🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: ELISEO, LA POSTA IN GIOCO
🇫🇷 Il Sottosopra
10 punti percentuali. Questo è il divario che separa Macron e Le Pen secondo gli ultimi sondaggi. Sondaggi a cui non solo Parigi ma anche Kiev e Bruxelles guardano con il fiato sospeso. Se dovesse diventare presidente Le Pen, la posizione francese e di conseguenza europea nei confronti della crisi in Ucraina potrebbe infatti cambiare. E non di poco.
La leader del Rassemblement National si è dichiarata contraria ai trasferimenti di armi francesi all’Ucraina, che oggi ammontano a 100 milioni di euro. Ha chiuso alla possibilità di un embargo su petrolio e gas russi, di cui Macron è invece tra i principali sostenitori. E considera legittima l’annessione russa della Crimea. Insomma, non avrebbe il voto di Zelensky.
🪖 Proposta indecente
Nel suo programma di politica estera, Le Pen ha proposto il ritiro della Francia dal comando integrato NATO. Ovvero, come tra il 1966 e il 2009, Parigi ritirerebbe i circa 800 soldati oggi distaccati in strutture dell’Alleanza, pur continuando a tener fede alla promessa di difendere gli alleati da un attacco. Un ritorno al passato che non gioverebbe alla compattezza della NATO.
Specialmente se dovesse concretizzarsi un’altra delle proposte della candidata all’Eliseo: la fine della cooperazione militare franco-tedesca, compresi i futuri programmi di sviluppo di caccia e tank. Una Parigi quindi più lontana da Berlino, ma più vicina a Mosca. Non appena la guerra in Ucraina sarà finita, secondo Le Pen, la NATO dovrebbe infatti attuare un riavvicinamento strategico alla Russia per evitare che Mosca stringa ulteriormente i rapporti con Pechino.
🇪🇺🔨 UE interior designer
Rispetto alla campagna del 2017, l’uscita dall’Europa o dall’euro non rientrano più nei piani di Le Pen, che ha indicato come obiettivo la trasformazione dell’Europa “dal suo interno”. Ma più che una trasformazione sembra uno strappo netto di alcuni dei principi cardine dell’integrazione europea.
Il ripristino dei controlli alle frontiere da lei proposto va contro le regole di Schengen. Mentre la volontà di sancire la supremazia della legge francese e dei diritti dei suoi connazionali rispetto alla legge europea e ai diritti degli altri cittadini dell’Unione sarebbe incompatibile con i Trattati europei.
10 punti percentuali fanno quindi la differenza sul tipo di sostegno all’Ucraina, di NATO e Europa che avremo questa domenica. Ammesso che Le Pen trovi una qualche maggioranza all’Assemblea nazionale, per la quale si vota a giugno. È la Democrazia, bellezza!
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Al centro dell’episodio di oggi le tensioni e gli scontri tra israeliani e palestinesi che in queste settimane hanno infiammato Gerusalemme. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-gerusalemme-fiamme-34735
🇫🇷 Il Sottosopra
10 punti percentuali. Questo è il divario che separa Macron e Le Pen secondo gli ultimi sondaggi. Sondaggi a cui non solo Parigi ma anche Kiev e Bruxelles guardano con il fiato sospeso. Se dovesse diventare presidente Le Pen, la posizione francese e di conseguenza europea nei confronti della crisi in Ucraina potrebbe infatti cambiare. E non di poco.
La leader del Rassemblement National si è dichiarata contraria ai trasferimenti di armi francesi all’Ucraina, che oggi ammontano a 100 milioni di euro. Ha chiuso alla possibilità di un embargo su petrolio e gas russi, di cui Macron è invece tra i principali sostenitori. E considera legittima l’annessione russa della Crimea. Insomma, non avrebbe il voto di Zelensky.
🪖 Proposta indecente
Nel suo programma di politica estera, Le Pen ha proposto il ritiro della Francia dal comando integrato NATO. Ovvero, come tra il 1966 e il 2009, Parigi ritirerebbe i circa 800 soldati oggi distaccati in strutture dell’Alleanza, pur continuando a tener fede alla promessa di difendere gli alleati da un attacco. Un ritorno al passato che non gioverebbe alla compattezza della NATO.
Specialmente se dovesse concretizzarsi un’altra delle proposte della candidata all’Eliseo: la fine della cooperazione militare franco-tedesca, compresi i futuri programmi di sviluppo di caccia e tank. Una Parigi quindi più lontana da Berlino, ma più vicina a Mosca. Non appena la guerra in Ucraina sarà finita, secondo Le Pen, la NATO dovrebbe infatti attuare un riavvicinamento strategico alla Russia per evitare che Mosca stringa ulteriormente i rapporti con Pechino.
🇪🇺🔨 UE interior designer
Rispetto alla campagna del 2017, l’uscita dall’Europa o dall’euro non rientrano più nei piani di Le Pen, che ha indicato come obiettivo la trasformazione dell’Europa “dal suo interno”. Ma più che una trasformazione sembra uno strappo netto di alcuni dei principi cardine dell’integrazione europea.
Il ripristino dei controlli alle frontiere da lei proposto va contro le regole di Schengen. Mentre la volontà di sancire la supremazia della legge francese e dei diritti dei suoi connazionali rispetto alla legge europea e ai diritti degli altri cittadini dell’Unione sarebbe incompatibile con i Trattati europei.
10 punti percentuali fanno quindi la differenza sul tipo di sostegno all’Ucraina, di NATO e Europa che avremo questa domenica. Ammesso che Le Pen trovi una qualche maggioranza all’Assemblea nazionale, per la quale si vota a giugno. È la Democrazia, bellezza!
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Al centro dell’episodio di oggi le tensioni e gli scontri tra israeliani e palestinesi che in queste settimane hanno infiammato Gerusalemme. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-gerusalemme-fiamme-34735
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: UN MARE (NERO) DI GUAI?
🛢Baby steps
Domani gli ambasciatori Ue si vedranno per discutere del sesto pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Sanzioni che potrebbero includere una graduale riduzione degli acquisti di petrolio, o l'imposizione di dazi sulle esportazioni di greggio oltre un certo tetto di prezzo. L’Unione sembra procedere, lentamente ma inesorabilmente.
Sul piano politico è un passo quasi inevitabile, data la difficoltà nel sanzionare il gas russo. Alcuni esperti sostengono che il petrolio avrebbe dovuto essere l’obiettivo principale sin da subito, visto che nel 2021 ha generato oltre i tre quarti (77%) delle entrate russe dall’energia, mentre il gas meno di un quinto.
Restano aperti due problemi: come mettere d’accordo i governi europei, e capire come reagiranno i mercati mondiali.
🃏Castello di carte?
In Europa c’è chi vorrebbe agire subito (Polonia e Paesi baltici) e chi frena. La Germania, ma anche l’Ungheria del neo-rieletto Orban, che negli anni è diventata uno dei Paesi più dipendenti da gas e petrolio russi. Nel frattempo, però, le compagnie Ue già si “auto-sanzionano” importando meno petrolio da Mosca.
Da parte sua, la Russia non ha grandi alternative: ieri il gigante petrolifero Rosneft, pur accettando forti sconti sul prezzo del greggio, non è riuscito a piazzare 37 milioni di barili ("rifiutati" dall’Europa) neppure sugli affamati mercati asiatici.
Non è l’unico problema di Mosca. Anche se il Cremlino ha sospeso la comunicazione dei dati sulla produzione petrolifera, dai satelliti sopra la Siberia un dato appare chiaro: la produzione è già scesa di 1,3 milioni di barili (-10%) e sembra pronta a diminuire ulteriormente. Che siano i primi segni di cedimento?
🪙 Facce della stessa moneta
Se Mosca piange, il mondo non ride. Una riduzione dell’offerta globale di petrolio e derivati aggrava l’attuale carenza di materie prime, e da qui i danni collaterali delle sanzioni occidentali non solo sulle proprie economie, ma anche su quelle del resto del mondo.
Per ora a limitare i danni ci sono gli effetti dei duri lockdown cinesi, che hanno fatto crollare produzione industriale e mobilità. Ma viene da chiedersi per quanto ancora il rallentamento della seconda economia del mondo potrà evitare un Brent a 150 dollari al barile.
Insomma, si preannunciano tempi duri, e non solo per la Russia.
🔴 Oggi alle 18.00: non perdere la tavola rotonda “Macron 2.0: Francia ed Europa ancora "en marche"?”, con i commenti e le analisi del voto francese di domenica. Partecipa qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/macron-20-francia-ed-europa-ancora-en-marche
🛢Baby steps
Domani gli ambasciatori Ue si vedranno per discutere del sesto pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Sanzioni che potrebbero includere una graduale riduzione degli acquisti di petrolio, o l'imposizione di dazi sulle esportazioni di greggio oltre un certo tetto di prezzo. L’Unione sembra procedere, lentamente ma inesorabilmente.
Sul piano politico è un passo quasi inevitabile, data la difficoltà nel sanzionare il gas russo. Alcuni esperti sostengono che il petrolio avrebbe dovuto essere l’obiettivo principale sin da subito, visto che nel 2021 ha generato oltre i tre quarti (77%) delle entrate russe dall’energia, mentre il gas meno di un quinto.
Restano aperti due problemi: come mettere d’accordo i governi europei, e capire come reagiranno i mercati mondiali.
🃏Castello di carte?
In Europa c’è chi vorrebbe agire subito (Polonia e Paesi baltici) e chi frena. La Germania, ma anche l’Ungheria del neo-rieletto Orban, che negli anni è diventata uno dei Paesi più dipendenti da gas e petrolio russi. Nel frattempo, però, le compagnie Ue già si “auto-sanzionano” importando meno petrolio da Mosca.
Da parte sua, la Russia non ha grandi alternative: ieri il gigante petrolifero Rosneft, pur accettando forti sconti sul prezzo del greggio, non è riuscito a piazzare 37 milioni di barili ("rifiutati" dall’Europa) neppure sugli affamati mercati asiatici.
Non è l’unico problema di Mosca. Anche se il Cremlino ha sospeso la comunicazione dei dati sulla produzione petrolifera, dai satelliti sopra la Siberia un dato appare chiaro: la produzione è già scesa di 1,3 milioni di barili (-10%) e sembra pronta a diminuire ulteriormente. Che siano i primi segni di cedimento?
🪙 Facce della stessa moneta
Se Mosca piange, il mondo non ride. Una riduzione dell’offerta globale di petrolio e derivati aggrava l’attuale carenza di materie prime, e da qui i danni collaterali delle sanzioni occidentali non solo sulle proprie economie, ma anche su quelle del resto del mondo.
Per ora a limitare i danni ci sono gli effetti dei duri lockdown cinesi, che hanno fatto crollare produzione industriale e mobilità. Ma viene da chiedersi per quanto ancora il rallentamento della seconda economia del mondo potrà evitare un Brent a 150 dollari al barile.
Insomma, si preannunciano tempi duri, e non solo per la Russia.
🔴 Oggi alle 18.00: non perdere la tavola rotonda “Macron 2.0: Francia ed Europa ancora "en marche"?”, con i commenti e le analisi del voto francese di domenica. Partecipa qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/macron-20-francia-ed-europa-ancora-en-marche
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: GUERRA ENERGETICA
⛔️ Dalla Russia senza (a)more
La battaglia del gas è cominciata. Gazprom ha notificato a Bulgaria e Polonia di avere interrotto le sue forniture di gas tramite il gasdotto Yamal. La loro colpa? Non quella di essere morosi: i pagamenti sono stati infatti effettuati nei tempi previsti. Ma con valuta occidentale e non in rubli secondo le modalità previste dalla nuova procedura annunciata da Mosca a fine marzo (cioè creando un doppio conto presso Gazprombank).
Inoltre, se la Polonia o la Bulgaria decidessero di “barare”, prelevando dai gasdotti il gas russo in transito verso altri paesi europei il livello generale delle forniture russe verrà ridotto di un ammontare analogo a quanto sottratto. Insomma, pugno duro di Mosca che però era nell’aria da settimane. E infatti c’è chi si è preparato.
🇵🇱 Polonia is not impressed
Dopo l’annuncio dell’interruzione dei flussi, il prezzo del gas in Europa è salito fino al 34%, per poi assestarsi su un +10%. Una reazione moderata, giustificata dallo scarso peso del gas russo per la Polonia. Da mesi Varsavia aveva infatti ridotto di oltre un quarto le sue importazioni di gas da Mosca.
Inoltre, grazie a due nuovi gasdotti potrà presto contare sul gas che arriva da Lituania e Norvegia. Ed essendosi preparata per tempo si trova con livelli di stoccaggio di gas più che doppi rispetto alla media europea (76% vs 32%). Una situazione opposta a quella bulgara, che pure non ha rinnovato gli accordi con Gazprom in scadenza a fine anno. Ma dove gli stoccaggi sono pieni al 17% e il gas russo conta per i tre quarti del fabbisogno nazionale.
⛽️ Maggioranza bulgara?
La Commissione Europea ha specificato che le aziende europee con contratti con Gazprom che prevedono pagamenti in euro o in dollari (il 97% del totale) non dovrebbero accettare le richieste russe perché far ciò costituirebbe un’infrazione delle sanzioni in vigore. Bulgaria e Polonia sono tra i primi paesi per i quali i pagamenti per il gas erano in scadenza dopo la richiesta russa di pagare in rubli.
Ma presto lo stesso destino potrebbe toccare alle principali economie europee (per l’Italia si parla di metà maggio), dove gli effetti economici di un’interruzione delle forniture di gas sono più temuti. Proprio nel giorno in cui gli ambasciatori Ue sono impegnati nelle discussioni su un possibile embargo del petrolio russo, Mosca gioca d’anticipo.
L’Europa risponderà?
🟢 Al via venerdì 29 aprile il nostro Forum di alto livello sul climate change in collaborazione con l’OCSE: leader ed esperti da tutto il mondo si incontreranno a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
⛔️ Dalla Russia senza (a)more
La battaglia del gas è cominciata. Gazprom ha notificato a Bulgaria e Polonia di avere interrotto le sue forniture di gas tramite il gasdotto Yamal. La loro colpa? Non quella di essere morosi: i pagamenti sono stati infatti effettuati nei tempi previsti. Ma con valuta occidentale e non in rubli secondo le modalità previste dalla nuova procedura annunciata da Mosca a fine marzo (cioè creando un doppio conto presso Gazprombank).
Inoltre, se la Polonia o la Bulgaria decidessero di “barare”, prelevando dai gasdotti il gas russo in transito verso altri paesi europei il livello generale delle forniture russe verrà ridotto di un ammontare analogo a quanto sottratto. Insomma, pugno duro di Mosca che però era nell’aria da settimane. E infatti c’è chi si è preparato.
🇵🇱 Polonia is not impressed
Dopo l’annuncio dell’interruzione dei flussi, il prezzo del gas in Europa è salito fino al 34%, per poi assestarsi su un +10%. Una reazione moderata, giustificata dallo scarso peso del gas russo per la Polonia. Da mesi Varsavia aveva infatti ridotto di oltre un quarto le sue importazioni di gas da Mosca.
Inoltre, grazie a due nuovi gasdotti potrà presto contare sul gas che arriva da Lituania e Norvegia. Ed essendosi preparata per tempo si trova con livelli di stoccaggio di gas più che doppi rispetto alla media europea (76% vs 32%). Una situazione opposta a quella bulgara, che pure non ha rinnovato gli accordi con Gazprom in scadenza a fine anno. Ma dove gli stoccaggi sono pieni al 17% e il gas russo conta per i tre quarti del fabbisogno nazionale.
⛽️ Maggioranza bulgara?
La Commissione Europea ha specificato che le aziende europee con contratti con Gazprom che prevedono pagamenti in euro o in dollari (il 97% del totale) non dovrebbero accettare le richieste russe perché far ciò costituirebbe un’infrazione delle sanzioni in vigore. Bulgaria e Polonia sono tra i primi paesi per i quali i pagamenti per il gas erano in scadenza dopo la richiesta russa di pagare in rubli.
Ma presto lo stesso destino potrebbe toccare alle principali economie europee (per l’Italia si parla di metà maggio), dove gli effetti economici di un’interruzione delle forniture di gas sono più temuti. Proprio nel giorno in cui gli ambasciatori Ue sono impegnati nelle discussioni su un possibile embargo del petrolio russo, Mosca gioca d’anticipo.
L’Europa risponderà?
🟢 Al via venerdì 29 aprile il nostro Forum di alto livello sul climate change in collaborazione con l’OCSE: leader ed esperti da tutto il mondo si incontreranno a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: MIGRANTI TRA “SOGNO” E REALTÀ
🇪🇺 Non c’è due senza tre
Ieri la Commissione Ue ha presentato un nuovo pacchetto di misure per facilitare la migrazione legale. La proposta arriva durante la crisi migratoria più grande dai tempi della Seconda guerra mondiale: 5,4 milioni di persone hanno lasciato l’Ucraina nel giro di due mesi, oltre cinque volte il numero di chi ha raggiunto l’Europa nel corso della “crisi dei rifugiati” del 2015-2016.
Certo, una nuova proposta era nell’aria già da tempo. La prima, snobbata dai governi, era arrivata già nel 2015. Una seconda è giunta nel 2020, quando la Commissione ha presentato il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, incontrando nuovamente diffidenze e sospetti tra i governi nazionali. Adesso, sull’onda emotiva della crisi, l’Ue ci riprova.
🧳 Andate... e ritorni?
Dei 5,4 milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina, la maggioranza sono donne (50%) e minori (38%). Persone vulnerabili, traumatizzate e bisognose di aiuto. E geograficamente molto concentrate: proprio oggi la Polonia ha superato i 3 milioni di arrivi sul suo territorio.
Ma l’imprevedibile evoluzione (e la vicinanza) di questo conflitto rende il quadro mutevole. Secondo l’Agenzia Onu dei rifugiati, almeno 1,2 milioni dei neoarrivati sarebbero già rientrati in Ucraina. E, oltre alle persone ospitate dagli stati confinanti, quasi un milione si sarebbe già spostato verso altri Paesi Ue, approfittando della protezione temporanea attivata per la prima volta dai governi: tra questi 350.000 in Germania e oltre 100.000 in Italia.
🌊 Quando la marea si ritira
Mentre la Commissione ritiene che sia il momento giusto per “cogliere la palla al balzo”, per esempio semplificando le procedure per ottenere permessi di lavoro, non è detto che i governi la pensino allo stesso modo. Già oggi i paesi Ue sono reticenti a sborsare i soldi necessari all'accoglienza dei profughi ucraini. A Roma il governo ha stanziato 610 milioni di euro per rispondere alla crisi, ma i profughi presenti in Italia non hanno ancora ricevuto neppure una prima “rata”, e gli aiuti italiani dureranno un massimo di tre mesi.
Nel frattempo, gli sbarchi in Italia proseguono ai livelli più alti dal 2016, e proprio il conflitto ucraino rischia di complicare ulteriormente le prospettive economiche di chi vive in Paesi di origine e transito, in Africa e Medio Oriente.
L’ondata della solidarietà è stata travolgente. Rischia di esserlo anche la risacca?
🟢 Al via domani il nostro Forum on Climate Change organizzato in collaborazione con l’OCSE. Leader ed esperti da tutto il mondo si incontrano a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🇪🇺 Non c’è due senza tre
Ieri la Commissione Ue ha presentato un nuovo pacchetto di misure per facilitare la migrazione legale. La proposta arriva durante la crisi migratoria più grande dai tempi della Seconda guerra mondiale: 5,4 milioni di persone hanno lasciato l’Ucraina nel giro di due mesi, oltre cinque volte il numero di chi ha raggiunto l’Europa nel corso della “crisi dei rifugiati” del 2015-2016.
Certo, una nuova proposta era nell’aria già da tempo. La prima, snobbata dai governi, era arrivata già nel 2015. Una seconda è giunta nel 2020, quando la Commissione ha presentato il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, incontrando nuovamente diffidenze e sospetti tra i governi nazionali. Adesso, sull’onda emotiva della crisi, l’Ue ci riprova.
🧳 Andate... e ritorni?
Dei 5,4 milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina, la maggioranza sono donne (50%) e minori (38%). Persone vulnerabili, traumatizzate e bisognose di aiuto. E geograficamente molto concentrate: proprio oggi la Polonia ha superato i 3 milioni di arrivi sul suo territorio.
Ma l’imprevedibile evoluzione (e la vicinanza) di questo conflitto rende il quadro mutevole. Secondo l’Agenzia Onu dei rifugiati, almeno 1,2 milioni dei neoarrivati sarebbero già rientrati in Ucraina. E, oltre alle persone ospitate dagli stati confinanti, quasi un milione si sarebbe già spostato verso altri Paesi Ue, approfittando della protezione temporanea attivata per la prima volta dai governi: tra questi 350.000 in Germania e oltre 100.000 in Italia.
🌊 Quando la marea si ritira
Mentre la Commissione ritiene che sia il momento giusto per “cogliere la palla al balzo”, per esempio semplificando le procedure per ottenere permessi di lavoro, non è detto che i governi la pensino allo stesso modo. Già oggi i paesi Ue sono reticenti a sborsare i soldi necessari all'accoglienza dei profughi ucraini. A Roma il governo ha stanziato 610 milioni di euro per rispondere alla crisi, ma i profughi presenti in Italia non hanno ancora ricevuto neppure una prima “rata”, e gli aiuti italiani dureranno un massimo di tre mesi.
Nel frattempo, gli sbarchi in Italia proseguono ai livelli più alti dal 2016, e proprio il conflitto ucraino rischia di complicare ulteriormente le prospettive economiche di chi vive in Paesi di origine e transito, in Africa e Medio Oriente.
L’ondata della solidarietà è stata travolgente. Rischia di esserlo anche la risacca?
🟢 Al via domani il nostro Forum on Climate Change organizzato in collaborazione con l’OCSE. Leader ed esperti da tutto il mondo si incontrano a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🌏 CINA: I COSTI DELLA GUERRA (A OMICRON)
🦠 Legge dei piccoli numeri
Lockdown totali o parziali per 180 milioni di abitanti di 27 città cinesi. Tra queste Pechino, dove i casi di Omicron sono in crescita, e ammontano ora a 150: tanto basta secondo le autorità per chiudere interi quartieri della città e obbligare i suoi 21 milioni di residenti a sottoporsi a tamponi quasi giornalieri.
Il tutto nella speranza di evitare di ripetere gli errori fatti a Shanghai, dove il ritardo nei test di massa ha costretto le autorità locali a imporre un lockdown in vigore da ormai un mese. Con annesse misure draconiane che hanno causato episodi di protesta pubblica (merce rara in Cina) e danni economici sempre più ingenti. Non il biglietto da visita migliore per Xi Jinping per ottenere un terzo mandato questo autunno al 20° Congresso del PCC.
📈 (Very) Long Covid
Secondo le stime di Société Générale, sono ora sottoposte a misure restrittive le province cinesi responsabili dell’80% del prodotto interno lordo nazionale. Numerose imprese fanno i conti con una sospensione obbligata della produzione e continui ritardi logistici: il tempo di attesa per le navi al porto di Shanghai è aumentato del 162% nell’ultimo mese. Insomma, sembra di essere tornati a marzo 2020.
Inevitabile che gli indici economici non siano dei più rosei. La disoccupazione ha toccato il suo massimo e il renminbi il suo minimo degli ultimi 2 anni. Per la prima volta dal 2010, i rendimenti sul debito americano superano quelli sul debito cinese. Così i capitali fuggono da Pechino (18 miliardi di dollari in uscita solo ad aprile) e la crescita rallenta.
🙅♂️Strategia 0 ripensamenti
UBS ha ulteriormente tagliato le sue previsioni sul PIL cinese per il 2022, dal 5% al 4,2%. Ben al di sotto dell’obiettivo cinese del 5,5% (il più basso degli ultimi 30 anni) annunciato a marzo. Xi Jinping è così corso ai ripari annunciando un piano di maxi-stimolo alle infrastrutture.
Potrebbe esserci un’ulteriore opzione: riconoscere che la politica cinese di "zero Covid" non è così efficace quando si tratta di Omicron. Ma Xi ha fatto sua questa strategia, e abbandonarla significherebbe ammettere di aver sbagliato, screditando la retorica ufficiale secondo cui la Cina ha gestito la pandemia meglio dei paesi occidentali.
Un costo in termini di credibilità ancora più alto di quello economico.
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Dopo le presidenziali francesi, oggi parliamo delle sfide del secondo mandato di Macron. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-altri-cinque-anni-di-macron-34824
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto in Ucraina nell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Guerra e Pace”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-guerra-e-pace-34831
🦠 Legge dei piccoli numeri
Lockdown totali o parziali per 180 milioni di abitanti di 27 città cinesi. Tra queste Pechino, dove i casi di Omicron sono in crescita, e ammontano ora a 150: tanto basta secondo le autorità per chiudere interi quartieri della città e obbligare i suoi 21 milioni di residenti a sottoporsi a tamponi quasi giornalieri.
Il tutto nella speranza di evitare di ripetere gli errori fatti a Shanghai, dove il ritardo nei test di massa ha costretto le autorità locali a imporre un lockdown in vigore da ormai un mese. Con annesse misure draconiane che hanno causato episodi di protesta pubblica (merce rara in Cina) e danni economici sempre più ingenti. Non il biglietto da visita migliore per Xi Jinping per ottenere un terzo mandato questo autunno al 20° Congresso del PCC.
📈 (Very) Long Covid
Secondo le stime di Société Générale, sono ora sottoposte a misure restrittive le province cinesi responsabili dell’80% del prodotto interno lordo nazionale. Numerose imprese fanno i conti con una sospensione obbligata della produzione e continui ritardi logistici: il tempo di attesa per le navi al porto di Shanghai è aumentato del 162% nell’ultimo mese. Insomma, sembra di essere tornati a marzo 2020.
Inevitabile che gli indici economici non siano dei più rosei. La disoccupazione ha toccato il suo massimo e il renminbi il suo minimo degli ultimi 2 anni. Per la prima volta dal 2010, i rendimenti sul debito americano superano quelli sul debito cinese. Così i capitali fuggono da Pechino (18 miliardi di dollari in uscita solo ad aprile) e la crescita rallenta.
🙅♂️Strategia 0 ripensamenti
UBS ha ulteriormente tagliato le sue previsioni sul PIL cinese per il 2022, dal 5% al 4,2%. Ben al di sotto dell’obiettivo cinese del 5,5% (il più basso degli ultimi 30 anni) annunciato a marzo. Xi Jinping è così corso ai ripari annunciando un piano di maxi-stimolo alle infrastrutture.
Potrebbe esserci un’ulteriore opzione: riconoscere che la politica cinese di "zero Covid" non è così efficace quando si tratta di Omicron. Ma Xi ha fatto sua questa strategia, e abbandonarla significherebbe ammettere di aver sbagliato, screditando la retorica ufficiale secondo cui la Cina ha gestito la pandemia meglio dei paesi occidentali.
Un costo in termini di credibilità ancora più alto di quello economico.
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Dopo le presidenziali francesi, oggi parliamo delle sfide del secondo mandato di Macron. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-altri-cinque-anni-di-macron-34824
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto in Ucraina nell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Guerra e Pace”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-guerra-e-pace-34831
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: I LIMITI DELLA SOLIDARIETÀ
💰 Tappare i buchi
24 miliardi di euro. Sarebbe questo il valore degli aiuti che i Paesi occidentali hanno fornito all’Ucraina nei primi due mesi di guerra. La stima arriva dal Kiel Institute, che ha tracciato gli aiuti di UE, USA e altri governi G7. Aiuti destinati ad aumentare ancora: “finché proseguiranno gli attacchi e le atrocità, forniremo aiuti”, ha dichiarato sabato il presidente americano Biden.
Ma c’è un problema. Mentre gran parte di questa assistenza si concentra sul versante militare, crescono i rischi finanziari per l’Ucraina, un Paese effettivamente messo in ginocchio dal conflitto. Che si trova ora a dover colmare immediati e ingenti buchi di bilancio.
🪖 Economie di guerra
Oltre 10 di quei 24 miliardi di euro impegnati arrivano da Washington. E sabato Biden ha chiesto al Congresso americano di autorizzare un altro “pacchetto” da 33 miliardi, 20 dei quali dovrebbero essere divisi tra aiuti per difesa e sicurezza, e fornitura diretta di armamenti attinti dall’arsenale Usa.
Intanto l’offensiva russa nel Donbass prosegue, ma lentamente. Nel weekend gli ucraini hanno colpito un quartier generale russo nei pressi di Kharkiv, uccidendo un generale (il decimo dall’inizio delle operazioni) e, forse, ferendo Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore in visita.
“Gli ucraini possono vincere”, continuano a dire dalla Casa Bianca. Ma accanto a quella militare si fa sempre più pressante la questione della “resistenza” economica.
📉 Fino alla vittoria?
La Banca mondiale stima i soli danni alle infrastrutture ucraine in 60 miliardi di dollari. Come dire che per la ricostruzione bisognerebbe impegnare quasi la metà dell’intero PIL del Paese pre-invasione. PIL che però a sua volta si ridurrà di un 35%-50% quest’anno: peggio del primo anno di guerra in Siria.
Per non fallire, all’Ucraina servirebbero altri 15 miliardi di dollari di sostegno finanziario entro luglio, più del doppio dei 7 miliardi ricevuti nei primi due mesi. L’Ue ancora non si è mossa. La Casa Bianca, invece, pensa di metterne 8,5, ma entro fine anno.
Con l’ultimo pacchetto di aiuti chiesto da Biden, l’assistenza Usa raggiungerebbe un valore dello 0,25% del PIL americano. Più dei 42 miliardi dati in aiuti allo sviluppo dagli Usa a tutti i Paesi del mondo nel 2021. Sarà possibile fare di più?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Via da Mariupol”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-mariupol-34848
🔴 Iscriviti alla prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Ne parleremo giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
💰 Tappare i buchi
24 miliardi di euro. Sarebbe questo il valore degli aiuti che i Paesi occidentali hanno fornito all’Ucraina nei primi due mesi di guerra. La stima arriva dal Kiel Institute, che ha tracciato gli aiuti di UE, USA e altri governi G7. Aiuti destinati ad aumentare ancora: “finché proseguiranno gli attacchi e le atrocità, forniremo aiuti”, ha dichiarato sabato il presidente americano Biden.
Ma c’è un problema. Mentre gran parte di questa assistenza si concentra sul versante militare, crescono i rischi finanziari per l’Ucraina, un Paese effettivamente messo in ginocchio dal conflitto. Che si trova ora a dover colmare immediati e ingenti buchi di bilancio.
🪖 Economie di guerra
Oltre 10 di quei 24 miliardi di euro impegnati arrivano da Washington. E sabato Biden ha chiesto al Congresso americano di autorizzare un altro “pacchetto” da 33 miliardi, 20 dei quali dovrebbero essere divisi tra aiuti per difesa e sicurezza, e fornitura diretta di armamenti attinti dall’arsenale Usa.
Intanto l’offensiva russa nel Donbass prosegue, ma lentamente. Nel weekend gli ucraini hanno colpito un quartier generale russo nei pressi di Kharkiv, uccidendo un generale (il decimo dall’inizio delle operazioni) e, forse, ferendo Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore in visita.
“Gli ucraini possono vincere”, continuano a dire dalla Casa Bianca. Ma accanto a quella militare si fa sempre più pressante la questione della “resistenza” economica.
📉 Fino alla vittoria?
La Banca mondiale stima i soli danni alle infrastrutture ucraine in 60 miliardi di dollari. Come dire che per la ricostruzione bisognerebbe impegnare quasi la metà dell’intero PIL del Paese pre-invasione. PIL che però a sua volta si ridurrà di un 35%-50% quest’anno: peggio del primo anno di guerra in Siria.
Per non fallire, all’Ucraina servirebbero altri 15 miliardi di dollari di sostegno finanziario entro luglio, più del doppio dei 7 miliardi ricevuti nei primi due mesi. L’Ue ancora non si è mossa. La Casa Bianca, invece, pensa di metterne 8,5, ma entro fine anno.
Con l’ultimo pacchetto di aiuti chiesto da Biden, l’assistenza Usa raggiungerebbe un valore dello 0,25% del PIL americano. Più dei 42 miliardi dati in aiuti allo sviluppo dagli Usa a tutti i Paesi del mondo nel 2021. Sarà possibile fare di più?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Via da Mariupol”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-mariupol-34848
🔴 Iscriviti alla prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Ne parleremo giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: DILEMMA EMBARGO
⛽️ Si può fare?
Stasera la Commissione Ue dovrebbe presentare la sua proposta di embargo sul petrolio russo. Nonostante le pressioni di Polonia e Stati baltici, non dovrebbe essere un ban immediato ma graduale, con un periodo di transizione fino a fine anno. Abbastanza per dare il tempo a molti Paesi Ue, Germania inclusa, di completare il proprio percorso di diversificazione delle forniture.
Negli ultimi mesi Berlino (il principale acquirente europeo di petrolio russo) ha già ridotto di un terzo la propria dipendenza da Mosca (dal 35% al 12%). Ma per sostituire del tutto gli oleodotti russi con tankers pieni di petrolio di “altri”, è ora chiamata ad ampliare i suoi porti nel nord. Insomma, non tutte le infrastrutture europee sono già pronte per un embargo. E alcune potrebbero non esserlo mai.
🇸🇰🇭🇺 Figli e figliastri
Ungheria e Slovacchia potrebbero ottenere una deroga temporale più lunga o essere totalmente escluse dall’embargo. Dietro questo “trattamento speciale”, per Bratislava ci sono ragioni tecniche. Senza avere accesso al mare, e con impianti di raffinazione capaci di lavorare solamente greggi pesanti come quello russo, non ci sono infatti molte alternative a Mosca (da cui importa il 78% di petrolio, il massimo in UE). E convertirsi a petroli leggeri richiede almeno 4 anni.
Per Budapest le motivazioni sono invece anche (e soprattutto) politiche: Orban evita così di scontentare l’alleato Putin mentre la Commissione evita il più volte annunciato veto ungherese sul pacchetto di sanzioni. Tutti contenti, o quasi.
💸 Sotto uno stesso tetto?
Non tutti i paesi sono concordi nel ritenere un embargo sul petrolio russo la soluzione migliore per danneggiare la Russia. Se i prezzi del barile dovessero aumentare molto, pur vendendone meno Mosca potrebbe guadagnare di più (o non perderci molto). E se i costi per la Russia sono incerti, quelli per l’Europa potrebbero essere ingenti.
Ecco perché un fronte di paesi, tra cui l’Italia, preferirebbe imporre un tetto massimo ai prezzi delle importazioni di greggio russo. Un’opzione, appoggiata anche dagli USA (potenziali garanti di tale tetto), che per essere efficace dovrebbe però coinvolgere tutti i principali compratori di greggio russo. Con tanto di potenziale sanzioni contro i “trasgressori” non europei (come Cina o India).
Tradotto: sanzioni secondarie. Forse troppo per un’Europa che fatica a convincere anche solo sé stessa.
🔴 Non perdere la prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Mentre l’Europa discute dell’embargo, il premier indiano Narendra Modi si appresta a concludere un tour di incontri con i leader del Vecchio continente. Cosa c’entra la guerra in Ucraina? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-la-visita-di-modi-europa-34863
⛽️ Si può fare?
Stasera la Commissione Ue dovrebbe presentare la sua proposta di embargo sul petrolio russo. Nonostante le pressioni di Polonia e Stati baltici, non dovrebbe essere un ban immediato ma graduale, con un periodo di transizione fino a fine anno. Abbastanza per dare il tempo a molti Paesi Ue, Germania inclusa, di completare il proprio percorso di diversificazione delle forniture.
Negli ultimi mesi Berlino (il principale acquirente europeo di petrolio russo) ha già ridotto di un terzo la propria dipendenza da Mosca (dal 35% al 12%). Ma per sostituire del tutto gli oleodotti russi con tankers pieni di petrolio di “altri”, è ora chiamata ad ampliare i suoi porti nel nord. Insomma, non tutte le infrastrutture europee sono già pronte per un embargo. E alcune potrebbero non esserlo mai.
🇸🇰🇭🇺 Figli e figliastri
Ungheria e Slovacchia potrebbero ottenere una deroga temporale più lunga o essere totalmente escluse dall’embargo. Dietro questo “trattamento speciale”, per Bratislava ci sono ragioni tecniche. Senza avere accesso al mare, e con impianti di raffinazione capaci di lavorare solamente greggi pesanti come quello russo, non ci sono infatti molte alternative a Mosca (da cui importa il 78% di petrolio, il massimo in UE). E convertirsi a petroli leggeri richiede almeno 4 anni.
Per Budapest le motivazioni sono invece anche (e soprattutto) politiche: Orban evita così di scontentare l’alleato Putin mentre la Commissione evita il più volte annunciato veto ungherese sul pacchetto di sanzioni. Tutti contenti, o quasi.
💸 Sotto uno stesso tetto?
Non tutti i paesi sono concordi nel ritenere un embargo sul petrolio russo la soluzione migliore per danneggiare la Russia. Se i prezzi del barile dovessero aumentare molto, pur vendendone meno Mosca potrebbe guadagnare di più (o non perderci molto). E se i costi per la Russia sono incerti, quelli per l’Europa potrebbero essere ingenti.
Ecco perché un fronte di paesi, tra cui l’Italia, preferirebbe imporre un tetto massimo ai prezzi delle importazioni di greggio russo. Un’opzione, appoggiata anche dagli USA (potenziali garanti di tale tetto), che per essere efficace dovrebbe però coinvolgere tutti i principali compratori di greggio russo. Con tanto di potenziale sanzioni contro i “trasgressori” non europei (come Cina o India).
Tradotto: sanzioni secondarie. Forse troppo per un’Europa che fatica a convincere anche solo sé stessa.
🔴 Non perdere la prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Mentre l’Europa discute dell’embargo, il premier indiano Narendra Modi si appresta a concludere un tour di incontri con i leader del Vecchio continente. Cosa c’entra la guerra in Ucraina? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-la-visita-di-modi-europa-34863
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: EMBARGO PER POCHI
🇪🇺 Tutti per uno?
Dopo il carbone, il petrolio. Stamattina von der Leyen ha presentato al Parlamento Ue quello che, se approvato dai governi dei 27, diventerà il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Oltre all'esclusione dal circuito finanziario Swift di altre tre banche russe (tra cui Sberbank, la più grande del paese), è prevista una graduale riduzione delle importazioni di greggio russo.
L’obiettivo è l’embargo totale: del greggio entro sei mesi, dei prodotti lavorati (benzina, diesel, ecc.) entro nove. Con possibili esenzioni per Ungheria e Slovacchia, ma che anche Bulgaria e Repubblica Ceca vorrebbero.
Funzionerà?
🛢 Tra i due litiganti...
Negli ultimi due mesi, la domanda occidentale di petrolio russo è in netto calo: circa un quarto dei 4,7 milioni di barili al giorno importati dall’UE potrebbe essersi già volatilizzato (e ben due terzi in Germania). Ma la scomparsa di 1 milione di barili al giorno da un mercato già “assetato” di greggio significa anche prezzi al barile oltre i 100 dollari.
Così, pur di pagare meno, i grandi importatori del mondo guardano proprio a Mosca. In Cina le raffinerie indipendenti starebbero silenziosamente acquistando una parte dei barili invenduti, a forte sconto. E se a Pechino sembrano temere le sanzioni occidentali (e infatti evitano di pubblicizzare gli accordi con i russi) lo stesso non si può dire per un altro grande Paese asiatico: l’India.
🇮🇳 Eppur si muove?
Dai porti del Baltico e del Mar Nero fino all’Oceano Indiano, il viaggio è lungo. Uno dei motivi per cui New Delhi non è mai stata una grande acquirente di petrolio russo. Negli ultimi due mesi l’India ha però acquistato più del doppio del petrolio russo importato in tutto il 2021.
Nonostante tutto, Mosca fa ancora molta fatica a trovare acquirenti alternativi. Perché talvolta chiede pagamenti in rubli (come agli europei sul gas) o non vuole vendere a sconti eccessivi. Il problema per il Cremlino è chiaro: se tutto continuasse ad andare come oggi, i mancati ricavi russi sul petrolio arriverebbero a un valore vicino al 5% del PIL.
Troppo per un’economia russa che tra costi bellici e impatto delle precedenti sanzioni è già data in calo dell’8,5%. Quanto a lungo potrà resistere di questo passo?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Sanzioni a lento rilascio”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-lento-rilascio-34883
🔴 Domani alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Registrati qui per partecipare alla tavola rotonda: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
🇪🇺 Tutti per uno?
Dopo il carbone, il petrolio. Stamattina von der Leyen ha presentato al Parlamento Ue quello che, se approvato dai governi dei 27, diventerà il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Oltre all'esclusione dal circuito finanziario Swift di altre tre banche russe (tra cui Sberbank, la più grande del paese), è prevista una graduale riduzione delle importazioni di greggio russo.
L’obiettivo è l’embargo totale: del greggio entro sei mesi, dei prodotti lavorati (benzina, diesel, ecc.) entro nove. Con possibili esenzioni per Ungheria e Slovacchia, ma che anche Bulgaria e Repubblica Ceca vorrebbero.
Funzionerà?
🛢 Tra i due litiganti...
Negli ultimi due mesi, la domanda occidentale di petrolio russo è in netto calo: circa un quarto dei 4,7 milioni di barili al giorno importati dall’UE potrebbe essersi già volatilizzato (e ben due terzi in Germania). Ma la scomparsa di 1 milione di barili al giorno da un mercato già “assetato” di greggio significa anche prezzi al barile oltre i 100 dollari.
Così, pur di pagare meno, i grandi importatori del mondo guardano proprio a Mosca. In Cina le raffinerie indipendenti starebbero silenziosamente acquistando una parte dei barili invenduti, a forte sconto. E se a Pechino sembrano temere le sanzioni occidentali (e infatti evitano di pubblicizzare gli accordi con i russi) lo stesso non si può dire per un altro grande Paese asiatico: l’India.
🇮🇳 Eppur si muove?
Dai porti del Baltico e del Mar Nero fino all’Oceano Indiano, il viaggio è lungo. Uno dei motivi per cui New Delhi non è mai stata una grande acquirente di petrolio russo. Negli ultimi due mesi l’India ha però acquistato più del doppio del petrolio russo importato in tutto il 2021.
Nonostante tutto, Mosca fa ancora molta fatica a trovare acquirenti alternativi. Perché talvolta chiede pagamenti in rubli (come agli europei sul gas) o non vuole vendere a sconti eccessivi. Il problema per il Cremlino è chiaro: se tutto continuasse ad andare come oggi, i mancati ricavi russi sul petrolio arriverebbero a un valore vicino al 5% del PIL.
Troppo per un’economia russa che tra costi bellici e impatto delle precedenti sanzioni è già data in calo dell’8,5%. Quanto a lungo potrà resistere di questo passo?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Sanzioni a lento rilascio”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-lento-rilascio-34883
🔴 Domani alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Registrati qui per partecipare alla tavola rotonda: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
🌎 FED: GUERRA ALL’INFLAZIONE
📈 Gioco al rialzo
Ieri la Federal Reserve americana ha deciso di alzare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale. Un aumento di tale entità da parte della banca centrale americana non si vedeva dal 2000. Così come era dal 2006 che i tassi non venivano aumentati per due volte consecutive (a marzo era già stato deciso un +0,25%).
Misure straordinarie per tempi straordinari: l’inflazione è volata a marzo all'8,5%, picco degli ultimi 40 anni. E rischia di non fermarsi causa guerra in Ucraina e lockdown cinesi. Come dichiarato dallo stesso presidente della Fed, Jerome Powell è quindi “essenziale abbassarla, agendo in fretta”. Ecco perché ulteriori rialzi di mezzo punto saranno sul tavolo dei due prossimi direttivi a metà giugno e a fine luglio. Ma non è tutto.
💸 Quantitative tightening
La Fed ha anche annunciato l'avvio della riduzione del suo bilancio a partire dal primo giugno. Con i programmi di acquisto titoli che sono stati necessari per resistere alla pandemia, i conti della banca sono passati da 4.000 a 9.000 miliardi di dollari. Una liquidità equivalente a quasi metà del PIL americano, considerata eccessiva nell’attuale contesto economico.
Via libera quindi a tagli, molto più rilevanti e immediati rispetto a quelli post crisi finanziaria del 2008: 47,5 miliardi di dollari al mese, per i prossimi tre mesi, e di 95 miliardi da settembre. Insomma, la Fed è decisa a portare avanti una politica monetaria restrittiva con tutti gli strumenti che ha a disposizione. E neanche l’andamento negativo di Wall Street (-12% per lo S&P 500 da inizio anno) sembra poterle far cambiare idea.
⏳ Tempismo perfetto?
Alzando i tassi per contenere i prezzi, la Fed sta scommettendo che la crescita americana sia abbastanza solida da sopportare condizioni monetarie più sfavorevoli senza cadere in recessione. Una scommessa dall’esito non scontato: il PIL americano nel primo trimestre si è ridotto dell’1,4%.
Da una parte quindi il rischio di azzerare il già indebolito rimbalzo post-pandemia, dall'altra quello di trovarsi a breve con un’inflazione troppo alta per essere domata. Per poi essere magari costretti ad alzare i tassi in una fase economica persino più difficile, causa guerra e sanzioni. La BCE sembra preferire l’attesa, malgrado un'inflazione nell’Eurozona non tanto più bassa (7,5% ad aprile). Per questo resta vaga sulla possibilità di un aumento dei suoi tassi a luglio.
Chi avrà ragione?
🔴 Oggi alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Collegati a questo link per seguire la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina “Sanzioni? C’è chi dice no”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-ce-chi-dice-no-34898
📈 Gioco al rialzo
Ieri la Federal Reserve americana ha deciso di alzare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale. Un aumento di tale entità da parte della banca centrale americana non si vedeva dal 2000. Così come era dal 2006 che i tassi non venivano aumentati per due volte consecutive (a marzo era già stato deciso un +0,25%).
Misure straordinarie per tempi straordinari: l’inflazione è volata a marzo all'8,5%, picco degli ultimi 40 anni. E rischia di non fermarsi causa guerra in Ucraina e lockdown cinesi. Come dichiarato dallo stesso presidente della Fed, Jerome Powell è quindi “essenziale abbassarla, agendo in fretta”. Ecco perché ulteriori rialzi di mezzo punto saranno sul tavolo dei due prossimi direttivi a metà giugno e a fine luglio. Ma non è tutto.
💸 Quantitative tightening
La Fed ha anche annunciato l'avvio della riduzione del suo bilancio a partire dal primo giugno. Con i programmi di acquisto titoli che sono stati necessari per resistere alla pandemia, i conti della banca sono passati da 4.000 a 9.000 miliardi di dollari. Una liquidità equivalente a quasi metà del PIL americano, considerata eccessiva nell’attuale contesto economico.
Via libera quindi a tagli, molto più rilevanti e immediati rispetto a quelli post crisi finanziaria del 2008: 47,5 miliardi di dollari al mese, per i prossimi tre mesi, e di 95 miliardi da settembre. Insomma, la Fed è decisa a portare avanti una politica monetaria restrittiva con tutti gli strumenti che ha a disposizione. E neanche l’andamento negativo di Wall Street (-12% per lo S&P 500 da inizio anno) sembra poterle far cambiare idea.
⏳ Tempismo perfetto?
Alzando i tassi per contenere i prezzi, la Fed sta scommettendo che la crescita americana sia abbastanza solida da sopportare condizioni monetarie più sfavorevoli senza cadere in recessione. Una scommessa dall’esito non scontato: il PIL americano nel primo trimestre si è ridotto dell’1,4%.
Da una parte quindi il rischio di azzerare il già indebolito rimbalzo post-pandemia, dall'altra quello di trovarsi a breve con un’inflazione troppo alta per essere domata. Per poi essere magari costretti ad alzare i tassi in una fase economica persino più difficile, causa guerra e sanzioni. La BCE sembra preferire l’attesa, malgrado un'inflazione nell’Eurozona non tanto più bassa (7,5% ad aprile). Per questo resta vaga sulla possibilità di un aumento dei suoi tassi a luglio.
Chi avrà ragione?
🔴 Oggi alle 18.00 parleremo di “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Collegati a questo link per seguire la diretta: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero dell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina “Sanzioni? C’è chi dice no”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-sanzioni-ce-chi-dice-no-34898
🌏 CINA: ZERO COVID, ZERO PETROLIO?
🦠 La battaglia infinita
“Abbiamo vinto a Wuhan, vinceremo anche a Shanghai”. Questo il messaggio del presidente cinese Xi Jinping, che ha così ribadito il suo impegno nella strategia “zero Covid”. C’è una logica alla base di questa scelta: la fragilità del sistema sanitario cinese e il ridotto numero di infezioni pre-Omicron potrebbero generare la tempesta perfetta, con ospedali pieni e un’economia che rallenta.
Ma l’ostinata strategia cinese non sembra conciliarsi bene con la crescita economica: Fitch è solo l’ultima in ordine di tempo a tagliare le previsioni sulla crescita del PIL cinese nel 2022, da 4,8% a 4,3%. Ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5%.
E, si sa, dove non c’è crescita non c’è nemmeno domanda.
🏭 Effetto farfalla
Le chiusure in Cina colpiscono molto l'economia locale: gli indici segnalano che a marzo e aprile la produzione industriale si è ridotta, cosa certo non tipica per un’economia in forte crescita come quella cinese. Ma da lì al mondo il passo è breve. Il blocco della produzione nelle principali città, così come la chiusura del porto di Shanghai, il più grande al mondo, rischiano di fare inceppare ancora una volta la catena di produzione globale.
Le conseguenze sono già visibili su diversi mercati, come quello del greggio. La domanda di petrolio cinese si è infatti contratta, e molto, rispetto al 2021. Contrazione che non era accaduta neppure nel 2020, in piena pandemia, e che comporta una perdita di 1,2 milioni di barili al giorno: quasi il 10% della domanda cinese e l’1% di quella mondiale.
📉 Nuova normalità?
Non stupisce dunque se la risposta dei mercati all’embargo sul petrolio russo proposto mercoledì dalla Commissione europea non sia stata particolarmente clamorosa. Se dopo l’invasione russa dell’Ucraina il prezzo del petrolio aveva toccato il suo massimo dalla crisi finanziaria globale del 2008 (139 dollari al barile), oggi i mercati sembrano meno inquieti.
Complici forse l’approccio graduale dell’Ue sull’embargo e il rilascio di 1,3 milioni di barili al giorno dalle riserve strategiche occidentali per sei mesi, certo. Ma anche della forte contrazione della domanda cinese e, probabilmente, di quei segnali di rallentamento delle economie globali che si iniziano a vedere (nel primo trimestre l’Italia ha fatto registrare una contrazione del PIL dello 0,2%).
Insomma, per ora i governi occidentali sembrano aver scongiurato un ulteriore aumento dei prezzi energetici. Durerà?
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del possibile allargamento dell’Alleanza Atlantica ad altri paesi: NATO is back? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-nato-back-34925
🦠 La battaglia infinita
“Abbiamo vinto a Wuhan, vinceremo anche a Shanghai”. Questo il messaggio del presidente cinese Xi Jinping, che ha così ribadito il suo impegno nella strategia “zero Covid”. C’è una logica alla base di questa scelta: la fragilità del sistema sanitario cinese e il ridotto numero di infezioni pre-Omicron potrebbero generare la tempesta perfetta, con ospedali pieni e un’economia che rallenta.
Ma l’ostinata strategia cinese non sembra conciliarsi bene con la crescita economica: Fitch è solo l’ultima in ordine di tempo a tagliare le previsioni sulla crescita del PIL cinese nel 2022, da 4,8% a 4,3%. Ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5%.
E, si sa, dove non c’è crescita non c’è nemmeno domanda.
🏭 Effetto farfalla
Le chiusure in Cina colpiscono molto l'economia locale: gli indici segnalano che a marzo e aprile la produzione industriale si è ridotta, cosa certo non tipica per un’economia in forte crescita come quella cinese. Ma da lì al mondo il passo è breve. Il blocco della produzione nelle principali città, così come la chiusura del porto di Shanghai, il più grande al mondo, rischiano di fare inceppare ancora una volta la catena di produzione globale.
Le conseguenze sono già visibili su diversi mercati, come quello del greggio. La domanda di petrolio cinese si è infatti contratta, e molto, rispetto al 2021. Contrazione che non era accaduta neppure nel 2020, in piena pandemia, e che comporta una perdita di 1,2 milioni di barili al giorno: quasi il 10% della domanda cinese e l’1% di quella mondiale.
📉 Nuova normalità?
Non stupisce dunque se la risposta dei mercati all’embargo sul petrolio russo proposto mercoledì dalla Commissione europea non sia stata particolarmente clamorosa. Se dopo l’invasione russa dell’Ucraina il prezzo del petrolio aveva toccato il suo massimo dalla crisi finanziaria globale del 2008 (139 dollari al barile), oggi i mercati sembrano meno inquieti.
Complici forse l’approccio graduale dell’Ue sull’embargo e il rilascio di 1,3 milioni di barili al giorno dalle riserve strategiche occidentali per sei mesi, certo. Ma anche della forte contrazione della domanda cinese e, probabilmente, di quei segnali di rallentamento delle economie globali che si iniziano a vedere (nel primo trimestre l’Italia ha fatto registrare una contrazione del PIL dello 0,2%).
Insomma, per ora i governi occidentali sembrano aver scongiurato un ulteriore aumento dei prezzi energetici. Durerà?
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi parliamo del possibile allargamento dell’Alleanza Atlantica ad altri paesi: NATO is back? Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-nato-back-34925