ISPI - Geopolitica
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Resta aggiornato sulle ultime analisi e discussioni sulla politica internazionale, le crisi globali e le dinamiche geopolitiche direttamente dalla voce autorevole dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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🌍 CRISI GAS: CORSA AI RIPARI

✂️ Dacci un taglio
L’Europa si prepari allo stop totale del gas russo. Questo l’avvertimento fatto oggi dell'Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) secondo cui i tagli delle forniture delle scorse settimane non sono giustificati da problematiche tecniche come riferito da Mosca. Ma sarebbero parte di una precisa strategia del Cremlino: evitare che l'Europa riempia i suoi stoccaggi ora pieni al 55% (vs una media del 51% negli ultimi quattro anni) così che sia facilmente ricattabile il prossimo inverno.
Non serviva certo la IEA per rendersi conto della progressiva chiusura dei flussi di gas russo verso l’Europa. Solo nell’ultimo mese si sono ridotti del 40% e sono ora pari a meno della metà del precedente minimo. Proprio quando il prezzo del gas era tornato sotto quota 80 euro per megawattora.

🇪🇺 27 sotto un tetto?
I continui tagli di Mosca hanno spinto il prezzo dei futures del gas europeo nuovamente verso quota 130 euro. Con un balzo di un terzo questo mese e a livelli quattro volte superiori a quelli di un anno fa. Normale che, di fronte a questo rincaro, nel dibattito europeo torni attuale la proposta italiana di introdurre un tetto (intorno ai 90 euro al megawattora) al prezzo del gas russo.
Se ne potrebbe parlare domani al Consiglio Europeo. Dove resta lo scetticismo soprattutto dell’Olanda ma non più della Germania: Draghi avrebbe convinto Scholz durante il viaggio in treno per Kiev. Mentre l’endorsement della Commissione era condizionato al verificarsi di uno scenario di interruzione improvvisa del gas russo. Non così lontano da quello odierno.

🏭 Coal-izione
Mettere un tetto al prezzo del gas non basterà ad assicurarsi forniture sufficienti per un inverno tranquillo anche senza gas russo. Ecco perché Svezia e Danimarca hanno ieri annunciato (come già Austria e Paesi Bassi) la prima fase dei rispettivi piani energetici emergenziali. Mentre in Germania e Italia si studia un passaggio alla seconda fase: quella di allarme.
Niente razionamento in vista ma via libera a un ritorno del carbone. A Berlino, si sta lavorando a riattivare le centrali elettriche a carbone inattive aumentando di circa un terzo la dipendenza da questa fonte di energia. Mentre a Roma, Cingolani ha dato l’ok per l'acquisto di carbone in misura sufficiente all'eventuale massimizzazione delle centrali a carbone.
Miopia o inevitabile pragmatismo?

🇺🇦 Ti sei pers* il discorso di Volodymyr Zelensky al nostro Global Policy Forum? Seguici su YouTube e rivedilo sul nostro canale: https://www.youtube.com/c/ISPIvideo

🔴 Etiopia, Yemen, Siria, Afghanistan, Iran, Libia...che fine hanno fatto le crisi che in questi anni hanno attirato l’attenzione del mondo e che dallo scoppio della guerra in Ucraina sembrano dimenticate? In questi giorni, tutte le sere dalle 19.00 incontriamo all’ISPI esperti e giornalisti per parlarne insieme: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-sette-incontri-sulle-crisi-dimenticate
🌍 ANOTHER BRICS IN THE WALL

🥊 Facciamo ordine
Si apre oggi il 14° summit BRICS, quest’anno ospitato dalla Cina. Un meeting online, ben diverso dal tête-à-tête di febbraio tra Xi e Putin che ne ha rinsaldato l'amicizia. Ma l’obiettivo rimane lo stesso: condannare l’espansione delle “alleanze occidentali” (leggasi: NATO) e cercare di puntellare, per quanto possibile, modelli “alternativi”. Di sviluppo, di governo, di convergenze internazionali.
Alla vigilia del Summit, Xi Jinping ha ribadito che a suo parere l’ordine mondiale è ormai multipolare, aggiungendo che le sanzioni contro la Russia sono “arbitrarie” e “un boomerang”. In effetti nel forum trova consensi: solo il Brasile di Bolsonaro all’Onu ha formalmente condannato l’invasione, la Cina ha votato contro, India e Sudafrica si sono astenuti.

🤝 Il nemico del mio nemico...?
Anche se Xi detta la linea, oggi il summit BRICS è un’arma spuntata. Lanciato nel 2009, l’anno in cui il G20 diventava essenziale per coordinare il salvataggio dell’economia mondiale, avrebbe dovuto essere il trampolino di lancio politico delle potenze emergenti. E in effetti i cinque BRICS da soli oggi fanno quasi un quarto (23%) dell’economia mondiale e il 17% degli interscambi.
Il problema è che i governi BRICS sono un po’ come i 4 di Visegrád: uniti da un nemico comune (il primato occidentale, l’Europa dei “burocrati”) ma divisi su quasi tutto il resto. Particolarmente tesi i rapporti tra Cina e India, sui lati opposti della barricata nell’Indo-Pacifico, tanto che New Delhi fa parte del “Quad” (con USA, Giappone e Australia) e del nuovo Indo-Pacific Economic Framework lanciato da Biden, che mirano proprio a ribilanciare l’egemonia cinese. Eppure qualcosa lega Pechino e New Delhi: le importazioni di petrolio russo “a sconto” dopo le auto-sanzioni europee.

⛽️ Specchio riflesso
In effetti, le importazioni di petrolio russo dei Paesi asiatici sono in netto aumento: quelle cinesi sono aumentate del 55%, tanto che Mosca a maggio è diventata primo fornitore di Pechino, scalzando l'Arabia Saudita. E quelle indiane, prima quasi inesistenti, oggi superano le importazioni di tutti i Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Così la Russia dimostra una capacità di trovare acquirenti che prescinde dalle sanzioni occidentali.
Ecco perché per l’Occidente il summit BRICS è comunque un segnale. Certo, mette sotto ai riflettori le tante divisioni tra i Paesi emergenti. Ma anche la loro crescente capacità di controbilanciare le decisioni prese a Washington o nelle capitali europee.

🧧 Abbiamo approfondito la posta in gioco nel summit dei BRICS nella nostra nuova newsletter Pivot to Asia, l’aggiornamento mensile su tutte le questioni più scottanti della geopolitica e geoeconomia asiatica. Leggila e iscriviti per riceverla: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/chinas-quest-global-south-35526
🌍 GAS: SOTTO LO STESSO TETTO

💸 Il secondo giorno
Si è chiuso poche ore fa il Consiglio europeo che ha promosso formalmente Ucraina e Moldavia a candidate all’ingresso in UE. Dopo le conferme di ieri, oggi il vertice ha affrontato le questioni più spinose: inflazione ed energia. Ed è tornata ad affacciarsi, tra le tante, la proposta di un tetto massimo al prezzo del gas russo.
È una battaglia che il governo italiano porta avanti da marzo, e che nel tempo ha incontrato un’accoglienza piuttosto tiepida. Oggi però la situazione è diversa: il taglio delle forniture di gas russo delle ultime settimane ha fatto schizzare in alto i prezzi all’ingrosso, fino a 140 €/MWh.
È in questo contesto che riprende quota (ma ancora senza sfondare) la proposta di un tetto a 80-90 €/MWh.

🆘 Maneggiare con cura
Non solo l’Italia, dunque. Tra i favorevoli alla proposta di tetto al prezzo si contano oggi Francia, Spagna, Grecia e Irlanda. Inizialmente contrari ma ora disponibili sembrano poi Paesi Bassi e Germania.
Proprio la Germania ieri è passata alla “seconda fase” del piano di emergenza per il gas, quella di allerta, un gradino sotto l’emergenza. E sono ormai 6 i Paesi in Europa (Italia inclusa) ad aver attivato piani simili.
Obiettivo: ridurre la domanda di gas per evitare carenze in inverno. Per farlo i tedeschi sono pronti a riaccendere molte centrali a carbone (+33% rispetto alla potenza attuale) ma non a rimandare le chiusure delle centrali nucleari. Intanto la preoccupazione di Berlino è che Mosca possa usare la scusa della manutenzione di Nord Stream per tagliare ulteriormente i flussi.

🛢 Sabbie mobili
Già in queste ore i flussi di gas dalla Russia sono ridotti del 75% rispetto all’anno scorso: un ammanco di 116 miliardi di metri cubi l’anno. Che compensiamo con maggior gas via GNL, Norvegia e Algeria. All’appello, tuttavia, mancano ancora il 6% dei consumi europei. E se Mosca gioca sporco nel tentativo di gonfiare i prezzi, anche i leader UE hanno sempre meno da perderci.
Ma il rischio è dietro l’angolo. Certo, un tetto al prezzo del gas ridurrebbe le entrate di Gazprom, che non ha alternative rispetto alle vendite all’Europa. Ma ulteriori riduzioni nelle forniture russe farebbero comunque esplodere i prezzi del gas in Europa.
A meno di estendere il tetto ad altri fornitori. Ma l’Europa sarebbe davvero disposta ad aprire nuovi fronti nella “guerra del gas”?

🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo dell’India: tra Russia e Occidente, da che parte sta New Delhi? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-che-parte-sta-lindia-tra-russia-e-occidente-35541

👉 Missione in salita per Joe Biden in Europa, dove parteciperà prima al G7 in Germania e poi al vertice Nato di Madrid. E sul fronte interno non va molto meglio: la Corte Suprema abolisce la Roe vs Wade, mettendo a rischio il diritto all’aborto negli USA. Cosa aspettarsi dalle elezioni di mid-term di novembre? Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-complessa-missione-di-biden-europa-35549
🌏 RUSSIA: DEFAULT A OROLOGERIA

Periodo di grazia
Prima il 4 aprile, poi il 29, poi metà maggio. Finalmente, dopo mesi di annunci, è arrivata l’ufficializzazione: da mezzanotte, la Russia è in default sul proprio debito estero per non aver pagato 100 milioni di interessi in scadenza il 27 maggio. È la prima volta dal 1918, quando i bolscevichi si rifiutarono di onorare i debiti dell’epoca zarista.
Un fallimento che era nell'aria. Soprattutto da maggio, quando il Tesoro degli Stati Uniti aveva bloccato anche l’ultimo canale a disposizione del Cremlino per onorare il debito in valuta estera (il suo conto presso JPMorgan) condannando de facto Mosca al default.
Il simbolo di un’economia sempre più alle corde?

💸 Farsa o tragedia
Anton Siluanov, ministro delle finanze russo, sostiene di no. In effetti Mosca continua a ricevere circa 500 milioni di dollari al giorno dalla vendita di petrolio e gas: più che sufficienti a pagare gli interessi scaduti, non fosse per le sanzioni occidentali. E proprio queste entrate permettono alla Russia sia di non dover emettere ulteriore debito sui mercati esteri (rendendo di fatto irrilevante il default), sia di rafforzare il rublo, che sul dollaro ha raggiunto i massimi dal 2015.
Tutto bene, dunque? No. Il default renderà più difficile ottenere credito all’estero in futuro. Il valore del rublo è altrettanto irrilevante, dal momento che le importazioni russe sono crollate. E l’economia russa continua ad andare a picco, con un’inflazione galoppante (+17% nel 2022) e una recessione attesa dell’8%, la peggiore da decenni.

📉 Fallimento globale
Da questa recessione c’è chi – come il capo di Sberbank, la più grande banca russa – prevede che la Russia ne uscirà solo in dieci anni. Ma è tutto il mondo oggi a rischiare di restare impigliato nelle secche degli alti prezzi di energia e materie prime, causati proprio dall’invasione russa e, adesso, peggiorati dalle sanzioni occidentali.
Certo, c’è chi ci guadagna, come Cina e India che possono comprare il petrolio a sconto sui mercati internazionali. Ma c’è anche chi ci perde: il prezzo del gas in Europa è ai massimi da marzo e sette volte più alto che in tempi normali. Mentre a porre un freno alla cavalcata dei prezzi ci pensa, al massimo, l’aumentato rischio di una recessione negli Stati Uniti e in Europa.
Che la Russia sia ormai diventata too big to fail?

👉 I leader del G7 riuniti in Baviera sono al lavoro per introdurre nuove sanzioni alla Russia: tra le proposte l’embargo all’oro russo e un tetto al prezzo del petrolio. “Se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono”, ha detto il premier Draghi. Ne parliamo nel nostro Speciale Ucraina di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-g7-tutti-uno-35570

🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Siria senza tregua”, il quarto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Scopri di più: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-siria-senza-tregua
🌍 VERTICE NATO: L’ALLEANZA MOSTRA IL FIANCO (SUD)?

🧭 Non si vive di sola Ucraina
Tutto pronto per il vertice NATO di Madrid. Da domani, i paesi membri saranno chiamati a discutere e approvare il "Concetto strategico" dell'Alleanza per il prossimo decennio. Le cui priorità sono già state anticipate: rafforzamento militare del fianco est, sostegno a Kiev e identificazione di Russia (e forse Cina) come minacce principali.
Il governo spagnolo, padrone di casa, vorrebbe di più. Spinge per fare includere nella nuova strategia della NATO una migliore sorveglianza delle minacce ibride, come la migrazione irregolare, che è argomento divisivo in seno all’Alleanza. E vorrebbe fosse inserito un riferimento al suo fianco meridionale come regione da monitorare e per cui stanziare risorse. Che per ora andranno ai paesi più vicini alla minaccia russa. Insomma, Sanchez difficilmente verrà accontentato. Nonostante gli avvenimenti di Melilla.

🇪🇸 Sa(ha)rà quel che Sa(ha)rà
Venerdì 2.000 migranti hanno provato ad entrare a Melilla, enclave spagnola nel Marocco. 23 le vittime in seguito agli scontri con la polizia marocchina. Dal governo Sanchez però nessuna parola di condanna. Non sorprende: da mesi la Spagna tiene posizioni accomodanti nei confronti del Marocco. Persino allineandosi alla sua posizione sul conteso Sahara occidentale, che Rabat rivendica, ma dove il movimento indipendentista del Fronte Polisario chiede la creazione di uno Stato autonomo.
Il tutto per evitare una strumentalizzazione dei flussi migratori da parte del Marocco. Come nel 2020 quando, in risposta alla decisione di Madrid di curare il leader del Polisario malato di Covid, Rabat allentò i controlli al confine. E gli arrivi di migranti marocchini in Spagna aumentarono di 7 volte.

🧳 Esternalizzazione dei confini
Con l’avvicinamento diplomatico al Marocco, da un mese all’altro si è verificato un calo dell’85% degli arrivi in Spagna dall’Africa occidentale. Sanchez punta a replicare questo modello con altri partner africani (9 quelli visitati dall’anno scorso). Anche perché la crisi alimentare rischia di affollare le rotte migratorie verso l’Europa: 150mila gli arrivi previsti per quest’anno, +22% rispetto al 2021.
Siamo lontani dal milione di arrivi del 2015. Ma all’aumento di quest’anno si sommano i 5 milioni di rifugiati ucraini giunti nel Vecchio continente. E la cooperazione europea sugli arrivi via mare ancora latita: nell’ultima bozza del Patto per la migrazione si punta a meccanismi di ricollocamento di soli 10mila arrivi.
L’attenzione nel prossimo decennio di NATO e Ue al fianco sud è destinata ad aumentare?

🔍 Leggi il nostro nuovo dossier di approfondimento sul vertice di Madrid e tutte le sfide dell’Alleanza Atlantica ai tempi della guerra in Ucraina: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-summit-future-global-security-critical-juncture-35577

🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Afghanistan senza pace”, il quinto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-afghanistan-senza-speranza
🌍 UE: CLIMA D’INTESA

🚗 Ultimo minuto
Stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035: è quanto annunciato in extremis ieri notte, dopo ben 16 ore di negoziati, dal consiglio dei ministri Ue dell’ambiente. È una delle pietre miliari di 'Fit for 55', il piano Ue per frenare le emissioni di gas serra. E infatti tra i temi trattati c’è anche quello della riforma del mercato delle emissioni europeo.
L'accordo di ieri tra i 27 stati membri fa seguito a quello raggiunto con il Parlamento europeo a fine aprile. Una buona notizia per il clima, sembrerebbe. Ma ancora una volta non mancano ripensamenti e passi indietro.

🏭 Carico da novanta
Sì, perché conciliare gli interessi di 27 stati membri non è facile, men che meno con i prezzi dell’energia alle stelle. E così l’Italia è (al momento) riuscita a strappare una proroga di 5 anni, fino al 2040, per i produttori di autoveicoli con motore a combustione cosiddetti “di nicchia”, quelli che producono meno di 10.000 veicoli. Ferrari e Lamborghini, per esempio.
Anche prima dell’invasione russa dell’Ucraina, inoltre, la transizione prometteva di creare molti grattacapi. Da inizio 2021 il prezzo dei permessi sulle emissioni di gas serra ha cominciato a crescere, fino a raggiungere quota 90 euro a tonnellata, il quadruplo rispetto al 2020. E se è vero che proprio un prezzo simile era invocato da più parti quando questo languiva sotto i 10 euro, oggi i grandi emettitori europei sono sul piede di guerra. E, con loro, alcuni Stati membri come la Polonia.

🔋Guerre ibride
Una cosa sembra essere ormai chiara: il futuro dell’auto è elettrico. Assieme all'Europa, anche gli Usa hanno promesso che entro il 2030 almeno il 30% del loro mercato automobilistico sia composto da auto elettriche. Ma al momento il 76% della produzione di batterie al litio avviene in Cina, negli Usa solo l’8%.
Sarà anche per questo che la Cina sembra voler fare sempre più scorte di carbonato di litio, componente fondamentale delle batterie. E sarà anche per questo che, a seguito di scorte e annunci, il prezzo del litio è quintuplicato in un anno.
Le guerre commerciali del futuro assomigliano pericolosamente a quelle del passato.

👉 Al vertice NATO di Madrid la Turchia toglie il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia. In cambio ottiene la fine del sostegno agli indipendentisti curdi e dell’embargo nel campo della difesa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vertice-nato-il-baratto-35596

🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Iran senza accordo”, il sesto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-iran-senza-accordo
🌏 CINA: SUPPORTO A MOSCA A INTERMITTENZA

🥊 Colpirne cinque per educarne cento
La blacklist americana si allunga. È di ieri l’aggiunta di cinque aziende cinesi di elettronica a cui sarà impedito di comprare tecnologia americana. Non passa ormai mese senza che il Dipartimento del Commercio USA prenda provvedimenti simili. Ma c’è una novità: per la prima volta, le nuove aggiunte sono motivate dall’accusa di aver fornito supporto (probabilmente semiconduttori o altri materiali critici) all’industria militare russa.
Una violazione delle sanzioni statunitensi che, stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, non equivale ad una accusa diretta contro il governo cinese. Ma è un promemoria a Pechino (origine del 57% delle importazioni russe di semiconduttori) che il supporto a Mosca si paga con la rinuncia alla tecnologia americana. Minaccia particolarmente efficace, a giudicare dai dati sull’export cinese.

📉 Roccia granitica o calcarea?
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, solo l’Unione Europea ha contribuito più della Cina al declino delle importazioni russe. Le esportazioni cinesi verso Mosca sono infatti diminuite del 38% rispetto alla seconda metà del 2021. Un calo non imputabile ai ripetuti lockdown nel Paese: a confronto, nello stesso periodo, l’export totale cinese si è ridotto dell’8%.
Nonostante le promesse di un’alleanza sino-russa solida come una roccia, Pechino non si discosta quindi dalla riduzione media (40%) dell’export verso la Russia degli altri Paesi che non hanno aderito alle sanzioni occidentali. E tra le più di 1000 aziende che hanno ridotto le loro operazioni in Russia compaiono anche colossi cinesi come Lenovo e Xiaomi.

🛢 L’import-anza dell’energia
Le esportazioni testimoniano una Cina cauta nel supportare Mosca. Ma il quadro cambia totalmente considerando le importazioni cinesi dalla Russia. Che a maggio, rispetto a un anno fa, sono aumentate dell’80%. Non sorprende: più dell’80% di queste sono costituite da fonti energetiche che Putin sta vendendo a Pechino a prezzo di saldo.
Complici i 33 dollari in meno al barile rispetto al prezzo di riferimento del petrolio Brent, quest’anno le importazioni cinesi di greggio dalla Russia sono aumentate del 55%. Stesso incremento anche per il gas naturale liquefatto russo, scontato per Pechino del 10% rispetto alle normali spedizioni in Asia.
Nonostante tutto, la Cina rimane un mercato supplementare e non sostitutivo di quello europeo, che importava, prima della guerra, cinque volte più gas di quanto faccia ora Pechino.
Insomma, fra i due litiganti il terzo gode.

👉 Il vertice NATO di Madrid, conclusosi oggi, segna uno spartiacque per la sicurezza globale e sancisce la nascita di una nuova Alleanza atlantica, allargata e con nuove priorità strategiche. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/una-nato-20-35604

🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Libia senza voto”, il settimo e ultimo dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-libia-senza-voto
🌎 STATI UNITI: CLIMA TESO

🏛 USA e getta
L’Agenzia per la protezione dell'ambiente (EPA) americana non ha più l’autorità per imporre standard di emissioni vincolanti per tutte le centrali elettriche degli Stati Uniti. Lo ha deciso ieri la Corte Suprema, in una delle molte sentenze “storiche” degli ultimi mesi.
L’EPA potrà ancora regolare alcune delle attività delle centrali, ma in modo molto più limitato di prima.
Una vittoria per l’industria fossile, e una sconfitta per l'amministrazione Biden, che puntava sulla capacità regolatoria dell’EPA per implementare le proprie politiche di transizione energetica e lotta contro il cambiamento climatico. Una decisione che racconta di un Paese spaccato sul ruolo politico della Corte suprema statunitense e quanto la strada, per Biden e i suoi obiettivi di governo, si faccia sempre più difficile.

🏭 Passo di gambero
Gli Stati Uniti sono il secondo maggior produttore al mondo di gas serra, alle spalle della Cina. Certo, le emissioni statunitensi sono calate del 5% dal 1990, ma sempre molto meno di quanto sia riuscita a fare l’Unione europea (-27%). E il 25% circa di tutte le emissioni di gas serra americane provengono dalla produzione di elettricità, che adesso non potrà più essere facilmente regolata dall’EPA.
Così, un’altra promessa molto ambiziosa di Biden, che avrebbe voluto dimezzare le emissioni USA entro il 2030, potrebbe restare lettera morta. Le policy attualmente in vigore non gli permetteranno infatti di raggiungere un tale obiettivo. Anche perché gli alti prezzi dell’energia negli ultimi mesi hanno già costretto la Casa Bianca a fare importanti concessioni all’industria fossile. A casa propria, con Biden che ha chiesto ai petrolieri americani di produrre il più possibile. E all’estero, con il Presidente – che in campagna elettorale aveva promesso di trattare il principe ereditario saudita come un “paria” – pronto a volare entro fine mese in Arabia Saudita per parlare di petrolio.

🃏 Carte truccate?
Quella di ieri è l’ennesima prova che la Corte suprema, in mano a giudici repubblicani conservatori (con una netta maggioranza di 6 contro 3, di cui 3 giudici nominati da Trump), ha intenzione di proseguire sulla strada delle sentenze “politiche”. E storiche. La decisione della Corte suprema crea infatti un precedente sulla cosiddetta “dottrina delle domande importanti”, stabilendo che le agenzie federali non possono estendere troppo le loro competenze senza una apposita legge del Congresso.
Così, per Biden, a poco più di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato le cose si fanno sempre più difficili. La nuova America di Biden rischia di trasformarsi di nuovo in quella di Trump.

🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del continente che in questo momento non è sotto i riflettori: l'Africa, con la sua crisi alimentare. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-che-parte-sta-lindia-tra-russia-e-occidente-35541
👉 Oggi, Xi Jinping ha visitato Hong Kong per i 25 anni dalla restituzione della ex colonia britannica alla Cina. Una celebrazione che ha avuto il sapore del fallimento del modello “un Paese due sistemi”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/hong-kong-25-anni-di-cina-35619
🌍 INFLAZIONE: NIENTE PASTI GRATIS

🇹🇷 Cose turche
+78%. Questo il tasso di inflazione di giugno in Turchia, il quarto più alto al mondo dopo Venezuela, Sudan e Zimbabwe. La crescita dei prezzi nel Paese è ormai ininterrotta da più di un anno, alimentata da una lira che, essendo la peggiore valuta nei mercati emergenti quest’anno (-48% del suo valore rispetto al dollaro), rende più costosi i beni importati.
Nonostante questi numeri, contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, la Banca Centrale turca continua a mantenere bassi i tassi di interesse. Ed Erdogan ha annunciato nuovi aumenti salariali. Non proprio la ricetta migliore in tempi di iperinflazione. Ma anche politiche monetarie e fiscali meno anticonvenzionali di quelle turche non stanno dando risultati particolarmente brillanti.

Tokyo Drift
Anche la banca centrale giapponese ha rinnovato il suo impegno a mantenere i rendimenti obbligazionari a zero. Un obiettivo da conseguire (letteralmente) a tutti i costi. Tanto da essere costretta ad acquistare titoli di Stato a un ritmo mensile di 20 miliardi di yen: il doppio rispetto al precedente picco di acquisti nel 2016.
D'altronde l’inflazione in Giappone si è attestata al 2,5% a maggio: non lontana dal target del 2% fissato dalla banca centrale. Ma la politica monetaria ultra-espansiva aggrava il differenziale tra i tassi d'interesse giapponesi e quelli del resto delle economie avanzate. Di fronte al quale gli investitori stanno scaricando lo yen, portandolo ai minimi dell’ultimo quarto di secolo.

📈 Annus horribilis?
Non se la passano meglio Europa e Usa, dove i tassi aumentano e aumenteranno. Ma l’inflazione sale più delle attese. Come dimostra l’ennesima previsione sottostimata del tasso di inflazione dell’eurozona (8,4% previsto per giugno vs 8,6% effettivo).
La cura (politica monetaria restrittiva) contro questa ondata inflazionaria non così transitoria potrebbe però essere più pericolosa della malattia: una recessione sincronizzata in più Paesi. Le cui prime avvisaglie si intravedono nel diffuso peggioramento della fiducia di consumatori e imprese. Proprio quando i livelli di debito in tutto il mondo sono a livelli record: 350% del PIL globale.
Insomma, il rischio è quello di trovarsi a fronteggiare un mix tra la stagflazione degli anni 70’ e la crisi del debito del 2008. Il sistema finanziario saprà farsi trovare preparato?

🇱🇾👉 In Libia da est a ovest i cittadini stanno scendendo in piazza contro il carovita, i blackout elettrici e per chiedere elezioni che rinnovino una classe dirigente corrotta e incapace. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-buio-sulla-libia-35627
🌍 GERMANIA: SEMAFORO (AL) VERDE

⚖️ Achtung!
A maggio la Germania ha fatto segnare il primo deficit commerciale dal 1991, l’anno successivo alla riunificazione. È la simbolica fine di un’era, cominciata negli anni Duemila, con l’apertura di un surplus commerciale che aveva raggiunto i massimi nel 2014, in piena crisi dell’euro.
Berlino si trova così davanti a una sfida storica che, avverte il cancelliere tedesco Scholz, non finirà in pochi mesi. Perché gli intoppi nella catena globale di approvvigionamento sono destinati a durare. E perché a durare saranno anche gli alti prezzi di energia e materie prime, che le economie europee sono spesso costrette a importare dall’estero.

🇩🇪 Congiuntura (non) favorevole
E così anche la colonna portante dell’economia europea inizia a dare segnali di cedimento. A maggio, il saldo destagionalizzato tra importazioni ed esportazioni tedesche ha raggiunto la cifra di –1 miliardo di euro. Un deficit simbolico, certo. Ma esito di un trend cominciato ormai un anno e mezzo fa, quando la bilancia segnava ancora +200 miliardi.
E dire che, complice la guerra in Ucraina, il valore delle importazioni dalla Russia è calato di oltre il 30%. Non solo: proprio oggi l’euro fa segnare il suo minimo in 20 anni sul dollaro, ed è sempre più vicino alla parità. Un deprezzamento che, in teoria, dovrebbe sostenere le esportazioni tedesche ed europee. Ma che finisce col rendere ancora più costose le importazioni dei beni prezzati in dollari, come il petrolio.
E oggi la bilancia pende più da questa parte.

🛢 Nella gioia e nel dolore
Quello che succede in Germania è sintomo di un malessere più generalmente europeo. Malgrado si sia in estate, i prezzi spot del gas in Europa sono ai massimi da quattro mesi, oltre otto volte la media degli ultimi vent’anni. E potrebbero aumentare ulteriormente, mano a mano che si avvicina lo spettro della chiusura per manutenzione di Nord Stream (prevista l’11 luglio).
Oltre a spingere verso il basso la bilancia commerciale, i prezzi elevati dell’energia – o addirittura l’eventualità che in autunno si sia costretti a razionamenti – aumentano la probabilità di una recessione in Europa. Probabilità che cresce ulteriormente se si considera che la Bce si prepara alla prima stretta sui tassi dal 2011.
L’Europa saprà restare unita di fronte alla prima grande frenata post-pandemia?
🌍 CRISI GAS: L’EUROPA ALZA LE DIFESE

⛽️ A tutto gas
Non si ferma la corsa del gas. Il suo prezzo sulla borsa di Amsterdam è salito anche oggi (+3%), e ha ormai superato i 170 euro per megawattora. Siamo ai massimi degli ultimi quattro mesi e sembra lontanissimo anche solo giugno, quando il prezzo era di 80 euro. Non sono bastate le buone notizie arrivate dalla Norvegia: il governo ha posto fine allo sciopero dei lavoratori del settore energetico che minacciava di bloccare fino al 56% delle esportazioni di gas del Paese, indispensabili per riempire gli stoccaggi europei.
Il nodo della discordia? Rivendicazioni salariali per compensare l'aumento dell’inflazione. Di cui proprio la risalita dei prezzi del gas è il principale responsabile. Un circolo vizioso al momento interrotto. Ma le buone notizie si fermano qua.

📉 Too big to fail
Dall’11 luglio Nord Stream 1 verrà chiuso per dieci giorni, ufficialmente per manutenzione. Ma si teme che lo stop possa essere a tempo indeterminato, o come minimo più prolungato. Allo stesso tempo il terminale statunitense di Freeport, da dove parte gas liquefatto destinato all’Europa, rimane chiuso per l’incendio verificatosi a metà giugno. E non riprenderà le operazioni prima di inizio ottobre.
Inevitabile che alcuni Paesi corrano ai ripari: venerdì il Parlamento tedesco approverà una legge che consente allo Stato di intervenire per salvare le aziende energetiche in difficoltà. Tra cui Uniper, il maggiore importatore di gas russo in Germania. E in Francia lo Stato vorrebbe salire al 100% di EDF, l’azienda che gestisce il nucleare francese. Insomma, da più parti si cerca di evitare una “Lehman Brothers” dell’energia.

🌱 There is no plan(et) B?
Qualcosa si muove anche sul fronte comunitario. E non solo per il voto di oggi al Parlamento Europeo con cui si sancisce la classificazione di gas e nucleare tra gli investimenti green. La progressiva riduzione delle forniture di gas russo ha spinto la Commissione a impegnarsi a presentare già entro metà luglio (non più dopo l’estate) la proposta di un pacchetto di misure per “calmierare” i prezzi dell’energia.
Come? Introducendo una nuova indicizzazione dei prezzi del gas, sulla scia di quanto fatto da Spagna e Portogallo, ma con le dovute correzioni: il consumo di gas nella penisola iberica è alle stelle dall’introduzione di questo “tetto”. Allo studio di Bruxelles ci sarebbero inoltre un sistema di solidarietà energetica tra gli Stati membri e linee guida per il risparmio nei consumi domestici.
Basteranno?

🇬🇧👉Nel Regno Unito dimissioni a raffica dal governo, travolto dagli scandali. Ma Boris Johnson non cede: “vado avanti”, in molti però scommettono sulla sua fine. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/boris-johnson-al-capolinea-35664