🔴 LIVE ALLE 14.00: Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy aprirà il Global Policy Forum 2022, organizzato a Milano da ISPI, Bocconi, OSCE e T20 Indonesia. Due giorni di dibattiti sulle grandi questioni globali con le voci più importanti della politica internazionale: da Joseph Stiglitz a Paolo Gentiloni, da Niall Ferguson a Laurence Tubiana, Filippo Grandi, José Manuel Barroso e molti altri relatori.
👉 Connettiti subito per partecipare: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
👉 Connettiti subito per partecipare: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
🌍 LEGISLATIVE FRANCESI: REBUS MAGGIORANZA
🤕 Le Pen(e) di Macron
Terremoto politico nel secondo turno delle elezioni legislative in Francia. Per la prima volta in più di vent’anni, la coalizione del presidente neoeletto perde la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. Rispetto ai 289 seggi necessari, Ensemble si ferma a 245: più parlamentari di qualsiasi altro partito ma 105 in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa.
Non è l’unica brutta notizia per Macron. Tre dei suoi ministri appena nominati sono stati sconfitti alle urne e dovranno ora abbandonare l’esecutivo. A conferma di un debole radicamento territoriale del partito, e di proposte economiche, come l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni, bocciate dall’elettorato. Che si è rivolto tanto a destra quanto a sinistra.
📣 Nouvelle vague
L’inedita alleanza tra socialisti, comunisti e verdi, guidata da Jean-Luc Mélenchon, si posiziona seconda, con 131 seggi. In crescita rispetto alle passate elezioni anche se l’obiettivo dichiarato era la maggioranza assoluta. Due i fattori dietro questo exploit: proposte opposte a quelle macroniane come la promessa di abbassare l’età pensionabile. E i voti di quel quarto di under 25 che non ha disertato il voto e che si è sentito tradito da una presidenza francese non particolarmente green friendly.
La vera vincitrice dell’elezione è però Marine Le Pen. Il suo Rassemblement National fino a oggi non poteva neanche formare un gruppo in Parlamento, contando solo 8 eletti. Che sono ora diventati 89: il più numeroso gruppo politico di destra nell'Assemblea nazionale.
🇫🇷 Raggruppamento Nazionale?
Macron dovrà ora cercare la maggioranza alleandosi con altri partiti, come prima di lui De Gaulle, Mitterrand e Chirac. Ma quali partiti potrebbero soccorrere l'Eliseo? Tutte le strade portano ai Repubblicani, che già al ballottaggio per le presidenziali si erano schierati a favore di Macron e che condividono alcune delle sue ricette economiche. Ma il presidente del partito Républicains ha per ora gelato queste prospettive.
L’alternativa è un governo di minoranza per un anno, e poi nuove elezioni. Non proprio la stabilità interna che servirebbe a Macron per sostenere la sua ambizione di guida dell’Ue. Dove comunque anche gli altri principali leader si reggono su larghe coalizioni (Draghi e Scholz) ottenute dopo lunghe consultazioni (Sanchez).
L'ottenimento di una maggioranza assoluta in un’elezione europea sta diventando una chimera?
🌐 👉 Hai perso il discorso di Volodymyr Zelenskyy al nostro Global Policy Forum 2022? Puoi rivederlo sul nostro canale YouTube, e non dimenticare di registrarti per seguire domani la seconda giornata dell’evento, con Joseph Stiglitz, Filippo Grandi e molti altri speaker internazionali. Basta un click: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
🤕 Le Pen(e) di Macron
Terremoto politico nel secondo turno delle elezioni legislative in Francia. Per la prima volta in più di vent’anni, la coalizione del presidente neoeletto perde la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. Rispetto ai 289 seggi necessari, Ensemble si ferma a 245: più parlamentari di qualsiasi altro partito ma 105 in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa.
Non è l’unica brutta notizia per Macron. Tre dei suoi ministri appena nominati sono stati sconfitti alle urne e dovranno ora abbandonare l’esecutivo. A conferma di un debole radicamento territoriale del partito, e di proposte economiche, come l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni, bocciate dall’elettorato. Che si è rivolto tanto a destra quanto a sinistra.
📣 Nouvelle vague
L’inedita alleanza tra socialisti, comunisti e verdi, guidata da Jean-Luc Mélenchon, si posiziona seconda, con 131 seggi. In crescita rispetto alle passate elezioni anche se l’obiettivo dichiarato era la maggioranza assoluta. Due i fattori dietro questo exploit: proposte opposte a quelle macroniane come la promessa di abbassare l’età pensionabile. E i voti di quel quarto di under 25 che non ha disertato il voto e che si è sentito tradito da una presidenza francese non particolarmente green friendly.
La vera vincitrice dell’elezione è però Marine Le Pen. Il suo Rassemblement National fino a oggi non poteva neanche formare un gruppo in Parlamento, contando solo 8 eletti. Che sono ora diventati 89: il più numeroso gruppo politico di destra nell'Assemblea nazionale.
🇫🇷 Raggruppamento Nazionale?
Macron dovrà ora cercare la maggioranza alleandosi con altri partiti, come prima di lui De Gaulle, Mitterrand e Chirac. Ma quali partiti potrebbero soccorrere l'Eliseo? Tutte le strade portano ai Repubblicani, che già al ballottaggio per le presidenziali si erano schierati a favore di Macron e che condividono alcune delle sue ricette economiche. Ma il presidente del partito Républicains ha per ora gelato queste prospettive.
L’alternativa è un governo di minoranza per un anno, e poi nuove elezioni. Non proprio la stabilità interna che servirebbe a Macron per sostenere la sua ambizione di guida dell’Ue. Dove comunque anche gli altri principali leader si reggono su larghe coalizioni (Draghi e Scholz) ottenute dopo lunghe consultazioni (Sanchez).
L'ottenimento di una maggioranza assoluta in un’elezione europea sta diventando una chimera?
🌐 👉 Hai perso il discorso di Volodymyr Zelenskyy al nostro Global Policy Forum 2022? Puoi rivederlo sul nostro canale YouTube, e non dimenticare di registrarti per seguire domani la seconda giornata dell’evento, con Joseph Stiglitz, Filippo Grandi e molti altri speaker internazionali. Basta un click: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
🔴 Sta per cominciare la seconda giornata del nostro Global Policy Forum. Oggi parleremo di salute globale dopo la pandemia, della crisi dei rifugiati e delle sfide della digitalizzazione. Tra gli speaker di oggi il Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, l’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi e molte altre voci della politica internazionale. Segui la live a partire dalle 14.00: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/global-policy-forum
ISPI
Global Policy Forum | ISPI
Scopri temi, relatori e dettagli dell'evento Global Policy Forum organizzato dall'ISPI.
🌍 SFOLLATI: QUOTA 100 (MILIONI)
🧳 La grande fuga
Più di 100 milioni di sfollati nel mondo. Questa la soglia record superata in queste settimane a causa della guerra in Ucraina che ha innescato la più rapida crisi migratoria dalla Seconda guerra mondiale. In meno di quattro mesi, quasi un terzo dei 44 milioni di abitanti ucraini sono fuggiti dalle proprie case.
Ma la guerra non è solo a Kiev. In altri 22 paesi (il doppio rispetto all’ultimo decennio) si registrano conflitti di varia intensità. Tra cui Siria (6,8 milioni) e Afghanistan (2,7) da cui sono partiti il 35% di tutti i rifugiati al mondo. La maggior parte dei quali è ospitata in Turchia che accoglie 3,8 milioni di rifugiati. Il doppio di quelli presenti in Germania. Dove però il numero cresce ogni giorno.
🇩🇪 Ich bin ein ukrainer
Dal 24 di febbraio, 4 milioni di ucraini sono fuggiti in Polonia. Ma con l’avanzare del conflitto e il suo spostamento nel Donbass, tre quarti di questi rifugiati sono tornati a Kiev o si sono trasferiti oltre le zone di frontiera, soprattutto verso la Germania. Che oggi accoglie quasi 800mila ucraini, 9 ogni 1000 abitanti: uno sforzo di accoglienza molto superiore a quello delle altre principali economie europee come Francia (1,3) e Italia (2).
Numeri che non potranno che aumentare. Il 57% degli ucraini che vivono ancora nelle loro case è a corto di denaro e se l'escalation militare dovesse continuare, il 43% dei posti di lavoro in Ucraina (circa sette milioni) potrebbe andare perduto.
🚫 Solidarietà a tempo
La guerra in Ucraina ha stimolato un’ondata di solidarietà in tutta Europa, specialmente nei paesi dell’Est che si erano distinti più per la chiusura delle frontiere che per la loro generosità. Che però sta venendo meno. Dal 1° luglio, i rifugiati ucraini in Polonia non riceveranno più il sussidio giornaliero da 9 euro. E niente più trasporti gratuiti per loro nelle principali città polacche.
La Repubblica Ceca pure pensa di escludere dai benefici sociali i rifugiati ucraini che non trovano lavoro dopo 180 giorni. Mentre la Bulgaria per far posto ai turisti sta espellendo gli sfollati ucraini inizialmente accolti negli hotel delle località balneari.
La luna di miele con i rifugiati ucraini è già finita?
🔴 Si è chiusa oggi la due giorni del Global Policy Forum 2022, organizzato da ISPI e Bocconi a Milano. Dopo l’apertura del Forum con il presidente ucraino Zelensky nella giornata di ieri, oggi abbiamo parlato di crisi dimenticate, rifugiati nel mondo e molti altri grandi temi della politica internazionale. Rivedi qui la seconda giornata: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/global-policy-forum
🧳 La grande fuga
Più di 100 milioni di sfollati nel mondo. Questa la soglia record superata in queste settimane a causa della guerra in Ucraina che ha innescato la più rapida crisi migratoria dalla Seconda guerra mondiale. In meno di quattro mesi, quasi un terzo dei 44 milioni di abitanti ucraini sono fuggiti dalle proprie case.
Ma la guerra non è solo a Kiev. In altri 22 paesi (il doppio rispetto all’ultimo decennio) si registrano conflitti di varia intensità. Tra cui Siria (6,8 milioni) e Afghanistan (2,7) da cui sono partiti il 35% di tutti i rifugiati al mondo. La maggior parte dei quali è ospitata in Turchia che accoglie 3,8 milioni di rifugiati. Il doppio di quelli presenti in Germania. Dove però il numero cresce ogni giorno.
🇩🇪 Ich bin ein ukrainer
Dal 24 di febbraio, 4 milioni di ucraini sono fuggiti in Polonia. Ma con l’avanzare del conflitto e il suo spostamento nel Donbass, tre quarti di questi rifugiati sono tornati a Kiev o si sono trasferiti oltre le zone di frontiera, soprattutto verso la Germania. Che oggi accoglie quasi 800mila ucraini, 9 ogni 1000 abitanti: uno sforzo di accoglienza molto superiore a quello delle altre principali economie europee come Francia (1,3) e Italia (2).
Numeri che non potranno che aumentare. Il 57% degli ucraini che vivono ancora nelle loro case è a corto di denaro e se l'escalation militare dovesse continuare, il 43% dei posti di lavoro in Ucraina (circa sette milioni) potrebbe andare perduto.
🚫 Solidarietà a tempo
La guerra in Ucraina ha stimolato un’ondata di solidarietà in tutta Europa, specialmente nei paesi dell’Est che si erano distinti più per la chiusura delle frontiere che per la loro generosità. Che però sta venendo meno. Dal 1° luglio, i rifugiati ucraini in Polonia non riceveranno più il sussidio giornaliero da 9 euro. E niente più trasporti gratuiti per loro nelle principali città polacche.
La Repubblica Ceca pure pensa di escludere dai benefici sociali i rifugiati ucraini che non trovano lavoro dopo 180 giorni. Mentre la Bulgaria per far posto ai turisti sta espellendo gli sfollati ucraini inizialmente accolti negli hotel delle località balneari.
La luna di miele con i rifugiati ucraini è già finita?
🔴 Si è chiusa oggi la due giorni del Global Policy Forum 2022, organizzato da ISPI e Bocconi a Milano. Dopo l’apertura del Forum con il presidente ucraino Zelensky nella giornata di ieri, oggi abbiamo parlato di crisi dimenticate, rifugiati nel mondo e molti altri grandi temi della politica internazionale. Rivedi qui la seconda giornata: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/global-policy-forum
🌍 CRISI GAS: CORSA AI RIPARI
✂️ Dacci un taglio
L’Europa si prepari allo stop totale del gas russo. Questo l’avvertimento fatto oggi dell'Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) secondo cui i tagli delle forniture delle scorse settimane non sono giustificati da problematiche tecniche come riferito da Mosca. Ma sarebbero parte di una precisa strategia del Cremlino: evitare che l'Europa riempia i suoi stoccaggi ora pieni al 55% (vs una media del 51% negli ultimi quattro anni) così che sia facilmente ricattabile il prossimo inverno.
Non serviva certo la IEA per rendersi conto della progressiva chiusura dei flussi di gas russo verso l’Europa. Solo nell’ultimo mese si sono ridotti del 40% e sono ora pari a meno della metà del precedente minimo. Proprio quando il prezzo del gas era tornato sotto quota 80 euro per megawattora.
🇪🇺 27 sotto un tetto?
I continui tagli di Mosca hanno spinto il prezzo dei futures del gas europeo nuovamente verso quota 130 euro. Con un balzo di un terzo questo mese e a livelli quattro volte superiori a quelli di un anno fa. Normale che, di fronte a questo rincaro, nel dibattito europeo torni attuale la proposta italiana di introdurre un tetto (intorno ai 90 euro al megawattora) al prezzo del gas russo.
Se ne potrebbe parlare domani al Consiglio Europeo. Dove resta lo scetticismo soprattutto dell’Olanda ma non più della Germania: Draghi avrebbe convinto Scholz durante il viaggio in treno per Kiev. Mentre l’endorsement della Commissione era condizionato al verificarsi di uno scenario di interruzione improvvisa del gas russo. Non così lontano da quello odierno.
🏭 Coal-izione
Mettere un tetto al prezzo del gas non basterà ad assicurarsi forniture sufficienti per un inverno tranquillo anche senza gas russo. Ecco perché Svezia e Danimarca hanno ieri annunciato (come già Austria e Paesi Bassi) la prima fase dei rispettivi piani energetici emergenziali. Mentre in Germania e Italia si studia un passaggio alla seconda fase: quella di allarme.
Niente razionamento in vista ma via libera a un ritorno del carbone. A Berlino, si sta lavorando a riattivare le centrali elettriche a carbone inattive aumentando di circa un terzo la dipendenza da questa fonte di energia. Mentre a Roma, Cingolani ha dato l’ok per l'acquisto di carbone in misura sufficiente all'eventuale massimizzazione delle centrali a carbone.
Miopia o inevitabile pragmatismo?
🇺🇦 Ti sei pers* il discorso di Volodymyr Zelensky al nostro Global Policy Forum? Seguici su YouTube e rivedilo sul nostro canale: https://www.youtube.com/c/ISPIvideo
🔴 Etiopia, Yemen, Siria, Afghanistan, Iran, Libia...che fine hanno fatto le crisi che in questi anni hanno attirato l’attenzione del mondo e che dallo scoppio della guerra in Ucraina sembrano dimenticate? In questi giorni, tutte le sere dalle 19.00 incontriamo all’ISPI esperti e giornalisti per parlarne insieme: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-sette-incontri-sulle-crisi-dimenticate
✂️ Dacci un taglio
L’Europa si prepari allo stop totale del gas russo. Questo l’avvertimento fatto oggi dell'Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) secondo cui i tagli delle forniture delle scorse settimane non sono giustificati da problematiche tecniche come riferito da Mosca. Ma sarebbero parte di una precisa strategia del Cremlino: evitare che l'Europa riempia i suoi stoccaggi ora pieni al 55% (vs una media del 51% negli ultimi quattro anni) così che sia facilmente ricattabile il prossimo inverno.
Non serviva certo la IEA per rendersi conto della progressiva chiusura dei flussi di gas russo verso l’Europa. Solo nell’ultimo mese si sono ridotti del 40% e sono ora pari a meno della metà del precedente minimo. Proprio quando il prezzo del gas era tornato sotto quota 80 euro per megawattora.
🇪🇺 27 sotto un tetto?
I continui tagli di Mosca hanno spinto il prezzo dei futures del gas europeo nuovamente verso quota 130 euro. Con un balzo di un terzo questo mese e a livelli quattro volte superiori a quelli di un anno fa. Normale che, di fronte a questo rincaro, nel dibattito europeo torni attuale la proposta italiana di introdurre un tetto (intorno ai 90 euro al megawattora) al prezzo del gas russo.
Se ne potrebbe parlare domani al Consiglio Europeo. Dove resta lo scetticismo soprattutto dell’Olanda ma non più della Germania: Draghi avrebbe convinto Scholz durante il viaggio in treno per Kiev. Mentre l’endorsement della Commissione era condizionato al verificarsi di uno scenario di interruzione improvvisa del gas russo. Non così lontano da quello odierno.
🏭 Coal-izione
Mettere un tetto al prezzo del gas non basterà ad assicurarsi forniture sufficienti per un inverno tranquillo anche senza gas russo. Ecco perché Svezia e Danimarca hanno ieri annunciato (come già Austria e Paesi Bassi) la prima fase dei rispettivi piani energetici emergenziali. Mentre in Germania e Italia si studia un passaggio alla seconda fase: quella di allarme.
Niente razionamento in vista ma via libera a un ritorno del carbone. A Berlino, si sta lavorando a riattivare le centrali elettriche a carbone inattive aumentando di circa un terzo la dipendenza da questa fonte di energia. Mentre a Roma, Cingolani ha dato l’ok per l'acquisto di carbone in misura sufficiente all'eventuale massimizzazione delle centrali a carbone.
Miopia o inevitabile pragmatismo?
🇺🇦 Ti sei pers* il discorso di Volodymyr Zelensky al nostro Global Policy Forum? Seguici su YouTube e rivedilo sul nostro canale: https://www.youtube.com/c/ISPIvideo
🔴 Etiopia, Yemen, Siria, Afghanistan, Iran, Libia...che fine hanno fatto le crisi che in questi anni hanno attirato l’attenzione del mondo e che dallo scoppio della guerra in Ucraina sembrano dimenticate? In questi giorni, tutte le sere dalle 19.00 incontriamo all’ISPI esperti e giornalisti per parlarne insieme: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-sette-incontri-sulle-crisi-dimenticate
🌍 ANOTHER BRICS IN THE WALL
🥊 Facciamo ordine
Si apre oggi il 14° summit BRICS, quest’anno ospitato dalla Cina. Un meeting online, ben diverso dal tête-à-tête di febbraio tra Xi e Putin che ne ha rinsaldato l'amicizia. Ma l’obiettivo rimane lo stesso: condannare l’espansione delle “alleanze occidentali” (leggasi: NATO) e cercare di puntellare, per quanto possibile, modelli “alternativi”. Di sviluppo, di governo, di convergenze internazionali.
Alla vigilia del Summit, Xi Jinping ha ribadito che a suo parere l’ordine mondiale è ormai multipolare, aggiungendo che le sanzioni contro la Russia sono “arbitrarie” e “un boomerang”. In effetti nel forum trova consensi: solo il Brasile di Bolsonaro all’Onu ha formalmente condannato l’invasione, la Cina ha votato contro, India e Sudafrica si sono astenuti.
🤝 Il nemico del mio nemico...?
Anche se Xi detta la linea, oggi il summit BRICS è un’arma spuntata. Lanciato nel 2009, l’anno in cui il G20 diventava essenziale per coordinare il salvataggio dell’economia mondiale, avrebbe dovuto essere il trampolino di lancio politico delle potenze emergenti. E in effetti i cinque BRICS da soli oggi fanno quasi un quarto (23%) dell’economia mondiale e il 17% degli interscambi.
Il problema è che i governi BRICS sono un po’ come i 4 di Visegrád: uniti da un nemico comune (il primato occidentale, l’Europa dei “burocrati”) ma divisi su quasi tutto il resto. Particolarmente tesi i rapporti tra Cina e India, sui lati opposti della barricata nell’Indo-Pacifico, tanto che New Delhi fa parte del “Quad” (con USA, Giappone e Australia) e del nuovo Indo-Pacific Economic Framework lanciato da Biden, che mirano proprio a ribilanciare l’egemonia cinese. Eppure qualcosa lega Pechino e New Delhi: le importazioni di petrolio russo “a sconto” dopo le auto-sanzioni europee.
⛽️ Specchio riflesso
In effetti, le importazioni di petrolio russo dei Paesi asiatici sono in netto aumento: quelle cinesi sono aumentate del 55%, tanto che Mosca a maggio è diventata primo fornitore di Pechino, scalzando l'Arabia Saudita. E quelle indiane, prima quasi inesistenti, oggi superano le importazioni di tutti i Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Così la Russia dimostra una capacità di trovare acquirenti che prescinde dalle sanzioni occidentali.
Ecco perché per l’Occidente il summit BRICS è comunque un segnale. Certo, mette sotto ai riflettori le tante divisioni tra i Paesi emergenti. Ma anche la loro crescente capacità di controbilanciare le decisioni prese a Washington o nelle capitali europee.
🧧 Abbiamo approfondito la posta in gioco nel summit dei BRICS nella nostra nuova newsletter Pivot to Asia, l’aggiornamento mensile su tutte le questioni più scottanti della geopolitica e geoeconomia asiatica. Leggila e iscriviti per riceverla: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/chinas-quest-global-south-35526
🥊 Facciamo ordine
Si apre oggi il 14° summit BRICS, quest’anno ospitato dalla Cina. Un meeting online, ben diverso dal tête-à-tête di febbraio tra Xi e Putin che ne ha rinsaldato l'amicizia. Ma l’obiettivo rimane lo stesso: condannare l’espansione delle “alleanze occidentali” (leggasi: NATO) e cercare di puntellare, per quanto possibile, modelli “alternativi”. Di sviluppo, di governo, di convergenze internazionali.
Alla vigilia del Summit, Xi Jinping ha ribadito che a suo parere l’ordine mondiale è ormai multipolare, aggiungendo che le sanzioni contro la Russia sono “arbitrarie” e “un boomerang”. In effetti nel forum trova consensi: solo il Brasile di Bolsonaro all’Onu ha formalmente condannato l’invasione, la Cina ha votato contro, India e Sudafrica si sono astenuti.
🤝 Il nemico del mio nemico...?
Anche se Xi detta la linea, oggi il summit BRICS è un’arma spuntata. Lanciato nel 2009, l’anno in cui il G20 diventava essenziale per coordinare il salvataggio dell’economia mondiale, avrebbe dovuto essere il trampolino di lancio politico delle potenze emergenti. E in effetti i cinque BRICS da soli oggi fanno quasi un quarto (23%) dell’economia mondiale e il 17% degli interscambi.
Il problema è che i governi BRICS sono un po’ come i 4 di Visegrád: uniti da un nemico comune (il primato occidentale, l’Europa dei “burocrati”) ma divisi su quasi tutto il resto. Particolarmente tesi i rapporti tra Cina e India, sui lati opposti della barricata nell’Indo-Pacifico, tanto che New Delhi fa parte del “Quad” (con USA, Giappone e Australia) e del nuovo Indo-Pacific Economic Framework lanciato da Biden, che mirano proprio a ribilanciare l’egemonia cinese. Eppure qualcosa lega Pechino e New Delhi: le importazioni di petrolio russo “a sconto” dopo le auto-sanzioni europee.
⛽️ Specchio riflesso
In effetti, le importazioni di petrolio russo dei Paesi asiatici sono in netto aumento: quelle cinesi sono aumentate del 55%, tanto che Mosca a maggio è diventata primo fornitore di Pechino, scalzando l'Arabia Saudita. E quelle indiane, prima quasi inesistenti, oggi superano le importazioni di tutti i Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Così la Russia dimostra una capacità di trovare acquirenti che prescinde dalle sanzioni occidentali.
Ecco perché per l’Occidente il summit BRICS è comunque un segnale. Certo, mette sotto ai riflettori le tante divisioni tra i Paesi emergenti. Ma anche la loro crescente capacità di controbilanciare le decisioni prese a Washington o nelle capitali europee.
🧧 Abbiamo approfondito la posta in gioco nel summit dei BRICS nella nostra nuova newsletter Pivot to Asia, l’aggiornamento mensile su tutte le questioni più scottanti della geopolitica e geoeconomia asiatica. Leggila e iscriviti per riceverla: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/chinas-quest-global-south-35526
🌍 GAS: SOTTO LO STESSO TETTO
💸 Il secondo giorno
Si è chiuso poche ore fa il Consiglio europeo che ha promosso formalmente Ucraina e Moldavia a candidate all’ingresso in UE. Dopo le conferme di ieri, oggi il vertice ha affrontato le questioni più spinose: inflazione ed energia. Ed è tornata ad affacciarsi, tra le tante, la proposta di un tetto massimo al prezzo del gas russo.
È una battaglia che il governo italiano porta avanti da marzo, e che nel tempo ha incontrato un’accoglienza piuttosto tiepida. Oggi però la situazione è diversa: il taglio delle forniture di gas russo delle ultime settimane ha fatto schizzare in alto i prezzi all’ingrosso, fino a 140 €/MWh.
È in questo contesto che riprende quota (ma ancora senza sfondare) la proposta di un tetto a 80-90 €/MWh.
🆘 Maneggiare con cura
Non solo l’Italia, dunque. Tra i favorevoli alla proposta di tetto al prezzo si contano oggi Francia, Spagna, Grecia e Irlanda. Inizialmente contrari ma ora disponibili sembrano poi Paesi Bassi e Germania.
Proprio la Germania ieri è passata alla “seconda fase” del piano di emergenza per il gas, quella di allerta, un gradino sotto l’emergenza. E sono ormai 6 i Paesi in Europa (Italia inclusa) ad aver attivato piani simili.
Obiettivo: ridurre la domanda di gas per evitare carenze in inverno. Per farlo i tedeschi sono pronti a riaccendere molte centrali a carbone (+33% rispetto alla potenza attuale) ma non a rimandare le chiusure delle centrali nucleari. Intanto la preoccupazione di Berlino è che Mosca possa usare la scusa della manutenzione di Nord Stream per tagliare ulteriormente i flussi.
🛢 Sabbie mobili
Già in queste ore i flussi di gas dalla Russia sono ridotti del 75% rispetto all’anno scorso: un ammanco di 116 miliardi di metri cubi l’anno. Che compensiamo con maggior gas via GNL, Norvegia e Algeria. All’appello, tuttavia, mancano ancora il 6% dei consumi europei. E se Mosca gioca sporco nel tentativo di gonfiare i prezzi, anche i leader UE hanno sempre meno da perderci.
Ma il rischio è dietro l’angolo. Certo, un tetto al prezzo del gas ridurrebbe le entrate di Gazprom, che non ha alternative rispetto alle vendite all’Europa. Ma ulteriori riduzioni nelle forniture russe farebbero comunque esplodere i prezzi del gas in Europa.
A meno di estendere il tetto ad altri fornitori. Ma l’Europa sarebbe davvero disposta ad aprire nuovi fronti nella “guerra del gas”?
🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo dell’India: tra Russia e Occidente, da che parte sta New Delhi? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-che-parte-sta-lindia-tra-russia-e-occidente-35541
👉 Missione in salita per Joe Biden in Europa, dove parteciperà prima al G7 in Germania e poi al vertice Nato di Madrid. E sul fronte interno non va molto meglio: la Corte Suprema abolisce la Roe vs Wade, mettendo a rischio il diritto all’aborto negli USA. Cosa aspettarsi dalle elezioni di mid-term di novembre? Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-complessa-missione-di-biden-europa-35549
💸 Il secondo giorno
Si è chiuso poche ore fa il Consiglio europeo che ha promosso formalmente Ucraina e Moldavia a candidate all’ingresso in UE. Dopo le conferme di ieri, oggi il vertice ha affrontato le questioni più spinose: inflazione ed energia. Ed è tornata ad affacciarsi, tra le tante, la proposta di un tetto massimo al prezzo del gas russo.
È una battaglia che il governo italiano porta avanti da marzo, e che nel tempo ha incontrato un’accoglienza piuttosto tiepida. Oggi però la situazione è diversa: il taglio delle forniture di gas russo delle ultime settimane ha fatto schizzare in alto i prezzi all’ingrosso, fino a 140 €/MWh.
È in questo contesto che riprende quota (ma ancora senza sfondare) la proposta di un tetto a 80-90 €/MWh.
🆘 Maneggiare con cura
Non solo l’Italia, dunque. Tra i favorevoli alla proposta di tetto al prezzo si contano oggi Francia, Spagna, Grecia e Irlanda. Inizialmente contrari ma ora disponibili sembrano poi Paesi Bassi e Germania.
Proprio la Germania ieri è passata alla “seconda fase” del piano di emergenza per il gas, quella di allerta, un gradino sotto l’emergenza. E sono ormai 6 i Paesi in Europa (Italia inclusa) ad aver attivato piani simili.
Obiettivo: ridurre la domanda di gas per evitare carenze in inverno. Per farlo i tedeschi sono pronti a riaccendere molte centrali a carbone (+33% rispetto alla potenza attuale) ma non a rimandare le chiusure delle centrali nucleari. Intanto la preoccupazione di Berlino è che Mosca possa usare la scusa della manutenzione di Nord Stream per tagliare ulteriormente i flussi.
🛢 Sabbie mobili
Già in queste ore i flussi di gas dalla Russia sono ridotti del 75% rispetto all’anno scorso: un ammanco di 116 miliardi di metri cubi l’anno. Che compensiamo con maggior gas via GNL, Norvegia e Algeria. All’appello, tuttavia, mancano ancora il 6% dei consumi europei. E se Mosca gioca sporco nel tentativo di gonfiare i prezzi, anche i leader UE hanno sempre meno da perderci.
Ma il rischio è dietro l’angolo. Certo, un tetto al prezzo del gas ridurrebbe le entrate di Gazprom, che non ha alternative rispetto alle vendite all’Europa. Ma ulteriori riduzioni nelle forniture russe farebbero comunque esplodere i prezzi del gas in Europa.
A meno di estendere il tetto ad altri fornitori. Ma l’Europa sarebbe davvero disposta ad aprire nuovi fronti nella “guerra del gas”?
🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo dell’India: tra Russia e Occidente, da che parte sta New Delhi? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-che-parte-sta-lindia-tra-russia-e-occidente-35541
👉 Missione in salita per Joe Biden in Europa, dove parteciperà prima al G7 in Germania e poi al vertice Nato di Madrid. E sul fronte interno non va molto meglio: la Corte Suprema abolisce la Roe vs Wade, mettendo a rischio il diritto all’aborto negli USA. Cosa aspettarsi dalle elezioni di mid-term di novembre? Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-complessa-missione-di-biden-europa-35549
🌏 RUSSIA: DEFAULT A OROLOGERIA
⏳ Periodo di grazia
Prima il 4 aprile, poi il 29, poi metà maggio. Finalmente, dopo mesi di annunci, è arrivata l’ufficializzazione: da mezzanotte, la Russia è in default sul proprio debito estero per non aver pagato 100 milioni di interessi in scadenza il 27 maggio. È la prima volta dal 1918, quando i bolscevichi si rifiutarono di onorare i debiti dell’epoca zarista.
Un fallimento che era nell'aria. Soprattutto da maggio, quando il Tesoro degli Stati Uniti aveva bloccato anche l’ultimo canale a disposizione del Cremlino per onorare il debito in valuta estera (il suo conto presso JPMorgan) condannando de facto Mosca al default.
Il simbolo di un’economia sempre più alle corde?
💸 Farsa o tragedia
Anton Siluanov, ministro delle finanze russo, sostiene di no. In effetti Mosca continua a ricevere circa 500 milioni di dollari al giorno dalla vendita di petrolio e gas: più che sufficienti a pagare gli interessi scaduti, non fosse per le sanzioni occidentali. E proprio queste entrate permettono alla Russia sia di non dover emettere ulteriore debito sui mercati esteri (rendendo di fatto irrilevante il default), sia di rafforzare il rublo, che sul dollaro ha raggiunto i massimi dal 2015.
Tutto bene, dunque? No. Il default renderà più difficile ottenere credito all’estero in futuro. Il valore del rublo è altrettanto irrilevante, dal momento che le importazioni russe sono crollate. E l’economia russa continua ad andare a picco, con un’inflazione galoppante (+17% nel 2022) e una recessione attesa dell’8%, la peggiore da decenni.
📉 Fallimento globale
Da questa recessione c’è chi – come il capo di Sberbank, la più grande banca russa – prevede che la Russia ne uscirà solo in dieci anni. Ma è tutto il mondo oggi a rischiare di restare impigliato nelle secche degli alti prezzi di energia e materie prime, causati proprio dall’invasione russa e, adesso, peggiorati dalle sanzioni occidentali.
Certo, c’è chi ci guadagna, come Cina e India che possono comprare il petrolio a sconto sui mercati internazionali. Ma c’è anche chi ci perde: il prezzo del gas in Europa è ai massimi da marzo e sette volte più alto che in tempi normali. Mentre a porre un freno alla cavalcata dei prezzi ci pensa, al massimo, l’aumentato rischio di una recessione negli Stati Uniti e in Europa.
Che la Russia sia ormai diventata too big to fail?
👉 I leader del G7 riuniti in Baviera sono al lavoro per introdurre nuove sanzioni alla Russia: tra le proposte l’embargo all’oro russo e un tetto al prezzo del petrolio. “Se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono”, ha detto il premier Draghi. Ne parliamo nel nostro Speciale Ucraina di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-g7-tutti-uno-35570
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Siria senza tregua”, il quarto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Scopri di più: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-siria-senza-tregua
⏳ Periodo di grazia
Prima il 4 aprile, poi il 29, poi metà maggio. Finalmente, dopo mesi di annunci, è arrivata l’ufficializzazione: da mezzanotte, la Russia è in default sul proprio debito estero per non aver pagato 100 milioni di interessi in scadenza il 27 maggio. È la prima volta dal 1918, quando i bolscevichi si rifiutarono di onorare i debiti dell’epoca zarista.
Un fallimento che era nell'aria. Soprattutto da maggio, quando il Tesoro degli Stati Uniti aveva bloccato anche l’ultimo canale a disposizione del Cremlino per onorare il debito in valuta estera (il suo conto presso JPMorgan) condannando de facto Mosca al default.
Il simbolo di un’economia sempre più alle corde?
💸 Farsa o tragedia
Anton Siluanov, ministro delle finanze russo, sostiene di no. In effetti Mosca continua a ricevere circa 500 milioni di dollari al giorno dalla vendita di petrolio e gas: più che sufficienti a pagare gli interessi scaduti, non fosse per le sanzioni occidentali. E proprio queste entrate permettono alla Russia sia di non dover emettere ulteriore debito sui mercati esteri (rendendo di fatto irrilevante il default), sia di rafforzare il rublo, che sul dollaro ha raggiunto i massimi dal 2015.
Tutto bene, dunque? No. Il default renderà più difficile ottenere credito all’estero in futuro. Il valore del rublo è altrettanto irrilevante, dal momento che le importazioni russe sono crollate. E l’economia russa continua ad andare a picco, con un’inflazione galoppante (+17% nel 2022) e una recessione attesa dell’8%, la peggiore da decenni.
📉 Fallimento globale
Da questa recessione c’è chi – come il capo di Sberbank, la più grande banca russa – prevede che la Russia ne uscirà solo in dieci anni. Ma è tutto il mondo oggi a rischiare di restare impigliato nelle secche degli alti prezzi di energia e materie prime, causati proprio dall’invasione russa e, adesso, peggiorati dalle sanzioni occidentali.
Certo, c’è chi ci guadagna, come Cina e India che possono comprare il petrolio a sconto sui mercati internazionali. Ma c’è anche chi ci perde: il prezzo del gas in Europa è ai massimi da marzo e sette volte più alto che in tempi normali. Mentre a porre un freno alla cavalcata dei prezzi ci pensa, al massimo, l’aumentato rischio di una recessione negli Stati Uniti e in Europa.
Che la Russia sia ormai diventata too big to fail?
👉 I leader del G7 riuniti in Baviera sono al lavoro per introdurre nuove sanzioni alla Russia: tra le proposte l’embargo all’oro russo e un tetto al prezzo del petrolio. “Se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono”, ha detto il premier Draghi. Ne parliamo nel nostro Speciale Ucraina di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-g7-tutti-uno-35570
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Siria senza tregua”, il quarto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Scopri di più: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-siria-senza-tregua
🌍 VERTICE NATO: L’ALLEANZA MOSTRA IL FIANCO (SUD)?
🧭 Non si vive di sola Ucraina
Tutto pronto per il vertice NATO di Madrid. Da domani, i paesi membri saranno chiamati a discutere e approvare il "Concetto strategico" dell'Alleanza per il prossimo decennio. Le cui priorità sono già state anticipate: rafforzamento militare del fianco est, sostegno a Kiev e identificazione di Russia (e forse Cina) come minacce principali.
Il governo spagnolo, padrone di casa, vorrebbe di più. Spinge per fare includere nella nuova strategia della NATO una migliore sorveglianza delle minacce ibride, come la migrazione irregolare, che è argomento divisivo in seno all’Alleanza. E vorrebbe fosse inserito un riferimento al suo fianco meridionale come regione da monitorare e per cui stanziare risorse. Che per ora andranno ai paesi più vicini alla minaccia russa. Insomma, Sanchez difficilmente verrà accontentato. Nonostante gli avvenimenti di Melilla.
🇪🇸 Sa(ha)rà quel che Sa(ha)rà
Venerdì 2.000 migranti hanno provato ad entrare a Melilla, enclave spagnola nel Marocco. 23 le vittime in seguito agli scontri con la polizia marocchina. Dal governo Sanchez però nessuna parola di condanna. Non sorprende: da mesi la Spagna tiene posizioni accomodanti nei confronti del Marocco. Persino allineandosi alla sua posizione sul conteso Sahara occidentale, che Rabat rivendica, ma dove il movimento indipendentista del Fronte Polisario chiede la creazione di uno Stato autonomo.
Il tutto per evitare una strumentalizzazione dei flussi migratori da parte del Marocco. Come nel 2020 quando, in risposta alla decisione di Madrid di curare il leader del Polisario malato di Covid, Rabat allentò i controlli al confine. E gli arrivi di migranti marocchini in Spagna aumentarono di 7 volte.
🧳 Esternalizzazione dei confini
Con l’avvicinamento diplomatico al Marocco, da un mese all’altro si è verificato un calo dell’85% degli arrivi in Spagna dall’Africa occidentale. Sanchez punta a replicare questo modello con altri partner africani (9 quelli visitati dall’anno scorso). Anche perché la crisi alimentare rischia di affollare le rotte migratorie verso l’Europa: 150mila gli arrivi previsti per quest’anno, +22% rispetto al 2021.
Siamo lontani dal milione di arrivi del 2015. Ma all’aumento di quest’anno si sommano i 5 milioni di rifugiati ucraini giunti nel Vecchio continente. E la cooperazione europea sugli arrivi via mare ancora latita: nell’ultima bozza del Patto per la migrazione si punta a meccanismi di ricollocamento di soli 10mila arrivi.
L’attenzione nel prossimo decennio di NATO e Ue al fianco sud è destinata ad aumentare?
🔍 Leggi il nostro nuovo dossier di approfondimento sul vertice di Madrid e tutte le sfide dell’Alleanza Atlantica ai tempi della guerra in Ucraina: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-summit-future-global-security-critical-juncture-35577
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Afghanistan senza pace”, il quinto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-afghanistan-senza-speranza
🧭 Non si vive di sola Ucraina
Tutto pronto per il vertice NATO di Madrid. Da domani, i paesi membri saranno chiamati a discutere e approvare il "Concetto strategico" dell'Alleanza per il prossimo decennio. Le cui priorità sono già state anticipate: rafforzamento militare del fianco est, sostegno a Kiev e identificazione di Russia (e forse Cina) come minacce principali.
Il governo spagnolo, padrone di casa, vorrebbe di più. Spinge per fare includere nella nuova strategia della NATO una migliore sorveglianza delle minacce ibride, come la migrazione irregolare, che è argomento divisivo in seno all’Alleanza. E vorrebbe fosse inserito un riferimento al suo fianco meridionale come regione da monitorare e per cui stanziare risorse. Che per ora andranno ai paesi più vicini alla minaccia russa. Insomma, Sanchez difficilmente verrà accontentato. Nonostante gli avvenimenti di Melilla.
🇪🇸 Sa(ha)rà quel che Sa(ha)rà
Venerdì 2.000 migranti hanno provato ad entrare a Melilla, enclave spagnola nel Marocco. 23 le vittime in seguito agli scontri con la polizia marocchina. Dal governo Sanchez però nessuna parola di condanna. Non sorprende: da mesi la Spagna tiene posizioni accomodanti nei confronti del Marocco. Persino allineandosi alla sua posizione sul conteso Sahara occidentale, che Rabat rivendica, ma dove il movimento indipendentista del Fronte Polisario chiede la creazione di uno Stato autonomo.
Il tutto per evitare una strumentalizzazione dei flussi migratori da parte del Marocco. Come nel 2020 quando, in risposta alla decisione di Madrid di curare il leader del Polisario malato di Covid, Rabat allentò i controlli al confine. E gli arrivi di migranti marocchini in Spagna aumentarono di 7 volte.
🧳 Esternalizzazione dei confini
Con l’avvicinamento diplomatico al Marocco, da un mese all’altro si è verificato un calo dell’85% degli arrivi in Spagna dall’Africa occidentale. Sanchez punta a replicare questo modello con altri partner africani (9 quelli visitati dall’anno scorso). Anche perché la crisi alimentare rischia di affollare le rotte migratorie verso l’Europa: 150mila gli arrivi previsti per quest’anno, +22% rispetto al 2021.
Siamo lontani dal milione di arrivi del 2015. Ma all’aumento di quest’anno si sommano i 5 milioni di rifugiati ucraini giunti nel Vecchio continente. E la cooperazione europea sugli arrivi via mare ancora latita: nell’ultima bozza del Patto per la migrazione si punta a meccanismi di ricollocamento di soli 10mila arrivi.
L’attenzione nel prossimo decennio di NATO e Ue al fianco sud è destinata ad aumentare?
🔍 Leggi il nostro nuovo dossier di approfondimento sul vertice di Madrid e tutte le sfide dell’Alleanza Atlantica ai tempi della guerra in Ucraina: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-summit-future-global-security-critical-juncture-35577
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Afghanistan senza pace”, il quinto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-afghanistan-senza-speranza
🌍 UE: CLIMA D’INTESA
🚗 Ultimo minuto
Stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035: è quanto annunciato in extremis ieri notte, dopo ben 16 ore di negoziati, dal consiglio dei ministri Ue dell’ambiente. È una delle pietre miliari di 'Fit for 55', il piano Ue per frenare le emissioni di gas serra. E infatti tra i temi trattati c’è anche quello della riforma del mercato delle emissioni europeo.
L'accordo di ieri tra i 27 stati membri fa seguito a quello raggiunto con il Parlamento europeo a fine aprile. Una buona notizia per il clima, sembrerebbe. Ma ancora una volta non mancano ripensamenti e passi indietro.
🏭 Carico da novanta
Sì, perché conciliare gli interessi di 27 stati membri non è facile, men che meno con i prezzi dell’energia alle stelle. E così l’Italia è (al momento) riuscita a strappare una proroga di 5 anni, fino al 2040, per i produttori di autoveicoli con motore a combustione cosiddetti “di nicchia”, quelli che producono meno di 10.000 veicoli. Ferrari e Lamborghini, per esempio.
Anche prima dell’invasione russa dell’Ucraina, inoltre, la transizione prometteva di creare molti grattacapi. Da inizio 2021 il prezzo dei permessi sulle emissioni di gas serra ha cominciato a crescere, fino a raggiungere quota 90 euro a tonnellata, il quadruplo rispetto al 2020. E se è vero che proprio un prezzo simile era invocato da più parti quando questo languiva sotto i 10 euro, oggi i grandi emettitori europei sono sul piede di guerra. E, con loro, alcuni Stati membri come la Polonia.
🔋Guerre ibride
Una cosa sembra essere ormai chiara: il futuro dell’auto è elettrico. Assieme all'Europa, anche gli Usa hanno promesso che entro il 2030 almeno il 30% del loro mercato automobilistico sia composto da auto elettriche. Ma al momento il 76% della produzione di batterie al litio avviene in Cina, negli Usa solo l’8%.
Sarà anche per questo che la Cina sembra voler fare sempre più scorte di carbonato di litio, componente fondamentale delle batterie. E sarà anche per questo che, a seguito di scorte e annunci, il prezzo del litio è quintuplicato in un anno.
Le guerre commerciali del futuro assomigliano pericolosamente a quelle del passato.
👉 Al vertice NATO di Madrid la Turchia toglie il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia. In cambio ottiene la fine del sostegno agli indipendentisti curdi e dell’embargo nel campo della difesa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vertice-nato-il-baratto-35596
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Iran senza accordo”, il sesto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-iran-senza-accordo
🚗 Ultimo minuto
Stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035: è quanto annunciato in extremis ieri notte, dopo ben 16 ore di negoziati, dal consiglio dei ministri Ue dell’ambiente. È una delle pietre miliari di 'Fit for 55', il piano Ue per frenare le emissioni di gas serra. E infatti tra i temi trattati c’è anche quello della riforma del mercato delle emissioni europeo.
L'accordo di ieri tra i 27 stati membri fa seguito a quello raggiunto con il Parlamento europeo a fine aprile. Una buona notizia per il clima, sembrerebbe. Ma ancora una volta non mancano ripensamenti e passi indietro.
🏭 Carico da novanta
Sì, perché conciliare gli interessi di 27 stati membri non è facile, men che meno con i prezzi dell’energia alle stelle. E così l’Italia è (al momento) riuscita a strappare una proroga di 5 anni, fino al 2040, per i produttori di autoveicoli con motore a combustione cosiddetti “di nicchia”, quelli che producono meno di 10.000 veicoli. Ferrari e Lamborghini, per esempio.
Anche prima dell’invasione russa dell’Ucraina, inoltre, la transizione prometteva di creare molti grattacapi. Da inizio 2021 il prezzo dei permessi sulle emissioni di gas serra ha cominciato a crescere, fino a raggiungere quota 90 euro a tonnellata, il quadruplo rispetto al 2020. E se è vero che proprio un prezzo simile era invocato da più parti quando questo languiva sotto i 10 euro, oggi i grandi emettitori europei sono sul piede di guerra. E, con loro, alcuni Stati membri come la Polonia.
🔋Guerre ibride
Una cosa sembra essere ormai chiara: il futuro dell’auto è elettrico. Assieme all'Europa, anche gli Usa hanno promesso che entro il 2030 almeno il 30% del loro mercato automobilistico sia composto da auto elettriche. Ma al momento il 76% della produzione di batterie al litio avviene in Cina, negli Usa solo l’8%.
Sarà anche per questo che la Cina sembra voler fare sempre più scorte di carbonato di litio, componente fondamentale delle batterie. E sarà anche per questo che, a seguito di scorte e annunci, il prezzo del litio è quintuplicato in un anno.
Le guerre commerciali del futuro assomigliano pericolosamente a quelle del passato.
👉 Al vertice NATO di Madrid la Turchia toglie il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia. In cambio ottiene la fine del sostegno agli indipendentisti curdi e dell’embargo nel campo della difesa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vertice-nato-il-baratto-35596
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Iran senza accordo”, il sesto dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-iran-senza-accordo
🌏 CINA: SUPPORTO A MOSCA A INTERMITTENZA
🥊 Colpirne cinque per educarne cento
La blacklist americana si allunga. È di ieri l’aggiunta di cinque aziende cinesi di elettronica a cui sarà impedito di comprare tecnologia americana. Non passa ormai mese senza che il Dipartimento del Commercio USA prenda provvedimenti simili. Ma c’è una novità: per la prima volta, le nuove aggiunte sono motivate dall’accusa di aver fornito supporto (probabilmente semiconduttori o altri materiali critici) all’industria militare russa.
Una violazione delle sanzioni statunitensi che, stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, non equivale ad una accusa diretta contro il governo cinese. Ma è un promemoria a Pechino (origine del 57% delle importazioni russe di semiconduttori) che il supporto a Mosca si paga con la rinuncia alla tecnologia americana. Minaccia particolarmente efficace, a giudicare dai dati sull’export cinese.
📉 Roccia granitica o calcarea?
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, solo l’Unione Europea ha contribuito più della Cina al declino delle importazioni russe. Le esportazioni cinesi verso Mosca sono infatti diminuite del 38% rispetto alla seconda metà del 2021. Un calo non imputabile ai ripetuti lockdown nel Paese: a confronto, nello stesso periodo, l’export totale cinese si è ridotto dell’8%.
Nonostante le promesse di un’alleanza sino-russa solida come una roccia, Pechino non si discosta quindi dalla riduzione media (40%) dell’export verso la Russia degli altri Paesi che non hanno aderito alle sanzioni occidentali. E tra le più di 1000 aziende che hanno ridotto le loro operazioni in Russia compaiono anche colossi cinesi come Lenovo e Xiaomi.
🛢 L’import-anza dell’energia
Le esportazioni testimoniano una Cina cauta nel supportare Mosca. Ma il quadro cambia totalmente considerando le importazioni cinesi dalla Russia. Che a maggio, rispetto a un anno fa, sono aumentate dell’80%. Non sorprende: più dell’80% di queste sono costituite da fonti energetiche che Putin sta vendendo a Pechino a prezzo di saldo.
Complici i 33 dollari in meno al barile rispetto al prezzo di riferimento del petrolio Brent, quest’anno le importazioni cinesi di greggio dalla Russia sono aumentate del 55%. Stesso incremento anche per il gas naturale liquefatto russo, scontato per Pechino del 10% rispetto alle normali spedizioni in Asia.
Nonostante tutto, la Cina rimane un mercato supplementare e non sostitutivo di quello europeo, che importava, prima della guerra, cinque volte più gas di quanto faccia ora Pechino.
Insomma, fra i due litiganti il terzo gode.
👉 Il vertice NATO di Madrid, conclusosi oggi, segna uno spartiacque per la sicurezza globale e sancisce la nascita di una nuova Alleanza atlantica, allargata e con nuove priorità strategiche. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/una-nato-20-35604
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Libia senza voto”, il settimo e ultimo dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-libia-senza-voto
🥊 Colpirne cinque per educarne cento
La blacklist americana si allunga. È di ieri l’aggiunta di cinque aziende cinesi di elettronica a cui sarà impedito di comprare tecnologia americana. Non passa ormai mese senza che il Dipartimento del Commercio USA prenda provvedimenti simili. Ma c’è una novità: per la prima volta, le nuove aggiunte sono motivate dall’accusa di aver fornito supporto (probabilmente semiconduttori o altri materiali critici) all’industria militare russa.
Una violazione delle sanzioni statunitensi che, stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, non equivale ad una accusa diretta contro il governo cinese. Ma è un promemoria a Pechino (origine del 57% delle importazioni russe di semiconduttori) che il supporto a Mosca si paga con la rinuncia alla tecnologia americana. Minaccia particolarmente efficace, a giudicare dai dati sull’export cinese.
📉 Roccia granitica o calcarea?
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, solo l’Unione Europea ha contribuito più della Cina al declino delle importazioni russe. Le esportazioni cinesi verso Mosca sono infatti diminuite del 38% rispetto alla seconda metà del 2021. Un calo non imputabile ai ripetuti lockdown nel Paese: a confronto, nello stesso periodo, l’export totale cinese si è ridotto dell’8%.
Nonostante le promesse di un’alleanza sino-russa solida come una roccia, Pechino non si discosta quindi dalla riduzione media (40%) dell’export verso la Russia degli altri Paesi che non hanno aderito alle sanzioni occidentali. E tra le più di 1000 aziende che hanno ridotto le loro operazioni in Russia compaiono anche colossi cinesi come Lenovo e Xiaomi.
🛢 L’import-anza dell’energia
Le esportazioni testimoniano una Cina cauta nel supportare Mosca. Ma il quadro cambia totalmente considerando le importazioni cinesi dalla Russia. Che a maggio, rispetto a un anno fa, sono aumentate dell’80%. Non sorprende: più dell’80% di queste sono costituite da fonti energetiche che Putin sta vendendo a Pechino a prezzo di saldo.
Complici i 33 dollari in meno al barile rispetto al prezzo di riferimento del petrolio Brent, quest’anno le importazioni cinesi di greggio dalla Russia sono aumentate del 55%. Stesso incremento anche per il gas naturale liquefatto russo, scontato per Pechino del 10% rispetto alle normali spedizioni in Asia.
Nonostante tutto, la Cina rimane un mercato supplementare e non sostitutivo di quello europeo, che importava, prima della guerra, cinque volte più gas di quanto faccia ora Pechino.
Insomma, fra i due litiganti il terzo gode.
👉 Il vertice NATO di Madrid, conclusosi oggi, segna uno spartiacque per la sicurezza globale e sancisce la nascita di una nuova Alleanza atlantica, allargata e con nuove priorità strategiche. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/una-nato-20-35604
🔴 Oggi alle 19.00: non perdere “Libia senza voto”, il settimo e ultimo dei nostri incontri estivi sulle crisi dimenticate del mondo. Seguilo qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/summer-festival-libia-senza-voto