ISPI - Geopolitica
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🌍 DANIMARCA: EFFETTO PUTIN

🪖 Se non ora, quando
In Danimarca si sta votando per decidere se ribaltare una decisione presa trent’anni fa: quella di non partecipare alle discussioni Ue in materia di difesa e sicurezza. Potenzialmente una decisione storica, che riflette ciò che sta attraversando il Nord Europa alla luce dell'invasione russa dell'Ucraina.
La data non potrebbe essere più azzeccata: non solo arriva a due settimane dalla richiesta di Svezia e Finlandia di aderire alla Nato, ma proprio oggi Gazprom potrebbe interrompere le forniture di gas a Copenaghen. Una possibilità non troppo remota, visto il destino degli altri cinque Paesi che hanno rifiutato il pagamento in rubli.

🇩🇰 Welcome back?
E dire che per decenni il paese scandinavo è stato storicamente uno dei più “euroscettici”. I danesi godono di ben quattro deroghe sui trattati Ue: fuori dall’euro, dal coordinamento su giustizia e affari interni, (a metà) dalle norme Schengen sulla libera circolazione. E fuori, almeno fino a oggi, dalle discussioni su questioni di difesa. Nelle ultime tre occasioni su quattro (1992, 2000 e 2015) i danesi chiamati al voto hanno rifiutato “più Europa”.
E se quest’anno una maggioranza relativa sembra essere favorevole a maggiore integrazione, fino a ieri un 20% circa di danesi si dichiarava ancora indeciso. Mentre meno indeciso sembra il governo danese, che oltre a promuovere il referendum ha già stanziato l’equivalente di 1 miliardo di euro extra in spese militari per avvicinarsi all’obiettivo del 2% stabilito dalla NATO.
Insomma, qualcosa è già cambiato.

🇪🇺 C’è del marcio...
A guardare bene, però, il referendum in Danimarca potrebbe chiudere la prima fase della reazione europea all’invasione: quella in cui ciascun Paese europeo ha scelto da che parte stare, senza se e senza ma. Con uno stanziamento per Kiev da parte dell’Ue di 7 miliardi di euro in aiuti militari.
Adesso proprio in Europa lo slancio iniziale sembra perdere vigore: l’accordo politico sul sesto pacchetto di sanzioni è arrivato solo ieri, a quasi due mesi dal varo del quinto. E se è facile puntare il dito sull’Ungheria, in realtà tutti i governi europei sembrano entrati nella fase in cui devono decidere quanto impegnarsi, e (visti i forti rallentamenti economici) a quali costi.
Insomma: su politica estera e difesa oggi la Danimarca potrebbe fare il suo ritorno in Europa. Ma quale Europa troverà?

👉 Gli stati del Pacifico hanno detto no all’accordo di sicurezza e commercio proposto da Pechino. A pesare sono i dubbi e rischi per la stabilità, ma anche la ‘controffensiva’ di Usa e Australia. Cosa è successo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pechino-nel-pacifico-no-grazie-35259
🌍 GUERRA IN UCRAINA: CENTO GIORNI DOPO

⚔️ Fine pena mai
Centesimo giorno di guerra. Dall’inizio dell’“operazione speciale”, Mosca ha più che raddoppiato la quota di territorio ucraino sotto il suo controllo: dal 7% post eventi del 2014 al 20% attuale. Una superficie conquistata di 125mila km2, quanto l’intero Nord Italia. E ogni giorno l’esercito russo avanza di qualche chilometro nella regione di Lugansk, ora controllata al 90% e che secondo l’intelligence britannica sarà conquistata totalmente entro due settimane.
Per concentrarsi sul Lugansk, la Russia ha però rinunciato ad avanzare su altri fronti, che sono passati tutti sulla difensiva. Kiev ne ha così approfittato per riprendere il controllo di 20 insediamenti nel sud, per un totale di 1.017 liberati da inizio guerra. Ma ne restano 2.603 ancora da liberare; a cui potrebbe presto aggiungersi Severodonetsk.

💥 Severodonetsk delenda est
L’80% di Severodonetsk è in mano russa. Ma della città resta poco dopo settimane di bombardamenti di artiglieria senza sosta. Proprio sull’artiglieria i russi stanno costruendo i successi di questa fase del conflitto. Hanno più bocche da fuoco, munizioni e migliori linee di rifornimento.
Ma questo vantaggio potrebbe essere presto ribaltato. Nell’ultima settimana, Stati Uniti, UK e Germania hanno promesso di inviare a Kiev sistemi di artiglieria lanciarazzi multipli, nettamente superiori al corrispettivo russo: più veloci da ricaricare, più precisi e con una gittata doppia (70km). Armi tanto avanzate da essere state concesse solo dietro rassicurazioni che Kiev non le userà per portare attacchi in territorio russo.

🇷🇺 Il potere logora...
Rispetto al piano originale di Mosca, nessuno degli obiettivi strategici è stato raggiunto. Quello che doveva essere un blitzkrieg si è trasformato in una guerra d’attrito. Che potrebbe durare molto a lungo, come ormai si attende la maggioranza degli esperti.
Un conflitto logorante, in cui tra i russi continua a crescere il numero di truppe ormai fuori combattimento: il 34% del totale schierato a inizio conflitto. Così come aumenta la quantità di mezzi persi: 4.200 dal 24 febbraio a oggi. Ma anche lato ucraino le perdite sono consistenti e, malgrado le armi occidentali continuino ad arrivare, la lunga gestazione del sesto pacchetto europeo di sanzioni è l’ennesimo segnale che il "fronte occidentale” scricchiola.
A quanti altri 100 giorni di questa guerra dovremo assistere?

👉 A cento giorni dall’inizio della guerra in Ucraina, il conflitto sta mettendo l’Europa a dura prova e la fine delle ostilità sembra ancora lontana. Tutti gli aggiornamenti nel nuovo numero del nostro Speciale Ucraina “I cento giorni che cambiarono l’Europa”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-i-100-giorni-che-cambiarono-leuropa-35274
🌍 MIGRANTI: MONTA LA MAREA

🌊 Il Vecchio (Continente) e il mare
Un nuovo patto Ue su migrazione e asilo. Questa la principale richiesta dal Med5, format che da quattro anni riunisce i Ministri dell’interno di Italia, Cipro, Grecia, Malta e Spagna. Durante l’incontro di questo weekend i ministri hanno ribadito le loro posizioni comuni sul fronte delle migrazioni e hanno richiesto (per l’ennesima volta) una riforma delle regole di Dublino che permetta una “vera redistribuzione dei migranti in Europa”.
Una patata bollente che a Bruxelles ci si rimpalla da anni, tanto che la stessa proposta era già stata avanzata dalla Commissione europea nel settembre 2020. E se il tema degli sbarchi è stato oscurato prima dalla pandemia, poi dall’invasione dell’Ucraina, oggi è destinato a tornare in cima alle agende.

📈 Back to 2011?
Negli ultimi dodici mesi in Italia sono sbarcate più di 70.000 persone. È il numero più alto dal 2017, quando gli arrivi in Italia erano nell’ordine dei 150.000-180.000 l’anno. E si tratta di un numero che potrebbe crescere ancora, mettendo sotto pressione i sistemi di accoglienza e asilo italiani proprio mentre il Paese si trova a gestire l’arrivo di circa 130.000 ucraine e ucraini in fuga dalla guerra.
Una crisi, quella ucraina, che riguarda il mondo. L’invasione ha costretto ad abbandonare la propria casa 12 milioni di persone, di cui 3,5 milioni oggi in Unione europea. E ha aggravato una crisi alimentare globale senza precedenti. Una situazione pericolosa, che ricorda le Primavere arabe del 2011 e che arriva subito dopo una “recessione pandemica” che ha fatto aumentare il numero assoluto di poveri nel mondo per la prima volta in trent’anni.

🇪🇺 Europa bifronte
Insomma, dopo quella dell’anno scorso, l’Europa si prepara a un’altra estate calda. Ancora una volta senza che i governi abbiano raggiunto un’intesa su come gestire il fenomeno delle migrazioni irregolari via mare in maniera coordinata e solidale.
Una situazione che stride se confrontata con la rapidità di risposta, unità d’intenti e forte apertura dell’Europa sui profughi ucraini. E stride ancora di più se si considera che quei circa 3,5 milioni di ucraini arrivati in UE nel giro di tre mesi sono più dei 2,3 milioni di migranti arrivati via mare dal 2014 a oggi.
Insomma, la solidarietà europea c’è. Ma non per tutti.

👉 Lavrov non va in Serbia dopo lo stop al transito di tre paesi. Voci di accordo fra Mosca, Kiev e Ankara per un corridoio del grano da Odessa, ma Putin avverte l'Occidente: “Nuove forniture a Kiev rischiano di estendere il conflitto”. Non perdere gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-no-fly-zone-lavrov-35306
🌍 GRANO: VITTIMA DI GUERRA

🇹🇷 Cose turche
Oggi e domani Sergei Lavrov, ministro degli esteri russo, sarà in Turchia per discutere di “corridoi sicuri" per il trasporto del grano ucraino. Il grano è stato al centro anche di un altro incontro, quello tenutosi settimana scorsa a Sochi tra Putin e rappresentanti dell’Unione africana. Ma questa volta Erdogan, il cui paese controlla gli stretti che danno accesso al Mar Nero, sembra avere già in tasca un'intesa con Mosca.
È dal 24 febbraio che le spedizioni di grano ucraino sono in stallo, provocando un aumento dei prezzi dei cereali in tutto il mondo (+18% per prezzi che erano già ai massimi di sempre). Alcuni Paesi vulnerabili hanno già dovuto dichiarare l’emergenza alimentare, mentre altri (come l’India) preferiscono far fronte alle carenze vietando le proprie esportazioni.

⚖️💰Il prezzo è giusto?
Sarebbero 20 i milioni di tonnellate di grano bloccati in Ucraina da inizio crisi, e per evitare che i nuovi raccolti vadano perduti (ovvero per svuotare i silos) se ne dovrebbero esportare almeno 3-4 milioni al mese fino a fine anno. Certo, c’è chi (incluso lo stesso Putin) nelle ultime settimane ha parlato di speculazione: nel 2021 l’export di grano ucraino ha contato solo per l’1,8% della produzione mondiale.
Ma si tratta anche dell’8% del grano esportato a livello globale. Una cifra paragonabile al petrolio che verrebbe a mancare in caso di embargo totale alla Russia, e gli attuali prezzi del greggio (anche in assenza di embargo) stanno lì a dimostrare quanto i mercati di materie prime essenziali possano essere sensibili ai rischi di riduzione dell’offerta. Almeno in questa fase.

🌾 Nuove grane
Speculazione o meno, in assenza di un corridoio per il grano si aggraveranno le conseguenze sui Paesi che più dipendono dalle importazioni. Pur di continuare a pagare per il grano, a metà maggio lo Sri Lanka è stato costretto a dichiarare default sul proprio debito estero, avvitandosi in una profonda crisi economica e politica.
E poi c’è l’Egitto. Il Paese, tra i primi importatori mondiali di grano, necessita di 9 milioni di tonnellate solo per produrre pane a prezzi calmierati; pane che sfama il 70% della popolazione più povera. L’aumento dei prezzi del grano è un grosso problema per il Governo egiziano, perché fa lievitare dal 3% al 6% la quota del bilancio statale da destinare a questa politica.
Un caso che la prima nazionalità dei migranti sbarcati in Italia, quest’anno, sia composta da egiziani?

🔴 Guerra e sicurezza alimentare: l’Africa potrà sfamarsi da sola? Ne parleremo giovedì 9 giugno alle 18.00. Per partecipare alla tavola rotonda registrati qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-e-sicurezza-alimentare-lafrica-potra-sfamarsi-da-sola
🌍 UE: AMBIZIONI CLIMATICHE ANNACQUATE?

🇪🇺 Fit for EU?
Seggi roventi oggi a Strasburgo. Il Parlamento europeo ha messo al voto le otto misure chiave del pacchetto “Fit for 55”, con cui l’Ue si è impegnata a ridurre le sue emissioni di almeno il 55% entro il 2030. Dalla riforma del mercato delle emissioni europeo all’introduzione di una carbon tax, fino al bando della vendita di veicoli con motori termici, il voto di oggi serviva per misurare la distanza tra gli ambiziosi obiettivi climatici europei e le azioni per raggiungerli.
Risultato? Un pareggio sofferto. Passa il ban alla vendita di motori termici dal 2035 ma non la riforma del sistema di scambio delle emissioni di CO2. Ed è stato sospeso il voto finale sui disegni legati a questo dossier: fondo sociale climatico e carbon tax.

🏭 Car to go
Il pomo della discordia sono state le date per lo stop alle “free allocation”: i crediti che le aziende possono comprare per aumentare la loro quota di emissioni. Gli emendamenti introdotti dai Popolari hanno spostato rispetto al testo originale di due e quattro anni la graduale riduzione delle allocation sul mercato e del loro ban totale. Una riforma troppo “annacquata” per i Socialisti, che la hanno così affossata.
Approvata invece senza emendamenti la proposta di vietare la vendita di veicoli con motore termico a partire dal 2035. Niente di rivoluzionario: molti produttori hanno già annunciato l’intenzione di smettere di produrre tali modelli entro il 2030. Ma visto che l’automotive rappresenta il 6,6% dell’occupazione europea, qualsiasi decisione sul settore non era scontata.

Tempismo imperfetto
Le proposte al voto oggi rischiano di comportare un aumento dei già alti prezzi di carburante ed energia in tutta Europa. Un loro ridimensionamento per quanto inaspettato era intuibile. Il dibattito parlamentare di ieri era stato dominato in tutto lo spettro politico dalla volontà di non gravare ulteriormente su un’economia europea segnata da guerra e sanzioni.
Oggi è poi arrivato anche il monito di Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, che ha dichiarato che l'Europa rischia il razionamento dell'energia quest'inverno, qualora la stagione fredda coincidesse con la ripresa della domanda economica in Cina. Nulla di nuovo: da settimane la Commissione si prepara a questo scenario, che però inevitabilmente spaventa.
Gli Stati membri hanno già attivato i loro piani di emergenza energetica. Quando attiveranno quelli per l’emergenza climatica?

🌐 È online il programma del Global Policy Forum 2022 che terremo a Milano il 20 e 21 giugno in collaborazione con OSCE, Bocconi e T20 Indonesia. Tra i partecipanti Joseph Stiglitz, Paolo Gentiloni, Helga Maria Schmid, Niall Ferguson e molte altre personalità del nostro tempo. Scopri l’evento e registrati per partecipare: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🌍 BCE: FINE DI UN’ERA

🦅🕊Falchi o colombe?
A partire dal mese prossimo la politica monetaria europea sarà stravolta. Questo è quanto è stato oggi deciso alla riunione del consiglio direttivo della BCE. Dal primo luglio verrà infatti interrotto il Quantitative easing (20 miliardi di euro di acquisto di titoli ancora questo mese) che durava da otto anni. E alla prossima riunione ci sarà il primo rialzo (contenuto, da 25 punti base) dei tassi di interesse dopo 11 anni.
Un annuncio che era dato per scontato di fronte a un’inflazione quattro volte il target del 2% e doppia rispetto al precedente record. Tanto più che la FED si era già mossa da mesi in questa direzione. Quello che si attendeva era invece un'indicazione sull’entità dei futuri rialzi. Che non c’è stata.

🏦 Spread the word
A Francoforte non c’è consenso sul ritmo di questa stretta monetaria. Un aumento dei tassi più “aggressivo”, da 50 punti base a settembre non è escluso “se le prospettive di inflazione dovessero peggiorare”. Potrebbe però far precipitare l’economia europea in recessione. O scatenare il panico del mercato obbligazionario nei paesi mediterranei.
Lo spread tra Btp-Bund sebbene sia salito leggermente fino ai massimi dall’inizio della pandemia, rimane lontano dai livelli di guardia della crisi dell’euro: 220 punti vs i 574 di allora. E l’austerity ha lasciato spazio ai 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Ma comunque la BCE, a differenza della FED, non ha annunciato la riduzione del suo bilancio, così da poter contare su una maggior flessibilità come “scudo” contro l'aumento degli spread.

📉 Mal comune…
La BCE si dice fiduciosa che la sua stretta non penalizzerà la crescita. I dati su esportazioni, produzione industriale e disoccupazione (ai minimi dal 1999), restano positivi suggerendo un rallentamento piuttosto che una recessione. Ma di mese in mese si riducono le prospettive di crescita annua: -0,9 punti percentuali rispetto alle previsioni di marzo.
L’Eurozona è però in buona compagnia. Ieri l’OCSE ha ridotto di 1,5 punti percentuali le precedenti previsioni di crescita globale. Così come già fatto dalla Banca Mondiale che lancia l’allarme stagflazione. Causata negli anni ’70 da due principali ingredienti: la crisi delle supply chains che alimentò l'inflazione, e la fine di una politica monetaria altamente accomodante in una fase di prospettive di crescita deboli.
Suonano familiari?

🔴 Live alle 18.00 la nostra tavola rotonda “Guerra e sicurezza alimentare: l’Africa potrà sfamarsi da sola?”. Seguila in diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-e-sicurezza-alimentare-lafrica-potra-sfamarsi-da-sola
🌎 CAPITOL HILL: FERITA SEMPRE APERTA

🇺🇸 Il golpe e l’uva
Trump sapeva di aver perso le elezioni ma orchestrò un piano per restare al potere. Questa la tesi sostenuta ieri nella prima di sei audizioni pubbliche della commissione che indaga sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Secondo le ricostruzioni presentate, Trump avrebbe ignorato le prove (fornite pure dai suoi più stretti collaboratori) che confutavano le sue affermazioni di frode elettorale e fatto pressioni su funzionari statali affinché annullassero i risultati delle elezioni.
Infine, avrebbe incoraggiato l'assalto violento al Campidoglio ed è stato descritto come accondiscendente all’ipotesi di una esecuzione del suo stesso vicepresidente. Accuse pesanti da parte di una commissione parlamentare quindi senza valore giuridico. E forse con scarso peso politico, nonostante l’udienza sia stata trasmessa in diretta televisiva. Come per il Watergate mezzo secolo fa...

🐘The Donald(s)
Trump non fa marcia indietro e ieri ha ribadito sulla sua piattaforma social “Truth” che "quello del 6 gennaio è stato il più grande movimento della storia americana”. La linea ufficiale del Partito Repubblicano non si discosta molto: l’inchiesta sarebbe un tentativo di diffamazione di parte (la commissione è composta da sette democratici e due repubblicani anti-Trump).
Non sorprende. La maggioranza degli elettori repubblicani concorda sul fatto che le elezioni presidenziali del 2020 siano state falsate. Il sostegno per The Donald resta quindi forte tra l’elettorato Rep, con una preferenza superiore al 70%. Così come è forte la sua presa sul partito: il 64% dei vincitori alle ultime primarie hanno avuto il suo endorsement. E anche i repubblicani con aspirazioni presidenziali lo prendono a modello.

🗳 Stop the count
Nonostante il clamore mediatico dell’inchiesta, i repubblicani rimangono in testa nelle intenzioni di voto per le elezioni di midterm di novembre. Tutto sembra suggerire una loro vittoria. Biden cerca di far pesare i dati positivi sulla disoccupazione (al 3,6%). Ma, di fronte a un’economia che minaccia di finire in recessione, fatica a far breccia nell’elettorato.
Prova a scaricare su Putin la colpa degli aumenti dei prezzi, ma il 68% degli americani non approva comunque le sue politiche per combattere l’inflazione. E i repubblicani sottolineano come le due invasioni russe in Ucraina siano entrambe avvenute con un democratico alla presidenza. Così la popolarità di “Joe” (40%) risulta la più bassa dai tempi di Ford.
Forse Trump alla Casa Bianca nel 2024 non è poi un’ipotesi così remota.

🎙 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo di "Capitol Hill, giornalisti scomparsi in Brasile e aggiornamenti dall'Ucraina”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-capitol-hill-giornalisti-scomparsi-brasile-e-aggiornamenti-dallucraina-35386
🌏 COMMERCIO: ORA O MAI PIÙ

💱Point Break?
Due giorni per dimostrare di non essere irrilevante. Questa è la missione a cui è chiamata la dodicesima conferenza ministeriale (la prima dal 2017) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), in corso fino a mercoledì. Non un compito facile: l’OMC ha una lunga storia di fallimenti alle sue ministeriali e non ha raggiunto alcun nuovo accordo dal 2013.
Ecco perché non ci si attendono risultati sugli obiettivi più ambiziosi in agenda come la riforma dell’organismo stesso: i membri sono divisi persino sulla formulazione del paragrafo che introduce la fase di discussione preliminare. Piuttosto, come riferito dalla direttrice generale Ngozi Okonjo-Iweala, si punta a uno o due accordi piccoli ma simbolicamente importanti. Che però non sono privi di ostacoli.

🎣 Il mare è pieno di pesci?
I membri cercheranno un accordo sulla riduzione dei sussidi alla pesca di cui il 60% contribuisce al sovrasfruttamento dei mari. E per far fronte alla crisi alimentare globale, si vuole convincere a un passo indietro i 23 Paesi che dall’inizio della guerra hanno introdotto restrizioni alle esportazioni alimentari.
Ma su entrambi i dossier è forte l’opposizione di India e Cina che chiedono un trattamento differenziato come quello concesso ai Paesi in via di sviluppo. Opposta è la situazione in tema di deroga al brevetto sui vaccini contro il coronavirus: richiesta da più di cento Paesi, guidati proprio dall’India, è osteggiata da UE e USA che vorrebbero escludere la Cina dalla misura. Così un terzo della popolazione mondiale risulta non ancora vaccinato con prima dose.

🤯 Tempi difficili
Alcuni Paesi in via di sviluppo minacciano di far saltare il rinnovo della moratoria di 25 anni sulla riscossione dei dazi sui beni digitali. Ovvero dopo questa ministeriale invece di scendere, le tariffe commerciali potrebbero persino aumentare. L’opposto dello scopo di una OMC sempre più indebolita da questi anni di politiche protezionistiche legate a Trump, il Covid e ora la guerra.
La sua funzione di risoluzione delle controversie commerciali tramite l’Appellate Body è da anni interrotta dagli Stati Uniti che impediscono il rinnovo dei giudici che lo presiedono. Così proliferano, a spese del libero commercio, politiche industriali volte a conseguire un’autonomia strategica. E si moltiplicano gli accordi commerciali regionali per accorciare le proprie catene del valore.
Chi ha ancora interesse in una OMC funzionante ed efficace?

👉 Mario Draghi è in Israele per parlare di gas, grano e guerra in Ucraina. Mentre voci sempre più insistenti riferiscono di una sua prossima visita a Kiev con Macron e Scholz. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/visita-israele-la-tela-di-draghi-35400
🌍 UE: GUERRA SULLA TASSONOMIA VERDE

☢️⛽️ Nel mezzo del cammin...
Nucleare e gas sono davvero fonti "verdi”? O meglio: sono utili per una transizione energetica verde in Europa? Secondo le commissioni Ambiente ed Economia del Parlamento europeo, che hanno votato oggi, no. Un parere che, se confermato dall’intero Parlamento l’11 luglio, sarebbe in contrasto con quanto stabilito a inizio febbraio dalla Commissione europea, che aveva invece incluso gas e nucleare fra gli investimenti sostenibili fino al 2030.
La tassonomia era stata concepita per fornire delle linee guida chiare per classificare gli investimenti green, evitando che una selva di regole permetta agli investitori di classificare qualsiasi cosa come “verde”. Ma è proprio in questa selva che le istituzioni comunitarie sembrano essersi smarrite.

🌱 Greenwashing (in)sostenibile
Già a febbraio, la decisione della Commissione era stata ampiamente criticata. C’era infatti chi la considerava un compromesso per accontentare alcuni grandi Paesi europei: la Francia sul nucleare, Germania e Italia sul gas naturale. Un’operazione talmente palese che persino l’Austria, tradizionale alleato tedesco, aveva minacciato di far causa alla Corte di giustizia.
L’assenza di un’etichetta di sostenibilità non significa che queste fonti siano rapidamente destinate a scomparire. Si tratterebbe piuttosto di un disincentivo a investimenti futuri: studi recenti stimano che banche e fondi UE investano ormai l’80% dei loro capitali in settori green, e che questa quota sia destinata a salire al 95% entro il 2030. L’esclusione di gas e nucleare dagli investimenti green scalda dunque gli animi di chi vi punta molto in questa fase della transizione.

🇷🇺 Effetto Russia?
Ecco perché, a quasi due anni dalla sua prima versione ufficiale, la tassonomia Ue non ha ancora messo d’accordo gli Stati membri. Eppure la questione diventa sempre più rilevante, anche alla luce degli avvenimenti in Ucraina e della volontà europea di limitare la propria dipendenza dai combustibili fossili russi.
Secondo Greenpeace, i nuovi investimenti sul gas generati dalla sua inclusione in tassonomia porterebbero nelle casse del Cremlino fino a 4 miliardi extra all'anno fino al 2030. Mentre Rosatom, azienda russa attiva nel settore dell'energia nucleare, potrebbe assicurarsi una quota di circa 500 miliardi di euro di potenziali investimenti in nuove capacità nucleari dell'UE.
Basterà la guerra a far cambiare idea all’Europa?

🌐 La transizione energetica e quella digitale, il conflitto in Ucraina, la crisi economica e la salute globale dopo la pandemia saranno al centro del Global Policy Forum 2022 che terremo a Milano il 20 e 21 giugno. Sono gli ultimi giorni per iscriversi e partecipare in presenza, approfittane! Tra i partecipanti di questa edizione Joseph Stiglitz, Paolo Gentiloni, Niall Ferguson, Filippo Grandi e molte altre personalità del nostro tempo. Registrati e partecipa anche tu: https://info.ispionline.it/global-policy-forum-2022
🌍 GAS: TEMPESTA PERFETTA

✂️ Ci diamo un taglio?
Manca una turbina: secondo Gazprom è questo il motivo dietro al taglio del 40% delle forniture alla Germania attraverso il gasdotto Nord Stream. Insomma, sarebbero difficoltà tecniche nella stazione di Portovaya e non ragioni politiche a spiegare la riduzione dei flussi. Il Ministro dell’economia tedesco Habeck è invece netto: si tratta di una questione politica.
Nel frattempo, alla borsa di Amsterdam il prezzo del gas torna a superare i 120 €/MWh. E il taglio, improvviso (Gazprom ha avvertito con un messaggio su Telegram...), arriva in un momento già molto complicato per i mercati del gas europei.

📉Martedì nero
La Germania è di gran lunga il primo importatore europeo di gas: il 25% del gas importato dall’UE è consumato dal Paese. L’annunciata riduzione dei flussi da Nord Stream corrisponde a un taglio di quasi un terzo delle forniture tedesche: 25 miliardi di metri cubi l’anno, un’enormità al momento impossibile da reperire sui mercati.
Soprattutto dopo che settimana scorsa è esploso il maggior impianto di liquefazione degli Stati Uniti, che inviava in Europa circa il 20% di tutto il GNL americano, complicando una situazione già difficile. Già, perché le forniture dalla Norvegia sono quasi ai massimi consentiti dai gasdotti. Nel Regno Unito, letteralmente inondato di GNL, i connettori verso il continente europeo lavorano già a pieno regime. E intanto i francesi hanno dovuto spegnere metà delle loro centrali nucleari, e dunque quest’estate Parigi avrà bisogno di molto più gas del previsto.

🪢 Tiro alla fune
Per le cancellerie occidentali, la domanda rimane la stessa: quali sono gli obiettivi del Cremlino? Un’ulteriore forte riduzione delle forniture aiuterebbe Mosca solo a fronte di un aumento più che proporzionale dei prezzi in Europa, che per ora non si è materializzato. Anzi, tra marzo e giugno le entrate di Gazprom si sono più che dimezzate (da 435 a 180 milioni di euro al giorno).
Ma quello del Cremlino potrebbe essere un segnale: vi aspettiamo a settembre, con gli stoccaggi semivuoti. Anche così si spiega la frenesia europea: von der Leyen firma oggi un accordo con Israele e Egitto per fornitura “stabile” di gas, Di Maio e Descalzi (Eni) vanno in Africa, la Germania che bussa al Qatar.
Insomma, mentre il Cremlino vuole giocare la partita ora, in posizione di forza, l’Europa temporeggia. Basteranno soluzioni di medio-lungo periodo?

👉Joe Biden ha annunciato le date della sua prossima visita in Medio Oriente: oltre a Israele e Palestina, il presidente Usa andrà in Arabia Saudita, che aveva definito “un pariah”. Cosa aspettarsi? Leggi l’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-biden-alla-corte-di-bin-salman-35438