🌏 IL MONDO FRENA
💴 Standby
Lunedì il renminbi cinese ha toccato il minimo da quasi due anni: una svalutazione maggiore e più rapida delle due crisi precedenti (2015 e 2018). Un crollo certo non inatteso. I rigidi lockdown continuano a ostacolare la produzione nelle maggiori città cinesi, così come le attività nel porto di Shanghai, il principale snodo commerciale del mondo.
Una svalutazione del renminbi era nell’aria, tanto che Xi Jinping aveva provato a giocare d’anticipo, annunciando una raffica di stimoli fiscali e monetari. E mentre la Cina fa i conti con i limiti di un modello economico basato su investimenti continui, anche per molte altre economie emergenti le prospettive si fanno fosche.
🌪 Nell’occhio del ciclone
La moneta cinese non è l’unica delle “grandi” a soffrire: anche la Banca centrale indiana ha aumentato i tassi di interesse per la prima volta dal 2018. E molti altri emergenti sono in difficoltà. Ad aprile, l’UNCTAD stimava che 107 Paesi del mondo (più della metà) rischiano di attraversare almeno una di tre crisi: maggiori prezzi del cibo, maggiori prezzi energetici o condizioni finanziarie restrittive. Per 69 di questi, c’è alta probabilità che le tre crisi si presentino insieme.
E certo, la forte crescita dei prezzi delle materie prime (petrolio, ma anche grano) giova ad alcuni paesi esportatori. Ma nella maggior parte dei casi sostiene l’inflazione e amplia i deficit con l’estero. Un mix tossico per economie uscite già martoriate dalla pandemia.
🏦 Falchi di nuovo in volo
Intanto l’inflazione preoccupa anche in Occidente. Proprio oggi è arrivata la conferma che la crescita dei prezzi Usa ad aprile resta ai massimi da 40 anni (+8,3% in dodici mesi). Per questo i mercati si aspettano una delle strette monetarie più forti e rapide della storia americana.
Conseguenza? La fuga di capitali dagli emergenti, a cui dunque viene a mancare anche il sostegno degli investitori stranieri. Così lo Sri Lanka è solo la prima tessera del domino a cadere: pagamento dei debiti esteri sospeso e dimissioni del Primo ministro questo lunedì. Intanto il FMI apre negoziati di salvataggio con Egitto e Tunisia, grandi importatori di grano ucraino e russo, e con il Pakistan. E l’Argentina riceve 45 miliardi per evitare l’ennesimo default.
Mentre gli occhi dell’Occidente restano puntati su Kiev, ci stiamo avvicinando all’orlo di un altro precipizio?
👉 Non perdere il nostro Daily Focus di oggi: "Israele-Palestina: Requiem per una giornalista”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-requiem-una-giornalista-34985
🔴 Domani alle 18.00 la nostra tavola rotonda su “Ucraina: conflitto tra stati o guerra per procura?”. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-conflitto-tra-stati-o-guerra-procura
💴 Standby
Lunedì il renminbi cinese ha toccato il minimo da quasi due anni: una svalutazione maggiore e più rapida delle due crisi precedenti (2015 e 2018). Un crollo certo non inatteso. I rigidi lockdown continuano a ostacolare la produzione nelle maggiori città cinesi, così come le attività nel porto di Shanghai, il principale snodo commerciale del mondo.
Una svalutazione del renminbi era nell’aria, tanto che Xi Jinping aveva provato a giocare d’anticipo, annunciando una raffica di stimoli fiscali e monetari. E mentre la Cina fa i conti con i limiti di un modello economico basato su investimenti continui, anche per molte altre economie emergenti le prospettive si fanno fosche.
🌪 Nell’occhio del ciclone
La moneta cinese non è l’unica delle “grandi” a soffrire: anche la Banca centrale indiana ha aumentato i tassi di interesse per la prima volta dal 2018. E molti altri emergenti sono in difficoltà. Ad aprile, l’UNCTAD stimava che 107 Paesi del mondo (più della metà) rischiano di attraversare almeno una di tre crisi: maggiori prezzi del cibo, maggiori prezzi energetici o condizioni finanziarie restrittive. Per 69 di questi, c’è alta probabilità che le tre crisi si presentino insieme.
E certo, la forte crescita dei prezzi delle materie prime (petrolio, ma anche grano) giova ad alcuni paesi esportatori. Ma nella maggior parte dei casi sostiene l’inflazione e amplia i deficit con l’estero. Un mix tossico per economie uscite già martoriate dalla pandemia.
🏦 Falchi di nuovo in volo
Intanto l’inflazione preoccupa anche in Occidente. Proprio oggi è arrivata la conferma che la crescita dei prezzi Usa ad aprile resta ai massimi da 40 anni (+8,3% in dodici mesi). Per questo i mercati si aspettano una delle strette monetarie più forti e rapide della storia americana.
Conseguenza? La fuga di capitali dagli emergenti, a cui dunque viene a mancare anche il sostegno degli investitori stranieri. Così lo Sri Lanka è solo la prima tessera del domino a cadere: pagamento dei debiti esteri sospeso e dimissioni del Primo ministro questo lunedì. Intanto il FMI apre negoziati di salvataggio con Egitto e Tunisia, grandi importatori di grano ucraino e russo, e con il Pakistan. E l’Argentina riceve 45 miliardi per evitare l’ennesimo default.
Mentre gli occhi dell’Occidente restano puntati su Kiev, ci stiamo avvicinando all’orlo di un altro precipizio?
👉 Non perdere il nostro Daily Focus di oggi: "Israele-Palestina: Requiem per una giornalista”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-requiem-una-giornalista-34985
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🌍 SANZIONI: BUIO PESTO SUL SESTO PACCHETTO?
🛢 Mare nero
Sì dell’Ungheria a un embargo sul petrolio russo. Ma solo quello che arriva via mare. Questa la controproposta fatta ieri dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che di fatto si traduce in una esenzione totale dall’embargo per quei paesi, come l’Ungheria, che ricevono il petrolio russo praticamente solo tramite oleodotti.
Insomma, una provocazione che ritarda ulteriormente l’approvazione del sesto pacchetto di sanzioni europee, presentato da von der Leyen ormai più di sette giorni fa. E dire che la Commissione le sta provando tutte: deroga all’embargo fino a fine 2024 (2 anni addizionali rispetto agli altri Stati Membri), fondi per costruire nuovi oleodotti e aggiornare le raffinerie. Ma a Orbán non sembra bastare.
📉 Produzione a picco
La linea dura di Budapest punta a scoraggiare qualsiasi futuro tentativo di imporre un embargo anche sul gas russo. Ma anche a spremere il più possibile le concessioni di Bruxelles. Per il suo sì, Orbán avrebbe infatti chiesto 3 miliardi di euro, ma vorrebbe soprattutto i 7 miliardi del Pnrr ungherese, attualmente bloccati dalla Commissione per violazioni dello stato di diritto.
Embargo o no, la produzione russa di greggio non se la passa comunque bene: meno 900mila barili al giorno ad aprile, che a maggio potrebbero aumentare fino a 1,5 milioni. Per poi raddoppiare ancora entro luglio – ma solo se l’embargo dovesse diventare realtà. Così nel 2022 la produzione russa di petrolio scenderebbe sotto i 10 milioni di barili al giorno: il livello più basso dal 2004.
🤑 Un mare di soldi
Per colpire la Russia dove più fa male, sulle sue esportazioni di energia, la Commissione sta preparando una nuova versione del suo piano RePowerEU. Agli Stati Membri sarà richiesto di accelerare la loro transizione verde: alzando dal 40 al 45% il target di energia pulita nel mix energetico entro il 2030, e dal 9 al 13% quello di riduzione dei consumi energetici sempre nei prossimi 8 anni.
Tutto questo avrà però un costo non indifferente per i Paesi europei: la Commissione stessa stima una spesa aggiuntiva per 195 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Da sommare ai 670 miliardi già previsti dal piano iniziale.
A fronte di queste cifre, sicuri che i 3 miliardi richiesti dall’Ungheria siano poi così tanti?
👉 Oggi la Finlandia, che condivide oltre 1300km di confine con la Russia, ha annunciato che intende diventare un membro della NATO. Cosa significa? Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-aggiungi-un-posto-tavola-meglio-due-35000
🛢 Mare nero
Sì dell’Ungheria a un embargo sul petrolio russo. Ma solo quello che arriva via mare. Questa la controproposta fatta ieri dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che di fatto si traduce in una esenzione totale dall’embargo per quei paesi, come l’Ungheria, che ricevono il petrolio russo praticamente solo tramite oleodotti.
Insomma, una provocazione che ritarda ulteriormente l’approvazione del sesto pacchetto di sanzioni europee, presentato da von der Leyen ormai più di sette giorni fa. E dire che la Commissione le sta provando tutte: deroga all’embargo fino a fine 2024 (2 anni addizionali rispetto agli altri Stati Membri), fondi per costruire nuovi oleodotti e aggiornare le raffinerie. Ma a Orbán non sembra bastare.
📉 Produzione a picco
La linea dura di Budapest punta a scoraggiare qualsiasi futuro tentativo di imporre un embargo anche sul gas russo. Ma anche a spremere il più possibile le concessioni di Bruxelles. Per il suo sì, Orbán avrebbe infatti chiesto 3 miliardi di euro, ma vorrebbe soprattutto i 7 miliardi del Pnrr ungherese, attualmente bloccati dalla Commissione per violazioni dello stato di diritto.
Embargo o no, la produzione russa di greggio non se la passa comunque bene: meno 900mila barili al giorno ad aprile, che a maggio potrebbero aumentare fino a 1,5 milioni. Per poi raddoppiare ancora entro luglio – ma solo se l’embargo dovesse diventare realtà. Così nel 2022 la produzione russa di petrolio scenderebbe sotto i 10 milioni di barili al giorno: il livello più basso dal 2004.
🤑 Un mare di soldi
Per colpire la Russia dove più fa male, sulle sue esportazioni di energia, la Commissione sta preparando una nuova versione del suo piano RePowerEU. Agli Stati Membri sarà richiesto di accelerare la loro transizione verde: alzando dal 40 al 45% il target di energia pulita nel mix energetico entro il 2030, e dal 9 al 13% quello di riduzione dei consumi energetici sempre nei prossimi 8 anni.
Tutto questo avrà però un costo non indifferente per i Paesi europei: la Commissione stessa stima una spesa aggiuntiva per 195 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Da sommare ai 670 miliardi già previsti dal piano iniziale.
A fronte di queste cifre, sicuri che i 3 miliardi richiesti dall’Ungheria siano poi così tanti?
👉 Oggi la Finlandia, che condivide oltre 1300km di confine con la Russia, ha annunciato che intende diventare un membro della NATO. Cosa significa? Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-aggiungi-un-posto-tavola-meglio-due-35000
🌍 CRIPTOVALUTE: (UN)STABLECOIN
🤯 Cryptocrash
Meno di 30mila dollari. Questo il valore attuale del Bitcoin, solo ieri in calo del 10%. Ancora peggio Ethereum (-20%), la seconda criptovaluta per valore. In sole 24 ore la capitalizzazione complessiva delle valute digitali si è ridotta di 200 miliardi di dollari e ora è circa pari a un terzo del suo valore di novembre (3000 miliardi).
Non è certo la prima volta. Negli ultimi dieci anni, il Bitcoin ha perso il 50% del suo valore in altre sei occasioni. Ed era già in una fase calante, come anche il mercato azionario dei titoli tecnologici “tradizionale” (l’indice Nasdaq ha perso il 30% negli ultimi 6 mesi) a causa di una politica monetaria sempre più restrittiva per contenere un’inflazione sopra le aspettative. Eppure, questo nuovo crollo fa rumore.
💸 Non voglio mica la Luna
A causare la nuova fuga dalle criptovalute sono state infatti le stablecoin. Che sarebbero invece concepite per avere un valore fisso, poco volatile, di solito ancorato al dollaro. Una sorta di porto sicuro dal valore di 180 miliardi di dollari la cui inedita fragilità ha messo in crisi l’intero mercato.
TerraUSD, la quarta più grande stablecoin e la decima criptovaluta per valore di mercato, e il suo token gemello Luna, hanno ieri perso più di metà del loro valore, piombando sotto quota 0,4 dollari. Si tratta di tipi particolari di stablecoin, in cui l’ancoraggio è garantito attraverso algoritmi e non tramite riserve reali. Ma anche quest’altra tipologia di stablecoin non viene più considerata così “stable”.
🇸🇻 Bitcoin Salvador?
Attualmente, alle società che gestiscono stablecoin non è richiesto di mantenere delle riserve adeguate. Un vuoto normativo che la Federal Reserve vorrebbe ora colmare, approfittando di questa crisi. Tutt’altra aria si respira in El Salvador, unico paese insieme alla Repubblica Centrafricana dove le valute digitali hanno corso legale.
L’esperimento finora non ha pagato: solo il 5% delle transazioni avviene in criptovalute e, complice questo nuovo crollo del Bitcoin, il Paese è sempre più a rischio default. Il Fondo Monetario Internazionale ha promesso il suo sostegno solo a patto che il governo abbandoni l’utilizzo delle criptovalute. La risposta è stata però quella opposta: un acquisto di 500 Bitcoin, per un esborso totale di circa 15 milioni di dollari.
Insomma, lascia o raddoppia?
🧐 Ma come funzionano esattamente le criptovalute? Quanto pesano sull’andamento dei mercati? Esistono altre monete digitali? E perché sono così volatili? Al tema del futuro del denaro, dedicheremo il nostro nuovo Longread in uscita settimana prossima. Stay tuned!
🤯 Cryptocrash
Meno di 30mila dollari. Questo il valore attuale del Bitcoin, solo ieri in calo del 10%. Ancora peggio Ethereum (-20%), la seconda criptovaluta per valore. In sole 24 ore la capitalizzazione complessiva delle valute digitali si è ridotta di 200 miliardi di dollari e ora è circa pari a un terzo del suo valore di novembre (3000 miliardi).
Non è certo la prima volta. Negli ultimi dieci anni, il Bitcoin ha perso il 50% del suo valore in altre sei occasioni. Ed era già in una fase calante, come anche il mercato azionario dei titoli tecnologici “tradizionale” (l’indice Nasdaq ha perso il 30% negli ultimi 6 mesi) a causa di una politica monetaria sempre più restrittiva per contenere un’inflazione sopra le aspettative. Eppure, questo nuovo crollo fa rumore.
💸 Non voglio mica la Luna
A causare la nuova fuga dalle criptovalute sono state infatti le stablecoin. Che sarebbero invece concepite per avere un valore fisso, poco volatile, di solito ancorato al dollaro. Una sorta di porto sicuro dal valore di 180 miliardi di dollari la cui inedita fragilità ha messo in crisi l’intero mercato.
TerraUSD, la quarta più grande stablecoin e la decima criptovaluta per valore di mercato, e il suo token gemello Luna, hanno ieri perso più di metà del loro valore, piombando sotto quota 0,4 dollari. Si tratta di tipi particolari di stablecoin, in cui l’ancoraggio è garantito attraverso algoritmi e non tramite riserve reali. Ma anche quest’altra tipologia di stablecoin non viene più considerata così “stable”.
🇸🇻 Bitcoin Salvador?
Attualmente, alle società che gestiscono stablecoin non è richiesto di mantenere delle riserve adeguate. Un vuoto normativo che la Federal Reserve vorrebbe ora colmare, approfittando di questa crisi. Tutt’altra aria si respira in El Salvador, unico paese insieme alla Repubblica Centrafricana dove le valute digitali hanno corso legale.
L’esperimento finora non ha pagato: solo il 5% delle transazioni avviene in criptovalute e, complice questo nuovo crollo del Bitcoin, il Paese è sempre più a rischio default. Il Fondo Monetario Internazionale ha promesso il suo sostegno solo a patto che il governo abbandoni l’utilizzo delle criptovalute. La risposta è stata però quella opposta: un acquisto di 500 Bitcoin, per un esborso totale di circa 15 milioni di dollari.
Insomma, lascia o raddoppia?
🧐 Ma come funzionano esattamente le criptovalute? Quanto pesano sull’andamento dei mercati? Esistono altre monete digitali? E perché sono così volatili? Al tema del futuro del denaro, dedicheremo il nostro nuovo Longread in uscita settimana prossima. Stay tuned!
🌍 EUROPA: DECRESCITA INFELICE?
🎢 Montagne “russe”
+2,7%: questa la nuova proiezione di crescita europea per il 2022 pubblicata oggi dalla Commissione europea. In netto rallentamento rispetto a febbraio (+4%), ma in linea con le aspettative degli ultimi mesi. In fondo, lo stesso commissario Paolo Gentiloni aveva definito le previsioni antebelliche come "fuori portata".
E mentre le proiezioni economiche scendono, quelle inflazionistiche salgono: +7,5% ad aprile, ormai non lontane dai livelli americani (+8,3%). E a continuare a crescere è anche l’inflazione “core” (+6,1%), che esclude i prodotti più volatili come gli alimentari e gli energetici.
Rischio stagflazione sempre più vicino?
❌ Respinto al mittente
Tra stimoli fiscali per isolare famiglie e imprese dallo shock energetico e nuove spese (militari, umanitarie o per accogliere chi fugge), il rallentamento rende ancora meno “appetibile” l’adozione di nuove sanzioni. E così, seppur annunciato da von der Leyen già dodici giorni fa, il sesto pacchetto Ue non ha ancora visto la luce.
E questo malgrado abbia perso una serie di pezzi cruciali. Prima Slovacchia e Repubblica Ceca hanno chiesto esenzioni, spiegate con la (effettiva) difficoltà a trovare petrolio alternativo a quello russo in tempi ragionevoli. Poi Grecia, Cipro e Malta hanno ottenuto la rimozione del divieto di trasportare petrolio russo per navi europee. Infine l’Ungheria si è messa di traverso, minacciando un veto che incombe ancora oggi.
Insomma, sembra mettersi male.
🇪🇺 La storia infinita
La Germania ha comunicato che, anche in assenza di sanzioni UE, smetterà di acquistare il petrolio russo entro fine anno. Ma è sempre più evidente che ai governi europei basti meno dello spettro di una recessione per iniziare a rivedere le proprie posizioni.
Non solo. Le cancellerie d’Europa hanno anche altre scuse da addurre; non ultimi i rischi per il resto del mondo. Perché se è vero che il prezzo dei beni alimentari è esploso soprattutto a causa dell’invasione e, adesso, del continuo blocco dei porti ucraini, è altrettanto vero che sanzioni e auto-sanzioni europee spingono al rialzo i prezzi di petrolio, gas e carbone.
Intanto, le aziende europee si preparano a “pagare in rubli” il gas russo, attraverso uno stratagemma suggerito proprio oggi dalla Commissione europea. Il re è nudo?
💱 👉 È uscito il nostro nuovo Longread sul Futuro del denaro! Le criptovalute hanno bruciato circa mille miliardi di dollari negli ultimi sei mesi. È la fine della moneta digitale? Cos’è diventato il denaro e cosa sarà in futuro? Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=3412
🎢 Montagne “russe”
+2,7%: questa la nuova proiezione di crescita europea per il 2022 pubblicata oggi dalla Commissione europea. In netto rallentamento rispetto a febbraio (+4%), ma in linea con le aspettative degli ultimi mesi. In fondo, lo stesso commissario Paolo Gentiloni aveva definito le previsioni antebelliche come "fuori portata".
E mentre le proiezioni economiche scendono, quelle inflazionistiche salgono: +7,5% ad aprile, ormai non lontane dai livelli americani (+8,3%). E a continuare a crescere è anche l’inflazione “core” (+6,1%), che esclude i prodotti più volatili come gli alimentari e gli energetici.
Rischio stagflazione sempre più vicino?
❌ Respinto al mittente
Tra stimoli fiscali per isolare famiglie e imprese dallo shock energetico e nuove spese (militari, umanitarie o per accogliere chi fugge), il rallentamento rende ancora meno “appetibile” l’adozione di nuove sanzioni. E così, seppur annunciato da von der Leyen già dodici giorni fa, il sesto pacchetto Ue non ha ancora visto la luce.
E questo malgrado abbia perso una serie di pezzi cruciali. Prima Slovacchia e Repubblica Ceca hanno chiesto esenzioni, spiegate con la (effettiva) difficoltà a trovare petrolio alternativo a quello russo in tempi ragionevoli. Poi Grecia, Cipro e Malta hanno ottenuto la rimozione del divieto di trasportare petrolio russo per navi europee. Infine l’Ungheria si è messa di traverso, minacciando un veto che incombe ancora oggi.
Insomma, sembra mettersi male.
🇪🇺 La storia infinita
La Germania ha comunicato che, anche in assenza di sanzioni UE, smetterà di acquistare il petrolio russo entro fine anno. Ma è sempre più evidente che ai governi europei basti meno dello spettro di una recessione per iniziare a rivedere le proprie posizioni.
Non solo. Le cancellerie d’Europa hanno anche altre scuse da addurre; non ultimi i rischi per il resto del mondo. Perché se è vero che il prezzo dei beni alimentari è esploso soprattutto a causa dell’invasione e, adesso, del continuo blocco dei porti ucraini, è altrettanto vero che sanzioni e auto-sanzioni europee spingono al rialzo i prezzi di petrolio, gas e carbone.
Intanto, le aziende europee si preparano a “pagare in rubli” il gas russo, attraverso uno stratagemma suggerito proprio oggi dalla Commissione europea. Il re è nudo?
💱 👉 È uscito il nostro nuovo Longread sul Futuro del denaro! Le criptovalute hanno bruciato circa mille miliardi di dollari negli ultimi sei mesi. È la fine della moneta digitale? Cos’è diventato il denaro e cosa sarà in futuro? Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=3412
🌍 CIBO ED ENERGIA: DUE CRISI AL PREZZO DI UNA?
⛔️ Protezionismo alimentare
Prezzo del grano ai massimi degli ultimi due mesi. Ieri alla borsa di Chicago i futures sul grano sono tornati sopra quota 12 dollari al bushel: +50% rispetto a inizio anno. Pesa la decisione dell’India, secondo produttore di grano al mondo (e settimo esportatore), di bloccare le sue esportazioni. Come con i vaccini l’anno scorso.
E così come con i vaccini, neanche una parziale retromarcia di New Delhi – con l’introduzione di eccezioni al ban per i paesi più vulnerabili – è riuscita a calmare i mercati. Anche perché assieme all’India altri 22 paesi stanno ricorrendo a misure protezionistiche per salvaguardare la sicurezza alimentare interna. L’Indonesia ha bloccato l’export di olio di palma, di cui è la principale produttrice mondiale. Cina e Russia quello di fertilizzanti. E poi c’è la guerra.
🌾 Guerra del grano
A causa dell’invasione, il 20-30% dei terreni agricoli ucraini rimarrà non coltivato o non raccolto. Proprio quando a causa di forti carestie in tutto il mondo, per la prima volta in quattro anni la produzione mondiale di grano è prevista in diminuzione. E l’offerta di grano mondiale arranca anche perché 25 milioni di tonnellate (pari al 13% delle esportazioni globali) restano ferme in Ucraina per il blocco navale russo dei porti sul Mar Nero.
La guerra (e le sanzioni alla Russia) impediscono così traffici alimentari pari a un decimo di tutte le calorie scambiate a livello globale. Non una bella notizia per i 26 paesi del mondo che importano più della metà dei loro cereali da Russia e Ucraina.
✊ Rivolte del pane
Gli incrementi di prezzo delle materie prime inevitabilmente si riflettono in un rincaro dei prodotti alimentari. L’indice FAO, che traccia i prezzi del cibo nel mondo, ha toccato il valore massimo dal 1990, anno in cui sono cominciate le rilevazioni. Un trend allarmante, se si considera che per ogni punto percentuale di aumento dei prezzi alimentari, 10 milioni di persone nel mondo finiscono in condizioni di estrema povertà.
Insomma, ai livelli attuali il numero di persone che vive in estrema povertà potrebbe crescere del 50%, da 600 a 900 milioni. E a pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto le economie in via di sviluppo, dove la popolazione spende almeno la metà del proprio reddito per l’alimentazione.
Nel 2011 gli alti prezzi del pane furono fra le concause delle Primavere Arabe. Oggi, che sono superiori del 20% rispetto ad allora, cosa accadrà?
🇱🇰👉 Con l’ISPI Daily Focus di oggi andiamo in Sri Lanka, in preda a una spaventosa crisi economica causata da pandemia, inflazione e costo dei carburanti. Ma a strangolare il paese è il debito, e potrebbe essere il primo di una lunga serie. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/crisi-sri-lanka-leffetto-domino-35062
⛔️ Protezionismo alimentare
Prezzo del grano ai massimi degli ultimi due mesi. Ieri alla borsa di Chicago i futures sul grano sono tornati sopra quota 12 dollari al bushel: +50% rispetto a inizio anno. Pesa la decisione dell’India, secondo produttore di grano al mondo (e settimo esportatore), di bloccare le sue esportazioni. Come con i vaccini l’anno scorso.
E così come con i vaccini, neanche una parziale retromarcia di New Delhi – con l’introduzione di eccezioni al ban per i paesi più vulnerabili – è riuscita a calmare i mercati. Anche perché assieme all’India altri 22 paesi stanno ricorrendo a misure protezionistiche per salvaguardare la sicurezza alimentare interna. L’Indonesia ha bloccato l’export di olio di palma, di cui è la principale produttrice mondiale. Cina e Russia quello di fertilizzanti. E poi c’è la guerra.
🌾 Guerra del grano
A causa dell’invasione, il 20-30% dei terreni agricoli ucraini rimarrà non coltivato o non raccolto. Proprio quando a causa di forti carestie in tutto il mondo, per la prima volta in quattro anni la produzione mondiale di grano è prevista in diminuzione. E l’offerta di grano mondiale arranca anche perché 25 milioni di tonnellate (pari al 13% delle esportazioni globali) restano ferme in Ucraina per il blocco navale russo dei porti sul Mar Nero.
La guerra (e le sanzioni alla Russia) impediscono così traffici alimentari pari a un decimo di tutte le calorie scambiate a livello globale. Non una bella notizia per i 26 paesi del mondo che importano più della metà dei loro cereali da Russia e Ucraina.
✊ Rivolte del pane
Gli incrementi di prezzo delle materie prime inevitabilmente si riflettono in un rincaro dei prodotti alimentari. L’indice FAO, che traccia i prezzi del cibo nel mondo, ha toccato il valore massimo dal 1990, anno in cui sono cominciate le rilevazioni. Un trend allarmante, se si considera che per ogni punto percentuale di aumento dei prezzi alimentari, 10 milioni di persone nel mondo finiscono in condizioni di estrema povertà.
Insomma, ai livelli attuali il numero di persone che vive in estrema povertà potrebbe crescere del 50%, da 600 a 900 milioni. E a pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto le economie in via di sviluppo, dove la popolazione spende almeno la metà del proprio reddito per l’alimentazione.
Nel 2011 gli alti prezzi del pane furono fra le concause delle Primavere Arabe. Oggi, che sono superiori del 20% rispetto ad allora, cosa accadrà?
🇱🇰👉 Con l’ISPI Daily Focus di oggi andiamo in Sri Lanka, in preda a una spaventosa crisi economica causata da pandemia, inflazione e costo dei carburanti. Ma a strangolare il paese è il debito, e potrebbe essere il primo di una lunga serie. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/crisi-sri-lanka-leffetto-domino-35062
🌍 EUROPA: TRANSIZIONE “AL VERDE”?
🔋 REPowerEU... 2.0
Oggi la Commissione europea ha presentato il suo piano per accelerare la transizione energetica. Il mix di proposte legislative e raccomandazioni mira a tre obiettivi fondamentali, da qui al 2030: ancora meno consumi energetici (dal -9% previsto al -13%), più fonti rinnovabili (raggiungendo il 45% dei consumi), e diversificazione delle importazioni.
Ma il piano punta anche a smarcarsi dal gas russo. La Commissione non ne fa mistero, tanto che stima direttamente “in gas” i risparmi derivanti dalle sue proposte: 114 miliardi di metri cubi l’anno, il 73% delle importazioni europee dalla Russia.
Ma in che tempi e, soprattutto, a quali costi?
🏦🏦 Facciamo due conti
Tutte le misure contenute nel piano guardano al lungo periodo. Nel suo discorso di ieri, anticipando le proposte, von der Leyen si è addirittura concentrata sull’idrogeno verde: una fonte pulita e che potrebbe sostituire il gas naturale, certo, ma per la quale le tecnologie non sono ancora in alcun modo mature.
Intanto, proprio in questi giorni i Paesi europei sembrano ammettere che di alternative hic et nunc al gas russo non ce ne siano. Prova ne sia che ormai molte compagnie importatrici sembrano aver aperto il loro doppio conto presso Gazprombank (uno in rubli e uno in euro), almeno parzialmente ottemperando al diktat di Mosca che solo un mese fa dichiaravano solennemente di voler contrastare.
E la stessa Commissione ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, pubblicando linee guida sulle sanzioni con ampi margini di interpretazione.
🤑 Tre piccioni con una fava?
Nei sogni di Bruxelles, il piano sarebbe una triple win: consentirebbe a un tempo di investire in rinnovabili, smarcarsi dai combustibili fossili russi e ridurre i prezzi dell’energia. Ma nascosto tra le pieghe della proposta c’è un secondo problema: i costi.
Per accelerare la transizione, Bruxelles stima che saranno necessari almeno 210 miliardi di euro in più, oltre ai 670 previsti inizialmente. Di sicuro si tratterebbe di risorse risparmiate in futuro, che ci permetterebbero di importare meno gas e petrolio.
Il problema, però, è se i cittadini su cui già grava l’alto costo delle bollette saranno disposti a un ulteriore sacrificio nell’immediato.
🇹🇳👉 La Tunisia è in preda a una grave crisi alimentare e politica. Ma senza il grano dall’Ucraina sono a rischio diversi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-il-pane-e-i-gelsomini-35082
🔋 REPowerEU... 2.0
Oggi la Commissione europea ha presentato il suo piano per accelerare la transizione energetica. Il mix di proposte legislative e raccomandazioni mira a tre obiettivi fondamentali, da qui al 2030: ancora meno consumi energetici (dal -9% previsto al -13%), più fonti rinnovabili (raggiungendo il 45% dei consumi), e diversificazione delle importazioni.
Ma il piano punta anche a smarcarsi dal gas russo. La Commissione non ne fa mistero, tanto che stima direttamente “in gas” i risparmi derivanti dalle sue proposte: 114 miliardi di metri cubi l’anno, il 73% delle importazioni europee dalla Russia.
Ma in che tempi e, soprattutto, a quali costi?
🏦🏦 Facciamo due conti
Tutte le misure contenute nel piano guardano al lungo periodo. Nel suo discorso di ieri, anticipando le proposte, von der Leyen si è addirittura concentrata sull’idrogeno verde: una fonte pulita e che potrebbe sostituire il gas naturale, certo, ma per la quale le tecnologie non sono ancora in alcun modo mature.
Intanto, proprio in questi giorni i Paesi europei sembrano ammettere che di alternative hic et nunc al gas russo non ce ne siano. Prova ne sia che ormai molte compagnie importatrici sembrano aver aperto il loro doppio conto presso Gazprombank (uno in rubli e uno in euro), almeno parzialmente ottemperando al diktat di Mosca che solo un mese fa dichiaravano solennemente di voler contrastare.
E la stessa Commissione ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, pubblicando linee guida sulle sanzioni con ampi margini di interpretazione.
🤑 Tre piccioni con una fava?
Nei sogni di Bruxelles, il piano sarebbe una triple win: consentirebbe a un tempo di investire in rinnovabili, smarcarsi dai combustibili fossili russi e ridurre i prezzi dell’energia. Ma nascosto tra le pieghe della proposta c’è un secondo problema: i costi.
Per accelerare la transizione, Bruxelles stima che saranno necessari almeno 210 miliardi di euro in più, oltre ai 670 previsti inizialmente. Di sicuro si tratterebbe di risorse risparmiate in futuro, che ci permetterebbero di importare meno gas e petrolio.
Il problema, però, è se i cittadini su cui già grava l’alto costo delle bollette saranno disposti a un ulteriore sacrificio nell’immediato.
🇹🇳👉 La Tunisia è in preda a una grave crisi alimentare e politica. Ma senza il grano dall’Ucraina sono a rischio diversi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-il-pane-e-i-gelsomini-35082
🌍 ECONOMIA: RECESSIONE IN VISTA?
🧱 Another brick in the Walmart
Mercoledì nero a Wall Street. Per i principali indici azionari statunitensi, la seduta di ieri è stata la peggiore dal giugno 2020, in piena prima ondata di Covid. S&P 500 ha registrato un meno 4%, con il 98% dei titoli in esso raccolti che hanno subito perdite.
Una brusca scivolata, che si è poi trasmessa ai listini europei e asiatici, guidata dal crollo (il peggiore dal 1987) dei titoli di due colossi del retail americano: Target e Walmart, alle prese con un'inflazione che erode sempre più il potere di acquisto dei loro consumatori. Ma non è solo l’inflazione a minacciare l’economia globale.
📉 Potrebbe andare peggio…
Più di un economista inizia a temere una recessione globale. In effetti, tra crisi alimentare ed energetica, lockdown in Cina e guerra in Ucraina, il momento non è sicuramente dei migliori. E a causa dell’altissima inflazione, i margini di manovra per superare tali difficoltà economiche si sono ristretti.
Dimentichiamoci le generosissime politiche di stimolo monetario degli scorsi anni: 26.000 miliardi di dollari immessi nell’economia dal 2007 a oggi dalle principali banche centrali al mondo. L’epoca del quantitative easing è finita e si dovrà soprattutto contare sulle politiche fiscali dei governi, comunque da calibrare saggiamente per evitare di surriscaldare ulteriormente i prezzi. Insomma, dai bazooka economici si rischia di passare alle pistoline.
🤯 Più crisi per tutti
Visti i 6,2 milioni di rifugiati ucraini accolti, i 5 pacchetti di sanzioni e le difficoltà a sostituire il proprio fornitore principale di energia, l’Ue è in prima fila tra le economie avanzate più esposte a una possibile recessione.
Ma anche le economie in via di sviluppo, per quanto più lontane dal fronte, non dormono sonni tranquilli. Per far fronte alla pandemia hanno infatti aumentato a dismisura il proprio debito pubblico e privato: +8.500 miliardi di dollari nel 2021, quasi quattro volte l’aumento avvenuto nei paesi sviluppati (+2.400 miliardi).
Con 7.000 miliardi di dollari tra obbligazioni e prestiti in scadenza quest’anno, e mercati azionari sempre meno propensi al rischio, chi vorrà rifinanziare tutto questo debito?
🌪👉Tempesta perfetta? I cambiamenti climatici, la guerra e la crisi economica affamano il mondo. L’Onu: “Basta scuse: i combustibili fossili sono un vicolo cieco". Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/clima-la-tempesta-perfetta-35104
🧱 Another brick in the Walmart
Mercoledì nero a Wall Street. Per i principali indici azionari statunitensi, la seduta di ieri è stata la peggiore dal giugno 2020, in piena prima ondata di Covid. S&P 500 ha registrato un meno 4%, con il 98% dei titoli in esso raccolti che hanno subito perdite.
Una brusca scivolata, che si è poi trasmessa ai listini europei e asiatici, guidata dal crollo (il peggiore dal 1987) dei titoli di due colossi del retail americano: Target e Walmart, alle prese con un'inflazione che erode sempre più il potere di acquisto dei loro consumatori. Ma non è solo l’inflazione a minacciare l’economia globale.
📉 Potrebbe andare peggio…
Più di un economista inizia a temere una recessione globale. In effetti, tra crisi alimentare ed energetica, lockdown in Cina e guerra in Ucraina, il momento non è sicuramente dei migliori. E a causa dell’altissima inflazione, i margini di manovra per superare tali difficoltà economiche si sono ristretti.
Dimentichiamoci le generosissime politiche di stimolo monetario degli scorsi anni: 26.000 miliardi di dollari immessi nell’economia dal 2007 a oggi dalle principali banche centrali al mondo. L’epoca del quantitative easing è finita e si dovrà soprattutto contare sulle politiche fiscali dei governi, comunque da calibrare saggiamente per evitare di surriscaldare ulteriormente i prezzi. Insomma, dai bazooka economici si rischia di passare alle pistoline.
🤯 Più crisi per tutti
Visti i 6,2 milioni di rifugiati ucraini accolti, i 5 pacchetti di sanzioni e le difficoltà a sostituire il proprio fornitore principale di energia, l’Ue è in prima fila tra le economie avanzate più esposte a una possibile recessione.
Ma anche le economie in via di sviluppo, per quanto più lontane dal fronte, non dormono sonni tranquilli. Per far fronte alla pandemia hanno infatti aumentato a dismisura il proprio debito pubblico e privato: +8.500 miliardi di dollari nel 2021, quasi quattro volte l’aumento avvenuto nei paesi sviluppati (+2.400 miliardi).
Con 7.000 miliardi di dollari tra obbligazioni e prestiti in scadenza quest’anno, e mercati azionari sempre meno propensi al rischio, chi vorrà rifinanziare tutto questo debito?
🌪👉Tempesta perfetta? I cambiamenti climatici, la guerra e la crisi economica affamano il mondo. L’Onu: “Basta scuse: i combustibili fossili sono un vicolo cieco". Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/clima-la-tempesta-perfetta-35104
🌍 LA RUSSIA PERDE I PEZZI
💰Per un pugno di rubli
Le sanzioni (e le auto-sanzioni) mordono la Russia. Alla fine anche Renault ha dovuto cedere: il gruppo automobilistico occidentale più esposto sul mercato russo ha annunciato lunedì la sua uscita dal Paese. L’accordo prevede la cessione della totalità delle sue azioni per due soli rubli, con un’opzione di riacquisto entro sei anni. Eppure a Mosca non sembrano intenzionati ad aspettarli con le mani in mano, anzi.
La partenza di Renault ha già aperto le porte al ritorno dello storico marchio sovietico Moskvitch, un’azienda che non era sopravvissuta alla concorrenza occidentale e aveva dichiarato fallimento nel 2006. Un ritorno al passato che in Russia sarà tutt’altro che simbolico.
☭ Back in the USSR
Con un decreto promulgato settimana scorsa, il Cremlino ha stabilito che i nuovi veicoli prodotti nel Paese non avranno più l’obbligo di essere dotati di ABS, airbag e persino pretensionatori delle cinture di sicurezza. Il motivo? La carenza di componenti: elettronici, a causa delle sanzioni occidentali (sulle tecnologie dual-use), ma anche semplici pezzi che aziende produttrici di componenti critici, come la tedesca Bosch, hanno deciso di non vendere più alla Russia.
Anche Lada, una delle principali case automobilistiche russe, va oggi in produzione senza la maggior parte dell'elettronica moderna. Così, oltre alla sicurezza di chi guida, crollano gli standard ambientali. I componenti elettronici sono infatti necessari per garantire gli standard di emissioni moderni: in loro mancanza, il Cremlino ha deciso che è possibile produrre anche auto “Euro 0”. Riportando le lancette indietro nel tempo, a prima del 1992.
🏃♀️Chi la dura la vince?
Insomma, malgrado un default sul debito rimandato e l’apprezzamento del rublo sui mercati internazionali (ormai +30% sul dollaro rispetto ai livelli prebellici), le difficoltà per Mosca cominciano a farsi sentire. Non solo dal lato civile: dall’Ucraina giungono notizie di carri armati russi che utilizzano componenti provenienti da lavastoviglie e frigoriferi.
E tutto questo succede anche se molte aziende occidentali, incluse oltre la metà di quelle italiane presenti in Russia prima dell’invasione, hanno deciso di non abbandonare il Paese. Chissà che, anche se alla fine l’Ue non dovesse riuscire ad approvare il sesto pacchetto di sanzioni per sanzionare l’export petrolifero, il colpo inferto all’economia russa non sia già sufficiente.
🎙Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Perché Erdogan dice no all’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO? Scoprilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-finlandia-e-svezia-nella-nato-perche-erdogan-dice-no-35115
💰Per un pugno di rubli
Le sanzioni (e le auto-sanzioni) mordono la Russia. Alla fine anche Renault ha dovuto cedere: il gruppo automobilistico occidentale più esposto sul mercato russo ha annunciato lunedì la sua uscita dal Paese. L’accordo prevede la cessione della totalità delle sue azioni per due soli rubli, con un’opzione di riacquisto entro sei anni. Eppure a Mosca non sembrano intenzionati ad aspettarli con le mani in mano, anzi.
La partenza di Renault ha già aperto le porte al ritorno dello storico marchio sovietico Moskvitch, un’azienda che non era sopravvissuta alla concorrenza occidentale e aveva dichiarato fallimento nel 2006. Un ritorno al passato che in Russia sarà tutt’altro che simbolico.
☭ Back in the USSR
Con un decreto promulgato settimana scorsa, il Cremlino ha stabilito che i nuovi veicoli prodotti nel Paese non avranno più l’obbligo di essere dotati di ABS, airbag e persino pretensionatori delle cinture di sicurezza. Il motivo? La carenza di componenti: elettronici, a causa delle sanzioni occidentali (sulle tecnologie dual-use), ma anche semplici pezzi che aziende produttrici di componenti critici, come la tedesca Bosch, hanno deciso di non vendere più alla Russia.
Anche Lada, una delle principali case automobilistiche russe, va oggi in produzione senza la maggior parte dell'elettronica moderna. Così, oltre alla sicurezza di chi guida, crollano gli standard ambientali. I componenti elettronici sono infatti necessari per garantire gli standard di emissioni moderni: in loro mancanza, il Cremlino ha deciso che è possibile produrre anche auto “Euro 0”. Riportando le lancette indietro nel tempo, a prima del 1992.
🏃♀️Chi la dura la vince?
Insomma, malgrado un default sul debito rimandato e l’apprezzamento del rublo sui mercati internazionali (ormai +30% sul dollaro rispetto ai livelli prebellici), le difficoltà per Mosca cominciano a farsi sentire. Non solo dal lato civile: dall’Ucraina giungono notizie di carri armati russi che utilizzano componenti provenienti da lavastoviglie e frigoriferi.
E tutto questo succede anche se molte aziende occidentali, incluse oltre la metà di quelle italiane presenti in Russia prima dell’invasione, hanno deciso di non abbandonare il Paese. Chissà che, anche se alla fine l’Ue non dovesse riuscire ad approvare il sesto pacchetto di sanzioni per sanzionare l’export petrolifero, il colpo inferto all’economia russa non sia già sufficiente.
🎙Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Perché Erdogan dice no all’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO? Scoprilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-finlandia-e-svezia-nella-nato-perche-erdogan-dice-no-35115
🌍 DAVOS: IL CANTO DEL CIGNO DELLA GLOBALIZZAZIONE?
🇷🇺 “We share the same biology, regardless of ideology”
Si è aperto oggi a Davos il World Economic Forum. 50 tra capi di stato e di governo, 250 ministri e più di 2000 imprenditori delle più importanti aziende del mondo tornano a incontrarsi di persona nella cittadina svizzera, a due anni dall’ultima volta. Tra questi non ci sarà nessun esponente russo. Non era mai accaduto dal crollo dell’Unione Sovietica: persino nel 2015, dopo l’annessione della Crimea, Putin era tra gli invitati.
Insomma, neanche Davos, che si autodefinisce il luogo dello scambio di idee aperto a tutti, è immune agli avvenimenti in Ucraina. E si trova pure a dover difendere uno dei suoi principi cardine: l’importanza della globalizzazione.
🤝 With a little help from my friends
La pandemia prima e la guerra ora hanno provocato un'ondata di politiche isolazioniste e protezioniste. Cina e Giappone sono di fatto chiusi da due anni ai turisti. Dall'inizio del conflitto circa 30 Paesi hanno introdotto restrizioni sul commercio, indebolendo ulteriormente le già fragili catene di approvvigionamento globale.
Ecco perché più di un governo cerca di accorciare le proprie filiere produttive e rilocalizzare investimenti in Paesi considerati alleati, o almeno leali. Il recente incontro del Trade and Technology Council tra USA e UE può essere letto in questo senso. Come un esempio di quel “friendshoring” che va tanto di moda anche nel settore privato: dal 2005 non era mai stato menzionato così tante volte come oggi nelle conferenze con gli investitori.
🌐 Cronaca di una morte annunciata?
Almeno a guardare i dati sul commercio internazionale la globalizzazione non sembra però essere in così cattiva salute. Valore e volume degli scambi globali sono rispettivamente più alti del 13% e 5% rispetto ai livelli pre-pandemia. Per quanto tutti vogliano il friendshoring, in pochi possono permetterselo.
C’è innanzitutto un limite in termini di dotazioni di risorse naturali: l’Ue dipende dall’estero per la fornitura di 390 beni. E non è facile trovare fornitori amici per alcuni di questi, come il palladio, se metà della produzione mondiale avviene in Russia. I costi per rendersi indipendenti sono poi notevoli, come dimostrano i 50 miliardi di dollari dei piani di USA e UE per sviluppare l’industria dei semiconduttori. Non il massimo per contenere l’inflazione.
Si può realmente fermare la globalizzazione?
👉 Il presidente americano Joe Biden ha presentato a Tokyo il suo piano economico per l’Indo-Pacifico, ma su Taiwan avverte: “Pronti a intervenire militarmente se la Cina attacca”. Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-asia-linea-rossa-su-taiwan-35152
🔴 “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?” Non perdere la nostra tavola rotonda di giovedì 26 maggio alle 18.00. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
🇷🇺 “We share the same biology, regardless of ideology”
Si è aperto oggi a Davos il World Economic Forum. 50 tra capi di stato e di governo, 250 ministri e più di 2000 imprenditori delle più importanti aziende del mondo tornano a incontrarsi di persona nella cittadina svizzera, a due anni dall’ultima volta. Tra questi non ci sarà nessun esponente russo. Non era mai accaduto dal crollo dell’Unione Sovietica: persino nel 2015, dopo l’annessione della Crimea, Putin era tra gli invitati.
Insomma, neanche Davos, che si autodefinisce il luogo dello scambio di idee aperto a tutti, è immune agli avvenimenti in Ucraina. E si trova pure a dover difendere uno dei suoi principi cardine: l’importanza della globalizzazione.
🤝 With a little help from my friends
La pandemia prima e la guerra ora hanno provocato un'ondata di politiche isolazioniste e protezioniste. Cina e Giappone sono di fatto chiusi da due anni ai turisti. Dall'inizio del conflitto circa 30 Paesi hanno introdotto restrizioni sul commercio, indebolendo ulteriormente le già fragili catene di approvvigionamento globale.
Ecco perché più di un governo cerca di accorciare le proprie filiere produttive e rilocalizzare investimenti in Paesi considerati alleati, o almeno leali. Il recente incontro del Trade and Technology Council tra USA e UE può essere letto in questo senso. Come un esempio di quel “friendshoring” che va tanto di moda anche nel settore privato: dal 2005 non era mai stato menzionato così tante volte come oggi nelle conferenze con gli investitori.
🌐 Cronaca di una morte annunciata?
Almeno a guardare i dati sul commercio internazionale la globalizzazione non sembra però essere in così cattiva salute. Valore e volume degli scambi globali sono rispettivamente più alti del 13% e 5% rispetto ai livelli pre-pandemia. Per quanto tutti vogliano il friendshoring, in pochi possono permetterselo.
C’è innanzitutto un limite in termini di dotazioni di risorse naturali: l’Ue dipende dall’estero per la fornitura di 390 beni. E non è facile trovare fornitori amici per alcuni di questi, come il palladio, se metà della produzione mondiale avviene in Russia. I costi per rendersi indipendenti sono poi notevoli, come dimostrano i 50 miliardi di dollari dei piani di USA e UE per sviluppare l’industria dei semiconduttori. Non il massimo per contenere l’inflazione.
Si può realmente fermare la globalizzazione?
👉 Il presidente americano Joe Biden ha presentato a Tokyo il suo piano economico per l’Indo-Pacifico, ma su Taiwan avverte: “Pronti a intervenire militarmente se la Cina attacca”. Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-asia-linea-rossa-su-taiwan-35152
🔴 “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?” Non perdere la nostra tavola rotonda di giovedì 26 maggio alle 18.00. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
🌍 BCE: SE BASTA UN POST
💶 Troppi stimoli
Ieri Christine Largarde, governatrice della Banca centrale europea, ha annunciato un ritorno a tassi di interesse positivi entro ottobre. Così, dopo la conclusione degli alleggerimenti quantitativi “pandemici” prevista per giugno, la BCE potrebbe proseguire nel solco di politiche monetarie più attente all’inflazione che alla crescita.
Lagarde ha scelto di fare l’annuncio tra una riunione e l’altra, con un post pubblicato sul sito della BCE. Un post che, grazie alla sua non convenzionalità, è stato un fulmine a ciel sereno anche per i mercati, contribuendo a rafforzare un euro che fino a qualche settimana fa sembrava in caduta libera.
Ma dietro a una indicazione così netta della BCE covano i rischi.
📈 Lagarde come dondolo
In un paio di mesi, la Bce è passata dall'escludere un rialzo dei tassi nel 2022 a prevederne almeno due. E mentre l’euro si apprezza sul dollaro (+2,6% in dieci giorni) viene da chiedersi quanto davvero una moneta più forte possa giovare alle economie europee.
I motivi di preoccupazione per l'Eurozona sono infatti molteplici, e non tutti suggerirebbero un aumento dei tassi. Certo, da un lato c’è l’inflazione più elevata dalla creazione dell’euro (+7,4%, ormai lontanissima dall’obiettivo del 2% della BCE). Ma dall’altro c’è un rallentamento della crescita economica molto netto, con una crescita del PIL rivista al ribasso di 1,6 punti percentuali rispetto a novembre. Una frenata molto superiore a quella dello 0,3% prevista per gli USA.
Tanto che a influenzare le scelte dei vertici di Francoforte c'è chi ipotizza possa esserci dell’altro: la politica sempre più restrittiva della Federal Reserve.
🇺🇸 L’amico americano
La volontà di emulare le scelte d’oltreoceano è più forte oggi che in passato. Tra le tante ragioni, ce n’è una molto semplice: il retaggio della crisi dell’euro. Nel 2008-2012 la BCE fu molto più lenta nel seguire la Fed, quella volta in politiche opposte, espansive.
Andando incontro all’accusa di essere ancora una “succursale della Bundesbank”: troppo succube, cioè, dei timori tedeschi di inflazione eccessiva anche di fronte alla realtà di una doppia recessione. Ai tempi della pandemia aveva rischiato di fare lo stesso, salvo poi correggere subito la rotta nelle prime settimane di lockdown.
Adesso, però, si tratta di scegliere tra inflazione e crescita. Questa volta seguire gli USA sarà la scelta migliore?
🔴 Di questi temi e molto altro parleremo giovedì 26 maggio alle 18.00 nella nostra tavola rotonda “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?”. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0
💶 Troppi stimoli
Ieri Christine Largarde, governatrice della Banca centrale europea, ha annunciato un ritorno a tassi di interesse positivi entro ottobre. Così, dopo la conclusione degli alleggerimenti quantitativi “pandemici” prevista per giugno, la BCE potrebbe proseguire nel solco di politiche monetarie più attente all’inflazione che alla crescita.
Lagarde ha scelto di fare l’annuncio tra una riunione e l’altra, con un post pubblicato sul sito della BCE. Un post che, grazie alla sua non convenzionalità, è stato un fulmine a ciel sereno anche per i mercati, contribuendo a rafforzare un euro che fino a qualche settimana fa sembrava in caduta libera.
Ma dietro a una indicazione così netta della BCE covano i rischi.
📈 Lagarde come dondolo
In un paio di mesi, la Bce è passata dall'escludere un rialzo dei tassi nel 2022 a prevederne almeno due. E mentre l’euro si apprezza sul dollaro (+2,6% in dieci giorni) viene da chiedersi quanto davvero una moneta più forte possa giovare alle economie europee.
I motivi di preoccupazione per l'Eurozona sono infatti molteplici, e non tutti suggerirebbero un aumento dei tassi. Certo, da un lato c’è l’inflazione più elevata dalla creazione dell’euro (+7,4%, ormai lontanissima dall’obiettivo del 2% della BCE). Ma dall’altro c’è un rallentamento della crescita economica molto netto, con una crescita del PIL rivista al ribasso di 1,6 punti percentuali rispetto a novembre. Una frenata molto superiore a quella dello 0,3% prevista per gli USA.
Tanto che a influenzare le scelte dei vertici di Francoforte c'è chi ipotizza possa esserci dell’altro: la politica sempre più restrittiva della Federal Reserve.
🇺🇸 L’amico americano
La volontà di emulare le scelte d’oltreoceano è più forte oggi che in passato. Tra le tante ragioni, ce n’è una molto semplice: il retaggio della crisi dell’euro. Nel 2008-2012 la BCE fu molto più lenta nel seguire la Fed, quella volta in politiche opposte, espansive.
Andando incontro all’accusa di essere ancora una “succursale della Bundesbank”: troppo succube, cioè, dei timori tedeschi di inflazione eccessiva anche di fronte alla realtà di una doppia recessione. Ai tempi della pandemia aveva rischiato di fare lo stesso, salvo poi correggere subito la rotta nelle prime settimane di lockdown.
Adesso, però, si tratta di scegliere tra inflazione e crescita. Questa volta seguire gli USA sarà la scelta migliore?
🔴 Di questi temi e molto altro parleremo giovedì 26 maggio alle 18.00 nella nostra tavola rotonda “L’Europa a caro prezzo. Torna l’incubo inflazione?”. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/leuropa-caro-prezzo-torna-lincubo-inflazione-0