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🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: I LIMITI DELLA SOLIDARIETÀ

💰 Tappare i buchi
24 miliardi di euro. Sarebbe questo il valore degli aiuti che i Paesi occidentali hanno fornito all’Ucraina nei primi due mesi di guerra. La stima arriva dal Kiel Institute, che ha tracciato gli aiuti di UE, USA e altri governi G7. Aiuti destinati ad aumentare ancora: “finché proseguiranno gli attacchi e le atrocità, forniremo aiuti”, ha dichiarato sabato il presidente americano Biden.
Ma c’è un problema. Mentre gran parte di questa assistenza si concentra sul versante militare, crescono i rischi finanziari per l’Ucraina, un Paese effettivamente messo in ginocchio dal conflitto. Che si trova ora a dover colmare immediati e ingenti buchi di bilancio.

🪖 Economie di guerra
Oltre 10 di quei 24 miliardi di euro impegnati arrivano da Washington. E sabato Biden ha chiesto al Congresso americano di autorizzare un altro “pacchetto” da 33 miliardi, 20 dei quali dovrebbero essere divisi tra aiuti per difesa e sicurezza, e fornitura diretta di armamenti attinti dall’arsenale Usa.
Intanto l’offensiva russa nel Donbass prosegue, ma lentamente. Nel weekend gli ucraini hanno colpito un quartier generale russo nei pressi di Kharkiv, uccidendo un generale (il decimo dall’inizio delle operazioni) e, forse, ferendo Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore in visita.
“Gli ucraini possono vincere”, continuano a dire dalla Casa Bianca. Ma accanto a quella militare si fa sempre più pressante la questione della “resistenza” economica.

📉 Fino alla vittoria?
La Banca mondiale stima i soli danni alle infrastrutture ucraine in 60 miliardi di dollari. Come dire che per la ricostruzione bisognerebbe impegnare quasi la metà dell’intero PIL del Paese pre-invasione. PIL che però a sua volta si ridurrà di un 35%-50% quest’anno: peggio del primo anno di guerra in Siria.
Per non fallire, all’Ucraina servirebbero altri 15 miliardi di dollari di sostegno finanziario entro luglio, più del doppio dei 7 miliardi ricevuti nei primi due mesi. L’Ue ancora non si è mossa. La Casa Bianca, invece, pensa di metterne 8,5, ma entro fine anno.
Con l’ultimo pacchetto di aiuti chiesto da Biden, l’assistenza Usa raggiungerebbe un valore dello 0,25% del PIL americano. Più dei 42 miliardi dati in aiuti allo sviluppo dagli Usa a tutti i Paesi del mondo nel 2021. Sarà possibile fare di più?

👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Via da Mariupol”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-mariupol-34848

🔴 Iscriviti alla prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Ne parleremo giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: DILEMMA EMBARGO

⛽️ Si può fare?
Stasera la Commissione Ue dovrebbe presentare la sua proposta di embargo sul petrolio russo. Nonostante le pressioni di Polonia e Stati baltici, non dovrebbe essere un ban immediato ma graduale, con un periodo di transizione fino a fine anno. Abbastanza per dare il tempo a molti Paesi Ue, Germania inclusa, di completare il proprio percorso di diversificazione delle forniture.
Negli ultimi mesi Berlino (il principale acquirente europeo di petrolio russo) ha già ridotto di un terzo la propria dipendenza da Mosca (dal 35% al 12%). Ma per sostituire del tutto gli oleodotti russi con tankers pieni di petrolio di “altri”, è ora chiamata ad ampliare i suoi porti nel nord. Insomma, non tutte le infrastrutture europee sono già pronte per un embargo. E alcune potrebbero non esserlo mai.

🇸🇰🇭🇺 Figli e figliastri
Ungheria e Slovacchia potrebbero ottenere una deroga temporale più lunga o essere totalmente escluse dall’embargo. Dietro questo “trattamento speciale”, per Bratislava ci sono ragioni tecniche. Senza avere accesso al mare, e con impianti di raffinazione capaci di lavorare solamente greggi pesanti come quello russo, non ci sono infatti molte alternative a Mosca (da cui importa il 78% di petrolio, il massimo in UE). E convertirsi a petroli leggeri richiede almeno 4 anni.
Per Budapest le motivazioni sono invece anche (e soprattutto) politiche: Orban evita così di scontentare l’alleato Putin mentre la Commissione evita il più volte annunciato veto ungherese sul pacchetto di sanzioni. Tutti contenti, o quasi.

💸 Sotto uno stesso tetto?
Non tutti i paesi sono concordi nel ritenere un embargo sul petrolio russo la soluzione migliore per danneggiare la Russia. Se i prezzi del barile dovessero aumentare molto, pur vendendone meno Mosca potrebbe guadagnare di più (o non perderci molto). E se i costi per la Russia sono incerti, quelli per l’Europa potrebbero essere ingenti.
Ecco perché un fronte di paesi, tra cui l’Italia, preferirebbe imporre un tetto massimo ai prezzi delle importazioni di greggio russo. Un’opzione, appoggiata anche dagli USA (potenziali garanti di tale tetto), che per essere efficace dovrebbe però coinvolgere tutti i principali compratori di greggio russo. Con tanto di potenziale sanzioni contro i “trasgressori” non europei (come Cina o India).
Tradotto: sanzioni secondarie. Forse troppo per un’Europa che fatica a convincere anche solo sé stessa.

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👉 Mentre l’Europa discute dell’embargo, il premier indiano Narendra Modi si appresta a concludere un tour di incontri con i leader del Vecchio continente. Cosa c’entra la guerra in Ucraina? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-la-visita-di-modi-europa-34863
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: EMBARGO PER POCHI

🇪🇺 Tutti per uno?
Dopo il carbone, il petrolio. Stamattina von der Leyen ha presentato al Parlamento Ue quello che, se approvato dai governi dei 27, diventerà il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Oltre all'esclusione dal circuito finanziario Swift di altre tre banche russe (tra cui Sberbank, la più grande del paese), è prevista una graduale riduzione delle importazioni di greggio russo.
L’obiettivo è l’embargo totale
: del greggio entro sei mesi, dei prodotti lavorati (benzina, diesel, ecc.) entro nove. Con possibili esenzioni per Ungheria e Slovacchia, ma che anche Bulgaria e Repubblica Ceca vorrebbero.
Funzionerà?

🛢 Tra i due litiganti...
Negli ultimi due mesi, la domanda occidentale di petrolio russo è in netto calo: circa un quarto dei 4,7 milioni di barili al giorno importati dall’UE potrebbe essersi già volatilizzato (e ben due terzi in Germania). Ma la scomparsa di 1 milione di barili al giorno da un mercato già “assetato” di greggio significa anche prezzi al barile oltre i 100 dollari.
Così, pur di pagare meno, i grandi importatori del mondo guardano proprio a Mosca. In Cina le raffinerie indipendenti starebbero silenziosamente acquistando una parte dei barili invenduti, a forte sconto. E se a Pechino sembrano temere le sanzioni occidentali (e infatti evitano di pubblicizzare gli accordi con i russi) lo stesso non si può dire per un altro grande Paese asiatico: l’India.

🇮🇳 Eppur si muove?
Dai porti del Baltico e del Mar Nero fino all’Oceano Indiano, il viaggio è lungo. Uno dei motivi per cui New Delhi non è mai stata una grande acquirente di petrolio russo. Negli ultimi due mesi l’India ha però acquistato più del doppio del petrolio russo importato in tutto il 2021.
Nonostante tutto, Mosca fa ancora molta fatica a trovare acquirenti alternativi. Perché talvolta chiede pagamenti in rubli (come agli europei sul gas) o non vuole vendere a sconti eccessivi. Il problema per il Cremlino è chiaro: se tutto continuasse ad andare come oggi, i mancati ricavi russi sul petrolio arriverebbero a un valore vicino al 5% del PIL.
Troppo per un’economia russa che tra costi bellici e impatto delle precedenti sanzioni è già data in calo dell’8,5%. Quanto a lungo potrà resistere di questo passo?

👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Sanzioni a lento rilascio”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-lento-rilascio-34883

🔴 Domani alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Registrati qui per partecipare alla tavola rotonda: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
🌎 FED: GUERRA ALL’INFLAZIONE

📈 Gioco al rialzo
Ieri la Federal Reserve americana ha deciso di alzare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale. Un aumento di tale entità da parte della banca centrale americana non si vedeva dal 2000. Così come era dal 2006 che i tassi non venivano aumentati per due volte consecutive (a marzo era già stato deciso un +0,25%).
Misure straordinarie per tempi straordinari: l’inflazione è volata a marzo all'8,5%, picco degli ultimi 40 anni. E rischia di non fermarsi causa guerra in Ucraina e lockdown cinesi. Come dichiarato dallo stesso presidente della Fed, Jerome Powell è quindi “essenziale abbassarla, agendo in fretta”. Ecco perché ulteriori rialzi di mezzo punto saranno sul tavolo dei due prossimi direttivi a metà giugno e a fine luglio. Ma non è tutto.

💸 Quantitative tightening
La Fed ha anche annunciato l'avvio della riduzione del suo bilancio a partire dal primo giugno. Con i programmi di acquisto titoli che sono stati necessari per resistere alla pandemia, i conti della banca sono passati da 4.000 a 9.000 miliardi di dollari. Una liquidità equivalente a quasi metà del PIL americano, considerata eccessiva nell’attuale contesto economico.
Via libera quindi a tagli, molto più rilevanti e immediati rispetto a quelli post crisi finanziaria del 2008: 47,5 miliardi di dollari al mese, per i prossimi tre mesi, e di 95 miliardi da settembre. Insomma, la Fed è decisa a portare avanti una politica monetaria restrittiva con tutti gli strumenti che ha a disposizione. E neanche l’andamento negativo di Wall Street (-12% per lo S&P 500 da inizio anno) sembra poterle far cambiare idea.

Tempismo perfetto?
Alzando i tassi per contenere i prezzi, la Fed sta scommettendo che la crescita americana sia abbastanza solida da sopportare condizioni monetarie più sfavorevoli senza cadere in recessione. Una scommessa dall’esito non scontato: il PIL americano nel primo trimestre si è ridotto dell’1,4%.
Da una parte quindi il rischio di azzerare il già indebolito rimbalzo post-pandemia, dall'altra quello di trovarsi a breve con un’inflazione troppo alta per essere domata. Per poi essere magari costretti ad alzare i tassi in una fase economica persino più difficile, causa guerra e sanzioni. La BCE sembra preferire l’attesa, malgrado un'inflazione nell’Eurozona non tanto più bassa (7,5% ad aprile). Per questo resta vaga sulla possibilità di un aumento dei suoi tassi a luglio.
Chi avrà ragione?

🔴 Oggi alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Collegati a questo link per seguire la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli

👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina “Sanzioni? C’è chi dice no”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-ce-chi-dice-no-34898
🌏 CINA: ZERO COVID, ZERO PETROLIO?

🦠 La battaglia infinita
“Abbiamo vinto a Wuhan, vinceremo anche a Shanghai”. Questo il messaggio del presidente cinese Xi Jinping, che ha così ribadito il suo impegno nella strategia “zero Covid”. C’è una logica alla base di questa scelta: la fragilità del sistema sanitario cinese e il ridotto numero di infezioni pre-Omicron potrebbero generare la tempesta perfetta, con ospedali pieni e un’economia che rallenta.
Ma l’ostinata strategia cinese non sembra conciliarsi bene con la crescita economica: Fitch è solo l’ultima in ordine di tempo a tagliare le previsioni sulla crescita del PIL cinese nel 2022, da 4,8% a 4,3%. Ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5%.
E, si sa, dove non c’è crescita non c’è nemmeno domanda.

🏭 Effetto farfalla
Le chiusure in Cina colpiscono molto l'economia locale: gli indici segnalano che a marzo e aprile la produzione industriale si è ridotta, cosa certo non tipica per un’economia in forte crescita come quella cinese. Ma da lì al mondo il passo è breve. Il blocco della produzione nelle principali città, così come la chiusura del porto di Shanghai, il più grande al mondo, rischiano di fare inceppare ancora una volta la catena di produzione globale.
Le conseguenze sono già visibili su diversi mercati, come quello del greggio. La domanda di petrolio cinese si è infatti contratta, e molto, rispetto al 2021. Contrazione che non era accaduta neppure nel 2020, in piena pandemia, e che comporta una perdita di 1,2 milioni di barili al giorno: quasi il 10% della domanda cinese e l’1% di quella mondiale.

📉 Nuova normalità?
Non stupisce dunque se la risposta dei mercati all’embargo sul petrolio russo proposto mercoledì dalla Commissione europea non sia stata particolarmente clamorosa. Se dopo l’invasione russa dell’Ucraina il prezzo del petrolio aveva toccato il suo massimo dalla crisi finanziaria globale del 2008 (139 dollari al barile), oggi i mercati sembrano meno inquieti.
Complici forse l’approccio graduale dell’Ue sull’embargo e il rilascio di 1,3 milioni di barili al giorno dalle riserve strategiche occidentali per sei mesi, certo. Ma anche della forte contrazione della domanda cinese e, probabilmente, di quei segnali di rallentamento delle economie globali che si iniziano a vedere (nel primo trimestre l’Italia ha fatto registrare una contrazione del PIL dello 0,2%).
Insomma, per ora i governi occidentali sembrano aver scongiurato un ulteriore aumento dei prezzi energetici. Durerà?

🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del possibile allargamento dell’Alleanza Atlantica ad altri paesi: NATO is back? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-nato-back-34925
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: I COSTI DELLA NON VITTORIA

🥱Tanto fumo…
11mila soldati, 131 mezzi militari di terra e missili balistici termonucleari in grado di colpire fino a 12mila chilometri di distanza. Questo è l’apparato militare messo oggi in mostra da Mosca per il 77esimo anniversario del Giorno della Vittoria sui nazisti: una parata che dal 2008 proprio Putin ha reso annuale per mostrare i muscoli dell’esercito russo.
Ma questi muscoli non sono apparsi poi così definiti. L’esibizione delle forze aeree russe è stata cancellata causa condizioni meteo avverse. Anche se su Mosca splendeva il sole. Rispetto allo scorso anno si contavano poi il 10% di soldati e il 30% di mezzi corazzati in meno. E tra i mezzi presenti, molti erano prototipi.

🎖L’Invincibile Armata?
Nel 2015, Mosca presentava il suo tank “Armata T14” come “il più potente al mondo". Ma dopo 7 anni non ne è stata ancora avviata la produzione. Stessa sorte per il blindato T15, con una corazza in grado di resistere ai missili Javelin, ma attualmente buono solo per le parate.
Così al fronte ucraino troviamo soprattutto carri armati dei tempi sovietici, rimasti parcheggiati nei depositi della Siberia per decenni. Al contrario, Kiev riceve e aspetta dalla NATO armi sempre più avanzate. Inevitabile che le perdite per Mosca siano sempre più ingenti: 3.500 veicoli persi, 12 generali e almeno 45mila soldati morti o feriti. Tradotto: Mosca ha perso circa un quarto del suo dispiegamento di forze in Ucraina. E senza riuscire a sfondare, prima a Kiev, ora nel Donbass.

🪖 Per qualche lettera in più
Nei piani iniziali di Mosca, il V-day sarebbe dovuto coincidere con lo Z-day: la vittoria nella guerra contro l’Ucraina. Ma le conquiste russe significative si sono fermate a Kherson, in cui peraltro l’occupazione ancora si scontra con la resistenza della popolazione locale. Neanche Mariupol, sempre considerata sull’orlo di cadere, è ancora completamente in mano russa, almeno finché resisterà il manipolo asserragliato nell’acciaieria Azovstal. Non a caso oggetto di un’intensificata offensiva negli ultimi giorni.
Mosca si ritrova poi a fare i conti con una NATO che dispiega sempre più uomini e mezzi sui confini orientali, e che potrebbe presto accogliere Svezia e Finlandia. E incassa pure la dichiarazione odierna di Xi Jinping a Scholz, secondo cui “Cina e Ue sono partner strategici globali”.
Per Putin è comunque un Giorno della Vittoria?

👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Il discorso del re”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-il-discorso-del-re-34944
🌍 SANZIONI ALLA RUSSIA: VETI INCROCIATI

⛔️ Fumata nera
Ieri la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è volata in Ungheria. La missione: convincere Orban a sollevare il proprio veto sull’embargo petrolifero alla Russia. Il risultato: insuccesso, almeno per adesso.
Budapest è solo l’ultimo paese a opporsi all’embargo. Certo questa posizione non sorprende, data la vicinanza del presidente ungherese a Mosca. Ma dietro le quinte lo scontro è ancora più complicato, con molti membri UE che in queste settimane hanno lavorato attivamente per minare l’efficacia dell’embargo.
Intanto Draghi vola negli Usa.

📦 Pacco sospetto
Non solo Ungheria, appunto. Anche Repubblica Ceca e Slovacchia non sarebbero intenzionate ad appoggiare l’embargo senza un’esenzione (che al momento è stata addirittura allungata). Una mossa inevitabile, dal momento che l’unica raffineria slovacca riceve petrolio da un solo oleodotto (russo), e che quel petrolio raffinato serve non solo a Bratislava ma anche ad altri paesi dell’Europa centrale. Ma con le esenzioni arriva l’effetto domino: ora anche la Bulgaria (la cui unica raffineria è rifornita per il 50% da greggio russo) chiede una proroga.
Situazione simile anche sul fronte marittimo, dove Grecia, Cipro e Malta hanno richiesto, e ottenuto, la rimozione del divieto per le compagnie di trasporto marittimo europee di caricare petrolio russo (che avrebbe eliminato buona parte delle opzioni più convenienti per Mosca). Il motivo? Oltre un quarto delle petroliere del mondo battono bandiera greca, e il settore marittimo conta per il 14% del PIL maltese.

🇪🇺💔Disunione europea
Con tutte queste esenzioni, le sanzioni UE morderanno molto meno. E a perderci è l’immagine europea che torna a essere quella di sempre: tanti Paesi con interessi divergenti, dove il veto di pochi può far saltare il compromesso trovato dai rappresentanti di più del 90% delle importazioni di greggio totali.
È in questo contesto che si muove la visita di Draghi negli Usa. Roma è un alleato storico, e a Washington presenta la sua faccia più “collaborativa”. Ma le divisioni interne alla maggioranza (armare o non armare Kiev? Quanti soldi spendere? Quali posizioni con la NATO?) sembrano lo specchio delle divisioni europee.
Insomma, tra una proroga e un rinvio riemergono le vecchie divisioni. E così viene da chiedersi: l'Europa è davvero cambiata, o la ritrovata unità era solo un’illusione?

👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: oggi sul vertice Draghi-Biden previsto questa sera a Washington. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-draghi-incontra-biden-34968

🔴 Giovedì 12 maggio alle 18.00 la nostra tavola rotonda su “Ucraina: conflitto tra stati o guerra per procura?”. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-conflitto-tra-stati-o-guerra-procura
🌏 IL MONDO FRENA

💴 Standby
Lunedì il renminbi cinese ha toccato il minimo da quasi due anni: una svalutazione maggiore e più rapida delle due crisi precedenti (2015 e 2018). Un crollo certo non inatteso. I rigidi lockdown continuano a ostacolare la produzione nelle maggiori città cinesi, così come le attività nel porto di Shanghai, il principale snodo commerciale del mondo.
Una svalutazione del renminbi era nell’aria, tanto che Xi Jinping aveva provato a giocare d’anticipo, annunciando una raffica di stimoli fiscali e monetari. E mentre la Cina fa i conti con i limiti di un modello economico basato su investimenti continui, anche per molte altre economie emergenti le prospettive si fanno fosche.

🌪 Nell’occhio del ciclone
La moneta cinese non è l’unica delle “grandi” a soffrire: anche la Banca centrale indiana ha aumentato i tassi di interesse per la prima volta dal 2018. E molti altri emergenti sono in difficoltà. Ad aprile, l’UNCTAD stimava che 107 Paesi del mondo (più della metà) rischiano di attraversare almeno una di tre crisi: maggiori prezzi del cibo, maggiori prezzi energetici o condizioni finanziarie restrittive. Per 69 di questi, c’è alta probabilità che le tre crisi si presentino insieme.
E certo, la forte crescita dei prezzi delle materie prime (petrolio, ma anche grano) giova ad alcuni paesi esportatori. Ma nella maggior parte dei casi sostiene l’inflazione e amplia i deficit con l’estero. Un mix tossico per economie uscite già martoriate dalla pandemia.

🏦 Falchi di nuovo in volo
Intanto l’inflazione preoccupa anche in Occidente. Proprio oggi è arrivata la conferma che la crescita dei prezzi Usa ad aprile resta ai massimi da 40 anni (+8,3% in dodici mesi). Per questo i mercati si aspettano una delle strette monetarie più forti e rapide della storia americana.
Conseguenza? La fuga di capitali dagli emergenti, a cui dunque viene a mancare anche il sostegno degli investitori stranieri. Così lo Sri Lanka è solo la prima tessera del domino a cadere: pagamento dei debiti esteri sospeso e dimissioni del Primo ministro questo lunedì. Intanto il FMI apre negoziati di salvataggio con Egitto e Tunisia, grandi importatori di grano ucraino e russo, e con il Pakistan. E l’Argentina riceve 45 miliardi per evitare l’ennesimo default.
Mentre gli occhi dell’Occidente restano puntati su Kiev, ci stiamo avvicinando all’orlo di un altro precipizio?

👉 Non perdere il nostro Daily Focus di oggi: "Israele-Palestina: Requiem per una giornalista”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-requiem-una-giornalista-34985

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🌍 SANZIONI: BUIO PESTO SUL SESTO PACCHETTO?

🛢 Mare nero
Sì dell’Ungheria a un embargo sul petrolio russo. Ma solo quello che arriva via mare. Questa la controproposta fatta ieri dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che di fatto si traduce in una esenzione totale dall’embargo per quei paesi, come l’Ungheria, che ricevono il petrolio russo praticamente solo tramite oleodotti.
Insomma, una provocazione che ritarda ulteriormente l’approvazione del sesto pacchetto di sanzioni europee, presentato da von der Leyen ormai più di sette giorni fa. E dire che la Commissione le sta provando tutte: deroga all’embargo fino a fine 2024 (2 anni addizionali rispetto agli altri Stati Membri), fondi per costruire nuovi oleodotti e aggiornare le raffinerie. Ma a Orbán non sembra bastare.

📉 Produzione a picco
La linea dura di Budapest punta a scoraggiare qualsiasi futuro tentativo di imporre un embargo anche sul gas russo. Ma anche a spremere il più possibile le concessioni di Bruxelles. Per il suo sì, Orbán avrebbe infatti chiesto 3 miliardi di euro, ma vorrebbe soprattutto i 7 miliardi del Pnrr ungherese, attualmente bloccati dalla Commissione per violazioni dello stato di diritto.
Embargo o no, la produzione russa di greggio non se la passa comunque bene: meno 900mila barili al giorno ad aprile, che a maggio potrebbero aumentare fino a 1,5 milioni. Per poi raddoppiare ancora entro luglio – ma solo se l’embargo dovesse diventare realtà. Così nel 2022 la produzione russa di petrolio scenderebbe sotto i 10 milioni di barili al giorno: il livello più basso dal 2004.

🤑 Un mare di soldi
Per colpire la Russia dove più fa male, sulle sue esportazioni di energia, la Commissione sta preparando una nuova versione del suo piano RePowerEU. Agli Stati Membri sarà richiesto di accelerare la loro transizione verde: alzando dal 40 al 45% il target di energia pulita nel mix energetico entro il 2030, e dal 9 al 13% quello di riduzione dei consumi energetici sempre nei prossimi 8 anni.
Tutto questo avrà però un costo non indifferente per i Paesi europei: la Commissione stessa stima una spesa aggiuntiva per 195 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Da sommare ai 670 miliardi già previsti dal piano iniziale.
A fronte di queste cifre, sicuri che i 3 miliardi richiesti dall’Ungheria siano poi così tanti?

👉 Oggi la Finlandia, che condivide oltre 1300km di confine con la Russia, ha annunciato che intende diventare un membro della NATO. Cosa significa? Ne parliamo nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nato-aggiungi-un-posto-tavola-meglio-due-35000
🌍 CRIPTOVALUTE: (UN)STABLECOIN

🤯 Cryptocrash
Meno di 30mila dollari. Questo il valore attuale del Bitcoin, solo ieri in calo del 10%. Ancora peggio Ethereum (-20%), la seconda criptovaluta per valore. In sole 24 ore la capitalizzazione complessiva delle valute digitali si è ridotta di 200 miliardi di dollari e ora è circa pari a un terzo del suo valore di novembre (3000 miliardi).
Non è certo la prima volta. Negli ultimi dieci anni, il Bitcoin ha perso il 50% del suo valore in altre sei occasioni. Ed era già in una fase calante, come anche il mercato azionario dei titoli tecnologici “tradizionale” (l’indice Nasdaq ha perso il 30% negli ultimi 6 mesi) a causa di una politica monetaria sempre più restrittiva per contenere un’inflazione sopra le aspettative. Eppure, questo nuovo crollo fa rumore.

💸 Non voglio mica la Luna
A causare la nuova fuga dalle criptovalute sono state infatti le stablecoin. Che sarebbero invece concepite per avere un valore fisso, poco volatile, di solito ancorato al dollaro. Una sorta di porto sicuro dal valore di 180 miliardi di dollari la cui inedita fragilità ha messo in crisi l’intero mercato.
TerraUSD, la quarta più grande stablecoin e la decima criptovaluta per valore di mercato, e il suo token gemello Luna, hanno ieri perso più di metà del loro valore, piombando sotto quota 0,4 dollari. Si tratta di tipi particolari di stablecoin, in cui l’ancoraggio è garantito attraverso algoritmi e non tramite riserve reali. Ma anche quest’altra tipologia di stablecoin non viene più considerata così “stable”.

🇸🇻 Bitcoin Salvador?
Attualmente, alle società che gestiscono stablecoin non è richiesto di mantenere delle riserve adeguate. Un vuoto normativo che la Federal Reserve vorrebbe ora colmare, approfittando di questa crisi. Tutt’altra aria si respira in El Salvador, unico paese insieme alla Repubblica Centrafricana dove le valute digitali hanno corso legale.
L’esperimento finora non ha pagato: solo il 5% delle transazioni avviene in criptovalute e, complice questo nuovo crollo del Bitcoin, il Paese è sempre più a rischio default. Il Fondo Monetario Internazionale ha promesso il suo sostegno solo a patto che il governo abbandoni l’utilizzo delle criptovalute. La risposta è stata però quella opposta: un acquisto di 500 Bitcoin, per un esborso totale di circa 15 milioni di dollari.
Insomma, lascia o raddoppia?

🧐 Ma come funzionano esattamente le criptovalute? Quanto pesano sull’andamento dei mercati? Esistono altre monete digitali? E perché sono così volatili? Al tema del futuro del denaro, dedicheremo il nostro nuovo Longread in uscita settimana prossima. Stay tuned!
🌍 EUROPA: DECRESCITA INFELICE?

🎢 Montagne “russe”
+2,7%: questa la nuova proiezione di crescita europea per il 2022 pubblicata oggi dalla Commissione europea. In netto rallentamento rispetto a febbraio (+4%), ma in linea con le aspettative degli ultimi mesi. In fondo, lo stesso commissario Paolo Gentiloni aveva definito le previsioni antebelliche come "fuori portata".
E mentre le proiezioni economiche scendono, quelle inflazionistiche salgono: +7,5% ad aprile, ormai non lontane dai livelli americani (+8,3%). E a continuare a crescere è anche l’inflazione “core” (+6,1%), che esclude i prodotti più volatili come gli alimentari e gli energetici.
Rischio stagflazione sempre più vicino?

Respinto al mittente
Tra stimoli fiscali per isolare famiglie e imprese dallo shock energetico e nuove spese (militari, umanitarie o per accogliere chi fugge), il rallentamento rende ancora meno “appetibile” l’adozione di nuove sanzioni. E così, seppur annunciato da von der Leyen già dodici giorni fa, il sesto pacchetto Ue non ha ancora visto la luce.
E questo malgrado abbia perso una serie di pezzi cruciali. Prima Slovacchia e Repubblica Ceca hanno chiesto esenzioni, spiegate con la (effettiva) difficoltà a trovare petrolio alternativo a quello russo in tempi ragionevoli. Poi Grecia, Cipro e Malta hanno ottenuto la rimozione del divieto di trasportare petrolio russo per navi europee. Infine l’Ungheria si è messa di traverso, minacciando un veto che incombe ancora oggi.
Insomma, sembra mettersi male.

🇪🇺 La storia infinita
La Germania ha comunicato che, anche in assenza di sanzioni UE, smetterà di acquistare il petrolio russo entro fine anno. Ma è sempre più evidente che ai governi europei basti meno dello spettro di una recessione per iniziare a rivedere le proprie posizioni.
Non solo. Le cancellerie d’Europa hanno anche altre scuse da addurre; non ultimi i rischi per il resto del mondo. Perché se è vero che il prezzo dei beni alimentari è esploso soprattutto a causa dell’invasione e, adesso, del continuo blocco dei porti ucraini, è altrettanto vero che sanzioni e auto-sanzioni europee spingono al rialzo i prezzi di petrolio, gas e carbone.
Intanto, le aziende europee si preparano a “pagare in rubli” il gas russo, attraverso uno stratagemma suggerito proprio oggi dalla Commissione europea. Il re è nudo?

💱 👉 È uscito il nostro nuovo Longread sul Futuro del denaro! Le criptovalute hanno bruciato circa mille miliardi di dollari negli ultimi sei mesi. È la fine della moneta digitale? Cos’è diventato il denaro e cosa sarà in futuro? Scoprilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=3412