🌍 LA RUSSIA PERDE I PEZZI
💰Per un pugno di rubli
Le sanzioni (e le auto-sanzioni) mordono la Russia. Alla fine anche Renault ha dovuto cedere: il gruppo automobilistico occidentale più esposto sul mercato russo ha annunciato lunedì la sua uscita dal Paese. L’accordo prevede la cessione della totalità delle sue azioni per due soli rubli, con un’opzione di riacquisto entro sei anni. Eppure a Mosca non sembrano intenzionati ad aspettarli con le mani in mano, anzi.
La partenza di Renault ha già aperto le porte al ritorno dello storico marchio sovietico Moskvitch, un’azienda che non era sopravvissuta alla concorrenza occidentale e aveva dichiarato fallimento nel 2006. Un ritorno al passato che in Russia sarà tutt’altro che simbolico.
☭ Back in the USSR
Con un decreto promulgato settimana scorsa, il Cremlino ha stabilito che i nuovi veicoli prodotti nel Paese non avranno più l’obbligo di essere dotati di ABS, airbag e persino pretensionatori delle cinture di sicurezza. Il motivo? La carenza di componenti: elettronici, a causa delle sanzioni occidentali (sulle tecnologie dual-use), ma anche semplici pezzi che aziende produttrici di componenti critici, come la tedesca Bosch, hanno deciso di non vendere più alla Russia.
Anche Lada, una delle principali case automobilistiche russe, va oggi in produzione senza la maggior parte dell'elettronica moderna. Così, oltre alla sicurezza di chi guida, crollano gli standard ambientali. I componenti elettronici sono infatti necessari per garantire gli standard di emissioni moderni: in loro mancanza, il Cremlino ha deciso che è possibile produrre anche auto “Euro 0”. Riportando le lancette indietro nel tempo, a prima del 1992.
🏃♀️Chi la dura la vince?
Insomma, malgrado un default sul debito rimandato e l’apprezzamento del rublo sui mercati internazionali (ormai +30% sul dollaro rispetto ai livelli prebellici), le difficoltà per Mosca cominciano a farsi sentire. Non solo dal lato civile: dall’Ucraina giungono notizie di carri armati russi che utilizzano componenti provenienti da lavastoviglie e frigoriferi.
E tutto questo succede anche se molte aziende occidentali, incluse oltre la metà di quelle italiane presenti in Russia prima dell’invasione, hanno deciso di non abbandonare il Paese. Chissà che, anche se alla fine l’Ue non dovesse riuscire ad approvare il sesto pacchetto di sanzioni per sanzionare l’export petrolifero, il colpo inferto all’economia russa non sia già sufficiente.
🎙Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Perché Erdogan dice no all’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO? Scoprilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-finlandia-e-svezia-nella-nato-perche-erdogan-dice-no-35115
💰Per un pugno di rubli
Le sanzioni (e le auto-sanzioni) mordono la Russia. Alla fine anche Renault ha dovuto cedere: il gruppo automobilistico occidentale più esposto sul mercato russo ha annunciato lunedì la sua uscita dal Paese. L’accordo prevede la cessione della totalità delle sue azioni per due soli rubli, con un’opzione di riacquisto entro sei anni. Eppure a Mosca non sembrano intenzionati ad aspettarli con le mani in mano, anzi.
La partenza di Renault ha già aperto le porte al ritorno dello storico marchio sovietico Moskvitch, un’azienda che non era sopravvissuta alla concorrenza occidentale e aveva dichiarato fallimento nel 2006. Un ritorno al passato che in Russia sarà tutt’altro che simbolico.
☭ Back in the USSR
Con un decreto promulgato settimana scorsa, il Cremlino ha stabilito che i nuovi veicoli prodotti nel Paese non avranno più l’obbligo di essere dotati di ABS, airbag e persino pretensionatori delle cinture di sicurezza. Il motivo? La carenza di componenti: elettronici, a causa delle sanzioni occidentali (sulle tecnologie dual-use), ma anche semplici pezzi che aziende produttrici di componenti critici, come la tedesca Bosch, hanno deciso di non vendere più alla Russia.
Anche Lada, una delle principali case automobilistiche russe, va oggi in produzione senza la maggior parte dell'elettronica moderna. Così, oltre alla sicurezza di chi guida, crollano gli standard ambientali. I componenti elettronici sono infatti necessari per garantire gli standard di emissioni moderni: in loro mancanza, il Cremlino ha deciso che è possibile produrre anche auto “Euro 0”. Riportando le lancette indietro nel tempo, a prima del 1992.
🏃♀️Chi la dura la vince?
Insomma, malgrado un default sul debito rimandato e l’apprezzamento del rublo sui mercati internazionali (ormai +30% sul dollaro rispetto ai livelli prebellici), le difficoltà per Mosca cominciano a farsi sentire. Non solo dal lato civile: dall’Ucraina giungono notizie di carri armati russi che utilizzano componenti provenienti da lavastoviglie e frigoriferi.
E tutto questo succede anche se molte aziende occidentali, incluse oltre la metà di quelle italiane presenti in Russia prima dell’invasione, hanno deciso di non abbandonare il Paese. Chissà che, anche se alla fine l’Ue non dovesse riuscire ad approvare il sesto pacchetto di sanzioni per sanzionare l’export petrolifero, il colpo inferto all’economia russa non sia già sufficiente.
🎙Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Perché Erdogan dice no all’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO? Scoprilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-finlandia-e-svezia-nella-nato-perche-erdogan-dice-no-35115
🌍 DAVOS: IL CANTO DEL CIGNO DELLA GLOBALIZZAZIONE?
🇷🇺 “We share the same biology, regardless of ideology”
Si è aperto oggi a Davos il World Economic Forum. 50 tra capi di stato e di governo, 250 ministri e più di 2000 imprenditori delle più importanti aziende del mondo tornano a incontrarsi di persona nella cittadina svizzera, a due anni dall’ultima volta. Tra questi non ci sarà nessun esponente russo. Non era mai accaduto dal crollo dell’Unione Sovietica: persino nel 2015, dopo l’annessione della Crimea, Putin era tra gli invitati.
Insomma, neanche Davos, che si autodefinisce il luogo dello scambio di idee aperto a tutti, è immune agli avvenimenti in Ucraina. E si trova pure a dover difendere uno dei suoi principi cardine: l’importanza della globalizzazione.
🤝 With a little help from my friends
La pandemia prima e la guerra ora hanno provocato un'ondata di politiche isolazioniste e protezioniste. Cina e Giappone sono di fatto chiusi da due anni ai turisti. Dall'inizio del conflitto circa 30 Paesi hanno introdotto restrizioni sul commercio, indebolendo ulteriormente le già fragili catene di approvvigionamento globale.
Ecco perché più di un governo cerca di accorciare le proprie filiere produttive e rilocalizzare investimenti in Paesi considerati alleati, o almeno leali. Il recente incontro del Trade and Technology Council tra USA e UE può essere letto in questo senso. Come un esempio di quel “friendshoring” che va tanto di moda anche nel settore privato: dal 2005 non era mai stato menzionato così tante volte come oggi nelle conferenze con gli investitori.
🌐 Cronaca di una morte annunciata?
Almeno a guardare i dati sul commercio internazionale la globalizzazione non sembra però essere in così cattiva salute. Valore e volume degli scambi globali sono rispettivamente più alti del 13% e 5% rispetto ai livelli pre-pandemia. Per quanto tutti vogliano il friendshoring, in pochi possono permetterselo.
C’è innanzitutto un limite in termini di dotazioni di risorse naturali: l’Ue dipende dall’estero per la fornitura di 390 beni. E non è facile trovare fornitori amici per alcuni di questi, come il palladio, se metà della produzione mondiale avviene in Russia. I costi per rendersi indipendenti sono poi notevoli, come dimostrano i 50 miliardi di dollari dei piani di USA e UE per sviluppare l’industria dei semiconduttori. Non il massimo per contenere l’inflazione.
Si può realmente fermare la globalizzazione?
👉 Il presidente americano Joe Biden ha presentato a Tokyo il suo piano economico per l’Indo-Pacifico, ma su Taiwan avverte: “Pronti a intervenire militarmente se la Cina attacca”. Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-asia-linea-rossa-su-taiwan-35152
🔴 “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?” Non perdere la nostra tavola rotonda di giovedì 26 maggio alle 18.00. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
🇷🇺 “We share the same biology, regardless of ideology”
Si è aperto oggi a Davos il World Economic Forum. 50 tra capi di stato e di governo, 250 ministri e più di 2000 imprenditori delle più importanti aziende del mondo tornano a incontrarsi di persona nella cittadina svizzera, a due anni dall’ultima volta. Tra questi non ci sarà nessun esponente russo. Non era mai accaduto dal crollo dell’Unione Sovietica: persino nel 2015, dopo l’annessione della Crimea, Putin era tra gli invitati.
Insomma, neanche Davos, che si autodefinisce il luogo dello scambio di idee aperto a tutti, è immune agli avvenimenti in Ucraina. E si trova pure a dover difendere uno dei suoi principi cardine: l’importanza della globalizzazione.
🤝 With a little help from my friends
La pandemia prima e la guerra ora hanno provocato un'ondata di politiche isolazioniste e protezioniste. Cina e Giappone sono di fatto chiusi da due anni ai turisti. Dall'inizio del conflitto circa 30 Paesi hanno introdotto restrizioni sul commercio, indebolendo ulteriormente le già fragili catene di approvvigionamento globale.
Ecco perché più di un governo cerca di accorciare le proprie filiere produttive e rilocalizzare investimenti in Paesi considerati alleati, o almeno leali. Il recente incontro del Trade and Technology Council tra USA e UE può essere letto in questo senso. Come un esempio di quel “friendshoring” che va tanto di moda anche nel settore privato: dal 2005 non era mai stato menzionato così tante volte come oggi nelle conferenze con gli investitori.
🌐 Cronaca di una morte annunciata?
Almeno a guardare i dati sul commercio internazionale la globalizzazione non sembra però essere in così cattiva salute. Valore e volume degli scambi globali sono rispettivamente più alti del 13% e 5% rispetto ai livelli pre-pandemia. Per quanto tutti vogliano il friendshoring, in pochi possono permetterselo.
C’è innanzitutto un limite in termini di dotazioni di risorse naturali: l’Ue dipende dall’estero per la fornitura di 390 beni. E non è facile trovare fornitori amici per alcuni di questi, come il palladio, se metà della produzione mondiale avviene in Russia. I costi per rendersi indipendenti sono poi notevoli, come dimostrano i 50 miliardi di dollari dei piani di USA e UE per sviluppare l’industria dei semiconduttori. Non il massimo per contenere l’inflazione.
Si può realmente fermare la globalizzazione?
👉 Il presidente americano Joe Biden ha presentato a Tokyo il suo piano economico per l’Indo-Pacifico, ma su Taiwan avverte: “Pronti a intervenire militarmente se la Cina attacca”. Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-asia-linea-rossa-su-taiwan-35152
🔴 “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?” Non perdere la nostra tavola rotonda di giovedì 26 maggio alle 18.00. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
🌍 BCE: SE BASTA UN POST
💶 Troppi stimoli
Ieri Christine Largarde, governatrice della Banca centrale europea, ha annunciato un ritorno a tassi di interesse positivi entro ottobre. Così, dopo la conclusione degli alleggerimenti quantitativi “pandemici” prevista per giugno, la BCE potrebbe proseguire nel solco di politiche monetarie più attente all’inflazione che alla crescita.
Lagarde ha scelto di fare l’annuncio tra una riunione e l’altra, con un post pubblicato sul sito della BCE. Un post che, grazie alla sua non convenzionalità, è stato un fulmine a ciel sereno anche per i mercati, contribuendo a rafforzare un euro che fino a qualche settimana fa sembrava in caduta libera.
Ma dietro a una indicazione così netta della BCE covano i rischi.
📈 Lagarde come dondolo
In un paio di mesi, la Bce è passata dall'escludere un rialzo dei tassi nel 2022 a prevederne almeno due. E mentre l’euro si apprezza sul dollaro (+2,6% in dieci giorni) viene da chiedersi quanto davvero una moneta più forte possa giovare alle economie europee.
I motivi di preoccupazione per l'Eurozona sono infatti molteplici, e non tutti suggerirebbero un aumento dei tassi. Certo, da un lato c’è l’inflazione più elevata dalla creazione dell’euro (+7,4%, ormai lontanissima dall’obiettivo del 2% della BCE). Ma dall’altro c’è un rallentamento della crescita economica molto netto, con una crescita del PIL rivista al ribasso di 1,6 punti percentuali rispetto a novembre. Una frenata molto superiore a quella dello 0,3% prevista per gli USA.
Tanto che a influenzare le scelte dei vertici di Francoforte c'è chi ipotizza possa esserci dell’altro: la politica sempre più restrittiva della Federal Reserve.
🇺🇸 L’amico americano
La volontà di emulare le scelte d’oltreoceano è più forte oggi che in passato. Tra le tante ragioni, ce n’è una molto semplice: il retaggio della crisi dell’euro. Nel 2008-2012 la BCE fu molto più lenta nel seguire la Fed, quella volta in politiche opposte, espansive.
Andando incontro all’accusa di essere ancora una “succursale della Bundesbank”: troppo succube, cioè, dei timori tedeschi di inflazione eccessiva anche di fronte alla realtà di una doppia recessione. Ai tempi della pandemia aveva rischiato di fare lo stesso, salvo poi correggere subito la rotta nelle prime settimane di lockdown.
Adesso, però, si tratta di scegliere tra inflazione e crescita. Questa volta seguire gli USA sarà la scelta migliore?
🔴 Di questi temi e molto altro parleremo giovedì 26 maggio alle 18.00 nella nostra tavola rotonda “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?”. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
💶 Troppi stimoli
Ieri Christine Largarde, governatrice della Banca centrale europea, ha annunciato un ritorno a tassi di interesse positivi entro ottobre. Così, dopo la conclusione degli alleggerimenti quantitativi “pandemici” prevista per giugno, la BCE potrebbe proseguire nel solco di politiche monetarie più attente all’inflazione che alla crescita.
Lagarde ha scelto di fare l’annuncio tra una riunione e l’altra, con un post pubblicato sul sito della BCE. Un post che, grazie alla sua non convenzionalità, è stato un fulmine a ciel sereno anche per i mercati, contribuendo a rafforzare un euro che fino a qualche settimana fa sembrava in caduta libera.
Ma dietro a una indicazione così netta della BCE covano i rischi.
📈 Lagarde come dondolo
In un paio di mesi, la Bce è passata dall'escludere un rialzo dei tassi nel 2022 a prevederne almeno due. E mentre l’euro si apprezza sul dollaro (+2,6% in dieci giorni) viene da chiedersi quanto davvero una moneta più forte possa giovare alle economie europee.
I motivi di preoccupazione per l'Eurozona sono infatti molteplici, e non tutti suggerirebbero un aumento dei tassi. Certo, da un lato c’è l’inflazione più elevata dalla creazione dell’euro (+7,4%, ormai lontanissima dall’obiettivo del 2% della BCE). Ma dall’altro c’è un rallentamento della crescita economica molto netto, con una crescita del PIL rivista al ribasso di 1,6 punti percentuali rispetto a novembre. Una frenata molto superiore a quella dello 0,3% prevista per gli USA.
Tanto che a influenzare le scelte dei vertici di Francoforte c'è chi ipotizza possa esserci dell’altro: la politica sempre più restrittiva della Federal Reserve.
🇺🇸 L’amico americano
La volontà di emulare le scelte d’oltreoceano è più forte oggi che in passato. Tra le tante ragioni, ce n’è una molto semplice: il retaggio della crisi dell’euro. Nel 2008-2012 la BCE fu molto più lenta nel seguire la Fed, quella volta in politiche opposte, espansive.
Andando incontro all’accusa di essere ancora una “succursale della Bundesbank”: troppo succube, cioè, dei timori tedeschi di inflazione eccessiva anche di fronte alla realtà di una doppia recessione. Ai tempi della pandemia aveva rischiato di fare lo stesso, salvo poi correggere subito la rotta nelle prime settimane di lockdown.
Adesso, però, si tratta di scegliere tra inflazione e crescita. Questa volta seguire gli USA sarà la scelta migliore?
🔴 Di questi temi e molto altro parleremo giovedì 26 maggio alle 18.00 nella nostra tavola rotonda “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?”. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
🌏 INDO-PACIFICO: GRAND TOUR CINESE
🏝 Tutti al mare
Botta e risposta nell’Indo-Pacifico. A un giorno dalla fine del viaggio di Biden nella regione, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi inizia oggi un tour di dieci giorni in otto nazioni del Pacifico. Kiribati e Isole Salomone alcune tra le sue mete: arcipelaghi famosi per le loro acque cristalline, ma soprattutto con una posizione strategica che fa gola a Pechino.
Solo un mese fa, proprio con le Isole Salomone la Cina ha siglato un accordo che le consente di inviare polizia e incrociatori per proteggere la sua presenza economica nell'arcipelago. Il timore di Washington e alleati è che tale accordo non resti un caso isolato. E sia il primo passo per assicurarsi una base militare nella regione (la seconda fuori dalla Cina contro le 800 americane).
📲 5G in spiaggia
Fino a tre anni fa, la maggior parte degli Stati insulari del Pacifico manteneva rapporti diplomatici con Taiwan invece che con Pechino. E si affidava alle garanzie di sicurezza fornite dall’Australia. Ma a suon di investimenti in infrastrutture fisiche e digitali la Cina è riuscita a ribaltare la situazione.
Ecco perché nella riunione di ieri i paesi del QUAD (USA, India, Australia e Giappone) hanno concordato di investire 50 miliardi di dollari in cinque anni in infrastrutture nell'Indo Pacifico. Investimenti cui si aggiunge la firma del Memorandum di cooperazione sulla diversificazione dei fornitori di 5G. Obiettivo: erodere il ruolo della Cina nell’edificazione della rete 5G globale.
🇨🇳 Non si vive di sola Ucraina
Oltre al summit QUAD in Giappone, Biden ha accolto i paesi ASEAN a Washington, si è recato in Corea del Sud e ha avuto un bilaterale con il presidente indiano Modi. Un’agenda fitta per segnalare che il conflitto in Europa non ha distolto l’attenzione americana dall’obiettivo strategico principale: contenere la Cina.
Per rilanciare la strategia economica americana nell’Indo-Pacifico, azzoppata dal ritiro di Trump dall’accordo di libero scambio TTP, ha poi presentato l’IPEF. Un nuovo accordo commerciale (che però al momento esclude i dazi) con altri 12 Paesi asiatici. C’è l’India (che non partecipa ad altri accordi regionali) ma non Taiwan (per non irritare eccessivamente Pechino). E 11 partecipanti sono in comune con il corrispettivo accordo fatto dalla Cina: il RCEP.
Chi la spunterà in questo intreccio di isole e sigle?
👉 Il premier ungherese Victor Orban ha dichiarato lo stato d’emergenza per la guerra in Ucraina. E sull’embargo al petrolio ha rinnovato il suo veto, tenendo in scacco l'Unione Europea. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ungheria-new-normal-alla-orban-35176
🔴 “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?” Ne parleremo domani alle 18.00. Iscriviti per partecipare alla tavola rotonda: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
🏝 Tutti al mare
Botta e risposta nell’Indo-Pacifico. A un giorno dalla fine del viaggio di Biden nella regione, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi inizia oggi un tour di dieci giorni in otto nazioni del Pacifico. Kiribati e Isole Salomone alcune tra le sue mete: arcipelaghi famosi per le loro acque cristalline, ma soprattutto con una posizione strategica che fa gola a Pechino.
Solo un mese fa, proprio con le Isole Salomone la Cina ha siglato un accordo che le consente di inviare polizia e incrociatori per proteggere la sua presenza economica nell'arcipelago. Il timore di Washington e alleati è che tale accordo non resti un caso isolato. E sia il primo passo per assicurarsi una base militare nella regione (la seconda fuori dalla Cina contro le 800 americane).
📲 5G in spiaggia
Fino a tre anni fa, la maggior parte degli Stati insulari del Pacifico manteneva rapporti diplomatici con Taiwan invece che con Pechino. E si affidava alle garanzie di sicurezza fornite dall’Australia. Ma a suon di investimenti in infrastrutture fisiche e digitali la Cina è riuscita a ribaltare la situazione.
Ecco perché nella riunione di ieri i paesi del QUAD (USA, India, Australia e Giappone) hanno concordato di investire 50 miliardi di dollari in cinque anni in infrastrutture nell'Indo Pacifico. Investimenti cui si aggiunge la firma del Memorandum di cooperazione sulla diversificazione dei fornitori di 5G. Obiettivo: erodere il ruolo della Cina nell’edificazione della rete 5G globale.
🇨🇳 Non si vive di sola Ucraina
Oltre al summit QUAD in Giappone, Biden ha accolto i paesi ASEAN a Washington, si è recato in Corea del Sud e ha avuto un bilaterale con il presidente indiano Modi. Un’agenda fitta per segnalare che il conflitto in Europa non ha distolto l’attenzione americana dall’obiettivo strategico principale: contenere la Cina.
Per rilanciare la strategia economica americana nell’Indo-Pacifico, azzoppata dal ritiro di Trump dall’accordo di libero scambio TTP, ha poi presentato l’IPEF. Un nuovo accordo commerciale (che però al momento esclude i dazi) con altri 12 Paesi asiatici. C’è l’India (che non partecipa ad altri accordi regionali) ma non Taiwan (per non irritare eccessivamente Pechino). E 11 partecipanti sono in comune con il corrispettivo accordo fatto dalla Cina: il RCEP.
Chi la spunterà in questo intreccio di isole e sigle?
👉 Il premier ungherese Victor Orban ha dichiarato lo stato d’emergenza per la guerra in Ucraina. E sull’embargo al petrolio ha rinnovato il suo veto, tenendo in scacco l'Unione Europea. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ungheria-new-normal-alla-orban-35176
🔴 “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?” Ne parleremo domani alle 18.00. Iscriviti per partecipare alla tavola rotonda: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
🌏 CINA: LA SCELTA DI XI
📉 Dalle stelle...
L'economia cinese è in difficoltà. Questo il messaggio della videochiamata di ieri tra il premier cinese Li Keqiang e migliaia di funzionari governativi. Non solo la crescita del Pil nel 2022 potrebbe non centrare l’obiettivo del +5,5%, ma nel secondo trimestre rischia addirittura di toccare valori negativi.
Preoccupazioni condivise anche da molti dei partecipanti al World Economic Forum di Davos, che si chiude oggi. Se solo cinque anni fa Xi Jinping, ospite del forum “capitalista” per eccellenza, poteva presentare la Cina come il motore della crescita economica globale, oggi le cose sono cambiate.
E al centro delle critiche c’è proprio l'ostinata politica "Zero Covid" di Xi.
🦠 Long Covid
Anche se la strategia non viene direttamente menzionata da Li, il messaggio è chiaro: restrizioni anti-Covid prolungate e draconiane pesano, e molto, sulla crescita. Tanto che gli indici di salute economica, che nel 2021 sembravano essere quasi tornati ai livelli pre-pandemia, oggi prospettano scenari ben peggiori.
A preoccupare sono la riduzione delle vendite al dettaglio (–11% rispetto all’anno precedente) e della produzione industriale (-2,9%). Ma il premier cita anche gli elevati livelli di disoccupazione, in crescita soprattutto nelle città, e che fra i giovani toccano il massimo storico del 18,2%. Inevitabile incolpare i lockdown. Ma a questi vanno aggiunti i grandi problemi strutturali, accumulatisi negli anni: dai crediti eccessivi concessi alle aziende statali all’enorme debito che grava sulle province.
Difficile riprendersi da una malattia prolungata.
🇨🇳 Come fai, sbagli
Non è la prima volta che Li mette in guardia dalle difficoltà economiche interne. Ma è forse la prima in cui suggerisce un problema nelle scelte politiche di Xi. Difficile dire se si tratti di un indizio di spaccature ben più gravi all’interno del Partito. Di sicuro è una critica che arriva a pochi mesi dal Congresso quinquennale che per Xi dovrebbe sancire il superamento ufficiale dei limiti di mandato (esistenti ormai da oltre trent’anni).
Xi lo sa, ma forse sa anche di essere all’angolo. Se riapre il Paese adesso, rischia di far crollare il mito delle infallibili politiche Zero Covid e di doversi rassegnare a un numero molto elevato di morti. Se continua a tenere tutto chiuso, rischia di avvicinare quella resa dei conti economica che le tante Cassandre paventano da anni.
E dire che si accusava Pechino di aver creato la pandemia a proprio vantaggio.
❗️Vorresti partecipare a un dibattito con personalità come Joseph Stiglitz o Paolo Gentiloni? Sono aperte le candidature per la Global Policy Forum Scholarship! Permetteranno a 50 studenti o aspiranti ricercatori di partecipare in presenza ai lavori Global Policy Forum, l’iniziativa sulle grandi sfide globali organizzata da ISPI, OSCE, Bocconi e T20 Indonesia. La conferenza si svolgerà a Milano il 20 e 21 giugno. Candidati qui, fino al 30 maggio: https://www.ispionline.it/sites/default/files/brochure_bando_24.05.pdf
📉 Dalle stelle...
L'economia cinese è in difficoltà. Questo il messaggio della videochiamata di ieri tra il premier cinese Li Keqiang e migliaia di funzionari governativi. Non solo la crescita del Pil nel 2022 potrebbe non centrare l’obiettivo del +5,5%, ma nel secondo trimestre rischia addirittura di toccare valori negativi.
Preoccupazioni condivise anche da molti dei partecipanti al World Economic Forum di Davos, che si chiude oggi. Se solo cinque anni fa Xi Jinping, ospite del forum “capitalista” per eccellenza, poteva presentare la Cina come il motore della crescita economica globale, oggi le cose sono cambiate.
E al centro delle critiche c’è proprio l'ostinata politica "Zero Covid" di Xi.
🦠 Long Covid
Anche se la strategia non viene direttamente menzionata da Li, il messaggio è chiaro: restrizioni anti-Covid prolungate e draconiane pesano, e molto, sulla crescita. Tanto che gli indici di salute economica, che nel 2021 sembravano essere quasi tornati ai livelli pre-pandemia, oggi prospettano scenari ben peggiori.
A preoccupare sono la riduzione delle vendite al dettaglio (–11% rispetto all’anno precedente) e della produzione industriale (-2,9%). Ma il premier cita anche gli elevati livelli di disoccupazione, in crescita soprattutto nelle città, e che fra i giovani toccano il massimo storico del 18,2%. Inevitabile incolpare i lockdown. Ma a questi vanno aggiunti i grandi problemi strutturali, accumulatisi negli anni: dai crediti eccessivi concessi alle aziende statali all’enorme debito che grava sulle province.
Difficile riprendersi da una malattia prolungata.
🇨🇳 Come fai, sbagli
Non è la prima volta che Li mette in guardia dalle difficoltà economiche interne. Ma è forse la prima in cui suggerisce un problema nelle scelte politiche di Xi. Difficile dire se si tratti di un indizio di spaccature ben più gravi all’interno del Partito. Di sicuro è una critica che arriva a pochi mesi dal Congresso quinquennale che per Xi dovrebbe sancire il superamento ufficiale dei limiti di mandato (esistenti ormai da oltre trent’anni).
Xi lo sa, ma forse sa anche di essere all’angolo. Se riapre il Paese adesso, rischia di far crollare il mito delle infallibili politiche Zero Covid e di doversi rassegnare a un numero molto elevato di morti. Se continua a tenere tutto chiuso, rischia di avvicinare quella resa dei conti economica che le tante Cassandre paventano da anni.
E dire che si accusava Pechino di aver creato la pandemia a proprio vantaggio.
❗️Vorresti partecipare a un dibattito con personalità come Joseph Stiglitz o Paolo Gentiloni? Sono aperte le candidature per la Global Policy Forum Scholarship! Permetteranno a 50 studenti o aspiranti ricercatori di partecipare in presenza ai lavori Global Policy Forum, l’iniziativa sulle grandi sfide globali organizzata da ISPI, OSCE, Bocconi e T20 Indonesia. La conferenza si svolgerà a Milano il 20 e 21 giugno. Candidati qui, fino al 30 maggio: https://www.ispionline.it/sites/default/files/brochure_bando_24.05.pdf
🌍 RUSSIA: L’ECONOMIA REGGE?
💸 Marcia indietro
Nuovo taglio del tasso di interesse di riferimento in Russia. Ieri, la Banca Centrale russa ha portato il tasso dal 14 all’11%, sancendo una riduzione di 9 punti solo nell’ultimo mese, che lo riporta vicino ai valori pre-guerra (9,5%). Anche l’obbligo per gli esportatori di convertire l’80% delle entrate in valuta estera è stato ridotto al 50%.
Misure che erano state introdotte in risposta alle sanzioni occidentali per sostenere il rublo. Che però non ha più bisogno di sostegno. Dal minimo storico di 135 rubli per dollaro di inizio marzo, la valuta russa è risalita fino a 62 rubli per dollaro, come non si vedeva dal 2018. Un rimbalzo che ha reso il rublo la valuta più performante al mondo quest’anno. Fin troppo performante persino per Mosca.
📈 Il troppo stroppia
Putin ha presentato la forza del rublo come prova della resistenza del Paese alle sanzioni occidentali. Ma in realtà non è una così buona notizia. Il rafforzamento del rublo minaccia il bilancio del Paese, riducendo il valore delle entrate fiscali in dollari derivanti da petrolio e gas.
Inoltre, se normalmente una valuta forte si traduce in una riduzione dell’inflazione, questo non vale per l’economia russa sempre più isolata. Il tasso di inflazione è infatti vicino al 18%, anche a causa di una scarsità di beni degna dell’epoca sovietica. Tanto che Putin è corso ai ripari annunciando un aumento del 10% delle pensioni e del salario minimo. Una manovra da 10 miliardi di dollari, finanziata anche grazie alle importazioni europee.
🇪🇺 Bl-Ue monday?
Mosca continua a incassare oltre mezzo miliardo di dollari al giorno dal suo export energetico. Dall’inizio dell’invasione, il valore dell’export è cresciuto nonostante le sanzioni (+8% rispetto al 2021) e, complice il crollo delle importazioni (-44%), potrebbe generare per il 2022 un surplus commerciale da 250 miliardi di dollari: più che doppio rispetto a quello del 2021.
Con questi fondi Mosca può coprire almeno in parte i costi della guerra. E sta salvando le sue imprese più in crisi: come la compagnia di bandiera Aeroflot, costretta a smontare pezzi da altri aerei in assenza di parti di ricambio occidentali. Ecco perché sarà decisivo il Consiglio Europeo straordinario di lunedì e martedì prossimi, dove si prospetta una resa dei conti sul “sesto pacchetto” di sanzioni Ue. Al centro del negoziato, l’embargo al petrolio russo.
L’economia russa continuerà a ringraziare Orban?
🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi andiamo al World Economic Forum appena conclusosi: “Davos, la globalizzazione è finita?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-davos-la-globalizzazione-e-finita-35201
💸 Marcia indietro
Nuovo taglio del tasso di interesse di riferimento in Russia. Ieri, la Banca Centrale russa ha portato il tasso dal 14 all’11%, sancendo una riduzione di 9 punti solo nell’ultimo mese, che lo riporta vicino ai valori pre-guerra (9,5%). Anche l’obbligo per gli esportatori di convertire l’80% delle entrate in valuta estera è stato ridotto al 50%.
Misure che erano state introdotte in risposta alle sanzioni occidentali per sostenere il rublo. Che però non ha più bisogno di sostegno. Dal minimo storico di 135 rubli per dollaro di inizio marzo, la valuta russa è risalita fino a 62 rubli per dollaro, come non si vedeva dal 2018. Un rimbalzo che ha reso il rublo la valuta più performante al mondo quest’anno. Fin troppo performante persino per Mosca.
📈 Il troppo stroppia
Putin ha presentato la forza del rublo come prova della resistenza del Paese alle sanzioni occidentali. Ma in realtà non è una così buona notizia. Il rafforzamento del rublo minaccia il bilancio del Paese, riducendo il valore delle entrate fiscali in dollari derivanti da petrolio e gas.
Inoltre, se normalmente una valuta forte si traduce in una riduzione dell’inflazione, questo non vale per l’economia russa sempre più isolata. Il tasso di inflazione è infatti vicino al 18%, anche a causa di una scarsità di beni degna dell’epoca sovietica. Tanto che Putin è corso ai ripari annunciando un aumento del 10% delle pensioni e del salario minimo. Una manovra da 10 miliardi di dollari, finanziata anche grazie alle importazioni europee.
🇪🇺 Bl-Ue monday?
Mosca continua a incassare oltre mezzo miliardo di dollari al giorno dal suo export energetico. Dall’inizio dell’invasione, il valore dell’export è cresciuto nonostante le sanzioni (+8% rispetto al 2021) e, complice il crollo delle importazioni (-44%), potrebbe generare per il 2022 un surplus commerciale da 250 miliardi di dollari: più che doppio rispetto a quello del 2021.
Con questi fondi Mosca può coprire almeno in parte i costi della guerra. E sta salvando le sue imprese più in crisi: come la compagnia di bandiera Aeroflot, costretta a smontare pezzi da altri aerei in assenza di parti di ricambio occidentali. Ecco perché sarà decisivo il Consiglio Europeo straordinario di lunedì e martedì prossimi, dove si prospetta una resa dei conti sul “sesto pacchetto” di sanzioni Ue. Al centro del negoziato, l’embargo al petrolio russo.
L’economia russa continuerà a ringraziare Orban?
🎙 Non perderti il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi andiamo al World Economic Forum appena conclusosi: “Davos, la globalizzazione è finita?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-davos-la-globalizzazione-e-finita-35201
🌍 UE, ENERGIA: UN TETTO PER TUTTI?
💸 A volte ritornano
Embargo solo sul petrolio via mare: è la nuova proposta sul tavolo del Consiglio europeo straordinario di oggi e domani. Dopo l’ultimo tentativo (fallito) di domenica pomeriggio per convincere Orbán ad appoggiare le sanzioni sul petrolio russo, l’Ue fa un passo indietro.
E mentre l’intesa sul sesto pacchetto di sanzioni sembra sempre più lontana, a Bruxelles si torna a discutere di gas. Tra le varie opzioni, rispunta il “tetto” al prezzo del gas per produrre elettricità. Proposto all’Europa da Draghi a marzo, è poi stato adottato dai governi di Spagna e Portogallo, con ingenti benefici per i consumatori (-40% in bolletta).
Ma non mancano gli effetti “perversi”.
⛽️ Penisola energetica
Le distorsioni provocate dal tetto sul prezzo del gas sono numerose. Innanzitutto, il corrispondente calo del prezzo dell’elettricità rende sì più leggera la bolletta, ma anche meno conveniente investire in nuove fonti rinnovabili. Un tetto rende inoltre necessario aumentare la spesa pubblica, quantomeno per coprire la differenza tra il cap e il prezzo di mercato per chi produce elettricità con il gas.
Per queste ragioni, un tetto è talmente problematico che o lo si impone tutti insieme, o nessuno. L’eccezione di Spagna e Portogallo è stata possibile solo perché i due Paesi sono quasi isolati (dal punto di vista elettrico) dal resto del continente. E arreca benefici sufficienti perché Madrid e Lisbona – diversamente dall’Italia – producono gran parte della loro elettricità con altre fonti che non sono gas.
Una soluzione non per tutte le stagioni.
🇪🇺 Whatever it takes?
Insomma, dopo quasi cento giorni di guerra e cinque pacchetti di sanzioni è sempre più difficile mantenere una linea comune europea. Non c'è accordo sulle misure migliori per ridurre l'impatto degli alti prezzi dell’energia su famiglie e imprese. E non c’è accordo sull’embargo al petrolio russo, tra reticenze e veti ungheresi.
Pur di non perdere tutto, i negoziatori hanno proposto di “spacchettare” il pacchetto. Cercando prima un accordo sul petrolio russo che giunge in Europa via mare, e mettendo da parte quello che arriva via terra, attraverso l’oleodotto Druzhba.
A quel punto a beneficiarne non sarebbero più solo Ungheria e Repubblica Ceca, ma anche Germania e Polonia. Un’ulteriore distorsione, mal vista dall’Italia, e che rischierebbe di aprire ulteriori fratture. Anziché sanarle.
❗️ Vorresti partecipare a un dibattito con personalità come Joseph Stiglitz o Paolo Gentiloni? Sono ancora aperte le candidature per la Global Policy Forum Scholarship! Offrono a 50 studenti e aspiranti ricercatori di partecipare in presenza ai lavori del Global Policy Forum, l’iniziativa sulle grandi sfide globali organizzata da ISPI, OSCE, Bocconi e T20 Indonesia. La conferenza si svolgerà a Milano il 20 e 21 giugno. Puoi candidarti qui fino al 1° giugno: https://www.ispionline.it/sites/default/files/brochure_bando_24.05.pdf
💸 A volte ritornano
Embargo solo sul petrolio via mare: è la nuova proposta sul tavolo del Consiglio europeo straordinario di oggi e domani. Dopo l’ultimo tentativo (fallito) di domenica pomeriggio per convincere Orbán ad appoggiare le sanzioni sul petrolio russo, l’Ue fa un passo indietro.
E mentre l’intesa sul sesto pacchetto di sanzioni sembra sempre più lontana, a Bruxelles si torna a discutere di gas. Tra le varie opzioni, rispunta il “tetto” al prezzo del gas per produrre elettricità. Proposto all’Europa da Draghi a marzo, è poi stato adottato dai governi di Spagna e Portogallo, con ingenti benefici per i consumatori (-40% in bolletta).
Ma non mancano gli effetti “perversi”.
⛽️ Penisola energetica
Le distorsioni provocate dal tetto sul prezzo del gas sono numerose. Innanzitutto, il corrispondente calo del prezzo dell’elettricità rende sì più leggera la bolletta, ma anche meno conveniente investire in nuove fonti rinnovabili. Un tetto rende inoltre necessario aumentare la spesa pubblica, quantomeno per coprire la differenza tra il cap e il prezzo di mercato per chi produce elettricità con il gas.
Per queste ragioni, un tetto è talmente problematico che o lo si impone tutti insieme, o nessuno. L’eccezione di Spagna e Portogallo è stata possibile solo perché i due Paesi sono quasi isolati (dal punto di vista elettrico) dal resto del continente. E arreca benefici sufficienti perché Madrid e Lisbona – diversamente dall’Italia – producono gran parte della loro elettricità con altre fonti che non sono gas.
Una soluzione non per tutte le stagioni.
🇪🇺 Whatever it takes?
Insomma, dopo quasi cento giorni di guerra e cinque pacchetti di sanzioni è sempre più difficile mantenere una linea comune europea. Non c'è accordo sulle misure migliori per ridurre l'impatto degli alti prezzi dell’energia su famiglie e imprese. E non c’è accordo sull’embargo al petrolio russo, tra reticenze e veti ungheresi.
Pur di non perdere tutto, i negoziatori hanno proposto di “spacchettare” il pacchetto. Cercando prima un accordo sul petrolio russo che giunge in Europa via mare, e mettendo da parte quello che arriva via terra, attraverso l’oleodotto Druzhba.
A quel punto a beneficiarne non sarebbero più solo Ungheria e Repubblica Ceca, ma anche Germania e Polonia. Un’ulteriore distorsione, mal vista dall’Italia, e che rischierebbe di aprire ulteriori fratture. Anziché sanarle.
❗️ Vorresti partecipare a un dibattito con personalità come Joseph Stiglitz o Paolo Gentiloni? Sono ancora aperte le candidature per la Global Policy Forum Scholarship! Offrono a 50 studenti e aspiranti ricercatori di partecipare in presenza ai lavori del Global Policy Forum, l’iniziativa sulle grandi sfide globali organizzata da ISPI, OSCE, Bocconi e T20 Indonesia. La conferenza si svolgerà a Milano il 20 e 21 giugno. Puoi candidarti qui fino al 1° giugno: https://www.ispionline.it/sites/default/files/brochure_bando_24.05.pdf
🌍 RUSSIA: NELLA MORSA DELLE SANZIONI
🧥 La guerra dei bottoni
Il sesto pacchetto di sanzioni europee alla Russia si farà. Nei prossimi giorni i governi europei adotteranno ufficialmente misure quali l’embargo del petrolio russo importato via mare e l’esclusione dal sistema SWIFT di Sberbank, la principale banca russa.
Non una buona notizia per i cittadini russi, sui quali iniziano a farsi sentire gli effetti dei precedenti round di sanzioni. Quando si recano a fare acquisti trovano il 20% dei negozi chiusi, spesso di marchi stranieri che hanno lasciato il Paese. Non possono pagare con Visa e Mastercard. E riceveranno scontrini lunghi un quarto dei precedenti perché manca la carta sbiancata per stamparli. Così come i bottoni, o il mastice per le otturazioni dentarie.
📉 IVA terribile
La Russia ha smesso di pubblicare i dati relativi alle importazioni, ma per aprile si stima un calo del 50% rispetto all'anno precedente. Questa minor disponibilità di beni stranieri si traduce in minori opzioni di acquisto per i consumatori, e quindi in minor acquisti: -54% delle entrate IVA ad aprile rispetto al 2021.
Gli scaffali del vino dei supermercati sono mezzi vuoti, dal momento che il vino importato rappresentava il 40% del mercato russo. In mancanza di prodotti Samsung e Apple, ma anche Xiaomi, i russi stanno tornando ai cellulari degli anni Novanta (+43% di vendite nel primo trimestre). E anche nei cinema, a causa del boicottaggio di Hollywood, si proiettano vecchie pellicole o film scaricati illegalmente. Insomma, i russi “avranno sempre (e solo) Parigi”.
🇷🇺 Fun with flags
Malgrado il tasso di disoccupazione sia stabile, anche il mercato del lavoro mostra i primi scricchiolii: -28% nel numero di annunci di lavoro da febbraio, e triplicato il numero di cassaintegrati.
La popolarità di Putin rimane però alta, all’82%. In discesa di un solo punto percentuale rispetto a marzo, e ben superiore al 71% pre-guerra. Non è la prima volta: già dopo la guerra con la Georgia o l’invasione della Crimea, gli indici di approvazione per Putin erano schizzati all’88%. Ma anche George W. Bush passò dal 34% al 90%, nei dieci giorni seguenti all’11 settembre.
Un fenomeno noto come “rally ‘round the flag”. Ma se l’economia traballa, per quanto ancora potrà durare questo stringersi intorno alla bandiera e al proprio leader?
👉 Al Consiglio europeo di ieri e oggi i leader dei 27 hanno raggiunto un accordo per un embargo del greggio importato ‘via mare’. Entrerà in vigore tra sei mesi e sono esclusi gli oleodotti su cui Viktor Orban minacciava il veto. Cosa cambia? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/embargo-fuoco-lento-35243
🧥 La guerra dei bottoni
Il sesto pacchetto di sanzioni europee alla Russia si farà. Nei prossimi giorni i governi europei adotteranno ufficialmente misure quali l’embargo del petrolio russo importato via mare e l’esclusione dal sistema SWIFT di Sberbank, la principale banca russa.
Non una buona notizia per i cittadini russi, sui quali iniziano a farsi sentire gli effetti dei precedenti round di sanzioni. Quando si recano a fare acquisti trovano il 20% dei negozi chiusi, spesso di marchi stranieri che hanno lasciato il Paese. Non possono pagare con Visa e Mastercard. E riceveranno scontrini lunghi un quarto dei precedenti perché manca la carta sbiancata per stamparli. Così come i bottoni, o il mastice per le otturazioni dentarie.
📉 IVA terribile
La Russia ha smesso di pubblicare i dati relativi alle importazioni, ma per aprile si stima un calo del 50% rispetto all'anno precedente. Questa minor disponibilità di beni stranieri si traduce in minori opzioni di acquisto per i consumatori, e quindi in minor acquisti: -54% delle entrate IVA ad aprile rispetto al 2021.
Gli scaffali del vino dei supermercati sono mezzi vuoti, dal momento che il vino importato rappresentava il 40% del mercato russo. In mancanza di prodotti Samsung e Apple, ma anche Xiaomi, i russi stanno tornando ai cellulari degli anni Novanta (+43% di vendite nel primo trimestre). E anche nei cinema, a causa del boicottaggio di Hollywood, si proiettano vecchie pellicole o film scaricati illegalmente. Insomma, i russi “avranno sempre (e solo) Parigi”.
🇷🇺 Fun with flags
Malgrado il tasso di disoccupazione sia stabile, anche il mercato del lavoro mostra i primi scricchiolii: -28% nel numero di annunci di lavoro da febbraio, e triplicato il numero di cassaintegrati.
La popolarità di Putin rimane però alta, all’82%. In discesa di un solo punto percentuale rispetto a marzo, e ben superiore al 71% pre-guerra. Non è la prima volta: già dopo la guerra con la Georgia o l’invasione della Crimea, gli indici di approvazione per Putin erano schizzati all’88%. Ma anche George W. Bush passò dal 34% al 90%, nei dieci giorni seguenti all’11 settembre.
Un fenomeno noto come “rally ‘round the flag”. Ma se l’economia traballa, per quanto ancora potrà durare questo stringersi intorno alla bandiera e al proprio leader?
👉 Al Consiglio europeo di ieri e oggi i leader dei 27 hanno raggiunto un accordo per un embargo del greggio importato ‘via mare’. Entrerà in vigore tra sei mesi e sono esclusi gli oleodotti su cui Viktor Orban minacciava il veto. Cosa cambia? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/embargo-fuoco-lento-35243
🌍 DANIMARCA: EFFETTO PUTIN
🪖 Se non ora, quando
In Danimarca si sta votando per decidere se ribaltare una decisione presa trent’anni fa: quella di non partecipare alle discussioni Ue in materia di difesa e sicurezza. Potenzialmente una decisione storica, che riflette ciò che sta attraversando il Nord Europa alla luce dell'invasione russa dell'Ucraina.
La data non potrebbe essere più azzeccata: non solo arriva a due settimane dalla richiesta di Svezia e Finlandia di aderire alla Nato, ma proprio oggi Gazprom potrebbe interrompere le forniture di gas a Copenaghen. Una possibilità non troppo remota, visto il destino degli altri cinque Paesi che hanno rifiutato il pagamento in rubli.
🇩🇰 Welcome back?
E dire che per decenni il paese scandinavo è stato storicamente uno dei più “euroscettici”. I danesi godono di ben quattro deroghe sui trattati Ue: fuori dall’euro, dal coordinamento su giustizia e affari interni, (a metà) dalle norme Schengen sulla libera circolazione. E fuori, almeno fino a oggi, dalle discussioni su questioni di difesa. Nelle ultime tre occasioni su quattro (1992, 2000 e 2015) i danesi chiamati al voto hanno rifiutato “più Europa”.
E se quest’anno una maggioranza relativa sembra essere favorevole a maggiore integrazione, fino a ieri un 20% circa di danesi si dichiarava ancora indeciso. Mentre meno indeciso sembra il governo danese, che oltre a promuovere il referendum ha già stanziato l’equivalente di 1 miliardo di euro extra in spese militari per avvicinarsi all’obiettivo del 2% stabilito dalla NATO.
Insomma, qualcosa è già cambiato.
🇪🇺 C’è del marcio...
A guardare bene, però, il referendum in Danimarca potrebbe chiudere la prima fase della reazione europea all’invasione: quella in cui ciascun Paese europeo ha scelto da che parte stare, senza se e senza ma. Con uno stanziamento per Kiev da parte dell’Ue di 7 miliardi di euro in aiuti militari.
Adesso proprio in Europa lo slancio iniziale sembra perdere vigore: l’accordo politico sul sesto pacchetto di sanzioni è arrivato solo ieri, a quasi due mesi dal varo del quinto. E se è facile puntare il dito sull’Ungheria, in realtà tutti i governi europei sembrano entrati nella fase in cui devono decidere quanto impegnarsi, e (visti i forti rallentamenti economici) a quali costi.
Insomma: su politica estera e difesa oggi la Danimarca potrebbe fare il suo ritorno in Europa. Ma quale Europa troverà?
👉 Gli stati del Pacifico hanno detto no all’accordo di sicurezza e commercio proposto da Pechino. A pesare sono i dubbi e rischi per la stabilità, ma anche la ‘controffensiva’ di Usa e Australia. Cosa è successo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pechino-nel-pacifico-no-grazie-35259
🪖 Se non ora, quando
In Danimarca si sta votando per decidere se ribaltare una decisione presa trent’anni fa: quella di non partecipare alle discussioni Ue in materia di difesa e sicurezza. Potenzialmente una decisione storica, che riflette ciò che sta attraversando il Nord Europa alla luce dell'invasione russa dell'Ucraina.
La data non potrebbe essere più azzeccata: non solo arriva a due settimane dalla richiesta di Svezia e Finlandia di aderire alla Nato, ma proprio oggi Gazprom potrebbe interrompere le forniture di gas a Copenaghen. Una possibilità non troppo remota, visto il destino degli altri cinque Paesi che hanno rifiutato il pagamento in rubli.
🇩🇰 Welcome back?
E dire che per decenni il paese scandinavo è stato storicamente uno dei più “euroscettici”. I danesi godono di ben quattro deroghe sui trattati Ue: fuori dall’euro, dal coordinamento su giustizia e affari interni, (a metà) dalle norme Schengen sulla libera circolazione. E fuori, almeno fino a oggi, dalle discussioni su questioni di difesa. Nelle ultime tre occasioni su quattro (1992, 2000 e 2015) i danesi chiamati al voto hanno rifiutato “più Europa”.
E se quest’anno una maggioranza relativa sembra essere favorevole a maggiore integrazione, fino a ieri un 20% circa di danesi si dichiarava ancora indeciso. Mentre meno indeciso sembra il governo danese, che oltre a promuovere il referendum ha già stanziato l’equivalente di 1 miliardo di euro extra in spese militari per avvicinarsi all’obiettivo del 2% stabilito dalla NATO.
Insomma, qualcosa è già cambiato.
🇪🇺 C’è del marcio...
A guardare bene, però, il referendum in Danimarca potrebbe chiudere la prima fase della reazione europea all’invasione: quella in cui ciascun Paese europeo ha scelto da che parte stare, senza se e senza ma. Con uno stanziamento per Kiev da parte dell’Ue di 7 miliardi di euro in aiuti militari.
Adesso proprio in Europa lo slancio iniziale sembra perdere vigore: l’accordo politico sul sesto pacchetto di sanzioni è arrivato solo ieri, a quasi due mesi dal varo del quinto. E se è facile puntare il dito sull’Ungheria, in realtà tutti i governi europei sembrano entrati nella fase in cui devono decidere quanto impegnarsi, e (visti i forti rallentamenti economici) a quali costi.
Insomma: su politica estera e difesa oggi la Danimarca potrebbe fare il suo ritorno in Europa. Ma quale Europa troverà?
👉 Gli stati del Pacifico hanno detto no all’accordo di sicurezza e commercio proposto da Pechino. A pesare sono i dubbi e rischi per la stabilità, ma anche la ‘controffensiva’ di Usa e Australia. Cosa è successo? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/pechino-nel-pacifico-no-grazie-35259
🌍 GUERRA IN UCRAINA: CENTO GIORNI DOPO
⚔️ Fine pena mai
Centesimo giorno di guerra. Dall’inizio dell’“operazione speciale”, Mosca ha più che raddoppiato la quota di territorio ucraino sotto il suo controllo: dal 7% post eventi del 2014 al 20% attuale. Una superficie conquistata di 125mila km2, quanto l’intero Nord Italia. E ogni giorno l’esercito russo avanza di qualche chilometro nella regione di Lugansk, ora controllata al 90% e che secondo l’intelligence britannica sarà conquistata totalmente entro due settimane.
Per concentrarsi sul Lugansk, la Russia ha però rinunciato ad avanzare su altri fronti, che sono passati tutti sulla difensiva. Kiev ne ha così approfittato per riprendere il controllo di 20 insediamenti nel sud, per un totale di 1.017 liberati da inizio guerra. Ma ne restano 2.603 ancora da liberare; a cui potrebbe presto aggiungersi Severodonetsk.
💥 Severodonetsk delenda est
L’80% di Severodonetsk è in mano russa. Ma della città resta poco dopo settimane di bombardamenti di artiglieria senza sosta. Proprio sull’artiglieria i russi stanno costruendo i successi di questa fase del conflitto. Hanno più bocche da fuoco, munizioni e migliori linee di rifornimento.
Ma questo vantaggio potrebbe essere presto ribaltato. Nell’ultima settimana, Stati Uniti, UK e Germania hanno promesso di inviare a Kiev sistemi di artiglieria lanciarazzi multipli, nettamente superiori al corrispettivo russo: più veloci da ricaricare, più precisi e con una gittata doppia (70km). Armi tanto avanzate da essere state concesse solo dietro rassicurazioni che Kiev non le userà per portare attacchi in territorio russo.
🇷🇺 Il potere logora...
Rispetto al piano originale di Mosca, nessuno degli obiettivi strategici è stato raggiunto. Quello che doveva essere un blitzkrieg si è trasformato in una guerra d’attrito. Che potrebbe durare molto a lungo, come ormai si attende la maggioranza degli esperti.
Un conflitto logorante, in cui tra i russi continua a crescere il numero di truppe ormai fuori combattimento: il 34% del totale schierato a inizio conflitto. Così come aumenta la quantità di mezzi persi: 4.200 dal 24 febbraio a oggi. Ma anche lato ucraino le perdite sono consistenti e, malgrado le armi occidentali continuino ad arrivare, la lunga gestazione del sesto pacchetto europeo di sanzioni è l’ennesimo segnale che il "fronte occidentale” scricchiola.
A quanti altri 100 giorni di questa guerra dovremo assistere?
👉 A cento giorni dall’inizio della guerra in Ucraina, il conflitto sta mettendo l’Europa a dura prova e la fine delle ostilità sembra ancora lontana. Tutti gli aggiornamenti nel nuovo numero del nostro Speciale Ucraina “I cento giorni che cambiarono l’Europa”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-i-100-giorni-che-cambiarono-leuropa-35274
⚔️ Fine pena mai
Centesimo giorno di guerra. Dall’inizio dell’“operazione speciale”, Mosca ha più che raddoppiato la quota di territorio ucraino sotto il suo controllo: dal 7% post eventi del 2014 al 20% attuale. Una superficie conquistata di 125mila km2, quanto l’intero Nord Italia. E ogni giorno l’esercito russo avanza di qualche chilometro nella regione di Lugansk, ora controllata al 90% e che secondo l’intelligence britannica sarà conquistata totalmente entro due settimane.
Per concentrarsi sul Lugansk, la Russia ha però rinunciato ad avanzare su altri fronti, che sono passati tutti sulla difensiva. Kiev ne ha così approfittato per riprendere il controllo di 20 insediamenti nel sud, per un totale di 1.017 liberati da inizio guerra. Ma ne restano 2.603 ancora da liberare; a cui potrebbe presto aggiungersi Severodonetsk.
💥 Severodonetsk delenda est
L’80% di Severodonetsk è in mano russa. Ma della città resta poco dopo settimane di bombardamenti di artiglieria senza sosta. Proprio sull’artiglieria i russi stanno costruendo i successi di questa fase del conflitto. Hanno più bocche da fuoco, munizioni e migliori linee di rifornimento.
Ma questo vantaggio potrebbe essere presto ribaltato. Nell’ultima settimana, Stati Uniti, UK e Germania hanno promesso di inviare a Kiev sistemi di artiglieria lanciarazzi multipli, nettamente superiori al corrispettivo russo: più veloci da ricaricare, più precisi e con una gittata doppia (70km). Armi tanto avanzate da essere state concesse solo dietro rassicurazioni che Kiev non le userà per portare attacchi in territorio russo.
🇷🇺 Il potere logora...
Rispetto al piano originale di Mosca, nessuno degli obiettivi strategici è stato raggiunto. Quello che doveva essere un blitzkrieg si è trasformato in una guerra d’attrito. Che potrebbe durare molto a lungo, come ormai si attende la maggioranza degli esperti.
Un conflitto logorante, in cui tra i russi continua a crescere il numero di truppe ormai fuori combattimento: il 34% del totale schierato a inizio conflitto. Così come aumenta la quantità di mezzi persi: 4.200 dal 24 febbraio a oggi. Ma anche lato ucraino le perdite sono consistenti e, malgrado le armi occidentali continuino ad arrivare, la lunga gestazione del sesto pacchetto europeo di sanzioni è l’ennesimo segnale che il "fronte occidentale” scricchiola.
A quanti altri 100 giorni di questa guerra dovremo assistere?
👉 A cento giorni dall’inizio della guerra in Ucraina, il conflitto sta mettendo l’Europa a dura prova e la fine delle ostilità sembra ancora lontana. Tutti gli aggiornamenti nel nuovo numero del nostro Speciale Ucraina “I cento giorni che cambiarono l’Europa”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-i-100-giorni-che-cambiarono-leuropa-35274
🌍 MIGRANTI: MONTA LA MAREA
🌊 Il Vecchio (Continente) e il mare
Un nuovo patto Ue su migrazione e asilo. Questa la principale richiesta dal Med5, format che da quattro anni riunisce i Ministri dell’interno di Italia, Cipro, Grecia, Malta e Spagna. Durante l’incontro di questo weekend i ministri hanno ribadito le loro posizioni comuni sul fronte delle migrazioni e hanno richiesto (per l’ennesima volta) una riforma delle regole di Dublino che permetta una “vera redistribuzione dei migranti in Europa”.
Una patata bollente che a Bruxelles ci si rimpalla da anni, tanto che la stessa proposta era già stata avanzata dalla Commissione europea nel settembre 2020. E se il tema degli sbarchi è stato oscurato prima dalla pandemia, poi dall’invasione dell’Ucraina, oggi è destinato a tornare in cima alle agende.
📈 Back to 2011?
Negli ultimi dodici mesi in Italia sono sbarcate più di 70.000 persone. È il numero più alto dal 2017, quando gli arrivi in Italia erano nell’ordine dei 150.000-180.000 l’anno. E si tratta di un numero che potrebbe crescere ancora, mettendo sotto pressione i sistemi di accoglienza e asilo italiani proprio mentre il Paese si trova a gestire l’arrivo di circa 130.000 ucraine e ucraini in fuga dalla guerra.
Una crisi, quella ucraina, che riguarda il mondo. L’invasione ha costretto ad abbandonare la propria casa 12 milioni di persone, di cui 3,5 milioni oggi in Unione europea. E ha aggravato una crisi alimentare globale senza precedenti. Una situazione pericolosa, che ricorda le Primavere arabe del 2011 e che arriva subito dopo una “recessione pandemica” che ha fatto aumentare il numero assoluto di poveri nel mondo per la prima volta in trent’anni.
🇪🇺 Europa bifronte
Insomma, dopo quella dell’anno scorso, l’Europa si prepara a un’altra estate calda. Ancora una volta senza che i governi abbiano raggiunto un’intesa su come gestire il fenomeno delle migrazioni irregolari via mare in maniera coordinata e solidale.
Una situazione che stride se confrontata con la rapidità di risposta, unità d’intenti e forte apertura dell’Europa sui profughi ucraini. E stride ancora di più se si considera che quei circa 3,5 milioni di ucraini arrivati in UE nel giro di tre mesi sono più dei 2,3 milioni di migranti arrivati via mare dal 2014 a oggi.
Insomma, la solidarietà europea c’è. Ma non per tutti.
👉 Lavrov non va in Serbia dopo lo stop al transito di tre paesi. Voci di accordo fra Mosca, Kiev e Ankara per un corridoio del grano da Odessa, ma Putin avverte l'Occidente: “Nuove forniture a Kiev rischiano di estendere il conflitto”. Non perdere gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-no-fly-zone-lavrov-35306
🌊 Il Vecchio (Continente) e il mare
Un nuovo patto Ue su migrazione e asilo. Questa la principale richiesta dal Med5, format che da quattro anni riunisce i Ministri dell’interno di Italia, Cipro, Grecia, Malta e Spagna. Durante l’incontro di questo weekend i ministri hanno ribadito le loro posizioni comuni sul fronte delle migrazioni e hanno richiesto (per l’ennesima volta) una riforma delle regole di Dublino che permetta una “vera redistribuzione dei migranti in Europa”.
Una patata bollente che a Bruxelles ci si rimpalla da anni, tanto che la stessa proposta era già stata avanzata dalla Commissione europea nel settembre 2020. E se il tema degli sbarchi è stato oscurato prima dalla pandemia, poi dall’invasione dell’Ucraina, oggi è destinato a tornare in cima alle agende.
📈 Back to 2011?
Negli ultimi dodici mesi in Italia sono sbarcate più di 70.000 persone. È il numero più alto dal 2017, quando gli arrivi in Italia erano nell’ordine dei 150.000-180.000 l’anno. E si tratta di un numero che potrebbe crescere ancora, mettendo sotto pressione i sistemi di accoglienza e asilo italiani proprio mentre il Paese si trova a gestire l’arrivo di circa 130.000 ucraine e ucraini in fuga dalla guerra.
Una crisi, quella ucraina, che riguarda il mondo. L’invasione ha costretto ad abbandonare la propria casa 12 milioni di persone, di cui 3,5 milioni oggi in Unione europea. E ha aggravato una crisi alimentare globale senza precedenti. Una situazione pericolosa, che ricorda le Primavere arabe del 2011 e che arriva subito dopo una “recessione pandemica” che ha fatto aumentare il numero assoluto di poveri nel mondo per la prima volta in trent’anni.
🇪🇺 Europa bifronte
Insomma, dopo quella dell’anno scorso, l’Europa si prepara a un’altra estate calda. Ancora una volta senza che i governi abbiano raggiunto un’intesa su come gestire il fenomeno delle migrazioni irregolari via mare in maniera coordinata e solidale.
Una situazione che stride se confrontata con la rapidità di risposta, unità d’intenti e forte apertura dell’Europa sui profughi ucraini. E stride ancora di più se si considera che quei circa 3,5 milioni di ucraini arrivati in UE nel giro di tre mesi sono più dei 2,3 milioni di migranti arrivati via mare dal 2014 a oggi.
Insomma, la solidarietà europea c’è. Ma non per tutti.
👉 Lavrov non va in Serbia dopo lo stop al transito di tre paesi. Voci di accordo fra Mosca, Kiev e Ankara per un corridoio del grano da Odessa, ma Putin avverte l'Occidente: “Nuove forniture a Kiev rischiano di estendere il conflitto”. Non perdere gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-no-fly-zone-lavrov-35306