🌎 BIDEN: L’ORA DI PORTI, STRADE (E AMBIENTE)
💵 Sempre più trillions
Dopo gli oltre 5 trilioni di Trump nel 2020, dopo il suo stimolo da 1,9 trilioni del mese scorso, Biden “raddoppia” presentando in Pennsylvania l’American Jobs Plan da 2,2 trilioni in otto anni; 600 miliardi per le infrastrutture, con 20.000 miglia di strade e 10.000 ponti, ma anche misure per contrastare la crisi climatica, ridurre le diseguaglianze (case popolari, sostegno alle minoranze) e rafforzare la competitività americana (ricerca e sviluppo, riqualificazione professionale).
Non tutto “a debito”, come per gli stimoli precedenti, ma coperto anche da un aumento delle tasse (a partire da quelle sulle imprese, dal 21% dopo i tagli di Trump, al 28%) e da minori esenzioni per finanza e combustibili fossili.
🇺🇸 Big government is back
25 anni dopo che Clinton, democratico come Biden, ha annunciato “la fine del big government” denunciando gli eccessi degli anni Sessanta e Settanta, il piano di Biden lo rilancia con riferimenti espliciti al New Deal di Roosevelt e alla Great Society di Johnson: più infrastrutture, meno disuguaglianze.
Certo, con la pandemia è cambiato tutto e a dimostrarlo stanno proprio i 5 trilioni di aiuti proposti da Trump e approvati dal Congresso. Ma un conto è proporre stimoli per contrastare gli effetti immediati dell’emergenza sanitaria; tutt’altro farlo pensando a come ripartire. Su questo si giocherà la partita, e lo scontro.
⚔️ La sfida ai repubblicani
Investire in infrastrutture è un bisogno reale per gli USA: lo era per Obama (che aveva chiesto “solo” 50 miliardi, negati dal Congresso), lo è stato per Trump che aveva lanciato un piano da 1,5 trilioni (molto teorico, visto che poggiava su fondi privati mai materializzatisi).
Consenso bipartisan, dunque? Difficile. Gli elementi per renderlo indigesto ai repubblicani, che controllano metà dei seggi al Senato, non mancano: contiene miliardi per iniziative care ai democratici e soprattutto propone nuove tasse. Un vero tabù per i Rep.
Non a caso il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha subito tuonato al “cavallo di Troia” escogitato da Biden per scardinare i valori repubblicani. Senza considerare che questa è solo la prima parte del piano di Biden: la seconda dovrebbe arrivare a metà aprile. Ne vedremo delle belle...
ISPI Telegram torna martedì 6 aprile. Buone feste
💵 Sempre più trillions
Dopo gli oltre 5 trilioni di Trump nel 2020, dopo il suo stimolo da 1,9 trilioni del mese scorso, Biden “raddoppia” presentando in Pennsylvania l’American Jobs Plan da 2,2 trilioni in otto anni; 600 miliardi per le infrastrutture, con 20.000 miglia di strade e 10.000 ponti, ma anche misure per contrastare la crisi climatica, ridurre le diseguaglianze (case popolari, sostegno alle minoranze) e rafforzare la competitività americana (ricerca e sviluppo, riqualificazione professionale).
Non tutto “a debito”, come per gli stimoli precedenti, ma coperto anche da un aumento delle tasse (a partire da quelle sulle imprese, dal 21% dopo i tagli di Trump, al 28%) e da minori esenzioni per finanza e combustibili fossili.
🇺🇸 Big government is back
25 anni dopo che Clinton, democratico come Biden, ha annunciato “la fine del big government” denunciando gli eccessi degli anni Sessanta e Settanta, il piano di Biden lo rilancia con riferimenti espliciti al New Deal di Roosevelt e alla Great Society di Johnson: più infrastrutture, meno disuguaglianze.
Certo, con la pandemia è cambiato tutto e a dimostrarlo stanno proprio i 5 trilioni di aiuti proposti da Trump e approvati dal Congresso. Ma un conto è proporre stimoli per contrastare gli effetti immediati dell’emergenza sanitaria; tutt’altro farlo pensando a come ripartire. Su questo si giocherà la partita, e lo scontro.
⚔️ La sfida ai repubblicani
Investire in infrastrutture è un bisogno reale per gli USA: lo era per Obama (che aveva chiesto “solo” 50 miliardi, negati dal Congresso), lo è stato per Trump che aveva lanciato un piano da 1,5 trilioni (molto teorico, visto che poggiava su fondi privati mai materializzatisi).
Consenso bipartisan, dunque? Difficile. Gli elementi per renderlo indigesto ai repubblicani, che controllano metà dei seggi al Senato, non mancano: contiene miliardi per iniziative care ai democratici e soprattutto propone nuove tasse. Un vero tabù per i Rep.
Non a caso il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha subito tuonato al “cavallo di Troia” escogitato da Biden per scardinare i valori repubblicani. Senza considerare che questa è solo la prima parte del piano di Biden: la seconda dovrebbe arrivare a metà aprile. Ne vedremo delle belle...
ISPI Telegram torna martedì 6 aprile. Buone feste
🌍 GIORDANIA E ISRAELE: C’ERA UNA VOLTA LA STABILITÀ
🇯🇴 Colpo di Stato... rientrato?
L'immagine della Giordania e dei suoi reali, baluardo di stabilità in Medio Oriente, hanno subìto un duro “colpo”: nei giorni scorsi le autorità hanno fermato l’ex principe ereditario Hamzah (agli arresti domiciliari) e almeno altri 15 alti ufficiali governativi accusandoli di tramare insieme ad “agenti stranieri” per compromettere “la sicurezza e la stabilità” del paese. Un tentato golpe, dunque?
C’è chi ha parlato di accordi con le tribù per deporre il re, chi sostiene che un ruolo possa averlo giocato l’Arabia Saudita “vicina” a Hamzah (rimosso dalla linea di successione dall’attuale re nel 2004) e non contenta della freddezza giordana verso gli accordi di Abramo. Ma ieri, messo alle strette, Hamzah ha giurato fedeltà alla corona.
🗳️ Anche Bibi “balla”?
L’instabilità colpisce anche il vicino Israele dove Netanyahu, al potere da ormai 12 anni consecutivi (e che a sua volta grida al “colpo di Stato”), è comparso al processo di corruzione contro di lui. Processo che – a sentire il presidente israeliano Rivlin – potrebbe escluderlo dalla corsa alla premiership.
Anche le consultazioni per formare il nuovo governo non decollano: se le recenti elezioni non hanno incoronato nessuno, i margini per formare un esecutivo sono risicati, e il favorito è proprio lui, il leader a processo. Un dilemma difficile da sciogliere, tanto che già si parla di un possibile ritorno alle urne: sarebbe il quinto voto in poco più di 2 anni.
🇺🇸 Un grattacapo per Biden
E dire che per decenni entrambi i paesi – "isole felici” in una regione molto complicata – sono stati cardini delle alleanze Usa nella regione, tra guerre civili (in Siria), colpi di Stato (in Egitto), proteste (in Iraq e Libano) e tensioni tra potenze regionali (Arabia Saudita e Iran).
Per Biden, alle prese con un rebalancing mediorientale post-Trump, i fronti da gestire sono già molti, dalle tensioni con Riad su Khashoggi alle trattative sul nucleare iraniano, da una Turchia sempre più assertiva (e polemica) al lungo negoziato di pace prima del ritiro completo dall’Afghanistan. Ora anche Giordania e Israele: non daranno forse troppi?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la visita di Mario Draghi in Libia. Su ispionline.it
🇯🇴 Colpo di Stato... rientrato?
L'immagine della Giordania e dei suoi reali, baluardo di stabilità in Medio Oriente, hanno subìto un duro “colpo”: nei giorni scorsi le autorità hanno fermato l’ex principe ereditario Hamzah (agli arresti domiciliari) e almeno altri 15 alti ufficiali governativi accusandoli di tramare insieme ad “agenti stranieri” per compromettere “la sicurezza e la stabilità” del paese. Un tentato golpe, dunque?
C’è chi ha parlato di accordi con le tribù per deporre il re, chi sostiene che un ruolo possa averlo giocato l’Arabia Saudita “vicina” a Hamzah (rimosso dalla linea di successione dall’attuale re nel 2004) e non contenta della freddezza giordana verso gli accordi di Abramo. Ma ieri, messo alle strette, Hamzah ha giurato fedeltà alla corona.
🗳️ Anche Bibi “balla”?
L’instabilità colpisce anche il vicino Israele dove Netanyahu, al potere da ormai 12 anni consecutivi (e che a sua volta grida al “colpo di Stato”), è comparso al processo di corruzione contro di lui. Processo che – a sentire il presidente israeliano Rivlin – potrebbe escluderlo dalla corsa alla premiership.
Anche le consultazioni per formare il nuovo governo non decollano: se le recenti elezioni non hanno incoronato nessuno, i margini per formare un esecutivo sono risicati, e il favorito è proprio lui, il leader a processo. Un dilemma difficile da sciogliere, tanto che già si parla di un possibile ritorno alle urne: sarebbe il quinto voto in poco più di 2 anni.
🇺🇸 Un grattacapo per Biden
E dire che per decenni entrambi i paesi – "isole felici” in una regione molto complicata – sono stati cardini delle alleanze Usa nella regione, tra guerre civili (in Siria), colpi di Stato (in Egitto), proteste (in Iraq e Libano) e tensioni tra potenze regionali (Arabia Saudita e Iran).
Per Biden, alle prese con un rebalancing mediorientale post-Trump, i fronti da gestire sono già molti, dalle tensioni con Riad su Khashoggi alle trattative sul nucleare iraniano, da una Turchia sempre più assertiva (e polemica) al lungo negoziato di pace prima del ritiro completo dall’Afghanistan. Ora anche Giordania e Israele: non daranno forse troppi?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la visita di Mario Draghi in Libia. Su ispionline.it
🌎 SFIDA TRA I GHIACCI
💎 Una miniera di guai
Non capita spesso che le elezioni in un’isola di 56 mila abitanti catturino l’attenzione del mondo e abbiano delle implicazioni geopolitiche così evidenti: è il caso del voto nella remota Groenlandia.
Le elezioni di ieri sono uno snodo fondamentale per capire se in futuro l’economia del paese sarà dominata dall’industria mineraria o continuerà a ruotare intorno alla (sempre meno remunerativa) pesca. La posta in gioco è seria: centinaia di posti di lavoro e miliardi di dollari garantiti (molti dei quali from China) ma anche forti rischi ambientali. I risultati ci raccontano una vittoria del partito che si oppone allo sviluppo delle miniere, che non è detto riesca a formare un nuovo governo.
💰 Not for sale?
Il paese è da anni di fronte al dilemma: vale la pena mettere a rischio l’ambiente per i sogni d’indipendenza e di arricchimento?
Già, perché il bilancio statale dell'isola, formalmente autonoma dalla Danimarca, dipende per metà dai sussidi danesi (circa 500 milioni di €/anno). Mentre non lontano c’è la Norvegia, che quando ha scoperto il petrolio a fine anni Sessanta ha visto il proprio PIL pro capite raddoppiare in meno di 20 anni.
Rimane da chiedersi: è davvero preferibile l’“indipendenza” dalla Danimarca per una nuova probabile “dipendenza” da grandi gruppi minerari stranieri? E quanta libertà garantirebbe lo sfruttamento di risorse che potrebbero esaurirsi già nel giro di tre decenni?
⚔️ Il nuovo “grande gioco"
Dietro al voto c’è anche una sfida geopolitica: non era del tutto una boutade quando nel 2019 Trump disse di voler acquistare l’isola, perché sotto lo spesso ghiaccio della Groenlandia ci sarebbe l'Eldorado delle terre rare, con riserve da capogiro. Agli Usa, affamati di terre rare prodotte al 90% da Pechino (e indispensabili per l'high tech), fa gola.
Ma c'è di più: Pechino vorrebbe aprire una Via della Seta Artica, possibile grazie allo scioglimento dei ghiacci. Dimezzerebbe i tempi di navigazione dall’Asia all’Europa e potrebbe diventare una delle principali arterie marittime mondiali, portando la Groenlandia a una nuova centralità strategica.
Proprio mentre la rivalità tra USA e Cina aumenta, ecco un nuovo potenziale terreno di scontro, scivoloso come il ghiaccio...
Ne parliamo anche nell’ISPI Daily Focus di questa sera: su ispionline.it
💎 Una miniera di guai
Non capita spesso che le elezioni in un’isola di 56 mila abitanti catturino l’attenzione del mondo e abbiano delle implicazioni geopolitiche così evidenti: è il caso del voto nella remota Groenlandia.
Le elezioni di ieri sono uno snodo fondamentale per capire se in futuro l’economia del paese sarà dominata dall’industria mineraria o continuerà a ruotare intorno alla (sempre meno remunerativa) pesca. La posta in gioco è seria: centinaia di posti di lavoro e miliardi di dollari garantiti (molti dei quali from China) ma anche forti rischi ambientali. I risultati ci raccontano una vittoria del partito che si oppone allo sviluppo delle miniere, che non è detto riesca a formare un nuovo governo.
💰 Not for sale?
Il paese è da anni di fronte al dilemma: vale la pena mettere a rischio l’ambiente per i sogni d’indipendenza e di arricchimento?
Già, perché il bilancio statale dell'isola, formalmente autonoma dalla Danimarca, dipende per metà dai sussidi danesi (circa 500 milioni di €/anno). Mentre non lontano c’è la Norvegia, che quando ha scoperto il petrolio a fine anni Sessanta ha visto il proprio PIL pro capite raddoppiare in meno di 20 anni.
Rimane da chiedersi: è davvero preferibile l’“indipendenza” dalla Danimarca per una nuova probabile “dipendenza” da grandi gruppi minerari stranieri? E quanta libertà garantirebbe lo sfruttamento di risorse che potrebbero esaurirsi già nel giro di tre decenni?
⚔️ Il nuovo “grande gioco"
Dietro al voto c’è anche una sfida geopolitica: non era del tutto una boutade quando nel 2019 Trump disse di voler acquistare l’isola, perché sotto lo spesso ghiaccio della Groenlandia ci sarebbe l'Eldorado delle terre rare, con riserve da capogiro. Agli Usa, affamati di terre rare prodotte al 90% da Pechino (e indispensabili per l'high tech), fa gola.
Ma c'è di più: Pechino vorrebbe aprire una Via della Seta Artica, possibile grazie allo scioglimento dei ghiacci. Dimezzerebbe i tempi di navigazione dall’Asia all’Europa e potrebbe diventare una delle principali arterie marittime mondiali, portando la Groenlandia a una nuova centralità strategica.
Proprio mentre la rivalità tra USA e Cina aumenta, ecco un nuovo potenziale terreno di scontro, scivoloso come il ghiaccio...
Ne parliamo anche nell’ISPI Daily Focus di questa sera: su ispionline.it
🌎 UNA TASSA PER TUTTI
🇺🇸 Una svolta epocale
La Segretaria al Tesoro Usa ha lanciato un appello per una tassa minima globale del 21% sulle multinazionali: buona parte dei paesi occidentali ha detto “sì”, dopo che da anni molti governi chiedevano un’accelerazione dei negoziati in corso al G20 e all’OCSE.
Se andasse in porto sarebbe una svolta epocale: gli Usa sono sempre stati contrari a imporre tassazioni minime globali e hanno sempre frenato i negoziati. Tanto che lo scorso novembre Parigi aveva deciso di fare da sola, annunciando una tassa sui giganti del web che aveva fatto infuriare Washington (dove ancora c’era The Donald).
💵 Multilateralismo... opportunista?
Il tempismo della proposta americana non deve sorprendere. Biden cerca infatti nuove entrate per finanziare i 1.900 miliardi del piano di rilancio e i 2.300 miliardi del suo mega piano infrastrutturale. Nei piani del presidente c'è anche un balzo delle tasse sulle imprese dal “trumpiano” 21% a un 28% che si avvicina al livello dell'era Obama (35%). Se è vero che anche così la pressione fiscale sulle imprese sarà ben lontana dal picco del 53% raggiunto negli anni Sessanta, si tratterebbe comunque dell’aumento più significativo (+33%) mai visto se non nei periodi di guerra.
Siamo di fronte a una ridefinizione della relazione tra governo federale e i cittadini americani: quelli che ieri erano tabù (pensiamo anche alla sanità) oggi sembrano doveri costituzionali. Il settore privato – e molti repubblicani – si trovano al momento spiazzati: il piano infrastrutturale fa gola, ma il suo finanziamento spaventa.
🏛️ Fine di un’era?
E così, la proposta si sposta ora nelle sedi multilaterali (che riacquistano centralità dopo il funerale celebrato da Trump). Germania e Francia si dicono d’accordo e già si parla di un’alleanza dei grandi del mondo contro il “doppio sandwich irlandese-olandese”. Che non è una specialità culinaria, ma lo stratagemma che molte multinazionali utilizzano per pagare meno: tutto lecito, fino ad ora.
Alcune aziende (poche) avevano giocato d’anticipo, annunciando lo stop al “doppio sandwich” già l'anno scorso. Ma l’accelerazione americana coglie molti di sorpresa: dopo la probabile fine improvvisa del sandwich, speriamo che ora nessuno venga colto con le mani nella marmellata...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il "Sofagate” e le relazioni Europa-Turchia. Su ispionline.it
🇺🇸 Una svolta epocale
La Segretaria al Tesoro Usa ha lanciato un appello per una tassa minima globale del 21% sulle multinazionali: buona parte dei paesi occidentali ha detto “sì”, dopo che da anni molti governi chiedevano un’accelerazione dei negoziati in corso al G20 e all’OCSE.
Se andasse in porto sarebbe una svolta epocale: gli Usa sono sempre stati contrari a imporre tassazioni minime globali e hanno sempre frenato i negoziati. Tanto che lo scorso novembre Parigi aveva deciso di fare da sola, annunciando una tassa sui giganti del web che aveva fatto infuriare Washington (dove ancora c’era The Donald).
💵 Multilateralismo... opportunista?
Il tempismo della proposta americana non deve sorprendere. Biden cerca infatti nuove entrate per finanziare i 1.900 miliardi del piano di rilancio e i 2.300 miliardi del suo mega piano infrastrutturale. Nei piani del presidente c'è anche un balzo delle tasse sulle imprese dal “trumpiano” 21% a un 28% che si avvicina al livello dell'era Obama (35%). Se è vero che anche così la pressione fiscale sulle imprese sarà ben lontana dal picco del 53% raggiunto negli anni Sessanta, si tratterebbe comunque dell’aumento più significativo (+33%) mai visto se non nei periodi di guerra.
Siamo di fronte a una ridefinizione della relazione tra governo federale e i cittadini americani: quelli che ieri erano tabù (pensiamo anche alla sanità) oggi sembrano doveri costituzionali. Il settore privato – e molti repubblicani – si trovano al momento spiazzati: il piano infrastrutturale fa gola, ma il suo finanziamento spaventa.
🏛️ Fine di un’era?
E così, la proposta si sposta ora nelle sedi multilaterali (che riacquistano centralità dopo il funerale celebrato da Trump). Germania e Francia si dicono d’accordo e già si parla di un’alleanza dei grandi del mondo contro il “doppio sandwich irlandese-olandese”. Che non è una specialità culinaria, ma lo stratagemma che molte multinazionali utilizzano per pagare meno: tutto lecito, fino ad ora.
Alcune aziende (poche) avevano giocato d’anticipo, annunciando lo stop al “doppio sandwich” già l'anno scorso. Ma l’accelerazione americana coglie molti di sorpresa: dopo la probabile fine improvvisa del sandwich, speriamo che ora nessuno venga colto con le mani nella marmellata...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il "Sofagate” e le relazioni Europa-Turchia. Su ispionline.it
È nato Globally, il nuovo podcast di ISPI e Will sulla politica internazionale. Ogni settimana cercheremo di dare gli strumenti per analizzare e orientarci tra scenari sociali, economici e politici in continuo mutamento. La geopolitica, spiegata in modo chiaro.
Nella puntata di questa settimana parliamo di cosa sta succedendo in Giordania: il tentato complotto contro il re Abdallah II, da parte del fratello, è solo l'ultimo episodio di una complessa saga familiare. Perché ci riguarda?
Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/globally-il-nuovo-podcast-sulla-geopolitica-di-ispi-e-will-29852?utm_source=tel&utm_medium=tel&utm_campaign=glo
Nella puntata di questa settimana parliamo di cosa sta succedendo in Giordania: il tentato complotto contro il re Abdallah II, da parte del fratello, è solo l'ultimo episodio di una complessa saga familiare. Perché ci riguarda?
Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/globally-il-nuovo-podcast-sulla-geopolitica-di-ispi-e-will-29852?utm_source=tel&utm_medium=tel&utm_campaign=glo
ISPI
Globally, il podcast sulla geopolitica
Leggi l'articolo Globally, il podcast sulla geopolitica sul sito dell'ISPI.
🌍 TURCHIA: TRA VALORI E PRAGMATISMO
🇹🇷 Il momento “whatever-it-takes”
"Chiamiamoli per quel che sono: dittatori”. Dittatori di cui, però, “si ha bisogno”. Non ha usato mezzi termini Mario Draghi ieri riferendosi a Erdogan e al #sofagate di qualche giorno prima. È la seconda volta che il premier spiazza tutti “dettando la linea” dell’Italia, e in parte dell’Europa, come aveva già fatto con il blocco all’export per AstraZeneca.
Certo, chiamare dittatore un leader eletto può scatenare un caso diplomatico. Negare però che gli indici di democrazia in Turchia siano crollati negli ultimi anni sarebbe altrettanto grave.
Il gesto di Draghi chiarisce la linea che va per la maggiore in Europa quando si parla di Turchia: distanza nei valori, cooperazione là dove necessario.
🇪🇺 Chi devo chiamare per parlare con l'Europa?
Le parole di Draghi sono arrivate dopo il #sofagate tra Turchia e Ue. Che non è stato solo un modo di “snobbare” una leader donna, ma anche per affondare abilmente il coltello in una piaga tutta europea: il problema non è solo non saper chi chiamare, come recitava Kissinger mezzo secolo fa, ma la mancanza di una vera politica estera comune. E così anche sulla Turchia ognuno va per la sua strada.
Un “peccato originale” nella costruzione dell’Ue: gli Stati membri continuano a essere gelosi della propria politica estera tanto che spesso è ancora richiesta l’unanimità dei 27. E che conta tanto più con la Turchia, partner sempre più assertivo sullo scacchiere regionale che ha sapientemente sfruttato le divisioni europee per ritagliarsi un suo spazio prima in Siria, poi in Libia, Nagorno-Karabakh e nel Mediterraneo orientale.
♟️ Partita a scacchi nel MED
In assenza dell’Ue, a contare sono altri, nella regione (la stessa Turchia, l’Egitto e in maniera crescente i paesi del Golfo), fuori (Russia, USA) e chi in Europa sul Mediterraneo si affaccia. In primis la Francia, che ha spesso cercato di scavalcare o “circumnavigare” Roma, dalla Libia al Sahel, dalla Siria all’Egitto.
Ora, con la “dichiarazione shock” di Draghi, anche l’Italia torna a dire la sua nell’intricato scacchiere mediterraneo. A suon di realpolitik à-la-Macron, se necessario. E se l’epilogo fosse proprio l'apertura a un’intesa con Parigi per controbilanciare i nuovi “pesi massimi” della regione, a partire dalla Turchia?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le violenze in Irlanda del Nord. Su ispionline.it
🇹🇷 Il momento “whatever-it-takes”
"Chiamiamoli per quel che sono: dittatori”. Dittatori di cui, però, “si ha bisogno”. Non ha usato mezzi termini Mario Draghi ieri riferendosi a Erdogan e al #sofagate di qualche giorno prima. È la seconda volta che il premier spiazza tutti “dettando la linea” dell’Italia, e in parte dell’Europa, come aveva già fatto con il blocco all’export per AstraZeneca.
Certo, chiamare dittatore un leader eletto può scatenare un caso diplomatico. Negare però che gli indici di democrazia in Turchia siano crollati negli ultimi anni sarebbe altrettanto grave.
Il gesto di Draghi chiarisce la linea che va per la maggiore in Europa quando si parla di Turchia: distanza nei valori, cooperazione là dove necessario.
🇪🇺 Chi devo chiamare per parlare con l'Europa?
Le parole di Draghi sono arrivate dopo il #sofagate tra Turchia e Ue. Che non è stato solo un modo di “snobbare” una leader donna, ma anche per affondare abilmente il coltello in una piaga tutta europea: il problema non è solo non saper chi chiamare, come recitava Kissinger mezzo secolo fa, ma la mancanza di una vera politica estera comune. E così anche sulla Turchia ognuno va per la sua strada.
Un “peccato originale” nella costruzione dell’Ue: gli Stati membri continuano a essere gelosi della propria politica estera tanto che spesso è ancora richiesta l’unanimità dei 27. E che conta tanto più con la Turchia, partner sempre più assertivo sullo scacchiere regionale che ha sapientemente sfruttato le divisioni europee per ritagliarsi un suo spazio prima in Siria, poi in Libia, Nagorno-Karabakh e nel Mediterraneo orientale.
♟️ Partita a scacchi nel MED
In assenza dell’Ue, a contare sono altri, nella regione (la stessa Turchia, l’Egitto e in maniera crescente i paesi del Golfo), fuori (Russia, USA) e chi in Europa sul Mediterraneo si affaccia. In primis la Francia, che ha spesso cercato di scavalcare o “circumnavigare” Roma, dalla Libia al Sahel, dalla Siria all’Egitto.
Ora, con la “dichiarazione shock” di Draghi, anche l’Italia torna a dire la sua nell’intricato scacchiere mediterraneo. A suon di realpolitik à-la-Macron, se necessario. E se l’epilogo fosse proprio l'apertura a un’intesa con Parigi per controbilanciare i nuovi “pesi massimi” della regione, a partire dalla Turchia?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le violenze in Irlanda del Nord. Su ispionline.it
🌍 IRAN-ISRAELE: “TERRORISMO NUCLEARE”?
💥 Se basta un blackout
“Terrorismo nucleare” l’ha definito l’Iran: un attacco cyber che potrebbe aver riportato la sua capacità di arricchire uranio indietro di nove mesi.
Per ora nessuna rivendicazione ma Teheran accusa Israele, non nuova ad attacchi (cyber e omicidi mirati) verso il programma nucleare che considera da sempre una minaccia alla sua esistenza.
Viene da chiedersi se sia un caso che, proprio nella giornata di ieri, Netanyahu abbia ricevuto a Tel Aviv il segretario della Difesa Usa.
🇺🇸 No Usa, no party
E forse non è un caso neanche che l’attacco arrivi a meno di una settimana dall’inizio del dialogo tra Usa e Iran sul nucleare a Vienna, decisivo per il ritorno al tavolo degli Usa per trovare un "longer and stronger agreement" promesso da Biden, dopo i tentativi europei (apprezzabili ma velleitari) di tenere da soli in vita l’accordo.
Certo non sarà una passeggiata: se Teheran è da sempre guardata con sospetto da Washington, il mega accordo da 400 miliardi di dollari con la Cina di qualche settimana fa ha fatto capire che Teheran – senza un appeasement con gli Usa – potrebbe muoversi verso altri lidi. Intanto, ben 43 senatori americani (su 100) hanno firmato una dichiarazione per “alzare la posta”: non si chiede un semplice ritorno al vecchio accordo, ma una nuova intesa che includa anche il programma missilistico e il sostegno iraniano ai proxies nella regione. Il tutto sfruttando il leverage accumulato dagli Usa con la “massima pressione” trumpiana.
🇮🇷 Una questione regionale
Certo, il Medio Oriente di oggi non è più quello dell’anno dell’accordo sul nucleare (2015). Israele e i paesi del Golfo, avversari dell’Iran, hanno normalizzato le loro relazioni grazie alla spinta di Trump mentre Teheran, sotto la pressione di oltre 1.600 sanzioni USA, è sempre più povera (economicamente) e sola (nella regione).
Ora Biden si ritrova tra le mani una patata bollente: come negoziare un accordo che non azzoppi definitivamente i moderati iraniani alle urne di giugno pur bloccando il programma nucleare, non scontenti l’elettorato americano (storicamente avverso all’Iran), e non scontenti troppo gli storici alleati, Israele e paesi del Golfo?
Wish Joe Biden good luck...
Scopri di più nell’ISPI Daily Focus di questa sera: su ispionline.it
💥 Se basta un blackout
“Terrorismo nucleare” l’ha definito l’Iran: un attacco cyber che potrebbe aver riportato la sua capacità di arricchire uranio indietro di nove mesi.
Per ora nessuna rivendicazione ma Teheran accusa Israele, non nuova ad attacchi (cyber e omicidi mirati) verso il programma nucleare che considera da sempre una minaccia alla sua esistenza.
Viene da chiedersi se sia un caso che, proprio nella giornata di ieri, Netanyahu abbia ricevuto a Tel Aviv il segretario della Difesa Usa.
🇺🇸 No Usa, no party
E forse non è un caso neanche che l’attacco arrivi a meno di una settimana dall’inizio del dialogo tra Usa e Iran sul nucleare a Vienna, decisivo per il ritorno al tavolo degli Usa per trovare un "longer and stronger agreement" promesso da Biden, dopo i tentativi europei (apprezzabili ma velleitari) di tenere da soli in vita l’accordo.
Certo non sarà una passeggiata: se Teheran è da sempre guardata con sospetto da Washington, il mega accordo da 400 miliardi di dollari con la Cina di qualche settimana fa ha fatto capire che Teheran – senza un appeasement con gli Usa – potrebbe muoversi verso altri lidi. Intanto, ben 43 senatori americani (su 100) hanno firmato una dichiarazione per “alzare la posta”: non si chiede un semplice ritorno al vecchio accordo, ma una nuova intesa che includa anche il programma missilistico e il sostegno iraniano ai proxies nella regione. Il tutto sfruttando il leverage accumulato dagli Usa con la “massima pressione” trumpiana.
🇮🇷 Una questione regionale
Certo, il Medio Oriente di oggi non è più quello dell’anno dell’accordo sul nucleare (2015). Israele e i paesi del Golfo, avversari dell’Iran, hanno normalizzato le loro relazioni grazie alla spinta di Trump mentre Teheran, sotto la pressione di oltre 1.600 sanzioni USA, è sempre più povera (economicamente) e sola (nella regione).
Ora Biden si ritrova tra le mani una patata bollente: come negoziare un accordo che non azzoppi definitivamente i moderati iraniani alle urne di giugno pur bloccando il programma nucleare, non scontenti l’elettorato americano (storicamente avverso all’Iran), e non scontenti troppo gli storici alleati, Israele e paesi del Golfo?
Wish Joe Biden good luck...
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🌎 PERÙ-ECUADOR: EFFETTO COVID SUL VOTO?
🗳️ Il miliardario e il marxista
Domenica si è votato per i presidenti di Ecuador e Perù. Paesi confinanti, traiettorie politiche opposte. L'Ecuador volta pagina: ha vinto inaspettatamente Guillermo Lasso – ex banchiere, conservatore, Opus Dei e antiabortista – interrompendo così la lunga egemonia della sinistra nel paese. In Perù, invece, Pedro Castillo – ex insegnante, neoliberista convertito al marxismo, che propone nazionalizzazioni e maggiore spesa per l’istruzione – è in testa al primo turno: a giugno sfiderà probabilmente Keiko Fujimori, figlia dell'ex presidente dittatore Alberto Fujimori.
Due terremoti che segnalano voglia di cambiamento di una regione da sempre sedotta da uomini forti e aspiranti rivoluzionari.
📉 L’ombra della pandemia
Una seduzione quasi “inevitabile” per paesi costruiti su solide istituzioni (esercito, apparato statale) ma mai dotati di servizi pubblici di qualità, nelle mani del settore privato (sanità, istruzione, trasporti...). E così chi promette di rivoluzionare il sistema con promesse “alla Lula” (da sinistra) o “alla cilena” (da destra) riesce facilmente a far breccia fra gli elettori.
Ma oggi c’è anche dell’altro. La pandemia ha innescato una recessione pesantissima (-7%, persino peggio del -6,6% in Eurozona), con la prospettiva di tornare ai livelli pre-crisi solo nel 2024. Tracciando così un solco ancora più profondo tra chi “ha” e chi “non ha” nella regione già più diseguale al mondo.
📢 Solo un assaggio?
In America Latina il malcontento verso il “sistema” viene da lontano: in molti ancora ricordano le piazze cilene gremite dell’ottobre 2019, pochi mesi prima del “grande lockdown”, così come quelle in Perù del novembre scorso. Ma dopo la devastazione economica e sociale che la pandemia ha portato con sé, la regione torna a infiammarsi: prima le piazze (oggi “chiuse”), adesso il voto.
Resta da capire se questa ondata di proteste “istituzionalizzate” infiammerà nei prossimi mesi anche Cile, Brasile, Messico, Argentina dove si voterà nel 2022. E cosa succederà in Europa dove alcuni governi oggi sono già "sotto assedio" e le elezioni – a partire da Germania e Francia – non sono lontane.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il Giappone approva lo sversamento in mare delle acque di Fukushima. Su ispionline.it
🗳️ Il miliardario e il marxista
Domenica si è votato per i presidenti di Ecuador e Perù. Paesi confinanti, traiettorie politiche opposte. L'Ecuador volta pagina: ha vinto inaspettatamente Guillermo Lasso – ex banchiere, conservatore, Opus Dei e antiabortista – interrompendo così la lunga egemonia della sinistra nel paese. In Perù, invece, Pedro Castillo – ex insegnante, neoliberista convertito al marxismo, che propone nazionalizzazioni e maggiore spesa per l’istruzione – è in testa al primo turno: a giugno sfiderà probabilmente Keiko Fujimori, figlia dell'ex presidente dittatore Alberto Fujimori.
Due terremoti che segnalano voglia di cambiamento di una regione da sempre sedotta da uomini forti e aspiranti rivoluzionari.
📉 L’ombra della pandemia
Una seduzione quasi “inevitabile” per paesi costruiti su solide istituzioni (esercito, apparato statale) ma mai dotati di servizi pubblici di qualità, nelle mani del settore privato (sanità, istruzione, trasporti...). E così chi promette di rivoluzionare il sistema con promesse “alla Lula” (da sinistra) o “alla cilena” (da destra) riesce facilmente a far breccia fra gli elettori.
Ma oggi c’è anche dell’altro. La pandemia ha innescato una recessione pesantissima (-7%, persino peggio del -6,6% in Eurozona), con la prospettiva di tornare ai livelli pre-crisi solo nel 2024. Tracciando così un solco ancora più profondo tra chi “ha” e chi “non ha” nella regione già più diseguale al mondo.
📢 Solo un assaggio?
In America Latina il malcontento verso il “sistema” viene da lontano: in molti ancora ricordano le piazze cilene gremite dell’ottobre 2019, pochi mesi prima del “grande lockdown”, così come quelle in Perù del novembre scorso. Ma dopo la devastazione economica e sociale che la pandemia ha portato con sé, la regione torna a infiammarsi: prima le piazze (oggi “chiuse”), adesso il voto.
Resta da capire se questa ondata di proteste “istituzionalizzate” infiammerà nei prossimi mesi anche Cile, Brasile, Messico, Argentina dove si voterà nel 2022. E cosa succederà in Europa dove alcuni governi oggi sono già "sotto assedio" e le elezioni – a partire da Germania e Francia – non sono lontane.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il Giappone approva lo sversamento in mare delle acque di Fukushima. Su ispionline.it
🌏 BIDEN: BYE BYE AFGHANISTAN
🇺🇸 11 settembre: tutti a casa
Dopo 2.400 soldati americani e almeno 100 mila civili afgani uccisi, la più lunga guerra americana sta forse per finire.
Oggi Biden annuncia il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers che aveva convinto Bush Jr. a invadere il paese e deporre il regime dei talebani. Dopo l’invasione c’era voluto un decennio per trovare e uccidere bin Laden, mentre i talebani sono sempre lì.
Ma più che annunciarlo, il ritiro, Biden lo ha rinviato: secondo gli accordi di pace tra Usa e talebani avrebbe dovuto essere completato entro maggio. Riuscirà a rispettare i tempi?
🇦🇫 Il sogno di tutti
Ancora una volta, l’Afghanistan si conferma un paese dal quale non si esce “vincitori”. L’Unione Sovietica negli anni Ottanta, oggi gli Usa.
E così, dal 2009 in avanti, ogni presidente americano ha promesso un ritiro dei soldati. Obama ha scelto di aumentare le truppe (fino ad arrivare a 110mila soldati) con l'obiettivo stabilizzare il paese e poi ritirarsi. Ma nel 2016 i soldati Usa erano ancora 8.000. E, malgrado i proclami (“basta guerre infinite”) Trump ha lasciato circa 3.000 soldati. Ora tocca a Biden promettere l’“America First”, il rientro delle truppe, consapevole della scarsa popolarità di questa guerra in patria: solo il 35% degli americani ritiene l’intervento militare un successo (contro il 62% di 10 anni fa).
⚖️ Si cambia?
Certo, il ritiro Usa metterebbe a rischio uno stato ancora fragile, nel quale i talebani potrebbero tornare al potere. Ma Biden non può permettersi distrazioni, in uno scacchiere globale sempre più intricato e nel quale i suoi “avversari sistemici” – come Russia e Cina – si muovono più agilmente, evitando guerre costose come l’Afghanistan (circa 50 miliardi di dollari solo nel 2020), e nel quale gli obiettivi sono cambiati: la supremazia tecnologica, le nuove forme di terrorismo, la guida della “rivoluzione verde”, il rafforzamento delle alleanze.
E il "reset globale” delle priorità si intuisce anche dall’agenda della nuova amministrazione: venerdì Biden vedrà il primo ministro giapponese. Il suo inviato climatico Kerry è in Cina. E presto potrebbe esserci un summit Biden-Putin.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera le tensioni in Ucraina. Su ispionline.it
🇺🇸 11 settembre: tutti a casa
Dopo 2.400 soldati americani e almeno 100 mila civili afgani uccisi, la più lunga guerra americana sta forse per finire.
Oggi Biden annuncia il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers che aveva convinto Bush Jr. a invadere il paese e deporre il regime dei talebani. Dopo l’invasione c’era voluto un decennio per trovare e uccidere bin Laden, mentre i talebani sono sempre lì.
Ma più che annunciarlo, il ritiro, Biden lo ha rinviato: secondo gli accordi di pace tra Usa e talebani avrebbe dovuto essere completato entro maggio. Riuscirà a rispettare i tempi?
🇦🇫 Il sogno di tutti
Ancora una volta, l’Afghanistan si conferma un paese dal quale non si esce “vincitori”. L’Unione Sovietica negli anni Ottanta, oggi gli Usa.
E così, dal 2009 in avanti, ogni presidente americano ha promesso un ritiro dei soldati. Obama ha scelto di aumentare le truppe (fino ad arrivare a 110mila soldati) con l'obiettivo stabilizzare il paese e poi ritirarsi. Ma nel 2016 i soldati Usa erano ancora 8.000. E, malgrado i proclami (“basta guerre infinite”) Trump ha lasciato circa 3.000 soldati. Ora tocca a Biden promettere l’“America First”, il rientro delle truppe, consapevole della scarsa popolarità di questa guerra in patria: solo il 35% degli americani ritiene l’intervento militare un successo (contro il 62% di 10 anni fa).
⚖️ Si cambia?
Certo, il ritiro Usa metterebbe a rischio uno stato ancora fragile, nel quale i talebani potrebbero tornare al potere. Ma Biden non può permettersi distrazioni, in uno scacchiere globale sempre più intricato e nel quale i suoi “avversari sistemici” – come Russia e Cina – si muovono più agilmente, evitando guerre costose come l’Afghanistan (circa 50 miliardi di dollari solo nel 2020), e nel quale gli obiettivi sono cambiati: la supremazia tecnologica, le nuove forme di terrorismo, la guida della “rivoluzione verde”, il rafforzamento delle alleanze.
E il "reset globale” delle priorità si intuisce anche dall’agenda della nuova amministrazione: venerdì Biden vedrà il primo ministro giapponese. Il suo inviato climatico Kerry è in Cina. E presto potrebbe esserci un summit Biden-Putin.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera le tensioni in Ucraina. Su ispionline.it
🌍 VACCINI: SENZA PATENTE?
📢 L’appello dei 175
Premi Nobel e grandi leader politici ieri hanno lanciato un appello a Biden perché sospenda i brevetti sui vaccini Usa. L’obiettivo? Accelerare le inoculazioni nei paesi in via di sviluppo, permettendo la produzione in altre parti del mondo. Già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una richiesta simile, e da allora i paesi firmatari sono saliti quasi a 60.
E c’è un precedente: nel 1997 il Sudafrica di Mandela, spinto dalla tragica epidemia di Aids, sospese l’applicazione dei brevetti. La reazione delle case farmaceutiche fu veemente e, di fatto, riportò presto alla situazione iniziale.
💉 Pochi e tardi, so far
“Nessuno è al sicuro finché tutti non siamo al sicuro”. È il mantra che ci ripetiamo da mesi. Eppure, le somministrazioni di vaccini procedono in maniera molto diseguale: i paesi avanzati hanno somministrato 33 dosi ogni 100 abitanti, l’India 8, i paesi africani solo 1.
Il tanto annunciato programma Covax, che dovrebbe distribuire 2 miliardi di dosi di vaccini "occidentali” entro la fine dell’anno, sinora ne ha inviate solo 40 milioni. E così ognuno si organizza come può: l’India, il più grande esportatore di vaccini per Covax, ha bloccato le spedizioni per contrastare un nuovo picco dei contagi. La Cina esporta molti vaccini in maniera indipendente, ma la nuova “ondata cilena” ne sta dimostrando la bassa efficacia. Mentre lo Sputnik russo al momento sconta gravi problemi di produzione (circa 20 milioni di dosi prodotte, una goccia nel mare).
⚖️ Vaccini per tutti?
Rimane da chiedersi: davvero “liberare” i brevetti riequilibrerebbe velocemente la situazione? Difficile. Occorrono molti mesi per allestire nuove catene produttive. Servono gli ingredienti, pochi e gelosamente custoditi. E poi c'è la logistica: come conservare bene vaccini che richiedono alta refrigerazione?
Dati alla mano, però, proprio quei paesi occidentali e “anziani” (ci abita il 18% della popolazione mondiale, ma il 36% degli over-70) che non vogliono sospendere i brevetti sono i primi ad aver bisogno che si vaccini anche il resto del mondo: se il virus continua a circolare molto aumenta il rischio di nuove varianti che possano “scavalcare” i vaccini. Un rischio che tutti vorremmo evitare di correre.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le criptovalute e lo sbarco di Coinbase a Wall Street. Su ispionline.it
📢 L’appello dei 175
Premi Nobel e grandi leader politici ieri hanno lanciato un appello a Biden perché sospenda i brevetti sui vaccini Usa. L’obiettivo? Accelerare le inoculazioni nei paesi in via di sviluppo, permettendo la produzione in altre parti del mondo. Già a ottobre India e Sudafrica avevano presentato al WTO una richiesta simile, e da allora i paesi firmatari sono saliti quasi a 60.
E c’è un precedente: nel 1997 il Sudafrica di Mandela, spinto dalla tragica epidemia di Aids, sospese l’applicazione dei brevetti. La reazione delle case farmaceutiche fu veemente e, di fatto, riportò presto alla situazione iniziale.
💉 Pochi e tardi, so far
“Nessuno è al sicuro finché tutti non siamo al sicuro”. È il mantra che ci ripetiamo da mesi. Eppure, le somministrazioni di vaccini procedono in maniera molto diseguale: i paesi avanzati hanno somministrato 33 dosi ogni 100 abitanti, l’India 8, i paesi africani solo 1.
Il tanto annunciato programma Covax, che dovrebbe distribuire 2 miliardi di dosi di vaccini "occidentali” entro la fine dell’anno, sinora ne ha inviate solo 40 milioni. E così ognuno si organizza come può: l’India, il più grande esportatore di vaccini per Covax, ha bloccato le spedizioni per contrastare un nuovo picco dei contagi. La Cina esporta molti vaccini in maniera indipendente, ma la nuova “ondata cilena” ne sta dimostrando la bassa efficacia. Mentre lo Sputnik russo al momento sconta gravi problemi di produzione (circa 20 milioni di dosi prodotte, una goccia nel mare).
⚖️ Vaccini per tutti?
Rimane da chiedersi: davvero “liberare” i brevetti riequilibrerebbe velocemente la situazione? Difficile. Occorrono molti mesi per allestire nuove catene produttive. Servono gli ingredienti, pochi e gelosamente custoditi. E poi c'è la logistica: come conservare bene vaccini che richiedono alta refrigerazione?
Dati alla mano, però, proprio quei paesi occidentali e “anziani” (ci abita il 18% della popolazione mondiale, ma il 36% degli over-70) che non vogliono sospendere i brevetti sono i primi ad aver bisogno che si vaccini anche il resto del mondo: se il virus continua a circolare molto aumenta il rischio di nuove varianti che possano “scavalcare” i vaccini. Un rischio che tutti vorremmo evitare di correre.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le criptovalute e lo sbarco di Coinbase a Wall Street. Su ispionline.it
🌎 USA-RUSSIA: PROVE DI DIALOGO A SUON DI SANZIONI
🏦 “Putin pagherà un prezzo”
Ce le aspettavamo, e sono arrivate. Biden ha imposto nuove sanzioni alla Russia, inclusi il divieto agli istituti di credito statunitensi di acquistare titoli di stato e altri bond russi, l’espulsione di 10 diplomatici russi dagli Usa e il blacklisting di 38 soggetti accusati di aver interferito con le elezioni americane.
Le sanzioni arrivano a un mese esatto dalla desecretazione di un report dei servizi Usa che accusa Putin e l’intelligence russa di aver tentato di influenzare le elezioni americane a favore di Trump.
Occhio per occhio, dente per dente?
🇷🇺 Primo avvertimento... senza esagerare
Forse, ma niente più di quello. Almeno per ora. Biden ha dichiarato di voler evitare di “innescare un’escalation” e di aver fatto presente a Putin che “avremmo potuto fare di più”.
Le nuove sanzioni, infatti, impediscono l’acquisto di nuove emissioni di debito russe ma non di acquistare debito emesso in passato. E il debito russo detenuto all’estero ammonta solo a 41 miliardi di dollari, il 14% del totale. Ecco spiegato il modesto impatto sul rublo: ieri ha perso fino al 3,5%, ma ha poi subito recuperato.
Le sanzioni si aggiungono però a quelle precedenti, imposte da Usa e Ue dopo il conflitto in Ucraina e l’annessione della Crimea, e al crollo del prezzo del petrolio. Tanto che il rublo oggi vale oltre il 50% in meno rispetto al 2014.
🇺🇦 Prossima fermata: Ucraina
Un avvertimento, dunque. Che arriva dopo le prove tecniche di escalation da parte di Mosca: ha spostato migliaia di mezzi e uomini verso la Crimea, ha aumentato l’intensità degli scontri in Ucraina orientale, ha riacceso lo scontro a distanza (e a parole) con la Nato.
Martedì Biden e Putin si sono sentiti e il presidente Usa ha proposto un incontro in un “paese terzo”, con l’intenzione di arrivare a una “relazione stabile e prevedibile”. Sarebbe la prima bilaterale in due anni, dopo il fallimento di Helsinki nel 2018. Dopo la carota, però, arriva anche il bastone delle sanzioni: dialogo sì, ma con fermezza.
Funzionerà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il ‘grande balzo’ del PIL cinese. Su ispionline.it
🏦 “Putin pagherà un prezzo”
Ce le aspettavamo, e sono arrivate. Biden ha imposto nuove sanzioni alla Russia, inclusi il divieto agli istituti di credito statunitensi di acquistare titoli di stato e altri bond russi, l’espulsione di 10 diplomatici russi dagli Usa e il blacklisting di 38 soggetti accusati di aver interferito con le elezioni americane.
Le sanzioni arrivano a un mese esatto dalla desecretazione di un report dei servizi Usa che accusa Putin e l’intelligence russa di aver tentato di influenzare le elezioni americane a favore di Trump.
Occhio per occhio, dente per dente?
🇷🇺 Primo avvertimento... senza esagerare
Forse, ma niente più di quello. Almeno per ora. Biden ha dichiarato di voler evitare di “innescare un’escalation” e di aver fatto presente a Putin che “avremmo potuto fare di più”.
Le nuove sanzioni, infatti, impediscono l’acquisto di nuove emissioni di debito russe ma non di acquistare debito emesso in passato. E il debito russo detenuto all’estero ammonta solo a 41 miliardi di dollari, il 14% del totale. Ecco spiegato il modesto impatto sul rublo: ieri ha perso fino al 3,5%, ma ha poi subito recuperato.
Le sanzioni si aggiungono però a quelle precedenti, imposte da Usa e Ue dopo il conflitto in Ucraina e l’annessione della Crimea, e al crollo del prezzo del petrolio. Tanto che il rublo oggi vale oltre il 50% in meno rispetto al 2014.
🇺🇦 Prossima fermata: Ucraina
Un avvertimento, dunque. Che arriva dopo le prove tecniche di escalation da parte di Mosca: ha spostato migliaia di mezzi e uomini verso la Crimea, ha aumentato l’intensità degli scontri in Ucraina orientale, ha riacceso lo scontro a distanza (e a parole) con la Nato.
Martedì Biden e Putin si sono sentiti e il presidente Usa ha proposto un incontro in un “paese terzo”, con l’intenzione di arrivare a una “relazione stabile e prevedibile”. Sarebbe la prima bilaterale in due anni, dopo il fallimento di Helsinki nel 2018. Dopo la carota, però, arriva anche il bastone delle sanzioni: dialogo sì, ma con fermezza.
Funzionerà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il ‘grande balzo’ del PIL cinese. Su ispionline.it