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🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: FRENATA GLOBALE
📉 Passi indietro
Crescita ridotta e rischi di recessione. E poi più insicurezza alimentare, debito, inflazione. Gli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina sono globali: secondo le stime pubblicate oggi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), la crescita nel 2022 rallenterà in 143 Paesi del mondo.
Rispetto alle previsioni di gennaio la crescita di tutti i Paesi avanzati frena (–0,6 punti percentuali), ma quella dell’Eurozona tre volte più degli USA (–1,1 contro –0,3). Certo, niente a che vedere con gli effetti dell’invasione per Kiev (–40 punti) o delle sanzioni per Mosca (–11). Ma anche il resto dei Paesi non se la passa bene, dalle piccole e indebitate economie dei paesi in via di sviluppo fino a giganti come India e Cina.
🇨🇳 The China connection
E così un quadro già messo a rischio dall’inflazione post-pandemia si complica per guerra e sanzioni. Sanzioni che potrebbero non aver ancora raggiunto il punto massimo: gli USA puntano all’industria bellica del Cremlino, mentre l’Europa sembra (faticosamente) avvicinarsi a colpire le importazioni di petrolio russo.
Per questo il Cremlino va a caccia di “amici” di peso, e guarda con interesse a Pechino. Il problema è che proprio la guerra, assieme ai durissimi lockdown anti-Covid, frena la crescita cinese. Secondo l’FMI quest’anno la Cina crescerà del 4,4%, ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5% del Partito. E questo, a sua volta, rende meno probabile che Xi abbia voglia di spendersi (in tutti i sensi), persino per un’alleanza che proprio Xi a febbraio aveva definito “senza limiti”.
🥖 Le vite degli altri
Come spesso avviene a pagare il conto più salato sono i più deboli. La crisi sta infatti avendo un forte impatto sui prezzi dei beni di prima necessità, complicando l’approvvigionamento per quei paesi già esposti a possibili carestie (come Etiopia e Somalia). Prova ne sia che il primo default post-crisi non è stato quello russo, ma quello dello Sri Lanka, costretto a sospendere i pagamenti del debito pur di pagare cibo e medicine.
Eppure, secondo il FMI il commercio mondiale non arretra, le catene di produzione non vengono rimpatriate, e lo yuan stenta a prendere quota come valuta alternativa a euro e dollaro. Insomma, la globalizzazione, e probabilmente anche l’ordine occidentale, per ora non sembrano essere a rischio.
Ma le economie più fragili sì.
🔴 Degli sviluppi e delle conseguenze della guerra in Ucraina parleremo domani alle 18.30 nella tavola rotonda “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
📉 Passi indietro
Crescita ridotta e rischi di recessione. E poi più insicurezza alimentare, debito, inflazione. Gli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina sono globali: secondo le stime pubblicate oggi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), la crescita nel 2022 rallenterà in 143 Paesi del mondo.
Rispetto alle previsioni di gennaio la crescita di tutti i Paesi avanzati frena (–0,6 punti percentuali), ma quella dell’Eurozona tre volte più degli USA (–1,1 contro –0,3). Certo, niente a che vedere con gli effetti dell’invasione per Kiev (–40 punti) o delle sanzioni per Mosca (–11). Ma anche il resto dei Paesi non se la passa bene, dalle piccole e indebitate economie dei paesi in via di sviluppo fino a giganti come India e Cina.
🇨🇳 The China connection
E così un quadro già messo a rischio dall’inflazione post-pandemia si complica per guerra e sanzioni. Sanzioni che potrebbero non aver ancora raggiunto il punto massimo: gli USA puntano all’industria bellica del Cremlino, mentre l’Europa sembra (faticosamente) avvicinarsi a colpire le importazioni di petrolio russo.
Per questo il Cremlino va a caccia di “amici” di peso, e guarda con interesse a Pechino. Il problema è che proprio la guerra, assieme ai durissimi lockdown anti-Covid, frena la crescita cinese. Secondo l’FMI quest’anno la Cina crescerà del 4,4%, ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5% del Partito. E questo, a sua volta, rende meno probabile che Xi abbia voglia di spendersi (in tutti i sensi), persino per un’alleanza che proprio Xi a febbraio aveva definito “senza limiti”.
🥖 Le vite degli altri
Come spesso avviene a pagare il conto più salato sono i più deboli. La crisi sta infatti avendo un forte impatto sui prezzi dei beni di prima necessità, complicando l’approvvigionamento per quei paesi già esposti a possibili carestie (come Etiopia e Somalia). Prova ne sia che il primo default post-crisi non è stato quello russo, ma quello dello Sri Lanka, costretto a sospendere i pagamenti del debito pur di pagare cibo e medicine.
Eppure, secondo il FMI il commercio mondiale non arretra, le catene di produzione non vengono rimpatriate, e lo yuan stenta a prendere quota come valuta alternativa a euro e dollaro. Insomma, la globalizzazione, e probabilmente anche l’ordine occidentale, per ora non sembrano essere a rischio.
Ma le economie più fragili sì.
🔴 Degli sviluppi e delle conseguenze della guerra in Ucraina parleremo domani alle 18.30 nella tavola rotonda “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: IL PESO DELLE ARMI
🇺🇸 Armi USA e getta
Più artiglieria all’Ucraina. Questo è quanto paesi NATO e alleati hanno concordato nel vertice online di ieri. Le preoccupazioni che la fornitura di armi pesanti possa comportare una escalation della guerra sembrano venire meno di fronte alle necessità di Kiev. E così alle forniture di missili Stinger si stanno sostituendo quelle di sistemi antiaerei, droni e persino carri armati e caccia.
In maggioranza provenienti da Washington. Le armi del pacchetto USA da 800 milioni di dollari sono già arrivate in Ucraina a una settimana dal suo annuncio, e in rampa di lancio potrebbero esserci altri 800 milioni. Intanto Biden cerca di convincere alleati (e non) a girare a Kiev munizioni e tank di epoca sovietica, in cambio di soldi o armamenti più moderni.
🪖 Punto c(i)eco?
Annunci numerosi anche da questa parte dell’Atlantico. Alla Camera dei Comuni, Boris Johnson ha detto che, siccome quello tra Russia e Ucraina è diventato un conflitto tra artiglierie, “questo è ciò che daremo loro”. Tradotto: invio di mezzi corazzati e missili di precisione. Tanto che, secondo il Times, forze speciali britanniche si sarebbero già recate a Kiev per addestrare l’esercito ucraino al loro utilizzo.
Veicoli blindati arriveranno anche dall’Olanda e dai paesi dell’est Europa, i più vicini a Kiev (in tutti i sensi). La Repubblica Ceca ha persino offerto di riparare i carri armati ucraini danneggiati. Mentre la Polonia si è detta pronta ad accogliere nei suoi ospedali fino a 10mila soldati ucraini feriti. Ma su questo attivismo non tutta l’Europa è concorde.
🧨 Ansia da prestazione
La paura di un allargamento della guerra oltre l’Ucraina serpeggia soprattutto tra i grandi paesi europei, che non a caso cercano di non pubblicizzare ciò che stanno fornendo a Kiev. C’è chi, come la Francia, dice di aver fornito 100 milioni di euro in attrezzature militari senza aggiungere dettagli. O chi, come l’Italia, rimane in silenzio su possibili nuove forniture.
Ancora diverso è il caso tedesco. In contrasto con la posizione dei suoi partner di governo, Scholz si è finora opposto all’esportazione di veicoli corazzati, sostenendo che per l’Ucraina è meglio ricevere mezzi ex-sovietici che già sa come utilizzare. Certo ha promesso a Kiev finanziamenti per l’acquisto di armi, ma di fatto delega all’est Europa la responsabilità del supporto pesante.
Sarà sufficiente?
🔴 Live questa sera alle 18.30 la nostra tavola rotonda di approfondimento “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Seguila qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
🇺🇸 Armi USA e getta
Più artiglieria all’Ucraina. Questo è quanto paesi NATO e alleati hanno concordato nel vertice online di ieri. Le preoccupazioni che la fornitura di armi pesanti possa comportare una escalation della guerra sembrano venire meno di fronte alle necessità di Kiev. E così alle forniture di missili Stinger si stanno sostituendo quelle di sistemi antiaerei, droni e persino carri armati e caccia.
In maggioranza provenienti da Washington. Le armi del pacchetto USA da 800 milioni di dollari sono già arrivate in Ucraina a una settimana dal suo annuncio, e in rampa di lancio potrebbero esserci altri 800 milioni. Intanto Biden cerca di convincere alleati (e non) a girare a Kiev munizioni e tank di epoca sovietica, in cambio di soldi o armamenti più moderni.
🪖 Punto c(i)eco?
Annunci numerosi anche da questa parte dell’Atlantico. Alla Camera dei Comuni, Boris Johnson ha detto che, siccome quello tra Russia e Ucraina è diventato un conflitto tra artiglierie, “questo è ciò che daremo loro”. Tradotto: invio di mezzi corazzati e missili di precisione. Tanto che, secondo il Times, forze speciali britanniche si sarebbero già recate a Kiev per addestrare l’esercito ucraino al loro utilizzo.
Veicoli blindati arriveranno anche dall’Olanda e dai paesi dell’est Europa, i più vicini a Kiev (in tutti i sensi). La Repubblica Ceca ha persino offerto di riparare i carri armati ucraini danneggiati. Mentre la Polonia si è detta pronta ad accogliere nei suoi ospedali fino a 10mila soldati ucraini feriti. Ma su questo attivismo non tutta l’Europa è concorde.
🧨 Ansia da prestazione
La paura di un allargamento della guerra oltre l’Ucraina serpeggia soprattutto tra i grandi paesi europei, che non a caso cercano di non pubblicizzare ciò che stanno fornendo a Kiev. C’è chi, come la Francia, dice di aver fornito 100 milioni di euro in attrezzature militari senza aggiungere dettagli. O chi, come l’Italia, rimane in silenzio su possibili nuove forniture.
Ancora diverso è il caso tedesco. In contrasto con la posizione dei suoi partner di governo, Scholz si è finora opposto all’esportazione di veicoli corazzati, sostenendo che per l’Ucraina è meglio ricevere mezzi ex-sovietici che già sa come utilizzare. Certo ha promesso a Kiev finanziamenti per l’acquisto di armi, ma di fatto delega all’est Europa la responsabilità del supporto pesante.
Sarà sufficiente?
🔴 Live questa sera alle 18.30 la nostra tavola rotonda di approfondimento “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Seguila qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: LA GUERRA SBARCA AL G20
😤 Persona non grata
Sedie vuote e schermi spenti: è ciò che è successo al meeting del G20 finanziario di ieri quando ha cominciato a parlare Anton Siluanov, il ministro delle finanze russo. La sua presenza (virtuale) al forum, che raggruppa i governi delle maggiori economie mondiali, non era gradita a molti esponenti occidentali, che hanno deciso di abbandonare l’incontro. Fra questi il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, la presidente della Bce Christine Lagarde, e ovviamente la delegazione ucraina ospite.
Non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno: già un mese fa Biden aveva chiesto (senza successo) che la Russia fosse espulsa dal G20.
💰"No business-as-usual"?
Così la guerra in Ucraina fa scricchiolare l’intera architettura finanziaria multilaterale. La protesta di ieri si inserisce infatti in un quadro di tensioni crescenti fra le maggiori economie globali. Da una parte i leader occidentali, che vorrebbero punire il Cremlino isolando l’economia russa. Dall’altra alcuni membri del G20, come India e Cina, che cercano difficili equilibrismi o scorgono l’opportunità di approfittare delle sanzioni occidentali per approfondire i loro rapporti commerciali con la Russia.
Basti pensare a Didi, la “Uber cinese”, che dopo aver annunciato il ritiro dalla Russia ha dovuto fare dietrofront a seguito di proteste in Cina. O alle mosse indiane per comprare (a forte sconto) il petrolio russo. E così la guerra in Ucraina spacca esattamente a metà il G20, tra chi sanziona (10 membri, equivalenti però al 57% del Pil mondiale), e chi no (il 29%).
🎻 La musica è cambiata
Dall'Indonesia, la nazione che quest’anno ospita il summit, i diplomatici si trincerano dietro a un "obbligo della presidenza del G20 di invitare tutti i membri". È certamente vero, ma ciò non significa che la Russia non possa essere esclusa dal vertice.
È già avvenuto in passato: nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, con l’espulsione di Mosca il G8 tornò a essere G7. Nello stesso anno, poi, constatata la condanna internazionale quasi unanime, Putin lasciò il vertice G20 australiano in anticipo.
Ma per mettere Mosca alla porta servirebbe l’assenso di tutti: qualcosa di già categoricamente escluso da diversi membri, prima tra tutti la Cina. Viene da chiedersi per quanto ancora un G20 bloccato da veti incrociati potrà rimanere il principale summit di cooperazione economica mondiale.
👉 Rivedi tutti gli incontri del nostro ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina con le voci più importanti della politica internazionale. Guardali qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
😤 Persona non grata
Sedie vuote e schermi spenti: è ciò che è successo al meeting del G20 finanziario di ieri quando ha cominciato a parlare Anton Siluanov, il ministro delle finanze russo. La sua presenza (virtuale) al forum, che raggruppa i governi delle maggiori economie mondiali, non era gradita a molti esponenti occidentali, che hanno deciso di abbandonare l’incontro. Fra questi il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, la presidente della Bce Christine Lagarde, e ovviamente la delegazione ucraina ospite.
Non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno: già un mese fa Biden aveva chiesto (senza successo) che la Russia fosse espulsa dal G20.
💰"No business-as-usual"?
Così la guerra in Ucraina fa scricchiolare l’intera architettura finanziaria multilaterale. La protesta di ieri si inserisce infatti in un quadro di tensioni crescenti fra le maggiori economie globali. Da una parte i leader occidentali, che vorrebbero punire il Cremlino isolando l’economia russa. Dall’altra alcuni membri del G20, come India e Cina, che cercano difficili equilibrismi o scorgono l’opportunità di approfittare delle sanzioni occidentali per approfondire i loro rapporti commerciali con la Russia.
Basti pensare a Didi, la “Uber cinese”, che dopo aver annunciato il ritiro dalla Russia ha dovuto fare dietrofront a seguito di proteste in Cina. O alle mosse indiane per comprare (a forte sconto) il petrolio russo. E così la guerra in Ucraina spacca esattamente a metà il G20, tra chi sanziona (10 membri, equivalenti però al 57% del Pil mondiale), e chi no (il 29%).
🎻 La musica è cambiata
Dall'Indonesia, la nazione che quest’anno ospita il summit, i diplomatici si trincerano dietro a un "obbligo della presidenza del G20 di invitare tutti i membri". È certamente vero, ma ciò non significa che la Russia non possa essere esclusa dal vertice.
È già avvenuto in passato: nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, con l’espulsione di Mosca il G8 tornò a essere G7. Nello stesso anno, poi, constatata la condanna internazionale quasi unanime, Putin lasciò il vertice G20 australiano in anticipo.
Ma per mettere Mosca alla porta servirebbe l’assenso di tutti: qualcosa di già categoricamente escluso da diversi membri, prima tra tutti la Cina. Viene da chiedersi per quanto ancora un G20 bloccato da veti incrociati potrà rimanere il principale summit di cooperazione economica mondiale.
👉 Rivedi tutti gli incontri del nostro ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina con le voci più importanti della politica internazionale. Guardali qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: ELISEO, LA POSTA IN GIOCO
🇫🇷 Il Sottosopra
10 punti percentuali. Questo è il divario che separa Macron e Le Pen secondo gli ultimi sondaggi. Sondaggi a cui non solo Parigi ma anche Kiev e Bruxelles guardano con il fiato sospeso. Se dovesse diventare presidente Le Pen, la posizione francese e di conseguenza europea nei confronti della crisi in Ucraina potrebbe infatti cambiare. E non di poco.
La leader del Rassemblement National si è dichiarata contraria ai trasferimenti di armi francesi all’Ucraina, che oggi ammontano a 100 milioni di euro. Ha chiuso alla possibilità di un embargo su petrolio e gas russi, di cui Macron è invece tra i principali sostenitori. E considera legittima l’annessione russa della Crimea. Insomma, non avrebbe il voto di Zelensky.
🪖 Proposta indecente
Nel suo programma di politica estera, Le Pen ha proposto il ritiro della Francia dal comando integrato NATO. Ovvero, come tra il 1966 e il 2009, Parigi ritirerebbe i circa 800 soldati oggi distaccati in strutture dell’Alleanza, pur continuando a tener fede alla promessa di difendere gli alleati da un attacco. Un ritorno al passato che non gioverebbe alla compattezza della NATO.
Specialmente se dovesse concretizzarsi un’altra delle proposte della candidata all’Eliseo: la fine della cooperazione militare franco-tedesca, compresi i futuri programmi di sviluppo di caccia e tank. Una Parigi quindi più lontana da Berlino, ma più vicina a Mosca. Non appena la guerra in Ucraina sarà finita, secondo Le Pen, la NATO dovrebbe infatti attuare un riavvicinamento strategico alla Russia per evitare che Mosca stringa ulteriormente i rapporti con Pechino.
🇪🇺🔨 UE interior designer
Rispetto alla campagna del 2017, l’uscita dall’Europa o dall’euro non rientrano più nei piani di Le Pen, che ha indicato come obiettivo la trasformazione dell’Europa “dal suo interno”. Ma più che una trasformazione sembra uno strappo netto di alcuni dei principi cardine dell’integrazione europea.
Il ripristino dei controlli alle frontiere da lei proposto va contro le regole di Schengen. Mentre la volontà di sancire la supremazia della legge francese e dei diritti dei suoi connazionali rispetto alla legge europea e ai diritti degli altri cittadini dell’Unione sarebbe incompatibile con i Trattati europei.
10 punti percentuali fanno quindi la differenza sul tipo di sostegno all’Ucraina, di NATO e Europa che avremo questa domenica. Ammesso che Le Pen trovi una qualche maggioranza all’Assemblea nazionale, per la quale si vota a giugno. È la Democrazia, bellezza!
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Al centro dell’episodio di oggi le tensioni e gli scontri tra israeliani e palestinesi che in queste settimane hanno infiammato Gerusalemme. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-gerusalemme-fiamme-34735
🇫🇷 Il Sottosopra
10 punti percentuali. Questo è il divario che separa Macron e Le Pen secondo gli ultimi sondaggi. Sondaggi a cui non solo Parigi ma anche Kiev e Bruxelles guardano con il fiato sospeso. Se dovesse diventare presidente Le Pen, la posizione francese e di conseguenza europea nei confronti della crisi in Ucraina potrebbe infatti cambiare. E non di poco.
La leader del Rassemblement National si è dichiarata contraria ai trasferimenti di armi francesi all’Ucraina, che oggi ammontano a 100 milioni di euro. Ha chiuso alla possibilità di un embargo su petrolio e gas russi, di cui Macron è invece tra i principali sostenitori. E considera legittima l’annessione russa della Crimea. Insomma, non avrebbe il voto di Zelensky.
🪖 Proposta indecente
Nel suo programma di politica estera, Le Pen ha proposto il ritiro della Francia dal comando integrato NATO. Ovvero, come tra il 1966 e il 2009, Parigi ritirerebbe i circa 800 soldati oggi distaccati in strutture dell’Alleanza, pur continuando a tener fede alla promessa di difendere gli alleati da un attacco. Un ritorno al passato che non gioverebbe alla compattezza della NATO.
Specialmente se dovesse concretizzarsi un’altra delle proposte della candidata all’Eliseo: la fine della cooperazione militare franco-tedesca, compresi i futuri programmi di sviluppo di caccia e tank. Una Parigi quindi più lontana da Berlino, ma più vicina a Mosca. Non appena la guerra in Ucraina sarà finita, secondo Le Pen, la NATO dovrebbe infatti attuare un riavvicinamento strategico alla Russia per evitare che Mosca stringa ulteriormente i rapporti con Pechino.
🇪🇺🔨 UE interior designer
Rispetto alla campagna del 2017, l’uscita dall’Europa o dall’euro non rientrano più nei piani di Le Pen, che ha indicato come obiettivo la trasformazione dell’Europa “dal suo interno”. Ma più che una trasformazione sembra uno strappo netto di alcuni dei principi cardine dell’integrazione europea.
Il ripristino dei controlli alle frontiere da lei proposto va contro le regole di Schengen. Mentre la volontà di sancire la supremazia della legge francese e dei diritti dei suoi connazionali rispetto alla legge europea e ai diritti degli altri cittadini dell’Unione sarebbe incompatibile con i Trattati europei.
10 punti percentuali fanno quindi la differenza sul tipo di sostegno all’Ucraina, di NATO e Europa che avremo questa domenica. Ammesso che Le Pen trovi una qualche maggioranza all’Assemblea nazionale, per la quale si vota a giugno. È la Democrazia, bellezza!
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Al centro dell’episodio di oggi le tensioni e gli scontri tra israeliani e palestinesi che in queste settimane hanno infiammato Gerusalemme. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-gerusalemme-fiamme-34735
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: UN MARE (NERO) DI GUAI?
🛢Baby steps
Domani gli ambasciatori Ue si vedranno per discutere del sesto pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Sanzioni che potrebbero includere una graduale riduzione degli acquisti di petrolio, o l'imposizione di dazi sulle esportazioni di greggio oltre un certo tetto di prezzo. L’Unione sembra procedere, lentamente ma inesorabilmente.
Sul piano politico è un passo quasi inevitabile, data la difficoltà nel sanzionare il gas russo. Alcuni esperti sostengono che il petrolio avrebbe dovuto essere l’obiettivo principale sin da subito, visto che nel 2021 ha generato oltre i tre quarti (77%) delle entrate russe dall’energia, mentre il gas meno di un quinto.
Restano aperti due problemi: come mettere d’accordo i governi europei, e capire come reagiranno i mercati mondiali.
🃏Castello di carte?
In Europa c’è chi vorrebbe agire subito (Polonia e Paesi baltici) e chi frena. La Germania, ma anche l’Ungheria del neo-rieletto Orban, che negli anni è diventata uno dei Paesi più dipendenti da gas e petrolio russi. Nel frattempo, però, le compagnie Ue già si “auto-sanzionano” importando meno petrolio da Mosca.
Da parte sua, la Russia non ha grandi alternative: ieri il gigante petrolifero Rosneft, pur accettando forti sconti sul prezzo del greggio, non è riuscito a piazzare 37 milioni di barili ("rifiutati" dall’Europa) neppure sugli affamati mercati asiatici.
Non è l’unico problema di Mosca. Anche se il Cremlino ha sospeso la comunicazione dei dati sulla produzione petrolifera, dai satelliti sopra la Siberia un dato appare chiaro: la produzione è già scesa di 1,3 milioni di barili (-10%) e sembra pronta a diminuire ulteriormente. Che siano i primi segni di cedimento?
🪙 Facce della stessa moneta
Se Mosca piange, il mondo non ride. Una riduzione dell’offerta globale di petrolio e derivati aggrava l’attuale carenza di materie prime, e da qui i danni collaterali delle sanzioni occidentali non solo sulle proprie economie, ma anche su quelle del resto del mondo.
Per ora a limitare i danni ci sono gli effetti dei duri lockdown cinesi, che hanno fatto crollare produzione industriale e mobilità. Ma viene da chiedersi per quanto ancora il rallentamento della seconda economia del mondo potrà evitare un Brent a 150 dollari al barile.
Insomma, si preannunciano tempi duri, e non solo per la Russia.
🔴 Oggi alle 18.00: non perdere la tavola rotonda “Macron 2.0: Francia ed Europa ancora "en marche"?”, con i commenti e le analisi del voto francese di domenica. Partecipa qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/macron-20-francia-ed-europa-ancora-en-marche
🛢Baby steps
Domani gli ambasciatori Ue si vedranno per discutere del sesto pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Sanzioni che potrebbero includere una graduale riduzione degli acquisti di petrolio, o l'imposizione di dazi sulle esportazioni di greggio oltre un certo tetto di prezzo. L’Unione sembra procedere, lentamente ma inesorabilmente.
Sul piano politico è un passo quasi inevitabile, data la difficoltà nel sanzionare il gas russo. Alcuni esperti sostengono che il petrolio avrebbe dovuto essere l’obiettivo principale sin da subito, visto che nel 2021 ha generato oltre i tre quarti (77%) delle entrate russe dall’energia, mentre il gas meno di un quinto.
Restano aperti due problemi: come mettere d’accordo i governi europei, e capire come reagiranno i mercati mondiali.
🃏Castello di carte?
In Europa c’è chi vorrebbe agire subito (Polonia e Paesi baltici) e chi frena. La Germania, ma anche l’Ungheria del neo-rieletto Orban, che negli anni è diventata uno dei Paesi più dipendenti da gas e petrolio russi. Nel frattempo, però, le compagnie Ue già si “auto-sanzionano” importando meno petrolio da Mosca.
Da parte sua, la Russia non ha grandi alternative: ieri il gigante petrolifero Rosneft, pur accettando forti sconti sul prezzo del greggio, non è riuscito a piazzare 37 milioni di barili ("rifiutati" dall’Europa) neppure sugli affamati mercati asiatici.
Non è l’unico problema di Mosca. Anche se il Cremlino ha sospeso la comunicazione dei dati sulla produzione petrolifera, dai satelliti sopra la Siberia un dato appare chiaro: la produzione è già scesa di 1,3 milioni di barili (-10%) e sembra pronta a diminuire ulteriormente. Che siano i primi segni di cedimento?
🪙 Facce della stessa moneta
Se Mosca piange, il mondo non ride. Una riduzione dell’offerta globale di petrolio e derivati aggrava l’attuale carenza di materie prime, e da qui i danni collaterali delle sanzioni occidentali non solo sulle proprie economie, ma anche su quelle del resto del mondo.
Per ora a limitare i danni ci sono gli effetti dei duri lockdown cinesi, che hanno fatto crollare produzione industriale e mobilità. Ma viene da chiedersi per quanto ancora il rallentamento della seconda economia del mondo potrà evitare un Brent a 150 dollari al barile.
Insomma, si preannunciano tempi duri, e non solo per la Russia.
🔴 Oggi alle 18.00: non perdere la tavola rotonda “Macron 2.0: Francia ed Europa ancora "en marche"?”, con i commenti e le analisi del voto francese di domenica. Partecipa qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/macron-20-francia-ed-europa-ancora-en-marche
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: GUERRA ENERGETICA
⛔️ Dalla Russia senza (a)more
La battaglia del gas è cominciata. Gazprom ha notificato a Bulgaria e Polonia di avere interrotto le sue forniture di gas tramite il gasdotto Yamal. La loro colpa? Non quella di essere morosi: i pagamenti sono stati infatti effettuati nei tempi previsti. Ma con valuta occidentale e non in rubli secondo le modalità previste dalla nuova procedura annunciata da Mosca a fine marzo (cioè creando un doppio conto presso Gazprombank).
Inoltre, se la Polonia o la Bulgaria decidessero di “barare”, prelevando dai gasdotti il gas russo in transito verso altri paesi europei il livello generale delle forniture russe verrà ridotto di un ammontare analogo a quanto sottratto. Insomma, pugno duro di Mosca che però era nell’aria da settimane. E infatti c’è chi si è preparato.
🇵🇱 Polonia is not impressed
Dopo l’annuncio dell’interruzione dei flussi, il prezzo del gas in Europa è salito fino al 34%, per poi assestarsi su un +10%. Una reazione moderata, giustificata dallo scarso peso del gas russo per la Polonia. Da mesi Varsavia aveva infatti ridotto di oltre un quarto le sue importazioni di gas da Mosca.
Inoltre, grazie a due nuovi gasdotti potrà presto contare sul gas che arriva da Lituania e Norvegia. Ed essendosi preparata per tempo si trova con livelli di stoccaggio di gas più che doppi rispetto alla media europea (76% vs 32%). Una situazione opposta a quella bulgara, che pure non ha rinnovato gli accordi con Gazprom in scadenza a fine anno. Ma dove gli stoccaggi sono pieni al 17% e il gas russo conta per i tre quarti del fabbisogno nazionale.
⛽️ Maggioranza bulgara?
La Commissione Europea ha specificato che le aziende europee con contratti con Gazprom che prevedono pagamenti in euro o in dollari (il 97% del totale) non dovrebbero accettare le richieste russe perché far ciò costituirebbe un’infrazione delle sanzioni in vigore. Bulgaria e Polonia sono tra i primi paesi per i quali i pagamenti per il gas erano in scadenza dopo la richiesta russa di pagare in rubli.
Ma presto lo stesso destino potrebbe toccare alle principali economie europee (per l’Italia si parla di metà maggio), dove gli effetti economici di un’interruzione delle forniture di gas sono più temuti. Proprio nel giorno in cui gli ambasciatori Ue sono impegnati nelle discussioni su un possibile embargo del petrolio russo, Mosca gioca d’anticipo.
L’Europa risponderà?
🟢 Al via venerdì 29 aprile il nostro Forum di alto livello sul climate change in collaborazione con l’OCSE: leader ed esperti da tutto il mondo si incontreranno a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
⛔️ Dalla Russia senza (a)more
La battaglia del gas è cominciata. Gazprom ha notificato a Bulgaria e Polonia di avere interrotto le sue forniture di gas tramite il gasdotto Yamal. La loro colpa? Non quella di essere morosi: i pagamenti sono stati infatti effettuati nei tempi previsti. Ma con valuta occidentale e non in rubli secondo le modalità previste dalla nuova procedura annunciata da Mosca a fine marzo (cioè creando un doppio conto presso Gazprombank).
Inoltre, se la Polonia o la Bulgaria decidessero di “barare”, prelevando dai gasdotti il gas russo in transito verso altri paesi europei il livello generale delle forniture russe verrà ridotto di un ammontare analogo a quanto sottratto. Insomma, pugno duro di Mosca che però era nell’aria da settimane. E infatti c’è chi si è preparato.
🇵🇱 Polonia is not impressed
Dopo l’annuncio dell’interruzione dei flussi, il prezzo del gas in Europa è salito fino al 34%, per poi assestarsi su un +10%. Una reazione moderata, giustificata dallo scarso peso del gas russo per la Polonia. Da mesi Varsavia aveva infatti ridotto di oltre un quarto le sue importazioni di gas da Mosca.
Inoltre, grazie a due nuovi gasdotti potrà presto contare sul gas che arriva da Lituania e Norvegia. Ed essendosi preparata per tempo si trova con livelli di stoccaggio di gas più che doppi rispetto alla media europea (76% vs 32%). Una situazione opposta a quella bulgara, che pure non ha rinnovato gli accordi con Gazprom in scadenza a fine anno. Ma dove gli stoccaggi sono pieni al 17% e il gas russo conta per i tre quarti del fabbisogno nazionale.
⛽️ Maggioranza bulgara?
La Commissione Europea ha specificato che le aziende europee con contratti con Gazprom che prevedono pagamenti in euro o in dollari (il 97% del totale) non dovrebbero accettare le richieste russe perché far ciò costituirebbe un’infrazione delle sanzioni in vigore. Bulgaria e Polonia sono tra i primi paesi per i quali i pagamenti per il gas erano in scadenza dopo la richiesta russa di pagare in rubli.
Ma presto lo stesso destino potrebbe toccare alle principali economie europee (per l’Italia si parla di metà maggio), dove gli effetti economici di un’interruzione delle forniture di gas sono più temuti. Proprio nel giorno in cui gli ambasciatori Ue sono impegnati nelle discussioni su un possibile embargo del petrolio russo, Mosca gioca d’anticipo.
L’Europa risponderà?
🟢 Al via venerdì 29 aprile il nostro Forum di alto livello sul climate change in collaborazione con l’OCSE: leader ed esperti da tutto il mondo si incontreranno a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: MIGRANTI TRA “SOGNO” E REALTÀ
🇪🇺 Non c’è due senza tre
Ieri la Commissione Ue ha presentato un nuovo pacchetto di misure per facilitare la migrazione legale. La proposta arriva durante la crisi migratoria più grande dai tempi della Seconda guerra mondiale: 5,4 milioni di persone hanno lasciato l’Ucraina nel giro di due mesi, oltre cinque volte il numero di chi ha raggiunto l’Europa nel corso della “crisi dei rifugiati” del 2015-2016.
Certo, una nuova proposta era nell’aria già da tempo. La prima, snobbata dai governi, era arrivata già nel 2015. Una seconda è giunta nel 2020, quando la Commissione ha presentato il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, incontrando nuovamente diffidenze e sospetti tra i governi nazionali. Adesso, sull’onda emotiva della crisi, l’Ue ci riprova.
🧳 Andate... e ritorni?
Dei 5,4 milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina, la maggioranza sono donne (50%) e minori (38%). Persone vulnerabili, traumatizzate e bisognose di aiuto. E geograficamente molto concentrate: proprio oggi la Polonia ha superato i 3 milioni di arrivi sul suo territorio.
Ma l’imprevedibile evoluzione (e la vicinanza) di questo conflitto rende il quadro mutevole. Secondo l’Agenzia Onu dei rifugiati, almeno 1,2 milioni dei neoarrivati sarebbero già rientrati in Ucraina. E, oltre alle persone ospitate dagli stati confinanti, quasi un milione si sarebbe già spostato verso altri Paesi Ue, approfittando della protezione temporanea attivata per la prima volta dai governi: tra questi 350.000 in Germania e oltre 100.000 in Italia.
🌊 Quando la marea si ritira
Mentre la Commissione ritiene che sia il momento giusto per “cogliere la palla al balzo”, per esempio semplificando le procedure per ottenere permessi di lavoro, non è detto che i governi la pensino allo stesso modo. Già oggi i paesi Ue sono reticenti a sborsare i soldi necessari all'accoglienza dei profughi ucraini. A Roma il governo ha stanziato 610 milioni di euro per rispondere alla crisi, ma i profughi presenti in Italia non hanno ancora ricevuto neppure una prima “rata”, e gli aiuti italiani dureranno un massimo di tre mesi.
Nel frattempo, gli sbarchi in Italia proseguono ai livelli più alti dal 2016, e proprio il conflitto ucraino rischia di complicare ulteriormente le prospettive economiche di chi vive in Paesi di origine e transito, in Africa e Medio Oriente.
L’ondata della solidarietà è stata travolgente. Rischia di esserlo anche la risacca?
🟢 Al via domani il nostro Forum on Climate Change organizzato in collaborazione con l’OCSE. Leader ed esperti da tutto il mondo si incontrano a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🇪🇺 Non c’è due senza tre
Ieri la Commissione Ue ha presentato un nuovo pacchetto di misure per facilitare la migrazione legale. La proposta arriva durante la crisi migratoria più grande dai tempi della Seconda guerra mondiale: 5,4 milioni di persone hanno lasciato l’Ucraina nel giro di due mesi, oltre cinque volte il numero di chi ha raggiunto l’Europa nel corso della “crisi dei rifugiati” del 2015-2016.
Certo, una nuova proposta era nell’aria già da tempo. La prima, snobbata dai governi, era arrivata già nel 2015. Una seconda è giunta nel 2020, quando la Commissione ha presentato il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, incontrando nuovamente diffidenze e sospetti tra i governi nazionali. Adesso, sull’onda emotiva della crisi, l’Ue ci riprova.
🧳 Andate... e ritorni?
Dei 5,4 milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina, la maggioranza sono donne (50%) e minori (38%). Persone vulnerabili, traumatizzate e bisognose di aiuto. E geograficamente molto concentrate: proprio oggi la Polonia ha superato i 3 milioni di arrivi sul suo territorio.
Ma l’imprevedibile evoluzione (e la vicinanza) di questo conflitto rende il quadro mutevole. Secondo l’Agenzia Onu dei rifugiati, almeno 1,2 milioni dei neoarrivati sarebbero già rientrati in Ucraina. E, oltre alle persone ospitate dagli stati confinanti, quasi un milione si sarebbe già spostato verso altri Paesi Ue, approfittando della protezione temporanea attivata per la prima volta dai governi: tra questi 350.000 in Germania e oltre 100.000 in Italia.
🌊 Quando la marea si ritira
Mentre la Commissione ritiene che sia il momento giusto per “cogliere la palla al balzo”, per esempio semplificando le procedure per ottenere permessi di lavoro, non è detto che i governi la pensino allo stesso modo. Già oggi i paesi Ue sono reticenti a sborsare i soldi necessari all'accoglienza dei profughi ucraini. A Roma il governo ha stanziato 610 milioni di euro per rispondere alla crisi, ma i profughi presenti in Italia non hanno ancora ricevuto neppure una prima “rata”, e gli aiuti italiani dureranno un massimo di tre mesi.
Nel frattempo, gli sbarchi in Italia proseguono ai livelli più alti dal 2016, e proprio il conflitto ucraino rischia di complicare ulteriormente le prospettive economiche di chi vive in Paesi di origine e transito, in Africa e Medio Oriente.
L’ondata della solidarietà è stata travolgente. Rischia di esserlo anche la risacca?
🟢 Al via domani il nostro Forum on Climate Change organizzato in collaborazione con l’OCSE. Leader ed esperti da tutto il mondo si incontrano a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🌏 CINA: I COSTI DELLA GUERRA (A OMICRON)
🦠 Legge dei piccoli numeri
Lockdown totali o parziali per 180 milioni di abitanti di 27 città cinesi. Tra queste Pechino, dove i casi di Omicron sono in crescita, e ammontano ora a 150: tanto basta secondo le autorità per chiudere interi quartieri della città e obbligare i suoi 21 milioni di residenti a sottoporsi a tamponi quasi giornalieri.
Il tutto nella speranza di evitare di ripetere gli errori fatti a Shanghai, dove il ritardo nei test di massa ha costretto le autorità locali a imporre un lockdown in vigore da ormai un mese. Con annesse misure draconiane che hanno causato episodi di protesta pubblica (merce rara in Cina) e danni economici sempre più ingenti. Non il biglietto da visita migliore per Xi Jinping per ottenere un terzo mandato questo autunno al 20° Congresso del PCC.
📈 (Very) Long Covid
Secondo le stime di Société Générale, sono ora sottoposte a misure restrittive le province cinesi responsabili dell’80% del prodotto interno lordo nazionale. Numerose imprese fanno i conti con una sospensione obbligata della produzione e continui ritardi logistici: il tempo di attesa per le navi al porto di Shanghai è aumentato del 162% nell’ultimo mese. Insomma, sembra di essere tornati a marzo 2020.
Inevitabile che gli indici economici non siano dei più rosei. La disoccupazione ha toccato il suo massimo e il renminbi il suo minimo degli ultimi 2 anni. Per la prima volta dal 2010, i rendimenti sul debito americano superano quelli sul debito cinese. Così i capitali fuggono da Pechino (18 miliardi di dollari in uscita solo ad aprile) e la crescita rallenta.
🙅♂️Strategia 0 ripensamenti
UBS ha ulteriormente tagliato le sue previsioni sul PIL cinese per il 2022, dal 5% al 4,2%. Ben al di sotto dell’obiettivo cinese del 5,5% (il più basso degli ultimi 30 anni) annunciato a marzo. Xi Jinping è così corso ai ripari annunciando un piano di maxi-stimolo alle infrastrutture.
Potrebbe esserci un’ulteriore opzione: riconoscere che la politica cinese di "zero Covid" non è così efficace quando si tratta di Omicron. Ma Xi ha fatto sua questa strategia, e abbandonarla significherebbe ammettere di aver sbagliato, screditando la retorica ufficiale secondo cui la Cina ha gestito la pandemia meglio dei paesi occidentali.
Un costo in termini di credibilità ancora più alto di quello economico.
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Dopo le presidenziali francesi, oggi parliamo delle sfide del secondo mandato di Macron. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-altri-cinque-anni-di-macron-34824
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto in Ucraina nell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Guerra e Pace”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-guerra-e-pace-34831
🦠 Legge dei piccoli numeri
Lockdown totali o parziali per 180 milioni di abitanti di 27 città cinesi. Tra queste Pechino, dove i casi di Omicron sono in crescita, e ammontano ora a 150: tanto basta secondo le autorità per chiudere interi quartieri della città e obbligare i suoi 21 milioni di residenti a sottoporsi a tamponi quasi giornalieri.
Il tutto nella speranza di evitare di ripetere gli errori fatti a Shanghai, dove il ritardo nei test di massa ha costretto le autorità locali a imporre un lockdown in vigore da ormai un mese. Con annesse misure draconiane che hanno causato episodi di protesta pubblica (merce rara in Cina) e danni economici sempre più ingenti. Non il biglietto da visita migliore per Xi Jinping per ottenere un terzo mandato questo autunno al 20° Congresso del PCC.
📈 (Very) Long Covid
Secondo le stime di Société Générale, sono ora sottoposte a misure restrittive le province cinesi responsabili dell’80% del prodotto interno lordo nazionale. Numerose imprese fanno i conti con una sospensione obbligata della produzione e continui ritardi logistici: il tempo di attesa per le navi al porto di Shanghai è aumentato del 162% nell’ultimo mese. Insomma, sembra di essere tornati a marzo 2020.
Inevitabile che gli indici economici non siano dei più rosei. La disoccupazione ha toccato il suo massimo e il renminbi il suo minimo degli ultimi 2 anni. Per la prima volta dal 2010, i rendimenti sul debito americano superano quelli sul debito cinese. Così i capitali fuggono da Pechino (18 miliardi di dollari in uscita solo ad aprile) e la crescita rallenta.
🙅♂️Strategia 0 ripensamenti
UBS ha ulteriormente tagliato le sue previsioni sul PIL cinese per il 2022, dal 5% al 4,2%. Ben al di sotto dell’obiettivo cinese del 5,5% (il più basso degli ultimi 30 anni) annunciato a marzo. Xi Jinping è così corso ai ripari annunciando un piano di maxi-stimolo alle infrastrutture.
Potrebbe esserci un’ulteriore opzione: riconoscere che la politica cinese di "zero Covid" non è così efficace quando si tratta di Omicron. Ma Xi ha fatto sua questa strategia, e abbandonarla significherebbe ammettere di aver sbagliato, screditando la retorica ufficiale secondo cui la Cina ha gestito la pandemia meglio dei paesi occidentali.
Un costo in termini di credibilità ancora più alto di quello economico.
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Dopo le presidenziali francesi, oggi parliamo delle sfide del secondo mandato di Macron. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-altri-cinque-anni-di-macron-34824
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto in Ucraina nell’ISPI Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Guerra e Pace”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-guerra-e-pace-34831
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: I LIMITI DELLA SOLIDARIETÀ
💰 Tappare i buchi
24 miliardi di euro. Sarebbe questo il valore degli aiuti che i Paesi occidentali hanno fornito all’Ucraina nei primi due mesi di guerra. La stima arriva dal Kiel Institute, che ha tracciato gli aiuti di UE, USA e altri governi G7. Aiuti destinati ad aumentare ancora: “finché proseguiranno gli attacchi e le atrocità, forniremo aiuti”, ha dichiarato sabato il presidente americano Biden.
Ma c’è un problema. Mentre gran parte di questa assistenza si concentra sul versante militare, crescono i rischi finanziari per l’Ucraina, un Paese effettivamente messo in ginocchio dal conflitto. Che si trova ora a dover colmare immediati e ingenti buchi di bilancio.
🪖 Economie di guerra
Oltre 10 di quei 24 miliardi di euro impegnati arrivano da Washington. E sabato Biden ha chiesto al Congresso americano di autorizzare un altro “pacchetto” da 33 miliardi, 20 dei quali dovrebbero essere divisi tra aiuti per difesa e sicurezza, e fornitura diretta di armamenti attinti dall’arsenale Usa.
Intanto l’offensiva russa nel Donbass prosegue, ma lentamente. Nel weekend gli ucraini hanno colpito un quartier generale russo nei pressi di Kharkiv, uccidendo un generale (il decimo dall’inizio delle operazioni) e, forse, ferendo Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore in visita.
“Gli ucraini possono vincere”, continuano a dire dalla Casa Bianca. Ma accanto a quella militare si fa sempre più pressante la questione della “resistenza” economica.
📉 Fino alla vittoria?
La Banca mondiale stima i soli danni alle infrastrutture ucraine in 60 miliardi di dollari. Come dire che per la ricostruzione bisognerebbe impegnare quasi la metà dell’intero PIL del Paese pre-invasione. PIL che però a sua volta si ridurrà di un 35%-50% quest’anno: peggio del primo anno di guerra in Siria.
Per non fallire, all’Ucraina servirebbero altri 15 miliardi di dollari di sostegno finanziario entro luglio, più del doppio dei 7 miliardi ricevuti nei primi due mesi. L’Ue ancora non si è mossa. La Casa Bianca, invece, pensa di metterne 8,5, ma entro fine anno.
Con l’ultimo pacchetto di aiuti chiesto da Biden, l’assistenza Usa raggiungerebbe un valore dello 0,25% del PIL americano. Più dei 42 miliardi dati in aiuti allo sviluppo dagli Usa a tutti i Paesi del mondo nel 2021. Sarà possibile fare di più?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Via da Mariupol”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-mariupol-34848
🔴 Iscriviti alla prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Ne parleremo giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
💰 Tappare i buchi
24 miliardi di euro. Sarebbe questo il valore degli aiuti che i Paesi occidentali hanno fornito all’Ucraina nei primi due mesi di guerra. La stima arriva dal Kiel Institute, che ha tracciato gli aiuti di UE, USA e altri governi G7. Aiuti destinati ad aumentare ancora: “finché proseguiranno gli attacchi e le atrocità, forniremo aiuti”, ha dichiarato sabato il presidente americano Biden.
Ma c’è un problema. Mentre gran parte di questa assistenza si concentra sul versante militare, crescono i rischi finanziari per l’Ucraina, un Paese effettivamente messo in ginocchio dal conflitto. Che si trova ora a dover colmare immediati e ingenti buchi di bilancio.
🪖 Economie di guerra
Oltre 10 di quei 24 miliardi di euro impegnati arrivano da Washington. E sabato Biden ha chiesto al Congresso americano di autorizzare un altro “pacchetto” da 33 miliardi, 20 dei quali dovrebbero essere divisi tra aiuti per difesa e sicurezza, e fornitura diretta di armamenti attinti dall’arsenale Usa.
Intanto l’offensiva russa nel Donbass prosegue, ma lentamente. Nel weekend gli ucraini hanno colpito un quartier generale russo nei pressi di Kharkiv, uccidendo un generale (il decimo dall’inizio delle operazioni) e, forse, ferendo Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore in visita.
“Gli ucraini possono vincere”, continuano a dire dalla Casa Bianca. Ma accanto a quella militare si fa sempre più pressante la questione della “resistenza” economica.
📉 Fino alla vittoria?
La Banca mondiale stima i soli danni alle infrastrutture ucraine in 60 miliardi di dollari. Come dire che per la ricostruzione bisognerebbe impegnare quasi la metà dell’intero PIL del Paese pre-invasione. PIL che però a sua volta si ridurrà di un 35%-50% quest’anno: peggio del primo anno di guerra in Siria.
Per non fallire, all’Ucraina servirebbero altri 15 miliardi di dollari di sostegno finanziario entro luglio, più del doppio dei 7 miliardi ricevuti nei primi due mesi. L’Ue ancora non si è mossa. La Casa Bianca, invece, pensa di metterne 8,5, ma entro fine anno.
Con l’ultimo pacchetto di aiuti chiesto da Biden, l’assistenza Usa raggiungerebbe un valore dello 0,25% del PIL americano. Più dei 42 miliardi dati in aiuti allo sviluppo dagli Usa a tutti i Paesi del mondo nel 2021. Sarà possibile fare di più?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Via da Mariupol”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-mariupol-34848
🔴 Iscriviti alla prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Ne parleremo giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: DILEMMA EMBARGO
⛽️ Si può fare?
Stasera la Commissione Ue dovrebbe presentare la sua proposta di embargo sul petrolio russo. Nonostante le pressioni di Polonia e Stati baltici, non dovrebbe essere un ban immediato ma graduale, con un periodo di transizione fino a fine anno. Abbastanza per dare il tempo a molti Paesi Ue, Germania inclusa, di completare il proprio percorso di diversificazione delle forniture.
Negli ultimi mesi Berlino (il principale acquirente europeo di petrolio russo) ha già ridotto di un terzo la propria dipendenza da Mosca (dal 35% al 12%). Ma per sostituire del tutto gli oleodotti russi con tankers pieni di petrolio di “altri”, è ora chiamata ad ampliare i suoi porti nel nord. Insomma, non tutte le infrastrutture europee sono già pronte per un embargo. E alcune potrebbero non esserlo mai.
🇸🇰🇭🇺 Figli e figliastri
Ungheria e Slovacchia potrebbero ottenere una deroga temporale più lunga o essere totalmente escluse dall’embargo. Dietro questo “trattamento speciale”, per Bratislava ci sono ragioni tecniche. Senza avere accesso al mare, e con impianti di raffinazione capaci di lavorare solamente greggi pesanti come quello russo, non ci sono infatti molte alternative a Mosca (da cui importa il 78% di petrolio, il massimo in UE). E convertirsi a petroli leggeri richiede almeno 4 anni.
Per Budapest le motivazioni sono invece anche (e soprattutto) politiche: Orban evita così di scontentare l’alleato Putin mentre la Commissione evita il più volte annunciato veto ungherese sul pacchetto di sanzioni. Tutti contenti, o quasi.
💸 Sotto uno stesso tetto?
Non tutti i paesi sono concordi nel ritenere un embargo sul petrolio russo la soluzione migliore per danneggiare la Russia. Se i prezzi del barile dovessero aumentare molto, pur vendendone meno Mosca potrebbe guadagnare di più (o non perderci molto). E se i costi per la Russia sono incerti, quelli per l’Europa potrebbero essere ingenti.
Ecco perché un fronte di paesi, tra cui l’Italia, preferirebbe imporre un tetto massimo ai prezzi delle importazioni di greggio russo. Un’opzione, appoggiata anche dagli USA (potenziali garanti di tale tetto), che per essere efficace dovrebbe però coinvolgere tutti i principali compratori di greggio russo. Con tanto di potenziale sanzioni contro i “trasgressori” non europei (come Cina o India).
Tradotto: sanzioni secondarie. Forse troppo per un’Europa che fatica a convincere anche solo sé stessa.
🔴 Non perdere la prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Mentre l’Europa discute dell’embargo, il premier indiano Narendra Modi si appresta a concludere un tour di incontri con i leader del Vecchio continente. Cosa c’entra la guerra in Ucraina? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-la-visita-di-modi-europa-34863
⛽️ Si può fare?
Stasera la Commissione Ue dovrebbe presentare la sua proposta di embargo sul petrolio russo. Nonostante le pressioni di Polonia e Stati baltici, non dovrebbe essere un ban immediato ma graduale, con un periodo di transizione fino a fine anno. Abbastanza per dare il tempo a molti Paesi Ue, Germania inclusa, di completare il proprio percorso di diversificazione delle forniture.
Negli ultimi mesi Berlino (il principale acquirente europeo di petrolio russo) ha già ridotto di un terzo la propria dipendenza da Mosca (dal 35% al 12%). Ma per sostituire del tutto gli oleodotti russi con tankers pieni di petrolio di “altri”, è ora chiamata ad ampliare i suoi porti nel nord. Insomma, non tutte le infrastrutture europee sono già pronte per un embargo. E alcune potrebbero non esserlo mai.
🇸🇰🇭🇺 Figli e figliastri
Ungheria e Slovacchia potrebbero ottenere una deroga temporale più lunga o essere totalmente escluse dall’embargo. Dietro questo “trattamento speciale”, per Bratislava ci sono ragioni tecniche. Senza avere accesso al mare, e con impianti di raffinazione capaci di lavorare solamente greggi pesanti come quello russo, non ci sono infatti molte alternative a Mosca (da cui importa il 78% di petrolio, il massimo in UE). E convertirsi a petroli leggeri richiede almeno 4 anni.
Per Budapest le motivazioni sono invece anche (e soprattutto) politiche: Orban evita così di scontentare l’alleato Putin mentre la Commissione evita il più volte annunciato veto ungherese sul pacchetto di sanzioni. Tutti contenti, o quasi.
💸 Sotto uno stesso tetto?
Non tutti i paesi sono concordi nel ritenere un embargo sul petrolio russo la soluzione migliore per danneggiare la Russia. Se i prezzi del barile dovessero aumentare molto, pur vendendone meno Mosca potrebbe guadagnare di più (o non perderci molto). E se i costi per la Russia sono incerti, quelli per l’Europa potrebbero essere ingenti.
Ecco perché un fronte di paesi, tra cui l’Italia, preferirebbe imporre un tetto massimo ai prezzi delle importazioni di greggio russo. Un’opzione, appoggiata anche dagli USA (potenziali garanti di tale tetto), che per essere efficace dovrebbe però coinvolgere tutti i principali compratori di greggio russo. Con tanto di potenziale sanzioni contro i “trasgressori” non europei (come Cina o India).
Tradotto: sanzioni secondarie. Forse troppo per un’Europa che fatica a convincere anche solo sé stessa.
🔴 Non perdere la prossima tavola rotonda ISPI su “Gas: Europa alla resa dei conti. In rubli?”. Giovedì 5 maggio alle 18.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/gas-leuropa-alla-resa-dei-conti-rubli
👉 Mentre l’Europa discute dell’embargo, il premier indiano Narendra Modi si appresta a concludere un tour di incontri con i leader del Vecchio continente. Cosa c’entra la guerra in Ucraina? Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi, leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-la-visita-di-modi-europa-34863