🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: IL GAS DELLA DISCORDIA
🆘 Ritirata strategica?
Da stamattina la Germania è in “emergenza energetica”: il Governo tedesco ha attivato la prima di tre possibili fasi del suo piano di crisi. Tradotto, significa che ritiene ci siano serie possibilità che la situazione delle forniture di gas dalla Russia possa precipitare rapidamente.
Il motivo: domani sarebbe scaduta la settimana di tempo data da Putin alle imprese russe del gas per capire come farsi pagare direttamente in rubli. E anche se il Cremlino fa sapere che non chiederà “immediatamente” pagamenti in rubli, la richiesta (che i leader di Ue e G7 hanno denunciato come una “palese violazione contrattuale”) rimane nell’aria.
Come andrà a finire?
🇪🇺 Dis-Unione europea
Dopo l’annuncio di Berlino il prezzo del gas in Europa, già cinque volte più alto rispetto a un anno fa, è aumentato ancora (+14%). Mettendo sotto pressione governi Ue che sulle sanzioni sono sempre più divisi, temendo opinioni pubbliche spaventate dalle bollette. Anche perché, insieme al prezzo del gas, sale quello dell’elettricità.
La Germania dipende dalla Russia per il 50% del suo gas (seguita a stretto giro dall’Italia, con il 42%). In caso di interruzione delle forniture russe, i prezzi alle stelle costringerebbero le imprese energivore tedesche (acciaio, chimica, carta...) a interrompere la produzione in 3 settimane. E anche se economisti tedeschi stimano un possibile “colpo” al PIL europeo non enorme, del 2-3%, la paura è tanta.
📉 Crisi o “bolla”?
Mentre i governi Ue più esposti provano a fare da soli andando a caccia di gas per il mondo, anziché lavorare ad acquisti europei comuni, Mosca continua a vivere di rendita.
Questo mese le entrate russe dal gas venduto all’Europa sfiorano gli 11 miliardi, del 30% più alte rispetto a febbraio malgrado (o forse proprio grazie a) l’invasione. Così il rublo recupera buona parte delle perdite dell’ultimo mese (da –50% a –12% sul dollaro).
Pie illusioni del Cremlino? Probabilmente sì. Il mercato valutario russo è “in coma autoindotto” (parole del Wall Street Journal). E Mosca stessa ammette che quest’anno registrerà un –8% di PIL e inflazione al 20%, che non si vedevano dalla crisi del 1998.
Da qui la mezza retromarcia di oggi. Ma per quanto ancora potremo permetterci di vivere sul filo del rasoio?
🔴 Domani alle 18.00 approfondiremo queste questioni e molto altro nella nostra tavola rotonda “Rubli in cambio di gas russo? Cosa rischia l’Europa”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/rubli-cambio-di-gas-russo-cosa-rischia-leuropa
🆘 Ritirata strategica?
Da stamattina la Germania è in “emergenza energetica”: il Governo tedesco ha attivato la prima di tre possibili fasi del suo piano di crisi. Tradotto, significa che ritiene ci siano serie possibilità che la situazione delle forniture di gas dalla Russia possa precipitare rapidamente.
Il motivo: domani sarebbe scaduta la settimana di tempo data da Putin alle imprese russe del gas per capire come farsi pagare direttamente in rubli. E anche se il Cremlino fa sapere che non chiederà “immediatamente” pagamenti in rubli, la richiesta (che i leader di Ue e G7 hanno denunciato come una “palese violazione contrattuale”) rimane nell’aria.
Come andrà a finire?
🇪🇺 Dis-Unione europea
Dopo l’annuncio di Berlino il prezzo del gas in Europa, già cinque volte più alto rispetto a un anno fa, è aumentato ancora (+14%). Mettendo sotto pressione governi Ue che sulle sanzioni sono sempre più divisi, temendo opinioni pubbliche spaventate dalle bollette. Anche perché, insieme al prezzo del gas, sale quello dell’elettricità.
La Germania dipende dalla Russia per il 50% del suo gas (seguita a stretto giro dall’Italia, con il 42%). In caso di interruzione delle forniture russe, i prezzi alle stelle costringerebbero le imprese energivore tedesche (acciaio, chimica, carta...) a interrompere la produzione in 3 settimane. E anche se economisti tedeschi stimano un possibile “colpo” al PIL europeo non enorme, del 2-3%, la paura è tanta.
📉 Crisi o “bolla”?
Mentre i governi Ue più esposti provano a fare da soli andando a caccia di gas per il mondo, anziché lavorare ad acquisti europei comuni, Mosca continua a vivere di rendita.
Questo mese le entrate russe dal gas venduto all’Europa sfiorano gli 11 miliardi, del 30% più alte rispetto a febbraio malgrado (o forse proprio grazie a) l’invasione. Così il rublo recupera buona parte delle perdite dell’ultimo mese (da –50% a –12% sul dollaro).
Pie illusioni del Cremlino? Probabilmente sì. Il mercato valutario russo è “in coma autoindotto” (parole del Wall Street Journal). E Mosca stessa ammette che quest’anno registrerà un –8% di PIL e inflazione al 20%, che non si vedevano dalla crisi del 1998.
Da qui la mezza retromarcia di oggi. Ma per quanto ancora potremo permetterci di vivere sul filo del rasoio?
🔴 Domani alle 18.00 approfondiremo queste questioni e molto altro nella nostra tavola rotonda “Rubli in cambio di gas russo? Cosa rischia l’Europa”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/rubli-cambio-di-gas-russo-cosa-rischia-leuropa
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🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: BRUXELLES CHIAMA, PECHINO RISPONDE?
🇨🇳🇪🇺 Pesce d’aprile?
Domani vertice UE-Cina. La presidente della Commissione e il presidente del Consiglio UE, parleranno con il presidente cinese Xi Jinping e il premier Li Keqiang. Tanto alto il livello delle cariche coinvolte quanto poco incoraggianti le premesse: non ci sarà una dichiarazione o una conferenza congiunta, come è invece prassi comune in queste occasioni, e non sono previste deliverables.
L’obiettivo di Bruxelles è assicurarsi la neutralità della Cina, chiarendo che armare la Russia o aiutarla ad eludere le sanzioni avrà gravi conseguenze sulle relazioni UE-Cina. Insomma, una minaccia velata di possibili sanzioni contro Pechino, che però non sembra particolarmente interessata a parlare di Ucraina. E che intanto segnala un ulteriore avvicinamento a Mosca.
🎲 Giocata d’anticipo
Ieri, nell’ambito della terza riunione dei Paesi limitrofi dell’Afghanistan, si è tenuto un bilaterale tra il ministro degli esteri russo, Lavrov, e quello cinese Wang. L’esito è stato opposto a quello che probabilmente si avrà domani: si è parlato soprattutto di Ucraina e, nelle dichiarazioni congiunte post vertice, Pechino ha mostrato pieno sostegno al suo interlocutore.
Tanto da elogiare gli sforzi (?) di Mosca “per prevenire una crisi umanitaria su larga scala”. I due paesi si sono poi ripromessi di “promuovere le relazioni bilaterali a un livello superiore” e di "rafforzare il coordinamento politico estero”. Insomma, almeno a parole (come dichiarato dagli stessi ministri) l’alleanza sino-russa non sembra essere stata intaccata “dalla prova del cambiamento della situazione internazionale”.
📝 Prova del nove
Per l’Unione Europea l’incontro di domani sarà l’ennesimo test delle ultime settimane per verificare la sua inedita compattezza di fronte a questa crisi internazionale. La Cina è il terzo mercato (la Russia il quinto) per le esportazioni europee e il suo primo (la Russia il terzo) fornitore di merci. Ma in entrambe le voci Pechino conta circa il triplo rispetto a Mosca.
Per 12 Stati membri su 27 l’export verso Pechino vale più di un punto percentuale di PIL, fino a quasi il 3% per la Germania. Ovvero, possibili sanzioni imposte contro la Cina avrebbero un costo ben più alto per l’economia europea di quello generato dalle sanzioni contro la Russia, e sarebbero quindi più divisive.
Quanto è credibile la minaccia europea?
🔴 Live oggi alle 18.00 la tavola rotonda “Rubli in cambio di gas russo? Cosa rischia l’Europa.” Segui la diretta qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/rubli-cambio-di-gas-cosa-rischia-leuropa
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: Corridoi di speranza”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-corridoi-di-speranza-34390
🇨🇳🇪🇺 Pesce d’aprile?
Domani vertice UE-Cina. La presidente della Commissione e il presidente del Consiglio UE, parleranno con il presidente cinese Xi Jinping e il premier Li Keqiang. Tanto alto il livello delle cariche coinvolte quanto poco incoraggianti le premesse: non ci sarà una dichiarazione o una conferenza congiunta, come è invece prassi comune in queste occasioni, e non sono previste deliverables.
L’obiettivo di Bruxelles è assicurarsi la neutralità della Cina, chiarendo che armare la Russia o aiutarla ad eludere le sanzioni avrà gravi conseguenze sulle relazioni UE-Cina. Insomma, una minaccia velata di possibili sanzioni contro Pechino, che però non sembra particolarmente interessata a parlare di Ucraina. E che intanto segnala un ulteriore avvicinamento a Mosca.
🎲 Giocata d’anticipo
Ieri, nell’ambito della terza riunione dei Paesi limitrofi dell’Afghanistan, si è tenuto un bilaterale tra il ministro degli esteri russo, Lavrov, e quello cinese Wang. L’esito è stato opposto a quello che probabilmente si avrà domani: si è parlato soprattutto di Ucraina e, nelle dichiarazioni congiunte post vertice, Pechino ha mostrato pieno sostegno al suo interlocutore.
Tanto da elogiare gli sforzi (?) di Mosca “per prevenire una crisi umanitaria su larga scala”. I due paesi si sono poi ripromessi di “promuovere le relazioni bilaterali a un livello superiore” e di "rafforzare il coordinamento politico estero”. Insomma, almeno a parole (come dichiarato dagli stessi ministri) l’alleanza sino-russa non sembra essere stata intaccata “dalla prova del cambiamento della situazione internazionale”.
📝 Prova del nove
Per l’Unione Europea l’incontro di domani sarà l’ennesimo test delle ultime settimane per verificare la sua inedita compattezza di fronte a questa crisi internazionale. La Cina è il terzo mercato (la Russia il quinto) per le esportazioni europee e il suo primo (la Russia il terzo) fornitore di merci. Ma in entrambe le voci Pechino conta circa il triplo rispetto a Mosca.
Per 12 Stati membri su 27 l’export verso Pechino vale più di un punto percentuale di PIL, fino a quasi il 3% per la Germania. Ovvero, possibili sanzioni imposte contro la Cina avrebbero un costo ben più alto per l’economia europea di quello generato dalle sanzioni contro la Russia, e sarebbero quindi più divisive.
Quanto è credibile la minaccia europea?
🔴 Live oggi alle 18.00 la tavola rotonda “Rubli in cambio di gas russo? Cosa rischia l’Europa.” Segui la diretta qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/rubli-cambio-di-gas-cosa-rischia-leuropa
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: Corridoi di speranza”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-corridoi-di-speranza-34390
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: SUL FILO DEL GAS
⏳ Drôle de guerre
Ieri Putin ha dato seguito alle minacce all’Europa: o dal 1° aprile pagate il gas in rubli, o ci saranno conseguenze. Scoccata la mezzanotte di oggi, però, malgrado i pagamenti UE restino in euro o dollari, le forniture russe non si sono interrotte.
Un pesce d’aprile? Non proprio. Il decreto firmato ieri dal Presidente russo è in vigore, e la partita si dovrebbe giocare nel giro di una settimana o poco più di “adeguamenti tecnici”. Ma per adesso i governi UE non sembrano disposti a cedere alle richieste del Cremlino.
Al contrario, alzano la posta.
⛽️ Worst case
Da mercoledì Germania e Austria sono in preallerta energetica, mentre l’Italia lo era già da fine febbraio. Come a segnalare a Putin che si stanno preparando a eventuali “guerre” che portino a interruzioni delle forniture.
In effetti, Germania e Italia sono i grandi Paesi europei più dipendenti dal gas russo. Con i livelli di stoccaggio di oggi, un’eventuale interruzione delle forniture russe avrebbe effetti drammatici. Senza ridurre i consumi, alla Germania il gas “di scorta” basterebbe solo per 8 settimane, all’Italia per 10. E c’è persino chi è messo peggio: quattro Paesi non hanno scorte di gas e dipendono totalmente dagli altri (e dai fornitori, Russia inclusa).
Anelli deboli di una catena che corre il rischio di spezzarsi.
💵 Ultima spiaggia?
Se non fosse per le sanzioni, la Russia sarebbe in forte vantaggio. Dal 2014 a oggi Mosca ha accumulato 650 miliardi di riserve, di cui 340 in euro o dollari. E prima dell’invasione le entrate del gas erano solo un quinto rispetto a quelle derivanti dal petrolio. Un'economia a prova di sanzioni?
Sì e no. Con le riserve estere congelate e le vendite di petrolio fortemente limitate dalle sanzioni Usa e dalle “auto-sanzioni” degli importatori europei, il “doppio paracadute” di Mosca è bucato. Ecco perché oggi la Russia ha più che mai bisogno di vendere gas.
Resta quindi da chiedersi quale sarà l’effetto delle mosse di Putin. Dimostrerà quanto la Russia sia ancora indispensabile per l’economia europea? O quanto sia inaffidabile, e dunque quanto urgente sia trovare alternative al gas russo?
🔴 Crisi energetica: qual è la posta in gioco per l’Europa e per l’Italia? Ne parleremo il 4 aprile nella tavola rotonda ISPI. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-crisi-energetica-la-posta-gioco-litalia-e-leuropa
🗓 Non perdere a partire dal 5 aprile il ciclo di eventi “The War & The World”, dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina con alcune delle voci più importanti delle relazioni internazionali. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
⏳ Drôle de guerre
Ieri Putin ha dato seguito alle minacce all’Europa: o dal 1° aprile pagate il gas in rubli, o ci saranno conseguenze. Scoccata la mezzanotte di oggi, però, malgrado i pagamenti UE restino in euro o dollari, le forniture russe non si sono interrotte.
Un pesce d’aprile? Non proprio. Il decreto firmato ieri dal Presidente russo è in vigore, e la partita si dovrebbe giocare nel giro di una settimana o poco più di “adeguamenti tecnici”. Ma per adesso i governi UE non sembrano disposti a cedere alle richieste del Cremlino.
Al contrario, alzano la posta.
⛽️ Worst case
Da mercoledì Germania e Austria sono in preallerta energetica, mentre l’Italia lo era già da fine febbraio. Come a segnalare a Putin che si stanno preparando a eventuali “guerre” che portino a interruzioni delle forniture.
In effetti, Germania e Italia sono i grandi Paesi europei più dipendenti dal gas russo. Con i livelli di stoccaggio di oggi, un’eventuale interruzione delle forniture russe avrebbe effetti drammatici. Senza ridurre i consumi, alla Germania il gas “di scorta” basterebbe solo per 8 settimane, all’Italia per 10. E c’è persino chi è messo peggio: quattro Paesi non hanno scorte di gas e dipendono totalmente dagli altri (e dai fornitori, Russia inclusa).
Anelli deboli di una catena che corre il rischio di spezzarsi.
💵 Ultima spiaggia?
Se non fosse per le sanzioni, la Russia sarebbe in forte vantaggio. Dal 2014 a oggi Mosca ha accumulato 650 miliardi di riserve, di cui 340 in euro o dollari. E prima dell’invasione le entrate del gas erano solo un quinto rispetto a quelle derivanti dal petrolio. Un'economia a prova di sanzioni?
Sì e no. Con le riserve estere congelate e le vendite di petrolio fortemente limitate dalle sanzioni Usa e dalle “auto-sanzioni” degli importatori europei, il “doppio paracadute” di Mosca è bucato. Ecco perché oggi la Russia ha più che mai bisogno di vendere gas.
Resta quindi da chiedersi quale sarà l’effetto delle mosse di Putin. Dimostrerà quanto la Russia sia ancora indispensabile per l’economia europea? O quanto sia inaffidabile, e dunque quanto urgente sia trovare alternative al gas russo?
🔴 Crisi energetica: qual è la posta in gioco per l’Europa e per l’Italia? Ne parleremo il 4 aprile nella tavola rotonda ISPI. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-crisi-energetica-la-posta-gioco-litalia-e-leuropa
🗓 Non perdere a partire dal 5 aprile il ciclo di eventi “The War & The World”, dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina con alcune delle voci più importanti delle relazioni internazionali. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: 5° MANDATO (DI ORBAN) E 5° ROUND (DI SANZIONI)?
🇭🇺 En plein
Quarto mandato consecutivo come primo ministro per Viktor Orban, il quinto in totale. Questo il risultato emerso nettamente dalle elezioni di ieri in Ungheria. La coalizione di quello che è ora il capo di governo più longevo dell’UE ha ottenuto il 53% dei voti, che si trasformano in due terzi dei seggi (sufficienti per modificare la costituzione).
E dire che per la prima volta dopo molti anni l’opposizione si era presentata unita. Ma si è fermata al 35% dei voti, e il suo candidato premier è stato persino sconfitto nel suo distretto dall'ex capo dello staff di Orban. Una disfatta, che le accuse di controllo governativo dei media e suddivisione ad-hoc dei collegi elettorali non bastano a spiegare.
🪖 Quinta colonna
La campagna elettorale è stata inevitabilmente influenzata dalla guerra in Ucraina. Una situazione che si pensava avrebbe potuto danneggiare Orban, visti i suoi 12 incontri con Putin negli ultimi 12 anni. Al contrario, la scelta del premier di non inviare armi all’Ucraina, contrariamente a quanto avrebbe voluto fare il suo sfidante, si è rivelata una carta vincente.
Tuttavia, l’ambiguità verso Mosca contribuisce all’isolamento dell’Ungheria. I suoi alleati nel Gruppo di Visegrad, tra i più fervidi sostenitori di Kiev, hanno cancellato un vertice del gruppo in Ungheria. La NATO ha rafforzato la sua presenza militare in tutti i paesi del fianco est, tranne in Ungheria. E sul paese continua a pendere la minaccia di un taglio dei fondi comunitari da parte di Bruxelles.
⚔️ Delitto e castigo?
Nel suo discorso celebrativo Orban ha citato Zelensky come uno degli avversari sconfitti in queste elezioni. Eppure, sinora non aveva mai mancato di votare a favore delle sanzioni contro Mosca.
Adesso, in risposta ai presunti crimini di guerra avvenuti a Bucha, un crescente numero di Stati membri chiede un ulteriore inasprimento delle sanzioni. Tra le opzioni sul tavolo però rimangono misure divisive, come l’embargo dell’energia russa che Budapest (che da Mosca importa più del 75% del suo gas e petrolio) non intende accettare. Una posizione condivisa con la Germania. Così qualche Stato membro inizia a muoversi da solo: come i paesi baltici, che hanno annunciato l’interruzione delle loro importazioni di gas russo.
Il fronte europeo si sta disunendo. Ma non è solo colpa di Orban.
🔴 Al via domani 5 aprile il ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina, con alcune delle voci più importanti delle relazioni internazionali. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
🇭🇺 En plein
Quarto mandato consecutivo come primo ministro per Viktor Orban, il quinto in totale. Questo il risultato emerso nettamente dalle elezioni di ieri in Ungheria. La coalizione di quello che è ora il capo di governo più longevo dell’UE ha ottenuto il 53% dei voti, che si trasformano in due terzi dei seggi (sufficienti per modificare la costituzione).
E dire che per la prima volta dopo molti anni l’opposizione si era presentata unita. Ma si è fermata al 35% dei voti, e il suo candidato premier è stato persino sconfitto nel suo distretto dall'ex capo dello staff di Orban. Una disfatta, che le accuse di controllo governativo dei media e suddivisione ad-hoc dei collegi elettorali non bastano a spiegare.
🪖 Quinta colonna
La campagna elettorale è stata inevitabilmente influenzata dalla guerra in Ucraina. Una situazione che si pensava avrebbe potuto danneggiare Orban, visti i suoi 12 incontri con Putin negli ultimi 12 anni. Al contrario, la scelta del premier di non inviare armi all’Ucraina, contrariamente a quanto avrebbe voluto fare il suo sfidante, si è rivelata una carta vincente.
Tuttavia, l’ambiguità verso Mosca contribuisce all’isolamento dell’Ungheria. I suoi alleati nel Gruppo di Visegrad, tra i più fervidi sostenitori di Kiev, hanno cancellato un vertice del gruppo in Ungheria. La NATO ha rafforzato la sua presenza militare in tutti i paesi del fianco est, tranne in Ungheria. E sul paese continua a pendere la minaccia di un taglio dei fondi comunitari da parte di Bruxelles.
⚔️ Delitto e castigo?
Nel suo discorso celebrativo Orban ha citato Zelensky come uno degli avversari sconfitti in queste elezioni. Eppure, sinora non aveva mai mancato di votare a favore delle sanzioni contro Mosca.
Adesso, in risposta ai presunti crimini di guerra avvenuti a Bucha, un crescente numero di Stati membri chiede un ulteriore inasprimento delle sanzioni. Tra le opzioni sul tavolo però rimangono misure divisive, come l’embargo dell’energia russa che Budapest (che da Mosca importa più del 75% del suo gas e petrolio) non intende accettare. Una posizione condivisa con la Germania. Così qualche Stato membro inizia a muoversi da solo: come i paesi baltici, che hanno annunciato l’interruzione delle loro importazioni di gas russo.
Il fronte europeo si sta disunendo. Ma non è solo colpa di Orban.
🔴 Al via domani 5 aprile il ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina, con alcune delle voci più importanti delle relazioni internazionali. Iscriviti per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: MOSCA, PIANO “FALLITO”?
⛔️ Divieto di accesso
Ieri il Tesoro degli Stati Uniti ha bloccato i pagamenti del debito russo attraverso conti americani. O meglio, ha negato un permesso ad hoc che fino a domenica aveva consentito a Mosca di ripagare i debiti in dollari tramite il suo intermediario JPMorgan. Un meccanismo collaudato che permetteva a Mosca di onorare i suoi debiti, evitando al contempo a Washington di essere additata come "causa" del fallimento russo.
Almeno fino a lunedì, quando gli Usa hanno deciso di non autorizzare un pagamento da 600 milioni di dollari sulle rimanenti obbligazioni russe in scadenza. Lo scopo è di aumentare la pressione, anche alla luce dei fatti di Bucha, mettendo Mosca sempre più alle strette: prosciugare le riserve interne di dollari o andare in default.
💸 Circolo vizioso?
Se questa nuova misura americana avrà un impatto sull’economia russa, o ne causerà il default, potrebbe non essere per mancanza di fondi. Anzi, i 2,5 miliardi di debito sovrano in scadenza da qui a fine anno sono spiccioli rispetto al costo dello sforzo bellico, stimato in miliardi di dollari al giorno (ma finanziabile anche in rubli).
Di converso, malgrado le sanzioni occidentali, negli ultimi mesi le entrate russe in valuta estera sono aumentate. Tutto grazie all’esplosione dei prezzi internazionali delle materie prime, "aiutata” in parte proprio dall’invasione dell’Ucraina. Tanto che oggi, tra gas e petrolio, la Russia incassa almeno un miliardo di dollari al giorno: 50% in più rispetto ai 650 milioni al giorno dell’anno scorso.
🇪🇺 Piccoli passi
Così in Europa von der Leyen ha annunciato i dettagli del quinto pacchetto UE di sanzioni, che domani sarà messo al voto dei 27 Stati membri. Tra le misure proposte c’è il blocco delle importazioni di carbone. Che però valgono solo una piccolissima frazione (4 miliardi) delle importazioni totali europee di combustibili fossili dalla Russia (100 miliardi).
Ma si discute anche di un possibile embargo parziale sul petrolio da implementare imponendo una tariffa sul greggio russo per diminuirne la domanda. Mentre sul gas russo si escludono al momento provvedimenti. Insomma, per quanto ancora non colpisca Mosca dove più fa male, l’Europa apre a scenari di interruzione della dipendenza energetica dalla Russia impensabili fino a poche settimane fa.
Domani sapremo fin dove intende spingersi.
🎙 Non perdere l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: “Bucha, e la reazione dell’Europa”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-bucha-e-la-reazione-delleuropa-34455
⛔️ Divieto di accesso
Ieri il Tesoro degli Stati Uniti ha bloccato i pagamenti del debito russo attraverso conti americani. O meglio, ha negato un permesso ad hoc che fino a domenica aveva consentito a Mosca di ripagare i debiti in dollari tramite il suo intermediario JPMorgan. Un meccanismo collaudato che permetteva a Mosca di onorare i suoi debiti, evitando al contempo a Washington di essere additata come "causa" del fallimento russo.
Almeno fino a lunedì, quando gli Usa hanno deciso di non autorizzare un pagamento da 600 milioni di dollari sulle rimanenti obbligazioni russe in scadenza. Lo scopo è di aumentare la pressione, anche alla luce dei fatti di Bucha, mettendo Mosca sempre più alle strette: prosciugare le riserve interne di dollari o andare in default.
💸 Circolo vizioso?
Se questa nuova misura americana avrà un impatto sull’economia russa, o ne causerà il default, potrebbe non essere per mancanza di fondi. Anzi, i 2,5 miliardi di debito sovrano in scadenza da qui a fine anno sono spiccioli rispetto al costo dello sforzo bellico, stimato in miliardi di dollari al giorno (ma finanziabile anche in rubli).
Di converso, malgrado le sanzioni occidentali, negli ultimi mesi le entrate russe in valuta estera sono aumentate. Tutto grazie all’esplosione dei prezzi internazionali delle materie prime, "aiutata” in parte proprio dall’invasione dell’Ucraina. Tanto che oggi, tra gas e petrolio, la Russia incassa almeno un miliardo di dollari al giorno: 50% in più rispetto ai 650 milioni al giorno dell’anno scorso.
🇪🇺 Piccoli passi
Così in Europa von der Leyen ha annunciato i dettagli del quinto pacchetto UE di sanzioni, che domani sarà messo al voto dei 27 Stati membri. Tra le misure proposte c’è il blocco delle importazioni di carbone. Che però valgono solo una piccolissima frazione (4 miliardi) delle importazioni totali europee di combustibili fossili dalla Russia (100 miliardi).
Ma si discute anche di un possibile embargo parziale sul petrolio da implementare imponendo una tariffa sul greggio russo per diminuirne la domanda. Mentre sul gas russo si escludono al momento provvedimenti. Insomma, per quanto ancora non colpisca Mosca dove più fa male, l’Europa apre a scenari di interruzione della dipendenza energetica dalla Russia impensabili fino a poche settimane fa.
Domani sapremo fin dove intende spingersi.
🎙 Non perdere l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: “Bucha, e la reazione dell’Europa”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-bucha-e-la-reazione-delleuropa-34455
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🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: TRANSIZIONE VERDE RIMANDATA?
🏭 Pausa di riflessione
Più carbone e meno consumi. Queste, assieme a un aumento delle forniture di gas non russo e GNL, sembrano essere le soluzioni identificate da un rapporto consegnato al Governo italiano per ridurre la dipendenza energetica da Mosca. L’Italia non è sola in Europa: anche Germania, Bulgaria e Repubblica Ceca hanno aperto alla possibilità di prolungare l'uso delle centrali a carbone.
Scelte non proprio green, che evidenziano come nel breve periodo conciliare maggior indipendenza energetica e transizione sia quasi impossibile. Basta confrontare i due piani di marzo per aiutare l’UE ad "abbandonare” il gas russo: quello dell’Agenzia internazionale dell’energia, che include più carbone e minori consumi, costerebbe meno di 50 miliardi di euro. Un quarto della proposta “RePower EU” della Commissione Europea, che invece del carbone proprio non ne vuole sapere.
💶 Il colore dei soldi
Nel medio temine però la storia cambia. Perché l’UE raggiunga l'autosufficienza energetica in sei anni, le rinnovabili diventano il percorso più economico. È vero, richiedono una spesa annua aggiuntiva tutt’altro che trascurabile: almeno 170 miliardi di euro (l’1,3% del PIL). Ma danno maggiori garanzie di stabilità e sicurezza, a differenza dei combustibili fossili segnati in questi anni di pandemia e guerra da forniture a singhiozzo e prezzi alle stelle.
Ecco perché la crisi energetica in corso sta spingendo più di un paese ad accelerare sulla transizione verde. La Germania, ad esempio, ha anticipato i suoi obiettivi: vorrebbe raggiungere il 100% di elettricità prodotta con energia rinnovabile entro il 2035 (un aumento rispetto al precedente 80%).
⏰ Now or never
Già con la pandemia, la transizione verde aveva subito un primo rallentamento. Dei 14.000 miliardi spesi dai paesi G20 in misure di stimolo economico, solo il 6% è stato destinato ad azioni per il taglio le emissioni. Persino nella “virtuosa” UE, nel 2021 la produzione di energia dal carbone è aumentata del 18% – la prima volta dopo un decennio.
Di questo passo, secondo l’ultimo rapporto della Nazioni Unite, si va verso un aumento delle temperature di 3,2°C entro fine secolo: più del doppio di quell’1,5°C che gli stati si sono ripetutamente impegnati a raggiungere, l’ultima volta alla COP26 di novembre.
Sempre secondo l’Onu, abbandonare i combustibili fossili comporterà inevitabili disagi economici. Saremo pronti o aspetteremo la prossima crisi?
🔴 Domani 7 aprile il secondo incontro del ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina. Appuntamento alle 15.00 sul futuro della globalizzazione con Cecilia Malmström, già Commissaria europea per il commercio. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
👉 Non perdere gli ultimi approfondimenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale ucraina: “Da Guernica a Bucha”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-guernica-bucha-34492
🏭 Pausa di riflessione
Più carbone e meno consumi. Queste, assieme a un aumento delle forniture di gas non russo e GNL, sembrano essere le soluzioni identificate da un rapporto consegnato al Governo italiano per ridurre la dipendenza energetica da Mosca. L’Italia non è sola in Europa: anche Germania, Bulgaria e Repubblica Ceca hanno aperto alla possibilità di prolungare l'uso delle centrali a carbone.
Scelte non proprio green, che evidenziano come nel breve periodo conciliare maggior indipendenza energetica e transizione sia quasi impossibile. Basta confrontare i due piani di marzo per aiutare l’UE ad "abbandonare” il gas russo: quello dell’Agenzia internazionale dell’energia, che include più carbone e minori consumi, costerebbe meno di 50 miliardi di euro. Un quarto della proposta “RePower EU” della Commissione Europea, che invece del carbone proprio non ne vuole sapere.
💶 Il colore dei soldi
Nel medio temine però la storia cambia. Perché l’UE raggiunga l'autosufficienza energetica in sei anni, le rinnovabili diventano il percorso più economico. È vero, richiedono una spesa annua aggiuntiva tutt’altro che trascurabile: almeno 170 miliardi di euro (l’1,3% del PIL). Ma danno maggiori garanzie di stabilità e sicurezza, a differenza dei combustibili fossili segnati in questi anni di pandemia e guerra da forniture a singhiozzo e prezzi alle stelle.
Ecco perché la crisi energetica in corso sta spingendo più di un paese ad accelerare sulla transizione verde. La Germania, ad esempio, ha anticipato i suoi obiettivi: vorrebbe raggiungere il 100% di elettricità prodotta con energia rinnovabile entro il 2035 (un aumento rispetto al precedente 80%).
⏰ Now or never
Già con la pandemia, la transizione verde aveva subito un primo rallentamento. Dei 14.000 miliardi spesi dai paesi G20 in misure di stimolo economico, solo il 6% è stato destinato ad azioni per il taglio le emissioni. Persino nella “virtuosa” UE, nel 2021 la produzione di energia dal carbone è aumentata del 18% – la prima volta dopo un decennio.
Di questo passo, secondo l’ultimo rapporto della Nazioni Unite, si va verso un aumento delle temperature di 3,2°C entro fine secolo: più del doppio di quell’1,5°C che gli stati si sono ripetutamente impegnati a raggiungere, l’ultima volta alla COP26 di novembre.
Sempre secondo l’Onu, abbandonare i combustibili fossili comporterà inevitabili disagi economici. Saremo pronti o aspetteremo la prossima crisi?
🔴 Domani 7 aprile il secondo incontro del ciclo “The War & The World”: dialoghi di 15 minuti sulle conseguenze globali della guerra in Ucraina. Appuntamento alle 15.00 sul futuro della globalizzazione con Cecilia Malmström, già Commissaria europea per il commercio. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/war-and-world
👉 Non perdere gli ultimi approfondimenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale ucraina: “Da Guernica a Bucha”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-guernica-bucha-34492
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: LA SANZIONE CHE NON C’È
💸 Ma quanto mi costi?
L’UE è sempre più vicina a vietare le importazioni di carbone dalla Russia. Sarebbe un “colpo” da 5 miliardi di euro, che andrebbe ad aggiungersi ai 3 miliardi sottratti a Mosca proibendo le importazioni di ferro e acciaio a metà marzo.
Sempre oggi però il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede di escludere le Russia dal G20 e inasprire le sanzioni contro Mosca, appena sospesa anche dal Consiglio ONU per i diritti umani. Nel mirino di Bruxelles non solo le importazioni di carbone, ma anche di gas e petrolio. Insomma, malgrado le nuove misure, l’UE non starebbe facendo ancora abbastanza.
🚫 Se mi lasci non vale
Il ban al carbone russo non arriverebbe subito, ma partirebbe da agosto, e solo per i nuovi contratti. E pensare che questo "divorzio” sarebbe molto più semplice rispetto a quello dagli altri combustibili fossili forniti da Mosca: solo il 19% dei consumi UE di carbone arriva dalla Russia, una quota ben lontana rispetto al 37% di petrolio e al 41% di gas naturale.
Di converso, però, per la Russia il carbone rappresenta solo una piccola quota dei ricavi dalle esportazioni di energia verso l’UE: nel 2021 era il 5%, contro il 77% del petrolio (tra greggio e suoi prodotti come benzina e diesel) e il 18% del gas naturale. Un colpo, sì, ma difficilmente letale.
🛢Oro nero
Dunque è chiaro: se si vuole colpire davvero Mosca bisogna farlo sul petrolio. Qualcosa di certamente più fattibile che ridurre le importazioni di gas. Eppure, fattibile non significa semplice.
È certamente vero che il mercato del petrolio è globale, dunque gli effetti di sanzioni UE si “spalmerebbero” su tutti i grandi consumatori mondiali. Ed è vero che qui gli alleati si possono dare una mano, cosa che gli USA hanno fatto settimana scorsa promettendo di rilasciare sul mercato 180 milioni di barili di riserve strategiche da qui a fine settembre (1 milione al giorno).
Ma anche qui la geografia conta. Gran parte delle raffinerie europee è “tarata” per il petrolio russo. E parte di questo petrolio viaggia via oleodotto, e non via nave, verso raffinerie tedesche e polacche senza accesso al mare.
Insomma, il divorzio si preannuncia difficile.
📊 Crisi Ucraina: cosa pensano gli italiani? Chi è il principale responsabile della guerra, e come potrà finire? È giusto armare l’Ucraina, e sono giuste le sanzioni? Leggi il nuovo sondaggio ISPI realizzato da IPSOS: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/guerra-ucraina-cosa-pensano-gli-italiani-34462
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Il prezzo da pagare”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-il-prezzo-da-pagare-34517
💸 Ma quanto mi costi?
L’UE è sempre più vicina a vietare le importazioni di carbone dalla Russia. Sarebbe un “colpo” da 5 miliardi di euro, che andrebbe ad aggiungersi ai 3 miliardi sottratti a Mosca proibendo le importazioni di ferro e acciaio a metà marzo.
Sempre oggi però il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede di escludere le Russia dal G20 e inasprire le sanzioni contro Mosca, appena sospesa anche dal Consiglio ONU per i diritti umani. Nel mirino di Bruxelles non solo le importazioni di carbone, ma anche di gas e petrolio. Insomma, malgrado le nuove misure, l’UE non starebbe facendo ancora abbastanza.
🚫 Se mi lasci non vale
Il ban al carbone russo non arriverebbe subito, ma partirebbe da agosto, e solo per i nuovi contratti. E pensare che questo "divorzio” sarebbe molto più semplice rispetto a quello dagli altri combustibili fossili forniti da Mosca: solo il 19% dei consumi UE di carbone arriva dalla Russia, una quota ben lontana rispetto al 37% di petrolio e al 41% di gas naturale.
Di converso, però, per la Russia il carbone rappresenta solo una piccola quota dei ricavi dalle esportazioni di energia verso l’UE: nel 2021 era il 5%, contro il 77% del petrolio (tra greggio e suoi prodotti come benzina e diesel) e il 18% del gas naturale. Un colpo, sì, ma difficilmente letale.
🛢Oro nero
Dunque è chiaro: se si vuole colpire davvero Mosca bisogna farlo sul petrolio. Qualcosa di certamente più fattibile che ridurre le importazioni di gas. Eppure, fattibile non significa semplice.
È certamente vero che il mercato del petrolio è globale, dunque gli effetti di sanzioni UE si “spalmerebbero” su tutti i grandi consumatori mondiali. Ed è vero che qui gli alleati si possono dare una mano, cosa che gli USA hanno fatto settimana scorsa promettendo di rilasciare sul mercato 180 milioni di barili di riserve strategiche da qui a fine settembre (1 milione al giorno).
Ma anche qui la geografia conta. Gran parte delle raffinerie europee è “tarata” per il petrolio russo. E parte di questo petrolio viaggia via oleodotto, e non via nave, verso raffinerie tedesche e polacche senza accesso al mare.
Insomma, il divorzio si preannuncia difficile.
📊 Crisi Ucraina: cosa pensano gli italiani? Chi è il principale responsabile della guerra, e come potrà finire? È giusto armare l’Ucraina, e sono giuste le sanzioni? Leggi il nuovo sondaggio ISPI realizzato da IPSOS: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/guerra-ucraina-cosa-pensano-gli-italiani-34462
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “Il prezzo da pagare”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-il-prezzo-da-pagare-34517
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: ELISEO, EFFETTO PUTIN?
🇫🇷 Favori elettorali
Domenica la Francia si recherà alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Elezioni dall’esito tutt'altro che scontato, stando ai sondaggi più recenti. Se fino a un mese fa ben 13 punti percentuali separavano Macron dalla sua principale avversaria, Marine Le Pen, a due giorni dalle elezioni lo scarto è sceso a soli 5 punti.
Un’ascesa per cui Le Pen deve innanzitutto ringraziare il suo rivale di estrema destra, Eric Zemmour: la sua posizione intransigente contro i rifugiati ucraini non ha affatto pagato. Ma a giocare a favore del Rassemblement National ci ha pensato anche la guerra in Ucraina. Anche se Le Pen non si è mai distinta per le sue critiche a Putin. Anzi.
⚖️ Putin di vista
Le relazioni tra Le Pen e la Russia sono consolidate da tempo. Il suo partito sta ancora ripagando un prestito di 9 milioni di euro stipulato nel 2014 con una banca russa e si è spesso schierato a favore di Mosca, sia sull'annessione della Crimea che sul caso Navalny.
Ma sembra essere bastata l’ammissione pubblica di Le Pen di aver "cambiato la sua opinione" su Putin per cancellare questo passato scomodo. Così è Emmanuel Macron a essere ora sotto tiro, accusato di “aver negoziato con un criminale” a causa dei suoi incontri ripetuti con Putin, nel tentativo di convincerlo a non invadere l’Ucraina.
📈 Sondaggi di guerra
Come Le Pen, neppure altri esponenti dei cosiddetti partiti sovranisti in giro per il mondo sembrano aver particolarmente sofferto la loro passata o presente vicinanza con Putin. Negli Usa la popolarità di Trump è rimasta immutata dall’inizio della guerra, malgrado il giorno prima dell’invasione Donald avesse definito Putin “un genio”. E anche in Brasile, Bolsonaro è in crescita nei sondaggi nonostante i suoi espliciti attestati di stima nei confronti del presidente russo.
La stessa popolarità di Putin è tutt’altro che danneggiata dallo scarso andamento della guerra. Secondo il centro Levada, l'indice di approvazione del presidente russo è salito all'83%, dal 69% di gennaio. Comunque meno popolare di Zelensky, il cui tasso di approvazione tra i suoi concittadini è ora superiore al 90%.
Insomma, almeno dal punto di vista elettorale sembrano esserci più vincitori che vinti.
🎙 Non perdere l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nell’episodio di oggi: “Dal voto in Francia alla crisi tunisina: come cambia il mondo in tempi di guerra?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-dal-voto-francia-alla-crisi-tunisina-come-cambia-il-mondo-tempi-di-guerra-34524
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “L’Europa a Bucha”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-leuropa-bucha-34536
🇫🇷 Favori elettorali
Domenica la Francia si recherà alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Elezioni dall’esito tutt'altro che scontato, stando ai sondaggi più recenti. Se fino a un mese fa ben 13 punti percentuali separavano Macron dalla sua principale avversaria, Marine Le Pen, a due giorni dalle elezioni lo scarto è sceso a soli 5 punti.
Un’ascesa per cui Le Pen deve innanzitutto ringraziare il suo rivale di estrema destra, Eric Zemmour: la sua posizione intransigente contro i rifugiati ucraini non ha affatto pagato. Ma a giocare a favore del Rassemblement National ci ha pensato anche la guerra in Ucraina. Anche se Le Pen non si è mai distinta per le sue critiche a Putin. Anzi.
⚖️ Putin di vista
Le relazioni tra Le Pen e la Russia sono consolidate da tempo. Il suo partito sta ancora ripagando un prestito di 9 milioni di euro stipulato nel 2014 con una banca russa e si è spesso schierato a favore di Mosca, sia sull'annessione della Crimea che sul caso Navalny.
Ma sembra essere bastata l’ammissione pubblica di Le Pen di aver "cambiato la sua opinione" su Putin per cancellare questo passato scomodo. Così è Emmanuel Macron a essere ora sotto tiro, accusato di “aver negoziato con un criminale” a causa dei suoi incontri ripetuti con Putin, nel tentativo di convincerlo a non invadere l’Ucraina.
📈 Sondaggi di guerra
Come Le Pen, neppure altri esponenti dei cosiddetti partiti sovranisti in giro per il mondo sembrano aver particolarmente sofferto la loro passata o presente vicinanza con Putin. Negli Usa la popolarità di Trump è rimasta immutata dall’inizio della guerra, malgrado il giorno prima dell’invasione Donald avesse definito Putin “un genio”. E anche in Brasile, Bolsonaro è in crescita nei sondaggi nonostante i suoi espliciti attestati di stima nei confronti del presidente russo.
La stessa popolarità di Putin è tutt’altro che danneggiata dallo scarso andamento della guerra. Secondo il centro Levada, l'indice di approvazione del presidente russo è salito all'83%, dal 69% di gennaio. Comunque meno popolare di Zelensky, il cui tasso di approvazione tra i suoi concittadini è ora superiore al 90%.
Insomma, almeno dal punto di vista elettorale sembrano esserci più vincitori che vinti.
🎙 Non perdere l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nell’episodio di oggi: “Dal voto in Francia alla crisi tunisina: come cambia il mondo in tempi di guerra?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-dal-voto-francia-alla-crisi-tunisina-come-cambia-il-mondo-tempi-di-guerra-34524
🔴 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: “L’Europa a Bucha”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-leuropa-bucha-34536
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: GAS, DISINTOSSICAZIONE IN CORSO
👋 Mosca, addio?
Oggi il premier Draghi è in visita in Algeria, insieme al ministro degli Esteri Di Maio e all’amministratore delegato di Eni Descalzi, per incontrare il presidente algerino Tebboune. L’obiettivo? Aumentare le forniture di gas dall’Algeria e ridurre quelle dalla Russia.
L’accordo potrebbe portare in Italia fino a 9 miliardi di metri cubi (Gmc) aggiuntivi, trasformando l’Algeria nel nostro principale fornitore di gas entro il prossimo inverno. Un patto strategico non solo per i suoi volumi, ma soprattutto per la tempistica, potenzialmente ridotta. Eppure, rimpiazzare in tempi rapidi tutto il gas russo non sarà facile.
🏝 Ultime spiagge
Con l’accordo di oggi i flussi di gas dovrebbero avvicinarsi alla capacità massima di Transmed, gasdotto che collega Italia e Algeria – anche se c’è chi dubita che Algeri possa aumentare la produzione nel giro di pochi mesi. Massimi ormai già toccati dall'altra parte del Mediterraneo, con le forniture attraverso il TAP aumentate di 3 Gmc/a.
Altri 2,5 Gmc/a stanno arrivando sotto forma di gas liquefatto, avvicinandoci anche in questo caso alla capacità massima di rigassificazione italiana (12,2 contro 15 Gmc/a). E, anche se l’affitto di un’altra nave rigassificatrice è all’orizzonte, non arriverà prima del 2023. Nel frattempo, purtroppo, l’instabilità libica ci priva della nostra ultima alternativa.
Insomma, se tutto andasse per il verso giusto quest’anno potremmo sostituire circa metà dei 28 Gmc/a di gas russo. E il resto?
⚔️ Uno per tutti...
Entro fine mese Draghi toccherà altre tappe in Africa: in Congo (già dopo Pasqua), Mozambico e Angola. Stati che assieme a Nigeria, Qatar, Egitto e Indonesia completano la strategia di diversificazione delle fonti energetiche definita dall’Italia dopo l’invasione.
Ma non siamo certi gli unici in cerca di alternative: il mercato del gas mondiale è già oggi molto “tight” proprio a causa della domanda europea. Anche perché il gas algerino acquistato dall’Italia non sarà disponibile per altri Paesi UE, mentre a Roma non arriverà ulteriore GNL se il Qatar dovesse venderlo a Berlino.
Si avverte la mancanza di un acquirente unico europeo, come abbiamo invece fatto per i vaccini. Non siamo così lontani da quel divide et impera su cui Mosca ha puntato per anni.
📊 Le sanzioni occidentali alla Russia di Putin sono “senza precedenti”: potrebbero comunque rivelarsi un’arma spuntata? Non perdere il nuovo numero dell’ISPI DataLab: “Tutti i ‘buchi’ delle sanzioni alla Russia”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-buchi-delle-sanzioni-alla-russia-34533
👋 Mosca, addio?
Oggi il premier Draghi è in visita in Algeria, insieme al ministro degli Esteri Di Maio e all’amministratore delegato di Eni Descalzi, per incontrare il presidente algerino Tebboune. L’obiettivo? Aumentare le forniture di gas dall’Algeria e ridurre quelle dalla Russia.
L’accordo potrebbe portare in Italia fino a 9 miliardi di metri cubi (Gmc) aggiuntivi, trasformando l’Algeria nel nostro principale fornitore di gas entro il prossimo inverno. Un patto strategico non solo per i suoi volumi, ma soprattutto per la tempistica, potenzialmente ridotta. Eppure, rimpiazzare in tempi rapidi tutto il gas russo non sarà facile.
🏝 Ultime spiagge
Con l’accordo di oggi i flussi di gas dovrebbero avvicinarsi alla capacità massima di Transmed, gasdotto che collega Italia e Algeria – anche se c’è chi dubita che Algeri possa aumentare la produzione nel giro di pochi mesi. Massimi ormai già toccati dall'altra parte del Mediterraneo, con le forniture attraverso il TAP aumentate di 3 Gmc/a.
Altri 2,5 Gmc/a stanno arrivando sotto forma di gas liquefatto, avvicinandoci anche in questo caso alla capacità massima di rigassificazione italiana (12,2 contro 15 Gmc/a). E, anche se l’affitto di un’altra nave rigassificatrice è all’orizzonte, non arriverà prima del 2023. Nel frattempo, purtroppo, l’instabilità libica ci priva della nostra ultima alternativa.
Insomma, se tutto andasse per il verso giusto quest’anno potremmo sostituire circa metà dei 28 Gmc/a di gas russo. E il resto?
⚔️ Uno per tutti...
Entro fine mese Draghi toccherà altre tappe in Africa: in Congo (già dopo Pasqua), Mozambico e Angola. Stati che assieme a Nigeria, Qatar, Egitto e Indonesia completano la strategia di diversificazione delle fonti energetiche definita dall’Italia dopo l’invasione.
Ma non siamo certi gli unici in cerca di alternative: il mercato del gas mondiale è già oggi molto “tight” proprio a causa della domanda europea. Anche perché il gas algerino acquistato dall’Italia non sarà disponibile per altri Paesi UE, mentre a Roma non arriverà ulteriore GNL se il Qatar dovesse venderlo a Berlino.
Si avverte la mancanza di un acquirente unico europeo, come abbiamo invece fatto per i vaccini. Non siamo così lontani da quel divide et impera su cui Mosca ha puntato per anni.
📊 Le sanzioni occidentali alla Russia di Putin sono “senza precedenti”: potrebbero comunque rivelarsi un’arma spuntata? Non perdere il nuovo numero dell’ISPI DataLab: “Tutti i ‘buchi’ delle sanzioni alla Russia”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-buchi-delle-sanzioni-alla-russia-34533
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: NATO, FATTO 30, FAI 32 (MEMBRI)?
🪑🪑 Aggiungi due posti a tavola
Finlandia e Svezia potrebbero presto entrare nella NATO. Un “effetto collaterale” della guerra impensabile fino a pochi mesi fa, ma ora sempre più concreto. In Finlandia, ancora nel 2019, più della metà della popolazione era contraria all'adesione alla NATO definita come “molto improbabile” dalla prima ministra solo lo scorso gennaio. Ora il 62% è favorevole (+11 punti percentuali dall’inizio della guerra) e il parlamento potrebbe decidere per l’adesione già a metà giugno.
Pure a Stoccolma si osserva lo stesso trend: per la prima volta, la maggioranza degli svedesi sostiene l'ingresso nel blocco (+9% da gennaio). E complici le elezioni previste a settembre, cresce il numero di forze politiche che aprono a questa possibilità. Insieme al rischio di ritorsioni da parte di Mosca.
🪖 (Non) benvenuti al Nord
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha già messo in guardia i due paesi nordici. Diventare il 31esimo e 32esimo membro dell’alleanza comporterebbe "gravi conseguenze militari e politiche” comprese "misure di ritorsione”. Un primo assaggio se ne è forse avuto in queste settimane: un attacco hacker, presumibilmente russo, ha colpito i siti del governo finlandese e 4 caccia di Mosca avrebbero violato lo spazio aereo svedese.
Ecco perché i due paesi chiedono procedure rapide qualora decidessero per un’adesione. Non dovrebbe essere un problema visto che dal 2014 (in risposta all’invasione russa della Crimea) presenziano al Consiglio Nord Atlantico, l'organo decisionale dell’alleanza. E hanno già legami militari con i partner NATO tanto stretti che nessun membro potrebbe giustificare un veto alle loro candidature.
🗺 Questione di kilometri
Dal 1999 ad oggi i km di confini in comune tra Russia e NATO sono triplicati. Un’annessione della NATO raddoppierebbe ulteriormente la lunghezza di questa frontiera comune. Non proprio quel ritorno della NATO alle sue dimensioni nel 1997, che Mosca aveva posto tra le condizioni per non invadere l’Ucraina.
Nella lista di richieste presentata dal Cremlino agli Stati Uniti a inizio febbraio, compariva poi il ritiro di contingenti e armamenti NATO dal suo confine est. Ma domenica, il segretario generale Stoltenberg ha affermato proprio l’intenzione opposta: “l’alleanza sta progettando una presenza militare permanente ai suoi confini con la Russia, capace di affrontare un esercito invasore”.
Se anche conquistasse l’Ucraina, Putin potrebbe dire di aver vinto?
🎙 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nella puntata di oggi: “Russia-Ucraina: chi sono i foreign fighters?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-russia-ucraina-chi-sono-i-foreign-fighters-34575
👉 Tutti gli aggiornamenti sul conflitto nel nuovo numero del nostro Daily Focus “Speciale Ucraina: diplomazia al palo”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-diplomazia-al-palo-34579
🪑🪑 Aggiungi due posti a tavola
Finlandia e Svezia potrebbero presto entrare nella NATO. Un “effetto collaterale” della guerra impensabile fino a pochi mesi fa, ma ora sempre più concreto. In Finlandia, ancora nel 2019, più della metà della popolazione era contraria all'adesione alla NATO definita come “molto improbabile” dalla prima ministra solo lo scorso gennaio. Ora il 62% è favorevole (+11 punti percentuali dall’inizio della guerra) e il parlamento potrebbe decidere per l’adesione già a metà giugno.
Pure a Stoccolma si osserva lo stesso trend: per la prima volta, la maggioranza degli svedesi sostiene l'ingresso nel blocco (+9% da gennaio). E complici le elezioni previste a settembre, cresce il numero di forze politiche che aprono a questa possibilità. Insieme al rischio di ritorsioni da parte di Mosca.
🪖 (Non) benvenuti al Nord
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha già messo in guardia i due paesi nordici. Diventare il 31esimo e 32esimo membro dell’alleanza comporterebbe "gravi conseguenze militari e politiche” comprese "misure di ritorsione”. Un primo assaggio se ne è forse avuto in queste settimane: un attacco hacker, presumibilmente russo, ha colpito i siti del governo finlandese e 4 caccia di Mosca avrebbero violato lo spazio aereo svedese.
Ecco perché i due paesi chiedono procedure rapide qualora decidessero per un’adesione. Non dovrebbe essere un problema visto che dal 2014 (in risposta all’invasione russa della Crimea) presenziano al Consiglio Nord Atlantico, l'organo decisionale dell’alleanza. E hanno già legami militari con i partner NATO tanto stretti che nessun membro potrebbe giustificare un veto alle loro candidature.
🗺 Questione di kilometri
Dal 1999 ad oggi i km di confini in comune tra Russia e NATO sono triplicati. Un’annessione della NATO raddoppierebbe ulteriormente la lunghezza di questa frontiera comune. Non proprio quel ritorno della NATO alle sue dimensioni nel 1997, che Mosca aveva posto tra le condizioni per non invadere l’Ucraina.
Nella lista di richieste presentata dal Cremlino agli Stati Uniti a inizio febbraio, compariva poi il ritiro di contingenti e armamenti NATO dal suo confine est. Ma domenica, il segretario generale Stoltenberg ha affermato proprio l’intenzione opposta: “l’alleanza sta progettando una presenza militare permanente ai suoi confini con la Russia, capace di affrontare un esercito invasore”.
Se anche conquistasse l’Ucraina, Putin potrebbe dire di aver vinto?
🎙 Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nella puntata di oggi: “Russia-Ucraina: chi sono i foreign fighters?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-russia-ucraina-chi-sono-i-foreign-fighters-34575
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