🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: IL PREZZO DELLE SCELTE (DI PUTIN)
🔍 Mezze verità
“La Russia è sopravvissuta alla guerra lampo economica”. Questo quanto ieri dichiarato da Putin, secondo cui le sanzioni imposte dalla comunità internazionale potranno essere un’occasione vantaggiosa per la Russia per diventare più indipendente dall’Occidente.
Alcuni dati economici sembrano supportare le sue parole. Il rublo dopo aver perso fino al 40% rispetto al dollaro è ora risalito al -18%. Gli interventi della Banca Centrale sono riusciti a evitare un collasso bancario tanto che la base monetaria (il totale dei contanti in circolazione e detenuti nei depositi bancari) è aumentata del 14% nell’ultimo mese. E il pagamento di 117 milioni di dollari di interessi dovuti è stato effettuato nei tempi nonostante le voci di default. Ma Putin ha detto anche altro.
🤯 Surplus di problemi
Grazie alle esportazioni di energia, la Russia gode di un surplus commerciale che può utilizzare per i pagamenti in valuta estera. Serviranno però tra i 6-9 mesi affinché queste entrate possano compensare il blocco delle riserve in valuta estera della Banca Centrale russa. Ma già ad aprile bisognerà rimborsare un debito molto più grande di quello appena pagato: 2 miliardi di dollari.
Per riuscire a evitare il default, la Russia dovrà quindi andare incontro, come ammesso dallo stesso Putin, “a difficili e profondi cambiamenti strutturali della sua economia che porteranno a un incremento di disoccupazione e inflazione”. Che già vediamo: nel giro di una settimana l’inflazione annuale è aumentata di 2 punti percentuali, e dovrebbe raggiungere il 17% entro la fine dell’anno.
☎️ Better call Vladimir
Ad aumentare sono soprattutto i prezzi di beni importati e di prima necessità, comunque presi d’assalto nei negozi per paura di future carenze. Per far fronte a questa inflazione, Putin ha annunciato un (timido) aumento di pensioni e salari con tanto di hotline a supporto di chi soffre per il carovita.
Poca cosa alla luce delle previsioni di crescita della Russia per il 2022. Se prima della guerra il PIL russo sarebbe dovuto crescere del 3%, ora oscilla tra -6% e un -15% nel caso di conflitto protratto nel tempo. E dire che Putin ha costruito gran parte della sua popolarità proprio sulla stabilizzazione di un’economia russa uscita a pezzi dal crollo dell’Unione Sovietica.
Che la sua reputazione segua di pari passo l’andamento del PIL?
🎙 Live oggi alle 18.00: “Guerra in Ucraina, la Cina da che parte sta?” Segui la tavola rotonda in diretta qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-ucraina-la-cina-da-che-parte-sta
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Offensiva senza sosta”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-offensiva-senza-sosta-34190
🔍 Mezze verità
“La Russia è sopravvissuta alla guerra lampo economica”. Questo quanto ieri dichiarato da Putin, secondo cui le sanzioni imposte dalla comunità internazionale potranno essere un’occasione vantaggiosa per la Russia per diventare più indipendente dall’Occidente.
Alcuni dati economici sembrano supportare le sue parole. Il rublo dopo aver perso fino al 40% rispetto al dollaro è ora risalito al -18%. Gli interventi della Banca Centrale sono riusciti a evitare un collasso bancario tanto che la base monetaria (il totale dei contanti in circolazione e detenuti nei depositi bancari) è aumentata del 14% nell’ultimo mese. E il pagamento di 117 milioni di dollari di interessi dovuti è stato effettuato nei tempi nonostante le voci di default. Ma Putin ha detto anche altro.
🤯 Surplus di problemi
Grazie alle esportazioni di energia, la Russia gode di un surplus commerciale che può utilizzare per i pagamenti in valuta estera. Serviranno però tra i 6-9 mesi affinché queste entrate possano compensare il blocco delle riserve in valuta estera della Banca Centrale russa. Ma già ad aprile bisognerà rimborsare un debito molto più grande di quello appena pagato: 2 miliardi di dollari.
Per riuscire a evitare il default, la Russia dovrà quindi andare incontro, come ammesso dallo stesso Putin, “a difficili e profondi cambiamenti strutturali della sua economia che porteranno a un incremento di disoccupazione e inflazione”. Che già vediamo: nel giro di una settimana l’inflazione annuale è aumentata di 2 punti percentuali, e dovrebbe raggiungere il 17% entro la fine dell’anno.
☎️ Better call Vladimir
Ad aumentare sono soprattutto i prezzi di beni importati e di prima necessità, comunque presi d’assalto nei negozi per paura di future carenze. Per far fronte a questa inflazione, Putin ha annunciato un (timido) aumento di pensioni e salari con tanto di hotline a supporto di chi soffre per il carovita.
Poca cosa alla luce delle previsioni di crescita della Russia per il 2022. Se prima della guerra il PIL russo sarebbe dovuto crescere del 3%, ora oscilla tra -6% e un -15% nel caso di conflitto protratto nel tempo. E dire che Putin ha costruito gran parte della sua popolarità proprio sulla stabilizzazione di un’economia russa uscita a pezzi dal crollo dell’Unione Sovietica.
Che la sua reputazione segua di pari passo l’andamento del PIL?
🎙 Live oggi alle 18.00: “Guerra in Ucraina, la Cina da che parte sta?” Segui la tavola rotonda in diretta qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-ucraina-la-cina-da-che-parte-sta
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Offensiva senza sosta”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-offensiva-senza-sosta-34190
🔴 ISPI DATALAB | EUROPA: ECONOMIA DI GUERRA
La guerra in Ucraina sta già avendo pesanti ricadute sul piano economico. Se l'impatto sulla Russia è stato stimato in un -10 % del PIL, i paesi dell'UE potrebbero assestarsi a un a -2 %. Ma le conseguenze saranno anche indirette: dall'aumento dei prezzi dell'energia alla stagflazione, la guerra potrebbe muoversi dalla sfera militare a quell'economica più in fretta di quanto possiamo immaginare.
📊 Leggi il nuovo numero di DataLab: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-economia-di-guerra-34191
La guerra in Ucraina sta già avendo pesanti ricadute sul piano economico. Se l'impatto sulla Russia è stato stimato in un -10 % del PIL, i paesi dell'UE potrebbero assestarsi a un a -2 %. Ma le conseguenze saranno anche indirette: dall'aumento dei prezzi dell'energia alla stagflazione, la guerra potrebbe muoversi dalla sfera militare a quell'economica più in fretta di quanto possiamo immaginare.
📊 Leggi il nuovo numero di DataLab: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-economia-di-guerra-34191
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: IL PANTANO
🪖 “Secondo i piani”
A tre settimane dall’inizio del conflitto, Putin insiste: “L’operazione speciale sta andando secondo i piani”. Una visione molto diversa dalle evidenze sul campo, che invece hanno spinto ieri il Ministero della Difesa britannico a definire l’invasione “sostanzialmente bloccata su tutti i fronti”. E qualcuno inizia a parlare di controffensive ucraine.
Insomma, nonostante la schiacciante superiorità (sulla carta) dell’esercito russo, l’Ucraina resiste. E al Cremlino qualche testa ha già cominciato a cadere.
🤕 Danni collaterali
Una cosa è certa: anche a Mosca sanno che le cose non stanno andando bene. Stime credibili quantificano in 7.000 il numero di soldati russi uccisi dall’inizio del conflitto (di cui 4 generali dei circa 20 schierati), e in 14.000-21.000 quello dei feriti. Significa che a oggi l’11-15% delle truppe russe sarebbe già fuori combattimento, un numero superiore alle perdite sovietiche nel “pantano afghano” del 1979-1989.
Le vittime eccellenti non si contano solo sul campo di battaglia. Le purghe ordinate dal Cremlino hanno colpito il capo dei servizi segreti esteri (Sergei Beseda) e il suo vice. Mentre ieri sarebbe stato rimosso anche il generale Roman Gavrilov, vicecapo della guardia nazionale, con l'accusa di aver "fatto trapelare informazioni" sulla guerra e aver "sprecato carburante”.
🇺🇦 Resistere, resistere, resistere!
Purtroppo, tutto questo non ci avvicina necessariamente alla fine del conflitto. Le opzioni per Putin restano due: negoziare o alzare il livello di violenza, colpendo sempre più indiscriminatamente il territorio ucraino. Una seconda opzione che fa male anche a noi europei. Secondo la BCE la crescita economica in Europa è già dello 0,5% più bassa a causa dell’invasione, e il rallentamento potrebbe arrivare al –2% in caso di conflitto prolungato. Un conto da 340 miliardi di euro.
Ma a perderci di più, ovviamente, sarebbero gli ucraini. L’Onu stima che già oggi il conflitto abbia spazzato via quasi vent’anni di sviluppo, e che il 90% della popolazione rischi di finire sotto la soglia di povertà. I 100 miliardi di danni equivalgono a due terzi del PIL ucraino. E i 3,3 milioni di profughi rappresentano già il 7% del paese.
La resistenza degli ucraini è stata ostinata, coraggiosa, ben organizzata e aiutata dall’impreparazione dell’invasore. Ma quanto ancora potrà durare?
📊 Nel nuovo numero dell’ISPI DataLab abbiamo approfondito, con l’aiuto di 6 grafici, l’impatto della guerra sull’economia europea: “Europa: economia di guerra”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-economia-di-guerra-34191
🎙 Ascolta la nuova puntata speciale di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: “Guerra in Ucraina, abbiamo vissuto la settimana della "svolta"?”. Qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-guerra-ucraina-abbiamo-vissuto-la-settimana-della-svolta-34211
🪖 “Secondo i piani”
A tre settimane dall’inizio del conflitto, Putin insiste: “L’operazione speciale sta andando secondo i piani”. Una visione molto diversa dalle evidenze sul campo, che invece hanno spinto ieri il Ministero della Difesa britannico a definire l’invasione “sostanzialmente bloccata su tutti i fronti”. E qualcuno inizia a parlare di controffensive ucraine.
Insomma, nonostante la schiacciante superiorità (sulla carta) dell’esercito russo, l’Ucraina resiste. E al Cremlino qualche testa ha già cominciato a cadere.
🤕 Danni collaterali
Una cosa è certa: anche a Mosca sanno che le cose non stanno andando bene. Stime credibili quantificano in 7.000 il numero di soldati russi uccisi dall’inizio del conflitto (di cui 4 generali dei circa 20 schierati), e in 14.000-21.000 quello dei feriti. Significa che a oggi l’11-15% delle truppe russe sarebbe già fuori combattimento, un numero superiore alle perdite sovietiche nel “pantano afghano” del 1979-1989.
Le vittime eccellenti non si contano solo sul campo di battaglia. Le purghe ordinate dal Cremlino hanno colpito il capo dei servizi segreti esteri (Sergei Beseda) e il suo vice. Mentre ieri sarebbe stato rimosso anche il generale Roman Gavrilov, vicecapo della guardia nazionale, con l'accusa di aver "fatto trapelare informazioni" sulla guerra e aver "sprecato carburante”.
🇺🇦 Resistere, resistere, resistere!
Purtroppo, tutto questo non ci avvicina necessariamente alla fine del conflitto. Le opzioni per Putin restano due: negoziare o alzare il livello di violenza, colpendo sempre più indiscriminatamente il territorio ucraino. Una seconda opzione che fa male anche a noi europei. Secondo la BCE la crescita economica in Europa è già dello 0,5% più bassa a causa dell’invasione, e il rallentamento potrebbe arrivare al –2% in caso di conflitto prolungato. Un conto da 340 miliardi di euro.
Ma a perderci di più, ovviamente, sarebbero gli ucraini. L’Onu stima che già oggi il conflitto abbia spazzato via quasi vent’anni di sviluppo, e che il 90% della popolazione rischi di finire sotto la soglia di povertà. I 100 miliardi di danni equivalgono a due terzi del PIL ucraino. E i 3,3 milioni di profughi rappresentano già il 7% del paese.
La resistenza degli ucraini è stata ostinata, coraggiosa, ben organizzata e aiutata dall’impreparazione dell’invasore. Ma quanto ancora potrà durare?
📊 Nel nuovo numero dell’ISPI DataLab abbiamo approfondito, con l’aiuto di 6 grafici, l’impatto della guerra sull’economia europea: “Europa: economia di guerra”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-economia-di-guerra-34191
🎙 Ascolta la nuova puntata speciale di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: “Guerra in Ucraina, abbiamo vissuto la settimana della "svolta"?”. Qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-guerra-ucraina-abbiamo-vissuto-la-settimana-della-svolta-34211
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: ALLA RICERCA DEL GAS PERDUTO
🗺 Gas tour
Accordo “in principle” tra Germania e Qatar per la fornitura di gas naturale liquefatto (GNL). La firma è avvenuta ieri a Doha da parte del ministro dell'economia tedesco Robert Habeck, impegnato in un tour del Golfo alla ricerca di alternative al gas russo. Esclusa la possibilità di rimandare lo spegnimento delle centrali nucleari tedesche previsto per quest’anno, Berlino accelera sul GNL e promette di costruire i suoi primi due terminali di rigassificazione.
Non è la sola. Anche l’Italia è impegnata nella ricerca di nuovi fornitori: dopo Algeria, Qatar, Congo e Angola, il ministro degli esteri Di Maio ha firmato una partnership energetica anche con il Mozambico. Ma come nel caso tedesco, anche l’Italia non rivela un dettaglio cruciale: quanto nuovo gas potrebbe arrivare.
⛽️ Più GNL per tutti?
Per ridurre la propria dipendenza dal gas russo, è l'intera UE a puntare sul GNL. Nel piano REPower EU presentato settimana scorsa dalla Commissione Europea, il nuovo GNL dovrebbe fornire circa 50 dei 102 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) che si vorrebbe smettere di importare da Mosca.
Ma 50 Gmc l’anno sono anche il 10% della produzione mondiale di GNL, e ci vorranno diversi anni prima che si riesca a trovare una simile capacità aggiuntiva sul mercato. A meno di pagare prezzi salatissimi: il GNL oggi costa infatti il quintuplo rispetto al gas russo. Per l’UE significherebbe spendere 200 miliardi l’anno in più: l’1,1% del PIL europeo.
💶 Consiglio per gli acquisti
Il piano della Commissione sarà al centro delle discussioni tra gli Stati membri al Consiglio Europeo di questo giovedì. E qualche paese, Polonia e Germania in primis, potrebbe chiedere cambiamenti significativi in vista della proposta dettagliata che la Commissione presenterà a maggio.
Non sarà l’unico motivo di divisione. Sul tentativo di mettere un tetto al prezzo di acquisto del gas si registrano infatti due fronti contrapposti: paesi mediterranei favorevoli da una parte, Europa del Nord dall’altra. Così come sulla volontà di rinunciare al petrolio russo, appoggiata dai governi baltici ma che richiederebbe improbabili importazioni di petrolio con caratteristiche simili, come quello venezuelano.
Insomma, un conto sono gli annunci ambiziosi di indipendenza energetica. Un conto (per di più salato) sono le decisioni per implementarla.
📊 Non perdere l'ultimo numero dell’ISPI DataLab: in 6 grafici, abbiamo approfondito l’impatto della guerra sull’economia europea. Leggi “Europa: economia di guerra”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-economia-di-guerra-34191
🎙In un’ora: “Conflitto Russia-Ucraina e commercio internazionale: come cambia la globalizzazione?” Ne parleremo giovedì 23 marzo alle 11.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-conflitto-russia-ucraina-e-commercio-internazionale-come-cambia-la-globalizzazione
🗺 Gas tour
Accordo “in principle” tra Germania e Qatar per la fornitura di gas naturale liquefatto (GNL). La firma è avvenuta ieri a Doha da parte del ministro dell'economia tedesco Robert Habeck, impegnato in un tour del Golfo alla ricerca di alternative al gas russo. Esclusa la possibilità di rimandare lo spegnimento delle centrali nucleari tedesche previsto per quest’anno, Berlino accelera sul GNL e promette di costruire i suoi primi due terminali di rigassificazione.
Non è la sola. Anche l’Italia è impegnata nella ricerca di nuovi fornitori: dopo Algeria, Qatar, Congo e Angola, il ministro degli esteri Di Maio ha firmato una partnership energetica anche con il Mozambico. Ma come nel caso tedesco, anche l’Italia non rivela un dettaglio cruciale: quanto nuovo gas potrebbe arrivare.
⛽️ Più GNL per tutti?
Per ridurre la propria dipendenza dal gas russo, è l'intera UE a puntare sul GNL. Nel piano REPower EU presentato settimana scorsa dalla Commissione Europea, il nuovo GNL dovrebbe fornire circa 50 dei 102 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) che si vorrebbe smettere di importare da Mosca.
Ma 50 Gmc l’anno sono anche il 10% della produzione mondiale di GNL, e ci vorranno diversi anni prima che si riesca a trovare una simile capacità aggiuntiva sul mercato. A meno di pagare prezzi salatissimi: il GNL oggi costa infatti il quintuplo rispetto al gas russo. Per l’UE significherebbe spendere 200 miliardi l’anno in più: l’1,1% del PIL europeo.
💶 Consiglio per gli acquisti
Il piano della Commissione sarà al centro delle discussioni tra gli Stati membri al Consiglio Europeo di questo giovedì. E qualche paese, Polonia e Germania in primis, potrebbe chiedere cambiamenti significativi in vista della proposta dettagliata che la Commissione presenterà a maggio.
Non sarà l’unico motivo di divisione. Sul tentativo di mettere un tetto al prezzo di acquisto del gas si registrano infatti due fronti contrapposti: paesi mediterranei favorevoli da una parte, Europa del Nord dall’altra. Così come sulla volontà di rinunciare al petrolio russo, appoggiata dai governi baltici ma che richiederebbe improbabili importazioni di petrolio con caratteristiche simili, come quello venezuelano.
Insomma, un conto sono gli annunci ambiziosi di indipendenza energetica. Un conto (per di più salato) sono le decisioni per implementarla.
📊 Non perdere l'ultimo numero dell’ISPI DataLab: in 6 grafici, abbiamo approfondito l’impatto della guerra sull’economia europea. Leggi “Europa: economia di guerra”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-economia-di-guerra-34191
🎙In un’ora: “Conflitto Russia-Ucraina e commercio internazionale: come cambia la globalizzazione?” Ne parleremo giovedì 23 marzo alle 11.00. Registrati qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-conflitto-russia-ucraina-e-commercio-internazionale-come-cambia-la-globalizzazione
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: MOSCA, ADDIO (?)
🥊 Quinto round?
Ieri in Ue si è (ri)cominciato a parlare di sanzioni. Formalmente, la ragione è l’innalzamento del livello della violenza impiegata da Mosca nel corso dell’invasione. Ma politicamente l’obiettivo è quello di non 💸arrivare ai vertici di fine settimana (Consiglio europeo, NATO e G7) a mani vuote.
Questa volta il settore preso di mira sarebbe quello energetico, che però divide i paesi Ue. C’è chi vorrebbe seguire l’esempio Usa e “attaccare il Cremlino dove fa più male” (paesi nordici) e chi vorrebbe evitare di colpire un settore scomodo (Germania).
Intanto la guerra, le sanzioni e il pericolo di perderci la faccia stanno spingendo molte aziende occidentali a lasciare il paese. Ma non tutte.
🧳 La grande fuga
Secondo Yale, su 467 imprese censite, tre quarti hanno deciso di cessare almeno temporaneamente la propria attività in Russia. Ma dietro questa apparente unità di intenti già si cela una prima crepa: se il 35% delle aziende ha annunciato un vero e proprio ritiro dal paese, il 40% ha invece deciso di sospendere le operazioni. Lasciando aperta la possibilità di riprenderle quando le acque si saranno calmate.
Tra chi (per il momento) ha deciso di restare ci sono imprese come Renault, che in Russia dà lavoro a 40.000 persone. È chiaro che chi ha molti “asset fisici” faccia più fatica a svincolarsi. Ma ci sono anche banche, come Credit Suisse, Sociéte Générale e Unicredit, che hanno un’esposizione complessiva con la Russia di almeno 60 miliardi di dollari.
💱 Tra il dire e il fare
Nel frattempo, i governi valutano anche l’efficacia delle misure prese sinora. Il rublo, che era crollato del 50% il 7 marzo, ha recuperato parte del terreno perduto e ora si assesta sul –30%.
Uno dei motivi è che Mosca continua a esportare energia, e ha dunque una fonte di valuta estera malgrado il congelamento di oltre la metà delle riserve della banca centrale. In teoria anche dollari ed euro “in entrata” sarebbero oggetto di sanzioni, ma se si passa per intermediari terzi (per esempio, banche cinesi) diventa facile perdere traccia della natura “russa” delle transazioni.
Washington e Bruxelles sanno di avere un problema. La Russia è il paese più sanzionato al mondo, vero. Ma non da tutto il mondo.
🎙 Non perderti la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nell’episodio di oggi: “Quali sono le strategie militari messe in campo nella guerra in Ucraina?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-quali-sono-le-strategie-militari-messe-campo-ucraina-34242
👉 Dell’impatto della guerra sulla sicurezza europea e sulle relazioni transatlantiche parleremo giovedì alle 18.00 nella tavola rotonda “Biden in Europa: USA-UE, fronte (davvero) comune?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/biden-europa-usa-ue-fronte-davvero-comune
🥊 Quinto round?
Ieri in Ue si è (ri)cominciato a parlare di sanzioni. Formalmente, la ragione è l’innalzamento del livello della violenza impiegata da Mosca nel corso dell’invasione. Ma politicamente l’obiettivo è quello di non 💸arrivare ai vertici di fine settimana (Consiglio europeo, NATO e G7) a mani vuote.
Questa volta il settore preso di mira sarebbe quello energetico, che però divide i paesi Ue. C’è chi vorrebbe seguire l’esempio Usa e “attaccare il Cremlino dove fa più male” (paesi nordici) e chi vorrebbe evitare di colpire un settore scomodo (Germania).
Intanto la guerra, le sanzioni e il pericolo di perderci la faccia stanno spingendo molte aziende occidentali a lasciare il paese. Ma non tutte.
🧳 La grande fuga
Secondo Yale, su 467 imprese censite, tre quarti hanno deciso di cessare almeno temporaneamente la propria attività in Russia. Ma dietro questa apparente unità di intenti già si cela una prima crepa: se il 35% delle aziende ha annunciato un vero e proprio ritiro dal paese, il 40% ha invece deciso di sospendere le operazioni. Lasciando aperta la possibilità di riprenderle quando le acque si saranno calmate.
Tra chi (per il momento) ha deciso di restare ci sono imprese come Renault, che in Russia dà lavoro a 40.000 persone. È chiaro che chi ha molti “asset fisici” faccia più fatica a svincolarsi. Ma ci sono anche banche, come Credit Suisse, Sociéte Générale e Unicredit, che hanno un’esposizione complessiva con la Russia di almeno 60 miliardi di dollari.
💱 Tra il dire e il fare
Nel frattempo, i governi valutano anche l’efficacia delle misure prese sinora. Il rublo, che era crollato del 50% il 7 marzo, ha recuperato parte del terreno perduto e ora si assesta sul –30%.
Uno dei motivi è che Mosca continua a esportare energia, e ha dunque una fonte di valuta estera malgrado il congelamento di oltre la metà delle riserve della banca centrale. In teoria anche dollari ed euro “in entrata” sarebbero oggetto di sanzioni, ma se si passa per intermediari terzi (per esempio, banche cinesi) diventa facile perdere traccia della natura “russa” delle transazioni.
Washington e Bruxelles sanno di avere un problema. La Russia è il paese più sanzionato al mondo, vero. Ma non da tutto il mondo.
🎙 Non perderti la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Nell’episodio di oggi: “Quali sono le strategie militari messe in campo nella guerra in Ucraina?”. Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-quali-sono-le-strategie-militari-messe-campo-ucraina-34242
👉 Dell’impatto della guerra sulla sicurezza europea e sulle relazioni transatlantiche parleremo giovedì alle 18.00 nella tavola rotonda “Biden in Europa: USA-UE, fronte (davvero) comune?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/biden-europa-usa-ue-fronte-davvero-comune
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🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: WHATEVER IT TAKES (SUL GAS)?
💵 Stoccaggio di sussidi
Via libera al nuovo quadro Ue sugli aiuti di Stato. La Commissione europea ha presentato oggi le regole con cui gli Stati membri potranno fino a fine anno sostenere i settori colpiti dal caro energia, incluse le aziende che l’energia la producono o la comprano.
Le continue oscillazioni del prezzo del gas mettono a rischio l’operatività dei traders energetici. Con perdite non solo sui profitti ma anche sulla liquidità dato che, nel clima di grande incertezza, le banche si tutelano chiedendo margini in contante pari all’80% del valore dell’acquisto. La possibilità di erogare fino a 50 milioni di euro di aiuti per ciascuna impresa serve a evitare un circolo vizioso: acquisti di gas rimandati, stoccaggi che restano bassi e spingono in alto i prezzi, e quindi ancora minori acquisti in futuro.
⛽️ Dieselgate
La Commissione sta studiando misure di sostegno anche per i consumatori, ma su questo punto i paesi europei sono divisi. C’è chi, come i governi “mediterranei”, chiede sussidi e prezzi calmierati per proteggere le fasce più povere di popolazione. E chi, come i paesi “nordici”, considera queste misure come sovvenzioni ai combustibili fossili da reindirizzare verso le rinnovabili.
Così i paesi Ue fanno da soli. Una mezza dozzina di loro ha già annunciato il taglio dei prezzi del carburante. Altri, come la Svezia, hanno introdotto incentivi per l'acquisto di nuovi veicoli elettrici. Mentre la Francia ha imposto un tetto massimo al prezzo del gas.
🇪🇺 Euro(gas)bond?
Sussidi e aiuti di Stato hanno un costo, che si sommerà ai 62 miliardi di euro già spesi dalle quattro principali economie europee per far fronte alla crisi energetica. E se al momento tassi di interessi ancora bassissimi consentono di finanziare facilmente spese importanti come queste, la BCE ha annunciato che entro fine anno i tassi dovranno aumentare per combattere l’inflazione. L’era dei “soldi gratis” è finita.
Ecco perché si torna a discutere di nuove emissioni congiunte di debito Ue per finanziare la spesa energetica e quella militare. Una spesa che secondo il premier Draghi potrebbe toccare i 2.000 miliardi di euro, più del doppio degli 800 miliardi di debito comune creati per fronteggiare la pandemia. Ma che in molti già liquidano come infattibile.
Insomma, malgrado l’invasione russa, l’Ue sembra aver riscoperto le vecchie divisioni.
🎙Dell’impatto della guerra sulla sicurezza europea e sulle relazioni transatlantiche parleremo domani alle 18.00 nella tavola rotonda “Biden in Europa: USA-UE, fronte (davvero) comune?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/biden-europa-usa-ue-fronte-davvero-comune
🎙Il 28 marzo alle 11.00 approfondiremo invece l’impatto della guerra tra Russia e Ucraina sulle materie prime agricole, di cui i due paesi sono tra i principali produttori globali. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-crisi-delle-materie-prime-limpatto-sullagroalimentare
💵 Stoccaggio di sussidi
Via libera al nuovo quadro Ue sugli aiuti di Stato. La Commissione europea ha presentato oggi le regole con cui gli Stati membri potranno fino a fine anno sostenere i settori colpiti dal caro energia, incluse le aziende che l’energia la producono o la comprano.
Le continue oscillazioni del prezzo del gas mettono a rischio l’operatività dei traders energetici. Con perdite non solo sui profitti ma anche sulla liquidità dato che, nel clima di grande incertezza, le banche si tutelano chiedendo margini in contante pari all’80% del valore dell’acquisto. La possibilità di erogare fino a 50 milioni di euro di aiuti per ciascuna impresa serve a evitare un circolo vizioso: acquisti di gas rimandati, stoccaggi che restano bassi e spingono in alto i prezzi, e quindi ancora minori acquisti in futuro.
⛽️ Dieselgate
La Commissione sta studiando misure di sostegno anche per i consumatori, ma su questo punto i paesi europei sono divisi. C’è chi, come i governi “mediterranei”, chiede sussidi e prezzi calmierati per proteggere le fasce più povere di popolazione. E chi, come i paesi “nordici”, considera queste misure come sovvenzioni ai combustibili fossili da reindirizzare verso le rinnovabili.
Così i paesi Ue fanno da soli. Una mezza dozzina di loro ha già annunciato il taglio dei prezzi del carburante. Altri, come la Svezia, hanno introdotto incentivi per l'acquisto di nuovi veicoli elettrici. Mentre la Francia ha imposto un tetto massimo al prezzo del gas.
🇪🇺 Euro(gas)bond?
Sussidi e aiuti di Stato hanno un costo, che si sommerà ai 62 miliardi di euro già spesi dalle quattro principali economie europee per far fronte alla crisi energetica. E se al momento tassi di interessi ancora bassissimi consentono di finanziare facilmente spese importanti come queste, la BCE ha annunciato che entro fine anno i tassi dovranno aumentare per combattere l’inflazione. L’era dei “soldi gratis” è finita.
Ecco perché si torna a discutere di nuove emissioni congiunte di debito Ue per finanziare la spesa energetica e quella militare. Una spesa che secondo il premier Draghi potrebbe toccare i 2.000 miliardi di euro, più del doppio degli 800 miliardi di debito comune creati per fronteggiare la pandemia. Ma che in molti già liquidano come infattibile.
Insomma, malgrado l’invasione russa, l’Ue sembra aver riscoperto le vecchie divisioni.
🎙Dell’impatto della guerra sulla sicurezza europea e sulle relazioni transatlantiche parleremo domani alle 18.00 nella tavola rotonda “Biden in Europa: USA-UE, fronte (davvero) comune?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/biden-europa-usa-ue-fronte-davvero-comune
🎙Il 28 marzo alle 11.00 approfondiremo invece l’impatto della guerra tra Russia e Ucraina sulle materie prime agricole, di cui i due paesi sono tra i principali produttori globali. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-crisi-delle-materie-prime-limpatto-sullagroalimentare
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: POLPETTA AVVELENATA?
🤝 Cosa bolle in pentola
Colazione alla NATO, pranzo al G7, merenda al Consiglio europeo. È il triplice appuntamento che si sono dati Biden e quattro leader Ue (Draghi incluso) oggi a Bruxelles. Un format “a geometria variabile”, ma che include quasi tutto l’Occidente. L’obiettivo? Parlare di Russia, e quindi del rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza atlantica e – soprattutto – di sanzioni.
Intanto Putin ha giocato d’anticipo: ieri ha chiesto al governo di trovare “nel più breve tempo possibile” un modo per costringere gli importatori di gas russo dei “paesi ostili” (insomma, gli europei) a pagare le loro fatture in rubli, anziché in euro.
Un modo per aggirare le sanzioni o solo un bluff del Cremlino?
💱Tanto fumo, niente arrosto
In teoria, imporre una “conversione forzosa” (cioè obbligare all’acquisto di rubli) serve a rafforzare la valuta russa. Dopo aver perso il 54% del suo valore in una settimana di conflitto, il rublo ha in effetti recuperato parte del terreno perduto, facendo un ulteriore balzo in avanti dopo l’annuncio di ieri.
Eppure, la notizia è meno clamorosa di quello che sembra. Già a fine febbraio il Cremlino aveva approvato un decreto per costringere gli esportatori russi a convertire in rubli l’80% delle loro entrate in valuta estera. La nuova manovra coinvolgerebbe “solo” il restante 20%. La differenza significativa non sarà tanto la domanda di rubli, quanto “chi” chiederà i rubli. Ovvero i governi occidentali, e non più gli esportatori russi.
📈 Siamo alla frutta?
A prescindere dai suoi effetti sul rublo, la mossa del Cremlino complica la vita ai paesi Ue su un tema spinoso, quello dell’energia. A Putin è bastato l’annuncio per far schizzare del 26% i prezzi spot del gas naturale in Europa. Creando un clima che non aiuta Biden a convincere gli europei ad alzare ancora la pressione su Mosca.
L’invasione era riuscita a ricompattare un Occidente diviso e le sanzioni più forti di sempre erano state approvate all’unanimità da un’Ue fino a quel momento litigiosa. Ma, a un mese dall’inizio del conflitto, l’effetto delle sanzioni comincia a pesare sulle economie europee.
Fino a dove potrà arrivare l’escalation in questa guerra economica?
🔴 Oggi alle 18.00: non perderti la tavola rotonda “Biden in Europa: USA-UE, fronte (davvero) comune?” Segui la diretta e registrati al nostro canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=E9c-8PfrQZw
🤝 Cosa bolle in pentola
Colazione alla NATO, pranzo al G7, merenda al Consiglio europeo. È il triplice appuntamento che si sono dati Biden e quattro leader Ue (Draghi incluso) oggi a Bruxelles. Un format “a geometria variabile”, ma che include quasi tutto l’Occidente. L’obiettivo? Parlare di Russia, e quindi del rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza atlantica e – soprattutto – di sanzioni.
Intanto Putin ha giocato d’anticipo: ieri ha chiesto al governo di trovare “nel più breve tempo possibile” un modo per costringere gli importatori di gas russo dei “paesi ostili” (insomma, gli europei) a pagare le loro fatture in rubli, anziché in euro.
Un modo per aggirare le sanzioni o solo un bluff del Cremlino?
💱Tanto fumo, niente arrosto
In teoria, imporre una “conversione forzosa” (cioè obbligare all’acquisto di rubli) serve a rafforzare la valuta russa. Dopo aver perso il 54% del suo valore in una settimana di conflitto, il rublo ha in effetti recuperato parte del terreno perduto, facendo un ulteriore balzo in avanti dopo l’annuncio di ieri.
Eppure, la notizia è meno clamorosa di quello che sembra. Già a fine febbraio il Cremlino aveva approvato un decreto per costringere gli esportatori russi a convertire in rubli l’80% delle loro entrate in valuta estera. La nuova manovra coinvolgerebbe “solo” il restante 20%. La differenza significativa non sarà tanto la domanda di rubli, quanto “chi” chiederà i rubli. Ovvero i governi occidentali, e non più gli esportatori russi.
📈 Siamo alla frutta?
A prescindere dai suoi effetti sul rublo, la mossa del Cremlino complica la vita ai paesi Ue su un tema spinoso, quello dell’energia. A Putin è bastato l’annuncio per far schizzare del 26% i prezzi spot del gas naturale in Europa. Creando un clima che non aiuta Biden a convincere gli europei ad alzare ancora la pressione su Mosca.
L’invasione era riuscita a ricompattare un Occidente diviso e le sanzioni più forti di sempre erano state approvate all’unanimità da un’Ue fino a quel momento litigiosa. Ma, a un mese dall’inizio del conflitto, l’effetto delle sanzioni comincia a pesare sulle economie europee.
Fino a dove potrà arrivare l’escalation in questa guerra economica?
🔴 Oggi alle 18.00: non perderti la tavola rotonda “Biden in Europa: USA-UE, fronte (davvero) comune?” Segui la diretta e registrati al nostro canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=E9c-8PfrQZw
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: EMBARGO DELL’EMBARGO?
🍃 Promesse eteree
15 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) in più. Questo è quanto gli Stati Uniti si impegnano a fornire quest’anno all’Europa in base all’accordo firmato oggi a Bruxelles. Una quantità non da poco se confrontata ai 22 Gmc di gas naturale liquefatto americano esportati nel Vecchio Continente nel 2021 (il picco di sempre).
Ma comunque non sufficiente: sono 155 i Gmc di gas che l’UE riceve attualmente dalla Russia, e 50 quelli di GNL che la Commissione Europea punta a recuperare da altri fornitori quest’anno per ridurre la dipendenza energetica da Mosca. Complice l’incertezza su quanto velocemente questo gas possa arrivare e a quale prezzo, l’embargo sull'energia russa resta un tabù per l’Europa. Almeno sul gas.
🛢 Liscio come l’olio?
Un embargo del petrolio russo è osteggiato dalla maggior parte degli Stati membri, a eccezione di Polonia e paesi baltici. Tuttavia, a oggi è già in vigore un “auto-embargo” da parte degli importatori europei. Già, perché le banche europee non emettono le lettere di credito che garantiscano la compravendita di petrolio dalla Russia per paura di restare invischiate in eventuali nuove sanzioni. E le aziende importatrici stanno lasciando scadere i contratti con i fornitori russi temendo danni reputazionali.
Così la domanda di petrolio russo in Europa è crollata: in Germania, ad esempio, il peso del greggio russo sul totale delle importazioni tedesche di petrolio è sceso dal 35 al 25%. E, secondo il Ministro dell’economia tedesco, potrebbe scendere a zero entro fine anno.
💪 Golden power
Anche in assenza di sanzioni sull’energia russa, il fronte occidentale ha ancora qualche freccia al suo arco. In sede G7 si è ieri concordato di ridurre ulteriormente la capacità della Banca centrale russa di aggirare le sanzioni per sostenere il rublo. Dopo aver bloccato le sue riserve in dollari, euro e yen, è ora il turno di quelle in oro. Ergo, solo un quarto delle sue riserve è ora accessibile.
Il blocco dei porti europei per le navi di Mosca e l’esclusione di ulteriori banche russe dal sistema SWIFT sono alcune delle altre sanzioni attualmente al vaglio del Consiglio europeo. Sanzioni che avrebbero un impatto contenuto sulle economie europee, e quindi non creano troppe divisioni. Ma le opzioni “facili” non sono infinite.
🎙 Non perderti la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi, il punto sulla guerra in Ucraina a un mese dall’inizio dell’invasione russa. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-un-mese-di-guerra-ucraina-34295
👉 Lunedì 28 marzo alle 11.00 approfondiremo l’impatto del conflitto in Ucraina sulle materie prime agricole: c’è il rischio di una crisi alimentare a livello globale? Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-crisi-delle-materie-prime-limpatto-sullagroalimentare
🍃 Promesse eteree
15 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) in più. Questo è quanto gli Stati Uniti si impegnano a fornire quest’anno all’Europa in base all’accordo firmato oggi a Bruxelles. Una quantità non da poco se confrontata ai 22 Gmc di gas naturale liquefatto americano esportati nel Vecchio Continente nel 2021 (il picco di sempre).
Ma comunque non sufficiente: sono 155 i Gmc di gas che l’UE riceve attualmente dalla Russia, e 50 quelli di GNL che la Commissione Europea punta a recuperare da altri fornitori quest’anno per ridurre la dipendenza energetica da Mosca. Complice l’incertezza su quanto velocemente questo gas possa arrivare e a quale prezzo, l’embargo sull'energia russa resta un tabù per l’Europa. Almeno sul gas.
🛢 Liscio come l’olio?
Un embargo del petrolio russo è osteggiato dalla maggior parte degli Stati membri, a eccezione di Polonia e paesi baltici. Tuttavia, a oggi è già in vigore un “auto-embargo” da parte degli importatori europei. Già, perché le banche europee non emettono le lettere di credito che garantiscano la compravendita di petrolio dalla Russia per paura di restare invischiate in eventuali nuove sanzioni. E le aziende importatrici stanno lasciando scadere i contratti con i fornitori russi temendo danni reputazionali.
Così la domanda di petrolio russo in Europa è crollata: in Germania, ad esempio, il peso del greggio russo sul totale delle importazioni tedesche di petrolio è sceso dal 35 al 25%. E, secondo il Ministro dell’economia tedesco, potrebbe scendere a zero entro fine anno.
💪 Golden power
Anche in assenza di sanzioni sull’energia russa, il fronte occidentale ha ancora qualche freccia al suo arco. In sede G7 si è ieri concordato di ridurre ulteriormente la capacità della Banca centrale russa di aggirare le sanzioni per sostenere il rublo. Dopo aver bloccato le sue riserve in dollari, euro e yen, è ora il turno di quelle in oro. Ergo, solo un quarto delle sue riserve è ora accessibile.
Il blocco dei porti europei per le navi di Mosca e l’esclusione di ulteriori banche russe dal sistema SWIFT sono alcune delle altre sanzioni attualmente al vaglio del Consiglio europeo. Sanzioni che avrebbero un impatto contenuto sulle economie europee, e quindi non creano troppe divisioni. Ma le opzioni “facili” non sono infinite.
🎙 Non perderti la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. Oggi, il punto sulla guerra in Ucraina a un mese dall’inizio dell’invasione russa. Ascoltala qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-un-mese-di-guerra-ucraina-34295
👉 Lunedì 28 marzo alle 11.00 approfondiremo l’impatto del conflitto in Ucraina sulle materie prime agricole: c’è il rischio di una crisi alimentare a livello globale? Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/unora-crisi-delle-materie-prime-limpatto-sullagroalimentare
🌏 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: MURAGLIA CINESE
🔑 Porte chiuse
Da oggi Shanghai è in lockdown a causa di un focolaio di Covid. È la prima volta da inizio pandemia che la città (26 milioni di abitanti, come l’intero Nord Italia) va in lockdown. Così, malgrado da alcuni mesi il governo stia cercando alternative alla sua strategia “zero Covid”, la Cina torna a chiudersi.
Le chiusure non arrivano solo dal fronte sanitario. La telefonata Biden-Xi di dieci giorni fa non sembra aver riavvicinato i due leader sull’Ucraina: Washington continua a temere che Pechino possa fornire aiuti militari a Mosca in un momento critico del conflitto. E Pechino non sembra voler rassicurare l’Occidente.
🐲 La fatica del Dragone
Ma davvero la Cina vuole (e può) accorrere in aiuto di Mosca? A fare gola sono ovviamente l’energia russa (più a buon mercato) e il suo comparto industriale (in svendita). Eppure, nonostante consumi energetici in costante crescita, anche a Pechino si valutano i rischi di un inasprimento delle sanzioni occidentali. Tanto che venerdì Sinopec, gruppo petrolifero statale cinese, ha sospeso le trattative per un investimento petrolchimico da mezzo miliardo in Russia.
Malgrado le recenti ambiguità, la Cina non può permettersi di incappare in sanzioni occidentali. Con un debito totale vicino al 300% del PIL (più di quello italiano), Pechino doveva già gestire una ripresa economica deludente. Adesso, con la guerra in Ucraina e il lockdown a Shanghai, si rischia di compromettere l’obiettivo di crescita del 5,5% fissato da Xi per il 2022.
💱Lupi o panda?
Con Xi alle strette, cresce la retorica dei “lupi guerrieri” governativi, pronti ad accusare gli Usa di stare creando una “Nato asiatica” da cui Pechino si dovrebbe difendere, riducendo la propria dipendenza dall’Occidente. Si teme infatti che eventuali sanzioni occidentali possano prima o poi mettere in ginocchio l’economia cinese.
In realtà, la “lezione russa” sembra più un’altra. A causa di guerra e sanzioni, la crescita in Eurozona potrebbe rallentare dell’1,4% quest’anno. Figurarsi se imponessimo le stesse misure alla Cina, un “gigante” dieci volte più grande della Russia. Insomma, la ricerca dell’autarchia sarebbe inutile, o addirittura controproducente.
Che la soluzione per la Cina passi invece da maggiori, non minori, legami con l’Occidente?
🔴 Per seguire tutti gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina, non perdere il nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: nuovo round (di colloqui). Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-nuovo-round-di-colloqui-34315
📊 A un mese dall'inizio dell’invasione dell’Ucraina, sono molte le domande che sorgono sui costi umani ed economici del conflitto: non solo per i paesi direttamente coinvolti, ma anche per l'Europa e per il resto del mondo. Abbiamo provato a spiegarli con 6 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-ucraina-6-grafici-spiegare-le-conseguenze-della-guerra-33743
🔑 Porte chiuse
Da oggi Shanghai è in lockdown a causa di un focolaio di Covid. È la prima volta da inizio pandemia che la città (26 milioni di abitanti, come l’intero Nord Italia) va in lockdown. Così, malgrado da alcuni mesi il governo stia cercando alternative alla sua strategia “zero Covid”, la Cina torna a chiudersi.
Le chiusure non arrivano solo dal fronte sanitario. La telefonata Biden-Xi di dieci giorni fa non sembra aver riavvicinato i due leader sull’Ucraina: Washington continua a temere che Pechino possa fornire aiuti militari a Mosca in un momento critico del conflitto. E Pechino non sembra voler rassicurare l’Occidente.
🐲 La fatica del Dragone
Ma davvero la Cina vuole (e può) accorrere in aiuto di Mosca? A fare gola sono ovviamente l’energia russa (più a buon mercato) e il suo comparto industriale (in svendita). Eppure, nonostante consumi energetici in costante crescita, anche a Pechino si valutano i rischi di un inasprimento delle sanzioni occidentali. Tanto che venerdì Sinopec, gruppo petrolifero statale cinese, ha sospeso le trattative per un investimento petrolchimico da mezzo miliardo in Russia.
Malgrado le recenti ambiguità, la Cina non può permettersi di incappare in sanzioni occidentali. Con un debito totale vicino al 300% del PIL (più di quello italiano), Pechino doveva già gestire una ripresa economica deludente. Adesso, con la guerra in Ucraina e il lockdown a Shanghai, si rischia di compromettere l’obiettivo di crescita del 5,5% fissato da Xi per il 2022.
💱Lupi o panda?
Con Xi alle strette, cresce la retorica dei “lupi guerrieri” governativi, pronti ad accusare gli Usa di stare creando una “Nato asiatica” da cui Pechino si dovrebbe difendere, riducendo la propria dipendenza dall’Occidente. Si teme infatti che eventuali sanzioni occidentali possano prima o poi mettere in ginocchio l’economia cinese.
In realtà, la “lezione russa” sembra più un’altra. A causa di guerra e sanzioni, la crescita in Eurozona potrebbe rallentare dell’1,4% quest’anno. Figurarsi se imponessimo le stesse misure alla Cina, un “gigante” dieci volte più grande della Russia. Insomma, la ricerca dell’autarchia sarebbe inutile, o addirittura controproducente.
Che la soluzione per la Cina passi invece da maggiori, non minori, legami con l’Occidente?
🔴 Per seguire tutti gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina, non perdere il nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: nuovo round (di colloqui). Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-nuovo-round-di-colloqui-34315
📊 A un mese dall'inizio dell’invasione dell’Ucraina, sono molte le domande che sorgono sui costi umani ed economici del conflitto: non solo per i paesi direttamente coinvolti, ma anche per l'Europa e per il resto del mondo. Abbiamo provato a spiegarli con 6 grafici: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-ucraina-6-grafici-spiegare-le-conseguenze-della-guerra-33743
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: RIARMO GLOBALE
🛡 Legittima difesa?
813 miliardi di dollari. Questo è il budget record per la difesa che l’amministrazione Biden ha presentato ieri al Congresso per rafforzare soprattutto la capacità nucleare, missilistica e navale USA. Mai la richiesta di bilancio per il Pentagono era stata più grande. Mai lo stanziamento nei suoi programmi di ricerca e sviluppo era stato così massivo: 130 miliardi di dollari, +9,5% annuo.
Certo si tratta di una cifra gonfiata dall’inflazione alle stelle. E c’è una riduzione nel numero di caccia F-35 ordinati e nelle dimensioni dell’esercito. Tanto che i Repubblicani hanno attaccato Biden, considerando il bilancio insufficiente alla luce della guerra in Ucraina. Tuttavia, è l’ennesimo segnale di una corsa agli armamenti sempre più globale.
💸 Spesa in corso
Anche su questa sponda dell’Atlantico si osserva un record in tema di armi. L’Europa è la regione al mondo che negli ultimi 5 anni ha registrato la più grande crescita nelle importazioni di armi: +19% rispetto al 2012-2016. Dall’annessione russa della Crimea, la spesa per la difesa in Europa è in costante aumento e ora sta accelerando ulteriormente.
Solo nell’ultimo mese, circa la metà degli Stati membri hanno annunciato maggiori investimenti sulla difesa. Tra questi la Germania che con una spesa di 100 miliardi di euro tornerà a spendere per la difesa più del 2% del PIL come non accadeva dalla guerra fredda. Ma anche la Polonia dove il budget militare per il 2023 supererà persino il 3% come solo Grecia e Usa nella NATO.
🔙 Memoria corta
Il fatto che l’Ucraina che ha rinunciato alle armi nucleari dopo la fine della guerra fredda, sia stato invaso da una potenza nucleare, la Russia, sta poi portando più di un paese a rivedere le proprie posizioni sull’atomica. Persino in Giappone, complice il piano cinese per raddoppiare le proprie testate nucleari, l'ex primo ministro giapponese Shinzo Abe ha proposto che il paese ospiti ordigni nucleari americani.
E anche chi come gli USA è già una potenza nucleare valuta un cambio di strategia. Secondo il Wall Street Journal, Biden si sarebbe convinto ad adottare la filosofia del first strike: usare armi nucleari non solo in difesa, come sostenuto in campagna elettorale, ma anche – per casi estremi – in attacco.
Insomma, la storia sembra più viva che mai.
🔴 Per seguire tutti gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina, non perdere il nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: spiragli da Istanbul. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-spiragli-da-instanbul-34339
🛡 Legittima difesa?
813 miliardi di dollari. Questo è il budget record per la difesa che l’amministrazione Biden ha presentato ieri al Congresso per rafforzare soprattutto la capacità nucleare, missilistica e navale USA. Mai la richiesta di bilancio per il Pentagono era stata più grande. Mai lo stanziamento nei suoi programmi di ricerca e sviluppo era stato così massivo: 130 miliardi di dollari, +9,5% annuo.
Certo si tratta di una cifra gonfiata dall’inflazione alle stelle. E c’è una riduzione nel numero di caccia F-35 ordinati e nelle dimensioni dell’esercito. Tanto che i Repubblicani hanno attaccato Biden, considerando il bilancio insufficiente alla luce della guerra in Ucraina. Tuttavia, è l’ennesimo segnale di una corsa agli armamenti sempre più globale.
💸 Spesa in corso
Anche su questa sponda dell’Atlantico si osserva un record in tema di armi. L’Europa è la regione al mondo che negli ultimi 5 anni ha registrato la più grande crescita nelle importazioni di armi: +19% rispetto al 2012-2016. Dall’annessione russa della Crimea, la spesa per la difesa in Europa è in costante aumento e ora sta accelerando ulteriormente.
Solo nell’ultimo mese, circa la metà degli Stati membri hanno annunciato maggiori investimenti sulla difesa. Tra questi la Germania che con una spesa di 100 miliardi di euro tornerà a spendere per la difesa più del 2% del PIL come non accadeva dalla guerra fredda. Ma anche la Polonia dove il budget militare per il 2023 supererà persino il 3% come solo Grecia e Usa nella NATO.
🔙 Memoria corta
Il fatto che l’Ucraina che ha rinunciato alle armi nucleari dopo la fine della guerra fredda, sia stato invaso da una potenza nucleare, la Russia, sta poi portando più di un paese a rivedere le proprie posizioni sull’atomica. Persino in Giappone, complice il piano cinese per raddoppiare le proprie testate nucleari, l'ex primo ministro giapponese Shinzo Abe ha proposto che il paese ospiti ordigni nucleari americani.
E anche chi come gli USA è già una potenza nucleare valuta un cambio di strategia. Secondo il Wall Street Journal, Biden si sarebbe convinto ad adottare la filosofia del first strike: usare armi nucleari non solo in difesa, come sostenuto in campagna elettorale, ma anche – per casi estremi – in attacco.
Insomma, la storia sembra più viva che mai.
🔴 Per seguire tutti gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina, non perdere il nuovo numero del nostro Daily Focus Speciale Ucraina: spiragli da Istanbul. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-spiragli-da-instanbul-34339