È nato Globally, il nuovo podcast di ISPI e Will sulla politica internazionale. Ogni settimana cercheremo di dare gli strumenti per analizzare e orientarci tra scenari sociali, economici e politici in continuo mutamento. La geopolitica, spiegata in modo chiaro.
Nella puntata di questa settimana parliamo di cosa sta succedendo in Giordania: il tentato complotto contro il re Abdallah II, da parte del fratello, è solo l'ultimo episodio di una complessa saga familiare. Perché ci riguarda?
Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/globally-il-nuovo-podcast-sulla-geopolitica-di-ispi-e-will-29852?utm_source=tel&utm_medium=tel&utm_campaign=glo
Nella puntata di questa settimana parliamo di cosa sta succedendo in Giordania: il tentato complotto contro il re Abdallah II, da parte del fratello, è solo l'ultimo episodio di una complessa saga familiare. Perché ci riguarda?
Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/globally-il-nuovo-podcast-sulla-geopolitica-di-ispi-e-will-29852?utm_source=tel&utm_medium=tel&utm_campaign=glo
ISPI
Globally, il podcast sulla geopolitica
Leggi l'articolo Globally, il podcast sulla geopolitica sul sito dell'ISPI.
🌍 TURCHIA: TRA VALORI E PRAGMATISMO
🇹🇷 Il momento “whatever-it-takes”
"Chiamiamoli per quel che sono: dittatori”. Dittatori di cui, però, “si ha bisogno”. Non ha usato mezzi termini Mario Draghi ieri riferendosi a Erdogan e al #sofagate di qualche giorno prima. È la seconda volta che il premier spiazza tutti “dettando la linea” dell’Italia, e in parte dell’Europa, come aveva già fatto con il blocco all’export per AstraZeneca.
Certo, chiamare dittatore un leader eletto può scatenare un caso diplomatico. Negare però che gli indici di democrazia in Turchia siano crollati negli ultimi anni sarebbe altrettanto grave.
Il gesto di Draghi chiarisce la linea che va per la maggiore in Europa quando si parla di Turchia: distanza nei valori, cooperazione là dove necessario.
🇪🇺 Chi devo chiamare per parlare con l'Europa?
Le parole di Draghi sono arrivate dopo il #sofagate tra Turchia e Ue. Che non è stato solo un modo di “snobbare” una leader donna, ma anche per affondare abilmente il coltello in una piaga tutta europea: il problema non è solo non saper chi chiamare, come recitava Kissinger mezzo secolo fa, ma la mancanza di una vera politica estera comune. E così anche sulla Turchia ognuno va per la sua strada.
Un “peccato originale” nella costruzione dell’Ue: gli Stati membri continuano a essere gelosi della propria politica estera tanto che spesso è ancora richiesta l’unanimità dei 27. E che conta tanto più con la Turchia, partner sempre più assertivo sullo scacchiere regionale che ha sapientemente sfruttato le divisioni europee per ritagliarsi un suo spazio prima in Siria, poi in Libia, Nagorno-Karabakh e nel Mediterraneo orientale.
♟️ Partita a scacchi nel MED
In assenza dell’Ue, a contare sono altri, nella regione (la stessa Turchia, l’Egitto e in maniera crescente i paesi del Golfo), fuori (Russia, USA) e chi in Europa sul Mediterraneo si affaccia. In primis la Francia, che ha spesso cercato di scavalcare o “circumnavigare” Roma, dalla Libia al Sahel, dalla Siria all’Egitto.
Ora, con la “dichiarazione shock” di Draghi, anche l’Italia torna a dire la sua nell’intricato scacchiere mediterraneo. A suon di realpolitik à-la-Macron, se necessario. E se l’epilogo fosse proprio l'apertura a un’intesa con Parigi per controbilanciare i nuovi “pesi massimi” della regione, a partire dalla Turchia?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le violenze in Irlanda del Nord. Su ispionline.it
🇹🇷 Il momento “whatever-it-takes”
"Chiamiamoli per quel che sono: dittatori”. Dittatori di cui, però, “si ha bisogno”. Non ha usato mezzi termini Mario Draghi ieri riferendosi a Erdogan e al #sofagate di qualche giorno prima. È la seconda volta che il premier spiazza tutti “dettando la linea” dell’Italia, e in parte dell’Europa, come aveva già fatto con il blocco all’export per AstraZeneca.
Certo, chiamare dittatore un leader eletto può scatenare un caso diplomatico. Negare però che gli indici di democrazia in Turchia siano crollati negli ultimi anni sarebbe altrettanto grave.
Il gesto di Draghi chiarisce la linea che va per la maggiore in Europa quando si parla di Turchia: distanza nei valori, cooperazione là dove necessario.
🇪🇺 Chi devo chiamare per parlare con l'Europa?
Le parole di Draghi sono arrivate dopo il #sofagate tra Turchia e Ue. Che non è stato solo un modo di “snobbare” una leader donna, ma anche per affondare abilmente il coltello in una piaga tutta europea: il problema non è solo non saper chi chiamare, come recitava Kissinger mezzo secolo fa, ma la mancanza di una vera politica estera comune. E così anche sulla Turchia ognuno va per la sua strada.
Un “peccato originale” nella costruzione dell’Ue: gli Stati membri continuano a essere gelosi della propria politica estera tanto che spesso è ancora richiesta l’unanimità dei 27. E che conta tanto più con la Turchia, partner sempre più assertivo sullo scacchiere regionale che ha sapientemente sfruttato le divisioni europee per ritagliarsi un suo spazio prima in Siria, poi in Libia, Nagorno-Karabakh e nel Mediterraneo orientale.
♟️ Partita a scacchi nel MED
In assenza dell’Ue, a contare sono altri, nella regione (la stessa Turchia, l’Egitto e in maniera crescente i paesi del Golfo), fuori (Russia, USA) e chi in Europa sul Mediterraneo si affaccia. In primis la Francia, che ha spesso cercato di scavalcare o “circumnavigare” Roma, dalla Libia al Sahel, dalla Siria all’Egitto.
Ora, con la “dichiarazione shock” di Draghi, anche l’Italia torna a dire la sua nell’intricato scacchiere mediterraneo. A suon di realpolitik à-la-Macron, se necessario. E se l’epilogo fosse proprio l'apertura a un’intesa con Parigi per controbilanciare i nuovi “pesi massimi” della regione, a partire dalla Turchia?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le violenze in Irlanda del Nord. Su ispionline.it
🌍 IRAN-ISRAELE: “TERRORISMO NUCLEARE”?
💥 Se basta un blackout
“Terrorismo nucleare” l’ha definito l’Iran: un attacco cyber che potrebbe aver riportato la sua capacità di arricchire uranio indietro di nove mesi.
Per ora nessuna rivendicazione ma Teheran accusa Israele, non nuova ad attacchi (cyber e omicidi mirati) verso il programma nucleare che considera da sempre una minaccia alla sua esistenza.
Viene da chiedersi se sia un caso che, proprio nella giornata di ieri, Netanyahu abbia ricevuto a Tel Aviv il segretario della Difesa Usa.
🇺🇸 No Usa, no party
E forse non è un caso neanche che l’attacco arrivi a meno di una settimana dall’inizio del dialogo tra Usa e Iran sul nucleare a Vienna, decisivo per il ritorno al tavolo degli Usa per trovare un "longer and stronger agreement" promesso da Biden, dopo i tentativi europei (apprezzabili ma velleitari) di tenere da soli in vita l’accordo.
Certo non sarà una passeggiata: se Teheran è da sempre guardata con sospetto da Washington, il mega accordo da 400 miliardi di dollari con la Cina di qualche settimana fa ha fatto capire che Teheran – senza un appeasement con gli Usa – potrebbe muoversi verso altri lidi. Intanto, ben 43 senatori americani (su 100) hanno firmato una dichiarazione per “alzare la posta”: non si chiede un semplice ritorno al vecchio accordo, ma una nuova intesa che includa anche il programma missilistico e il sostegno iraniano ai proxies nella regione. Il tutto sfruttando il leverage accumulato dagli Usa con la “massima pressione” trumpiana.
🇮🇷 Una questione regionale
Certo, il Medio Oriente di oggi non è più quello dell’anno dell’accordo sul nucleare (2015). Israele e i paesi del Golfo, avversari dell’Iran, hanno normalizzato le loro relazioni grazie alla spinta di Trump mentre Teheran, sotto la pressione di oltre 1.600 sanzioni USA, è sempre più povera (economicamente) e sola (nella regione).
Ora Biden si ritrova tra le mani una patata bollente: come negoziare un accordo che non azzoppi definitivamente i moderati iraniani alle urne di giugno pur bloccando il programma nucleare, non scontenti l’elettorato americano (storicamente avverso all’Iran), e non scontenti troppo gli storici alleati, Israele e paesi del Golfo?
Wish Joe Biden good luck...
Scopri di più nell’ISPI Daily Focus di questa sera: su ispionline.it
💥 Se basta un blackout
“Terrorismo nucleare” l’ha definito l’Iran: un attacco cyber che potrebbe aver riportato la sua capacità di arricchire uranio indietro di nove mesi.
Per ora nessuna rivendicazione ma Teheran accusa Israele, non nuova ad attacchi (cyber e omicidi mirati) verso il programma nucleare che considera da sempre una minaccia alla sua esistenza.
Viene da chiedersi se sia un caso che, proprio nella giornata di ieri, Netanyahu abbia ricevuto a Tel Aviv il segretario della Difesa Usa.
🇺🇸 No Usa, no party
E forse non è un caso neanche che l’attacco arrivi a meno di una settimana dall’inizio del dialogo tra Usa e Iran sul nucleare a Vienna, decisivo per il ritorno al tavolo degli Usa per trovare un "longer and stronger agreement" promesso da Biden, dopo i tentativi europei (apprezzabili ma velleitari) di tenere da soli in vita l’accordo.
Certo non sarà una passeggiata: se Teheran è da sempre guardata con sospetto da Washington, il mega accordo da 400 miliardi di dollari con la Cina di qualche settimana fa ha fatto capire che Teheran – senza un appeasement con gli Usa – potrebbe muoversi verso altri lidi. Intanto, ben 43 senatori americani (su 100) hanno firmato una dichiarazione per “alzare la posta”: non si chiede un semplice ritorno al vecchio accordo, ma una nuova intesa che includa anche il programma missilistico e il sostegno iraniano ai proxies nella regione. Il tutto sfruttando il leverage accumulato dagli Usa con la “massima pressione” trumpiana.
🇮🇷 Una questione regionale
Certo, il Medio Oriente di oggi non è più quello dell’anno dell’accordo sul nucleare (2015). Israele e i paesi del Golfo, avversari dell’Iran, hanno normalizzato le loro relazioni grazie alla spinta di Trump mentre Teheran, sotto la pressione di oltre 1.600 sanzioni USA, è sempre più povera (economicamente) e sola (nella regione).
Ora Biden si ritrova tra le mani una patata bollente: come negoziare un accordo che non azzoppi definitivamente i moderati iraniani alle urne di giugno pur bloccando il programma nucleare, non scontenti l’elettorato americano (storicamente avverso all’Iran), e non scontenti troppo gli storici alleati, Israele e paesi del Golfo?
Wish Joe Biden good luck...
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🌎 PERÙ-ECUADOR: EFFETTO COVID SUL VOTO?
🗳️ Il miliardario e il marxista
Domenica si è votato per i presidenti di Ecuador e Perù. Paesi confinanti, traiettorie politiche opposte. L'Ecuador volta pagina: ha vinto inaspettatamente Guillermo Lasso – ex banchiere, conservatore, Opus Dei e antiabortista – interrompendo così la lunga egemonia della sinistra nel paese. In Perù, invece, Pedro Castillo – ex insegnante, neoliberista convertito al marxismo, che propone nazionalizzazioni e maggiore spesa per l’istruzione – è in testa al primo turno: a giugno sfiderà probabilmente Keiko Fujimori, figlia dell'ex presidente dittatore Alberto Fujimori.
Due terremoti che segnalano voglia di cambiamento di una regione da sempre sedotta da uomini forti e aspiranti rivoluzionari.
📉 L’ombra della pandemia
Una seduzione quasi “inevitabile” per paesi costruiti su solide istituzioni (esercito, apparato statale) ma mai dotati di servizi pubblici di qualità, nelle mani del settore privato (sanità, istruzione, trasporti...). E così chi promette di rivoluzionare il sistema con promesse “alla Lula” (da sinistra) o “alla cilena” (da destra) riesce facilmente a far breccia fra gli elettori.
Ma oggi c’è anche dell’altro. La pandemia ha innescato una recessione pesantissima (-7%, persino peggio del -6,6% in Eurozona), con la prospettiva di tornare ai livelli pre-crisi solo nel 2024. Tracciando così un solco ancora più profondo tra chi “ha” e chi “non ha” nella regione già più diseguale al mondo.
📢 Solo un assaggio?
In America Latina il malcontento verso il “sistema” viene da lontano: in molti ancora ricordano le piazze cilene gremite dell’ottobre 2019, pochi mesi prima del “grande lockdown”, così come quelle in Perù del novembre scorso. Ma dopo la devastazione economica e sociale che la pandemia ha portato con sé, la regione torna a infiammarsi: prima le piazze (oggi “chiuse”), adesso il voto.
Resta da capire se questa ondata di proteste “istituzionalizzate” infiammerà nei prossimi mesi anche Cile, Brasile, Messico, Argentina dove si voterà nel 2022. E cosa succederà in Europa dove alcuni governi oggi sono già "sotto assedio" e le elezioni – a partire da Germania e Francia – non sono lontane.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il Giappone approva lo sversamento in mare delle acque di Fukushima. Su ispionline.it
🗳️ Il miliardario e il marxista
Domenica si è votato per i presidenti di Ecuador e Perù. Paesi confinanti, traiettorie politiche opposte. L'Ecuador volta pagina: ha vinto inaspettatamente Guillermo Lasso – ex banchiere, conservatore, Opus Dei e antiabortista – interrompendo così la lunga egemonia della sinistra nel paese. In Perù, invece, Pedro Castillo – ex insegnante, neoliberista convertito al marxismo, che propone nazionalizzazioni e maggiore spesa per l’istruzione – è in testa al primo turno: a giugno sfiderà probabilmente Keiko Fujimori, figlia dell'ex presidente dittatore Alberto Fujimori.
Due terremoti che segnalano voglia di cambiamento di una regione da sempre sedotta da uomini forti e aspiranti rivoluzionari.
📉 L’ombra della pandemia
Una seduzione quasi “inevitabile” per paesi costruiti su solide istituzioni (esercito, apparato statale) ma mai dotati di servizi pubblici di qualità, nelle mani del settore privato (sanità, istruzione, trasporti...). E così chi promette di rivoluzionare il sistema con promesse “alla Lula” (da sinistra) o “alla cilena” (da destra) riesce facilmente a far breccia fra gli elettori.
Ma oggi c’è anche dell’altro. La pandemia ha innescato una recessione pesantissima (-7%, persino peggio del -6,6% in Eurozona), con la prospettiva di tornare ai livelli pre-crisi solo nel 2024. Tracciando così un solco ancora più profondo tra chi “ha” e chi “non ha” nella regione già più diseguale al mondo.
📢 Solo un assaggio?
In America Latina il malcontento verso il “sistema” viene da lontano: in molti ancora ricordano le piazze cilene gremite dell’ottobre 2019, pochi mesi prima del “grande lockdown”, così come quelle in Perù del novembre scorso. Ma dopo la devastazione economica e sociale che la pandemia ha portato con sé, la regione torna a infiammarsi: prima le piazze (oggi “chiuse”), adesso il voto.
Resta da capire se questa ondata di proteste “istituzionalizzate” infiammerà nei prossimi mesi anche Cile, Brasile, Messico, Argentina dove si voterà nel 2022. E cosa succederà in Europa dove alcuni governi oggi sono già "sotto assedio" e le elezioni – a partire da Germania e Francia – non sono lontane.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il Giappone approva lo sversamento in mare delle acque di Fukushima. Su ispionline.it
🌏 BIDEN: BYE BYE AFGHANISTAN
🇺🇸 11 settembre: tutti a casa
Dopo 2.400 soldati americani e almeno 100 mila civili afgani uccisi, la più lunga guerra americana sta forse per finire.
Oggi Biden annuncia il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers che aveva convinto Bush Jr. a invadere il paese e deporre il regime dei talebani. Dopo l’invasione c’era voluto un decennio per trovare e uccidere bin Laden, mentre i talebani sono sempre lì.
Ma più che annunciarlo, il ritiro, Biden lo ha rinviato: secondo gli accordi di pace tra Usa e talebani avrebbe dovuto essere completato entro maggio. Riuscirà a rispettare i tempi?
🇦🇫 Il sogno di tutti
Ancora una volta, l’Afghanistan si conferma un paese dal quale non si esce “vincitori”. L’Unione Sovietica negli anni Ottanta, oggi gli Usa.
E così, dal 2009 in avanti, ogni presidente americano ha promesso un ritiro dei soldati. Obama ha scelto di aumentare le truppe (fino ad arrivare a 110mila soldati) con l'obiettivo stabilizzare il paese e poi ritirarsi. Ma nel 2016 i soldati Usa erano ancora 8.000. E, malgrado i proclami (“basta guerre infinite”) Trump ha lasciato circa 3.000 soldati. Ora tocca a Biden promettere l’“America First”, il rientro delle truppe, consapevole della scarsa popolarità di questa guerra in patria: solo il 35% degli americani ritiene l’intervento militare un successo (contro il 62% di 10 anni fa).
⚖️ Si cambia?
Certo, il ritiro Usa metterebbe a rischio uno stato ancora fragile, nel quale i talebani potrebbero tornare al potere. Ma Biden non può permettersi distrazioni, in uno scacchiere globale sempre più intricato e nel quale i suoi “avversari sistemici” – come Russia e Cina – si muovono più agilmente, evitando guerre costose come l’Afghanistan (circa 50 miliardi di dollari solo nel 2020), e nel quale gli obiettivi sono cambiati: la supremazia tecnologica, le nuove forme di terrorismo, la guida della “rivoluzione verde”, il rafforzamento delle alleanze.
E il "reset globale” delle priorità si intuisce anche dall’agenda della nuova amministrazione: venerdì Biden vedrà il primo ministro giapponese. Il suo inviato climatico Kerry è in Cina. E presto potrebbe esserci un summit Biden-Putin.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera le tensioni in Ucraina. Su ispionline.it
🇺🇸 11 settembre: tutti a casa
Dopo 2.400 soldati americani e almeno 100 mila civili afgani uccisi, la più lunga guerra americana sta forse per finire.
Oggi Biden annuncia il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers che aveva convinto Bush Jr. a invadere il paese e deporre il regime dei talebani. Dopo l’invasione c’era voluto un decennio per trovare e uccidere bin Laden, mentre i talebani sono sempre lì.
Ma più che annunciarlo, il ritiro, Biden lo ha rinviato: secondo gli accordi di pace tra Usa e talebani avrebbe dovuto essere completato entro maggio. Riuscirà a rispettare i tempi?
🇦🇫 Il sogno di tutti
Ancora una volta, l’Afghanistan si conferma un paese dal quale non si esce “vincitori”. L’Unione Sovietica negli anni Ottanta, oggi gli Usa.
E così, dal 2009 in avanti, ogni presidente americano ha promesso un ritiro dei soldati. Obama ha scelto di aumentare le truppe (fino ad arrivare a 110mila soldati) con l'obiettivo stabilizzare il paese e poi ritirarsi. Ma nel 2016 i soldati Usa erano ancora 8.000. E, malgrado i proclami (“basta guerre infinite”) Trump ha lasciato circa 3.000 soldati. Ora tocca a Biden promettere l’“America First”, il rientro delle truppe, consapevole della scarsa popolarità di questa guerra in patria: solo il 35% degli americani ritiene l’intervento militare un successo (contro il 62% di 10 anni fa).
⚖️ Si cambia?
Certo, il ritiro Usa metterebbe a rischio uno stato ancora fragile, nel quale i talebani potrebbero tornare al potere. Ma Biden non può permettersi distrazioni, in uno scacchiere globale sempre più intricato e nel quale i suoi “avversari sistemici” – come Russia e Cina – si muovono più agilmente, evitando guerre costose come l’Afghanistan (circa 50 miliardi di dollari solo nel 2020), e nel quale gli obiettivi sono cambiati: la supremazia tecnologica, le nuove forme di terrorismo, la guida della “rivoluzione verde”, il rafforzamento delle alleanze.
E il "reset globale” delle priorità si intuisce anche dall’agenda della nuova amministrazione: venerdì Biden vedrà il primo ministro giapponese. Il suo inviato climatico Kerry è in Cina. E presto potrebbe esserci un summit Biden-Putin.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera le tensioni in Ucraina. Su ispionline.it
🌍 VACCINI: SENZA PATENTE?
📢 L’appello dei 175
Premi Nobel e grandi leader politici ieri hanno lanciato un appello a Biden perché sospenda i brevetti sui vaccini Usa. L’obiettivo? Accelerare le inoculazioni nei paesi in via di sviluppo, permettendo la produzione in altre parti del mondo. Già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una richiesta simile, e da allora i paesi firmatari sono saliti quasi a 60.
E c’è un precedente: nel 1997 il Sudafrica di Mandela, spinto dalla tragica epidemia di Aids, sospese l’applicazione dei brevetti. La reazione delle case farmaceutiche fu veemente e, di fatto, riportò presto alla situazione iniziale.
💉 Pochi e tardi, so far
“Nessuno è al sicuro finché tutti non siamo al sicuro”. È il mantra che ci ripetiamo da mesi. Eppure, le somministrazioni di vaccini procedono in maniera molto diseguale: i paesi avanzati hanno somministrato 33 dosi ogni 100 abitanti, l’India 8, i paesi africani solo 1.
Il tanto annunciato programma Covax, che dovrebbe distribuire 2 miliardi di dosi di vaccini "occidentali” entro la fine dell’anno, sinora ne ha inviate solo 40 milioni. E così ognuno si organizza come può: l’India, il più grande esportatore di vaccini per Covax, ha bloccato le spedizioni per contrastare un nuovo picco dei contagi. La Cina esporta molti vaccini in maniera indipendente, ma la nuova “ondata cilena” ne sta dimostrando la bassa efficacia. Mentre lo Sputnik russo al momento sconta gravi problemi di produzione (circa 20 milioni di dosi prodotte, una goccia nel mare).
⚖️ Vaccini per tutti?
Rimane da chiedersi: davvero “liberare” i brevetti riequilibrerebbe velocemente la situazione? Difficile. Occorrono molti mesi per allestire nuove catene produttive. Servono gli ingredienti, pochi e gelosamente custoditi. E poi c'è la logistica: come conservare bene vaccini che richiedono alta refrigerazione?
Dati alla mano, però, proprio quei paesi occidentali e “anziani” (ci abita il 18% della popolazione mondiale, ma il 36% degli over-70) che non vogliono sospendere i brevetti sono i primi ad aver bisogno che si vaccini anche il resto del mondo: se il virus continua a circolare molto aumenta il rischio di nuove varianti che possano “scavalcare” i vaccini. Un rischio che tutti vorremmo evitare di correre.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le criptovalute e lo sbarco di Coinbase a Wall Street. Su ispionline.it
📢 L’appello dei 175
Premi Nobel e grandi leader politici ieri hanno lanciato un appello a Biden perché sospenda i brevetti sui vaccini Usa. L’obiettivo? Accelerare le inoculazioni nei paesi in via di sviluppo, permettendo la produzione in altre parti del mondo. Già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una richiesta simile, e da allora i paesi firmatari sono saliti quasi a 60.
E c’è un precedente: nel 1997 il Sudafrica di Mandela, spinto dalla tragica epidemia di Aids, sospese l’applicazione dei brevetti. La reazione delle case farmaceutiche fu veemente e, di fatto, riportò presto alla situazione iniziale.
💉 Pochi e tardi, so far
“Nessuno è al sicuro finché tutti non siamo al sicuro”. È il mantra che ci ripetiamo da mesi. Eppure, le somministrazioni di vaccini procedono in maniera molto diseguale: i paesi avanzati hanno somministrato 33 dosi ogni 100 abitanti, l’India 8, i paesi africani solo 1.
Il tanto annunciato programma Covax, che dovrebbe distribuire 2 miliardi di dosi di vaccini "occidentali” entro la fine dell’anno, sinora ne ha inviate solo 40 milioni. E così ognuno si organizza come può: l’India, il più grande esportatore di vaccini per Covax, ha bloccato le spedizioni per contrastare un nuovo picco dei contagi. La Cina esporta molti vaccini in maniera indipendente, ma la nuova “ondata cilena” ne sta dimostrando la bassa efficacia. Mentre lo Sputnik russo al momento sconta gravi problemi di produzione (circa 20 milioni di dosi prodotte, una goccia nel mare).
⚖️ Vaccini per tutti?
Rimane da chiedersi: davvero “liberare” i brevetti riequilibrerebbe velocemente la situazione? Difficile. Occorrono molti mesi per allestire nuove catene produttive. Servono gli ingredienti, pochi e gelosamente custoditi. E poi c'è la logistica: come conservare bene vaccini che richiedono alta refrigerazione?
Dati alla mano, però, proprio quei paesi occidentali e “anziani” (ci abita il 18% della popolazione mondiale, ma il 36% degli over-70) che non vogliono sospendere i brevetti sono i primi ad aver bisogno che si vaccini anche il resto del mondo: se il virus continua a circolare molto aumenta il rischio di nuove varianti che possano “scavalcare” i vaccini. Un rischio che tutti vorremmo evitare di correre.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le criptovalute e lo sbarco di Coinbase a Wall Street. Su ispionline.it
🌎 USA-RUSSIA: PROVE DI DIALOGO A SUON DI SANZIONI
🏦 “Putin pagherà un prezzo”
Ce le aspettavamo, e sono arrivate. Biden ha imposto nuove sanzioni alla Russia, inclusi il divieto agli istituti di credito statunitensi di acquistare titoli di stato e altri bond russi, l’espulsione di 10 diplomatici russi dagli Usa e il blacklisting di 38 soggetti accusati di aver interferito con le elezioni americane.
Le sanzioni arrivano a un mese esatto dalla desecretazione di un report dei servizi Usa che accusa Putin e l’intelligence russa di aver tentato di influenzare le elezioni americane a favore di Trump.
Occhio per occhio, dente per dente?
🇷🇺 Primo avvertimento... senza esagerare
Forse, ma niente più di quello. Almeno per ora. Biden ha dichiarato di voler evitare di “innescare un’escalation” e di aver fatto presente a Putin che “avremmo potuto fare di più”.
Le nuove sanzioni, infatti, impediscono l’acquisto di nuove emissioni di debito russe ma non di acquistare debito emesso in passato. E il debito russo detenuto all’estero ammonta solo a 41 miliardi di dollari, il 14% del totale. Ecco spiegato il modesto impatto sul rublo: ieri ha perso fino al 3,5%, ma ha poi subito recuperato.
Le sanzioni si aggiungono però a quelle precedenti, imposte da Usa e Ue dopo il conflitto in Ucraina e l’annessione della Crimea, e al crollo del prezzo del petrolio. Tanto che il rublo oggi vale oltre il 50% in meno rispetto al 2014.
🇺🇦 Prossima fermata: Ucraina
Un avvertimento, dunque. Che arriva dopo le prove tecniche di escalation da parte di Mosca: ha spostato migliaia di mezzi e uomini verso la Crimea, ha aumentato l’intensità degli scontri in Ucraina orientale, ha riacceso lo scontro a distanza (e a parole) con la Nato.
Martedì Biden e Putin si sono sentiti e il presidente Usa ha proposto un incontro in un “paese terzo”, con l’intenzione di arrivare a una “relazione stabile e prevedibile”. Sarebbe la prima bilaterale in due anni, dopo il fallimento di Helsinki nel 2018. Dopo la carota, però, arriva anche il bastone delle sanzioni: dialogo sì, ma con fermezza.
Funzionerà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il ‘grande balzo’ del PIL cinese. Su ispionline.it
🏦 “Putin pagherà un prezzo”
Ce le aspettavamo, e sono arrivate. Biden ha imposto nuove sanzioni alla Russia, inclusi il divieto agli istituti di credito statunitensi di acquistare titoli di stato e altri bond russi, l’espulsione di 10 diplomatici russi dagli Usa e il blacklisting di 38 soggetti accusati di aver interferito con le elezioni americane.
Le sanzioni arrivano a un mese esatto dalla desecretazione di un report dei servizi Usa che accusa Putin e l’intelligence russa di aver tentato di influenzare le elezioni americane a favore di Trump.
Occhio per occhio, dente per dente?
🇷🇺 Primo avvertimento... senza esagerare
Forse, ma niente più di quello. Almeno per ora. Biden ha dichiarato di voler evitare di “innescare un’escalation” e di aver fatto presente a Putin che “avremmo potuto fare di più”.
Le nuove sanzioni, infatti, impediscono l’acquisto di nuove emissioni di debito russe ma non di acquistare debito emesso in passato. E il debito russo detenuto all’estero ammonta solo a 41 miliardi di dollari, il 14% del totale. Ecco spiegato il modesto impatto sul rublo: ieri ha perso fino al 3,5%, ma ha poi subito recuperato.
Le sanzioni si aggiungono però a quelle precedenti, imposte da Usa e Ue dopo il conflitto in Ucraina e l’annessione della Crimea, e al crollo del prezzo del petrolio. Tanto che il rublo oggi vale oltre il 50% in meno rispetto al 2014.
🇺🇦 Prossima fermata: Ucraina
Un avvertimento, dunque. Che arriva dopo le prove tecniche di escalation da parte di Mosca: ha spostato migliaia di mezzi e uomini verso la Crimea, ha aumentato l’intensità degli scontri in Ucraina orientale, ha riacceso lo scontro a distanza (e a parole) con la Nato.
Martedì Biden e Putin si sono sentiti e il presidente Usa ha proposto un incontro in un “paese terzo”, con l’intenzione di arrivare a una “relazione stabile e prevedibile”. Sarebbe la prima bilaterale in due anni, dopo il fallimento di Helsinki nel 2018. Dopo la carota, però, arriva anche il bastone delle sanzioni: dialogo sì, ma con fermezza.
Funzionerà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il ‘grande balzo’ del PIL cinese. Su ispionline.it
🌍 RUSSIA-NAVALNY: APPESI A UN FILO
🇷🇺 Una lenta agonia
Dopo 20 giorni di sciopero della fame, la salute di Alexei Navalny – principale oppositore politico di Putin – sarebbe “appesa a un filo”. Il dissidente russo, 44 anni, aveva subìto un tentato avvelenamento con Novichok in agosto. Tornato in patria a gennaio era stato immediatamente arrestato. Ora è in ospedale.
E mentre Mosca minimizza (“sta solo cercando di attirare l’attenzione”) gli Usa avvertono che se Navalny muore “ci saranno conseguenze” e la Germania definisce Mosca una “minaccia diretta per la sicurezza europea”.
🚨 Quando basta un dissidente
Al Cremlino si considera ormai Navalny un problema di sicurezza nazionale. E dire che, almeno dalla fine delle grandi manifestazioni di piazza del 2011-2013 in cui aveva avuto un ruolo centrale, fino a poco tempo fa Navalny era considerato una “minaccia minore”. E tale sarebbe potuta restare se Putin non avesse contribuito a farne un simbolo del malcontento e, nell’ultimo anno, un eroe internazionale.
Insomma, forse la più grande insidia alla stabilità di Putin negli ultimi vent’anni è frutto di una “creazione” interna. Segnale di debolezza o un modus operandi già visto? Mosca non è nuova a prendere di mira dissidenti e oppositori anche in fasi di ascesa economica e geopolitica, dal caso Politkovskaya (2004) a Skripal (2018).
Ma oggi il caso giunge in un momento in cui le tensioni internazionali sono alle stelle.
🇺🇦 La patata bollente di Putin
Navalny non è l’unica “gatta da pelare” nei rapporti Russia-Occidente. Oltre alle interferenze politiche denunciate da Washington si sta riaccendendo l’attenzione anche sull’Ucraina, dove dopo l’annessione della Crimea gli scontri non sono mai veramente finiti e oggi rischiano seriamente di esplodere. Riportando così (guarda caso) la Russia al centro della scena: tanto da spingere Biden a definire il paese una “grande potenza” (dopo che Obama, nel 2014 e proprio a seguito dell’annessione della Crimea, l’aveva declassato a “potenza regionale”) e a rilanciare il dialogo bilaterale.
Un dialogo che, se l’affaire Navalny dovesse finir male, si complicherebbe assai. Se c’è infatti una cosa che può compromettere le prove di disgelo è proprio un caso internazionale di questa portata. Anche per questo è legittimo chiedersi se, su Navalny, Mosca abbia calcolato bene le proprie mosse...
Per approfondire, leggi l’ISPI Daily Focus di questa sera. Su ispionline.it
🇷🇺 Una lenta agonia
Dopo 20 giorni di sciopero della fame, la salute di Alexei Navalny – principale oppositore politico di Putin – sarebbe “appesa a un filo”. Il dissidente russo, 44 anni, aveva subìto un tentato avvelenamento con Novichok in agosto. Tornato in patria a gennaio era stato immediatamente arrestato. Ora è in ospedale.
E mentre Mosca minimizza (“sta solo cercando di attirare l’attenzione”) gli Usa avvertono che se Navalny muore “ci saranno conseguenze” e la Germania definisce Mosca una “minaccia diretta per la sicurezza europea”.
🚨 Quando basta un dissidente
Al Cremlino si considera ormai Navalny un problema di sicurezza nazionale. E dire che, almeno dalla fine delle grandi manifestazioni di piazza del 2011-2013 in cui aveva avuto un ruolo centrale, fino a poco tempo fa Navalny era considerato una “minaccia minore”. E tale sarebbe potuta restare se Putin non avesse contribuito a farne un simbolo del malcontento e, nell’ultimo anno, un eroe internazionale.
Insomma, forse la più grande insidia alla stabilità di Putin negli ultimi vent’anni è frutto di una “creazione” interna. Segnale di debolezza o un modus operandi già visto? Mosca non è nuova a prendere di mira dissidenti e oppositori anche in fasi di ascesa economica e geopolitica, dal caso Politkovskaya (2004) a Skripal (2018).
Ma oggi il caso giunge in un momento in cui le tensioni internazionali sono alle stelle.
🇺🇦 La patata bollente di Putin
Navalny non è l’unica “gatta da pelare” nei rapporti Russia-Occidente. Oltre alle interferenze politiche denunciate da Washington si sta riaccendendo l’attenzione anche sull’Ucraina, dove dopo l’annessione della Crimea gli scontri non sono mai veramente finiti e oggi rischiano seriamente di esplodere. Riportando così (guarda caso) la Russia al centro della scena: tanto da spingere Biden a definire il paese una “grande potenza” (dopo che Obama, nel 2014 e proprio a seguito dell’annessione della Crimea, l’aveva declassato a “potenza regionale”) e a rilanciare il dialogo bilaterale.
Un dialogo che, se l’affaire Navalny dovesse finir male, si complicherebbe assai. Se c’è infatti una cosa che può compromettere le prove di disgelo è proprio un caso internazionale di questa portata. Anche per questo è legittimo chiedersi se, su Navalny, Mosca abbia calcolato bene le proprie mosse...
Per approfondire, leggi l’ISPI Daily Focus di questa sera. Su ispionline.it
🌍 SUPERLEGA: LO SCISMA DEL CALCIO?
⚽ Presi in contropiede
Domenica sera 12 squadre di 3 paesi europei (UK, Spagna, Italia) hanno lanciato il progetto di una Super League alla quale parteciperebbero “di diritto” 15 squadre sulle 29 previste. Se accadesse, si tratterebbe della più grande trasformazione nel mondo del calcio da decenni, in diretta concorrenza con il sistema esistente fatto di campionati nazionali e coppe europee. Di competizione dura per arrivare alle coppe, non di partecipazione di diritto.
L'annuncio ha scatenato l’immediata reazione di Uefa, Fifa e leghe nazionali, che hanno minacciato l’esclusione delle squadre (tra le italiane Juve, Inter e Milan) dalle coppe europee e, forse, anche dai rispettivi campionati nazionali.
💰 Davide e Golia
Cosa c’è dietro una mossa tanto rischiosa?
Quasi 6,5 miliardi di euro di debiti, 800 milioni di ricavi persi solo nel primo anno di pandemia. Questo il bilancio delle 12 squadre scissioniste tra stadi vuoti, diritti televisivi a picco e premi per le coppe più bassi (per ripianare i conti in rosso della Uefa).
Così le “grandi” del calcio europeo cercano un paracadute, e lo fanno in autonomia: il progetto di una “Ivy League” del calcio promette un bonus iniziale una tantum da 3,5 miliardi e fino a 10 miliardi di ricavi l’anno. Certo, così le squadre non incluse nel progetto se la dovrebbero cavare da sole, in campionati e coppe con meno appeal per sponsor e tv, e quindi con meno ricavi.
🏦 Calcio & mercato...ma anche una questione di stato
I grandi sopravvivono meglio, i piccoli perdono di più, sia nel calcio che nelle nostre società, come ha dimostrato la pandemia: “bigs getting bigger”. L’accentramento della produzione nelle mani di poche e grandi imprese (concentrazione di mercato), nei paesi avanzati è aumentata in media del 10% solo nell’ultimo anno. E questo fa il paio con la crescita delle disuguaglianze.
Un tema che ha evidenti conseguenze politiche: non è un caso se Vestager, la Commissaria alla concorrenza UE, che pure ha dichiarato di non voler intervenire, si sia sentita “tirare per la giacchetta” e che Macron, Johnson e Draghi abbiano espresso la loro contrarietà al progetto.
Insomma, per provare a risolvere i problemi economici di pochi, si “lasciano per strada” molti? Un messaggio pericoloso, soprattutto durante la crisi economica post pandemia: attenzione a non sottovalutarne le conseguenze.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, la corsa per il dopo-Merkel. Su ispionline.it
⚽ Presi in contropiede
Domenica sera 12 squadre di 3 paesi europei (UK, Spagna, Italia) hanno lanciato il progetto di una Super League alla quale parteciperebbero “di diritto” 15 squadre sulle 29 previste. Se accadesse, si tratterebbe della più grande trasformazione nel mondo del calcio da decenni, in diretta concorrenza con il sistema esistente fatto di campionati nazionali e coppe europee. Di competizione dura per arrivare alle coppe, non di partecipazione di diritto.
L'annuncio ha scatenato l’immediata reazione di Uefa, Fifa e leghe nazionali, che hanno minacciato l’esclusione delle squadre (tra le italiane Juve, Inter e Milan) dalle coppe europee e, forse, anche dai rispettivi campionati nazionali.
💰 Davide e Golia
Cosa c’è dietro una mossa tanto rischiosa?
Quasi 6,5 miliardi di euro di debiti, 800 milioni di ricavi persi solo nel primo anno di pandemia. Questo il bilancio delle 12 squadre scissioniste tra stadi vuoti, diritti televisivi a picco e premi per le coppe più bassi (per ripianare i conti in rosso della Uefa).
Così le “grandi” del calcio europeo cercano un paracadute, e lo fanno in autonomia: il progetto di una “Ivy League” del calcio promette un bonus iniziale una tantum da 3,5 miliardi e fino a 10 miliardi di ricavi l’anno. Certo, così le squadre non incluse nel progetto se la dovrebbero cavare da sole, in campionati e coppe con meno appeal per sponsor e tv, e quindi con meno ricavi.
🏦 Calcio & mercato...ma anche una questione di stato
I grandi sopravvivono meglio, i piccoli perdono di più, sia nel calcio che nelle nostre società, come ha dimostrato la pandemia: “bigs getting bigger”. L’accentramento della produzione nelle mani di poche e grandi imprese (concentrazione di mercato), nei paesi avanzati è aumentata in media del 10% solo nell’ultimo anno. E questo fa il paio con la crescita delle disuguaglianze.
Un tema che ha evidenti conseguenze politiche: non è un caso se Vestager, la Commissaria alla concorrenza UE, che pure ha dichiarato di non voler intervenire, si sia sentita “tirare per la giacchetta” e che Macron, Johnson e Draghi abbiano espresso la loro contrarietà al progetto.
Insomma, per provare a risolvere i problemi economici di pochi, si “lasciano per strada” molti? Un messaggio pericoloso, soprattutto durante la crisi economica post pandemia: attenzione a non sottovalutarne le conseguenze.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, la corsa per il dopo-Merkel. Su ispionline.it
🌏 COVID: L’INDIA TREMA
🇮🇳 Minaccia esponenziale
Più di 250.000 casi e oltre 2.000 decessi al giorno: questo è il Covid in India oggi. Numeri impressionanti, probabilmente sottostimati, frutto di un aumento esponenziale degli ultimi due mesi. Nel mondo, circa un’infezione su tre oggi si registra in India.
Gli ospedali sono al collasso. Mancano ventilatori, ossigeno e vaccini. Tanto che la capitale New Delhi ha indetto un lockdown totale di una settimana. Per una nazione “giovane” come quella indiana (metà della popolazione ha meno di 27 anni), così tanti casi gravi sono indizio di una situazione davvero fuori controllo.
💉 Immunità di gregge e nazionalismo
Il crollo delle infezioni in autunno faceva sperare che l'India avesse già raggiunto l’immunità di gregge. Dunque fine dei lockdown che avevano gettato milioni di persone nella povertà e aumentato la pressione sul governo Modi.
A gennaio l’India aveva promesso di diventare la “fabbrica di vaccini” del mondo, esportando gran parte dei vaccini prodotti e sviluppandone uno nazionale, il Covaxin. Solo a marzo il governo dichiarava che il COVID era a “fine corsa”. Poi il dietrofront: blocco delle esportazioni, verso l’Europa ma anche per Covax, l’alleanza per i vaccini ai paesi più poveri. “Servono tutti a noi”.
📉 Se basta una mascherina
Per l’India è una corsa contro il tempo: sanitaria, ma anche economica e politica. Aumentano i timori per la “variante indiana”. La rupia crolla, si moltiplicano i lockdown locali, e il rischio che il gigante indiano torni in recessione cresce. Il tutto mentre Modi, tra le polemiche, prosegue la campagna elettorale in cinque stati e autorizza un enorme festival indù.
Intanto il resto del mondo attende con il fiato sospeso. L’India è tornata nelle “red list” dei viaggi internazionali. I leader (come Boris Johnson) annullano viaggi nel paese. E si contano gli effetti sulle campagne vaccinali degli altri (Covax è in ritardo di sei mesi).
La speranza è che nella più grande democrazia del mondo si ricominci a indossare la mascherina (oggi non più obbligatoria). Altrimenti l’onda indiana rischia di non fermarsi più.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: l’uccisione del presidente del Ciad Idriss Déby. Su ispionline.it
🇮🇳 Minaccia esponenziale
Più di 250.000 casi e oltre 2.000 decessi al giorno: questo è il Covid in India oggi. Numeri impressionanti, probabilmente sottostimati, frutto di un aumento esponenziale degli ultimi due mesi. Nel mondo, circa un’infezione su tre oggi si registra in India.
Gli ospedali sono al collasso. Mancano ventilatori, ossigeno e vaccini. Tanto che la capitale New Delhi ha indetto un lockdown totale di una settimana. Per una nazione “giovane” come quella indiana (metà della popolazione ha meno di 27 anni), così tanti casi gravi sono indizio di una situazione davvero fuori controllo.
💉 Immunità di gregge e nazionalismo
Il crollo delle infezioni in autunno faceva sperare che l'India avesse già raggiunto l’immunità di gregge. Dunque fine dei lockdown che avevano gettato milioni di persone nella povertà e aumentato la pressione sul governo Modi.
A gennaio l’India aveva promesso di diventare la “fabbrica di vaccini” del mondo, esportando gran parte dei vaccini prodotti e sviluppandone uno nazionale, il Covaxin. Solo a marzo il governo dichiarava che il COVID era a “fine corsa”. Poi il dietrofront: blocco delle esportazioni, verso l’Europa ma anche per Covax, l’alleanza per i vaccini ai paesi più poveri. “Servono tutti a noi”.
📉 Se basta una mascherina
Per l’India è una corsa contro il tempo: sanitaria, ma anche economica e politica. Aumentano i timori per la “variante indiana”. La rupia crolla, si moltiplicano i lockdown locali, e il rischio che il gigante indiano torni in recessione cresce. Il tutto mentre Modi, tra le polemiche, prosegue la campagna elettorale in cinque stati e autorizza un enorme festival indù.
Intanto il resto del mondo attende con il fiato sospeso. L’India è tornata nelle “red list” dei viaggi internazionali. I leader (come Boris Johnson) annullano viaggi nel paese. E si contano gli effetti sulle campagne vaccinali degli altri (Covax è in ritardo di sei mesi).
La speranza è che nella più grande democrazia del mondo si ricominci a indossare la mascherina (oggi non più obbligatoria). Altrimenti l’onda indiana rischia di non fermarsi più.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: l’uccisione del presidente del Ciad Idriss Déby. Su ispionline.it
🌍 IL GIORNO DELLA TERRA (CHE FORSE STA ARRIVANDO)
♻️ Rivoluzione verde?
I leader di 40 paesi del mondo si riuniscono oggi e domani (virtualmente) nel Climate Summit organizzato dagli USA. Così, dopo avere riportato Washington nell’accordo di Parigi, nella “giornata della Terra” Biden prova ad accelerare. Lo fa anche promettendo di tagliare del 50% le emissioni americane entro il 2030 rispetto al 2005 (impegni quasi doppi rispetto a Obama).
Questo weekend il mondo ha registrato l’impegno congiunto Usa-Cina sul clima. Cresce dunque l’attesa per i risultati del vertice, al quale partecipa anche Xi Jinping: un messaggio positivo per il mondo perché le due grandi potenze, impegnate in un testa a testa serrato sullo scacchiere globale, dimostrano di voler cooperare (e forse innescare una “competizione” positiva) sul tema più urgente per tutti.
🌏 Non solo Greta
Dopo l’exploit di Greta Thunberg e dei Fridays for Future, il 2020 è stato l’anno degli annunci sugli obiettivi di neutralità climatica (o carbonica) entro metà secolo: Ue, Cina, Giappone, Corea, Canada, Sudafrica... mancavano solo gli Usa.
Impegni forti e non sempre credibili: se l’Ue è riuscita a rispettare i suoi obiettivi al 2020, c’è voluto il Climate Summit per costringere gli Stati membri a fare un passo avanti sui target al 2030. E se persino Bruxelles fa fatica, figurarsi chi “va” ancora a carbone (Cina e India) o a gas e petrolio (Russia e paesi del Golfo).
Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti...
🌡️ Arrivano i nostri?
Biden vuole intestarsi la lotta al cambiamento climatico, ma la sfida ormai non riguarda più soltanto l’Occidente, anzi. Cina e India da sole fanno il 35% delle emissioni globali, contro il 23% degli “occidentali”.
Con le promesse degli ultimi mesi il riscaldamento climatico potrebbe fermarsi a +2,1°C nel 2100, anziché ai +2,9°C a politiche attuali. Ma l’accordo di Parigi prevedeva uno sforzo ancora superiore (+1,5°C): per arrivarci servirebbero 100 trilioni di dollari in 30 anni. E mentre i paesi avanzati avevano promesso agli emergenti 100 miliardi l’anno per la transizione energetica, a oggi ne hanno messi solo 25-30 l’anno.
Insomma, ci siamo rimessi in carreggiata, ma la strada da fare è lunga. Appuntamento alla COP26 di novembre (a presidenza italo-britannica), dove i paesi dovrebbero “scolpire nella pietra” le nuove promesse.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la Russia e il mondo, il discorso di Putin alla nazione. Su ispionline.it
♻️ Rivoluzione verde?
I leader di 40 paesi del mondo si riuniscono oggi e domani (virtualmente) nel Climate Summit organizzato dagli USA. Così, dopo avere riportato Washington nell’accordo di Parigi, nella “giornata della Terra” Biden prova ad accelerare. Lo fa anche promettendo di tagliare del 50% le emissioni americane entro il 2030 rispetto al 2005 (impegni quasi doppi rispetto a Obama).
Questo weekend il mondo ha registrato l’impegno congiunto Usa-Cina sul clima. Cresce dunque l’attesa per i risultati del vertice, al quale partecipa anche Xi Jinping: un messaggio positivo per il mondo perché le due grandi potenze, impegnate in un testa a testa serrato sullo scacchiere globale, dimostrano di voler cooperare (e forse innescare una “competizione” positiva) sul tema più urgente per tutti.
🌏 Non solo Greta
Dopo l’exploit di Greta Thunberg e dei Fridays for Future, il 2020 è stato l’anno degli annunci sugli obiettivi di neutralità climatica (o carbonica) entro metà secolo: Ue, Cina, Giappone, Corea, Canada, Sudafrica... mancavano solo gli Usa.
Impegni forti e non sempre credibili: se l’Ue è riuscita a rispettare i suoi obiettivi al 2020, c’è voluto il Climate Summit per costringere gli Stati membri a fare un passo avanti sui target al 2030. E se persino Bruxelles fa fatica, figurarsi chi “va” ancora a carbone (Cina e India) o a gas e petrolio (Russia e paesi del Golfo).
Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti...
🌡️ Arrivano i nostri?
Biden vuole intestarsi la lotta al cambiamento climatico, ma la sfida ormai non riguarda più soltanto l’Occidente, anzi. Cina e India da sole fanno il 35% delle emissioni globali, contro il 23% degli “occidentali”.
Con le promesse degli ultimi mesi il riscaldamento climatico potrebbe fermarsi a +2,1°C nel 2100, anziché ai +2,9°C a politiche attuali. Ma l’accordo di Parigi prevedeva uno sforzo ancora superiore (+1,5°C): per arrivarci servirebbero 100 trilioni di dollari in 30 anni. E mentre i paesi avanzati avevano promesso agli emergenti 100 miliardi l’anno per la transizione energetica, a oggi ne hanno messi solo 25-30 l’anno.
Insomma, ci siamo rimessi in carreggiata, ma la strada da fare è lunga. Appuntamento alla COP26 di novembre (a presidenza italo-britannica), dove i paesi dovrebbero “scolpire nella pietra” le nuove promesse.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la Russia e il mondo, il discorso di Putin alla nazione. Su ispionline.it