🌍 UE: AMBIZIONI CLIMATICHE ANNACQUATE?
🇪🇺 Fit for EU?
Seggi roventi oggi a Strasburgo. Il Parlamento europeo ha messo al voto le otto misure chiave del pacchetto “Fit for 55”, con cui l’Ue si è impegnata a ridurre le sue emissioni di almeno il 55% entro il 2030. Dalla riforma del mercato delle emissioni europeo all’introduzione di una carbon tax, fino al bando della vendita di veicoli con motori termici, il voto di oggi serviva per misurare la distanza tra gli ambiziosi obiettivi climatici europei e le azioni per raggiungerli.
Risultato? Un pareggio sofferto. Passa il ban alla vendita di motori termici dal 2035 ma non la riforma del sistema di scambio delle emissioni di CO2. Ed è stato sospeso il voto finale sui disegni legati a questo dossier: fondo sociale climatico e carbon tax.
🏭 Car to go
Il pomo della discordia sono state le date per lo stop alle “free allocation”: i crediti che le aziende possono comprare per aumentare la loro quota di emissioni. Gli emendamenti introdotti dai Popolari hanno spostato rispetto al testo originale di due e quattro anni la graduale riduzione delle allocation sul mercato e del loro ban totale. Una riforma troppo “annacquata” per i Socialisti, che la hanno così affossata.
Approvata invece senza emendamenti la proposta di vietare la vendita di veicoli con motore termico a partire dal 2035. Niente di rivoluzionario: molti produttori hanno già annunciato l’intenzione di smettere di produrre tali modelli entro il 2030. Ma visto che l’automotive rappresenta il 6,6% dell’occupazione europea, qualsiasi decisione sul settore non era scontata.
⏰ Tempismo imperfetto
Le proposte al voto oggi rischiano di comportare un aumento dei già alti prezzi di carburante ed energia in tutta Europa. Un loro ridimensionamento per quanto inaspettato era intuibile. Il dibattito parlamentare di ieri era stato dominato in tutto lo spettro politico dalla volontà di non gravare ulteriormente su un’economia europea segnata da guerra e sanzioni.
Oggi è poi arrivato anche il monito di Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, che ha dichiarato che l'Europa rischia il razionamento dell'energia quest'inverno, qualora la stagione fredda coincidesse con la ripresa della domanda economica in Cina. Nulla di nuovo: da settimane la Commissione si prepara a questo scenario, che però inevitabilmente spaventa.
Gli Stati membri hanno già attivato i loro piani di emergenza energetica. Quando attiveranno quelli per l’emergenza climatica?
🌐 È online il programma del Global Policy Forum 2022 che terremo a Milano il 20 e 21 giugno in collaborazione con OSCE, Bocconi e T20 Indonesia. Tra i partecipanti Joseph Stiglitz, Paolo Gentiloni, Helga Maria Schmid, Niall Ferguson e molte altre personalità del nostro tempo. Scopri l’evento e registrati per partecipare: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🇪🇺 Fit for EU?
Seggi roventi oggi a Strasburgo. Il Parlamento europeo ha messo al voto le otto misure chiave del pacchetto “Fit for 55”, con cui l’Ue si è impegnata a ridurre le sue emissioni di almeno il 55% entro il 2030. Dalla riforma del mercato delle emissioni europeo all’introduzione di una carbon tax, fino al bando della vendita di veicoli con motori termici, il voto di oggi serviva per misurare la distanza tra gli ambiziosi obiettivi climatici europei e le azioni per raggiungerli.
Risultato? Un pareggio sofferto. Passa il ban alla vendita di motori termici dal 2035 ma non la riforma del sistema di scambio delle emissioni di CO2. Ed è stato sospeso il voto finale sui disegni legati a questo dossier: fondo sociale climatico e carbon tax.
🏭 Car to go
Il pomo della discordia sono state le date per lo stop alle “free allocation”: i crediti che le aziende possono comprare per aumentare la loro quota di emissioni. Gli emendamenti introdotti dai Popolari hanno spostato rispetto al testo originale di due e quattro anni la graduale riduzione delle allocation sul mercato e del loro ban totale. Una riforma troppo “annacquata” per i Socialisti, che la hanno così affossata.
Approvata invece senza emendamenti la proposta di vietare la vendita di veicoli con motore termico a partire dal 2035. Niente di rivoluzionario: molti produttori hanno già annunciato l’intenzione di smettere di produrre tali modelli entro il 2030. Ma visto che l’automotive rappresenta il 6,6% dell’occupazione europea, qualsiasi decisione sul settore non era scontata.
⏰ Tempismo imperfetto
Le proposte al voto oggi rischiano di comportare un aumento dei già alti prezzi di carburante ed energia in tutta Europa. Un loro ridimensionamento per quanto inaspettato era intuibile. Il dibattito parlamentare di ieri era stato dominato in tutto lo spettro politico dalla volontà di non gravare ulteriormente su un’economia europea segnata da guerra e sanzioni.
Oggi è poi arrivato anche il monito di Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, che ha dichiarato che l'Europa rischia il razionamento dell'energia quest'inverno, qualora la stagione fredda coincidesse con la ripresa della domanda economica in Cina. Nulla di nuovo: da settimane la Commissione si prepara a questo scenario, che però inevitabilmente spaventa.
Gli Stati membri hanno già attivato i loro piani di emergenza energetica. Quando attiveranno quelli per l’emergenza climatica?
🌐 È online il programma del Global Policy Forum 2022 che terremo a Milano il 20 e 21 giugno in collaborazione con OSCE, Bocconi e T20 Indonesia. Tra i partecipanti Joseph Stiglitz, Paolo Gentiloni, Helga Maria Schmid, Niall Ferguson e molte altre personalità del nostro tempo. Scopri l’evento e registrati per partecipare: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🌍 BCE: FINE DI UN’ERA
🦅🕊Falchi o colombe?
A partire dal mese prossimo la politica monetaria europea sarà stravolta. Questo è quanto è stato oggi deciso alla riunione del consiglio direttivo della BCE. Dal primo luglio verrà infatti interrotto il Quantitative easing (20 miliardi di euro di acquisto di titoli ancora questo mese) che durava da otto anni. E alla prossima riunione ci sarà il primo rialzo (contenuto, da 25 punti base) dei tassi di interesse dopo 11 anni.
Un annuncio che era dato per scontato di fronte a un’inflazione quattro volte il target del 2% e doppia rispetto al precedente record. Tanto più che la FED si era già mossa da mesi in questa direzione. Quello che si attendeva era invece un'indicazione sull’entità dei futuri rialzi. Che non c’è stata.
🏦 Spread the word
A Francoforte non c’è consenso sul ritmo di questa stretta monetaria. Un aumento dei tassi più “aggressivo”, da 50 punti base a settembre non è escluso “se le prospettive di inflazione dovessero peggiorare”. Potrebbe però far precipitare l’economia europea in recessione. O scatenare il panico del mercato obbligazionario nei paesi mediterranei.
Lo spread tra Btp-Bund sebbene sia salito leggermente fino ai massimi dall’inizio della pandemia, rimane lontano dai livelli di guardia della crisi dell’euro: 220 punti vs i 574 di allora. E l’austerity ha lasciato spazio ai 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Ma comunque la BCE, a differenza della FED, non ha annunciato la riduzione del suo bilancio, così da poter contare su una maggior flessibilità come “scudo” contro l'aumento degli spread.
📉 Mal comune…
La BCE si dice fiduciosa che la sua stretta non penalizzerà la crescita. I dati su esportazioni, produzione industriale e disoccupazione (ai minimi dal 1999), restano positivi suggerendo un rallentamento piuttosto che una recessione. Ma di mese in mese si riducono le prospettive di crescita annua: -0,9 punti percentuali rispetto alle previsioni di marzo.
L’Eurozona è però in buona compagnia. Ieri l’OCSE ha ridotto di 1,5 punti percentuali le precedenti previsioni di crescita globale. Così come già fatto dalla Banca Mondiale che lancia l’allarme stagflazione. Causata negli anni ’70 da due principali ingredienti: la crisi delle supply chains che alimentò l'inflazione, e la fine di una politica monetaria altamente accomodante in una fase di prospettive di crescita deboli.
Suonano familiari?
🔴 Live alle 18.00 la nostra tavola rotonda “Guerra e sicurezza alimentare: l’Africa potrà sfamarsi da sola?”. Seguila in diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-e-sicurezza-alimentare-lafrica-potra-sfamarsi-da-sola
🦅🕊Falchi o colombe?
A partire dal mese prossimo la politica monetaria europea sarà stravolta. Questo è quanto è stato oggi deciso alla riunione del consiglio direttivo della BCE. Dal primo luglio verrà infatti interrotto il Quantitative easing (20 miliardi di euro di acquisto di titoli ancora questo mese) che durava da otto anni. E alla prossima riunione ci sarà il primo rialzo (contenuto, da 25 punti base) dei tassi di interesse dopo 11 anni.
Un annuncio che era dato per scontato di fronte a un’inflazione quattro volte il target del 2% e doppia rispetto al precedente record. Tanto più che la FED si era già mossa da mesi in questa direzione. Quello che si attendeva era invece un'indicazione sull’entità dei futuri rialzi. Che non c’è stata.
🏦 Spread the word
A Francoforte non c’è consenso sul ritmo di questa stretta monetaria. Un aumento dei tassi più “aggressivo”, da 50 punti base a settembre non è escluso “se le prospettive di inflazione dovessero peggiorare”. Potrebbe però far precipitare l’economia europea in recessione. O scatenare il panico del mercato obbligazionario nei paesi mediterranei.
Lo spread tra Btp-Bund sebbene sia salito leggermente fino ai massimi dall’inizio della pandemia, rimane lontano dai livelli di guardia della crisi dell’euro: 220 punti vs i 574 di allora. E l’austerity ha lasciato spazio ai 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Ma comunque la BCE, a differenza della FED, non ha annunciato la riduzione del suo bilancio, così da poter contare su una maggior flessibilità come “scudo” contro l'aumento degli spread.
📉 Mal comune…
La BCE si dice fiduciosa che la sua stretta non penalizzerà la crescita. I dati su esportazioni, produzione industriale e disoccupazione (ai minimi dal 1999), restano positivi suggerendo un rallentamento piuttosto che una recessione. Ma di mese in mese si riducono le prospettive di crescita annua: -0,9 punti percentuali rispetto alle previsioni di marzo.
L’Eurozona è però in buona compagnia. Ieri l’OCSE ha ridotto di 1,5 punti percentuali le precedenti previsioni di crescita globale. Così come già fatto dalla Banca Mondiale che lancia l’allarme stagflazione. Causata negli anni ’70 da due principali ingredienti: la crisi delle supply chains che alimentò l'inflazione, e la fine di una politica monetaria altamente accomodante in una fase di prospettive di crescita deboli.
Suonano familiari?
🔴 Live alle 18.00 la nostra tavola rotonda “Guerra e sicurezza alimentare: l’Africa potrà sfamarsi da sola?”. Seguila in diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-e-sicurezza-alimentare-lafrica-potra-sfamarsi-da-sola
🌎 CAPITOL HILL: FERITA SEMPRE APERTA
🇺🇸 Il golpe e l’uva
Trump sapeva di aver perso le elezioni ma orchestrò un piano per restare al potere. Questa la tesi sostenuta ieri nella prima di sei audizioni pubbliche della commissione che indaga sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Secondo le ricostruzioni presentate, Trump avrebbe ignorato le prove (fornite pure dai suoi più stretti collaboratori) che confutavano le sue affermazioni di frode elettorale e fatto pressioni su funzionari statali affinché annullassero i risultati delle elezioni.
Infine, avrebbe incoraggiato l'assalto violento al Campidoglio ed è stato descritto come accondiscendente all’ipotesi di una esecuzione del suo stesso vicepresidente. Accuse pesanti da parte di una commissione parlamentare quindi senza valore giuridico. E forse con scarso peso politico, nonostante l’udienza sia stata trasmessa in diretta televisiva. Come per il Watergate mezzo secolo fa...
🐘The Donald(s)
Trump non fa marcia indietro e ieri ha ribadito sulla sua piattaforma social “Truth” che "quello del 6 gennaio è stato il più grande movimento della storia americana”. La linea ufficiale del Partito Repubblicano non si discosta molto: l’inchiesta sarebbe un tentativo di diffamazione di parte (la commissione è composta da sette democratici e due repubblicani anti-Trump).
Non sorprende. La maggioranza degli elettori repubblicani concorda sul fatto che le elezioni presidenziali del 2020 siano state falsate. Il sostegno per The Donald resta quindi forte tra l’elettorato Rep, con una preferenza superiore al 70%. Così come è forte la sua presa sul partito: il 64% dei vincitori alle ultime primarie hanno avuto il suo endorsement. E anche i repubblicani con aspirazioni presidenziali lo prendono a modello.
🗳 Stop the count
Nonostante il clamore mediatico dell’inchiesta, i repubblicani rimangono in testa nelle intenzioni di voto per le elezioni di midterm di novembre. Tutto sembra suggerire una loro vittoria. Biden cerca di far pesare i dati positivi sulla disoccupazione (al 3,6%). Ma, di fronte a un’economia che minaccia di finire in recessione, fatica a far breccia nell’elettorato.
Prova a scaricare su Putin la colpa degli aumenti dei prezzi, ma il 68% degli americani non approva comunque le sue politiche per combattere l’inflazione. E i repubblicani sottolineano come le due invasioni russe in Ucraina siano entrambe avvenute con un democratico alla presidenza. Così la popolarità di “Joe” (40%) risulta la più bassa dai tempi di Ford.
Forse Trump alla Casa Bianca nel 2024 non è poi un’ipotesi così remota.
🎙 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo di "Capitol Hill, giornalisti scomparsi in Brasile e aggiornamenti dall'Ucraina”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-capitol-hill-giornalisti-scomparsi-brasile-e-aggiornamenti-dallucraina-35386
🇺🇸 Il golpe e l’uva
Trump sapeva di aver perso le elezioni ma orchestrò un piano per restare al potere. Questa la tesi sostenuta ieri nella prima di sei audizioni pubbliche della commissione che indaga sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Secondo le ricostruzioni presentate, Trump avrebbe ignorato le prove (fornite pure dai suoi più stretti collaboratori) che confutavano le sue affermazioni di frode elettorale e fatto pressioni su funzionari statali affinché annullassero i risultati delle elezioni.
Infine, avrebbe incoraggiato l'assalto violento al Campidoglio ed è stato descritto come accondiscendente all’ipotesi di una esecuzione del suo stesso vicepresidente. Accuse pesanti da parte di una commissione parlamentare quindi senza valore giuridico. E forse con scarso peso politico, nonostante l’udienza sia stata trasmessa in diretta televisiva. Come per il Watergate mezzo secolo fa...
🐘The Donald(s)
Trump non fa marcia indietro e ieri ha ribadito sulla sua piattaforma social “Truth” che "quello del 6 gennaio è stato il più grande movimento della storia americana”. La linea ufficiale del Partito Repubblicano non si discosta molto: l’inchiesta sarebbe un tentativo di diffamazione di parte (la commissione è composta da sette democratici e due repubblicani anti-Trump).
Non sorprende. La maggioranza degli elettori repubblicani concorda sul fatto che le elezioni presidenziali del 2020 siano state falsate. Il sostegno per The Donald resta quindi forte tra l’elettorato Rep, con una preferenza superiore al 70%. Così come è forte la sua presa sul partito: il 64% dei vincitori alle ultime primarie hanno avuto il suo endorsement. E anche i repubblicani con aspirazioni presidenziali lo prendono a modello.
🗳 Stop the count
Nonostante il clamore mediatico dell’inchiesta, i repubblicani rimangono in testa nelle intenzioni di voto per le elezioni di midterm di novembre. Tutto sembra suggerire una loro vittoria. Biden cerca di far pesare i dati positivi sulla disoccupazione (al 3,6%). Ma, di fronte a un’economia che minaccia di finire in recessione, fatica a far breccia nell’elettorato.
Prova a scaricare su Putin la colpa degli aumenti dei prezzi, ma il 68% degli americani non approva comunque le sue politiche per combattere l’inflazione. E i repubblicani sottolineano come le due invasioni russe in Ucraina siano entrambe avvenute con un democratico alla presidenza. Così la popolarità di “Joe” (40%) risulta la più bassa dai tempi di Ford.
Forse Trump alla Casa Bianca nel 2024 non è poi un’ipotesi così remota.
🎙 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo di "Capitol Hill, giornalisti scomparsi in Brasile e aggiornamenti dall'Ucraina”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-capitol-hill-giornalisti-scomparsi-brasile-e-aggiornamenti-dallucraina-35386
🌏 COMMERCIO: ORA O MAI PIÙ
💱Point Break?
Due giorni per dimostrare di non essere irrilevante. Questa è la missione a cui è chiamata la dodicesima conferenza ministeriale (la prima dal 2017) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), in corso fino a mercoledì. Non un compito facile: l’OMC ha una lunga storia di fallimenti alle sue ministeriali e non ha raggiunto alcun nuovo accordo dal 2013.
Ecco perché non ci si attendono risultati sugli obiettivi più ambiziosi in agenda come la riforma dell’organismo stesso: i membri sono divisi persino sulla formulazione del paragrafo che introduce la fase di discussione preliminare. Piuttosto, come riferito dalla direttrice generale Ngozi Okonjo-Iweala, si punta a uno o due accordi piccoli ma simbolicamente importanti. Che però non sono privi di ostacoli.
🎣 Il mare è pieno di pesci?
I membri cercheranno un accordo sulla riduzione dei sussidi alla pesca di cui il 60% contribuisce al sovrasfruttamento dei mari. E per far fronte alla crisi alimentare globale, si vuole convincere a un passo indietro i 23 Paesi che dall’inizio della guerra hanno introdotto restrizioni alle esportazioni alimentari.
Ma su entrambi i dossier è forte l’opposizione di India e Cina che chiedono un trattamento differenziato come quello concesso ai Paesi in via di sviluppo. Opposta è la situazione in tema di deroga al brevetto sui vaccini contro il coronavirus: richiesta da più di cento Paesi, guidati proprio dall’India, è osteggiata da UE e USA che vorrebbero escludere la Cina dalla misura. Così un terzo della popolazione mondiale risulta non ancora vaccinato con prima dose.
🤯 Tempi difficili
Alcuni Paesi in via di sviluppo minacciano di far saltare il rinnovo della moratoria di 25 anni sulla riscossione dei dazi sui beni digitali. Ovvero dopo questa ministeriale invece di scendere, le tariffe commerciali potrebbero persino aumentare. L’opposto dello scopo di una OMC sempre più indebolita da questi anni di politiche protezionistiche legate a Trump, il Covid e ora la guerra.
La sua funzione di risoluzione delle controversie commerciali tramite l’Appellate Body è da anni interrotta dagli Stati Uniti che impediscono il rinnovo dei giudici che lo presiedono. Così proliferano, a spese del libero commercio, politiche industriali volte a conseguire un’autonomia strategica. E si moltiplicano gli accordi commerciali regionali per accorciare le proprie catene del valore.
Chi ha ancora interesse in una OMC funzionante ed efficace?
👉 Mario Draghi è in Israele per parlare di gas, grano e guerra in Ucraina. Mentre voci sempre più insistenti riferiscono di una sua prossima visita a Kiev con Macron e Scholz. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/visita-israele-la-tela-di-draghi-35400
💱Point Break?
Due giorni per dimostrare di non essere irrilevante. Questa è la missione a cui è chiamata la dodicesima conferenza ministeriale (la prima dal 2017) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), in corso fino a mercoledì. Non un compito facile: l’OMC ha una lunga storia di fallimenti alle sue ministeriali e non ha raggiunto alcun nuovo accordo dal 2013.
Ecco perché non ci si attendono risultati sugli obiettivi più ambiziosi in agenda come la riforma dell’organismo stesso: i membri sono divisi persino sulla formulazione del paragrafo che introduce la fase di discussione preliminare. Piuttosto, come riferito dalla direttrice generale Ngozi Okonjo-Iweala, si punta a uno o due accordi piccoli ma simbolicamente importanti. Che però non sono privi di ostacoli.
🎣 Il mare è pieno di pesci?
I membri cercheranno un accordo sulla riduzione dei sussidi alla pesca di cui il 60% contribuisce al sovrasfruttamento dei mari. E per far fronte alla crisi alimentare globale, si vuole convincere a un passo indietro i 23 Paesi che dall’inizio della guerra hanno introdotto restrizioni alle esportazioni alimentari.
Ma su entrambi i dossier è forte l’opposizione di India e Cina che chiedono un trattamento differenziato come quello concesso ai Paesi in via di sviluppo. Opposta è la situazione in tema di deroga al brevetto sui vaccini contro il coronavirus: richiesta da più di cento Paesi, guidati proprio dall’India, è osteggiata da UE e USA che vorrebbero escludere la Cina dalla misura. Così un terzo della popolazione mondiale risulta non ancora vaccinato con prima dose.
🤯 Tempi difficili
Alcuni Paesi in via di sviluppo minacciano di far saltare il rinnovo della moratoria di 25 anni sulla riscossione dei dazi sui beni digitali. Ovvero dopo questa ministeriale invece di scendere, le tariffe commerciali potrebbero persino aumentare. L’opposto dello scopo di una OMC sempre più indebolita da questi anni di politiche protezionistiche legate a Trump, il Covid e ora la guerra.
La sua funzione di risoluzione delle controversie commerciali tramite l’Appellate Body è da anni interrotta dagli Stati Uniti che impediscono il rinnovo dei giudici che lo presiedono. Così proliferano, a spese del libero commercio, politiche industriali volte a conseguire un’autonomia strategica. E si moltiplicano gli accordi commerciali regionali per accorciare le proprie catene del valore.
Chi ha ancora interesse in una OMC funzionante ed efficace?
👉 Mario Draghi è in Israele per parlare di gas, grano e guerra in Ucraina. Mentre voci sempre più insistenti riferiscono di una sua prossima visita a Kiev con Macron e Scholz. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/visita-israele-la-tela-di-draghi-35400
🌍 UE: GUERRA SULLA TASSONOMIA VERDE
☢️⛽️ Nel mezzo del cammin...
Nucleare e gas sono davvero fonti "verdi”? O meglio: sono utili per una transizione energetica verde in Europa? Secondo le commissioni Ambiente ed Economia del Parlamento europeo, che hanno votato oggi, no. Un parere che, se confermato dall’intero Parlamento l’11 luglio, sarebbe in contrasto con quanto stabilito a inizio febbraio dalla Commissione europea, che aveva invece incluso gas e nucleare fra gli investimenti sostenibili fino al 2030.
La tassonomia era stata concepita per fornire delle linee guida chiare per classificare gli investimenti green, evitando che una selva di regole permetta agli investitori di classificare qualsiasi cosa come “verde”. Ma è proprio in questa selva che le istituzioni comunitarie sembrano essersi smarrite.
🌱 Greenwashing (in)sostenibile
Già a febbraio, la decisione della Commissione era stata ampiamente criticata. C’era infatti chi la considerava un compromesso per accontentare alcuni grandi Paesi europei: la Francia sul nucleare, Germania e Italia sul gas naturale. Un’operazione talmente palese che persino l’Austria, tradizionale alleato tedesco, aveva minacciato di far causa alla Corte di giustizia.
L’assenza di un’etichetta di sostenibilità non significa che queste fonti siano rapidamente destinate a scomparire. Si tratterebbe piuttosto di un disincentivo a investimenti futuri: studi recenti stimano che banche e fondi UE investano ormai l’80% dei loro capitali in settori green, e che questa quota sia destinata a salire al 95% entro il 2030. L’esclusione di gas e nucleare dagli investimenti green scalda dunque gli animi di chi vi punta molto in questa fase della transizione.
🇷🇺 Effetto Russia?
Ecco perché, a quasi due anni dalla sua prima versione ufficiale, la tassonomia Ue non ha ancora messo d’accordo gli Stati membri. Eppure la questione diventa sempre più rilevante, anche alla luce degli avvenimenti in Ucraina e della volontà europea di limitare la propria dipendenza dai combustibili fossili russi.
Secondo Greenpeace, i nuovi investimenti sul gas generati dalla sua inclusione in tassonomia porterebbero nelle casse del Cremlino fino a 4 miliardi extra all'anno fino al 2030. Mentre Rosatom, azienda russa attiva nel settore dell'energia nucleare, potrebbe assicurarsi una quota di circa 500 miliardi di euro di potenziali investimenti in nuove capacità nucleari dell'UE.
Basterà la guerra a far cambiare idea all’Europa?
🌐 La transizione energetica e quella digitale, il conflitto in Ucraina, la crisi economica e la salute globale dopo la pandemia saranno al centro del Global Policy Forum 2022 che terremo a Milano il 20 e 21 giugno. Sono gli ultimi giorni per iscriversi e partecipare in presenza, approfittane! Tra i partecipanti di questa edizione Joseph Stiglitz, Paolo Gentiloni, Niall Ferguson, Filippo Grandi e molte altre personalità del nostro tempo. Registrati e partecipa anche tu: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
☢️⛽️ Nel mezzo del cammin...
Nucleare e gas sono davvero fonti "verdi”? O meglio: sono utili per una transizione energetica verde in Europa? Secondo le commissioni Ambiente ed Economia del Parlamento europeo, che hanno votato oggi, no. Un parere che, se confermato dall’intero Parlamento l’11 luglio, sarebbe in contrasto con quanto stabilito a inizio febbraio dalla Commissione europea, che aveva invece incluso gas e nucleare fra gli investimenti sostenibili fino al 2030.
La tassonomia era stata concepita per fornire delle linee guida chiare per classificare gli investimenti green, evitando che una selva di regole permetta agli investitori di classificare qualsiasi cosa come “verde”. Ma è proprio in questa selva che le istituzioni comunitarie sembrano essersi smarrite.
🌱 Greenwashing (in)sostenibile
Già a febbraio, la decisione della Commissione era stata ampiamente criticata. C’era infatti chi la considerava un compromesso per accontentare alcuni grandi Paesi europei: la Francia sul nucleare, Germania e Italia sul gas naturale. Un’operazione talmente palese che persino l’Austria, tradizionale alleato tedesco, aveva minacciato di far causa alla Corte di giustizia.
L’assenza di un’etichetta di sostenibilità non significa che queste fonti siano rapidamente destinate a scomparire. Si tratterebbe piuttosto di un disincentivo a investimenti futuri: studi recenti stimano che banche e fondi UE investano ormai l’80% dei loro capitali in settori green, e che questa quota sia destinata a salire al 95% entro il 2030. L’esclusione di gas e nucleare dagli investimenti green scalda dunque gli animi di chi vi punta molto in questa fase della transizione.
🇷🇺 Effetto Russia?
Ecco perché, a quasi due anni dalla sua prima versione ufficiale, la tassonomia Ue non ha ancora messo d’accordo gli Stati membri. Eppure la questione diventa sempre più rilevante, anche alla luce degli avvenimenti in Ucraina e della volontà europea di limitare la propria dipendenza dai combustibili fossili russi.
Secondo Greenpeace, i nuovi investimenti sul gas generati dalla sua inclusione in tassonomia porterebbero nelle casse del Cremlino fino a 4 miliardi extra all'anno fino al 2030. Mentre Rosatom, azienda russa attiva nel settore dell'energia nucleare, potrebbe assicurarsi una quota di circa 500 miliardi di euro di potenziali investimenti in nuove capacità nucleari dell'UE.
Basterà la guerra a far cambiare idea all’Europa?
🌐 La transizione energetica e quella digitale, il conflitto in Ucraina, la crisi economica e la salute globale dopo la pandemia saranno al centro del Global Policy Forum 2022 che terremo a Milano il 20 e 21 giugno. Sono gli ultimi giorni per iscriversi e partecipare in presenza, approfittane! Tra i partecipanti di questa edizione Joseph Stiglitz, Paolo Gentiloni, Niall Ferguson, Filippo Grandi e molte altre personalità del nostro tempo. Registrati e partecipa anche tu: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🌍 GAS: TEMPESTA PERFETTA
✂️ Ci diamo un taglio?
Manca una turbina: secondo Gazprom è questo il motivo dietro al taglio del 40% delle forniture alla Germania attraverso il gasdotto Nord Stream. Insomma, sarebbero difficoltà tecniche nella stazione di Portovaya e non ragioni politiche a spiegare la riduzione dei flussi. Il Ministro dell’economia tedesco Habeck è invece netto: si tratta di una questione politica.
Nel frattempo, alla borsa di Amsterdam il prezzo del gas torna a superare i 120 €/MWh. E il taglio, improvviso (Gazprom ha avvertito con un messaggio su Telegram...), arriva in un momento già molto complicato per i mercati del gas europei.
📉Martedì nero
La Germania è di gran lunga il primo importatore europeo di gas: il 25% del gas importato dall’UE è consumato dal Paese. L’annunciata riduzione dei flussi da Nord Stream corrisponde a un taglio di quasi un terzo delle forniture tedesche: 25 miliardi di metri cubi l’anno, un’enormità al momento impossibile da reperire sui mercati.
Soprattutto dopo che settimana scorsa è esploso il maggior impianto di liquefazione degli Stati Uniti, che inviava in Europa circa il 20% di tutto il GNL americano, complicando una situazione già difficile. Già, perché le forniture dalla Norvegia sono quasi ai massimi consentiti dai gasdotti. Nel Regno Unito, letteralmente inondato di GNL, i connettori verso il continente europeo lavorano già a pieno regime. E intanto i francesi hanno dovuto spegnere metà delle loro centrali nucleari, e dunque quest’estate Parigi avrà bisogno di molto più gas del previsto.
🪢 Tiro alla fune
Per le cancellerie occidentali, la domanda rimane la stessa: quali sono gli obiettivi del Cremlino? Un’ulteriore forte riduzione delle forniture aiuterebbe Mosca solo a fronte di un aumento più che proporzionale dei prezzi in Europa, che per ora non si è materializzato. Anzi, tra marzo e giugno le entrate di Gazprom si sono più che dimezzate (da 435 a 180 milioni di euro al giorno).
Ma quello del Cremlino potrebbe essere un segnale: vi aspettiamo a settembre, con gli stoccaggi semivuoti. Anche così si spiega la frenesia europea: von der Leyen firma oggi un accordo con Israele e Egitto per fornitura “stabile” di gas, Di Maio e Descalzi (Eni) vanno in Africa, la Germania che bussa al Qatar.
Insomma, mentre il Cremlino vuole giocare la partita ora, in posizione di forza, l’Europa temporeggia. Basteranno soluzioni di medio-lungo periodo?
👉Joe Biden ha annunciato le date della sua prossima visita in Medio Oriente: oltre a Israele e Palestina, il presidente Usa andrà in Arabia Saudita, che aveva definito “un pariah”. Cosa aspettarsi? Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-biden-alla-corte-di-bin-salman-35438
✂️ Ci diamo un taglio?
Manca una turbina: secondo Gazprom è questo il motivo dietro al taglio del 40% delle forniture alla Germania attraverso il gasdotto Nord Stream. Insomma, sarebbero difficoltà tecniche nella stazione di Portovaya e non ragioni politiche a spiegare la riduzione dei flussi. Il Ministro dell’economia tedesco Habeck è invece netto: si tratta di una questione politica.
Nel frattempo, alla borsa di Amsterdam il prezzo del gas torna a superare i 120 €/MWh. E il taglio, improvviso (Gazprom ha avvertito con un messaggio su Telegram...), arriva in un momento già molto complicato per i mercati del gas europei.
📉Martedì nero
La Germania è di gran lunga il primo importatore europeo di gas: il 25% del gas importato dall’UE è consumato dal Paese. L’annunciata riduzione dei flussi da Nord Stream corrisponde a un taglio di quasi un terzo delle forniture tedesche: 25 miliardi di metri cubi l’anno, un’enormità al momento impossibile da reperire sui mercati.
Soprattutto dopo che settimana scorsa è esploso il maggior impianto di liquefazione degli Stati Uniti, che inviava in Europa circa il 20% di tutto il GNL americano, complicando una situazione già difficile. Già, perché le forniture dalla Norvegia sono quasi ai massimi consentiti dai gasdotti. Nel Regno Unito, letteralmente inondato di GNL, i connettori verso il continente europeo lavorano già a pieno regime. E intanto i francesi hanno dovuto spegnere metà delle loro centrali nucleari, e dunque quest’estate Parigi avrà bisogno di molto più gas del previsto.
🪢 Tiro alla fune
Per le cancellerie occidentali, la domanda rimane la stessa: quali sono gli obiettivi del Cremlino? Un’ulteriore forte riduzione delle forniture aiuterebbe Mosca solo a fronte di un aumento più che proporzionale dei prezzi in Europa, che per ora non si è materializzato. Anzi, tra marzo e giugno le entrate di Gazprom si sono più che dimezzate (da 435 a 180 milioni di euro al giorno).
Ma quello del Cremlino potrebbe essere un segnale: vi aspettiamo a settembre, con gli stoccaggi semivuoti. Anche così si spiega la frenesia europea: von der Leyen firma oggi un accordo con Israele e Egitto per fornitura “stabile” di gas, Di Maio e Descalzi (Eni) vanno in Africa, la Germania che bussa al Qatar.
Insomma, mentre il Cremlino vuole giocare la partita ora, in posizione di forza, l’Europa temporeggia. Basteranno soluzioni di medio-lungo periodo?
👉Joe Biden ha annunciato le date della sua prossima visita in Medio Oriente: oltre a Israele e Palestina, il presidente Usa andrà in Arabia Saudita, che aveva definito “un pariah”. Cosa aspettarsi? Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-biden-alla-corte-di-bin-salman-35438
🌍 BCE: ACQUE AGITATE
🏦 Ad hoc meeting
0,75 punti percentuali: è l’aumento dei tassi di interesse annunciato ieri dalla banca centrale statunitense. Un segnale forte (il maggior aumento negli ultimi 28 anni), indizio di una Fed determinata a combattere l’inflazione (la più alta dagli anni Ottanta) e a non perdere la fiducia dei mercati. Segnali analoghi anche dalla Bank of England, che oggi ha deciso di alzare i tassi di interesse per la quinta volta consecutiva.
Aumenta così la pressione sulla BCE, decisa ad alzare i tassi a luglio e settembre (ma dallo zero di oggi) e al contempo a evitare una nuova crisi del debito in Eurozona. Alla ricerca di una soluzione di compromesso che neppure ieri, in un meeting d’emergenza, sembra essere arrivata.
💸 Tu chiamale, se vuoi, inflazioni
In effetti, nelle ultime settimane lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi ha superato quota 200, il valore più alto da maggio 2020. Livelli non ancora preoccupanti ma che aumentano i timori di una nuova crisi dell’euro, magari proprio mentre per le economie europee aumenta il rischio recessione.
Ma se la BCE tira il freno rispetto alle altre banche centrali non è soltanto per il timore di riaprire spaccature tra Paesi dell’Eurozona. C’è infatti chi pensa che l’inflazione elevata da entrambe le sponde dell’Atlantico (a maggio +8,6% in Usa, +8,2% in Ue) abbia motivi diversi e dunque necessiti di “cure” diverse. Negli Usa a essere alta è anche l’inflazione “core”, che esclude beni volatili come energia e cibo, mentre in Europa quest’ultima è più moderata. L’Eurozona starebbe insomma “importando” inflazione dall’estero: alta, ma che potrebbe essere più transitoria di quella americana.
🗣 Lost in translation
Sia come sia, nelle ultime settimane si moltiplicano le critiche alle scelte di comunicazione della BCE, in particolare verso la governatrice Christine Lagarde. Solo settimana scorsa, Lagarde aveva annunciato la stretta sui tassi aggiungendo che “non c’è un tasso di spread massimo entro cui interverremmo”. Così lo spread era esploso.
Un errore quasi identico a quello commesso a marzo 2020, a inizio pandemia e a pochi mesi dall’inizio del suo mandato. Allora, Lagarde aveva dichiarato “non siamo qui per chiudere gli spread”, lo spread era esploso, e la BCE era stata costretta a varare un nuovo quantitative easing.
Quanto sono lontani i tempi del “whatever it takes”.
🌐 Sono gli ultimi giorni per iscriversi e partecipare al nostro Global Policy Forum 2022, che si terrà a Milano il 20 e 21 giugno. Registrati qui e unisciti ai dibatti sulle grandi questioni globali con speaker di alto livello provenienti da tutto il mondo: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🏦 Ad hoc meeting
0,75 punti percentuali: è l’aumento dei tassi di interesse annunciato ieri dalla banca centrale statunitense. Un segnale forte (il maggior aumento negli ultimi 28 anni), indizio di una Fed determinata a combattere l’inflazione (la più alta dagli anni Ottanta) e a non perdere la fiducia dei mercati. Segnali analoghi anche dalla Bank of England, che oggi ha deciso di alzare i tassi di interesse per la quinta volta consecutiva.
Aumenta così la pressione sulla BCE, decisa ad alzare i tassi a luglio e settembre (ma dallo zero di oggi) e al contempo a evitare una nuova crisi del debito in Eurozona. Alla ricerca di una soluzione di compromesso che neppure ieri, in un meeting d’emergenza, sembra essere arrivata.
💸 Tu chiamale, se vuoi, inflazioni
In effetti, nelle ultime settimane lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi ha superato quota 200, il valore più alto da maggio 2020. Livelli non ancora preoccupanti ma che aumentano i timori di una nuova crisi dell’euro, magari proprio mentre per le economie europee aumenta il rischio recessione.
Ma se la BCE tira il freno rispetto alle altre banche centrali non è soltanto per il timore di riaprire spaccature tra Paesi dell’Eurozona. C’è infatti chi pensa che l’inflazione elevata da entrambe le sponde dell’Atlantico (a maggio +8,6% in Usa, +8,2% in Ue) abbia motivi diversi e dunque necessiti di “cure” diverse. Negli Usa a essere alta è anche l’inflazione “core”, che esclude beni volatili come energia e cibo, mentre in Europa quest’ultima è più moderata. L’Eurozona starebbe insomma “importando” inflazione dall’estero: alta, ma che potrebbe essere più transitoria di quella americana.
🗣 Lost in translation
Sia come sia, nelle ultime settimane si moltiplicano le critiche alle scelte di comunicazione della BCE, in particolare verso la governatrice Christine Lagarde. Solo settimana scorsa, Lagarde aveva annunciato la stretta sui tassi aggiungendo che “non c’è un tasso di spread massimo entro cui interverremmo”. Così lo spread era esploso.
Un errore quasi identico a quello commesso a marzo 2020, a inizio pandemia e a pochi mesi dall’inizio del suo mandato. Allora, Lagarde aveva dichiarato “non siamo qui per chiudere gli spread”, lo spread era esploso, e la BCE era stata costretta a varare un nuovo quantitative easing.
Quanto sono lontani i tempi del “whatever it takes”.
🌐 Sono gli ultimi giorni per iscriversi e partecipare al nostro Global Policy Forum 2022, che si terrà a Milano il 20 e 21 giugno. Registrati qui e unisciti ai dibatti sulle grandi questioni globali con speaker di alto livello provenienti da tutto il mondo: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🌍 SICCITÀ: DI MALE IN PEGGIO
🏜 Da Roma fino a Mogadiscio
Siccità dilagante. In tutto il mondo si registrano ondate di calore record che mettono a rischio risorse idriche e raccolti. In Portogallo, il maggio più caldo degli ultimi 92 anni ha causato una siccità severa nel 97% del paese. Anche in Italia, lo scorso mese è stato il secondo più caldo degli ultimi 220 anni. Così il Po vive la più grave secca dal secondo dopo guerra e 125 comuni limitrofi hanno chiesto l’interruzione dell’erogazione d’acqua potabile nelle ore notturne.
Fuori dall’Europa la situazione non cambia. Pure in California si raziona l’acqua che manca a causa di una Sierra Nevada resa ben poco “nevada” dal caldo. E Somalia, Etiopia e Cile vivono la siccità più grave degli ultimi decenni.
🚱 Gli aridi numeri
La siccità non è una novità per molti paesi. Ma la sua frequenza, durata e intensità è in costante crescita a causa del cambiamento climatico. Nel 2020 fino al 19% della superficie terrestre globale è stata colpita da siccità estrema: un valore che tra il 1950 e il 1999 non aveva mai superato il 13%.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, di questo passo i 3,6 miliardi di persone che oggi vivono in aree con scarsità d'acqua per almeno un mese all’anno, diventeranno 4,8 miliardi entro il 2050. E ad ogni aumento di un grado della temperatura media globale corrisponde una riduzione delle rese agricole: grano -6%, riso -3% e mais -7%. Insomma, la crisi alimentare mondiale di quest’anno potrebbe diventare cronica.
🏭 Per COlPa di chi?
A novembre, la COP26 aveva rilanciato lo sforzo internazionale per la lotta al cambiamento climatico. A distanza di otto mesi, poco è cambiato. 94 paesi su 196 hanno presentato nuovi piani climatici ma insieme rappresentano solo il 22% delle emissioni globali.
L’impegno a ridurre gradualmente i sussidi ai combustibili fossili si è tradotto in un loro aumento nel 2021. Così come quello per fermare entro il 2030 la deforestazione che in Brasile è aumentata del 69% nel 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Una delle poche buone notizie arriva dalla Cina: le emissioni di Co2 sono in calo da tre trimestri consecutivi come non accadeva da un decennio.
Una performance però viziata dai continui lockdown nel paese. Per quanto la natura continuerà a salvarsi da sola?
🌐🇺🇦 Il Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy interverrà lunedì 20 giugno in apertura del nostro Global Policy Forum. Due giorni di dibattiti a Milano con speaker di alto livello provenienti da tutto il mondo sulle grandi questioni globali. Iscriviti per partecipare: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🏜 Da Roma fino a Mogadiscio
Siccità dilagante. In tutto il mondo si registrano ondate di calore record che mettono a rischio risorse idriche e raccolti. In Portogallo, il maggio più caldo degli ultimi 92 anni ha causato una siccità severa nel 97% del paese. Anche in Italia, lo scorso mese è stato il secondo più caldo degli ultimi 220 anni. Così il Po vive la più grave secca dal secondo dopo guerra e 125 comuni limitrofi hanno chiesto l’interruzione dell’erogazione d’acqua potabile nelle ore notturne.
Fuori dall’Europa la situazione non cambia. Pure in California si raziona l’acqua che manca a causa di una Sierra Nevada resa ben poco “nevada” dal caldo. E Somalia, Etiopia e Cile vivono la siccità più grave degli ultimi decenni.
🚱 Gli aridi numeri
La siccità non è una novità per molti paesi. Ma la sua frequenza, durata e intensità è in costante crescita a causa del cambiamento climatico. Nel 2020 fino al 19% della superficie terrestre globale è stata colpita da siccità estrema: un valore che tra il 1950 e il 1999 non aveva mai superato il 13%.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, di questo passo i 3,6 miliardi di persone che oggi vivono in aree con scarsità d'acqua per almeno un mese all’anno, diventeranno 4,8 miliardi entro il 2050. E ad ogni aumento di un grado della temperatura media globale corrisponde una riduzione delle rese agricole: grano -6%, riso -3% e mais -7%. Insomma, la crisi alimentare mondiale di quest’anno potrebbe diventare cronica.
🏭 Per COlPa di chi?
A novembre, la COP26 aveva rilanciato lo sforzo internazionale per la lotta al cambiamento climatico. A distanza di otto mesi, poco è cambiato. 94 paesi su 196 hanno presentato nuovi piani climatici ma insieme rappresentano solo il 22% delle emissioni globali.
L’impegno a ridurre gradualmente i sussidi ai combustibili fossili si è tradotto in un loro aumento nel 2021. Così come quello per fermare entro il 2030 la deforestazione che in Brasile è aumentata del 69% nel 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Una delle poche buone notizie arriva dalla Cina: le emissioni di Co2 sono in calo da tre trimestri consecutivi come non accadeva da un decennio.
Una performance però viziata dai continui lockdown nel paese. Per quanto la natura continuerà a salvarsi da sola?
🌐🇺🇦 Il Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy interverrà lunedì 20 giugno in apertura del nostro Global Policy Forum. Due giorni di dibattiti a Milano con speaker di alto livello provenienti da tutto il mondo sulle grandi questioni globali. Iscriviti per partecipare: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🔴 LIVE ALLE 14.00: Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy aprirà il Global Policy Forum 2022, organizzato a Milano da ISPI, Bocconi, OSCE e T20 Indonesia. Due giorni di dibattiti sulle grandi questioni globali con le voci più importanti della politica internazionale: da Joseph Stiglitz a Paolo Gentiloni, da Niall Ferguson a Laurence Tubiana, Filippo Grandi, José Manuel Barroso e molti altri relatori.
👉 Connettiti subito per partecipare: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
👉 Connettiti subito per partecipare: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
🌍 LEGISLATIVE FRANCESI: REBUS MAGGIORANZA
🤕 Le Pen(e) di Macron
Terremoto politico nel secondo turno delle elezioni legislative in Francia. Per la prima volta in più di vent’anni, la coalizione del presidente neoeletto perde la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. Rispetto ai 289 seggi necessari, Ensemble si ferma a 245: più parlamentari di qualsiasi altro partito ma 105 in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa.
Non è l’unica brutta notizia per Macron. Tre dei suoi ministri appena nominati sono stati sconfitti alle urne e dovranno ora abbandonare l’esecutivo. A conferma di un debole radicamento territoriale del partito, e di proposte economiche, come l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni, bocciate dall’elettorato. Che si è rivolto tanto a destra quanto a sinistra.
📣 Nouvelle vague
L’inedita alleanza tra socialisti, comunisti e verdi, guidata da Jean-Luc Mélenchon, si posiziona seconda, con 131 seggi. In crescita rispetto alle passate elezioni anche se l’obiettivo dichiarato era la maggioranza assoluta. Due i fattori dietro questo exploit: proposte opposte a quelle macroniane come la promessa di abbassare l’età pensionabile. E i voti di quel quarto di under 25 che non ha disertato il voto e che si è sentito tradito da una presidenza francese non particolarmente green friendly.
La vera vincitrice dell’elezione è però Marine Le Pen. Il suo Rassemblement National fino a oggi non poteva neanche formare un gruppo in Parlamento, contando solo 8 eletti. Che sono ora diventati 89: il più numeroso gruppo politico di destra nell'Assemblea nazionale.
🇫🇷 Raggruppamento Nazionale?
Macron dovrà ora cercare la maggioranza alleandosi con altri partiti, come prima di lui De Gaulle, Mitterrand e Chirac. Ma quali partiti potrebbero soccorrere l'Eliseo? Tutte le strade portano ai Repubblicani, che già al ballottaggio per le presidenziali si erano schierati a favore di Macron e che condividono alcune delle sue ricette economiche. Ma il presidente del partito Républicains ha per ora gelato queste prospettive.
L’alternativa è un governo di minoranza per un anno, e poi nuove elezioni. Non proprio la stabilità interna che servirebbe a Macron per sostenere la sua ambizione di guida dell’Ue. Dove comunque anche gli altri principali leader si reggono su larghe coalizioni (Draghi e Scholz) ottenute dopo lunghe consultazioni (Sanchez).
L'ottenimento di una maggioranza assoluta in un’elezione europea sta diventando una chimera?
🌐 👉 Hai perso il discorso di Volodymyr Zelenskyy al nostro Global Policy Forum 2022? Puoi rivederlo sul nostro canale YouTube, e non dimenticare di registrarti per seguire domani la seconda giornata dell’evento, con Joseph Stiglitz, Filippo Grandi e molti altri speaker internazionali. Basta un click: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
🤕 Le Pen(e) di Macron
Terremoto politico nel secondo turno delle elezioni legislative in Francia. Per la prima volta in più di vent’anni, la coalizione del presidente neoeletto perde la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. Rispetto ai 289 seggi necessari, Ensemble si ferma a 245: più parlamentari di qualsiasi altro partito ma 105 in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa.
Non è l’unica brutta notizia per Macron. Tre dei suoi ministri appena nominati sono stati sconfitti alle urne e dovranno ora abbandonare l’esecutivo. A conferma di un debole radicamento territoriale del partito, e di proposte economiche, come l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni, bocciate dall’elettorato. Che si è rivolto tanto a destra quanto a sinistra.
📣 Nouvelle vague
L’inedita alleanza tra socialisti, comunisti e verdi, guidata da Jean-Luc Mélenchon, si posiziona seconda, con 131 seggi. In crescita rispetto alle passate elezioni anche se l’obiettivo dichiarato era la maggioranza assoluta. Due i fattori dietro questo exploit: proposte opposte a quelle macroniane come la promessa di abbassare l’età pensionabile. E i voti di quel quarto di under 25 che non ha disertato il voto e che si è sentito tradito da una presidenza francese non particolarmente green friendly.
La vera vincitrice dell’elezione è però Marine Le Pen. Il suo Rassemblement National fino a oggi non poteva neanche formare un gruppo in Parlamento, contando solo 8 eletti. Che sono ora diventati 89: il più numeroso gruppo politico di destra nell'Assemblea nazionale.
🇫🇷 Raggruppamento Nazionale?
Macron dovrà ora cercare la maggioranza alleandosi con altri partiti, come prima di lui De Gaulle, Mitterrand e Chirac. Ma quali partiti potrebbero soccorrere l'Eliseo? Tutte le strade portano ai Repubblicani, che già al ballottaggio per le presidenziali si erano schierati a favore di Macron e che condividono alcune delle sue ricette economiche. Ma il presidente del partito Républicains ha per ora gelato queste prospettive.
L’alternativa è un governo di minoranza per un anno, e poi nuove elezioni. Non proprio la stabilità interna che servirebbe a Macron per sostenere la sua ambizione di guida dell’Ue. Dove comunque anche gli altri principali leader si reggono su larghe coalizioni (Draghi e Scholz) ottenute dopo lunghe consultazioni (Sanchez).
L'ottenimento di una maggioranza assoluta in un’elezione europea sta diventando una chimera?
🌐 👉 Hai perso il discorso di Volodymyr Zelenskyy al nostro Global Policy Forum 2022? Puoi rivederlo sul nostro canale YouTube, e non dimenticare di registrarti per seguire domani la seconda giornata dell’evento, con Joseph Stiglitz, Filippo Grandi e molti altri speaker internazionali. Basta un click: https://events.ispionline.it/event/global-policy-forum-2022/
🔴 Sta per cominciare la seconda giornata del nostro Global Policy Forum. Oggi parleremo di salute globale dopo la pandemia, della crisi dei rifugiati e delle sfide della digitalizzazione. Tra gli speaker di oggi il Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, l’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi e molte altre voci della politica internazionale. Segui la live a partire dalle 14.00: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/global-policy-forum
ISPI
Global Policy Forum | ISPI
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