🌎 FED: GUERRA ALL’INFLAZIONE
📈 Gioco al rialzo
Ieri la Federal Reserve americana ha deciso di alzare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale. Un aumento di tale entità da parte della banca centrale americana non si vedeva dal 2000. Così come era dal 2006 che i tassi non venivano aumentati per due volte consecutive (a marzo era già stato deciso un +0,25%).
Misure straordinarie per tempi straordinari: l’inflazione è volata a marzo all'8,5%, picco degli ultimi 40 anni. E rischia di non fermarsi causa guerra in Ucraina e lockdown cinesi. Come dichiarato dallo stesso presidente della Fed, Jerome Powell è quindi “essenziale abbassarla, agendo in fretta”. Ecco perché ulteriori rialzi di mezzo punto saranno sul tavolo dei due prossimi direttivi a metà giugno e a fine luglio. Ma non è tutto.
💸 Quantitative tightening
La Fed ha anche annunciato l'avvio della riduzione del suo bilancio a partire dal primo giugno. Con i programmi di acquisto titoli che sono stati necessari per resistere alla pandemia, i conti della banca sono passati da 4.000 a 9.000 miliardi di dollari. Una liquidità equivalente a quasi metà del PIL americano, considerata eccessiva nell’attuale contesto economico.
Via libera quindi a tagli, molto più rilevanti e immediati rispetto a quelli post crisi finanziaria del 2008: 47,5 miliardi di dollari al mese, per i prossimi tre mesi, e di 95 miliardi da settembre. Insomma, la Fed è decisa a portare avanti una politica monetaria restrittiva con tutti gli strumenti che ha a disposizione. E neanche l’andamento negativo di Wall Street (-12% per lo S&P 500 da inizio anno) sembra poterle far cambiare idea.
⏳ Tempismo perfetto?
Alzando i tassi per contenere i prezzi, la Fed sta scommettendo che la crescita americana sia abbastanza solida da sopportare condizioni monetarie più sfavorevoli senza cadere in recessione. Una scommessa dall’esito non scontato: il PIL americano nel primo trimestre si è ridotto dell’1,4%.
Da una parte quindi il rischio di azzerare il già indebolito rimbalzo post-pandemia, dall'altra quello di trovarsi a breve con un’inflazione troppo alta per essere domata. Per poi essere magari costretti ad alzare i tassi in una fase economica persino più difficile, causa guerra e sanzioni. La BCE sembra preferire l’attesa, malgrado un'inflazione nell’Eurozona non tanto più bassa (7,5% ad aprile). Per questo resta vaga sulla possibilità di un aumento dei suoi tassi a luglio.
Chi avrà ragione?
🔴 Oggi alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Collegati a questo link per seguire la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina “Sanzioni? C’è chi dice no”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-ce-chi-dice-no-34898
📈 Gioco al rialzo
Ieri la Federal Reserve americana ha deciso di alzare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale. Un aumento di tale entità da parte della banca centrale americana non si vedeva dal 2000. Così come era dal 2006 che i tassi non venivano aumentati per due volte consecutive (a marzo era già stato deciso un +0,25%).
Misure straordinarie per tempi straordinari: l’inflazione è volata a marzo all'8,5%, picco degli ultimi 40 anni. E rischia di non fermarsi causa guerra in Ucraina e lockdown cinesi. Come dichiarato dallo stesso presidente della Fed, Jerome Powell è quindi “essenziale abbassarla, agendo in fretta”. Ecco perché ulteriori rialzi di mezzo punto saranno sul tavolo dei due prossimi direttivi a metà giugno e a fine luglio. Ma non è tutto.
💸 Quantitative tightening
La Fed ha anche annunciato l'avvio della riduzione del suo bilancio a partire dal primo giugno. Con i programmi di acquisto titoli che sono stati necessari per resistere alla pandemia, i conti della banca sono passati da 4.000 a 9.000 miliardi di dollari. Una liquidità equivalente a quasi metà del PIL americano, considerata eccessiva nell’attuale contesto economico.
Via libera quindi a tagli, molto più rilevanti e immediati rispetto a quelli post crisi finanziaria del 2008: 47,5 miliardi di dollari al mese, per i prossimi tre mesi, e di 95 miliardi da settembre. Insomma, la Fed è decisa a portare avanti una politica monetaria restrittiva con tutti gli strumenti che ha a disposizione. E neanche l’andamento negativo di Wall Street (-12% per lo S&P 500 da inizio anno) sembra poterle far cambiare idea.
⏳ Tempismo perfetto?
Alzando i tassi per contenere i prezzi, la Fed sta scommettendo che la crescita americana sia abbastanza solida da sopportare condizioni monetarie più sfavorevoli senza cadere in recessione. Una scommessa dall’esito non scontato: il PIL americano nel primo trimestre si è ridotto dell’1,4%.
Da una parte quindi il rischio di azzerare il già indebolito rimbalzo post-pandemia, dall'altra quello di trovarsi a breve con un’inflazione troppo alta per essere domata. Per poi essere magari costretti ad alzare i tassi in una fase economica persino più difficile, causa guerra e sanzioni. La BCE sembra preferire l’attesa, malgrado un'inflazione nell’Eurozona non tanto più bassa (7,5% ad aprile). Per questo resta vaga sulla possibilità di un aumento dei suoi tassi a luglio.
Chi avrà ragione?
🔴 Oggi alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Collegati a questo link per seguire la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina “Sanzioni? C’è chi dice no”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-ce-chi-dice-no-34898
🌏 CINA: ZERO COVID, ZERO PETROLIO?
🦠 La battaglia infinita
“Abbiamo vinto a Wuhan, vinceremo anche a Shanghai”. Questo il messaggio del presidente cinese Xi Jinping, che ha così ribadito il suo impegno nella strategia “zero Covid”. C’è una logica alla base di questa scelta: la fragilità del sistema sanitario cinese e il ridotto numero di infezioni pre-Omicron potrebbero generare la tempesta perfetta, con ospedali pieni e un’economia che rallenta.
Ma l’ostinata strategia cinese non sembra conciliarsi bene con la crescita economica: Fitch è solo l’ultima in ordine di tempo a tagliare le previsioni sulla crescita del PIL cinese nel 2022, da 4,8% a 4,3%. Ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5%.
E, si sa, dove non c’è crescita non c’è nemmeno domanda.
🏭 Effetto farfalla
Le chiusure in Cina colpiscono molto l'economia locale: gli indici segnalano che a marzo e aprile la produzione industriale si è ridotta, cosa certo non tipica per un’economia in forte crescita come quella cinese. Ma da lì al mondo il passo è breve. Il blocco della produzione nelle principali città, così come la chiusura del porto di Shanghai, il più grande al mondo, rischiano di fare inceppare ancora una volta la catena di produzione globale.
Le conseguenze sono già visibili su diversi mercati, come quello del greggio. La domanda di petrolio cinese si è infatti contratta, e molto, rispetto al 2021. Contrazione che non era accaduta neppure nel 2020, in piena pandemia, e che comporta una perdita di 1,2 milioni di barili al giorno: quasi il 10% della domanda cinese e l’1% di quella mondiale.
📉 Nuova normalità?
Non stupisce dunque se la risposta dei mercati all’embargo sul petrolio russo proposto mercoledì dalla Commissione europea non sia stata particolarmente clamorosa. Se dopo l’invasione russa dell’Ucraina il prezzo del petrolio aveva toccato il suo massimo dalla crisi finanziaria globale del 2008 (139 dollari al barile), oggi i mercati sembrano meno inquieti.
Complici forse l’approccio graduale dell’Ue sull’embargo e il rilascio di 1,3 milioni di barili al giorno dalle riserve strategiche occidentali per sei mesi, certo. Ma anche della forte contrazione della domanda cinese e, probabilmente, di quei segnali di rallentamento delle economie globali che si iniziano a vedere (nel primo trimestre l’Italia ha fatto registrare una contrazione del PIL dello 0,2%).
Insomma, per ora i governi occidentali sembrano aver scongiurato un ulteriore aumento dei prezzi energetici. Durerà?
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del possibile allargamento dell’Alleanza Atlantica ad altri paesi: NATO is back? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-nato-back-34925
🦠 La battaglia infinita
“Abbiamo vinto a Wuhan, vinceremo anche a Shanghai”. Questo il messaggio del presidente cinese Xi Jinping, che ha così ribadito il suo impegno nella strategia “zero Covid”. C’è una logica alla base di questa scelta: la fragilità del sistema sanitario cinese e il ridotto numero di infezioni pre-Omicron potrebbero generare la tempesta perfetta, con ospedali pieni e un’economia che rallenta.
Ma l’ostinata strategia cinese non sembra conciliarsi bene con la crescita economica: Fitch è solo l’ultima in ordine di tempo a tagliare le previsioni sulla crescita del PIL cinese nel 2022, da 4,8% a 4,3%. Ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5%.
E, si sa, dove non c’è crescita non c’è nemmeno domanda.
🏭 Effetto farfalla
Le chiusure in Cina colpiscono molto l'economia locale: gli indici segnalano che a marzo e aprile la produzione industriale si è ridotta, cosa certo non tipica per un’economia in forte crescita come quella cinese. Ma da lì al mondo il passo è breve. Il blocco della produzione nelle principali città, così come la chiusura del porto di Shanghai, il più grande al mondo, rischiano di fare inceppare ancora una volta la catena di produzione globale.
Le conseguenze sono già visibili su diversi mercati, come quello del greggio. La domanda di petrolio cinese si è infatti contratta, e molto, rispetto al 2021. Contrazione che non era accaduta neppure nel 2020, in piena pandemia, e che comporta una perdita di 1,2 milioni di barili al giorno: quasi il 10% della domanda cinese e l’1% di quella mondiale.
📉 Nuova normalità?
Non stupisce dunque se la risposta dei mercati all’embargo sul petrolio russo proposto mercoledì dalla Commissione europea non sia stata particolarmente clamorosa. Se dopo l’invasione russa dell’Ucraina il prezzo del petrolio aveva toccato il suo massimo dalla crisi finanziaria globale del 2008 (139 dollari al barile), oggi i mercati sembrano meno inquieti.
Complici forse l’approccio graduale dell’Ue sull’embargo e il rilascio di 1,3 milioni di barili al giorno dalle riserve strategiche occidentali per sei mesi, certo. Ma anche della forte contrazione della domanda cinese e, probabilmente, di quei segnali di rallentamento delle economie globali che si iniziano a vedere (nel primo trimestre l’Italia ha fatto registrare una contrazione del PIL dello 0,2%).
Insomma, per ora i governi occidentali sembrano aver scongiurato un ulteriore aumento dei prezzi energetici. Durerà?
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del possibile allargamento dell’Alleanza Atlantica ad altri paesi: NATO is back? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-nato-back-34925
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: I COSTI DELLA NON VITTORIA
🥱Tanto fumo…
11mila soldati, 131 mezzi militari di terra e missili balistici termonucleari in grado di colpire fino a 12mila chilometri di distanza. Questo è l’apparato militare messo oggi in mostra da Mosca per il 77esimo anniversario del Giorno della Vittoria sui nazisti: una parata che dal 2008 proprio Putin ha reso annuale per mostrare i muscoli dell’esercito russo.
Ma questi muscoli non sono apparsi poi così definiti. L’esibizione delle forze aeree russe è stata cancellata causa condizioni meteo avverse. Anche se su Mosca splendeva il sole. Rispetto allo scorso anno si contavano poi il 10% di soldati e il 30% di mezzi corazzati in meno. E tra i mezzi presenti, molti erano prototipi.
🎖L’Invincibile Armata?
Nel 2015, Mosca presentava il suo tank “Armata T14” come “il più potente al mondo". Ma dopo 7 anni non ne è stata ancora avviata la produzione. Stessa sorte per il blindato T15, con una corazza in grado di resistere ai missili Javelin, ma attualmente buono solo per le parate.
Così al fronte ucraino troviamo soprattutto carri armati dei tempi sovietici, rimasti parcheggiati nei depositi della Siberia per decenni. Al contrario, Kiev riceve e aspetta dalla NATO armi sempre più avanzate. Inevitabile che le perdite per Mosca siano sempre più ingenti: 3.500 veicoli persi, 12 generali e almeno 45mila soldati morti o feriti. Tradotto: Mosca ha perso circa un quarto del suo dispiegamento di forze in Ucraina. E senza riuscire a sfondare, prima a Kiev, ora nel Donbass.
🪖 Per qualche lettera in più
Nei piani iniziali di Mosca, il V-day sarebbe dovuto coincidere con lo Z-day: la vittoria nella guerra contro l’Ucraina. Ma le conquiste russe significative si sono fermate a Kherson, in cui peraltro l’occupazione ancora si scontra con la resistenza della popolazione locale. Neanche Mariupol, sempre considerata sull’orlo di cadere, è ancora completamente in mano russa, almeno finché resisterà il manipolo asserragliato nell’acciaieria Azovstal. Non a caso oggetto di un’intensificata offensiva negli ultimi giorni.
Mosca si ritrova poi a fare i conti con una NATO che dispiega sempre più uomini e mezzi sui confini orientali, e che potrebbe presto accogliere Svezia e Finlandia. E incassa pure la dichiarazione odierna di Xi Jinping a Scholz, secondo cui “Cina e Ue sono partner strategici globali”.
Per Putin è comunque un Giorno della Vittoria?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Il discorso del re”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-il-discorso-del-re-34944
🥱Tanto fumo…
11mila soldati, 131 mezzi militari di terra e missili balistici termonucleari in grado di colpire fino a 12mila chilometri di distanza. Questo è l’apparato militare messo oggi in mostra da Mosca per il 77esimo anniversario del Giorno della Vittoria sui nazisti: una parata che dal 2008 proprio Putin ha reso annuale per mostrare i muscoli dell’esercito russo.
Ma questi muscoli non sono apparsi poi così definiti. L’esibizione delle forze aeree russe è stata cancellata causa condizioni meteo avverse. Anche se su Mosca splendeva il sole. Rispetto allo scorso anno si contavano poi il 10% di soldati e il 30% di mezzi corazzati in meno. E tra i mezzi presenti, molti erano prototipi.
🎖L’Invincibile Armata?
Nel 2015, Mosca presentava il suo tank “Armata T14” come “il più potente al mondo". Ma dopo 7 anni non ne è stata ancora avviata la produzione. Stessa sorte per il blindato T15, con una corazza in grado di resistere ai missili Javelin, ma attualmente buono solo per le parate.
Così al fronte ucraino troviamo soprattutto carri armati dei tempi sovietici, rimasti parcheggiati nei depositi della Siberia per decenni. Al contrario, Kiev riceve e aspetta dalla NATO armi sempre più avanzate. Inevitabile che le perdite per Mosca siano sempre più ingenti: 3.500 veicoli persi, 12 generali e almeno 45mila soldati morti o feriti. Tradotto: Mosca ha perso circa un quarto del suo dispiegamento di forze in Ucraina. E senza riuscire a sfondare, prima a Kiev, ora nel Donbass.
🪖 Per qualche lettera in più
Nei piani iniziali di Mosca, il V-day sarebbe dovuto coincidere con lo Z-day: la vittoria nella guerra contro l’Ucraina. Ma le conquiste russe significative si sono fermate a Kherson, in cui peraltro l’occupazione ancora si scontra con la resistenza della popolazione locale. Neanche Mariupol, sempre considerata sull’orlo di cadere, è ancora completamente in mano russa, almeno finché resisterà il manipolo asserragliato nell’acciaieria Azovstal. Non a caso oggetto di un’intensificata offensiva negli ultimi giorni.
Mosca si ritrova poi a fare i conti con una NATO che dispiega sempre più uomini e mezzi sui confini orientali, e che potrebbe presto accogliere Svezia e Finlandia. E incassa pure la dichiarazione odierna di Xi Jinping a Scholz, secondo cui “Cina e Ue sono partner strategici globali”.
Per Putin è comunque un Giorno della Vittoria?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Il discorso del re”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-il-discorso-del-re-34944
🌍 SANZIONI ALLA RUSSIA: VETI INCROCIATI
⛔️ Fumata nera
Ieri la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è volata in Ungheria. La missione: convincere Orban a sollevare il proprio veto sull’embargo petrolifero alla Russia. Il risultato: insuccesso, almeno per adesso.
Budapest è solo l’ultimo paese a opporsi all’embargo. Certo questa posizione non sorprende, data la vicinanza del presidente ungherese a Mosca. Ma dietro le quinte lo scontro è ancora più complicato, con molti membri UE che in queste settimane hanno lavorato attivamente per minare l’efficacia dell’embargo.
Intanto Draghi vola negli Usa.
📦 Pacco sospetto
Non solo Ungheria, appunto. Anche Repubblica Ceca e Slovacchia non sarebbero intenzionate ad appoggiare l’embargo senza un’esenzione (che al momento è stata addirittura allungata). Una mossa inevitabile, dal momento che l’unica raffineria slovacca riceve petrolio da un solo oleodotto (russo), e che quel petrolio raffinato serve non solo a Bratislava ma anche ad altri paesi dell’Europa centrale. Ma con le esenzioni arriva l’effetto domino: ora anche la Bulgaria (la cui unica raffineria è rifornita per il 50% da greggio russo) chiede una proroga.
Situazione simile anche sul fronte marittimo, dove Grecia, Cipro e Malta hanno richiesto, e ottenuto, la rimozione del divieto per le compagnie di trasporto marittimo europee di caricare petrolio russo (che avrebbe eliminato buona parte delle opzioni più convenienti per Mosca). Il motivo? Oltre un quarto delle petroliere del mondo battono bandiera greca, e il settore marittimo conta per il 14% del PIL maltese.
🇪🇺💔Disunione europea
Con tutte queste esenzioni, le sanzioni UE morderanno molto meno. E a perderci è l’immagine europea che torna a essere quella di sempre: tanti Paesi con interessi divergenti, dove il veto di pochi può far saltare il compromesso trovato dai rappresentanti di più del 90% delle importazioni di greggio totali.
È in questo contesto che si muove la visita di Draghi negli Usa. Roma è un alleato storico, e a Washington presenta la sua faccia più “collaborativa”. Ma le divisioni interne alla maggioranza (armare o non armare Kiev? Quanti soldi spendere? Quali posizioni con la NATO?) sembrano lo specchio delle divisioni europee.
Insomma, tra una proroga e un rinvio riemergono le vecchie divisioni. E così viene da chiedersi: l'Europa è davvero cambiata, o la ritrovata unità era solo un’illusione?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: oggi sul vertice Draghi-Biden previsto questa sera a Washington. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-draghi-incontra-biden-34968
🔴 Giovedì 12 maggio alle 18.00 la nostra tavola rotonda su “Ucraina: conflitto tra stati o guerra per procura?”. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-conflitto-tra-stati-o-guerra-procura
⛔️ Fumata nera
Ieri la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è volata in Ungheria. La missione: convincere Orban a sollevare il proprio veto sull’embargo petrolifero alla Russia. Il risultato: insuccesso, almeno per adesso.
Budapest è solo l’ultimo paese a opporsi all’embargo. Certo questa posizione non sorprende, data la vicinanza del presidente ungherese a Mosca. Ma dietro le quinte lo scontro è ancora più complicato, con molti membri UE che in queste settimane hanno lavorato attivamente per minare l’efficacia dell’embargo.
Intanto Draghi vola negli Usa.
📦 Pacco sospetto
Non solo Ungheria, appunto. Anche Repubblica Ceca e Slovacchia non sarebbero intenzionate ad appoggiare l’embargo senza un’esenzione (che al momento è stata addirittura allungata). Una mossa inevitabile, dal momento che l’unica raffineria slovacca riceve petrolio da un solo oleodotto (russo), e che quel petrolio raffinato serve non solo a Bratislava ma anche ad altri paesi dell’Europa centrale. Ma con le esenzioni arriva l’effetto domino: ora anche la Bulgaria (la cui unica raffineria è rifornita per il 50% da greggio russo) chiede una proroga.
Situazione simile anche sul fronte marittimo, dove Grecia, Cipro e Malta hanno richiesto, e ottenuto, la rimozione del divieto per le compagnie di trasporto marittimo europee di caricare petrolio russo (che avrebbe eliminato buona parte delle opzioni più convenienti per Mosca). Il motivo? Oltre un quarto delle petroliere del mondo battono bandiera greca, e il settore marittimo conta per il 14% del PIL maltese.
🇪🇺💔Disunione europea
Con tutte queste esenzioni, le sanzioni UE morderanno molto meno. E a perderci è l’immagine europea che torna a essere quella di sempre: tanti Paesi con interessi divergenti, dove il veto di pochi può far saltare il compromesso trovato dai rappresentanti di più del 90% delle importazioni di greggio totali.
È in questo contesto che si muove la visita di Draghi negli Usa. Roma è un alleato storico, e a Washington presenta la sua faccia più “collaborativa”. Ma le divisioni interne alla maggioranza (armare o non armare Kiev? Quanti soldi spendere? Quali posizioni con la NATO?) sembrano lo specchio delle divisioni europee.
Insomma, tra una proroga e un rinvio riemergono le vecchie divisioni. E così viene da chiedersi: l'Europa è davvero cambiata, o la ritrovata unità era solo un’illusione?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: oggi sul vertice Draghi-Biden previsto questa sera a Washington. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-draghi-incontra-biden-34968
🔴 Giovedì 12 maggio alle 18.00 la nostra tavola rotonda su “Ucraina: conflitto tra stati o guerra per procura?”. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-conflitto-tra-stati-o-guerra-procura
🌏 IL MONDO FRENA
💴 Standby
Lunedì il renminbi cinese ha toccato il minimo da quasi due anni: una svalutazione maggiore e più rapida delle due crisi precedenti (2015 e 2018). Un crollo certo non inatteso. I rigidi lockdown continuano a ostacolare la produzione nelle maggiori città cinesi, così come le attività nel porto di Shanghai, il principale snodo commerciale del mondo.
Una svalutazione del renminbi era nell’aria, tanto che Xi Jinping aveva provato a giocare d’anticipo, annunciando una raffica di stimoli fiscali e monetari. E mentre la Cina fa i conti con i limiti di un modello economico basato su investimenti continui, anche per molte altre economie emergenti le prospettive si fanno fosche.
🌪 Nell’occhio del ciclone
La moneta cinese non è l’unica delle “grandi” a soffrire: anche la Banca centrale indiana ha aumentato i tassi di interesse per la prima volta dal 2018. E molti altri emergenti sono in difficoltà. Ad aprile, l’UNCTAD stimava che 107 Paesi del mondo (più della metà) rischiano di attraversare almeno una di tre crisi: maggiori prezzi del cibo, maggiori prezzi energetici o condizioni finanziarie restrittive. Per 69 di questi, c’è alta probabilità che le tre crisi si presentino insieme.
E certo, la forte crescita dei prezzi delle materie prime (petrolio, ma anche grano) giova ad alcuni paesi esportatori. Ma nella maggior parte dei casi sostiene l’inflazione e amplia i deficit con l’estero. Un mix tossico per economie uscite già martoriate dalla pandemia.
🏦 Falchi di nuovo in volo
Intanto l’inflazione preoccupa anche in Occidente. Proprio oggi è arrivata la conferma che la crescita dei prezzi Usa ad aprile resta ai massimi da 40 anni (+8,3% in dodici mesi). Per questo i mercati si aspettano una delle strette monetarie più forti e rapide della storia americana.
Conseguenza? La fuga di capitali dagli emergenti, a cui dunque viene a mancare anche il sostegno degli investitori stranieri. Così lo Sri Lanka è solo la prima tessera del domino a cadere: pagamento dei debiti esteri sospeso e dimissioni del Primo ministro questo lunedì. Intanto il FMI apre negoziati di salvataggio con Egitto e Tunisia, grandi importatori di grano ucraino e russo, e con il Pakistan. E l’Argentina riceve 45 miliardi per evitare l’ennesimo default.
Mentre gli occhi dell’Occidente restano puntati su Kiev, ci stiamo avvicinando all’orlo di un altro precipizio?
👉 Non perdere il nostro Daily Focus di oggi: "Israele-Palestina: Requiem per una giornalista”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-requiem-una-giornalista-34985
🔴 Domani alle 18.00 la nostra tavola rotonda su “Ucraina: conflitto tra stati o guerra per procura?”. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-conflitto-tra-stati-o-guerra-procura
💴 Standby
Lunedì il renminbi cinese ha toccato il minimo da quasi due anni: una svalutazione maggiore e più rapida delle due crisi precedenti (2015 e 2018). Un crollo certo non inatteso. I rigidi lockdown continuano a ostacolare la produzione nelle maggiori città cinesi, così come le attività nel porto di Shanghai, il principale snodo commerciale del mondo.
Una svalutazione del renminbi era nell’aria, tanto che Xi Jinping aveva provato a giocare d’anticipo, annunciando una raffica di stimoli fiscali e monetari. E mentre la Cina fa i conti con i limiti di un modello economico basato su investimenti continui, anche per molte altre economie emergenti le prospettive si fanno fosche.
🌪 Nell’occhio del ciclone
La moneta cinese non è l’unica delle “grandi” a soffrire: anche la Banca centrale indiana ha aumentato i tassi di interesse per la prima volta dal 2018. E molti altri emergenti sono in difficoltà. Ad aprile, l’UNCTAD stimava che 107 Paesi del mondo (più della metà) rischiano di attraversare almeno una di tre crisi: maggiori prezzi del cibo, maggiori prezzi energetici o condizioni finanziarie restrittive. Per 69 di questi, c’è alta probabilità che le tre crisi si presentino insieme.
E certo, la forte crescita dei prezzi delle materie prime (petrolio, ma anche grano) giova ad alcuni paesi esportatori. Ma nella maggior parte dei casi sostiene l’inflazione e amplia i deficit con l’estero. Un mix tossico per economie uscite già martoriate dalla pandemia.
🏦 Falchi di nuovo in volo
Intanto l’inflazione preoccupa anche in Occidente. Proprio oggi è arrivata la conferma che la crescita dei prezzi Usa ad aprile resta ai massimi da 40 anni (+8,3% in dodici mesi). Per questo i mercati si aspettano una delle strette monetarie più forti e rapide della storia americana.
Conseguenza? La fuga di capitali dagli emergenti, a cui dunque viene a mancare anche il sostegno degli investitori stranieri. Così lo Sri Lanka è solo la prima tessera del domino a cadere: pagamento dei debiti esteri sospeso e dimissioni del Primo ministro questo lunedì. Intanto il FMI apre negoziati di salvataggio con Egitto e Tunisia, grandi importatori di grano ucraino e russo, e con il Pakistan. E l’Argentina riceve 45 miliardi per evitare l’ennesimo default.
Mentre gli occhi dell’Occidente restano puntati su Kiev, ci stiamo avvicinando all’orlo di un altro precipizio?
👉 Non perdere il nostro Daily Focus di oggi: "Israele-Palestina: Requiem per una giornalista”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-requiem-una-giornalista-34985
🔴 Domani alle 18.00 la nostra tavola rotonda su “Ucraina: conflitto tra stati o guerra per procura?”. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-conflitto-tra-stati-o-guerra-procura
🌍 SANZIONI: BUIO PESTO SUL SESTO PACCHETTO?
🛢 Mare nero
Sì dell’Ungheria a un embargo sul petrolio russo. Ma solo quello che arriva via mare. Questa la controproposta fatta ieri dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che di fatto si traduce in una esenzione totale dall’embargo per quei paesi, come l’Ungheria, che ricevono il petrolio russo praticamente solo tramite oleodotti.
Insomma, una provocazione che ritarda ulteriormente l’approvazione del sesto pacchetto di sanzioni europee, presentato da von der Leyen ormai più di sette giorni fa. E dire che la Commissione le sta provando tutte: deroga all’embargo fino a fine 2024 (2 anni addizionali rispetto agli altri Stati Membri), fondi per costruire nuovi oleodotti e aggiornare le raffinerie. Ma a Orbán non sembra bastare.
📉 Produzione a picco
La linea dura di Budapest punta a scoraggiare qualsiasi futuro tentativo di imporre un embargo anche sul gas russo. Ma anche a spremere il più possibile le concessioni di Bruxelles. Per il suo sì, Orbán avrebbe infatti chiesto 3 miliardi di euro, ma vorrebbe soprattutto i 7 miliardi del Pnrr ungherese, attualmente bloccati dalla Commissione per violazioni dello stato di diritto.
Embargo o no, la produzione russa di greggio non se la passa comunque bene: meno 900mila barili al giorno ad aprile, che a maggio potrebbero aumentare fino a 1,5 milioni. Per poi raddoppiare ancora entro luglio – ma solo se l’embargo dovesse diventare realtà. Così nel 2022 la produzione russa di petrolio scenderebbe sotto i 10 milioni di barili al giorno: il livello più basso dal 2004.
🤑 Un mare di soldi
Per colpire la Russia dove più fa male, sulle sue esportazioni di energia, la Commissione sta preparando una nuova versione del suo piano RePowerEU. Agli Stati Membri sarà richiesto di accelerare la loro transizione verde: alzando dal 40 al 45% il target di energia pulita nel mix energetico entro il 2030, e dal 9 al 13% quello di riduzione dei consumi energetici sempre nei prossimi 8 anni.
Tutto questo avrà però un costo non indifferente per i Paesi europei: la Commissione stessa stima una spesa aggiuntiva per 195 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Da sommare ai 670 miliardi già previsti dal piano iniziale.
A fronte di queste cifre, sicuri che i 3 miliardi richiesti dall’Ungheria siano poi così tanti?
👉 Oggi la Finlandia, che condivide oltre 1300km di confine con la Russia, ha annunciato che intende diventare un membro della NATO. Cosa significa? Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-aggiungi-un-posto-tavola-meglio-due-35000
🛢 Mare nero
Sì dell’Ungheria a un embargo sul petrolio russo. Ma solo quello che arriva via mare. Questa la controproposta fatta ieri dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che di fatto si traduce in una esenzione totale dall’embargo per quei paesi, come l’Ungheria, che ricevono il petrolio russo praticamente solo tramite oleodotti.
Insomma, una provocazione che ritarda ulteriormente l’approvazione del sesto pacchetto di sanzioni europee, presentato da von der Leyen ormai più di sette giorni fa. E dire che la Commissione le sta provando tutte: deroga all’embargo fino a fine 2024 (2 anni addizionali rispetto agli altri Stati Membri), fondi per costruire nuovi oleodotti e aggiornare le raffinerie. Ma a Orbán non sembra bastare.
📉 Produzione a picco
La linea dura di Budapest punta a scoraggiare qualsiasi futuro tentativo di imporre un embargo anche sul gas russo. Ma anche a spremere il più possibile le concessioni di Bruxelles. Per il suo sì, Orbán avrebbe infatti chiesto 3 miliardi di euro, ma vorrebbe soprattutto i 7 miliardi del Pnrr ungherese, attualmente bloccati dalla Commissione per violazioni dello stato di diritto.
Embargo o no, la produzione russa di greggio non se la passa comunque bene: meno 900mila barili al giorno ad aprile, che a maggio potrebbero aumentare fino a 1,5 milioni. Per poi raddoppiare ancora entro luglio – ma solo se l’embargo dovesse diventare realtà. Così nel 2022 la produzione russa di petrolio scenderebbe sotto i 10 milioni di barili al giorno: il livello più basso dal 2004.
🤑 Un mare di soldi
Per colpire la Russia dove più fa male, sulle sue esportazioni di energia, la Commissione sta preparando una nuova versione del suo piano RePowerEU. Agli Stati Membri sarà richiesto di accelerare la loro transizione verde: alzando dal 40 al 45% il target di energia pulita nel mix energetico entro il 2030, e dal 9 al 13% quello di riduzione dei consumi energetici sempre nei prossimi 8 anni.
Tutto questo avrà però un costo non indifferente per i Paesi europei: la Commissione stessa stima una spesa aggiuntiva per 195 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Da sommare ai 670 miliardi già previsti dal piano iniziale.
A fronte di queste cifre, sicuri che i 3 miliardi richiesti dall’Ungheria siano poi così tanti?
👉 Oggi la Finlandia, che condivide oltre 1300km di confine con la Russia, ha annunciato che intende diventare un membro della NATO. Cosa significa? Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-aggiungi-un-posto-tavola-meglio-due-35000
🌍 CRIPTOVALUTE: (UN)STABLECOIN
🤯 Cryptocrash
Meno di 30mila dollari. Questo il valore attuale del Bitcoin, solo ieri in calo del 10%. Ancora peggio Ethereum (-20%), la seconda criptovaluta per valore. In sole 24 ore la capitalizzazione complessiva delle valute digitali si è ridotta di 200 miliardi di dollari e ora è circa pari a un terzo del suo valore di novembre (3000 miliardi).
Non è certo la prima volta. Negli ultimi dieci anni, il Bitcoin ha perso il 50% del suo valore in altre sei occasioni. Ed era già in una fase calante, come anche il mercato azionario dei titoli tecnologici “tradizionale” (l’indice Nasdaq ha perso il 30% negli ultimi 6 mesi) a causa di una politica monetaria sempre più restrittiva per contenere un’inflazione sopra le aspettative. Eppure, questo nuovo crollo fa rumore.
💸 Non voglio mica la Luna
A causare la nuova fuga dalle criptovalute sono state infatti le stablecoin. Che sarebbero invece concepite per avere un valore fisso, poco volatile, di solito ancorato al dollaro. Una sorta di porto sicuro dal valore di 180 miliardi di dollari la cui inedita fragilità ha messo in crisi l’intero mercato.
TerraUSD, la quarta più grande stablecoin e la decima criptovaluta per valore di mercato, e il suo token gemello Luna, hanno ieri perso più di metà del loro valore, piombando sotto quota 0,4 dollari. Si tratta di tipi particolari di stablecoin, in cui l’ancoraggio è garantito attraverso algoritmi e non tramite riserve reali. Ma anche quest’altra tipologia di stablecoin non viene più considerata così “stable”.
🇸🇻 Bitcoin Salvador?
Attualmente, alle società che gestiscono stablecoin non è richiesto di mantenere delle riserve adeguate. Un vuoto normativo che la Federal Reserve vorrebbe ora colmare, approfittando di questa crisi. Tutt’altra aria si respira in El Salvador, unico paese insieme alla Repubblica Centrafricana dove le valute digitali hanno corso legale.
L’esperimento finora non ha pagato: solo il 5% delle transazioni avviene in criptovalute e, complice questo nuovo crollo del Bitcoin, il Paese è sempre più a rischio default. Il Fondo Monetario Internazionale ha promesso il suo sostegno solo a patto che il governo abbandoni l’utilizzo delle criptovalute. La risposta è stata però quella opposta: un acquisto di 500 Bitcoin, per un esborso totale di circa 15 milioni di dollari.
Insomma, lascia o raddoppia?
🧐 Ma come funzionano esattamente le criptovalute? Quanto pesano sull’andamento dei mercati? Esistono altre monete digitali? E perché sono così volatili? Al tema del futuro del denaro, dedicheremo il nostro nuovo Longread in uscita settimana prossima. Stay tuned!
🤯 Cryptocrash
Meno di 30mila dollari. Questo il valore attuale del Bitcoin, solo ieri in calo del 10%. Ancora peggio Ethereum (-20%), la seconda criptovaluta per valore. In sole 24 ore la capitalizzazione complessiva delle valute digitali si è ridotta di 200 miliardi di dollari e ora è circa pari a un terzo del suo valore di novembre (3000 miliardi).
Non è certo la prima volta. Negli ultimi dieci anni, il Bitcoin ha perso il 50% del suo valore in altre sei occasioni. Ed era già in una fase calante, come anche il mercato azionario dei titoli tecnologici “tradizionale” (l’indice Nasdaq ha perso il 30% negli ultimi 6 mesi) a causa di una politica monetaria sempre più restrittiva per contenere un’inflazione sopra le aspettative. Eppure, questo nuovo crollo fa rumore.
💸 Non voglio mica la Luna
A causare la nuova fuga dalle criptovalute sono state infatti le stablecoin. Che sarebbero invece concepite per avere un valore fisso, poco volatile, di solito ancorato al dollaro. Una sorta di porto sicuro dal valore di 180 miliardi di dollari la cui inedita fragilità ha messo in crisi l’intero mercato.
TerraUSD, la quarta più grande stablecoin e la decima criptovaluta per valore di mercato, e il suo token gemello Luna, hanno ieri perso più di metà del loro valore, piombando sotto quota 0,4 dollari. Si tratta di tipi particolari di stablecoin, in cui l’ancoraggio è garantito attraverso algoritmi e non tramite riserve reali. Ma anche quest’altra tipologia di stablecoin non viene più considerata così “stable”.
🇸🇻 Bitcoin Salvador?
Attualmente, alle società che gestiscono stablecoin non è richiesto di mantenere delle riserve adeguate. Un vuoto normativo che la Federal Reserve vorrebbe ora colmare, approfittando di questa crisi. Tutt’altra aria si respira in El Salvador, unico paese insieme alla Repubblica Centrafricana dove le valute digitali hanno corso legale.
L’esperimento finora non ha pagato: solo il 5% delle transazioni avviene in criptovalute e, complice questo nuovo crollo del Bitcoin, il Paese è sempre più a rischio default. Il Fondo Monetario Internazionale ha promesso il suo sostegno solo a patto che il governo abbandoni l’utilizzo delle criptovalute. La risposta è stata però quella opposta: un acquisto di 500 Bitcoin, per un esborso totale di circa 15 milioni di dollari.
Insomma, lascia o raddoppia?
🧐 Ma come funzionano esattamente le criptovalute? Quanto pesano sull’andamento dei mercati? Esistono altre monete digitali? E perché sono così volatili? Al tema del futuro del denaro, dedicheremo il nostro nuovo Longread in uscita settimana prossima. Stay tuned!
🌍 EUROPA: DECRESCITA INFELICE?
🎢 Montagne “russe”
+2,7%: questa la nuova proiezione di crescita europea per il 2022 pubblicata oggi dalla Commissione europea. In netto rallentamento rispetto a febbraio (+4%), ma in linea con le aspettative degli ultimi mesi. In fondo, lo stesso commissario Paolo Gentiloni aveva definito le previsioni antebelliche come "fuori portata".
E mentre le proiezioni economiche scendono, quelle inflazionistiche salgono: +7,5% ad aprile, ormai non lontane dai livelli americani (+8,3%). E a continuare a crescere è anche l’inflazione “core” (+6,1%), che esclude i prodotti più volatili come gli alimentari e gli energetici.
Rischio stagflazione sempre più vicino?
❌ Respinto al mittente
Tra stimoli fiscali per isolare famiglie e imprese dallo shock energetico e nuove spese (militari, umanitarie o per accogliere chi fugge), il rallentamento rende ancora meno “appetibile” l’adozione di nuove sanzioni. E così, seppur annunciato da von der Leyen già dodici giorni fa, il sesto pacchetto Ue non ha ancora visto la luce.
E questo malgrado abbia perso una serie di pezzi cruciali. Prima Slovacchia e Repubblica Ceca hanno chiesto esenzioni, spiegate con la (effettiva) difficoltà a trovare petrolio alternativo a quello russo in tempi ragionevoli. Poi Grecia, Cipro e Malta hanno ottenuto la rimozione del divieto di trasportare petrolio russo per navi europee. Infine l’Ungheria si è messa di traverso, minacciando un veto che incombe ancora oggi.
Insomma, sembra mettersi male.
🇪🇺 La storia infinita
La Germania ha comunicato che, anche in assenza di sanzioni UE, smetterà di acquistare il petrolio russo entro fine anno. Ma è sempre più evidente che ai governi europei basti meno dello spettro di una recessione per iniziare a rivedere le proprie posizioni.
Non solo. Le cancellerie d’Europa hanno anche altre scuse da addurre; non ultimi i rischi per il resto del mondo. Perché se è vero che il prezzo dei beni alimentari è esploso soprattutto a causa dell’invasione e, adesso, del continuo blocco dei porti ucraini, è altrettanto vero che sanzioni e auto-sanzioni europee spingono al rialzo i prezzi di petrolio, gas e carbone.
Intanto, le aziende europee si preparano a “pagare in rubli” il gas russo, attraverso uno stratagemma suggerito proprio oggi dalla Commissione europea. Il re è nudo?
💱 👉 È uscito il nostro nuovo Longread sul Futuro del denaro! Le criptovalute hanno bruciato circa mille miliardi di dollari negli ultimi sei mesi. È la fine della moneta digitale? Cos’è diventato il denaro e cosa sarà in futuro? Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=3412
🎢 Montagne “russe”
+2,7%: questa la nuova proiezione di crescita europea per il 2022 pubblicata oggi dalla Commissione europea. In netto rallentamento rispetto a febbraio (+4%), ma in linea con le aspettative degli ultimi mesi. In fondo, lo stesso commissario Paolo Gentiloni aveva definito le previsioni antebelliche come "fuori portata".
E mentre le proiezioni economiche scendono, quelle inflazionistiche salgono: +7,5% ad aprile, ormai non lontane dai livelli americani (+8,3%). E a continuare a crescere è anche l’inflazione “core” (+6,1%), che esclude i prodotti più volatili come gli alimentari e gli energetici.
Rischio stagflazione sempre più vicino?
❌ Respinto al mittente
Tra stimoli fiscali per isolare famiglie e imprese dallo shock energetico e nuove spese (militari, umanitarie o per accogliere chi fugge), il rallentamento rende ancora meno “appetibile” l’adozione di nuove sanzioni. E così, seppur annunciato da von der Leyen già dodici giorni fa, il sesto pacchetto Ue non ha ancora visto la luce.
E questo malgrado abbia perso una serie di pezzi cruciali. Prima Slovacchia e Repubblica Ceca hanno chiesto esenzioni, spiegate con la (effettiva) difficoltà a trovare petrolio alternativo a quello russo in tempi ragionevoli. Poi Grecia, Cipro e Malta hanno ottenuto la rimozione del divieto di trasportare petrolio russo per navi europee. Infine l’Ungheria si è messa di traverso, minacciando un veto che incombe ancora oggi.
Insomma, sembra mettersi male.
🇪🇺 La storia infinita
La Germania ha comunicato che, anche in assenza di sanzioni UE, smetterà di acquistare il petrolio russo entro fine anno. Ma è sempre più evidente che ai governi europei basti meno dello spettro di una recessione per iniziare a rivedere le proprie posizioni.
Non solo. Le cancellerie d’Europa hanno anche altre scuse da addurre; non ultimi i rischi per il resto del mondo. Perché se è vero che il prezzo dei beni alimentari è esploso soprattutto a causa dell’invasione e, adesso, del continuo blocco dei porti ucraini, è altrettanto vero che sanzioni e auto-sanzioni europee spingono al rialzo i prezzi di petrolio, gas e carbone.
Intanto, le aziende europee si preparano a “pagare in rubli” il gas russo, attraverso uno stratagemma suggerito proprio oggi dalla Commissione europea. Il re è nudo?
💱 👉 È uscito il nostro nuovo Longread sul Futuro del denaro! Le criptovalute hanno bruciato circa mille miliardi di dollari negli ultimi sei mesi. È la fine della moneta digitale? Cos’è diventato il denaro e cosa sarà in futuro? Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=3412
🌍 CIBO ED ENERGIA: DUE CRISI AL PREZZO DI UNA?
⛔️ Protezionismo alimentare
Prezzo del grano ai massimi degli ultimi due mesi. Ieri alla borsa di Chicago i futures sul grano sono tornati sopra quota 12 dollari al bushel: +50% rispetto a inizio anno. Pesa la decisione dell’India, secondo produttore di grano al mondo (e settimo esportatore), di bloccare le sue esportazioni. Come con i vaccini l’anno scorso.
E così come con i vaccini, neanche una parziale retromarcia di New Delhi – con l’introduzione di eccezioni al ban per i paesi più vulnerabili – è riuscita a calmare i mercati. Anche perché assieme all’India altri 22 paesi stanno ricorrendo a misure protezionistiche per salvaguardare la sicurezza alimentare interna. L’Indonesia ha bloccato l’export di olio di palma, di cui è la principale produttrice mondiale. Cina e Russia quello di fertilizzanti. E poi c’è la guerra.
🌾 Guerra del grano
A causa dell’invasione, il 20-30% dei terreni agricoli ucraini rimarrà non coltivato o non raccolto. Proprio quando a causa di forti carestie in tutto il mondo, per la prima volta in quattro anni la produzione mondiale di grano è prevista in diminuzione. E l’offerta di grano mondiale arranca anche perché 25 milioni di tonnellate (pari al 13% delle esportazioni globali) restano ferme in Ucraina per il blocco navale russo dei porti sul Mar Nero.
La guerra (e le sanzioni alla Russia) impediscono così traffici alimentari pari a un decimo di tutte le calorie scambiate a livello globale. Non una bella notizia per i 26 paesi del mondo che importano più della metà dei loro cereali da Russia e Ucraina.
✊ Rivolte del pane
Gli incrementi di prezzo delle materie prime inevitabilmente si riflettono in un rincaro dei prodotti alimentari. L’indice FAO, che traccia i prezzi del cibo nel mondo, ha toccato il valore massimo dal 1990, anno in cui sono cominciate le rilevazioni. Un trend allarmante, se si considera che per ogni punto percentuale di aumento dei prezzi alimentari, 10 milioni di persone nel mondo finiscono in condizioni di estrema povertà.
Insomma, ai livelli attuali il numero di persone che vive in estrema povertà potrebbe crescere del 50%, da 600 a 900 milioni. E a pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto le economie in via di sviluppo, dove la popolazione spende almeno la metà del proprio reddito per l’alimentazione.
Nel 2011 gli alti prezzi del pane furono fra le concause delle Primavere Arabe. Oggi, che sono superiori del 20% rispetto ad allora, cosa accadrà?
🇱🇰👉 Con l’ISPI Daily Focus di oggi andiamo in Sri Lanka, in preda a una spaventosa crisi economica causata da pandemia, inflazione e costo dei carburanti. Ma a strangolare il paese è il debito, e potrebbe essere il primo di una lunga serie. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/crisi-sri-lanka-leffetto-domino-35062
⛔️ Protezionismo alimentare
Prezzo del grano ai massimi degli ultimi due mesi. Ieri alla borsa di Chicago i futures sul grano sono tornati sopra quota 12 dollari al bushel: +50% rispetto a inizio anno. Pesa la decisione dell’India, secondo produttore di grano al mondo (e settimo esportatore), di bloccare le sue esportazioni. Come con i vaccini l’anno scorso.
E così come con i vaccini, neanche una parziale retromarcia di New Delhi – con l’introduzione di eccezioni al ban per i paesi più vulnerabili – è riuscita a calmare i mercati. Anche perché assieme all’India altri 22 paesi stanno ricorrendo a misure protezionistiche per salvaguardare la sicurezza alimentare interna. L’Indonesia ha bloccato l’export di olio di palma, di cui è la principale produttrice mondiale. Cina e Russia quello di fertilizzanti. E poi c’è la guerra.
🌾 Guerra del grano
A causa dell’invasione, il 20-30% dei terreni agricoli ucraini rimarrà non coltivato o non raccolto. Proprio quando a causa di forti carestie in tutto il mondo, per la prima volta in quattro anni la produzione mondiale di grano è prevista in diminuzione. E l’offerta di grano mondiale arranca anche perché 25 milioni di tonnellate (pari al 13% delle esportazioni globali) restano ferme in Ucraina per il blocco navale russo dei porti sul Mar Nero.
La guerra (e le sanzioni alla Russia) impediscono così traffici alimentari pari a un decimo di tutte le calorie scambiate a livello globale. Non una bella notizia per i 26 paesi del mondo che importano più della metà dei loro cereali da Russia e Ucraina.
✊ Rivolte del pane
Gli incrementi di prezzo delle materie prime inevitabilmente si riflettono in un rincaro dei prodotti alimentari. L’indice FAO, che traccia i prezzi del cibo nel mondo, ha toccato il valore massimo dal 1990, anno in cui sono cominciate le rilevazioni. Un trend allarmante, se si considera che per ogni punto percentuale di aumento dei prezzi alimentari, 10 milioni di persone nel mondo finiscono in condizioni di estrema povertà.
Insomma, ai livelli attuali il numero di persone che vive in estrema povertà potrebbe crescere del 50%, da 600 a 900 milioni. E a pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto le economie in via di sviluppo, dove la popolazione spende almeno la metà del proprio reddito per l’alimentazione.
Nel 2011 gli alti prezzi del pane furono fra le concause delle Primavere Arabe. Oggi, che sono superiori del 20% rispetto ad allora, cosa accadrà?
🇱🇰👉 Con l’ISPI Daily Focus di oggi andiamo in Sri Lanka, in preda a una spaventosa crisi economica causata da pandemia, inflazione e costo dei carburanti. Ma a strangolare il paese è il debito, e potrebbe essere il primo di una lunga serie. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/crisi-sri-lanka-leffetto-domino-35062
🌍 EUROPA: TRANSIZIONE “AL VERDE”?
🔋 REPowerEU... 2.0
Oggi la Commissione europea ha presentato il suo piano per accelerare la transizione energetica. Il mix di proposte legislative e raccomandazioni mira a tre obiettivi fondamentali, da qui al 2030: ancora meno consumi energetici (dal -9% previsto al -13%), più fonti rinnovabili (raggiungendo il 45% dei consumi), e diversificazione delle importazioni.
Ma il piano punta anche a smarcarsi dal gas russo. La Commissione non ne fa mistero, tanto che stima direttamente “in gas” i risparmi derivanti dalle sue proposte: 114 miliardi di metri cubi l’anno, il 73% delle importazioni europee dalla Russia.
Ma in che tempi e, soprattutto, a quali costi?
🏦🏦 Facciamo due conti
Tutte le misure contenute nel piano guardano al lungo periodo. Nel suo discorso di ieri, anticipando le proposte, von der Leyen si è addirittura concentrata sull’idrogeno verde: una fonte pulita e che potrebbe sostituire il gas naturale, certo, ma per la quale le tecnologie non sono ancora in alcun modo mature.
Intanto, proprio in questi giorni i Paesi europei sembrano ammettere che di alternative hic et nunc al gas russo non ce ne siano. Prova ne sia che ormai molte compagnie importatrici sembrano aver aperto il loro doppio conto presso Gazprombank (uno in rubli e uno in euro), almeno parzialmente ottemperando al diktat di Mosca che solo un mese fa dichiaravano solennemente di voler contrastare.
E la stessa Commissione ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, pubblicando linee guida sulle sanzioni con ampi margini di interpretazione.
🤑 Tre piccioni con una fava?
Nei sogni di Bruxelles, il piano sarebbe una triple win: consentirebbe a un tempo di investire in rinnovabili, smarcarsi dai combustibili fossili russi e ridurre i prezzi dell’energia. Ma nascosto tra le pieghe della proposta c’è un secondo problema: i costi.
Per accelerare la transizione, Bruxelles stima che saranno necessari almeno 210 miliardi di euro in più, oltre ai 670 previsti inizialmente. Di sicuro si tratterebbe di risorse risparmiate in futuro, che ci permetterebbero di importare meno gas e petrolio.
Il problema, però, è se i cittadini su cui già grava l’alto costo delle bollette saranno disposti a un ulteriore sacrificio nell’immediato.
🇹🇳👉 La Tunisia è in preda a una grave crisi alimentare e politica. Ma senza il grano dall’Ucraina sono a rischio diversi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-il-pane-e-i-gelsomini-35082
🔋 REPowerEU... 2.0
Oggi la Commissione europea ha presentato il suo piano per accelerare la transizione energetica. Il mix di proposte legislative e raccomandazioni mira a tre obiettivi fondamentali, da qui al 2030: ancora meno consumi energetici (dal -9% previsto al -13%), più fonti rinnovabili (raggiungendo il 45% dei consumi), e diversificazione delle importazioni.
Ma il piano punta anche a smarcarsi dal gas russo. La Commissione non ne fa mistero, tanto che stima direttamente “in gas” i risparmi derivanti dalle sue proposte: 114 miliardi di metri cubi l’anno, il 73% delle importazioni europee dalla Russia.
Ma in che tempi e, soprattutto, a quali costi?
🏦🏦 Facciamo due conti
Tutte le misure contenute nel piano guardano al lungo periodo. Nel suo discorso di ieri, anticipando le proposte, von der Leyen si è addirittura concentrata sull’idrogeno verde: una fonte pulita e che potrebbe sostituire il gas naturale, certo, ma per la quale le tecnologie non sono ancora in alcun modo mature.
Intanto, proprio in questi giorni i Paesi europei sembrano ammettere che di alternative hic et nunc al gas russo non ce ne siano. Prova ne sia che ormai molte compagnie importatrici sembrano aver aperto il loro doppio conto presso Gazprombank (uno in rubli e uno in euro), almeno parzialmente ottemperando al diktat di Mosca che solo un mese fa dichiaravano solennemente di voler contrastare.
E la stessa Commissione ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, pubblicando linee guida sulle sanzioni con ampi margini di interpretazione.
🤑 Tre piccioni con una fava?
Nei sogni di Bruxelles, il piano sarebbe una triple win: consentirebbe a un tempo di investire in rinnovabili, smarcarsi dai combustibili fossili russi e ridurre i prezzi dell’energia. Ma nascosto tra le pieghe della proposta c’è un secondo problema: i costi.
Per accelerare la transizione, Bruxelles stima che saranno necessari almeno 210 miliardi di euro in più, oltre ai 670 previsti inizialmente. Di sicuro si tratterebbe di risorse risparmiate in futuro, che ci permetterebbero di importare meno gas e petrolio.
Il problema, però, è se i cittadini su cui già grava l’alto costo delle bollette saranno disposti a un ulteriore sacrificio nell’immediato.
🇹🇳👉 La Tunisia è in preda a una grave crisi alimentare e politica. Ma senza il grano dall’Ucraina sono a rischio diversi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-il-pane-e-i-gelsomini-35082
🌍 ECONOMIA: RECESSIONE IN VISTA?
🧱 Another brick in the Walmart
Mercoledì nero a Wall Street. Per i principali indici azionari statunitensi, la seduta di ieri è stata la peggiore dal giugno 2020, in piena prima ondata di Covid. S&P 500 ha registrato un meno 4%, con il 98% dei titoli in esso raccolti che hanno subito perdite.
Una brusca scivolata, che si è poi trasmessa ai listini europei e asiatici, guidata dal crollo (il peggiore dal 1987) dei titoli di due colossi del retail americano: Target e Walmart, alle prese con un'inflazione che erode sempre più il potere di acquisto dei loro consumatori. Ma non è solo l’inflazione a minacciare l’economia globale.
📉 Potrebbe andare peggio…
Più di un economista inizia a temere una recessione globale. In effetti, tra crisi alimentare ed energetica, lockdown in Cina e guerra in Ucraina, il momento non è sicuramente dei migliori. E a causa dell’altissima inflazione, i margini di manovra per superare tali difficoltà economiche si sono ristretti.
Dimentichiamoci le generosissime politiche di stimolo monetario degli scorsi anni: 26.000 miliardi di dollari immessi nell’economia dal 2007 a oggi dalle principali banche centrali al mondo. L’epoca del quantitative easing è finita e si dovrà soprattutto contare sulle politiche fiscali dei governi, comunque da calibrare saggiamente per evitare di surriscaldare ulteriormente i prezzi. Insomma, dai bazooka economici si rischia di passare alle pistoline.
🤯 Più crisi per tutti
Visti i 6,2 milioni di rifugiati ucraini accolti, i 5 pacchetti di sanzioni e le difficoltà a sostituire il proprio fornitore principale di energia, l’Ue è in prima fila tra le economie avanzate più esposte a una possibile recessione.
Ma anche le economie in via di sviluppo, per quanto più lontane dal fronte, non dormono sonni tranquilli. Per far fronte alla pandemia hanno infatti aumentato a dismisura il proprio debito pubblico e privato: +8.500 miliardi di dollari nel 2021, quasi quattro volte l’aumento avvenuto nei paesi sviluppati (+2.400 miliardi).
Con 7.000 miliardi di dollari tra obbligazioni e prestiti in scadenza quest’anno, e mercati azionari sempre meno propensi al rischio, chi vorrà rifinanziare tutto questo debito?
🌪👉Tempesta perfetta? I cambiamenti climatici, la guerra e la crisi economica affamano il mondo. L’Onu: “Basta scuse: i combustibili fossili sono un vicolo cieco". Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/clima-la-tempesta-perfetta-35104
🧱 Another brick in the Walmart
Mercoledì nero a Wall Street. Per i principali indici azionari statunitensi, la seduta di ieri è stata la peggiore dal giugno 2020, in piena prima ondata di Covid. S&P 500 ha registrato un meno 4%, con il 98% dei titoli in esso raccolti che hanno subito perdite.
Una brusca scivolata, che si è poi trasmessa ai listini europei e asiatici, guidata dal crollo (il peggiore dal 1987) dei titoli di due colossi del retail americano: Target e Walmart, alle prese con un'inflazione che erode sempre più il potere di acquisto dei loro consumatori. Ma non è solo l’inflazione a minacciare l’economia globale.
📉 Potrebbe andare peggio…
Più di un economista inizia a temere una recessione globale. In effetti, tra crisi alimentare ed energetica, lockdown in Cina e guerra in Ucraina, il momento non è sicuramente dei migliori. E a causa dell’altissima inflazione, i margini di manovra per superare tali difficoltà economiche si sono ristretti.
Dimentichiamoci le generosissime politiche di stimolo monetario degli scorsi anni: 26.000 miliardi di dollari immessi nell’economia dal 2007 a oggi dalle principali banche centrali al mondo. L’epoca del quantitative easing è finita e si dovrà soprattutto contare sulle politiche fiscali dei governi, comunque da calibrare saggiamente per evitare di surriscaldare ulteriormente i prezzi. Insomma, dai bazooka economici si rischia di passare alle pistoline.
🤯 Più crisi per tutti
Visti i 6,2 milioni di rifugiati ucraini accolti, i 5 pacchetti di sanzioni e le difficoltà a sostituire il proprio fornitore principale di energia, l’Ue è in prima fila tra le economie avanzate più esposte a una possibile recessione.
Ma anche le economie in via di sviluppo, per quanto più lontane dal fronte, non dormono sonni tranquilli. Per far fronte alla pandemia hanno infatti aumentato a dismisura il proprio debito pubblico e privato: +8.500 miliardi di dollari nel 2021, quasi quattro volte l’aumento avvenuto nei paesi sviluppati (+2.400 miliardi).
Con 7.000 miliardi di dollari tra obbligazioni e prestiti in scadenza quest’anno, e mercati azionari sempre meno propensi al rischio, chi vorrà rifinanziare tutto questo debito?
🌪👉Tempesta perfetta? I cambiamenti climatici, la guerra e la crisi economica affamano il mondo. L’Onu: “Basta scuse: i combustibili fossili sono un vicolo cieco". Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/clima-la-tempesta-perfetta-35104