🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: QUOTA CENTO(DIECI)
⛽️ In riserva
Oggi il petrolio ha superato i 110 dollari al barile: mai così alto dal 2014. È successo malgrado ieri l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) per far fronte ai rialzi abbia annunciato il rilascio sul mercato di 60 milioni di barili di petrolio, il 4% delle proprie riserve strategiche. È solo la quarta volta che accade in mezzo secolo.
L’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto un mercato già in subbuglio a causa della ripresa post-Covid. Oggi a ciò si aggiunge l’effetto sanzioni. Così salgono i prezzi delle materie prime, ridando spinta a quella inflazione che già pesa su tante famiglie. La IEA tenta di gettare acqua sul fuoco. Basterà?
📈 Fuggi fuggi
Per ora, non sembra. I 60 milioni di barili rilasciati dai suoi 31 membri (grandi paesi consumatori di petrolio) nel giro di un mese equivalgono a circa il 2% della domanda mondiale. Ma la crisi coinvolge la Russia, che di domanda mondiale da sola ne soddisfa il 12% (è il terzo produttore al mondo).
E conta molto la percezione dei mercati. Le sanzioni attuali su Mosca non includono gas e petrolio. Ma i trader mondiali stanno di fatto evitando di comprare petrolio russo, per paura che nuove strette rendano quel petrolio invendibile nelle prossime settimane. Una paura talmente alta che oggi si stima che, malgrado il prezzo del petrolio alle stelle, il 70% del greggio russo stia faticando a trovare acquirenti.
💰 Tira e molla
E a esplodere non sono soltanto i prezzi del petrolio. Oggi il gas in Europa ha fatto segnare un nuovo record, superando i massimi di sempre raggiunti solo a dicembre. E sulle materie prime negli ultimi sei mesi si va dal +51% del grano (Russia e Ucraina producono il 13% del totale mondiale) fino al +600% del neon (quota russo-ucraina: 45%).
Tanto che oggi anche l’inflazione in Eurozona ha raggiunto un nuovo record: +5,8%. Così i governi occidentali si trovano già di fronte a un bivio: continuare con la strategia di “massima pressione” su Mosca, sperando che gli oligarchi si rivoltino contro Putin, o iniziare a ragionare di de-escalation.
Certo, in un conflitto che si fa di ora in ora più violento la seconda ipotesi è pura accademia. Ma per quanto ancora resteranno unite le cancellerie d’Europa?
🎙 Degli sviluppi della guerra in Ucraina parleremo anche oggi alle 19.00 nella tavola rotonda ISPI “Ucraina: dall’escalation militare all’emergenza profughi”. Iscriviti qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-dallescalation-militare-allemergenza-profughi
⛽️ In riserva
Oggi il petrolio ha superato i 110 dollari al barile: mai così alto dal 2014. È successo malgrado ieri l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) per far fronte ai rialzi abbia annunciato il rilascio sul mercato di 60 milioni di barili di petrolio, il 4% delle proprie riserve strategiche. È solo la quarta volta che accade in mezzo secolo.
L’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto un mercato già in subbuglio a causa della ripresa post-Covid. Oggi a ciò si aggiunge l’effetto sanzioni. Così salgono i prezzi delle materie prime, ridando spinta a quella inflazione che già pesa su tante famiglie. La IEA tenta di gettare acqua sul fuoco. Basterà?
📈 Fuggi fuggi
Per ora, non sembra. I 60 milioni di barili rilasciati dai suoi 31 membri (grandi paesi consumatori di petrolio) nel giro di un mese equivalgono a circa il 2% della domanda mondiale. Ma la crisi coinvolge la Russia, che di domanda mondiale da sola ne soddisfa il 12% (è il terzo produttore al mondo).
E conta molto la percezione dei mercati. Le sanzioni attuali su Mosca non includono gas e petrolio. Ma i trader mondiali stanno di fatto evitando di comprare petrolio russo, per paura che nuove strette rendano quel petrolio invendibile nelle prossime settimane. Una paura talmente alta che oggi si stima che, malgrado il prezzo del petrolio alle stelle, il 70% del greggio russo stia faticando a trovare acquirenti.
💰 Tira e molla
E a esplodere non sono soltanto i prezzi del petrolio. Oggi il gas in Europa ha fatto segnare un nuovo record, superando i massimi di sempre raggiunti solo a dicembre. E sulle materie prime negli ultimi sei mesi si va dal +51% del grano (Russia e Ucraina producono il 13% del totale mondiale) fino al +600% del neon (quota russo-ucraina: 45%).
Tanto che oggi anche l’inflazione in Eurozona ha raggiunto un nuovo record: +5,8%. Così i governi occidentali si trovano già di fronte a un bivio: continuare con la strategia di “massima pressione” su Mosca, sperando che gli oligarchi si rivoltino contro Putin, o iniziare a ragionare di de-escalation.
Certo, in un conflitto che si fa di ora in ora più violento la seconda ipotesi è pura accademia. Ma per quanto ancora resteranno unite le cancellerie d’Europa?
🎙 Degli sviluppi della guerra in Ucraina parleremo anche oggi alle 19.00 nella tavola rotonda ISPI “Ucraina: dall’escalation militare all’emergenza profughi”. Iscriviti qui per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/ucraina-dallescalation-militare-allemergenza-profughi
🌍 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: GLI INTOCCABILI
🇺🇳 La solitudine dei numeri russi
141 voti a favore, 35 astenuti, 5 contrari. Questi sono i numeri con cui la sessione di emergenza (l’undicesima nella storia) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ieri approvato una risoluzione (non vincolante) per porre fine al conflitto in Ucraina. Con una importante postilla: ogni relativo mutamento territoriale non verrà riconosciuto internazionalmente.
Le sanzioni occidentali avevano già isolato la Russia dalla finanza globale. Il progressivo blocco di porti e le chiusure degli spazi aerei li sta tagliando fuori dalle rotte commerciali e turistiche mondiali. Ora Mosca si trova sempre più sola anche sul piano delle relazioni diplomatiche. E molti dei suoi tradizionali alleati si astengono dal sostenerla.
👎 AAAlleati cercasi
Tra i 141 paesi che hanno votato a favore l’80% sono democrazie o paesi parzialmente democratici. Mentre il 90% di quelli che si sono astenuti sono parzialmente o non democratici. Questa è la prima spaccatura che emerge dall’analisi dei numeri della votazione di ieri, che però evidenzia anche una frattura nel cerchio di alleanze del Cremlino.
Solo 4 paesi oltre alla Russia hanno votato “no”. C’è la Bielorussia, complice di Mosca in questa guerra, ma non gli altri paesi ex sovietici che la Russia definisce “estero vicino”. Compare la Siria di Assad, che da Mosca riceve protezione militare, ma non Cuba (astenuta). Ci sono Eritrea e Corea del Nord, ma non l’Iran: come la Russia tutti vittime delle sanzioni occidentali. E soprattutto manca la Cina.
🇷🇺🇨🇳 Friendzone?
Pechino condivide con Mosca la critica all’attuale ordine internazionale, tanto da aver addossato tutte le colpe del conflitto in Ucraina all’atteggiamento della Nato. Allo stesso tempo Cina e Russia sono unite da relazioni commerciali significative, soprattutto nel settore energetico.
Ma la Russia non è comunque tra i primi 10 partner commerciali della Cina, che non intende esporsi a favore di Mosca mettendo a rischio i rapporti economici con il resto del mondo, vero traino della crescita economica cinese. E forse Pechino più che scegliere da che parte stare punta a svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto, che un voto in un senso o nell’altro renderebbe impossibile.
Per ora, la domanda che si fa l’occidente è però un’altra: Xi aiuterà Putin a eludere le sanzioni?
Oggi abbiamo approfondito le reazioni del mondo all’invasione russa dell’Ucraina con un focus speciale. Ecco 5 mappe che possono aiutare a capire meglio le posizioni dei diversi paesi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/invasione-russa-dellucraina-le-reazioni-del-mondo-5-mappe-33913
Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “L’assedio”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-lassedio-33914
🇺🇳 La solitudine dei numeri russi
141 voti a favore, 35 astenuti, 5 contrari. Questi sono i numeri con cui la sessione di emergenza (l’undicesima nella storia) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ieri approvato una risoluzione (non vincolante) per porre fine al conflitto in Ucraina. Con una importante postilla: ogni relativo mutamento territoriale non verrà riconosciuto internazionalmente.
Le sanzioni occidentali avevano già isolato la Russia dalla finanza globale. Il progressivo blocco di porti e le chiusure degli spazi aerei li sta tagliando fuori dalle rotte commerciali e turistiche mondiali. Ora Mosca si trova sempre più sola anche sul piano delle relazioni diplomatiche. E molti dei suoi tradizionali alleati si astengono dal sostenerla.
👎 AAAlleati cercasi
Tra i 141 paesi che hanno votato a favore l’80% sono democrazie o paesi parzialmente democratici. Mentre il 90% di quelli che si sono astenuti sono parzialmente o non democratici. Questa è la prima spaccatura che emerge dall’analisi dei numeri della votazione di ieri, che però evidenzia anche una frattura nel cerchio di alleanze del Cremlino.
Solo 4 paesi oltre alla Russia hanno votato “no”. C’è la Bielorussia, complice di Mosca in questa guerra, ma non gli altri paesi ex sovietici che la Russia definisce “estero vicino”. Compare la Siria di Assad, che da Mosca riceve protezione militare, ma non Cuba (astenuta). Ci sono Eritrea e Corea del Nord, ma non l’Iran: come la Russia tutti vittime delle sanzioni occidentali. E soprattutto manca la Cina.
🇷🇺🇨🇳 Friendzone?
Pechino condivide con Mosca la critica all’attuale ordine internazionale, tanto da aver addossato tutte le colpe del conflitto in Ucraina all’atteggiamento della Nato. Allo stesso tempo Cina e Russia sono unite da relazioni commerciali significative, soprattutto nel settore energetico.
Ma la Russia non è comunque tra i primi 10 partner commerciali della Cina, che non intende esporsi a favore di Mosca mettendo a rischio i rapporti economici con il resto del mondo, vero traino della crescita economica cinese. E forse Pechino più che scegliere da che parte stare punta a svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto, che un voto in un senso o nell’altro renderebbe impossibile.
Per ora, la domanda che si fa l’occidente è però un’altra: Xi aiuterà Putin a eludere le sanzioni?
Oggi abbiamo approfondito le reazioni del mondo all’invasione russa dell’Ucraina con un focus speciale. Ecco 5 mappe che possono aiutare a capire meglio le posizioni dei diversi paesi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/invasione-russa-dellucraina-le-reazioni-del-mondo-5-mappe-33913
Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “L’assedio”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-lassedio-33914
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: BORSE IN TRINCEA
🪃 Effetto boomerang?
5,8%: è il livello record raggiunto a febbraio dall'inflazione in Eurozona. Accelerazione notevole rispetto al +5,1% di gennaio, in buona parte attribuibile ai rincari di gas e petrolio. Un assaggio di quelli che saranno i costi della guerra per l'Europa. Costi in un certo senso auto-inflitti, considerando la forza delle sanzioni imposte dall’Occidente nei confronti di Mosca.
Con le Borse che scivolano verso il rosso e gli investimenti fermi, in attesa di capire cosa accadrà in Ucraina (e in Russia), governi e banche centrali faticano a capire cosa fare. Per adesso la Bce sembra attendista, perché a Francoforte si preferisce ancora sostenere la crescita piuttosto che contrastare l’inflazione. Insomma, tutti fermi, tranne i prezzi.
📉 Cinque giorni
Da inizio anno le Borse europee hanno perso il 16% del loro valore. Ma circa metà delle perdite si concentrano in questi ultimi cinque giorni, dopo l’imposizione delle sanzioni occidentali più dure.
Certo, per Mosca il colpo è nettamente più forte. Il congelamento del 55% delle riserve della Banca centrale si è aggiunto alle sanzioni alle grandi banche russe, gettando i mercati nel panico. La Borsa è chiusa da lunedì, il rublo ha perso il 30% del suo valore, e l’inflazione nel paese è alle stelle. Ecco perché mercoledì i bond russi sono stati declassati a “spazzatura”.
Ma in questa gara a chi molla prima non è detto che a cedere sarà Mosca.
💶 Il fronte occidentale
Anche perché a Bruxelles lo spettro della stagflazione si fa sempre più concreto. E non è detto che alla Bce l’ago della bilancia continui a pendere a favore della crescita. Se a inizio settimana sembrava che l’invasione russa avrebbe permesso alle “colombe” di mantenere una postura espansiva, l’aumento dell’inflazione a febbraio (con l’inflazione “core” cresciuta dal 2,3% al 2,7%, più in alto rispetto all’asticella del 2%) è benzina per i “falchi”.
Le prospettive di un ritiro degli stimoli mette a rischio soprattutto l’Italia, sinora protetta dallo scudo della Bce, proprio mentre la forte dipendenza dal gas rende il paese tra i più vulnerabili d’Europa.
Che la ritrovata unità tra i paesi europei stia già cominciando a incrinarsi?
🎙 Ascolta la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. L’approfondimento di oggi è dedicato al ruolo della Cina tra Russia e Ucraina. Qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-il-ruolo-della-cina-tra-ucraina-e-russia-33927
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “A un passo dalla catastrofe”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-un-passo-dalla-catasfrofe-33949
🪃 Effetto boomerang?
5,8%: è il livello record raggiunto a febbraio dall'inflazione in Eurozona. Accelerazione notevole rispetto al +5,1% di gennaio, in buona parte attribuibile ai rincari di gas e petrolio. Un assaggio di quelli che saranno i costi della guerra per l'Europa. Costi in un certo senso auto-inflitti, considerando la forza delle sanzioni imposte dall’Occidente nei confronti di Mosca.
Con le Borse che scivolano verso il rosso e gli investimenti fermi, in attesa di capire cosa accadrà in Ucraina (e in Russia), governi e banche centrali faticano a capire cosa fare. Per adesso la Bce sembra attendista, perché a Francoforte si preferisce ancora sostenere la crescita piuttosto che contrastare l’inflazione. Insomma, tutti fermi, tranne i prezzi.
📉 Cinque giorni
Da inizio anno le Borse europee hanno perso il 16% del loro valore. Ma circa metà delle perdite si concentrano in questi ultimi cinque giorni, dopo l’imposizione delle sanzioni occidentali più dure.
Certo, per Mosca il colpo è nettamente più forte. Il congelamento del 55% delle riserve della Banca centrale si è aggiunto alle sanzioni alle grandi banche russe, gettando i mercati nel panico. La Borsa è chiusa da lunedì, il rublo ha perso il 30% del suo valore, e l’inflazione nel paese è alle stelle. Ecco perché mercoledì i bond russi sono stati declassati a “spazzatura”.
Ma in questa gara a chi molla prima non è detto che a cedere sarà Mosca.
💶 Il fronte occidentale
Anche perché a Bruxelles lo spettro della stagflazione si fa sempre più concreto. E non è detto che alla Bce l’ago della bilancia continui a pendere a favore della crescita. Se a inizio settimana sembrava che l’invasione russa avrebbe permesso alle “colombe” di mantenere una postura espansiva, l’aumento dell’inflazione a febbraio (con l’inflazione “core” cresciuta dal 2,3% al 2,7%, più in alto rispetto all’asticella del 2%) è benzina per i “falchi”.
Le prospettive di un ritiro degli stimoli mette a rischio soprattutto l’Italia, sinora protetta dallo scudo della Bce, proprio mentre la forte dipendenza dal gas rende il paese tra i più vulnerabili d’Europa.
Che la ritrovata unità tra i paesi europei stia già cominciando a incrinarsi?
🎙 Ascolta la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica. L’approfondimento di oggi è dedicato al ruolo della Cina tra Russia e Ucraina. Qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-il-ruolo-della-cina-tra-ucraina-e-russia-33927
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “A un passo dalla catastrofe”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-un-passo-dalla-catasfrofe-33949
🇷🇺🇺🇦 SANZIONI: 4 GRAFICI PER SPIEGARE L’IMPATTO SULLA RUSSIA
La risposta di Europa e Stati Uniti all’invasione russa dell’Ucraina è stata massiccia e compatta. Le sanzioni comminate dopo l’attacco hanno infatti avuto un effetto immediato sull'economia russa.
Quale? E per quanto potrà resistere la Russia sotto il peso delle sanzioni?
Ecco 4 grafici per spiegare l’impatto sulla Russia: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sanzioni-4-grafici-spiegare-limpatto-sulla-russia-33953
La risposta di Europa e Stati Uniti all’invasione russa dell’Ucraina è stata massiccia e compatta. Le sanzioni comminate dopo l’attacco hanno infatti avuto un effetto immediato sull'economia russa.
Quale? E per quanto potrà resistere la Russia sotto il peso delle sanzioni?
Ecco 4 grafici per spiegare l’impatto sulla Russia: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sanzioni-4-grafici-spiegare-limpatto-sulla-russia-33953
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: BLOCCO TOTALE?
💸 Il prezzo della dipendenza
Un miliardo di euro al giorno. Questo è quanto la Russia ha ricevuto oggi dall’Unione Europea in cambio delle sue esportazioni di gas naturale. Se da una parte si sta cercando di colpire in tutti i modi l’economia russa a suon di sanzioni, dall’altra la si continua a foraggiare pur di non andare incontro a una crisi energetica.
Negli ultimi giorni i flussi di gas in entrata sono persino aumentati del 18%, anche se restano il 19% inferiori allo stesso periodo del 2021. Un paradosso a cui gli Stati Uniti vorrebbero porre fine imponendo un blocco alle importazioni di petrolio e gas russo. Ma l’Europa, come oggi ribadito da Scholz, rimane contraria. Non a torto.
⚖️ Sanzioni col portafoglio degli altri
Un blocco alle importazioni di petrolio russo non impatterebbe allo stesso modo Stati Uniti e Unione Europea. Se infatti la quota rappresentata dalla Russia sul totale delle importazioni di petrolio degli USA è inferiore al 5%, questa stessa percentuale è pari al 27% per l’UE.
Trattandosi però di un mercato globale ed essendo la Russia il terzo produttore di greggio al mondo, anche i cittadini americani dovrebbero affrontare conseguenti costi maggiorati alla pompa di benzina esattamente come quelli europei. Diverso è il discorso per il gas dove l’Europa è sempre ben più dipendente dalla Russia rispetto agli USA, ma il mercato è regionale. E quindi anche l’incremento di prezzi in caso di blocco dell’import.
🚂 Coal is cool
Domani la Commissione presenterà un piano in 10 punti per ridurre la dipendenza del blocco dai combustibili fossili russi. Ma intanto alcuni paesi membri sembrano già aver individuato una propria soluzione: il ritorno del carbone al centro dei loro mix energetici, nonostante sia il combustibile fossile più inquinante. Troppo attrattivi il suo costo, attualmente minore di quello del gas, e la facilità con cui le centrali elettriche possono convertirsi al suo utilizzo.
In Italia, Draghi ha così suggerito la possibile riapertura di centrali elettriche a carbone. E anche nella Germania dove i Verdi sono uno dei pilastri del governo, la fine alla combustione del carbone attualmente prevista per il 2030 potrebbe essere messa in pausa per qualche anno.
Di fronte alla guerra anche il riscaldamento globale si fermerà?
🎙 Approfondiremo gli sviluppi e i possibili scenari della guerra in Ucraina tra poco, nella tavola rotonda “Guerra in Ucraina: rischio nucleare?”. Live dalle 18.30 a questo link: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-ucraina-rischio-nucleare
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Bombe sui civili”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-bombe-sui-civili-33980
💸 Il prezzo della dipendenza
Un miliardo di euro al giorno. Questo è quanto la Russia ha ricevuto oggi dall’Unione Europea in cambio delle sue esportazioni di gas naturale. Se da una parte si sta cercando di colpire in tutti i modi l’economia russa a suon di sanzioni, dall’altra la si continua a foraggiare pur di non andare incontro a una crisi energetica.
Negli ultimi giorni i flussi di gas in entrata sono persino aumentati del 18%, anche se restano il 19% inferiori allo stesso periodo del 2021. Un paradosso a cui gli Stati Uniti vorrebbero porre fine imponendo un blocco alle importazioni di petrolio e gas russo. Ma l’Europa, come oggi ribadito da Scholz, rimane contraria. Non a torto.
⚖️ Sanzioni col portafoglio degli altri
Un blocco alle importazioni di petrolio russo non impatterebbe allo stesso modo Stati Uniti e Unione Europea. Se infatti la quota rappresentata dalla Russia sul totale delle importazioni di petrolio degli USA è inferiore al 5%, questa stessa percentuale è pari al 27% per l’UE.
Trattandosi però di un mercato globale ed essendo la Russia il terzo produttore di greggio al mondo, anche i cittadini americani dovrebbero affrontare conseguenti costi maggiorati alla pompa di benzina esattamente come quelli europei. Diverso è il discorso per il gas dove l’Europa è sempre ben più dipendente dalla Russia rispetto agli USA, ma il mercato è regionale. E quindi anche l’incremento di prezzi in caso di blocco dell’import.
🚂 Coal is cool
Domani la Commissione presenterà un piano in 10 punti per ridurre la dipendenza del blocco dai combustibili fossili russi. Ma intanto alcuni paesi membri sembrano già aver individuato una propria soluzione: il ritorno del carbone al centro dei loro mix energetici, nonostante sia il combustibile fossile più inquinante. Troppo attrattivi il suo costo, attualmente minore di quello del gas, e la facilità con cui le centrali elettriche possono convertirsi al suo utilizzo.
In Italia, Draghi ha così suggerito la possibile riapertura di centrali elettriche a carbone. E anche nella Germania dove i Verdi sono uno dei pilastri del governo, la fine alla combustione del carbone attualmente prevista per il 2030 potrebbe essere messa in pausa per qualche anno.
Di fronte alla guerra anche il riscaldamento globale si fermerà?
🎙 Approfondiremo gli sviluppi e i possibili scenari della guerra in Ucraina tra poco, nella tavola rotonda “Guerra in Ucraina: rischio nucleare?”. Live dalle 18.30 a questo link: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/guerra-ucraina-rischio-nucleare
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Bombe sui civili”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-bombe-sui-civili-33980
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: DIPENDENZA (IN)FINITA?
⛽️ Minacce incrociate
Gli Stati Uniti hanno annunciato che non compreranno più petrolio, gas e carbone russi. Proprio quello che il Cremlino ieri aveva intimato di non fare, minacciando di tagliare le forniture di gas all’Europa. Eppure Bruxelles non sembra troppo preoccupata.
Al contrario, poco fa l’Ue ha pubblicato un piano per fare proprio quello: ridurre le forniture di gas dalla Russia. Nella proposta REPowerEU, l’obiettivo è quello di ridurre fino a due terzi le importazioni di gas da Mosca già quest’anno. "È difficile, ma fattibile", secondo Frans Timmermans, il Commissario per il clima e il Green Deal europeo.
Ma le minacce di Mosca sono davvero così disperate?
🍃 Gas rehab
Forse, ma non troppo. Perché nel breve periodo un nuovo taglio delle forniture russe può fare male ai consumatori europei. Ieri i prezzi spot del gas naturale hanno chiuso a 227 €/MWh, un nuovo record che supera di dieci volte i livelli pre-crisi. Segno che le bollette europee aumenteranno ancora.
E la stessa Commissione nella sua proposta lo ammette: nel breve periodo, l’alternativa principale al gas russo è il gas naturale liquefatto (GNL), che costa molto e che dobbiamo "contendere” a grandi importatori asiatici come Cina e Giappone, generando una inedita guerra dei prezzi. Tra le alternative “green” restano la spinta su nuove rinnovabili e il risparmio energetico da parte dei consumatori.
Si apre insomma un profondo divario tra promesse e realtà. Ma c’è di più.
🔗 Reazione a catena
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), che la sua proposta l’ha pubblicata la settimana scorsa, una corposa “fetta” di gas russo (il 18% circa) sarebbe sostituita dalla riaccensione delle centrali a carbone. La Commissione non è d’accordo, ma non farlo significa spendere miliardi sul GNL, appunto.
Questo ci porta al problema dei costi. Ridurre la “dipendenza” dal gas russo non abbassa i prezzi del gas in Europa, anzi! Incentivare rinnovabili, biocarburanti o efficienza energetica richiede più investimenti (20 miliardi secondo la IEA). Da sommare alle misure dei governi europei per contenere i costi in bolletta: altri 150 miliardi, oltre ai 55 già spesi.
Un salasso non indifferente. Che in questi tempi di economia di guerra non tutti potrebbero essere disposti a pagare.
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Un’altra giornata di guerra”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-unaltra-giornata-di-guerra-34000
⛽️ Minacce incrociate
Gli Stati Uniti hanno annunciato che non compreranno più petrolio, gas e carbone russi. Proprio quello che il Cremlino ieri aveva intimato di non fare, minacciando di tagliare le forniture di gas all’Europa. Eppure Bruxelles non sembra troppo preoccupata.
Al contrario, poco fa l’Ue ha pubblicato un piano per fare proprio quello: ridurre le forniture di gas dalla Russia. Nella proposta REPowerEU, l’obiettivo è quello di ridurre fino a due terzi le importazioni di gas da Mosca già quest’anno. "È difficile, ma fattibile", secondo Frans Timmermans, il Commissario per il clima e il Green Deal europeo.
Ma le minacce di Mosca sono davvero così disperate?
🍃 Gas rehab
Forse, ma non troppo. Perché nel breve periodo un nuovo taglio delle forniture russe può fare male ai consumatori europei. Ieri i prezzi spot del gas naturale hanno chiuso a 227 €/MWh, un nuovo record che supera di dieci volte i livelli pre-crisi. Segno che le bollette europee aumenteranno ancora.
E la stessa Commissione nella sua proposta lo ammette: nel breve periodo, l’alternativa principale al gas russo è il gas naturale liquefatto (GNL), che costa molto e che dobbiamo "contendere” a grandi importatori asiatici come Cina e Giappone, generando una inedita guerra dei prezzi. Tra le alternative “green” restano la spinta su nuove rinnovabili e il risparmio energetico da parte dei consumatori.
Si apre insomma un profondo divario tra promesse e realtà. Ma c’è di più.
🔗 Reazione a catena
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), che la sua proposta l’ha pubblicata la settimana scorsa, una corposa “fetta” di gas russo (il 18% circa) sarebbe sostituita dalla riaccensione delle centrali a carbone. La Commissione non è d’accordo, ma non farlo significa spendere miliardi sul GNL, appunto.
Questo ci porta al problema dei costi. Ridurre la “dipendenza” dal gas russo non abbassa i prezzi del gas in Europa, anzi! Incentivare rinnovabili, biocarburanti o efficienza energetica richiede più investimenti (20 miliardi secondo la IEA). Da sommare alle misure dei governi europei per contenere i costi in bolletta: altri 150 miliardi, oltre ai 55 già spesi.
Un salasso non indifferente. Che in questi tempi di economia di guerra non tutti potrebbero essere disposti a pagare.
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Un’altra giornata di guerra”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-unaltra-giornata-di-guerra-34000
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: ALLA RICERCA DELL’ORO NERO
✂️ Animal spirits
Stati Uniti, UK e Canada. Questi sono i paesi che hanno smesso o smetteranno di importare petrolio russo nei prossimi mesi. Non una grande rinuncia se si guarda al peso di greggio e derivati russi sul totale delle loro importazioni di tali prodotti: circa l’8% per USA e UK, meno dell’1% per il Canada.
Ma gli impatti su Russia e mercato petrolifero mondiale sono tutt’altro che trascurabili. Questa decisione segnala infatti ai trader il rischio sempre maggiore di commerciare greggio russo. Così chi acquista si “butta” sul petrolio degli altri, facendone impennare i prezzi (ai massimi dal 2008). Occorrerebbe quindi aumentare l’offerta per evitare di dare benzina all’inflazione. Lo sanno bene gli Stati Uniti, che cercano sponde tra paesi non proprio alleati.
⛽️ Amici nemici
Innanzitutto, Biden ha chiesto ai produttori di shale oil americani di aumentare la produzione a tutti i costi. Ma i 760mila potenziali barili aggiuntivi non compensano i 3,5 milioni che la Russia esporta ogni giorno. Ecco perché venerdì scorso funzionari americani si sono recati in Venezuela, riaprendo canali diplomatici chiusi dal 2019. La scarcerazione di due americani da parte di Caracas suggerisce uno spiraglio di collaborazione, con in palio 600mila barili aggiuntivi al giorno.
Non c’è stata invece un’apertura da parte di Arabia Saudita ed Emirati. Biden sta provando a ricucire rapporti logorati dalle sue posizioni sul caso Khashoggi e dal mancato supporto americano nello Yemen. Ma le sue chiamate sono state respinte, e così sfuma la possibilità di aumentare la produzione giornaliera di 2,5 milioni di barili.
☢️ Soluzione nucleare
Tra i grandi produttori di petrolio con “spare capacity” rimane l’Iran. Un fatto che sta creando nuovi ostacoli ai negoziati sul nucleare proprio quando ormai sembrava intravedersi il traguardo. Rimuovendo le sanzioni su petrolio ed economia iraniana, il regime degli ayatollah potrebbe aggiungere fino a 1,3 milioni di barili di greggio al giorno alla propria produzione.
Un enorme “tesoretto”. Perciò il dubbio è che Mosca, coinvolta nei negoziati dei 5+1, di fronte a questa prospettiva possa voler far saltare l'accordo. In questo senso, la richiesta di Lavrov di non applicare le sanzioni occidentali agli scambi tra Russia e Iran suona come una provocazione.
Insomma, è sempre più evidente che quel che accade in Ucraina, non resta certo in Ucraina.
🎙 Approfondiremo gli sviluppi della guerra e la crisi dei profughi domani, nella tavola rotonda “Profughi ucraini: una ‘crisi’ europea?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/profughi-ucraini-una-crisi-europea
✂️ Animal spirits
Stati Uniti, UK e Canada. Questi sono i paesi che hanno smesso o smetteranno di importare petrolio russo nei prossimi mesi. Non una grande rinuncia se si guarda al peso di greggio e derivati russi sul totale delle loro importazioni di tali prodotti: circa l’8% per USA e UK, meno dell’1% per il Canada.
Ma gli impatti su Russia e mercato petrolifero mondiale sono tutt’altro che trascurabili. Questa decisione segnala infatti ai trader il rischio sempre maggiore di commerciare greggio russo. Così chi acquista si “butta” sul petrolio degli altri, facendone impennare i prezzi (ai massimi dal 2008). Occorrerebbe quindi aumentare l’offerta per evitare di dare benzina all’inflazione. Lo sanno bene gli Stati Uniti, che cercano sponde tra paesi non proprio alleati.
⛽️ Amici nemici
Innanzitutto, Biden ha chiesto ai produttori di shale oil americani di aumentare la produzione a tutti i costi. Ma i 760mila potenziali barili aggiuntivi non compensano i 3,5 milioni che la Russia esporta ogni giorno. Ecco perché venerdì scorso funzionari americani si sono recati in Venezuela, riaprendo canali diplomatici chiusi dal 2019. La scarcerazione di due americani da parte di Caracas suggerisce uno spiraglio di collaborazione, con in palio 600mila barili aggiuntivi al giorno.
Non c’è stata invece un’apertura da parte di Arabia Saudita ed Emirati. Biden sta provando a ricucire rapporti logorati dalle sue posizioni sul caso Khashoggi e dal mancato supporto americano nello Yemen. Ma le sue chiamate sono state respinte, e così sfuma la possibilità di aumentare la produzione giornaliera di 2,5 milioni di barili.
☢️ Soluzione nucleare
Tra i grandi produttori di petrolio con “spare capacity” rimane l’Iran. Un fatto che sta creando nuovi ostacoli ai negoziati sul nucleare proprio quando ormai sembrava intravedersi il traguardo. Rimuovendo le sanzioni su petrolio ed economia iraniana, il regime degli ayatollah potrebbe aggiungere fino a 1,3 milioni di barili di greggio al giorno alla propria produzione.
Un enorme “tesoretto”. Perciò il dubbio è che Mosca, coinvolta nei negoziati dei 5+1, di fronte a questa prospettiva possa voler far saltare l'accordo. In questo senso, la richiesta di Lavrov di non applicare le sanzioni occidentali agli scambi tra Russia e Iran suona come una provocazione.
Insomma, è sempre più evidente che quel che accade in Ucraina, non resta certo in Ucraina.
🎙 Approfondiremo gli sviluppi della guerra e la crisi dei profughi domani, nella tavola rotonda “Profughi ucraini: una ‘crisi’ europea?”. Registrati per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/profughi-ucraini-una-crisi-europea
🔴 SPECIALE UCRAINA: BOMBE SULLA TREGUA
Bombe durante la tregua sull’ospedale pediatrico di Mariupol, mentre gli Stati Uniti dichiarano l’embargo al petrolio russo. Ora le speranze si concentrano sull’incontro, domani ad Antalya in Turchia, tra i ministri degli Esteri Sergei Lavrov e Dmytro Kuleba.
Leggi il nostro Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-bombe-sulla-tregua-34055
Bombe durante la tregua sull’ospedale pediatrico di Mariupol, mentre gli Stati Uniti dichiarano l’embargo al petrolio russo. Ora le speranze si concentrano sull’incontro, domani ad Antalya in Turchia, tra i ministri degli Esteri Sergei Lavrov e Dmytro Kuleba.
Leggi il nostro Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-bombe-sulla-tregua-34055
ISPI
Speciale Ucraina: bombe sulla tregua
Gli Stati Uniti dichiarano l’embargo al petrolio russo. Bombe durante la tregua sull’ospedale pediatrico di Mariupol, attesa per il vertice Lavrov-Kuleba domani ad Antalya. Dopo due settimane di
🔴 EVENTO OGGI ALLE 18.00: "PROFUGHI UCRAINI: UNA 'CRISI' EUROPEA?"
In questi giorni, i cessate il fuoco riescono a consentire l’evacuazione della popolazione civile attraverso dei corridoi umanitari da numerosi centri, come Kiev, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Mariupol. Ma, a due settimane dall’invasione russa dell’Ucraina, gli effetti della guerra sulle persone sono devastanti. Ai milioni di sfollati interni si aggiungono i 2,3 milioni di persone che hanno già lasciato il proprio paese, quasi tutti verso l’Unione europea. Quali scenari si prospettano?
🎙 Ne parleremo stasera alle 18.00 nella tavola rotonda ISPI.
👉 Per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/profughi-ucraini-una-crisi-europea
In questi giorni, i cessate il fuoco riescono a consentire l’evacuazione della popolazione civile attraverso dei corridoi umanitari da numerosi centri, come Kiev, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Mariupol. Ma, a due settimane dall’invasione russa dell’Ucraina, gli effetti della guerra sulle persone sono devastanti. Ai milioni di sfollati interni si aggiungono i 2,3 milioni di persone che hanno già lasciato il proprio paese, quasi tutti verso l’Unione europea. Quali scenari si prospettano?
🎙 Ne parleremo stasera alle 18.00 nella tavola rotonda ISPI.
👉 Per partecipare: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/profughi-ucraini-una-crisi-europea
🔴 SPECIALE RUSSIA-UCRAINA: CINA A UN BIVIO
💭 Cina bifronte
“La NATO ha spinto la Russia a una guerra che non voleva”. Sono le parole pronunciate ieri del portavoce del ministero dell’interno cinese. Uno scostamento rispetto all’ambiguità di Pechino nelle ultime settimane, ma forse neanche troppo. La Cina non condanna l’invasione e non impone sanzioni, all’Onu si astiene, e quando deve esporsi si dichiara favorevole alla risoluzione diplomatica. Insomma, un colpo al cerchio, uno alla botte.
E non potrebbe essere altrimenti. Da una parte ci sono le relazioni sempre più solide con Mosca, soprattutto nel settore energetico. Cui oggi si aggiungono opportunità per gli investitori cinesi di rimpiazzare capitali e aziende occidentali in fuga dalla Russia. Ma avvicinarsi troppo al Cremlino rischia di mettere in discussione le relazioni (commerciali e non) con il resto del mondo.
🎲 Spettatore interessato
Dal 2014 a oggi, la Russia è diventata sempre più “dipendente” dalla Cina (il peso della Cina nell’interscambio totale è praticamente raddoppiato). Mentre Mosca per Pechino conta ancora molto poco (2% del totale). Eppure, la Cina è comunque tra i paesi più esposti alle ricadute della guerra.
Non solo perché importa il 15% del suo petrolio e il 10% del gas da Mosca, ma anche perché quest’anno avrà bisogno di duplicare le sue importazioni di grano a causa di un cattivo raccolto. E tra i principali fornitori di grano al mondo ci sono proprio Russia e Ucraina (29% delle esportazioni mondiali).
💯 Saldi invernali
Le ricadute economiche di sanzioni imposte al “più importante partner strategico della Cina” (parola di Xi) ingolosiscono Pechino, che starebbe valutando importanti investimenti in società russe nel settore energetico e delle materie prime (nel mirino soprattutto il gigante del gas Gazprom e il produttore di alluminio Rusal). Per non parlare degli scenari di mercato che la decisione Apple e Samsung di sospendere le vendite in Russia apre alle big tech cinesi.
Nelle scorse settimane si sono moltiplicate le richieste a Pechino da parte di leader internazionali affinché assuma un ruolo da mediatore nei negoziati tra Russa e Ucraina. Visti gli interessi in gioco, che sia davvero la Cina il migliore mediatore possibile?
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Nessun progresso”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-nessun-progresso-34073
🎙 Abbiamo approfondito gli sviluppi della guerra e la crisi dei profughi nella tavola rotonda “Profughi ucraini: una ‘crisi’ europea?”. Collegati qui alla live o rivedi il video: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/profughi-ucraini-una-crisi-europea
💭 Cina bifronte
“La NATO ha spinto la Russia a una guerra che non voleva”. Sono le parole pronunciate ieri del portavoce del ministero dell’interno cinese. Uno scostamento rispetto all’ambiguità di Pechino nelle ultime settimane, ma forse neanche troppo. La Cina non condanna l’invasione e non impone sanzioni, all’Onu si astiene, e quando deve esporsi si dichiara favorevole alla risoluzione diplomatica. Insomma, un colpo al cerchio, uno alla botte.
E non potrebbe essere altrimenti. Da una parte ci sono le relazioni sempre più solide con Mosca, soprattutto nel settore energetico. Cui oggi si aggiungono opportunità per gli investitori cinesi di rimpiazzare capitali e aziende occidentali in fuga dalla Russia. Ma avvicinarsi troppo al Cremlino rischia di mettere in discussione le relazioni (commerciali e non) con il resto del mondo.
🎲 Spettatore interessato
Dal 2014 a oggi, la Russia è diventata sempre più “dipendente” dalla Cina (il peso della Cina nell’interscambio totale è praticamente raddoppiato). Mentre Mosca per Pechino conta ancora molto poco (2% del totale). Eppure, la Cina è comunque tra i paesi più esposti alle ricadute della guerra.
Non solo perché importa il 15% del suo petrolio e il 10% del gas da Mosca, ma anche perché quest’anno avrà bisogno di duplicare le sue importazioni di grano a causa di un cattivo raccolto. E tra i principali fornitori di grano al mondo ci sono proprio Russia e Ucraina (29% delle esportazioni mondiali).
💯 Saldi invernali
Le ricadute economiche di sanzioni imposte al “più importante partner strategico della Cina” (parola di Xi) ingolosiscono Pechino, che starebbe valutando importanti investimenti in società russe nel settore energetico e delle materie prime (nel mirino soprattutto il gigante del gas Gazprom e il produttore di alluminio Rusal). Per non parlare degli scenari di mercato che la decisione Apple e Samsung di sospendere le vendite in Russia apre alle big tech cinesi.
Nelle scorse settimane si sono moltiplicate le richieste a Pechino da parte di leader internazionali affinché assuma un ruolo da mediatore nei negoziati tra Russa e Ucraina. Visti gli interessi in gioco, che sia davvero la Cina il migliore mediatore possibile?
👉 Tutti gli ultimi aggiornamenti sul conflitto nel nostro Daily Focus Speciale Ucraina di oggi: “Nessun progresso”. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-nessun-progresso-34073
🎙 Abbiamo approfondito gli sviluppi della guerra e la crisi dei profughi nella tavola rotonda “Profughi ucraini: una ‘crisi’ europea?”. Collegati qui alla live o rivedi il video: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/profughi-ucraini-una-crisi-europea
📊 ISPI DATALAB | PROFUGHI UCRAINI: I CONFINI DELLA SOLIDARIETÀ
A causa della guerra in Ucraina, 2,3 milioni di persone hanno già lasciato il paese, dirette soprattutto verso l’Unione Europea. Contrariamente al passato, i paesi dell’UE hanno aperto le proprie frontiere e adottato misure eccezionali a sostegno dei profughi ucraini. Ma con la guerra che continua e il numero di rifugiati in aumento, la solidarietà europea sarà messa a dura prova.
Leggi il nuovo numero di DataLab: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/profughi-ucraini-i-confini-della-solidarieta-34069
A causa della guerra in Ucraina, 2,3 milioni di persone hanno già lasciato il paese, dirette soprattutto verso l’Unione Europea. Contrariamente al passato, i paesi dell’UE hanno aperto le proprie frontiere e adottato misure eccezionali a sostegno dei profughi ucraini. Ma con la guerra che continua e il numero di rifugiati in aumento, la solidarietà europea sarà messa a dura prova.
Leggi il nuovo numero di DataLab: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/profughi-ucraini-i-confini-della-solidarieta-34069