🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: NATO, FATTO 30, FAI 32 (MEMBRI)?
🪑🪑 Aggiungi due posti a tavola
Finlandia e Svezia potrebbero presto entrare nella NATO. Un “effetto collaterale” della guerra impensabile fino a pochi mesi fa, ma ora sempre più concreto. In Finlandia, ancora nel 2019, più della metà della popolazione era contraria all'adesione alla NATO definita come “molto improbabile” dalla prima ministra solo lo scorso gennaio. Ora il 62% è favorevole (+11 punti percentuali dall’inizio della guerra) e il parlamento potrebbe decidere per l’adesione già a metà giugno.
Pure a Stoccolma si osserva lo stesso trend: per la prima volta, la maggioranza degli svedesi sostiene l'ingresso nel blocco (+9% da gennaio). E complici le elezioni previste a settembre, cresce il numero di forze politiche che aprono a questa possibilità. Insieme al rischio di ritorsioni da parte di Mosca.
🪖 (Non) benvenuti al Nord
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha già messo in guardia i due paesi nordici. Diventare il 31esimo e 32esimo membro dell’alleanza comporterebbe "gravi conseguenze militari e politiche” comprese "misure di ritorsione”. Un primo assaggio se ne è forse avuto in queste settimane: un attacco hacker, presumibilmente russo, ha colpito i siti del governo finlandese e 4 caccia di Mosca avrebbero violato lo spazio aereo svedese.
Ecco perché i due paesi chiedono procedure rapide qualora decidessero per un’adesione. Non dovrebbe essere un problema visto che dal 2014 (in risposta all’invasione russa della Crimea) presenziano al Consiglio Nord Atlantico, l'organo decisionale dell’alleanza. E hanno già legami militari con i partner NATO tanto stretti che nessun membro potrebbe giustificare un veto alle loro candidature.
🗺 Questione di kilometri
Dal 1999 ad oggi i km di confini in comune tra Russia e NATO sono triplicati. Un’annessione della NATO raddoppierebbe ulteriormente la lunghezza di questa frontiera comune. Non proprio quel ritorno della NATO alle sue dimensioni nel 1997, che Mosca aveva posto tra le condizioni per non invadere l’Ucraina.
Nella lista di richieste presentata dal Cremlino agli Stati Uniti a inizio febbraio, compariva poi il ritiro di contingenti e armamenti NATO dal suo confine est. Ma domenica, il segretario generale Stoltenberg ha affermato proprio l’intenzione opposta: “l’alleanza sta progettando una presenza militare permanente ai suoi confini con la Russia, capace di affrontare un esercito invasore”.
Se anche conquistasse l’Ucraina, Putin potrebbe dire di aver vinto?
🎙 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nella puntata di oggi: “Russia-Ucraina: chi sono i foreign fighters?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-russia-ucraina-chi-sono-i-foreign-fighters-34575
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: diplomazia al palo”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-diplomazia-al-palo-34579
🪑🪑 Aggiungi due posti a tavola
Finlandia e Svezia potrebbero presto entrare nella NATO. Un “effetto collaterale” della guerra impensabile fino a pochi mesi fa, ma ora sempre più concreto. In Finlandia, ancora nel 2019, più della metà della popolazione era contraria all'adesione alla NATO definita come “molto improbabile” dalla prima ministra solo lo scorso gennaio. Ora il 62% è favorevole (+11 punti percentuali dall’inizio della guerra) e il parlamento potrebbe decidere per l’adesione già a metà giugno.
Pure a Stoccolma si osserva lo stesso trend: per la prima volta, la maggioranza degli svedesi sostiene l'ingresso nel blocco (+9% da gennaio). E complici le elezioni previste a settembre, cresce il numero di forze politiche che aprono a questa possibilità. Insieme al rischio di ritorsioni da parte di Mosca.
🪖 (Non) benvenuti al Nord
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha già messo in guardia i due paesi nordici. Diventare il 31esimo e 32esimo membro dell’alleanza comporterebbe "gravi conseguenze militari e politiche” comprese "misure di ritorsione”. Un primo assaggio se ne è forse avuto in queste settimane: un attacco hacker, presumibilmente russo, ha colpito i siti del governo finlandese e 4 caccia di Mosca avrebbero violato lo spazio aereo svedese.
Ecco perché i due paesi chiedono procedure rapide qualora decidessero per un’adesione. Non dovrebbe essere un problema visto che dal 2014 (in risposta all’invasione russa della Crimea) presenziano al Consiglio Nord Atlantico, l'organo decisionale dell’alleanza. E hanno già legami militari con i partner NATO tanto stretti che nessun membro potrebbe giustificare un veto alle loro candidature.
🗺 Questione di kilometri
Dal 1999 ad oggi i km di confini in comune tra Russia e NATO sono triplicati. Un’annessione della NATO raddoppierebbe ulteriormente la lunghezza di questa frontiera comune. Non proprio quel ritorno della NATO alle sue dimensioni nel 1997, che Mosca aveva posto tra le condizioni per non invadere l’Ucraina.
Nella lista di richieste presentata dal Cremlino agli Stati Uniti a inizio febbraio, compariva poi il ritiro di contingenti e armamenti NATO dal suo confine est. Ma domenica, il segretario generale Stoltenberg ha affermato proprio l’intenzione opposta: “l’alleanza sta progettando una presenza militare permanente ai suoi confini con la Russia, capace di affrontare un esercito invasore”.
Se anche conquistasse l’Ucraina, Putin potrebbe dire di aver vinto?
🎙 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nella puntata di oggi: “Russia-Ucraina: chi sono i foreign fighters?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-russia-ucraina-chi-sono-i-foreign-fighters-34575
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🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: UNA GUERRA INFLAZIONATA
📈 Sorprese (non) positive
Inflazione alle stelle in Occidente: 8,5% negli Usa, 7,5% in Eurozona, 7% in Uk. I prezzi salgono, smentendo da mesi le previsioni ufficiali, e potrebbero persino non aver ancora raggiunto il picco. Il motivo? La guerra in Ucraina continua a spingere al rialzo i prezzi delle materie prime, soprattutto alimentari ed energia.
E se fino a qualche mese fa si poteva ancora pensare che l’inflazione post-Covid fosse un fenomeno passeggero oggi appare chiaro che, anche venendo meno gli effetti inflazionistici della pandemia sulle catene produttive, la crescita dei prezzi causa guerra non si riassorbirà nel breve periodo. Così, con l’inflazione al galoppo e la crescita che torna a ridursi, i mercati attendono le mosse delle banche centrali.
🏦 New normal, addio
Per porre un freno ai prezzi, già a marzo la Federal Reserve statunitense aveva avviato un aumento graduale dei tassi di interesse, promettendo di portarli al 2% entro fine anno. O persino prima, se questa nuova fiammata di inflazione dovesse convincere la Fed che ci sia bisogno di contenerla in maniera più forte.
C’è un dato di fatto inevitabile, però: una politica monetaria restrittiva gli USA se la possono permettere più che l’Europa, perché hanno meno preoccupazioni dal lato della crescita. Basta guardare la disoccupazione: 3,6% negli USA, 6,8% in Eurozona. Motivo per cui la BCE continua, almeno per ora, a perseguire politiche più accomodanti, rimandando l’aumento dei tassi a dopo giugno, cioè alla fine dell’ultimo quantitative easing post-pandemia (il PEPP).
🇮🇹🇪🇺 Finita la pacchia?
Ma a preoccupare Francoforte non è solamente la crescita economica, le cui prospettive sono state ulteriormente peggiorate dall’invasione (la BCE stessa stima una riduzione del 1,3% rispetto alle attese antebelliche).
Il timore, forse persino maggiore, è che un rialzo dei tassi troppo repentino complichi la vita ai paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che negli ultimi anni hanno potuto approfittare di tassi bassi e quantitative easing continuo per rifinanziare il proprio debito quasi a zero. Non è un caso se quel famoso “spread” tra titoli italiani (Btp) e tedeschi (Bund), che a febbraio 2020 era persino sceso sotto “quota 100”, oggi viaggi verso i 160.
Sempre lontani da quei 300-500 punti della crisi dell’euro di dieci anni fa. Ma una risalita rapida in tempi così incerti può fare molto male.
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: Vicolo cieco”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-vicolo-cieco-34598
📈 Sorprese (non) positive
Inflazione alle stelle in Occidente: 8,5% negli Usa, 7,5% in Eurozona, 7% in Uk. I prezzi salgono, smentendo da mesi le previsioni ufficiali, e potrebbero persino non aver ancora raggiunto il picco. Il motivo? La guerra in Ucraina continua a spingere al rialzo i prezzi delle materie prime, soprattutto alimentari ed energia.
E se fino a qualche mese fa si poteva ancora pensare che l’inflazione post-Covid fosse un fenomeno passeggero oggi appare chiaro che, anche venendo meno gli effetti inflazionistici della pandemia sulle catene produttive, la crescita dei prezzi causa guerra non si riassorbirà nel breve periodo. Così, con l’inflazione al galoppo e la crescita che torna a ridursi, i mercati attendono le mosse delle banche centrali.
🏦 New normal, addio
Per porre un freno ai prezzi, già a marzo la Federal Reserve statunitense aveva avviato un aumento graduale dei tassi di interesse, promettendo di portarli al 2% entro fine anno. O persino prima, se questa nuova fiammata di inflazione dovesse convincere la Fed che ci sia bisogno di contenerla in maniera più forte.
C’è un dato di fatto inevitabile, però: una politica monetaria restrittiva gli USA se la possono permettere più che l’Europa, perché hanno meno preoccupazioni dal lato della crescita. Basta guardare la disoccupazione: 3,6% negli USA, 6,8% in Eurozona. Motivo per cui la BCE continua, almeno per ora, a perseguire politiche più accomodanti, rimandando l’aumento dei tassi a dopo giugno, cioè alla fine dell’ultimo quantitative easing post-pandemia (il PEPP).
🇮🇹🇪🇺 Finita la pacchia?
Ma a preoccupare Francoforte non è solamente la crescita economica, le cui prospettive sono state ulteriormente peggiorate dall’invasione (la BCE stessa stima una riduzione del 1,3% rispetto alle attese antebelliche).
Il timore, forse persino maggiore, è che un rialzo dei tassi troppo repentino complichi la vita ai paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che negli ultimi anni hanno potuto approfittare di tassi bassi e quantitative easing continuo per rifinanziare il proprio debito quasi a zero. Non è un caso se quel famoso “spread” tra titoli italiani (Btp) e tedeschi (Bund), che a febbraio 2020 era persino sceso sotto “quota 100”, oggi viaggi verso i 160.
Sempre lontani da quei 300-500 punti della crisi dell’euro di dieci anni fa. Ma una risalita rapida in tempi così incerti può fare molto male.
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: Vicolo cieco”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-vicolo-cieco-34598
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: BIDEN, TRANSIZIONE O INFLAZIONE?
🗣 Tra il dire e il fare
Ridurre l’uso di combustibili fossili o usarli per rispondere all’aumento dei prezzi dell’energia? È l’interrogativo a cui si trova a rispondere in queste settimane Joe Biden. Precari equilibrismi per non rinnegare le sue promesse elettorali green, ma al contempo placare il malcontento dell’elettorato statunitense per l’inflazione alle stelle.
Il suo Build Back Better, l’ambizioso pacchetto da 300 miliardi di dollari che potrebbe tagliare le emissioni nazionali di circa il 25% entro il 2030, resta però arenato al Senato. E così, con le elezioni di midterm di novembre che si avvicinano, la Casa Bianca sembra intenzionata a mettere la transizione nel cassetto, nel tentativo di avere in fretta più gas e petrolio.
🛢 Liscio come l’oil?
I progetti della Casa Bianca rimangono ambiziosi: per esempio, incentivare la vendita di veicoli elettrici in modo che rappresentino almeno il 50% delle vendite automotive americane entro il 2030. Sembra però scomparsa la promessa di eliminare il fracking fatta in campagna elettorale, sostituita dalla richiesta alle compagnie petrolifere di trivellare persino di più sui terreni presi in concessione. Con tanto di minaccia di multe per chi non produce abbastanza greggio.
E se a inizio presidenza il Keystone XL, un nuovo oleodotto tra USA e Canada, era stato definitivamente messo in soffitta, adesso alla ricerca di nuovo greggio Washington bussa addirittura alla porta del Venezuela di Maduro, o dell’Arabia Saudita di MBS che lo stesso Biden voleva isolare.
🇺🇸🇪🇺 L’Europa ringrazia?
Intanto ieri la Casa Bianca ha ufficialmente autorizzato l’anticipato rilascio record di greggio dalle scorte strategiche nazionali: 180 milioni di barili in sei mesi. Obiettivo stabilizzare i mercati, abbassando il prezzo della benzina americana ma dando anche una mano agli europei.
Europa che però per svincolarsi da petrolio e gas russi ha riscoperto la sua sete di GNL americano. Nonostante il costo elevato, nel corso del giro in Europa di Biden di fine marzo von der Leyen ha dichiarato che l'Europa punta a comprare fino a 50 miliardi di metri cubi l'anno di gas liquefatto made in USA entro il 2030.
Da una dipendenza all’altra?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: scena del crimine”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-scena-del-crimine-34624
🗣 Tra il dire e il fare
Ridurre l’uso di combustibili fossili o usarli per rispondere all’aumento dei prezzi dell’energia? È l’interrogativo a cui si trova a rispondere in queste settimane Joe Biden. Precari equilibrismi per non rinnegare le sue promesse elettorali green, ma al contempo placare il malcontento dell’elettorato statunitense per l’inflazione alle stelle.
Il suo Build Back Better, l’ambizioso pacchetto da 300 miliardi di dollari che potrebbe tagliare le emissioni nazionali di circa il 25% entro il 2030, resta però arenato al Senato. E così, con le elezioni di midterm di novembre che si avvicinano, la Casa Bianca sembra intenzionata a mettere la transizione nel cassetto, nel tentativo di avere in fretta più gas e petrolio.
🛢 Liscio come l’oil?
I progetti della Casa Bianca rimangono ambiziosi: per esempio, incentivare la vendita di veicoli elettrici in modo che rappresentino almeno il 50% delle vendite automotive americane entro il 2030. Sembra però scomparsa la promessa di eliminare il fracking fatta in campagna elettorale, sostituita dalla richiesta alle compagnie petrolifere di trivellare persino di più sui terreni presi in concessione. Con tanto di minaccia di multe per chi non produce abbastanza greggio.
E se a inizio presidenza il Keystone XL, un nuovo oleodotto tra USA e Canada, era stato definitivamente messo in soffitta, adesso alla ricerca di nuovo greggio Washington bussa addirittura alla porta del Venezuela di Maduro, o dell’Arabia Saudita di MBS che lo stesso Biden voleva isolare.
🇺🇸🇪🇺 L’Europa ringrazia?
Intanto ieri la Casa Bianca ha ufficialmente autorizzato l’anticipato rilascio record di greggio dalle scorte strategiche nazionali: 180 milioni di barili in sei mesi. Obiettivo stabilizzare i mercati, abbassando il prezzo della benzina americana ma dando anche una mano agli europei.
Europa che però per svincolarsi da petrolio e gas russi ha riscoperto la sua sete di GNL americano. Nonostante il costo elevato, nel corso del giro in Europa di Biden di fine marzo von der Leyen ha dichiarato che l'Europa punta a comprare fino a 50 miliardi di metri cubi l'anno di gas liquefatto made in USA entro il 2030.
Da una dipendenza all’altra?
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: scena del crimine”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-scena-del-crimine-34624
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🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: FRENATA GLOBALE
📉 Passi indietro
Crescita ridotta e rischi di recessione. E poi più insicurezza alimentare, debito, inflazione. Gli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina sono globali: secondo le stime pubblicate oggi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), la crescita nel 2022 rallenterà in 143 Paesi del mondo.
Rispetto alle previsioni di gennaio la crescita di tutti i Paesi avanzati frena (–0,6 punti percentuali), ma quella dell’Eurozona tre volte più degli USA (–1,1 contro –0,3). Certo, niente a che vedere con gli effetti dell’invasione per Kiev (–40 punti) o delle sanzioni per Mosca (–11). Ma anche il resto dei Paesi non se la passa bene, dalle piccole e indebitate economie dei paesi in via di sviluppo fino a giganti come India e Cina.
🇨🇳 The China connection
E così un quadro già messo a rischio dall’inflazione post-pandemia si complica per guerra e sanzioni. Sanzioni che potrebbero non aver ancora raggiunto il punto massimo: gli USA puntano all’industria bellica del Cremlino, mentre l’Europa sembra (faticosamente) avvicinarsi a colpire le importazioni di petrolio russo.
Per questo il Cremlino va a caccia di “amici” di peso, e guarda con interesse a Pechino. Il problema è che proprio la guerra, assieme ai durissimi lockdown anti-Covid, frena la crescita cinese. Secondo l’FMI quest’anno la Cina crescerà del 4,4%, ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5% del Partito. E questo, a sua volta, rende meno probabile che Xi abbia voglia di spendersi (in tutti i sensi), persino per un’alleanza che proprio Xi a febbraio aveva definito “senza limiti”.
🥖 Le vite degli altri
Come spesso avviene a pagare il conto più salato sono i più deboli. La crisi sta infatti avendo un forte impatto sui prezzi dei beni di prima necessità, complicando l’approvvigionamento per quei paesi già esposti a possibili carestie (come Etiopia e Somalia). Prova ne sia che il primo default post-crisi non è stato quello russo, ma quello dello Sri Lanka, costretto a sospendere i pagamenti del debito pur di pagare cibo e medicine.
Eppure, secondo il FMI il commercio mondiale non arretra, le catene di produzione non vengono rimpatriate, e lo yuan stenta a prendere quota come valuta alternativa a euro e dollaro. Insomma, la globalizzazione, e probabilmente anche l’ordine occidentale, per ora non sembrano essere a rischio.
Ma le economie più fragili sì.
🔴 Degli sviluppi e delle conseguenze della guerra in Ucraina parleremo domani alle 18.30 nella tavola rotonda “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
📉 Passi indietro
Crescita ridotta e rischi di recessione. E poi più insicurezza alimentare, debito, inflazione. Gli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina sono globali: secondo le stime pubblicate oggi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), la crescita nel 2022 rallenterà in 143 Paesi del mondo.
Rispetto alle previsioni di gennaio la crescita di tutti i Paesi avanzati frena (–0,6 punti percentuali), ma quella dell’Eurozona tre volte più degli USA (–1,1 contro –0,3). Certo, niente a che vedere con gli effetti dell’invasione per Kiev (–40 punti) o delle sanzioni per Mosca (–11). Ma anche il resto dei Paesi non se la passa bene, dalle piccole e indebitate economie dei paesi in via di sviluppo fino a giganti come India e Cina.
🇨🇳 The China connection
E così un quadro già messo a rischio dall’inflazione post-pandemia si complica per guerra e sanzioni. Sanzioni che potrebbero non aver ancora raggiunto il punto massimo: gli USA puntano all’industria bellica del Cremlino, mentre l’Europa sembra (faticosamente) avvicinarsi a colpire le importazioni di petrolio russo.
Per questo il Cremlino va a caccia di “amici” di peso, e guarda con interesse a Pechino. Il problema è che proprio la guerra, assieme ai durissimi lockdown anti-Covid, frena la crescita cinese. Secondo l’FMI quest’anno la Cina crescerà del 4,4%, ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5% del Partito. E questo, a sua volta, rende meno probabile che Xi abbia voglia di spendersi (in tutti i sensi), persino per un’alleanza che proprio Xi a febbraio aveva definito “senza limiti”.
🥖 Le vite degli altri
Come spesso avviene a pagare il conto più salato sono i più deboli. La crisi sta infatti avendo un forte impatto sui prezzi dei beni di prima necessità, complicando l’approvvigionamento per quei paesi già esposti a possibili carestie (come Etiopia e Somalia). Prova ne sia che il primo default post-crisi non è stato quello russo, ma quello dello Sri Lanka, costretto a sospendere i pagamenti del debito pur di pagare cibo e medicine.
Eppure, secondo il FMI il commercio mondiale non arretra, le catene di produzione non vengono rimpatriate, e lo yuan stenta a prendere quota come valuta alternativa a euro e dollaro. Insomma, la globalizzazione, e probabilmente anche l’ordine occidentale, per ora non sembrano essere a rischio.
Ma le economie più fragili sì.
🔴 Degli sviluppi e delle conseguenze della guerra in Ucraina parleremo domani alle 18.30 nella tavola rotonda “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: IL PESO DELLE ARMI
🇺🇸 Armi USA e getta
Più artiglieria all’Ucraina. Questo è quanto paesi NATO e alleati hanno concordato nel vertice online di ieri. Le preoccupazioni che la fornitura di armi pesanti possa comportare una escalation della guerra sembrano venire meno di fronte alle necessità di Kiev. E così alle forniture di missili Stinger si stanno sostituendo quelle di sistemi antiaerei, droni e persino carri armati e caccia.
In maggioranza provenienti da Washington. Le armi del pacchetto USA da 800 milioni di dollari sono già arrivate in Ucraina a una settimana dal suo annuncio, e in rampa di lancio potrebbero esserci altri 800 milioni. Intanto Biden cerca di convincere alleati (e non) a girare a Kiev munizioni e tank di epoca sovietica, in cambio di soldi o armamenti più moderni.
🪖 Punto c(i)eco?
Annunci numerosi anche da questa parte dell’Atlantico. Alla Camera dei Comuni, Boris Johnson ha detto che, siccome quello tra Russia e Ucraina è diventato un conflitto tra artiglierie, “questo è ciò che daremo loro”. Tradotto: invio di mezzi corazzati e missili di precisione. Tanto che, secondo il Times, forze speciali britanniche si sarebbero già recate a Kiev per addestrare l’esercito ucraino al loro utilizzo.
Veicoli blindati arriveranno anche dall’Olanda e dai paesi dell’est Europa, i più vicini a Kiev (in tutti i sensi). La Repubblica Ceca ha persino offerto di riparare i carri armati ucraini danneggiati. Mentre la Polonia si è detta pronta ad accogliere nei suoi ospedali fino a 10mila soldati ucraini feriti. Ma su questo attivismo non tutta l’Europa è concorde.
🧨 Ansia da prestazione
La paura di un allargamento della guerra oltre l’Ucraina serpeggia soprattutto tra i grandi paesi europei, che non a caso cercano di non pubblicizzare ciò che stanno fornendo a Kiev. C’è chi, come la Francia, dice di aver fornito 100 milioni di euro in attrezzature militari senza aggiungere dettagli. O chi, come l’Italia, rimane in silenzio su possibili nuove forniture.
Ancora diverso è il caso tedesco. In contrasto con la posizione dei suoi partner di governo, Scholz si è finora opposto all’esportazione di veicoli corazzati, sostenendo che per l’Ucraina è meglio ricevere mezzi ex-sovietici che già sa come utilizzare. Certo ha promesso a Kiev finanziamenti per l’acquisto di armi, ma di fatto delega all’est Europa la responsabilità del supporto pesante.
Sarà sufficiente?
🔴 Live questa sera alle 18.30 la nostra tavola rotonda di approfondimento “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Seguila qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
🇺🇸 Armi USA e getta
Più artiglieria all’Ucraina. Questo è quanto paesi NATO e alleati hanno concordato nel vertice online di ieri. Le preoccupazioni che la fornitura di armi pesanti possa comportare una escalation della guerra sembrano venire meno di fronte alle necessità di Kiev. E così alle forniture di missili Stinger si stanno sostituendo quelle di sistemi antiaerei, droni e persino carri armati e caccia.
In maggioranza provenienti da Washington. Le armi del pacchetto USA da 800 milioni di dollari sono già arrivate in Ucraina a una settimana dal suo annuncio, e in rampa di lancio potrebbero esserci altri 800 milioni. Intanto Biden cerca di convincere alleati (e non) a girare a Kiev munizioni e tank di epoca sovietica, in cambio di soldi o armamenti più moderni.
🪖 Punto c(i)eco?
Annunci numerosi anche da questa parte dell’Atlantico. Alla Camera dei Comuni, Boris Johnson ha detto che, siccome quello tra Russia e Ucraina è diventato un conflitto tra artiglierie, “questo è ciò che daremo loro”. Tradotto: invio di mezzi corazzati e missili di precisione. Tanto che, secondo il Times, forze speciali britanniche si sarebbero già recate a Kiev per addestrare l’esercito ucraino al loro utilizzo.
Veicoli blindati arriveranno anche dall’Olanda e dai paesi dell’est Europa, i più vicini a Kiev (in tutti i sensi). La Repubblica Ceca ha persino offerto di riparare i carri armati ucraini danneggiati. Mentre la Polonia si è detta pronta ad accogliere nei suoi ospedali fino a 10mila soldati ucraini feriti. Ma su questo attivismo non tutta l’Europa è concorde.
🧨 Ansia da prestazione
La paura di un allargamento della guerra oltre l’Ucraina serpeggia soprattutto tra i grandi paesi europei, che non a caso cercano di non pubblicizzare ciò che stanno fornendo a Kiev. C’è chi, come la Francia, dice di aver fornito 100 milioni di euro in attrezzature militari senza aggiungere dettagli. O chi, come l’Italia, rimane in silenzio su possibili nuove forniture.
Ancora diverso è il caso tedesco. In contrasto con la posizione dei suoi partner di governo, Scholz si è finora opposto all’esportazione di veicoli corazzati, sostenendo che per l’Ucraina è meglio ricevere mezzi ex-sovietici che già sa come utilizzare. Certo ha promesso a Kiev finanziamenti per l’acquisto di armi, ma di fatto delega all’est Europa la responsabilità del supporto pesante.
Sarà sufficiente?
🔴 Live questa sera alle 18.30 la nostra tavola rotonda di approfondimento “Conflitto in Ucraina: chi pagherà per i crimini di guerra?”. Seguila qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/conflitto-ucraina-chi-paghera-i-crimini-di-guerra
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: LA GUERRA SBARCA AL G20
😤 Persona non grata
Sedie vuote e schermi spenti: è ciò che è successo al meeting del G20 finanziario di ieri quando ha cominciato a parlare Anton Siluanov, il ministro delle finanze russo. La sua presenza (virtuale) al forum, che raggruppa i governi delle maggiori economie mondiali, non era gradita a molti esponenti occidentali, che hanno deciso di abbandonare l’incontro. Fra questi il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, la presidente della Bce Christine Lagarde, e ovviamente la delegazione ucraina ospite.
Non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno: già un mese fa Biden aveva chiesto (senza successo) che la Russia fosse espulsa dal G20.
💰"No business-as-usual"?
Così la guerra in Ucraina fa scricchiolare l’intera architettura finanziaria multilaterale. La protesta di ieri si inserisce infatti in un quadro di tensioni crescenti fra le maggiori economie globali. Da una parte i leader occidentali, che vorrebbero punire il Cremlino isolando l’economia russa. Dall’altra alcuni membri del G20, come India e Cina, che cercano difficili equilibrismi o scorgono l’opportunità di approfittare delle sanzioni occidentali per approfondire i loro rapporti commerciali con la Russia.
Basti pensare a Didi, la “Uber cinese”, che dopo aver annunciato il ritiro dalla Russia ha dovuto fare dietrofront a seguito di proteste in Cina. O alle mosse indiane per comprare (a forte sconto) il petrolio russo. E così la guerra in Ucraina spacca esattamente a metà il G20, tra chi sanziona (10 membri, equivalenti però al 57% del Pil mondiale), e chi no (il 29%).
🎻 La musica è cambiata
Dall'Indonesia, la nazione che quest’anno ospita il summit, i diplomatici si trincerano dietro a un "obbligo della presidenza del G20 di invitare tutti i membri". È certamente vero, ma ciò non significa che la Russia non possa essere esclusa dal vertice.
È già avvenuto in passato: nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, con l’espulsione di Mosca il G8 tornò a essere G7. Nello stesso anno, poi, constatata la condanna internazionale quasi unanime, Putin lasciò il vertice G20 australiano in anticipo.
Ma per mettere Mosca alla porta servirebbe l’assenso di tutti: qualcosa di già categoricamente escluso da diversi membri, prima tra tutti la Cina. Viene da chiedersi per quanto ancora un G20 bloccato da veti incrociati potrà rimanere il principale summit di cooperazione economica mondiale.
👉 Rivedi tutti gli incontri del nostro ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina con le voci più importanti della politica internazionale. Guardali qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
😤 Persona non grata
Sedie vuote e schermi spenti: è ciò che è successo al meeting del G20 finanziario di ieri quando ha cominciato a parlare Anton Siluanov, il ministro delle finanze russo. La sua presenza (virtuale) al forum, che raggruppa i governi delle maggiori economie mondiali, non era gradita a molti esponenti occidentali, che hanno deciso di abbandonare l’incontro. Fra questi il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, la presidente della Bce Christine Lagarde, e ovviamente la delegazione ucraina ospite.
Non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno: già un mese fa Biden aveva chiesto (senza successo) che la Russia fosse espulsa dal G20.
💰"No business-as-usual"?
Così la guerra in Ucraina fa scricchiolare l’intera architettura finanziaria multilaterale. La protesta di ieri si inserisce infatti in un quadro di tensioni crescenti fra le maggiori economie globali. Da una parte i leader occidentali, che vorrebbero punire il Cremlino isolando l’economia russa. Dall’altra alcuni membri del G20, come India e Cina, che cercano difficili equilibrismi o scorgono l’opportunità di approfittare delle sanzioni occidentali per approfondire i loro rapporti commerciali con la Russia.
Basti pensare a Didi, la “Uber cinese”, che dopo aver annunciato il ritiro dalla Russia ha dovuto fare dietrofront a seguito di proteste in Cina. O alle mosse indiane per comprare (a forte sconto) il petrolio russo. E così la guerra in Ucraina spacca esattamente a metà il G20, tra chi sanziona (10 membri, equivalenti però al 57% del Pil mondiale), e chi no (il 29%).
🎻 La musica è cambiata
Dall'Indonesia, la nazione che quest’anno ospita il summit, i diplomatici si trincerano dietro a un "obbligo della presidenza del G20 di invitare tutti i membri". È certamente vero, ma ciò non significa che la Russia non possa essere esclusa dal vertice.
È già avvenuto in passato: nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, con l’espulsione di Mosca il G8 tornò a essere G7. Nello stesso anno, poi, constatata la condanna internazionale quasi unanime, Putin lasciò il vertice G20 australiano in anticipo.
Ma per mettere Mosca alla porta servirebbe l’assenso di tutti: qualcosa di già categoricamente escluso da diversi membri, prima tra tutti la Cina. Viene da chiedersi per quanto ancora un G20 bloccato da veti incrociati potrà rimanere il principale summit di cooperazione economica mondiale.
👉 Rivedi tutti gli incontri del nostro ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina con le voci più importanti della politica internazionale. Guardali qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: ELISEO, LA POSTA IN GIOCO
🇫🇷 Il Sottosopra
10 punti percentuali. Questo è il divario che separa Macron e Le Pen secondo gli ultimi sondaggi. Sondaggi a cui non solo Parigi ma anche Kiev e Bruxelles guardano con il fiato sospeso. Se dovesse diventare presidente Le Pen, la posizione francese e di conseguenza europea nei confronti della crisi in Ucraina potrebbe infatti cambiare. E non di poco.
La leader del Rassemblement National si è dichiarata contraria ai trasferimenti di armi francesi all’Ucraina, che oggi ammontano a 100 milioni di euro. Ha chiuso alla possibilità di un embargo su petrolio e gas russi, di cui Macron è invece tra i principali sostenitori. E considera legittima l’annessione russa della Crimea. Insomma, non avrebbe il voto di Zelensky.
🪖 Proposta indecente
Nel suo programma di politica estera, Le Pen ha proposto il ritiro della Francia dal comando integrato NATO. Ovvero, come tra il 1966 e il 2009, Parigi ritirerebbe i circa 800 soldati oggi distaccati in strutture dell’Alleanza, pur continuando a tener fede alla promessa di difendere gli alleati da un attacco. Un ritorno al passato che non gioverebbe alla compattezza della NATO.
Specialmente se dovesse concretizzarsi un’altra delle proposte della candidata all’Eliseo: la fine della cooperazione militare franco-tedesca, compresi i futuri programmi di sviluppo di caccia e tank. Una Parigi quindi più lontana da Berlino, ma più vicina a Mosca. Non appena la guerra in Ucraina sarà finita, secondo Le Pen, la NATO dovrebbe infatti attuare un riavvicinamento strategico alla Russia per evitare che Mosca stringa ulteriormente i rapporti con Pechino.
🇪🇺🔨 UE interior designer
Rispetto alla campagna del 2017, l’uscita dall’Europa o dall’euro non rientrano più nei piani di Le Pen, che ha indicato come obiettivo la trasformazione dell’Europa “dal suo interno”. Ma più che una trasformazione sembra uno strappo netto di alcuni dei principi cardine dell’integrazione europea.
Il ripristino dei controlli alle frontiere da lei proposto va contro le regole di Schengen. Mentre la volontà di sancire la supremazia della legge francese e dei diritti dei suoi connazionali rispetto alla legge europea e ai diritti degli altri cittadini dell’Unione sarebbe incompatibile con i Trattati europei.
10 punti percentuali fanno quindi la differenza sul tipo di sostegno all’Ucraina, di NATO e Europa che avremo questa domenica. Ammesso che Le Pen trovi una qualche maggioranza all’Assemblea nazionale, per la quale si vota a giugno. È la Democrazia, bellezza!
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Al centro dell’episodio di oggi le tensioni e gli scontri tra israeliani e palestinesi che in queste settimane hanno infiammato Gerusalemme. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-gerusalemme-fiamme-34735
🇫🇷 Il Sottosopra
10 punti percentuali. Questo è il divario che separa Macron e Le Pen secondo gli ultimi sondaggi. Sondaggi a cui non solo Parigi ma anche Kiev e Bruxelles guardano con il fiato sospeso. Se dovesse diventare presidente Le Pen, la posizione francese e di conseguenza europea nei confronti della crisi in Ucraina potrebbe infatti cambiare. E non di poco.
La leader del Rassemblement National si è dichiarata contraria ai trasferimenti di armi francesi all’Ucraina, che oggi ammontano a 100 milioni di euro. Ha chiuso alla possibilità di un embargo su petrolio e gas russi, di cui Macron è invece tra i principali sostenitori. E considera legittima l’annessione russa della Crimea. Insomma, non avrebbe il voto di Zelensky.
🪖 Proposta indecente
Nel suo programma di politica estera, Le Pen ha proposto il ritiro della Francia dal comando integrato NATO. Ovvero, come tra il 1966 e il 2009, Parigi ritirerebbe i circa 800 soldati oggi distaccati in strutture dell’Alleanza, pur continuando a tener fede alla promessa di difendere gli alleati da un attacco. Un ritorno al passato che non gioverebbe alla compattezza della NATO.
Specialmente se dovesse concretizzarsi un’altra delle proposte della candidata all’Eliseo: la fine della cooperazione militare franco-tedesca, compresi i futuri programmi di sviluppo di caccia e tank. Una Parigi quindi più lontana da Berlino, ma più vicina a Mosca. Non appena la guerra in Ucraina sarà finita, secondo Le Pen, la NATO dovrebbe infatti attuare un riavvicinamento strategico alla Russia per evitare che Mosca stringa ulteriormente i rapporti con Pechino.
🇪🇺🔨 UE interior designer
Rispetto alla campagna del 2017, l’uscita dall’Europa o dall’euro non rientrano più nei piani di Le Pen, che ha indicato come obiettivo la trasformazione dell’Europa “dal suo interno”. Ma più che una trasformazione sembra uno strappo netto di alcuni dei principi cardine dell’integrazione europea.
Il ripristino dei controlli alle frontiere da lei proposto va contro le regole di Schengen. Mentre la volontà di sancire la supremazia della legge francese e dei diritti dei suoi connazionali rispetto alla legge europea e ai diritti degli altri cittadini dell’Unione sarebbe incompatibile con i Trattati europei.
10 punti percentuali fanno quindi la differenza sul tipo di sostegno all’Ucraina, di NATO e Europa che avremo questa domenica. Ammesso che Le Pen trovi una qualche maggioranza all’Assemblea nazionale, per la quale si vota a giugno. È la Democrazia, bellezza!
🎙 Non perdere la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Al centro dell’episodio di oggi le tensioni e gli scontri tra israeliani e palestinesi che in queste settimane hanno infiammato Gerusalemme. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-gerusalemme-fiamme-34735
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: UN MARE (NERO) DI GUAI?
🛢Baby steps
Domani gli ambasciatori Ue si vedranno per discutere del sesto pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Sanzioni che potrebbero includere una graduale riduzione degli acquisti di petrolio, o l'imposizione di dazi sulle esportazioni di greggio oltre un certo tetto di prezzo. L’Unione sembra procedere, lentamente ma inesorabilmente.
Sul piano politico è un passo quasi inevitabile, data la difficoltà nel sanzionare il gas russo. Alcuni esperti sostengono che il petrolio avrebbe dovuto essere l’obiettivo principale sin da subito, visto che nel 2021 ha generato oltre i tre quarti (77%) delle entrate russe dall’energia, mentre il gas meno di un quinto.
Restano aperti due problemi: come mettere d’accordo i governi europei, e capire come reagiranno i mercati mondiali.
🃏Castello di carte?
In Europa c’è chi vorrebbe agire subito (Polonia e Paesi baltici) e chi frena. La Germania, ma anche l’Ungheria del neo-rieletto Orban, che negli anni è diventata uno dei Paesi più dipendenti da gas e petrolio russi. Nel frattempo, però, le compagnie Ue già si “auto-sanzionano” importando meno petrolio da Mosca.
Da parte sua, la Russia non ha grandi alternative: ieri il gigante petrolifero Rosneft, pur accettando forti sconti sul prezzo del greggio, non è riuscito a piazzare 37 milioni di barili ("rifiutati" dall’Europa) neppure sugli affamati mercati asiatici.
Non è l’unico problema di Mosca. Anche se il Cremlino ha sospeso la comunicazione dei dati sulla produzione petrolifera, dai satelliti sopra la Siberia un dato appare chiaro: la produzione è già scesa di 1,3 milioni di barili (-10%) e sembra pronta a diminuire ulteriormente. Che siano i primi segni di cedimento?
🪙 Facce della stessa moneta
Se Mosca piange, il mondo non ride. Una riduzione dell’offerta globale di petrolio e derivati aggrava l’attuale carenza di materie prime, e da qui i danni collaterali delle sanzioni occidentali non solo sulle proprie economie, ma anche su quelle del resto del mondo.
Per ora a limitare i danni ci sono gli effetti dei duri lockdown cinesi, che hanno fatto crollare produzione industriale e mobilità. Ma viene da chiedersi per quanto ancora il rallentamento della seconda economia del mondo potrà evitare un Brent a 150 dollari al barile.
Insomma, si preannunciano tempi duri, e non solo per la Russia.
🔴 Oggi alle 18.00: non perdere la tavola rotonda “Macron 2.0: Francia ed Europa ancora "en marche"?”, con i commenti e le analisi del voto francese di domenica. Partecipa qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/macron-20-francia-ed-europa-ancora-en-marche
🛢Baby steps
Domani gli ambasciatori Ue si vedranno per discutere del sesto pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Sanzioni che potrebbero includere una graduale riduzione degli acquisti di petrolio, o l'imposizione di dazi sulle esportazioni di greggio oltre un certo tetto di prezzo. L’Unione sembra procedere, lentamente ma inesorabilmente.
Sul piano politico è un passo quasi inevitabile, data la difficoltà nel sanzionare il gas russo. Alcuni esperti sostengono che il petrolio avrebbe dovuto essere l’obiettivo principale sin da subito, visto che nel 2021 ha generato oltre i tre quarti (77%) delle entrate russe dall’energia, mentre il gas meno di un quinto.
Restano aperti due problemi: come mettere d’accordo i governi europei, e capire come reagiranno i mercati mondiali.
🃏Castello di carte?
In Europa c’è chi vorrebbe agire subito (Polonia e Paesi baltici) e chi frena. La Germania, ma anche l’Ungheria del neo-rieletto Orban, che negli anni è diventata uno dei Paesi più dipendenti da gas e petrolio russi. Nel frattempo, però, le compagnie Ue già si “auto-sanzionano” importando meno petrolio da Mosca.
Da parte sua, la Russia non ha grandi alternative: ieri il gigante petrolifero Rosneft, pur accettando forti sconti sul prezzo del greggio, non è riuscito a piazzare 37 milioni di barili ("rifiutati" dall’Europa) neppure sugli affamati mercati asiatici.
Non è l’unico problema di Mosca. Anche se il Cremlino ha sospeso la comunicazione dei dati sulla produzione petrolifera, dai satelliti sopra la Siberia un dato appare chiaro: la produzione è già scesa di 1,3 milioni di barili (-10%) e sembra pronta a diminuire ulteriormente. Che siano i primi segni di cedimento?
🪙 Facce della stessa moneta
Se Mosca piange, il mondo non ride. Una riduzione dell’offerta globale di petrolio e derivati aggrava l’attuale carenza di materie prime, e da qui i danni collaterali delle sanzioni occidentali non solo sulle proprie economie, ma anche su quelle del resto del mondo.
Per ora a limitare i danni ci sono gli effetti dei duri lockdown cinesi, che hanno fatto crollare produzione industriale e mobilità. Ma viene da chiedersi per quanto ancora il rallentamento della seconda economia del mondo potrà evitare un Brent a 150 dollari al barile.
Insomma, si preannunciano tempi duri, e non solo per la Russia.
🔴 Oggi alle 18.00: non perdere la tavola rotonda “Macron 2.0: Francia ed Europa ancora "en marche"?”, con i commenti e le analisi del voto francese di domenica. Partecipa qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/macron-20-francia-ed-europa-ancora-en-marche
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: GUERRA ENERGETICA
⛔️ Dalla Russia senza (a)more
La battaglia del gas è cominciata. Gazprom ha notificato a Bulgaria e Polonia di avere interrotto le sue forniture di gas tramite il gasdotto Yamal. La loro colpa? Non quella di essere morosi: i pagamenti sono stati infatti effettuati nei tempi previsti. Ma con valuta occidentale e non in rubli secondo le modalità previste dalla nuova procedura annunciata da Mosca a fine marzo (cioè creando un doppio conto presso Gazprombank).
Inoltre, se la Polonia o la Bulgaria decidessero di “barare”, prelevando dai gasdotti il gas russo in transito verso altri paesi europei il livello generale delle forniture russe verrà ridotto di un ammontare analogo a quanto sottratto. Insomma, pugno duro di Mosca che però era nell’aria da settimane. E infatti c’è chi si è preparato.
🇵🇱 Polonia is not impressed
Dopo l’annuncio dell’interruzione dei flussi, il prezzo del gas in Europa è salito fino al 34%, per poi assestarsi su un +10%. Una reazione moderata, giustificata dallo scarso peso del gas russo per la Polonia. Da mesi Varsavia aveva infatti ridotto di oltre un quarto le sue importazioni di gas da Mosca.
Inoltre, grazie a due nuovi gasdotti potrà presto contare sul gas che arriva da Lituania e Norvegia. Ed essendosi preparata per tempo si trova con livelli di stoccaggio di gas più che doppi rispetto alla media europea (76% vs 32%). Una situazione opposta a quella bulgara, che pure non ha rinnovato gli accordi con Gazprom in scadenza a fine anno. Ma dove gli stoccaggi sono pieni al 17% e il gas russo conta per i tre quarti del fabbisogno nazionale.
⛽️ Maggioranza bulgara?
La Commissione Europea ha specificato che le aziende europee con contratti con Gazprom che prevedono pagamenti in euro o in dollari (il 97% del totale) non dovrebbero accettare le richieste russe perché far ciò costituirebbe un’infrazione delle sanzioni in vigore. Bulgaria e Polonia sono tra i primi paesi per i quali i pagamenti per il gas erano in scadenza dopo la richiesta russa di pagare in rubli.
Ma presto lo stesso destino potrebbe toccare alle principali economie europee (per l’Italia si parla di metà maggio), dove gli effetti economici di un’interruzione delle forniture di gas sono più temuti. Proprio nel giorno in cui gli ambasciatori Ue sono impegnati nelle discussioni su un possibile embargo del petrolio russo, Mosca gioca d’anticipo.
L’Europa risponderà?
🟢 Al via venerdì 29 aprile il nostro Forum di alto livello sul climate change in collaborazione con l’OCSE: leader ed esperti da tutto il mondo si incontreranno a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
⛔️ Dalla Russia senza (a)more
La battaglia del gas è cominciata. Gazprom ha notificato a Bulgaria e Polonia di avere interrotto le sue forniture di gas tramite il gasdotto Yamal. La loro colpa? Non quella di essere morosi: i pagamenti sono stati infatti effettuati nei tempi previsti. Ma con valuta occidentale e non in rubli secondo le modalità previste dalla nuova procedura annunciata da Mosca a fine marzo (cioè creando un doppio conto presso Gazprombank).
Inoltre, se la Polonia o la Bulgaria decidessero di “barare”, prelevando dai gasdotti il gas russo in transito verso altri paesi europei il livello generale delle forniture russe verrà ridotto di un ammontare analogo a quanto sottratto. Insomma, pugno duro di Mosca che però era nell’aria da settimane. E infatti c’è chi si è preparato.
🇵🇱 Polonia is not impressed
Dopo l’annuncio dell’interruzione dei flussi, il prezzo del gas in Europa è salito fino al 34%, per poi assestarsi su un +10%. Una reazione moderata, giustificata dallo scarso peso del gas russo per la Polonia. Da mesi Varsavia aveva infatti ridotto di oltre un quarto le sue importazioni di gas da Mosca.
Inoltre, grazie a due nuovi gasdotti potrà presto contare sul gas che arriva da Lituania e Norvegia. Ed essendosi preparata per tempo si trova con livelli di stoccaggio di gas più che doppi rispetto alla media europea (76% vs 32%). Una situazione opposta a quella bulgara, che pure non ha rinnovato gli accordi con Gazprom in scadenza a fine anno. Ma dove gli stoccaggi sono pieni al 17% e il gas russo conta per i tre quarti del fabbisogno nazionale.
⛽️ Maggioranza bulgara?
La Commissione Europea ha specificato che le aziende europee con contratti con Gazprom che prevedono pagamenti in euro o in dollari (il 97% del totale) non dovrebbero accettare le richieste russe perché far ciò costituirebbe un’infrazione delle sanzioni in vigore. Bulgaria e Polonia sono tra i primi paesi per i quali i pagamenti per il gas erano in scadenza dopo la richiesta russa di pagare in rubli.
Ma presto lo stesso destino potrebbe toccare alle principali economie europee (per l’Italia si parla di metà maggio), dove gli effetti economici di un’interruzione delle forniture di gas sono più temuti. Proprio nel giorno in cui gli ambasciatori Ue sono impegnati nelle discussioni su un possibile embargo del petrolio russo, Mosca gioca d’anticipo.
L’Europa risponderà?
🟢 Al via venerdì 29 aprile il nostro Forum di alto livello sul climate change in collaborazione con l’OCSE: leader ed esperti da tutto il mondo si incontreranno a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: MIGRANTI TRA “SOGNO” E REALTÀ
🇪🇺 Non c’è due senza tre
Ieri la Commissione Ue ha presentato un nuovo pacchetto di misure per facilitare la migrazione legale. La proposta arriva durante la crisi migratoria più grande dai tempi della Seconda guerra mondiale: 5,4 milioni di persone hanno lasciato l’Ucraina nel giro di due mesi, oltre cinque volte il numero di chi ha raggiunto l’Europa nel corso della “crisi dei rifugiati” del 2015-2016.
Certo, una nuova proposta era nell’aria già da tempo. La prima, snobbata dai governi, era arrivata già nel 2015. Una seconda è giunta nel 2020, quando la Commissione ha presentato il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, incontrando nuovamente diffidenze e sospetti tra i governi nazionali. Adesso, sull’onda emotiva della crisi, l’Ue ci riprova.
🧳 Andate... e ritorni?
Dei 5,4 milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina, la maggioranza sono donne (50%) e minori (38%). Persone vulnerabili, traumatizzate e bisognose di aiuto. E geograficamente molto concentrate: proprio oggi la Polonia ha superato i 3 milioni di arrivi sul suo territorio.
Ma l’imprevedibile evoluzione (e la vicinanza) di questo conflitto rende il quadro mutevole. Secondo l’Agenzia Onu dei rifugiati, almeno 1,2 milioni dei neoarrivati sarebbero già rientrati in Ucraina. E, oltre alle persone ospitate dagli stati confinanti, quasi un milione si sarebbe già spostato verso altri Paesi Ue, approfittando della protezione temporanea attivata per la prima volta dai governi: tra questi 350.000 in Germania e oltre 100.000 in Italia.
🌊 Quando la marea si ritira
Mentre la Commissione ritiene che sia il momento giusto per “cogliere la palla al balzo”, per esempio semplificando le procedure per ottenere permessi di lavoro, non è detto che i governi la pensino allo stesso modo. Già oggi i paesi Ue sono reticenti a sborsare i soldi necessari all'accoglienza dei profughi ucraini. A Roma il governo ha stanziato 610 milioni di euro per rispondere alla crisi, ma i profughi presenti in Italia non hanno ancora ricevuto neppure una prima “rata”, e gli aiuti italiani dureranno un massimo di tre mesi.
Nel frattempo, gli sbarchi in Italia proseguono ai livelli più alti dal 2016, e proprio il conflitto ucraino rischia di complicare ulteriormente le prospettive economiche di chi vive in Paesi di origine e transito, in Africa e Medio Oriente.
L’ondata della solidarietà è stata travolgente. Rischia di esserlo anche la risacca?
🟢 Al via domani il nostro Forum on Climate Change organizzato in collaborazione con l’OCSE. Leader ed esperti da tutto il mondo si incontrano a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022
🇪🇺 Non c’è due senza tre
Ieri la Commissione Ue ha presentato un nuovo pacchetto di misure per facilitare la migrazione legale. La proposta arriva durante la crisi migratoria più grande dai tempi della Seconda guerra mondiale: 5,4 milioni di persone hanno lasciato l’Ucraina nel giro di due mesi, oltre cinque volte il numero di chi ha raggiunto l’Europa nel corso della “crisi dei rifugiati” del 2015-2016.
Certo, una nuova proposta era nell’aria già da tempo. La prima, snobbata dai governi, era arrivata già nel 2015. Una seconda è giunta nel 2020, quando la Commissione ha presentato il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, incontrando nuovamente diffidenze e sospetti tra i governi nazionali. Adesso, sull’onda emotiva della crisi, l’Ue ci riprova.
🧳 Andate... e ritorni?
Dei 5,4 milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina, la maggioranza sono donne (50%) e minori (38%). Persone vulnerabili, traumatizzate e bisognose di aiuto. E geograficamente molto concentrate: proprio oggi la Polonia ha superato i 3 milioni di arrivi sul suo territorio.
Ma l’imprevedibile evoluzione (e la vicinanza) di questo conflitto rende il quadro mutevole. Secondo l’Agenzia Onu dei rifugiati, almeno 1,2 milioni dei neoarrivati sarebbero già rientrati in Ucraina. E, oltre alle persone ospitate dagli stati confinanti, quasi un milione si sarebbe già spostato verso altri Paesi Ue, approfittando della protezione temporanea attivata per la prima volta dai governi: tra questi 350.000 in Germania e oltre 100.000 in Italia.
🌊 Quando la marea si ritira
Mentre la Commissione ritiene che sia il momento giusto per “cogliere la palla al balzo”, per esempio semplificando le procedure per ottenere permessi di lavoro, non è detto che i governi la pensino allo stesso modo. Già oggi i paesi Ue sono reticenti a sborsare i soldi necessari all'accoglienza dei profughi ucraini. A Roma il governo ha stanziato 610 milioni di euro per rispondere alla crisi, ma i profughi presenti in Italia non hanno ancora ricevuto neppure una prima “rata”, e gli aiuti italiani dureranno un massimo di tre mesi.
Nel frattempo, gli sbarchi in Italia proseguono ai livelli più alti dal 2016, e proprio il conflitto ucraino rischia di complicare ulteriormente le prospettive economiche di chi vive in Paesi di origine e transito, in Africa e Medio Oriente.
L’ondata della solidarietà è stata travolgente. Rischia di esserlo anche la risacca?
🟢 Al via domani il nostro Forum on Climate Change organizzato in collaborazione con l’OCSE. Leader ed esperti da tutto il mondo si incontrano a Milano e in virtuale per discutere le grandi sfide dei cambiamenti climatici e della transizione energetica. Iscriviti qui per partecipare: https://info.ispionline.it/forumclimate2022