🌏 RUSSIA: DEFAULT A OROLOGERIA
⏳ Periodo di grazia
Prima il 4 aprile, poi il 29, poi metà maggio. Finalmente, dopo mesi di annunci, è arrivata l’ufficializzazione: da mezzanotte, la Russia è in default sul proprio debito estero per non aver pagato 100 milioni di interessi in scadenza il 27 maggio. È la prima volta dal 1918, quando i bolscevichi si rifiutarono di onorare i debiti dell’epoca zarista.
Un fallimento che era nell'aria. Soprattutto da maggio, quando il Tesoro degli Stati Uniti aveva bloccato anche l’ultimo canale a disposizione del Cremlino per onorare il debito in valuta estera (il suo conto presso JPMorgan) condannando de facto Mosca al default.
Il simbolo di un’economia sempre più alle corde?
💸 Farsa o tragedia
Anton Siluanov, ministro delle finanze russo, sostiene di no. In effetti Mosca continua a ricevere circa 500 milioni di dollari al giorno dalla vendita di petrolio e gas: più che sufficienti a pagare gli interessi scaduti, non fosse per le sanzioni occidentali. E proprio queste entrate permettono alla Russia sia di non dover emettere ulteriore debito sui mercati esteri (rendendo di fatto irrilevante il default), sia di rafforzare il rublo, che sul dollaro ha raggiunto i massimi dal 2015.
Tutto bene, dunque? No. Il default renderà più difficile ottenere credito all’estero in futuro. Il valore del rublo è altrettanto irrilevante, dal momento che le importazioni russe sono crollate. E l’economia russa continua ad andare a picco, con un’inflazione galoppante (+17% nel 2022) e una recessione attesa dell’8%, la peggiore da decenni.
📉 Fallimento globale
Da questa recessione c’è chi – come il capo di Sberbank, la più grande banca russa – prevede che la Russia ne uscirà solo in dieci anni. Ma è tutto il mondo oggi a rischiare di restare impigliato nelle secche degli alti prezzi di energia e materie prime, causati proprio dall’invasione russa e, adesso, peggiorati dalle sanzioni occidentali.
Certo, c’è chi ci guadagna, come Cina e India che possono comprare il petrolio a sconto sui mercati internazionali. Ma c’è anche chi ci perde: il prezzo del gas in Europa è ai massimi da marzo e sette volte più alto che in tempi normali. Mentre a porre un freno alla cavalcata dei prezzi ci pensa, al massimo, l’aumentato rischio di una recessione negli Stati Uniti e in Europa.
Che la Russia sia ormai diventata too big to fail?
👉 I leader del G7 riuniti in Baviera sono al lavoro per introdurre nuove sanzioni alla Russia: tra le proposte l’embargo all’oro russo e un tetto al prezzo del petrolio. “Se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono”, ha detto il premier Draghi. Ne parliamo nel nostro Speciale Ucraina di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-g7-tutti-uno-35570
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Siria senza tregua”, il quarto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Scopri di più: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-siria-senza-tregua
⏳ Periodo di grazia
Prima il 4 aprile, poi il 29, poi metà maggio. Finalmente, dopo mesi di annunci, è arrivata l’ufficializzazione: da mezzanotte, la Russia è in default sul proprio debito estero per non aver pagato 100 milioni di interessi in scadenza il 27 maggio. È la prima volta dal 1918, quando i bolscevichi si rifiutarono di onorare i debiti dell’epoca zarista.
Un fallimento che era nell'aria. Soprattutto da maggio, quando il Tesoro degli Stati Uniti aveva bloccato anche l’ultimo canale a disposizione del Cremlino per onorare il debito in valuta estera (il suo conto presso JPMorgan) condannando de facto Mosca al default.
Il simbolo di un’economia sempre più alle corde?
💸 Farsa o tragedia
Anton Siluanov, ministro delle finanze russo, sostiene di no. In effetti Mosca continua a ricevere circa 500 milioni di dollari al giorno dalla vendita di petrolio e gas: più che sufficienti a pagare gli interessi scaduti, non fosse per le sanzioni occidentali. E proprio queste entrate permettono alla Russia sia di non dover emettere ulteriore debito sui mercati esteri (rendendo di fatto irrilevante il default), sia di rafforzare il rublo, che sul dollaro ha raggiunto i massimi dal 2015.
Tutto bene, dunque? No. Il default renderà più difficile ottenere credito all’estero in futuro. Il valore del rublo è altrettanto irrilevante, dal momento che le importazioni russe sono crollate. E l’economia russa continua ad andare a picco, con un’inflazione galoppante (+17% nel 2022) e una recessione attesa dell’8%, la peggiore da decenni.
📉 Fallimento globale
Da questa recessione c’è chi – come il capo di Sberbank, la più grande banca russa – prevede che la Russia ne uscirà solo in dieci anni. Ma è tutto il mondo oggi a rischiare di restare impigliato nelle secche degli alti prezzi di energia e materie prime, causati proprio dall’invasione russa e, adesso, peggiorati dalle sanzioni occidentali.
Certo, c’è chi ci guadagna, come Cina e India che possono comprare il petrolio a sconto sui mercati internazionali. Ma c’è anche chi ci perde: il prezzo del gas in Europa è ai massimi da marzo e sette volte più alto che in tempi normali. Mentre a porre un freno alla cavalcata dei prezzi ci pensa, al massimo, l’aumentato rischio di una recessione negli Stati Uniti e in Europa.
Che la Russia sia ormai diventata too big to fail?
👉 I leader del G7 riuniti in Baviera sono al lavoro per introdurre nuove sanzioni alla Russia: tra le proposte l’embargo all’oro russo e un tetto al prezzo del petrolio. “Se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono”, ha detto il premier Draghi. Ne parliamo nel nostro Speciale Ucraina di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-g7-tutti-uno-35570
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Siria senza tregua”, il quarto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Scopri di più: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-siria-senza-tregua
🌍 VERTICE NATO: L’ALLEANZA MOSTRA IL FIANCO (SUD)?
🧭 Non si vive di sola Ucraina
Tutto pronto per il vertice NATO di Madrid. Da domani, i paesi membri saranno chiamati a discutere e approvare il "Concetto strategico" dell'Alleanza per il prossimo decennio. Le cui priorità sono già state anticipate: rafforzamento militare del fianco est, sostegno a Kiev e identificazione di Russia (e forse Cina) come minacce principali.
Il governo spagnolo, padrone di casa, vorrebbe di più. Spinge per fare includere nella nuova strategia della NATO una migliore sorveglianza delle minacce ibride, come la migrazione irregolare, che è argomento divisivo in seno all’Alleanza. E vorrebbe fosse inserito un riferimento al suo fianco meridionale come regione da monitorare e per cui stanziare risorse. Che per ora andranno ai paesi più vicini alla minaccia russa. Insomma, Sanchez difficilmente verrà accontentato. Nonostante gli avvenimenti di Melilla.
🇪🇸 Sa(ha)rà quel che Sa(ha)rà
Venerdì 2.000 migranti hanno provato ad entrare a Melilla, enclave spagnola nel Marocco. 23 le vittime in seguito agli scontri con la polizia marocchina. Dal governo Sanchez però nessuna parola di condanna. Non sorprende: da mesi la Spagna tiene posizioni accomodanti nei confronti del Marocco. Persino allineandosi alla sua posizione sul conteso Sahara occidentale, che Rabat rivendica, ma dove il movimento indipendentista del Fronte Polisario chiede la creazione di uno Stato autonomo.
Il tutto per evitare una strumentalizzazione dei flussi migratori da parte del Marocco. Come nel 2020 quando, in risposta alla decisione di Madrid di curare il leader del Polisario malato di Covid, Rabat allentò i controlli al confine. E gli arrivi di migranti marocchini in Spagna aumentarono di 7 volte.
🧳 Esternalizzazione dei confini
Con l’avvicinamento diplomatico al Marocco, da un mese all’altro si è verificato un calo dell’85% degli arrivi in Spagna dall’Africa occidentale. Sanchez punta a replicare questo modello con altri partner africani (9 quelli visitati dall’anno scorso). Anche perché la crisi alimentare rischia di affollare le rotte migratorie verso l’Europa: 150mila gli arrivi previsti per quest’anno, +22% rispetto al 2021.
Siamo lontani dal milione di arrivi del 2015. Ma all’aumento di quest’anno si sommano i 5 milioni di rifugiati ucraini giunti nel Vecchio continente. E la cooperazione europea sugli arrivi via mare ancora latita: nell’ultima bozza del Patto per la migrazione si punta a meccanismi di ricollocamento di soli 10mila arrivi.
L’attenzione nel prossimo decennio di NATO e Ue al fianco sud è destinata ad aumentare?
🔍 Leggi il nostro nuovo dossier di approfondimento sul vertice di Madrid e tutte le sfide dell’Alleanza Atlantica ai tempi della guerra in Ucraina: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-summit-future-global-security-critical-juncture-35577
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Afghanistan senza pace”, il quinto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-afghanistan-senza-speranza
🧭 Non si vive di sola Ucraina
Tutto pronto per il vertice NATO di Madrid. Da domani, i paesi membri saranno chiamati a discutere e approvare il "Concetto strategico" dell'Alleanza per il prossimo decennio. Le cui priorità sono già state anticipate: rafforzamento militare del fianco est, sostegno a Kiev e identificazione di Russia (e forse Cina) come minacce principali.
Il governo spagnolo, padrone di casa, vorrebbe di più. Spinge per fare includere nella nuova strategia della NATO una migliore sorveglianza delle minacce ibride, come la migrazione irregolare, che è argomento divisivo in seno all’Alleanza. E vorrebbe fosse inserito un riferimento al suo fianco meridionale come regione da monitorare e per cui stanziare risorse. Che per ora andranno ai paesi più vicini alla minaccia russa. Insomma, Sanchez difficilmente verrà accontentato. Nonostante gli avvenimenti di Melilla.
🇪🇸 Sa(ha)rà quel che Sa(ha)rà
Venerdì 2.000 migranti hanno provato ad entrare a Melilla, enclave spagnola nel Marocco. 23 le vittime in seguito agli scontri con la polizia marocchina. Dal governo Sanchez però nessuna parola di condanna. Non sorprende: da mesi la Spagna tiene posizioni accomodanti nei confronti del Marocco. Persino allineandosi alla sua posizione sul conteso Sahara occidentale, che Rabat rivendica, ma dove il movimento indipendentista del Fronte Polisario chiede la creazione di uno Stato autonomo.
Il tutto per evitare una strumentalizzazione dei flussi migratori da parte del Marocco. Come nel 2020 quando, in risposta alla decisione di Madrid di curare il leader del Polisario malato di Covid, Rabat allentò i controlli al confine. E gli arrivi di migranti marocchini in Spagna aumentarono di 7 volte.
🧳 Esternalizzazione dei confini
Con l’avvicinamento diplomatico al Marocco, da un mese all’altro si è verificato un calo dell’85% degli arrivi in Spagna dall’Africa occidentale. Sanchez punta a replicare questo modello con altri partner africani (9 quelli visitati dall’anno scorso). Anche perché la crisi alimentare rischia di affollare le rotte migratorie verso l’Europa: 150mila gli arrivi previsti per quest’anno, +22% rispetto al 2021.
Siamo lontani dal milione di arrivi del 2015. Ma all’aumento di quest’anno si sommano i 5 milioni di rifugiati ucraini giunti nel Vecchio continente. E la cooperazione europea sugli arrivi via mare ancora latita: nell’ultima bozza del Patto per la migrazione si punta a meccanismi di ricollocamento di soli 10mila arrivi.
L’attenzione nel prossimo decennio di NATO e Ue al fianco sud è destinata ad aumentare?
🔍 Leggi il nostro nuovo dossier di approfondimento sul vertice di Madrid e tutte le sfide dell’Alleanza Atlantica ai tempi della guerra in Ucraina: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-summit-future-global-security-critical-juncture-35577
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Afghanistan senza pace”, il quinto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-afghanistan-senza-speranza
🌍 UE: CLIMA D’INTESA
🚗 Ultimo minuto
Stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035: è quanto annunciato in extremis ieri notte, dopo ben 16 ore di negoziati, dal consiglio dei ministri Ue dell’ambiente. È una delle pietre miliari di 'Fit for 55', il piano Ue per frenare le emissioni di gas serra. E infatti tra i temi trattati c’è anche quello della riforma del mercato delle emissioni europeo.
L'accordo di ieri tra i 27 stati membri fa seguito a quello raggiunto con il Parlamento europeo a fine aprile. Una buona notizia per il clima, sembrerebbe. Ma ancora una volta non mancano ripensamenti e passi indietro.
🏭 Carico da novanta
Sì, perché conciliare gli interessi di 27 stati membri non è facile, men che meno con i prezzi dell’energia alle stelle. E così l’Italia è (al momento) riuscita a strappare una proroga di 5 anni, fino al 2040, per i produttori di autoveicoli con motore a combustione cosiddetti “di nicchia”, quelli che producono meno di 10.000 veicoli. Ferrari e Lamborghini, per esempio.
Anche prima dell’invasione russa dell’Ucraina, inoltre, la transizione prometteva di creare molti grattacapi. Da inizio 2021 il prezzo dei permessi sulle emissioni di gas serra ha cominciato a crescere, fino a raggiungere quota 90 euro a tonnellata, il quadruplo rispetto al 2020. E se è vero che proprio un prezzo simile era invocato da più parti quando questo languiva sotto i 10 euro, oggi i grandi emettitori europei sono sul piede di guerra. E, con loro, alcuni Stati membri come la Polonia.
🔋Guerre ibride
Una cosa sembra essere ormai chiara: il futuro dell’auto è elettrico. Assieme all'Europa, anche gli Usa hanno promesso che entro il 2030 almeno il 30% del loro mercato automobilistico sia composto da auto elettriche. Ma al momento il 76% della produzione di batterie al litio avviene in Cina, negli Usa solo l’8%.
Sarà anche per questo che la Cina sembra voler fare sempre più scorte di carbonato di litio, componente fondamentale delle batterie. E sarà anche per questo che, a seguito di scorte e annunci, il prezzo del litio è quintuplicato in un anno.
Le guerre commerciali del futuro assomigliano pericolosamente a quelle del passato.
👉 Al vertice NATO di Madrid la Turchia toglie il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia. In cambio ottiene la fine del sostegno agli indipendentisti curdi e dell’embargo nel campo della difesa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vertice-nato-il-baratto-35596
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Iran senza accordo”, il sesto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-iran-senza-accordo
🚗 Ultimo minuto
Stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035: è quanto annunciato in extremis ieri notte, dopo ben 16 ore di negoziati, dal consiglio dei ministri Ue dell’ambiente. È una delle pietre miliari di 'Fit for 55', il piano Ue per frenare le emissioni di gas serra. E infatti tra i temi trattati c’è anche quello della riforma del mercato delle emissioni europeo.
L'accordo di ieri tra i 27 stati membri fa seguito a quello raggiunto con il Parlamento europeo a fine aprile. Una buona notizia per il clima, sembrerebbe. Ma ancora una volta non mancano ripensamenti e passi indietro.
🏭 Carico da novanta
Sì, perché conciliare gli interessi di 27 stati membri non è facile, men che meno con i prezzi dell’energia alle stelle. E così l’Italia è (al momento) riuscita a strappare una proroga di 5 anni, fino al 2040, per i produttori di autoveicoli con motore a combustione cosiddetti “di nicchia”, quelli che producono meno di 10.000 veicoli. Ferrari e Lamborghini, per esempio.
Anche prima dell’invasione russa dell’Ucraina, inoltre, la transizione prometteva di creare molti grattacapi. Da inizio 2021 il prezzo dei permessi sulle emissioni di gas serra ha cominciato a crescere, fino a raggiungere quota 90 euro a tonnellata, il quadruplo rispetto al 2020. E se è vero che proprio un prezzo simile era invocato da più parti quando questo languiva sotto i 10 euro, oggi i grandi emettitori europei sono sul piede di guerra. E, con loro, alcuni Stati membri come la Polonia.
🔋Guerre ibride
Una cosa sembra essere ormai chiara: il futuro dell’auto è elettrico. Assieme all'Europa, anche gli Usa hanno promesso che entro il 2030 almeno il 30% del loro mercato automobilistico sia composto da auto elettriche. Ma al momento il 76% della produzione di batterie al litio avviene in Cina, negli Usa solo l’8%.
Sarà anche per questo che la Cina sembra voler fare sempre più scorte di carbonato di litio, componente fondamentale delle batterie. E sarà anche per questo che, a seguito di scorte e annunci, il prezzo del litio è quintuplicato in un anno.
Le guerre commerciali del futuro assomigliano pericolosamente a quelle del passato.
👉 Al vertice NATO di Madrid la Turchia toglie il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia. In cambio ottiene la fine del sostegno agli indipendentisti curdi e dell’embargo nel campo della difesa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vertice-nato-il-baratto-35596
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Iran senza accordo”, il sesto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-iran-senza-accordo
🌏 CINA: SUPPORTO A MOSCA A INTERMITTENZA
🥊 Colpirne cinque per educarne cento
La blacklist americana si allunga. È di ieri l’aggiunta di cinque aziende cinesi di elettronica a cui sarà impedito di comprare tecnologia americana. Non passa ormai mese senza che il Dipartimento del Commercio USA prenda provvedimenti simili. Ma c’è una novità: per la prima volta, le nuove aggiunte sono motivate dall’accusa di aver fornito supporto (probabilmente semiconduttori o altri materiali critici) all’industria militare russa.
Una violazione delle sanzioni statunitensi che, stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, non equivale ad una accusa diretta contro il governo cinese. Ma è un promemoria a Pechino (origine del 57% delle importazioni russe di semiconduttori) che il supporto a Mosca si paga con la rinuncia alla tecnologia americana. Minaccia particolarmente efficace, a giudicare dai dati sull’export cinese.
📉 Roccia granitica o calcarea?
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, solo l’Unione Europea ha contribuito più della Cina al declino delle importazioni russe. Le esportazioni cinesi verso Mosca sono infatti diminuite del 38% rispetto alla seconda metà del 2021. Un calo non imputabile ai ripetuti lockdown nel Paese: a confronto, nello stesso periodo, l’export totale cinese si è ridotto dell’8%.
Nonostante le promesse di un’alleanza sino-russa solida come una roccia, Pechino non si discosta quindi dalla riduzione media (40%) dell’export verso la Russia degli altri Paesi che non hanno aderito alle sanzioni occidentali. E tra le più di 1000 aziende che hanno ridotto le loro operazioni in Russia compaiono anche colossi cinesi come Lenovo e Xiaomi.
🛢 L’import-anza dell’energia
Le esportazioni testimoniano una Cina cauta nel supportare Mosca. Ma il quadro cambia totalmente considerando le importazioni cinesi dalla Russia. Che a maggio, rispetto a un anno fa, sono aumentate dell’80%. Non sorprende: più dell’80% di queste sono costituite da fonti energetiche che Putin sta vendendo a Pechino a prezzo di saldo.
Complici i 33 dollari in meno al barile rispetto al prezzo di riferimento del petrolio Brent, quest’anno le importazioni cinesi di greggio dalla Russia sono aumentate del 55%. Stesso incremento anche per il gas naturale liquefatto russo, scontato per Pechino del 10% rispetto alle normali spedizioni in Asia.
Nonostante tutto, la Cina rimane un mercato supplementare e non sostitutivo di quello europeo, che importava, prima della guerra, cinque volte più gas di quanto faccia ora Pechino.
Insomma, fra i due litiganti il terzo gode.
👉 Il vertice NATO di Madrid, conclusosi oggi, segna uno spartiacque per la sicurezza globale e sancisce la nascita di una nuova Alleanza atlantica, allargata e con nuove priorità strategiche. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/una-nato-20-35604
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Libia senza voto”, il settimo e ultimo dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-libia-senza-voto
🥊 Colpirne cinque per educarne cento
La blacklist americana si allunga. È di ieri l’aggiunta di cinque aziende cinesi di elettronica a cui sarà impedito di comprare tecnologia americana. Non passa ormai mese senza che il Dipartimento del Commercio USA prenda provvedimenti simili. Ma c’è una novità: per la prima volta, le nuove aggiunte sono motivate dall’accusa di aver fornito supporto (probabilmente semiconduttori o altri materiali critici) all’industria militare russa.
Una violazione delle sanzioni statunitensi che, stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, non equivale ad una accusa diretta contro il governo cinese. Ma è un promemoria a Pechino (origine del 57% delle importazioni russe di semiconduttori) che il supporto a Mosca si paga con la rinuncia alla tecnologia americana. Minaccia particolarmente efficace, a giudicare dai dati sull’export cinese.
📉 Roccia granitica o calcarea?
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, solo l’Unione Europea ha contribuito più della Cina al declino delle importazioni russe. Le esportazioni cinesi verso Mosca sono infatti diminuite del 38% rispetto alla seconda metà del 2021. Un calo non imputabile ai ripetuti lockdown nel Paese: a confronto, nello stesso periodo, l’export totale cinese si è ridotto dell’8%.
Nonostante le promesse di un’alleanza sino-russa solida come una roccia, Pechino non si discosta quindi dalla riduzione media (40%) dell’export verso la Russia degli altri Paesi che non hanno aderito alle sanzioni occidentali. E tra le più di 1000 aziende che hanno ridotto le loro operazioni in Russia compaiono anche colossi cinesi come Lenovo e Xiaomi.
🛢 L’import-anza dell’energia
Le esportazioni testimoniano una Cina cauta nel supportare Mosca. Ma il quadro cambia totalmente considerando le importazioni cinesi dalla Russia. Che a maggio, rispetto a un anno fa, sono aumentate dell’80%. Non sorprende: più dell’80% di queste sono costituite da fonti energetiche che Putin sta vendendo a Pechino a prezzo di saldo.
Complici i 33 dollari in meno al barile rispetto al prezzo di riferimento del petrolio Brent, quest’anno le importazioni cinesi di greggio dalla Russia sono aumentate del 55%. Stesso incremento anche per il gas naturale liquefatto russo, scontato per Pechino del 10% rispetto alle normali spedizioni in Asia.
Nonostante tutto, la Cina rimane un mercato supplementare e non sostitutivo di quello europeo, che importava, prima della guerra, cinque volte più gas di quanto faccia ora Pechino.
Insomma, fra i due litiganti il terzo gode.
👉 Il vertice NATO di Madrid, conclusosi oggi, segna uno spartiacque per la sicurezza globale e sancisce la nascita di una nuova Alleanza atlantica, allargata e con nuove priorità strategiche. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/una-nato-20-35604
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Libia senza voto”, il settimo e ultimo dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-libia-senza-voto
🌎 STATI UNITI: CLIMA TESO
🏛 USA e getta
L’Agenzia per la protezione dell'ambiente (EPA) americana non ha più l’autorità per imporre standard di emissioni vincolanti per tutte le centrali elettriche degli Stati Uniti. Lo ha deciso ieri la Corte Suprema, in una delle molte sentenze “storiche” degli ultimi mesi.
L’EPA potrà ancora regolare alcune delle attività delle centrali, ma in modo molto più limitato di prima.
Una vittoria per l’industria fossile, e una sconfitta per l'amministrazione Biden, che puntava sulla capacità regolatoria dell’EPA per implementare le proprie politiche di transizione energetica e lotta contro il cambiamento climatico. Una decisione che racconta di un Paese spaccato sul ruolo politico della Corte suprema statunitense e quanto la strada, per Biden e i suoi obiettivi di governo, si faccia sempre più difficile.
🏭 Passo di gambero
Gli Stati Uniti sono il secondo maggior produttore al mondo di gas serra, alle spalle della Cina. Certo, le emissioni statunitensi sono calate del 5% dal 1990, ma sempre molto meno di quanto sia riuscita a fare l’Unione europea (-27%). E il 25% circa di tutte le emissioni di gas serra americane provengono dalla produzione di elettricità, che adesso non potrà più essere facilmente regolata dall’EPA.
Così, un’altra promessa molto ambiziosa di Biden, che avrebbe voluto dimezzare le emissioni USA entro il 2030, potrebbe restare lettera morta. Le policy attualmente in vigore non gli permetteranno infatti di raggiungere un tale obiettivo. Anche perché gli alti prezzi dell’energia negli ultimi mesi hanno già costretto la Casa Bianca a fare importanti concessioni all’industria fossile. A casa propria, con Biden che ha chiesto ai petrolieri americani di produrre il più possibile. E all’estero, con il Presidente – che in campagna elettorale aveva promesso di trattare il principe ereditario saudita come un “paria” – pronto a volare entro fine mese in Arabia Saudita per parlare di petrolio.
🃏 Carte truccate?
Quella di ieri è l’ennesima prova che la Corte suprema, in mano a giudici repubblicani conservatori (con una netta maggioranza di 6 contro 3, di cui 3 giudici nominati da Trump), ha intenzione di proseguire sulla strada delle sentenze “politiche”. E storiche. La decisione della Corte suprema crea infatti un precedente sulla cosiddetta “dottrina delle domande importanti”, stabilendo che le agenzie federali non possono estendere troppo le loro competenze senza una apposita legge del Congresso.
Così, per Biden, a poco più di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato le cose si fanno sempre più difficili. La nuova America di Biden rischia di trasformarsi di nuovo in quella di Trump.
🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del continente che in questo momento non è sotto i riflettori: l'Africa, con la sua crisi alimentare. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-che-parte-sta-lindia-tra-russia-e-occidente-35541
👉 Oggi, Xi Jinping ha visitato Hong Kong per i 25 anni dalla restituzione della ex colonia britannica alla Cina. Una celebrazione che ha avuto il sapore del fallimento del modello “un Paese due sistemi”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/hong-kong-25-anni-di-cina-35619
🏛 USA e getta
L’Agenzia per la protezione dell'ambiente (EPA) americana non ha più l’autorità per imporre standard di emissioni vincolanti per tutte le centrali elettriche degli Stati Uniti. Lo ha deciso ieri la Corte Suprema, in una delle molte sentenze “storiche” degli ultimi mesi.
L’EPA potrà ancora regolare alcune delle attività delle centrali, ma in modo molto più limitato di prima.
Una vittoria per l’industria fossile, e una sconfitta per l'amministrazione Biden, che puntava sulla capacità regolatoria dell’EPA per implementare le proprie politiche di transizione energetica e lotta contro il cambiamento climatico. Una decisione che racconta di un Paese spaccato sul ruolo politico della Corte suprema statunitense e quanto la strada, per Biden e i suoi obiettivi di governo, si faccia sempre più difficile.
🏭 Passo di gambero
Gli Stati Uniti sono il secondo maggior produttore al mondo di gas serra, alle spalle della Cina. Certo, le emissioni statunitensi sono calate del 5% dal 1990, ma sempre molto meno di quanto sia riuscita a fare l’Unione europea (-27%). E il 25% circa di tutte le emissioni di gas serra americane provengono dalla produzione di elettricità, che adesso non potrà più essere facilmente regolata dall’EPA.
Così, un’altra promessa molto ambiziosa di Biden, che avrebbe voluto dimezzare le emissioni USA entro il 2030, potrebbe restare lettera morta. Le policy attualmente in vigore non gli permetteranno infatti di raggiungere un tale obiettivo. Anche perché gli alti prezzi dell’energia negli ultimi mesi hanno già costretto la Casa Bianca a fare importanti concessioni all’industria fossile. A casa propria, con Biden che ha chiesto ai petrolieri americani di produrre il più possibile. E all’estero, con il Presidente – che in campagna elettorale aveva promesso di trattare il principe ereditario saudita come un “paria” – pronto a volare entro fine mese in Arabia Saudita per parlare di petrolio.
🃏 Carte truccate?
Quella di ieri è l’ennesima prova che la Corte suprema, in mano a giudici repubblicani conservatori (con una netta maggioranza di 6 contro 3, di cui 3 giudici nominati da Trump), ha intenzione di proseguire sulla strada delle sentenze “politiche”. E storiche. La decisione della Corte suprema crea infatti un precedente sulla cosiddetta “dottrina delle domande importanti”, stabilendo che le agenzie federali non possono estendere troppo le loro competenze senza una apposita legge del Congresso.
Così, per Biden, a poco più di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato le cose si fanno sempre più difficili. La nuova America di Biden rischia di trasformarsi di nuovo in quella di Trump.
🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del continente che in questo momento non è sotto i riflettori: l'Africa, con la sua crisi alimentare. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-che-parte-sta-lindia-tra-russia-e-occidente-35541
👉 Oggi, Xi Jinping ha visitato Hong Kong per i 25 anni dalla restituzione della ex colonia britannica alla Cina. Una celebrazione che ha avuto il sapore del fallimento del modello “un Paese due sistemi”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/hong-kong-25-anni-di-cina-35619
🌍 INFLAZIONE: NIENTE PASTI GRATIS
🇹🇷 Cose turche
+78%. Questo il tasso di inflazione di giugno in Turchia, il quarto più alto al mondo dopo Venezuela, Sudan e Zimbabwe. La crescita dei prezzi nel Paese è ormai ininterrotta da più di un anno, alimentata da una lira che, essendo la peggiore valuta nei mercati emergenti quest’anno (-48% del suo valore rispetto al dollaro), rende più costosi i beni importati.
Nonostante questi numeri, contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, la Banca Centrale turca continua a mantenere bassi i tassi di interesse. Ed Erdogan ha annunciato nuovi aumenti salariali. Non proprio la ricetta migliore in tempi di iperinflazione. Ma anche politiche monetarie e fiscali meno anticonvenzionali di quelle turche non stanno dando risultati particolarmente brillanti.
⛩ Tokyo Drift
Anche la banca centrale giapponese ha rinnovato il suo impegno a mantenere i rendimenti obbligazionari a zero. Un obiettivo da conseguire (letteralmente) a tutti i costi. Tanto da essere costretta ad acquistare titoli di Stato a un ritmo mensile di 20 miliardi di yen: il doppio rispetto al precedente picco di acquisti nel 2016.
D'altronde l’inflazione in Giappone si è attestata al 2,5% a maggio: non lontana dal target del 2% fissato dalla banca centrale. Ma la politica monetaria ultra-espansiva aggrava il differenziale tra i tassi d'interesse giapponesi e quelli del resto delle economie avanzate. Di fronte al quale gli investitori stanno scaricando lo yen, portandolo ai minimi dell’ultimo quarto di secolo.
📈 Annus horribilis?
Non se la passano meglio Europa e Usa, dove i tassi aumentano e aumenteranno. Ma l’inflazione sale più delle attese. Come dimostra l’ennesima previsione sottostimata del tasso di inflazione dell’eurozona (8,4% previsto per giugno vs 8,6% effettivo).
La cura (politica monetaria restrittiva) contro questa ondata inflazionaria non così transitoria potrebbe però essere più pericolosa della malattia: una recessione sincronizzata in più Paesi. Le cui prime avvisaglie si intravedono nel diffuso peggioramento della fiducia di consumatori e imprese. Proprio quando i livelli di debito in tutto il mondo sono a livelli record: 350% del PIL globale.
Insomma, il rischio è quello di trovarsi a fronteggiare un mix tra la stagflazione degli anni 70’ e la crisi del debito del 2008. Il sistema finanziario saprà farsi trovare preparato?
🇱🇾👉 In Libia da est a ovest i cittadini stanno scendendo in piazza contro il carovita, i blackout elettrici e per chiedere elezioni che rinnovino una classe dirigente corrotta e incapace. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-buio-sulla-libia-35627
🇹🇷 Cose turche
+78%. Questo il tasso di inflazione di giugno in Turchia, il quarto più alto al mondo dopo Venezuela, Sudan e Zimbabwe. La crescita dei prezzi nel Paese è ormai ininterrotta da più di un anno, alimentata da una lira che, essendo la peggiore valuta nei mercati emergenti quest’anno (-48% del suo valore rispetto al dollaro), rende più costosi i beni importati.
Nonostante questi numeri, contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, la Banca Centrale turca continua a mantenere bassi i tassi di interesse. Ed Erdogan ha annunciato nuovi aumenti salariali. Non proprio la ricetta migliore in tempi di iperinflazione. Ma anche politiche monetarie e fiscali meno anticonvenzionali di quelle turche non stanno dando risultati particolarmente brillanti.
⛩ Tokyo Drift
Anche la banca centrale giapponese ha rinnovato il suo impegno a mantenere i rendimenti obbligazionari a zero. Un obiettivo da conseguire (letteralmente) a tutti i costi. Tanto da essere costretta ad acquistare titoli di Stato a un ritmo mensile di 20 miliardi di yen: il doppio rispetto al precedente picco di acquisti nel 2016.
D'altronde l’inflazione in Giappone si è attestata al 2,5% a maggio: non lontana dal target del 2% fissato dalla banca centrale. Ma la politica monetaria ultra-espansiva aggrava il differenziale tra i tassi d'interesse giapponesi e quelli del resto delle economie avanzate. Di fronte al quale gli investitori stanno scaricando lo yen, portandolo ai minimi dell’ultimo quarto di secolo.
📈 Annus horribilis?
Non se la passano meglio Europa e Usa, dove i tassi aumentano e aumenteranno. Ma l’inflazione sale più delle attese. Come dimostra l’ennesima previsione sottostimata del tasso di inflazione dell’eurozona (8,4% previsto per giugno vs 8,6% effettivo).
La cura (politica monetaria restrittiva) contro questa ondata inflazionaria non così transitoria potrebbe però essere più pericolosa della malattia: una recessione sincronizzata in più Paesi. Le cui prime avvisaglie si intravedono nel diffuso peggioramento della fiducia di consumatori e imprese. Proprio quando i livelli di debito in tutto il mondo sono a livelli record: 350% del PIL globale.
Insomma, il rischio è quello di trovarsi a fronteggiare un mix tra la stagflazione degli anni 70’ e la crisi del debito del 2008. Il sistema finanziario saprà farsi trovare preparato?
🇱🇾👉 In Libia da est a ovest i cittadini stanno scendendo in piazza contro il carovita, i blackout elettrici e per chiedere elezioni che rinnovino una classe dirigente corrotta e incapace. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-buio-sulla-libia-35627
🌍 GERMANIA: SEMAFORO (AL) VERDE
⚖️ Achtung!
A maggio la Germania ha fatto segnare il primo deficit commerciale dal 1991, l’anno successivo alla riunificazione. È la simbolica fine di un’era, cominciata negli anni Duemila, con l’apertura di un surplus commerciale che aveva raggiunto i massimi nel 2014, in piena crisi dell’euro.
Berlino si trova così davanti a una sfida storica che, avverte il cancelliere tedesco Scholz, non finirà in pochi mesi. Perché gli intoppi nella catena globale di approvvigionamento sono destinati a durare. E perché a durare saranno anche gli alti prezzi di energia e materie prime, che le economie europee sono spesso costrette a importare dall’estero.
🇩🇪 Congiuntura (non) favorevole
E così anche la colonna portante dell’economia europea inizia a dare segnali di cedimento. A maggio, il saldo destagionalizzato tra importazioni ed esportazioni tedesche ha raggiunto la cifra di –1 miliardo di euro. Un deficit simbolico, certo. Ma esito di un trend cominciato ormai un anno e mezzo fa, quando la bilancia segnava ancora +200 miliardi.
E dire che, complice la guerra in Ucraina, il valore delle importazioni dalla Russia è calato di oltre il 30%. Non solo: proprio oggi l’euro fa segnare il suo minimo in 20 anni sul dollaro, ed è sempre più vicino alla parità. Un deprezzamento che, in teoria, dovrebbe sostenere le esportazioni tedesche ed europee. Ma che finisce col rendere ancora più costose le importazioni dei beni prezzati in dollari, come il petrolio.
E oggi la bilancia pende più da questa parte.
🛢 Nella gioia e nel dolore
Quello che succede in Germania è sintomo di un malessere più generalmente europeo. Malgrado si sia in estate, i prezzi spot del gas in Europa sono ai massimi da quattro mesi, oltre otto volte la media degli ultimi vent’anni. E potrebbero aumentare ulteriormente, mano a mano che si avvicina lo spettro della chiusura per manutenzione di Nord Stream (prevista l’11 luglio).
Oltre a spingere verso il basso la bilancia commerciale, i prezzi elevati dell’energia – o addirittura l’eventualità che in autunno si sia costretti a razionamenti – aumentano la probabilità di una recessione in Europa. Probabilità che cresce ulteriormente se si considera che la Bce si prepara alla prima stretta sui tassi dal 2011.
L’Europa saprà restare unita di fronte alla prima grande frenata post-pandemia?
⚖️ Achtung!
A maggio la Germania ha fatto segnare il primo deficit commerciale dal 1991, l’anno successivo alla riunificazione. È la simbolica fine di un’era, cominciata negli anni Duemila, con l’apertura di un surplus commerciale che aveva raggiunto i massimi nel 2014, in piena crisi dell’euro.
Berlino si trova così davanti a una sfida storica che, avverte il cancelliere tedesco Scholz, non finirà in pochi mesi. Perché gli intoppi nella catena globale di approvvigionamento sono destinati a durare. E perché a durare saranno anche gli alti prezzi di energia e materie prime, che le economie europee sono spesso costrette a importare dall’estero.
🇩🇪 Congiuntura (non) favorevole
E così anche la colonna portante dell’economia europea inizia a dare segnali di cedimento. A maggio, il saldo destagionalizzato tra importazioni ed esportazioni tedesche ha raggiunto la cifra di –1 miliardo di euro. Un deficit simbolico, certo. Ma esito di un trend cominciato ormai un anno e mezzo fa, quando la bilancia segnava ancora +200 miliardi.
E dire che, complice la guerra in Ucraina, il valore delle importazioni dalla Russia è calato di oltre il 30%. Non solo: proprio oggi l’euro fa segnare il suo minimo in 20 anni sul dollaro, ed è sempre più vicino alla parità. Un deprezzamento che, in teoria, dovrebbe sostenere le esportazioni tedesche ed europee. Ma che finisce col rendere ancora più costose le importazioni dei beni prezzati in dollari, come il petrolio.
E oggi la bilancia pende più da questa parte.
🛢 Nella gioia e nel dolore
Quello che succede in Germania è sintomo di un malessere più generalmente europeo. Malgrado si sia in estate, i prezzi spot del gas in Europa sono ai massimi da quattro mesi, oltre otto volte la media degli ultimi vent’anni. E potrebbero aumentare ulteriormente, mano a mano che si avvicina lo spettro della chiusura per manutenzione di Nord Stream (prevista l’11 luglio).
Oltre a spingere verso il basso la bilancia commerciale, i prezzi elevati dell’energia – o addirittura l’eventualità che in autunno si sia costretti a razionamenti – aumentano la probabilità di una recessione in Europa. Probabilità che cresce ulteriormente se si considera che la Bce si prepara alla prima stretta sui tassi dal 2011.
L’Europa saprà restare unita di fronte alla prima grande frenata post-pandemia?
🌍 CRISI GAS: L’EUROPA ALZA LE DIFESE
⛽️ A tutto gas
Non si ferma la corsa del gas. Il suo prezzo sulla borsa di Amsterdam è salito anche oggi (+3%), e ha ormai superato i 170 euro per megawattora. Siamo ai massimi degli ultimi quattro mesi e sembra lontanissimo anche solo giugno, quando il prezzo era di 80 euro. Non sono bastate le buone notizie arrivate dalla Norvegia: il governo ha posto fine allo sciopero dei lavoratori del settore energetico che minacciava di bloccare fino al 56% delle esportazioni di gas del Paese, indispensabili per riempire gli stoccaggi europei.
Il nodo della discordia? Rivendicazioni salariali per compensare l'aumento dell’inflazione. Di cui proprio la risalita dei prezzi del gas è il principale responsabile. Un circolo vizioso al momento interrotto. Ma le buone notizie si fermano qua.
📉 Too big to fail
Dall’11 luglio Nord Stream 1 verrà chiuso per dieci giorni, ufficialmente per manutenzione. Ma si teme che lo stop possa essere a tempo indeterminato, o come minimo più prolungato. Allo stesso tempo il terminale statunitense di Freeport, da dove parte gas liquefatto destinato all’Europa, rimane chiuso per l’incendio verificatosi a metà giugno. E non riprenderà le operazioni prima di inizio ottobre.
Inevitabile che alcuni Paesi corrano ai ripari: venerdì il Parlamento tedesco approverà una legge che consente allo Stato di intervenire per salvare le aziende energetiche in difficoltà. Tra cui Uniper, il maggiore importatore di gas russo in Germania. E in Francia lo Stato vorrebbe salire al 100% di EDF, l’azienda che gestisce il nucleare francese. Insomma, da più parti si cerca di evitare una “Lehman Brothers” dell’energia.
🌱 There is no plan(et) B?
Qualcosa si muove anche sul fronte comunitario. E non solo per il voto di oggi al Parlamento Europeo con cui si sancisce la classificazione di gas e nucleare tra gli investimenti green. La progressiva riduzione delle forniture di gas russo ha spinto la Commissione a impegnarsi a presentare già entro metà luglio (non più dopo l’estate) la proposta di un pacchetto di misure per “calmierare” i prezzi dell’energia.
Come? Introducendo una nuova indicizzazione dei prezzi del gas, sulla scia di quanto fatto da Spagna e Portogallo, ma con le dovute correzioni: il consumo di gas nella penisola iberica è alle stelle dall’introduzione di questo “tetto”. Allo studio di Bruxelles ci sarebbero inoltre un sistema di solidarietà energetica tra gli Stati membri e linee guida per il risparmio nei consumi domestici.
Basteranno?
🇬🇧👉Nel Regno Unito dimissioni a raffica dal governo, travolto dagli scandali. Ma Boris Johnson non cede: “vado avanti”, in molti però scommettono sulla sua fine. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/boris-johnson-al-capolinea-35664
⛽️ A tutto gas
Non si ferma la corsa del gas. Il suo prezzo sulla borsa di Amsterdam è salito anche oggi (+3%), e ha ormai superato i 170 euro per megawattora. Siamo ai massimi degli ultimi quattro mesi e sembra lontanissimo anche solo giugno, quando il prezzo era di 80 euro. Non sono bastate le buone notizie arrivate dalla Norvegia: il governo ha posto fine allo sciopero dei lavoratori del settore energetico che minacciava di bloccare fino al 56% delle esportazioni di gas del Paese, indispensabili per riempire gli stoccaggi europei.
Il nodo della discordia? Rivendicazioni salariali per compensare l'aumento dell’inflazione. Di cui proprio la risalita dei prezzi del gas è il principale responsabile. Un circolo vizioso al momento interrotto. Ma le buone notizie si fermano qua.
📉 Too big to fail
Dall’11 luglio Nord Stream 1 verrà chiuso per dieci giorni, ufficialmente per manutenzione. Ma si teme che lo stop possa essere a tempo indeterminato, o come minimo più prolungato. Allo stesso tempo il terminale statunitense di Freeport, da dove parte gas liquefatto destinato all’Europa, rimane chiuso per l’incendio verificatosi a metà giugno. E non riprenderà le operazioni prima di inizio ottobre.
Inevitabile che alcuni Paesi corrano ai ripari: venerdì il Parlamento tedesco approverà una legge che consente allo Stato di intervenire per salvare le aziende energetiche in difficoltà. Tra cui Uniper, il maggiore importatore di gas russo in Germania. E in Francia lo Stato vorrebbe salire al 100% di EDF, l’azienda che gestisce il nucleare francese. Insomma, da più parti si cerca di evitare una “Lehman Brothers” dell’energia.
🌱 There is no plan(et) B?
Qualcosa si muove anche sul fronte comunitario. E non solo per il voto di oggi al Parlamento Europeo con cui si sancisce la classificazione di gas e nucleare tra gli investimenti green. La progressiva riduzione delle forniture di gas russo ha spinto la Commissione a impegnarsi a presentare già entro metà luglio (non più dopo l’estate) la proposta di un pacchetto di misure per “calmierare” i prezzi dell’energia.
Come? Introducendo una nuova indicizzazione dei prezzi del gas, sulla scia di quanto fatto da Spagna e Portogallo, ma con le dovute correzioni: il consumo di gas nella penisola iberica è alle stelle dall’introduzione di questo “tetto”. Allo studio di Bruxelles ci sarebbero inoltre un sistema di solidarietà energetica tra gli Stati membri e linee guida per il risparmio nei consumi domestici.
Basteranno?
🇬🇧👉Nel Regno Unito dimissioni a raffica dal governo, travolto dagli scandali. Ma Boris Johnson non cede: “vado avanti”, in molti però scommettono sulla sua fine. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/boris-johnson-al-capolinea-35664
🌍 UK: FINE DI UN’ERA?
💂 Mr. Lonely
Boris Johnson si è dimesso da leader del Partito conservatore. E ha annunciato quelle da Primo ministro. Tra le pressioni per gli ultimi scandali (Partygate e Pinchergate) e la raffica di dimissioni dei membri del suo governo (oltre 50 nelle ultime 48 ore), alla fine il Primo ministro britannico ha dovuto cedere.
Le dimissioni di BoJo erano nell’aria: il 69% dei britannici chiedeva la sua testa, e la settimana prossima Johnson avrebbe potuto dover affrontare un possibile voto di sfiducia, in Parlamento.
Una caduta clamorosa per un leader che solo tre anni fa aveva conquistato il più grande trionfo elettorale dagli anni Ottanta.
🗳 Number 10
Si apre così ufficialmente la corsa a Downing Street. Il partito conservatore inizierà già da domani il processo per eleggere un nuovo leader. In base alle regole attuali, ogni candidato ha bisogno del sostegno di almeno otto deputati Tory. Selezionati i candidati, i deputati conservatori procederanno ad una serie di elezioni interne fino ad arrivare ai due finalisti, da sottoporre al voto di tutti i tesserati del Partito Conservatore.
Un processo che i Tories dovranno compiere nel minor tempo possibile. Nonostante la comoda maggioranza in parlamento (il 55% dei seggi è loro), i conservatori non possono permettersi il rischio di andare a elezioni. Perché le potrebbero perdere, vista la crescente popolarità del partito laburista, oggi dato al 40%, mentre i conservatori raggiungono il 33%.
🌪 Tempesta sul continente
Insomma, anche se i Tories avranno l’agenda piena, per ora la legislatura non sembra essere a rischio. Situazione molto diversa rispetto a quella di altri grandi paesi europei.
Macron ha perso la sua maggioranza al Parlamento francese solo poche settimane fa, vedendosi costretto a un primo rimpasto di governo lunedì mentre la sua Prima ministra, Élisabeth Borne, ha evitato di sottoporre a un voto di fiducia “suicida” i piani futuri della legislatura. Un’altra maggioranza che traballa è, ovviamente, in Italia, dove il governo Draghi deve fare i conti con frequenti tensioni tra gli alleati di governo.
Insomma, in un continente dove i maggiori paesi si reggono su ampie e instabili, o addirittura effimere, coalizioni, il Regno Unito sembra quasi un’isola felice. E saranno proprio questi governi, sempre più traballanti, a doversela vedere con una Russia che in vista dell’autunno sta già approfittando di ogni occasione per rendere sempre più agitate le acque in cui navigano.
🇬🇧👉 Boris Johnson resterà premier fino alla nomina del successore, ma la rivolta contro di lui è bipartisan: “via subito". Oggi ne parliamo anche nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bye-bye-boris-johnson-35676
💂 Mr. Lonely
Boris Johnson si è dimesso da leader del Partito conservatore. E ha annunciato quelle da Primo ministro. Tra le pressioni per gli ultimi scandali (Partygate e Pinchergate) e la raffica di dimissioni dei membri del suo governo (oltre 50 nelle ultime 48 ore), alla fine il Primo ministro britannico ha dovuto cedere.
Le dimissioni di BoJo erano nell’aria: il 69% dei britannici chiedeva la sua testa, e la settimana prossima Johnson avrebbe potuto dover affrontare un possibile voto di sfiducia, in Parlamento.
Una caduta clamorosa per un leader che solo tre anni fa aveva conquistato il più grande trionfo elettorale dagli anni Ottanta.
🗳 Number 10
Si apre così ufficialmente la corsa a Downing Street. Il partito conservatore inizierà già da domani il processo per eleggere un nuovo leader. In base alle regole attuali, ogni candidato ha bisogno del sostegno di almeno otto deputati Tory. Selezionati i candidati, i deputati conservatori procederanno ad una serie di elezioni interne fino ad arrivare ai due finalisti, da sottoporre al voto di tutti i tesserati del Partito Conservatore.
Un processo che i Tories dovranno compiere nel minor tempo possibile. Nonostante la comoda maggioranza in parlamento (il 55% dei seggi è loro), i conservatori non possono permettersi il rischio di andare a elezioni. Perché le potrebbero perdere, vista la crescente popolarità del partito laburista, oggi dato al 40%, mentre i conservatori raggiungono il 33%.
🌪 Tempesta sul continente
Insomma, anche se i Tories avranno l’agenda piena, per ora la legislatura non sembra essere a rischio. Situazione molto diversa rispetto a quella di altri grandi paesi europei.
Macron ha perso la sua maggioranza al Parlamento francese solo poche settimane fa, vedendosi costretto a un primo rimpasto di governo lunedì mentre la sua Prima ministra, Élisabeth Borne, ha evitato di sottoporre a un voto di fiducia “suicida” i piani futuri della legislatura. Un’altra maggioranza che traballa è, ovviamente, in Italia, dove il governo Draghi deve fare i conti con frequenti tensioni tra gli alleati di governo.
Insomma, in un continente dove i maggiori paesi si reggono su ampie e instabili, o addirittura effimere, coalizioni, il Regno Unito sembra quasi un’isola felice. E saranno proprio questi governi, sempre più traballanti, a doversela vedere con una Russia che in vista dell’autunno sta già approfittando di ogni occasione per rendere sempre più agitate le acque in cui navigano.
🇬🇧👉 Boris Johnson resterà premier fino alla nomina del successore, ma la rivolta contro di lui è bipartisan: “via subito". Oggi ne parliamo anche nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bye-bye-boris-johnson-35676
🌏 G20 MINISTRI DEGLI ESTERI: DIALOGO A ZERO
❌ Togli un posto a tavola…
Il conflitto ucraino contagia i vertici multilaterali. Al G20 dei ministri degli esteri, a Bali, volano accuse reciproche tra Russia e fronte occidentale. Che si evitano ai tavoli di lavoro e agli incontri cerimoniali: i ministri del G7 hanno disertato la cena di benvenuto, per la presenza di Lavrov. Saltata anche la consueta foto di famiglia dei ministri e niente comunicato finale. Insomma, impossibile concordare su qualsiasi cosa.
Clima simile all’Onu. L’opposizione tra Mosca e gli altri membri del Consiglio di sicurezza sta infatti bloccando il rinnovo del corridoio di aiuti umanitari verso le zone della Siria controllate dall’opposizione. L’unico che non attraversa il territorio controllato dal governo di Assad alleato della Russia.
🇸🇾 Affamati sulla via di Damasco
Il veto di Mosca rischia di tradursi in una stretta ancora più forte da parte del governo siriano sulle aree controllate dall’opposizione. E in un ulteriore aumento dei prezzi alimentari per i 4,5 milioni di persone (di cui 2,5 sfollati) che risiedono nel nord della Siria e sono già sull'orlo di una carestia.
Purtroppo, sono in “buona” compagnia. Secondo le Nazioni Unite, a causa della guerra 51 milioni di persone nel mondo rischiano di cadere sotto la soglia di povertà assoluta (meno di 1,9 dollari al giorno). Un aumento del 8% in poco più di quattro mesi che si somma ai 125 milioni di nuovi poveri causati da questi anni di lockdown e pandemia.
🌾 Grane da sbloccare
Inevitabile che tra le priorità del vertice di Bali ci sia lo sblocco dei 20 milioni di tonnellate di grano ferme in Ucraina. Kiev riesce a movimentare solo 2 milioni di tonnellate al mese: il 60% della sua capacità pre-guerra. Lavrov si è detto pronto a negoziare. Ma le trattative sembrano arenate.
A differenza del Zhibek Zholy: il cargo russo proveniente dal porto ucraino occupato di Berdyansk, bloccato per un paio di giorni dalla Turchia e poi rilasciato. A differenza di quanto sostenesse Kiev, Ankara non ha ritenuto che le 7mila tonnellate di grano trasportate dal cargo fossero state rubate all’Ucraina. Una differenza di vedute che ha comportato la convocazione dell'ambasciatore turco in Ucraina, indebolendo il ruolo di mediazione auspicato da Erdogan.
Cosa aspettarsi dal G20 in questo clima di sfiducia?
🇯🇵👉 L’ex premier giapponese Shinzo Abe è stato ucciso oggi in un attentato, mentre teneva un comizio nella cittadina di Nara nel sud del paese. Il Giappone va alle urne domenica per un’elezione cruciale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucciso-shinzo-abe-giappone-sotto-shock-35696
🔴 Lunedì 11 alle 18.00 parleremo dell’omicidio di Shinzo Abe che ha sconvolto il Giappone alla vigilia del voto, con esperti e analisti. Non perderla e iscriviti qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/omicidio-abe-giappone-al-voto-sotto-shock
❌ Togli un posto a tavola…
Il conflitto ucraino contagia i vertici multilaterali. Al G20 dei ministri degli esteri, a Bali, volano accuse reciproche tra Russia e fronte occidentale. Che si evitano ai tavoli di lavoro e agli incontri cerimoniali: i ministri del G7 hanno disertato la cena di benvenuto, per la presenza di Lavrov. Saltata anche la consueta foto di famiglia dei ministri e niente comunicato finale. Insomma, impossibile concordare su qualsiasi cosa.
Clima simile all’Onu. L’opposizione tra Mosca e gli altri membri del Consiglio di sicurezza sta infatti bloccando il rinnovo del corridoio di aiuti umanitari verso le zone della Siria controllate dall’opposizione. L’unico che non attraversa il territorio controllato dal governo di Assad alleato della Russia.
🇸🇾 Affamati sulla via di Damasco
Il veto di Mosca rischia di tradursi in una stretta ancora più forte da parte del governo siriano sulle aree controllate dall’opposizione. E in un ulteriore aumento dei prezzi alimentari per i 4,5 milioni di persone (di cui 2,5 sfollati) che risiedono nel nord della Siria e sono già sull'orlo di una carestia.
Purtroppo, sono in “buona” compagnia. Secondo le Nazioni Unite, a causa della guerra 51 milioni di persone nel mondo rischiano di cadere sotto la soglia di povertà assoluta (meno di 1,9 dollari al giorno). Un aumento del 8% in poco più di quattro mesi che si somma ai 125 milioni di nuovi poveri causati da questi anni di lockdown e pandemia.
🌾 Grane da sbloccare
Inevitabile che tra le priorità del vertice di Bali ci sia lo sblocco dei 20 milioni di tonnellate di grano ferme in Ucraina. Kiev riesce a movimentare solo 2 milioni di tonnellate al mese: il 60% della sua capacità pre-guerra. Lavrov si è detto pronto a negoziare. Ma le trattative sembrano arenate.
A differenza del Zhibek Zholy: il cargo russo proveniente dal porto ucraino occupato di Berdyansk, bloccato per un paio di giorni dalla Turchia e poi rilasciato. A differenza di quanto sostenesse Kiev, Ankara non ha ritenuto che le 7mila tonnellate di grano trasportate dal cargo fossero state rubate all’Ucraina. Una differenza di vedute che ha comportato la convocazione dell'ambasciatore turco in Ucraina, indebolendo il ruolo di mediazione auspicato da Erdogan.
Cosa aspettarsi dal G20 in questo clima di sfiducia?
🇯🇵👉 L’ex premier giapponese Shinzo Abe è stato ucciso oggi in un attentato, mentre teneva un comizio nella cittadina di Nara nel sud del paese. Il Giappone va alle urne domenica per un’elezione cruciale. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucciso-shinzo-abe-giappone-sotto-shock-35696
🔴 Lunedì 11 alle 18.00 parleremo dell’omicidio di Shinzo Abe che ha sconvolto il Giappone alla vigilia del voto, con esperti e analisti. Non perderla e iscriviti qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/omicidio-abe-giappone-al-voto-sotto-shock
🌏 GIAPPONE: SOLE CALANTE
🏴 Lutto elettorale
Domenica in Giappone il Partito liberal democratico (LDP) ha ottenuto oltre metà dei 125 seggi contesi alle elezioni per il rinnovo della Camera Alta. Una vittoria che permette al primo ministro giapponese Fumio Kishida di consolidare la sua già larga maggioranza in parlamento e, all’apparenza, la sua autorità all'interno del partito di governo.
Eppure è una vittoria amara, che arriva a soli due giorni dall'attentato che ha ucciso Shinzo Abe, ex primo ministro giapponese e membro storico del partito, durante un evento elettorale a Nara. Inoltre, proprio la morte di Abe potrebbe invece indebolire la posizione di Kishida nel frammentato LDP.
⛩ Abenomics
Durante i suoi più recenti mandati da premier, tra il 2012 e il 2020, Abe era stato protagonista di un ambizioso programma di riforme interne che puntava a rilanciare l'economia giapponese dopo oltre due decenni di stagnazione.
Una strategia che prevedeva tre "frecce": politica monetaria espansiva, stimoli fiscali con incremento della spesa pubblica, e riforme strutturali. E una strategia dai successi misti: se da una parte l’economia entrò in una fase espansiva (senza però mai raggiungere l’obiettivo di 600.000 miliardi di yen l’anno), dall’altra neppure la svalutazione competitiva dello yen spinse le esportazioni, e le riforme strutturali rimasero al palo.
Così oggi per il Giappone il ventennio perduto è ormai diventato un trentennio.
💣 Mutatis mutandis?
Abe fu anche uno dei maggiori sostenitori del revisionismo nipponico. Nel 2007, al suo primo mandato da premier, fu tra gli iniziatori del Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza (Quad), con l'obiettivo di limitare l'ascesa della Cina come superpotenza economica e militare in Asia.
E proprio Abe fu grande sostenitore della necessità di aumentare le spese militari (oggi in crescita, da 47 miliardi di dollari nel 2017 a 55) e di riformare la Costituzione “pacifista” imposta dagli USA alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Per Kishida, appartenente a una fazione di “colombe” nel LDP, la nuova maggioranza alla Camera alta cancella qualsiasi scusa: adesso c’è lo spazio per modificare la Costituzione. E, nel caso non lo facesse, per i falchi del LDP sarebbe l’occasione perfetta per chiedergli di dimettersi.
Un’eredità troppo grande?
🔴 Oggi alle 18.00 parleremo dell’omicidio di Shinzo Abe e delle ripercussioni sul Giappone in una fase molto delicata per il Paese. Segui la live: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/omicidio-abe-giappone-al-voto-sotto-shock
🇱🇰👉In Sri Lanka l’economia è al collasso e il paese sull’orlo della crisi umanitaria. I manifestanti scesi in piazza si accampano nel palazzo presidenziale: “Restiamo finché il presidente non andrà via”. Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sri-lanka-cronaca-di-una-crisi-annunciata-35713
🏴 Lutto elettorale
Domenica in Giappone il Partito liberal democratico (LDP) ha ottenuto oltre metà dei 125 seggi contesi alle elezioni per il rinnovo della Camera Alta. Una vittoria che permette al primo ministro giapponese Fumio Kishida di consolidare la sua già larga maggioranza in parlamento e, all’apparenza, la sua autorità all'interno del partito di governo.
Eppure è una vittoria amara, che arriva a soli due giorni dall'attentato che ha ucciso Shinzo Abe, ex primo ministro giapponese e membro storico del partito, durante un evento elettorale a Nara. Inoltre, proprio la morte di Abe potrebbe invece indebolire la posizione di Kishida nel frammentato LDP.
⛩ Abenomics
Durante i suoi più recenti mandati da premier, tra il 2012 e il 2020, Abe era stato protagonista di un ambizioso programma di riforme interne che puntava a rilanciare l'economia giapponese dopo oltre due decenni di stagnazione.
Una strategia che prevedeva tre "frecce": politica monetaria espansiva, stimoli fiscali con incremento della spesa pubblica, e riforme strutturali. E una strategia dai successi misti: se da una parte l’economia entrò in una fase espansiva (senza però mai raggiungere l’obiettivo di 600.000 miliardi di yen l’anno), dall’altra neppure la svalutazione competitiva dello yen spinse le esportazioni, e le riforme strutturali rimasero al palo.
Così oggi per il Giappone il ventennio perduto è ormai diventato un trentennio.
💣 Mutatis mutandis?
Abe fu anche uno dei maggiori sostenitori del revisionismo nipponico. Nel 2007, al suo primo mandato da premier, fu tra gli iniziatori del Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza (Quad), con l'obiettivo di limitare l'ascesa della Cina come superpotenza economica e militare in Asia.
E proprio Abe fu grande sostenitore della necessità di aumentare le spese militari (oggi in crescita, da 47 miliardi di dollari nel 2017 a 55) e di riformare la Costituzione “pacifista” imposta dagli USA alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Per Kishida, appartenente a una fazione di “colombe” nel LDP, la nuova maggioranza alla Camera alta cancella qualsiasi scusa: adesso c’è lo spazio per modificare la Costituzione. E, nel caso non lo facesse, per i falchi del LDP sarebbe l’occasione perfetta per chiedergli di dimettersi.
Un’eredità troppo grande?
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