerato necessario affinché una popolazione rimanga stabile. Solo nel 2019 questa percentuale si fermava al 40%. Tra questi Paesi rientrano tutti i 27 membri dell’Unione Europea dove, da più di un decennio, il numero di decessi ha iniziato a superare le nascite.
L'immigrazione ha più che compensato questo divario. Ma non negli ultimi due anni di pandemia, durante i quali la popolazione europea è quindi calata: 172mila persone in meno rispetto al 2021, e 656mila in meno dal 2020. Un calo a cui ha contribuito soprattutto l’Italia, lo Stato membro in cui la popolazione è diminuita di più nell’ultimo anno (-253mila abitanti).
🇳🇬 La culla dell’umanità
Se la popolazione europea cala, quella africana cresce più di tutte. Già nel 2020, il continente africano ha superato l’Asia come principale origine della crescita demografica globale. Quattro degli otto Paesi che rappresenteranno più della metà della crescita demografica fino al 2050 sono africani. Tra questi vi è la Nigeria, che dal 2058 potrebbe contare più abitanti dell’intera Ue.
Non è l’unica macroevoluzione da tenere sott’occhio. Già dall’anno prossimo l’India supererà la Cina come Paese più popoloso del mondo. Un risultato frutto di programmi di pianificazione familiare più equilibrati rispetto alla politica del figlio unico cinese. Che ha portato a una popolazione sproporzionatamente anziana, a differenza di quella indiana meglio distribuita tra le varie fasce di età.
Cambieranno solo gli equilibri demografici o anche quelli geopolitici?
👉 A un anno dallo strappo del presidente Kais Saied la Tunisia è chiamata ad approvare una nuova Costituzione. Ma in molti temono che la nuova Carta possa allontanare il paese dalla democrazia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-le-illusioni-perdute-35723
🌍 EURO-DOLLARO: PARI E PATTA?
🇪🇺Under pressure
Per la prima volta dal 2002, oggi euro e dollaro valgono uguali. Una parità che evidenzia il crescente divario tra le prospettive economiche statunitensi e quelle dell’Eurozona, più esposta alle conseguenze della guerra in Ucraina e alle ritorsioni di Mosca sulle importazioni di gas.
Ultima in ordine di tempo, la chiusura dei rubinetti di Nord Stream 1 di lunedì scorso. Un altro stop “tecnico”, che però dà agli investitori l’ennesimo motivo per ritenere più vicina una recessione in Eurozona, e a rifugiarsi in dollari con rendimenti in aumento.
🪙 Due facce della stessa moneta?
A peggiorare ulteriormente le aspettative sui mercati europei è proprio lo “scontro” tra BCE e Fed sulla politica monetaria. Mentre la Fed è ormai alla terza stretta da inizio anno, con tassi di riferimento allo 1,5%-1,75% che entro dicembre potrebbero superare il 3%, la BCE deve ancora iniziare (forse settimana prossima).
E se in tempi normali il crollo dell’euro (-12% sul dollaro da gennaio) farebbe quantomeno aumentare le esportazioni, oggi la bilancia non pende a nostro favore. Le importazioni di petrolio, già all’origine dell’elevata inflazione odierna, sono infatti prezzate in dollari. E così a Lagarde non resta che difendersi puntando sul fatto che l’inflazione “core” in Eurozona non ha ancora incorporato gran parte dell’aumento dell’inflazione sui prodotti più volatili (energia, alimentari, ecc.), mentre in USA ciò accade già da mesi.
🥉Ultimi tra i primi
Con il crollo dell’euro, sembra quasi che i mercati vogliano suggerire che gli Usa siano messi “meglio” dell’Europa. Sul piano economico è molto probabilmente vero. La disoccupazione americana a giugno era al 3,6%, sostanzialmente in linea con il dato di “piena occupazione” pre-pandemia. In Eurozona siamo invece al 6,6%, con differenze ancora sostanziali tra grandi paesi come Italia (8,1%) e Germania (2,8%). E una stretta dei tassi farebbe traballare ulteriormente le economie dei paesi più indebitati.
D’altra parte, però, anche negli USA il prezzo del gas è quasi quintuplicato (spinto al rialzo dalla “fame” di GNL europea), mentre l’inflazione galoppante (+9,1% a giugno) mette alle strette famiglie e imprese. Così il consenso di Biden cala ancora al 36% (dal 42% di inizio anno), mentre le elezioni mid-term di novembre si avvicinano.
Insomma, dollaro o euro, siamo tutti sulla stessa barca. In tempesta.
📊 L’inflazione è alle stelle in UE e USA. Le banche centrali corrono al riparo, mentre si avvicina lo spettro della stagflazione. Eppure, l’aumento dei prezzi non è uguale sulle due sponde dell’Atlantico. Ne abbiamo parlato nel nuovo numero del nostro ISPI DataLab: L’Inflazione è qui per restare? Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/linflazione-e-qui-restare-35680
🇪🇺Under pressure
Per la prima volta dal 2002, oggi euro e dollaro valgono uguali. Una parità che evidenzia il crescente divario tra le prospettive economiche statunitensi e quelle dell’Eurozona, più esposta alle conseguenze della guerra in Ucraina e alle ritorsioni di Mosca sulle importazioni di gas.
Ultima in ordine di tempo, la chiusura dei rubinetti di Nord Stream 1 di lunedì scorso. Un altro stop “tecnico”, che però dà agli investitori l’ennesimo motivo per ritenere più vicina una recessione in Eurozona, e a rifugiarsi in dollari con rendimenti in aumento.
🪙 Due facce della stessa moneta?
A peggiorare ulteriormente le aspettative sui mercati europei è proprio lo “scontro” tra BCE e Fed sulla politica monetaria. Mentre la Fed è ormai alla terza stretta da inizio anno, con tassi di riferimento allo 1,5%-1,75% che entro dicembre potrebbero superare il 3%, la BCE deve ancora iniziare (forse settimana prossima).
E se in tempi normali il crollo dell’euro (-12% sul dollaro da gennaio) farebbe quantomeno aumentare le esportazioni, oggi la bilancia non pende a nostro favore. Le importazioni di petrolio, già all’origine dell’elevata inflazione odierna, sono infatti prezzate in dollari. E così a Lagarde non resta che difendersi puntando sul fatto che l’inflazione “core” in Eurozona non ha ancora incorporato gran parte dell’aumento dell’inflazione sui prodotti più volatili (energia, alimentari, ecc.), mentre in USA ciò accade già da mesi.
🥉Ultimi tra i primi
Con il crollo dell’euro, sembra quasi che i mercati vogliano suggerire che gli Usa siano messi “meglio” dell’Europa. Sul piano economico è molto probabilmente vero. La disoccupazione americana a giugno era al 3,6%, sostanzialmente in linea con il dato di “piena occupazione” pre-pandemia. In Eurozona siamo invece al 6,6%, con differenze ancora sostanziali tra grandi paesi come Italia (8,1%) e Germania (2,8%). E una stretta dei tassi farebbe traballare ulteriormente le economie dei paesi più indebitati.
D’altra parte, però, anche negli USA il prezzo del gas è quasi quintuplicato (spinto al rialzo dalla “fame” di GNL europea), mentre l’inflazione galoppante (+9,1% a giugno) mette alle strette famiglie e imprese. Così il consenso di Biden cala ancora al 36% (dal 42% di inizio anno), mentre le elezioni mid-term di novembre si avvicinano.
Insomma, dollaro o euro, siamo tutti sulla stessa barca. In tempesta.
📊 L’inflazione è alle stelle in UE e USA. Le banche centrali corrono al riparo, mentre si avvicina lo spettro della stagflazione. Eppure, l’aumento dei prezzi non è uguale sulle due sponde dell’Atlantico. Ne abbiamo parlato nel nuovo numero del nostro ISPI DataLab: L’Inflazione è qui per restare? Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/linflazione-e-qui-restare-35680
🌍 CRISI DEL GAS: VINCITORI E VINTI
🛢 Al sicuro?
“Risparmiare gas per un inverno sicuro”. Questo è il titolo (e il contenuto) della prima bozza del piano che la Commissione presenterà il 20 luglio per ridurre di un terzo l’impatto di una potenziale interruzione del gas russo. Uno scenario che, qualora dovesse verificarsi a luglio, impedirebbe agli stoccaggi europei di riempirsi oltre il 71% da qui a novembre.
Troppo poco rispetto a quell’80% stabilito come minimo necessario dalla Commissione. Che quindi chiede agli Stati membri di utilizzare i fondi di REPower EU e dei PNRR nazionali per incentivare le aziende a tagliare i propri consumi. Suggerisce l’abbassamento del riscaldamento a 19 gradi negli edifici pubblici. E promette di allentare temporaneamente i limiti ambientali per le centrali a carbone. Ma c’è chi preferisce altre soluzioni.
🇪🇺🇭🇺 Solidarity Or bán
Uno dei pilastri su cui si regge il piano della Commissione è quello della solidarietà tra Paesi europei. Bruxelles invita infatti a un “risparmio coordinato della domanda”, con specifici criteri sull’ordine di chiusura delle industrie in caso di emergenza. Così da ridurre gli effetti sulle catene di approvvigionamento europee e permettere di far fluire il gas dove è più necessario.
Ma neanche il tempo di presentare il piano che l’Ungheria rema contro. Ieri Orbán ha annunciato lo stato di emergenza, che prevede tra le varie contromisure anche il divieto all’esportazione di risorse energetiche. Insomma, il rischio è di vedere per il gas quanto accadde con respiratori e mascherine durante i primi mesi di pandemia: solidarietà a parole, protezionismo nella pratica.
📈 In surplus
Per una Europa che tira la cinghia sul gas c’è una Russia che, malgrado il taglio delle forniture, registra un avanzo commerciale da record. Nel secondo trimestre, il saldo delle partite correnti (differenza tra valore delle esportazioni e delle importazioni per merci, servizi, redditi e capitale) russe ha superato i 70 miliardi di dollari: mai così ampio dal 1994.
Tra il 2007 e 2021, la media delle partite correnti nel mese di giugno è stata pari a zero, anche vista la naturale riduzione estiva della domanda europea di gas per il riscaldamento. Grazie ai prezzi del gas alle stelle, questo giugno il surplus ha invece raggiunto i 28 miliardi di dollari.
Dietro al risultato c’è però anche il crollo delle importazioni dovuto alle sanzioni. L’inverno (economico) della Russia sarà più sicuro di quello europeo?
🔴 Oggi alle 18.00. Il presidente dello Sri Lanka in rivolta è fuggito prima alle Maldive e poi a Singapore. In attesa delle sue dimissioni, il paese scivola nel caos e in un pericoloso vuoto di potere. Che succede? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/sri-lanka-rivolte-e-presidente-fuga-che-succede
🛢 Al sicuro?
“Risparmiare gas per un inverno sicuro”. Questo è il titolo (e il contenuto) della prima bozza del piano che la Commissione presenterà il 20 luglio per ridurre di un terzo l’impatto di una potenziale interruzione del gas russo. Uno scenario che, qualora dovesse verificarsi a luglio, impedirebbe agli stoccaggi europei di riempirsi oltre il 71% da qui a novembre.
Troppo poco rispetto a quell’80% stabilito come minimo necessario dalla Commissione. Che quindi chiede agli Stati membri di utilizzare i fondi di REPower EU e dei PNRR nazionali per incentivare le aziende a tagliare i propri consumi. Suggerisce l’abbassamento del riscaldamento a 19 gradi negli edifici pubblici. E promette di allentare temporaneamente i limiti ambientali per le centrali a carbone. Ma c’è chi preferisce altre soluzioni.
🇪🇺🇭🇺 Solidarity Or bán
Uno dei pilastri su cui si regge il piano della Commissione è quello della solidarietà tra Paesi europei. Bruxelles invita infatti a un “risparmio coordinato della domanda”, con specifici criteri sull’ordine di chiusura delle industrie in caso di emergenza. Così da ridurre gli effetti sulle catene di approvvigionamento europee e permettere di far fluire il gas dove è più necessario.
Ma neanche il tempo di presentare il piano che l’Ungheria rema contro. Ieri Orbán ha annunciato lo stato di emergenza, che prevede tra le varie contromisure anche il divieto all’esportazione di risorse energetiche. Insomma, il rischio è di vedere per il gas quanto accadde con respiratori e mascherine durante i primi mesi di pandemia: solidarietà a parole, protezionismo nella pratica.
📈 In surplus
Per una Europa che tira la cinghia sul gas c’è una Russia che, malgrado il taglio delle forniture, registra un avanzo commerciale da record. Nel secondo trimestre, il saldo delle partite correnti (differenza tra valore delle esportazioni e delle importazioni per merci, servizi, redditi e capitale) russe ha superato i 70 miliardi di dollari: mai così ampio dal 1994.
Tra il 2007 e 2021, la media delle partite correnti nel mese di giugno è stata pari a zero, anche vista la naturale riduzione estiva della domanda europea di gas per il riscaldamento. Grazie ai prezzi del gas alle stelle, questo giugno il surplus ha invece raggiunto i 28 miliardi di dollari.
Dietro al risultato c’è però anche il crollo delle importazioni dovuto alle sanzioni. L’inverno (economico) della Russia sarà più sicuro di quello europeo?
🔴 Oggi alle 18.00. Il presidente dello Sri Lanka in rivolta è fuggito prima alle Maldive e poi a Singapore. In attesa delle sue dimissioni, il paese scivola nel caos e in un pericoloso vuoto di potere. Che succede? Non perdere la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/sri-lanka-rivolte-e-presidente-fuga-che-succede
🌍 IL MONDO IN DEFAULT
🇱🇰 Il pariah
Da oggi lo Sri Lanka ha un nuovo presidente. Dopo 36 ore di limbo politico, con l’ex presidente in fuga prima alle Maldive e poi a Singapore, Gotabaya Rajapaksa si è ufficialmente dimesso. Al termine di mesi di proteste e dopo la rinuncia di tutti i ministri (compreso suo fratello), le dimissioni segnano anche la fine di una dinastia al potere da quasi 20 anni.
Anche l’attuale presidente, fino a ieri primo ministro, avrà “vita breve”: mercoledì il Parlamento ne eleggerà un altro. Comunque vada, il nuovo governo avrà un’eredità difficile: dovrà gestire la peggiore crisi economica dall'indipendenza, e i negoziati con il FMI per evitare altri default.
💸 Gli altri
Intanto proprio oggi il Pakistan ha raggiunto un accordo da 6 miliardi di dollari con il FMI, sbloccando una situazione di stallo che durava dal 2019. A giugno, per salvare il paese, il nuovo governo aveva addirittura chiesto ai cittadini di bere meno tè per poterlo esportare.
Crisi simili incombono ormai su un gran numero di economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE), che insieme compongono il 40% dell’economia mondiale. Prima la pandemia, adesso inflazione e guerra, hanno reso sempre più complicata una situazione già critica. Il peso del debito nelle EMDE è più che raddoppiato in dieci anni, dal 100% del PIL nel 2010 a quasi il 200%. Tanto che a fine 2021 quasi sei Paesi su dieci erano ritenuti “a rischio default”.
🙄 Gli indifferenti
Vista dall’Europa, la crisi degli emergenti sembra molto distante. La guerra in Ucraina continua a catalizzare l’attenzione, e al più si tratta per sbloccare gli invii di grano. Governi sempre più traballanti o con elezioni in vista si interrogano sul loro futuro e trascurano quello del mondo. E anche il G20, che in piena pandemia aveva varato un’iniziativa di sospensione del debito per i 73 paesi più in difficoltà, oggi è bloccato da veti incrociati.
Così a dicembre quell’iniziativa G20 è scaduta senza essere rinnovata. E oggi in occidente il problema numero uno è l’inflazione, tanto che la Fed sembra prepararsi addirittura a un rialzo dell’1% a fine luglio (disattendendo le promesse fatte un mese fa di un rialzo tra 0,5% e 0,75%), con il rischio di provocare nuove fughe di capitali dai paesi più deboli.
Insomma, stavolta sembra che in tanti dovranno cavarsela da soli.
🎙 Della crisi in Sri Lanka parliamo anche nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla Geopolitica. Non perderlo e ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-ragioni-dietro-le-manifestazioni-sri-lanka-35754
👉 L'Europa troverà un’alternativa al gas di Putin? Mosca si sta rafforzando? Per rispondere a queste domande, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica, aggiornata ogni settimana. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
🇱🇰 Il pariah
Da oggi lo Sri Lanka ha un nuovo presidente. Dopo 36 ore di limbo politico, con l’ex presidente in fuga prima alle Maldive e poi a Singapore, Gotabaya Rajapaksa si è ufficialmente dimesso. Al termine di mesi di proteste e dopo la rinuncia di tutti i ministri (compreso suo fratello), le dimissioni segnano anche la fine di una dinastia al potere da quasi 20 anni.
Anche l’attuale presidente, fino a ieri primo ministro, avrà “vita breve”: mercoledì il Parlamento ne eleggerà un altro. Comunque vada, il nuovo governo avrà un’eredità difficile: dovrà gestire la peggiore crisi economica dall'indipendenza, e i negoziati con il FMI per evitare altri default.
💸 Gli altri
Intanto proprio oggi il Pakistan ha raggiunto un accordo da 6 miliardi di dollari con il FMI, sbloccando una situazione di stallo che durava dal 2019. A giugno, per salvare il paese, il nuovo governo aveva addirittura chiesto ai cittadini di bere meno tè per poterlo esportare.
Crisi simili incombono ormai su un gran numero di economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE), che insieme compongono il 40% dell’economia mondiale. Prima la pandemia, adesso inflazione e guerra, hanno reso sempre più complicata una situazione già critica. Il peso del debito nelle EMDE è più che raddoppiato in dieci anni, dal 100% del PIL nel 2010 a quasi il 200%. Tanto che a fine 2021 quasi sei Paesi su dieci erano ritenuti “a rischio default”.
🙄 Gli indifferenti
Vista dall’Europa, la crisi degli emergenti sembra molto distante. La guerra in Ucraina continua a catalizzare l’attenzione, e al più si tratta per sbloccare gli invii di grano. Governi sempre più traballanti o con elezioni in vista si interrogano sul loro futuro e trascurano quello del mondo. E anche il G20, che in piena pandemia aveva varato un’iniziativa di sospensione del debito per i 73 paesi più in difficoltà, oggi è bloccato da veti incrociati.
Così a dicembre quell’iniziativa G20 è scaduta senza essere rinnovata. E oggi in occidente il problema numero uno è l’inflazione, tanto che la Fed sembra prepararsi addirittura a un rialzo dell’1% a fine luglio (disattendendo le promesse fatte un mese fa di un rialzo tra 0,5% e 0,75%), con il rischio di provocare nuove fughe di capitali dai paesi più deboli.
Insomma, stavolta sembra che in tanti dovranno cavarsela da soli.
🎙 Della crisi in Sri Lanka parliamo anche nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla Geopolitica. Non perderlo e ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-le-ragioni-dietro-le-manifestazioni-sri-lanka-35754
👉 L'Europa troverà un’alternativa al gas di Putin? Mosca si sta rafforzando? Per rispondere a queste domande, ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica, aggiornata ogni settimana. Scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
🌍 GAS, ALGERIA: SENZA SCONTI
✈️ Missione non europea
Mario Draghi, insieme a una squadra di 6 ministri su 15, è oggi in Algeria per discutere un aumento delle forniture di gas. Un vertice cha arriva a pochi mesi da un’altra visita di Draghi, che aveva portato alla firma di un «partenariato strategico ed energetico».
Negli ultimi mesi il Paese nordafricano ha sostituito la Russia come principale fornitore dell’Italia, e il premier vorrebbe ora un’ulteriore spinta per garantire forniture a Roma in vista del prossimo inverno. Da parte sua, però, Algeri è consapevole di poter negoziare da una posizione di forza.
E non farà sconti.
💵 Do ut des
Solo alcune settimane fa, l’Algeria ha annunciato di voler rinegoziare tutti i contratti in essere con i Paesi europei. Non una sorpresa: il “gas a pronti” in Europa attualmente costa 170-180 € al Megawattora, mentre l’Algeria lo vende all’Italia a circa 40 €/MWh (indicizzandolo al petrolio, non al gas).
La stessa posizione di forza permette ad Algeri di usare i rubinetti del gas in maniera esplicitamente politica. Da novembre dell’anno scorso, infatti, l’Algeria ha chiuso uno dei due gasdotti che la collega alla Spagna, quello che passa dal Marocco. E lo ha fatto in ritorsione al riconoscimento spagnolo della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, da tempo sotto l’egida di fatto dell’Algeria.
📉 Coperta corta
Le prove di forza di Algeri mascherano tuttavia molte debolezze. Per esempio, quest’anno i flussi di gas algerino che raggiungono l’UE (soprattutto Italia e Spagna, ma anche Francia e Grecia, via GNL) invece di aumentare stanno diminuendo. Nella prima metà del 2022 l’Algeria ha inviato verso i Paesi UE quasi il 20% di gas in meno. E gli analisti temono si tratti di un calo strutturale.
L’aumento delle forniture all’Italia sarebbe dunque frutto di un gioco delle tre carte, in cui la Spagna perde ciò che Algeri invia verso di noi. E così Madrid è costretta a guardare al GNL, pagando più del quadruplo per gli stessi volumi. Un assaggio di ciò che potrebbe accadere sul continente questo inverno, quando i 27 potrebbero trovarsi ad affrontare le necessità di riscaldamento con volumi di gas sempre più scarsi.
La Commissione europea dovrebbe presentare un piano sulla solidarietà energetica proprio mercoledì. Basterà?
👉 L’Europa troverà un’alternativa al gas russo? Mosca si sta rafforzando? ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica e le possibili vie di uscita. La aggiorniamo ogni settimana, scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
✈️ Missione non europea
Mario Draghi, insieme a una squadra di 6 ministri su 15, è oggi in Algeria per discutere un aumento delle forniture di gas. Un vertice cha arriva a pochi mesi da un’altra visita di Draghi, che aveva portato alla firma di un «partenariato strategico ed energetico».
Negli ultimi mesi il Paese nordafricano ha sostituito la Russia come principale fornitore dell’Italia, e il premier vorrebbe ora un’ulteriore spinta per garantire forniture a Roma in vista del prossimo inverno. Da parte sua, però, Algeri è consapevole di poter negoziare da una posizione di forza.
E non farà sconti.
💵 Do ut des
Solo alcune settimane fa, l’Algeria ha annunciato di voler rinegoziare tutti i contratti in essere con i Paesi europei. Non una sorpresa: il “gas a pronti” in Europa attualmente costa 170-180 € al Megawattora, mentre l’Algeria lo vende all’Italia a circa 40 €/MWh (indicizzandolo al petrolio, non al gas).
La stessa posizione di forza permette ad Algeri di usare i rubinetti del gas in maniera esplicitamente politica. Da novembre dell’anno scorso, infatti, l’Algeria ha chiuso uno dei due gasdotti che la collega alla Spagna, quello che passa dal Marocco. E lo ha fatto in ritorsione al riconoscimento spagnolo della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, da tempo sotto l’egida di fatto dell’Algeria.
📉 Coperta corta
Le prove di forza di Algeri mascherano tuttavia molte debolezze. Per esempio, quest’anno i flussi di gas algerino che raggiungono l’UE (soprattutto Italia e Spagna, ma anche Francia e Grecia, via GNL) invece di aumentare stanno diminuendo. Nella prima metà del 2022 l’Algeria ha inviato verso i Paesi UE quasi il 20% di gas in meno. E gli analisti temono si tratti di un calo strutturale.
L’aumento delle forniture all’Italia sarebbe dunque frutto di un gioco delle tre carte, in cui la Spagna perde ciò che Algeri invia verso di noi. E così Madrid è costretta a guardare al GNL, pagando più del quadruplo per gli stessi volumi. Un assaggio di ciò che potrebbe accadere sul continente questo inverno, quando i 27 potrebbero trovarsi ad affrontare le necessità di riscaldamento con volumi di gas sempre più scarsi.
La Commissione europea dovrebbe presentare un piano sulla solidarietà energetica proprio mercoledì. Basterà?
👉 L’Europa troverà un’alternativa al gas russo? Mosca si sta rafforzando? ISPI DataLab ha lanciato una dashboard interattiva con tutti i dati per capire la crisi energetica e le possibili vie di uscita. La aggiorniamo ogni settimana, scoprila qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gas-crisi-russia-ue-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-35726
🌎 CLIMA, USA: MAYBE TOMORROW?
🇺🇸 L’ago della bilancia
Più energia e meno clima. Approvato dalla Camera lo scorso novembre, è ormai un anno che il Senato americano silura quella che doveva essere il cavallo di battaglia di Biden, il Build Back Better. Con l’ennesimo voto su un pacchetto fortemente ridimensionato di misure, oggi potrebbe farlo di nuovo.
E così, dopo che il “solito” senatore dem centrista ribelle, Joe Manchin, ha escluso per l’ennesima volta il suo sostegno a misure volte a combattere il cambiamento climatico, non resta che tentare con una versione drasticamente ridotta.
E la battaglia è solo all’inizio.
🗳 Aria di elezioni
Il valore delle proposte di legge in discussione oggi è di 52 miliardi di dollari. Noccioline rispetto ai 1.300 miliardi del piano originale, ma utili per i democratici alla ricerca di una vittoria quantomeno simbolica – anche se molto al ribasso.
D’altronde per Biden la strada per tenere la barra dritta sulla presidenza si fa sempre più in salita. Con il suo consenso in picchiata (38%), i sondaggi attuali prevedono che il Partito democratico perderà il controllo della Camera dei rappresentanti, in cui sinora disponeva di una risicata maggioranza (50,6%), e che anche in Senato i repubblicani potrebbero rompere a loro favore l’attuale parità.
Sarebbe il primo Congresso diviso dagli ultimi due anni di Obama (2015-2016). Anni in cui, ironia della sorte, proprio Biden era presidente del Senato.
🏭 Parole, parole, parole
Insomma, mentre Europa e USA attraversano una delle peggiori ondate di calore di sempre, evaporano le speranze che il Congresso americano approvi legislazioni più stringenti sul clima.
Malgrado i piccoli passi avanti contenuti nella legge sulle infrastrutture e i nuovi standard sull’efficienza dei motori a combustione interna, a norme attuali gli Stati Uniti arriveranno al 2030 con una riduzione delle emissioni pari al 24-35% rispetto ai livelli del 2005. Ben lontani dagli impegni di Parigi (almeno -50%).
Un po’ poco per un’amministrazione che solo ad aprile dell’anno scorso si impegnava a raggiungere net zero entro il 2050.
👉🇷🇺 🇮🇷🇹🇷 Oggi Putin è a Teheran per incontrare i presidenti iraniano e turco e trovare un’intesa sul grano ucraino bloccato nel Mar Nero. Per la Russia è anche un’occasione per rinsaldare le alleanze mediorientali. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/putin-iran-incontro-con-raisi-ed-erdogan-35821
🇺🇸 L’ago della bilancia
Più energia e meno clima. Approvato dalla Camera lo scorso novembre, è ormai un anno che il Senato americano silura quella che doveva essere il cavallo di battaglia di Biden, il Build Back Better. Con l’ennesimo voto su un pacchetto fortemente ridimensionato di misure, oggi potrebbe farlo di nuovo.
E così, dopo che il “solito” senatore dem centrista ribelle, Joe Manchin, ha escluso per l’ennesima volta il suo sostegno a misure volte a combattere il cambiamento climatico, non resta che tentare con una versione drasticamente ridotta.
E la battaglia è solo all’inizio.
🗳 Aria di elezioni
Il valore delle proposte di legge in discussione oggi è di 52 miliardi di dollari. Noccioline rispetto ai 1.300 miliardi del piano originale, ma utili per i democratici alla ricerca di una vittoria quantomeno simbolica – anche se molto al ribasso.
D’altronde per Biden la strada per tenere la barra dritta sulla presidenza si fa sempre più in salita. Con il suo consenso in picchiata (38%), i sondaggi attuali prevedono che il Partito democratico perderà il controllo della Camera dei rappresentanti, in cui sinora disponeva di una risicata maggioranza (50,6%), e che anche in Senato i repubblicani potrebbero rompere a loro favore l’attuale parità.
Sarebbe il primo Congresso diviso dagli ultimi due anni di Obama (2015-2016). Anni in cui, ironia della sorte, proprio Biden era presidente del Senato.
🏭 Parole, parole, parole
Insomma, mentre Europa e USA attraversano una delle peggiori ondate di calore di sempre, evaporano le speranze che il Congresso americano approvi legislazioni più stringenti sul clima.
Malgrado i piccoli passi avanti contenuti nella legge sulle infrastrutture e i nuovi standard sull’efficienza dei motori a combustione interna, a norme attuali gli Stati Uniti arriveranno al 2030 con una riduzione delle emissioni pari al 24-35% rispetto ai livelli del 2005. Ben lontani dagli impegni di Parigi (almeno -50%).
Un po’ poco per un’amministrazione che solo ad aprile dell’anno scorso si impegnava a raggiungere net zero entro il 2050.
👉🇷🇺 🇮🇷🇹🇷 Oggi Putin è a Teheran per incontrare i presidenti iraniano e turco e trovare un’intesa sul grano ucraino bloccato nel Mar Nero. Per la Russia è anche un’occasione per rinsaldare le alleanze mediorientali. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/putin-iran-incontro-con-raisi-ed-erdogan-35821