🌏 INDIA: “SIGNORI, SI CHIUDE”
🇮🇳 Stop all‘export
L’India, uno dei più grandi produttori di vaccini contro Covid-19 al mondo, ha di fatto imposto un blocco alle esportazioni per dare priorità alla vaccinazione della popolazione locale.
Il motivo? L’accelerazione della seconda ondata di Covid nel paese. I contagi al giorno sono in rapida risalita (da 10.000 a febbraio a 50.000 nei giorni scorsi), e lo stesso vale per i morti (da circa 100 a 200 al giorno). Numeri lontani da quelli europei (ieri 2.900 decessi su una popolazione che è un terzo di quella indiana) ma sufficienti ad aumentare le preoccupazioni del governo per la salute di 1,4 miliardi di indiani (e per la “salute” del governo stesso).
💉 La fabbrica (di vaccini) del mondo
A oggi l’India ha immesso in commercio circa 120 milioni di dosi di vaccini. Appena sotto all’Ue e agli Usa (entrambi intorno ai 140 milioni), e staccata solo dalla Cina (circa 180 milioni). Ma l’Ue e l’India sono gli unici due “blocchi” ad aver esportato una quota significativa della propria produzione interna di vaccini. New Delhi, in particolare, ha esportato 60 milioni di dosi: la metà del totale.
L’India è così importante da essere stata messa anche al centro del piano Quad lanciato da Biden: finanziare la produzione in India di un miliardo di dosi di vaccini Usa da distribuire nel sudest asiatico per contrastare la diplomazia del vaccino di Pechino.
💰 Chi paga il conto?
Non andrà così, almeno per ora. Da fabbrica del mondo, l’India torna fabbrica solo per sé. Il governo ha bloccato la consegna di almeno 5 milioni di dosi al Regno Unito, aumentando la pressione su Londra proprio mentre anche l’Ue stringe i cordoni del suo export.
E ha bloccato anche le consegne a COVAX, il grande piano per fornire dosi ai paesi a basso reddito, e che per ora ha visto la consegna di sole 32 milioni di dosi. L’India avrebbe dovuto fare la differenza; questi paesi dovranno invece aspettare ancora.
Leggi tutti gli aggiornamenti dell’ISPI qui: ispionline.it
🇮🇳 Stop all‘export
L’India, uno dei più grandi produttori di vaccini contro Covid-19 al mondo, ha di fatto imposto un blocco alle esportazioni per dare priorità alla vaccinazione della popolazione locale.
Il motivo? L’accelerazione della seconda ondata di Covid nel paese. I contagi al giorno sono in rapida risalita (da 10.000 a febbraio a 50.000 nei giorni scorsi), e lo stesso vale per i morti (da circa 100 a 200 al giorno). Numeri lontani da quelli europei (ieri 2.900 decessi su una popolazione che è un terzo di quella indiana) ma sufficienti ad aumentare le preoccupazioni del governo per la salute di 1,4 miliardi di indiani (e per la “salute” del governo stesso).
💉 La fabbrica (di vaccini) del mondo
A oggi l’India ha immesso in commercio circa 120 milioni di dosi di vaccini. Appena sotto all’Ue e agli Usa (entrambi intorno ai 140 milioni), e staccata solo dalla Cina (circa 180 milioni). Ma l’Ue e l’India sono gli unici due “blocchi” ad aver esportato una quota significativa della propria produzione interna di vaccini. New Delhi, in particolare, ha esportato 60 milioni di dosi: la metà del totale.
L’India è così importante da essere stata messa anche al centro del piano Quad lanciato da Biden: finanziare la produzione in India di un miliardo di dosi di vaccini Usa da distribuire nel sudest asiatico per contrastare la diplomazia del vaccino di Pechino.
💰 Chi paga il conto?
Non andrà così, almeno per ora. Da fabbrica del mondo, l’India torna fabbrica solo per sé. Il governo ha bloccato la consegna di almeno 5 milioni di dosi al Regno Unito, aumentando la pressione su Londra proprio mentre anche l’Ue stringe i cordoni del suo export.
E ha bloccato anche le consegne a COVAX, il grande piano per fornire dosi ai paesi a basso reddito, e che per ora ha visto la consegna di sole 32 milioni di dosi. L’India avrebbe dovuto fare la differenza; questi paesi dovranno invece aspettare ancora.
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🌏 MYANMAR: FESTA NEL SANGUE
🇲🇲 Come se nulla fosse
Sabato è stata la festa delle forze armate in Myanmar. Una festa celebrata nel sangue. L’esercito ha aperto il fuoco sui manifestanti anti-golpe in diverse zone del paese, uccidendone oltre 100 (inclusi diversi minori), in quella che è stata la giornata più sanguinosa dal colpo di stato del 1° febbraio.
Migliaia gli arrestati dall’inizio delle proteste. Tra questi anche Aung San Suu Kyi, dal 2016 leader di fatto del primo esecutivo civile eletto democraticamente (seppure con poteri fortemente limitati), dopo essere rimasta agli arresti domiciliari per 15 anni (ma sempre attiva politicamente) e dopo mezzo secolo di regime militare. Un’icona per il mondo, un esempio di lotta per la libertà.
⚖️ Un bilancio pesante per una democrazia debole
Dal 1° febbraio a oggi i morti sono oltre 400 e circa 3000 gli arresti, ma le proteste non sembrano placarsi. Tra i manifestanti arrestati ci sono studenti, volontari nella lotta al coronavirus, venditori ambulanti. E, ovviamente, politici.
Le motivazioni dell’arresto di San Suu Kyi, Nobel per la pace nel 1991, sono visibili agli occhi del mondo: i militari le imputano l'importazione illegale di alcuni walkie-talkie. Una accusa tutta “interna” che arriva però dopo anni in cui l’immagine internazionale del Premio Nobel si era incrinata per aver tollerato le violenze contro la minoranza musulmana dei Rohingya.
🌏 Il mondo si indigna con “il regno del terrore”: e poi?
I ministri della Difesa di 12 paesi (fra cui UK, Giappone e Italia) hanno condannato i fatti di sangue, mentre gli Usa di Biden hanno denunciato il “regno del terrore” imponendo nuove sanzioni dopo quelle Ue di settimana scorsa.
Quasi impossibile attendersi una reazione forte e coordinata dall’Onu: la Cina, che ha molti interessi nel paese, opporrebbe il suo veto. E proprio sabato il viceministro della difesa russo era in Myanmar a incontrare i leader militari: occasione ghiotta per Mosca per mettere piede in Asia come già fece in America Latina con il Venezuela di Maduro?
Insomma, la cartina di tornasole del mondo di oggi: diviso e bloccato, anche di fronte a chiare violazioni del diritto internazionale da parte di un piccolo paese, non certo una grande potenza.
Leggi tutti gli approfondimenti dell’ISPI qui: ispionline.it
🇲🇲 Come se nulla fosse
Sabato è stata la festa delle forze armate in Myanmar. Una festa celebrata nel sangue. L’esercito ha aperto il fuoco sui manifestanti anti-golpe in diverse zone del paese, uccidendone oltre 100 (inclusi diversi minori), in quella che è stata la giornata più sanguinosa dal colpo di stato del 1° febbraio.
Migliaia gli arrestati dall’inizio delle proteste. Tra questi anche Aung San Suu Kyi, dal 2016 leader di fatto del primo esecutivo civile eletto democraticamente (seppure con poteri fortemente limitati), dopo essere rimasta agli arresti domiciliari per 15 anni (ma sempre attiva politicamente) e dopo mezzo secolo di regime militare. Un’icona per il mondo, un esempio di lotta per la libertà.
⚖️ Un bilancio pesante per una democrazia debole
Dal 1° febbraio a oggi i morti sono oltre 400 e circa 3000 gli arresti, ma le proteste non sembrano placarsi. Tra i manifestanti arrestati ci sono studenti, volontari nella lotta al coronavirus, venditori ambulanti. E, ovviamente, politici.
Le motivazioni dell’arresto di San Suu Kyi, Nobel per la pace nel 1991, sono visibili agli occhi del mondo: i militari le imputano l'importazione illegale di alcuni walkie-talkie. Una accusa tutta “interna” che arriva però dopo anni in cui l’immagine internazionale del Premio Nobel si era incrinata per aver tollerato le violenze contro la minoranza musulmana dei Rohingya.
🌏 Il mondo si indigna con “il regno del terrore”: e poi?
I ministri della Difesa di 12 paesi (fra cui UK, Giappone e Italia) hanno condannato i fatti di sangue, mentre gli Usa di Biden hanno denunciato il “regno del terrore” imponendo nuove sanzioni dopo quelle Ue di settimana scorsa.
Quasi impossibile attendersi una reazione forte e coordinata dall’Onu: la Cina, che ha molti interessi nel paese, opporrebbe il suo veto. E proprio sabato il viceministro della difesa russo era in Myanmar a incontrare i leader militari: occasione ghiotta per Mosca per mettere piede in Asia come già fece in America Latina con il Venezuela di Maduro?
Insomma, la cartina di tornasole del mondo di oggi: diviso e bloccato, anche di fronte a chiare violazioni del diritto internazionale da parte di un piccolo paese, non certo una grande potenza.
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🌍 SUEZ, PERICOLO SCAMPATO
🚢 Se un mega cargo si mette di mezzo...
Quasi sette giorni, ma alla fine le operazioni per rimuovere la portacontainer “Ever Given”, incagliata all’imboccatura meridionale del Canale di Suez, sono andate a buon fine. Il transito delle navi è stato ripristinato, consentendo alle oltre 350 imbarcazioni in attesa di riprendere il tragitto.
Un prolungamento del blocco avrebbe probabilmente costretto le navi in attesa a circumnavigare l’intero continente africano, allungando fino a due settimane i tempi di percorrenza e facendo lievitare i costi di trasporto.
💰 Brutta storia
10 miliardi di dollari. È il valore delle merci che transita quotidianamente dal Canale, e la misura dell’importanza strategica dello stretto. Perché Suez collega due continenti, Asia ed Europa, che pesano economicamente e commercialmente. E perché per muovere merci tra questi due continenti il trasporto navale – più lento ma meno costoso – è ancora la soluzione preferita rispetto a quello via terra.
Una rotta fondamentale anche per l’Italia, dato che da Suez passa circa il 40% del nostro interscambio con l’Asia. E l’incidente non ha causato danni solo agli operatori commerciali ma anche all’Egitto, che dai diritti di passaggio nel Canale ricava ogni anno quasi il 2% del PIL.
🌍 Geography is back!
Basta che una nave portacontainer “si metta di traverso” per ricordarci che la geografia conta ancora nel mondo digital di oggi, e per riportare alla luce tutte le fragilità del commercio internazionale.
Da anni le filiere si sono allungate, con componenti prodotte in diverse parti del mondo e scorte minime per ridurre i costi: il trionfo del “just in time". La pandemia ci aveva già ricordato che il meccanismo può incepparsi: blocchi temporanei alle produzioni, porti paralizzati dal contagio tra il personale, prezzi dei noli alle stelle.
Una nave di traverso ci dà un secondo monito, che riaccenderà il dibattito sul reshoring e sul nearshoring: tornare a produrre sotto casa o più vicino a casa propria, per evitare che una crisi dall’altra parte del mondo abbia così tante conseguenze su ciò che succede al supermercato all’angolo.
Domani la tavola rotonda dell’ISPI su Suez e il commercio internazionale: https://www.ispionline.it/suezevergiven
🚢 Se un mega cargo si mette di mezzo...
Quasi sette giorni, ma alla fine le operazioni per rimuovere la portacontainer “Ever Given”, incagliata all’imboccatura meridionale del Canale di Suez, sono andate a buon fine. Il transito delle navi è stato ripristinato, consentendo alle oltre 350 imbarcazioni in attesa di riprendere il tragitto.
Un prolungamento del blocco avrebbe probabilmente costretto le navi in attesa a circumnavigare l’intero continente africano, allungando fino a due settimane i tempi di percorrenza e facendo lievitare i costi di trasporto.
💰 Brutta storia
10 miliardi di dollari. È il valore delle merci che transita quotidianamente dal Canale, e la misura dell’importanza strategica dello stretto. Perché Suez collega due continenti, Asia ed Europa, che pesano economicamente e commercialmente. E perché per muovere merci tra questi due continenti il trasporto navale – più lento ma meno costoso – è ancora la soluzione preferita rispetto a quello via terra.
Una rotta fondamentale anche per l’Italia, dato che da Suez passa circa il 40% del nostro interscambio con l’Asia. E l’incidente non ha causato danni solo agli operatori commerciali ma anche all’Egitto, che dai diritti di passaggio nel Canale ricava ogni anno quasi il 2% del PIL.
🌍 Geography is back!
Basta che una nave portacontainer “si metta di traverso” per ricordarci che la geografia conta ancora nel mondo digital di oggi, e per riportare alla luce tutte le fragilità del commercio internazionale.
Da anni le filiere si sono allungate, con componenti prodotte in diverse parti del mondo e scorte minime per ridurre i costi: il trionfo del “just in time". La pandemia ci aveva già ricordato che il meccanismo può incepparsi: blocchi temporanei alle produzioni, porti paralizzati dal contagio tra il personale, prezzi dei noli alle stelle.
Una nave di traverso ci dà un secondo monito, che riaccenderà il dibattito sul reshoring e sul nearshoring: tornare a produrre sotto casa o più vicino a casa propria, per evitare che una crisi dall’altra parte del mondo abbia così tante conseguenze su ciò che succede al supermercato all’angolo.
Domani la tavola rotonda dell’ISPI su Suez e il commercio internazionale: https://www.ispionline.it/suezevergiven
ISPI
Suez e commercio internazionale: una globalizzazione “fragile”?
L’incidente della portacontainer “Ever Given”, incagliata all’imboccatura del Canale di Suez, ha messo a nudo le fragilità di un sistema commerciale estremamente interconnesso e globalizzato. È
🌎 BRASILE: BOLSONARO PERDE PEZZI
🇧🇷 Anche i generali scaricano capitan Bolsonaro
“Rompete le righe”. I vertici di esercito, marina e aviazione si sono dimessi ieri, proprio nella giornata più nera della pandemia. Una protesta alla decisione di Bolsonaro di sostituire sei suoi ministri, incluso quello della Difesa; un duro colpo per il Presidente, ex ufficiale dell’esercito che ha fatto forte affidamento sulle forze armate per il suo esecutivo (7 ministri e il vicepresidente).
Oltre ai generali di ieri, salgono così a 12 i ministri “persi”, inclusi tre ministri della Salute in piena pandemia e il ministro della Giustizia Sergio Moro, che era stato a capo dell’indagine anticorruzione, la Mani Pulite brasiliana. Solo una settimana fa, la lettera aperta contro la sua gestione della pandemia di economisti e imprenditori, suoi sostenitori del passato.
🇺🇸 Come Trump, più di Trump
Bolsonaro ricorda Trump nel “modello politico”, soprattutto la tendenza a circondarsi di fedelissimi e il timore di tradimento. Di qui, i frequenti cambi di ministri: 15 in quattro anni per Trump, 12 in due anni per Bolsonaro.
Lo ricorda anche nei rapporti con la giustizia: l’anno scorso il Presidente brasiliano ha sostituito il capo della polizia che indagava sulla sua famiglia, spingendo alle dimissioni Moro.
E lo ricorda, soprattutto, per la gestione di Covid-19: una “piccola influenza” (gripezinha) per Bolsonaro, un virus che si cura con l’idrossiclorochina per Trump. E così il Brasile, con una popolazione relativamente giovane, si ritrova con un numero di decessi pro capite superiore alla già alta media Ue.
🗳️ Back to Lula?
A ottobre 2022 si vota per le presidenziali: un traguardo che sembra lontano (Bolsonaro ha appena doppiato la boa di metà mandato) e sul quale incombe già l’ombra di Lula, ex presidente dal 2003 al 2010.
Certo, Lula non è lo stesso di un tempo (compirà 75 anni nel 2022) e l’economia brasiliana sta soffrendo meno di altri paesi della regione: vantaggi per Bolsonaro. Ma il recente annullamento delle condanne che gli erano state inflitte spiana a Lula la strada per ripresentarsi nel 2022. Al momento i sondaggi lo danno in leggero ma significativo vantaggio: 34%, contro il 30% di Bolsonaro. Il palazzo trema?
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🇧🇷 Anche i generali scaricano capitan Bolsonaro
“Rompete le righe”. I vertici di esercito, marina e aviazione si sono dimessi ieri, proprio nella giornata più nera della pandemia. Una protesta alla decisione di Bolsonaro di sostituire sei suoi ministri, incluso quello della Difesa; un duro colpo per il Presidente, ex ufficiale dell’esercito che ha fatto forte affidamento sulle forze armate per il suo esecutivo (7 ministri e il vicepresidente).
Oltre ai generali di ieri, salgono così a 12 i ministri “persi”, inclusi tre ministri della Salute in piena pandemia e il ministro della Giustizia Sergio Moro, che era stato a capo dell’indagine anticorruzione, la Mani Pulite brasiliana. Solo una settimana fa, la lettera aperta contro la sua gestione della pandemia di economisti e imprenditori, suoi sostenitori del passato.
🇺🇸 Come Trump, più di Trump
Bolsonaro ricorda Trump nel “modello politico”, soprattutto la tendenza a circondarsi di fedelissimi e il timore di tradimento. Di qui, i frequenti cambi di ministri: 15 in quattro anni per Trump, 12 in due anni per Bolsonaro.
Lo ricorda anche nei rapporti con la giustizia: l’anno scorso il Presidente brasiliano ha sostituito il capo della polizia che indagava sulla sua famiglia, spingendo alle dimissioni Moro.
E lo ricorda, soprattutto, per la gestione di Covid-19: una “piccola influenza” (gripezinha) per Bolsonaro, un virus che si cura con l’idrossiclorochina per Trump. E così il Brasile, con una popolazione relativamente giovane, si ritrova con un numero di decessi pro capite superiore alla già alta media Ue.
🗳️ Back to Lula?
A ottobre 2022 si vota per le presidenziali: un traguardo che sembra lontano (Bolsonaro ha appena doppiato la boa di metà mandato) e sul quale incombe già l’ombra di Lula, ex presidente dal 2003 al 2010.
Certo, Lula non è lo stesso di un tempo (compirà 75 anni nel 2022) e l’economia brasiliana sta soffrendo meno di altri paesi della regione: vantaggi per Bolsonaro. Ma il recente annullamento delle condanne che gli erano state inflitte spiana a Lula la strada per ripresentarsi nel 2022. Al momento i sondaggi lo danno in leggero ma significativo vantaggio: 34%, contro il 30% di Bolsonaro. Il palazzo trema?
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🌎 BIDEN: L’ORA DI PORTI, STRADE (E AMBIENTE)
💵 Sempre più trillions
Dopo gli oltre 5 trilioni di Trump nel 2020, dopo il suo stimolo da 1,9 trilioni del mese scorso, Biden “raddoppia” presentando in Pennsylvania l’American Jobs Plan da 2,2 trilioni in otto anni; 600 miliardi per le infrastrutture, con 20.000 miglia di strade e 10.000 ponti, ma anche misure per contrastare la crisi climatica, ridurre le diseguaglianze (case popolari, sostegno alle minoranze) e rafforzare la competitività americana (ricerca e sviluppo, riqualificazione professionale).
Non tutto “a debito”, come per gli stimoli precedenti, ma coperto anche da un aumento delle tasse (a partire da quelle sulle imprese, dal 21% dopo i tagli di Trump, al 28%) e da minori esenzioni per finanza e combustibili fossili.
🇺🇸 Big government is back
25 anni dopo che Clinton, democratico come Biden, ha annunciato “la fine del big government” denunciando gli eccessi degli anni Sessanta e Settanta, il piano di Biden lo rilancia con riferimenti espliciti al New Deal di Roosevelt e alla Great Society di Johnson: più infrastrutture, meno disuguaglianze.
Certo, con la pandemia è cambiato tutto e a dimostrarlo stanno proprio i 5 trilioni di aiuti proposti da Trump e approvati dal Congresso. Ma un conto è proporre stimoli per contrastare gli effetti immediati dell’emergenza sanitaria; tutt’altro farlo pensando a come ripartire. Su questo si giocherà la partita, e lo scontro.
⚔️ La sfida ai repubblicani
Investire in infrastrutture è un bisogno reale per gli USA: lo era per Obama (che aveva chiesto “solo” 50 miliardi, negati dal Congresso), lo è stato per Trump che aveva lanciato un piano da 1,5 trilioni (molto teorico, visto che poggiava su fondi privati mai materializzatisi).
Consenso bipartisan, dunque? Difficile. Gli elementi per renderlo indigesto ai repubblicani, che controllano metà dei seggi al Senato, non mancano: contiene miliardi per iniziative care ai democratici e soprattutto propone nuove tasse. Un vero tabù per i Rep.
Non a caso il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha subito tuonato al “cavallo di Troia” escogitato da Biden per scardinare i valori repubblicani. Senza considerare che questa è solo la prima parte del piano di Biden: la seconda dovrebbe arrivare a metà aprile. Ne vedremo delle belle...
ISPI Telegram torna martedì 6 aprile. Buone feste
💵 Sempre più trillions
Dopo gli oltre 5 trilioni di Trump nel 2020, dopo il suo stimolo da 1,9 trilioni del mese scorso, Biden “raddoppia” presentando in Pennsylvania l’American Jobs Plan da 2,2 trilioni in otto anni; 600 miliardi per le infrastrutture, con 20.000 miglia di strade e 10.000 ponti, ma anche misure per contrastare la crisi climatica, ridurre le diseguaglianze (case popolari, sostegno alle minoranze) e rafforzare la competitività americana (ricerca e sviluppo, riqualificazione professionale).
Non tutto “a debito”, come per gli stimoli precedenti, ma coperto anche da un aumento delle tasse (a partire da quelle sulle imprese, dal 21% dopo i tagli di Trump, al 28%) e da minori esenzioni per finanza e combustibili fossili.
🇺🇸 Big government is back
25 anni dopo che Clinton, democratico come Biden, ha annunciato “la fine del big government” denunciando gli eccessi degli anni Sessanta e Settanta, il piano di Biden lo rilancia con riferimenti espliciti al New Deal di Roosevelt e alla Great Society di Johnson: più infrastrutture, meno disuguaglianze.
Certo, con la pandemia è cambiato tutto e a dimostrarlo stanno proprio i 5 trilioni di aiuti proposti da Trump e approvati dal Congresso. Ma un conto è proporre stimoli per contrastare gli effetti immediati dell’emergenza sanitaria; tutt’altro farlo pensando a come ripartire. Su questo si giocherà la partita, e lo scontro.
⚔️ La sfida ai repubblicani
Investire in infrastrutture è un bisogno reale per gli USA: lo era per Obama (che aveva chiesto “solo” 50 miliardi, negati dal Congresso), lo è stato per Trump che aveva lanciato un piano da 1,5 trilioni (molto teorico, visto che poggiava su fondi privati mai materializzatisi).
Consenso bipartisan, dunque? Difficile. Gli elementi per renderlo indigesto ai repubblicani, che controllano metà dei seggi al Senato, non mancano: contiene miliardi per iniziative care ai democratici e soprattutto propone nuove tasse. Un vero tabù per i Rep.
Non a caso il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha subito tuonato al “cavallo di Troia” escogitato da Biden per scardinare i valori repubblicani. Senza considerare che questa è solo la prima parte del piano di Biden: la seconda dovrebbe arrivare a metà aprile. Ne vedremo delle belle...
ISPI Telegram torna martedì 6 aprile. Buone feste
🌍 GIORDANIA E ISRAELE: C’ERA UNA VOLTA LA STABILITÀ
🇯🇴 Colpo di Stato... rientrato?
L'immagine della Giordania e dei suoi reali, baluardo di stabilità in Medio Oriente, hanno subìto un duro “colpo”: nei giorni scorsi le autorità hanno fermato l’ex principe ereditario Hamzah (agli arresti domiciliari) e almeno altri 15 alti ufficiali governativi accusandoli di tramare insieme ad “agenti stranieri” per compromettere “la sicurezza e la stabilità” del paese. Un tentato golpe, dunque?
C’è chi ha parlato di accordi con le tribù per deporre il re, chi sostiene che un ruolo possa averlo giocato l’Arabia Saudita “vicina” a Hamzah (rimosso dalla linea di successione dall’attuale re nel 2004) e non contenta della freddezza giordana verso gli accordi di Abramo. Ma ieri, messo alle strette, Hamzah ha giurato fedeltà alla corona.
🗳️ Anche Bibi “balla”?
L’instabilità colpisce anche il vicino Israele dove Netanyahu, al potere da ormai 12 anni consecutivi (e che a sua volta grida al “colpo di Stato”), è comparso al processo di corruzione contro di lui. Processo che – a sentire il presidente israeliano Rivlin – potrebbe escluderlo dalla corsa alla premiership.
Anche le consultazioni per formare il nuovo governo non decollano: se le recenti elezioni non hanno incoronato nessuno, i margini per formare un esecutivo sono risicati, e il favorito è proprio lui, il leader a processo. Un dilemma difficile da sciogliere, tanto che già si parla di un possibile ritorno alle urne: sarebbe il quinto voto in poco più di 2 anni.
🇺🇸 Un grattacapo per Biden
E dire che per decenni entrambi i paesi – "isole felici” in una regione molto complicata – sono stati cardini delle alleanze Usa nella regione, tra guerre civili (in Siria), colpi di Stato (in Egitto), proteste (in Iraq e Libano) e tensioni tra potenze regionali (Arabia Saudita e Iran).
Per Biden, alle prese con un rebalancing mediorientale post-Trump, i fronti da gestire sono già molti, dalle tensioni con Riad su Khashoggi alle trattative sul nucleare iraniano, da una Turchia sempre più assertiva (e polemica) al lungo negoziato di pace prima del ritiro completo dall’Afghanistan. Ora anche Giordania e Israele: non daranno forse troppi?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la visita di Mario Draghi in Libia. Su ispionline.it
🇯🇴 Colpo di Stato... rientrato?
L'immagine della Giordania e dei suoi reali, baluardo di stabilità in Medio Oriente, hanno subìto un duro “colpo”: nei giorni scorsi le autorità hanno fermato l’ex principe ereditario Hamzah (agli arresti domiciliari) e almeno altri 15 alti ufficiali governativi accusandoli di tramare insieme ad “agenti stranieri” per compromettere “la sicurezza e la stabilità” del paese. Un tentato golpe, dunque?
C’è chi ha parlato di accordi con le tribù per deporre il re, chi sostiene che un ruolo possa averlo giocato l’Arabia Saudita “vicina” a Hamzah (rimosso dalla linea di successione dall’attuale re nel 2004) e non contenta della freddezza giordana verso gli accordi di Abramo. Ma ieri, messo alle strette, Hamzah ha giurato fedeltà alla corona.
🗳️ Anche Bibi “balla”?
L’instabilità colpisce anche il vicino Israele dove Netanyahu, al potere da ormai 12 anni consecutivi (e che a sua volta grida al “colpo di Stato”), è comparso al processo di corruzione contro di lui. Processo che – a sentire il presidente israeliano Rivlin – potrebbe escluderlo dalla corsa alla premiership.
Anche le consultazioni per formare il nuovo governo non decollano: se le recenti elezioni non hanno incoronato nessuno, i margini per formare un esecutivo sono risicati, e il favorito è proprio lui, il leader a processo. Un dilemma difficile da sciogliere, tanto che già si parla di un possibile ritorno alle urne: sarebbe il quinto voto in poco più di 2 anni.
🇺🇸 Un grattacapo per Biden
E dire che per decenni entrambi i paesi – "isole felici” in una regione molto complicata – sono stati cardini delle alleanze Usa nella regione, tra guerre civili (in Siria), colpi di Stato (in Egitto), proteste (in Iraq e Libano) e tensioni tra potenze regionali (Arabia Saudita e Iran).
Per Biden, alle prese con un rebalancing mediorientale post-Trump, i fronti da gestire sono già molti, dalle tensioni con Riad su Khashoggi alle trattative sul nucleare iraniano, da una Turchia sempre più assertiva (e polemica) al lungo negoziato di pace prima del ritiro completo dall’Afghanistan. Ora anche Giordania e Israele: non daranno forse troppi?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: la visita di Mario Draghi in Libia. Su ispionline.it
🌎 SFIDA TRA I GHIACCI
💎 Una miniera di guai
Non capita spesso che le elezioni in un’isola di 56 mila abitanti catturino l’attenzione del mondo e abbiano delle implicazioni geopolitiche così evidenti: è il caso del voto nella remota Groenlandia.
Le elezioni di ieri sono uno snodo fondamentale per capire se in futuro l’economia del paese sarà dominata dall’industria mineraria o continuerà a ruotare intorno alla (sempre meno remunerativa) pesca. La posta in gioco è seria: centinaia di posti di lavoro e miliardi di dollari garantiti (molti dei quali from China) ma anche forti rischi ambientali. I risultati ci raccontano una vittoria del partito che si oppone allo sviluppo delle miniere, che non è detto riesca a formare un nuovo governo.
💰 Not for sale?
Il paese è da anni di fronte al dilemma: vale la pena mettere a rischio l’ambiente per i sogni d’indipendenza e di arricchimento?
Già, perché il bilancio statale dell'isola, formalmente autonoma dalla Danimarca, dipende per metà dai sussidi danesi (circa 500 milioni di €/anno). Mentre non lontano c’è la Norvegia, che quando ha scoperto il petrolio a fine anni Sessanta ha visto il proprio PIL pro capite raddoppiare in meno di 20 anni.
Rimane da chiedersi: è davvero preferibile l’“indipendenza” dalla Danimarca per una nuova probabile “dipendenza” da grandi gruppi minerari stranieri? E quanta libertà garantirebbe lo sfruttamento di risorse che potrebbero esaurirsi già nel giro di tre decenni?
⚔️ Il nuovo “grande gioco"
Dietro al voto c’è anche una sfida geopolitica: non era del tutto una boutade quando nel 2019 Trump disse di voler acquistare l’isola, perché sotto lo spesso ghiaccio della Groenlandia ci sarebbe l'Eldorado delle terre rare, con riserve da capogiro. Agli Usa, affamati di terre rare prodotte al 90% da Pechino (e indispensabili per l'high tech), fa gola.
Ma c'è di più: Pechino vorrebbe aprire una Via della Seta Artica, possibile grazie allo scioglimento dei ghiacci. Dimezzerebbe i tempi di navigazione dall’Asia all’Europa e potrebbe diventare una delle principali arterie marittime mondiali, portando la Groenlandia a una nuova centralità strategica.
Proprio mentre la rivalità tra USA e Cina aumenta, ecco un nuovo potenziale terreno di scontro, scivoloso come il ghiaccio...
Ne parliamo anche nell’ISPI Daily Focus di questa sera: su ispionline.it
💎 Una miniera di guai
Non capita spesso che le elezioni in un’isola di 56 mila abitanti catturino l’attenzione del mondo e abbiano delle implicazioni geopolitiche così evidenti: è il caso del voto nella remota Groenlandia.
Le elezioni di ieri sono uno snodo fondamentale per capire se in futuro l’economia del paese sarà dominata dall’industria mineraria o continuerà a ruotare intorno alla (sempre meno remunerativa) pesca. La posta in gioco è seria: centinaia di posti di lavoro e miliardi di dollari garantiti (molti dei quali from China) ma anche forti rischi ambientali. I risultati ci raccontano una vittoria del partito che si oppone allo sviluppo delle miniere, che non è detto riesca a formare un nuovo governo.
💰 Not for sale?
Il paese è da anni di fronte al dilemma: vale la pena mettere a rischio l’ambiente per i sogni d’indipendenza e di arricchimento?
Già, perché il bilancio statale dell'isola, formalmente autonoma dalla Danimarca, dipende per metà dai sussidi danesi (circa 500 milioni di €/anno). Mentre non lontano c’è la Norvegia, che quando ha scoperto il petrolio a fine anni Sessanta ha visto il proprio PIL pro capite raddoppiare in meno di 20 anni.
Rimane da chiedersi: è davvero preferibile l’“indipendenza” dalla Danimarca per una nuova probabile “dipendenza” da grandi gruppi minerari stranieri? E quanta libertà garantirebbe lo sfruttamento di risorse che potrebbero esaurirsi già nel giro di tre decenni?
⚔️ Il nuovo “grande gioco"
Dietro al voto c’è anche una sfida geopolitica: non era del tutto una boutade quando nel 2019 Trump disse di voler acquistare l’isola, perché sotto lo spesso ghiaccio della Groenlandia ci sarebbe l'Eldorado delle terre rare, con riserve da capogiro. Agli Usa, affamati di terre rare prodotte al 90% da Pechino (e indispensabili per l'high tech), fa gola.
Ma c'è di più: Pechino vorrebbe aprire una Via della Seta Artica, possibile grazie allo scioglimento dei ghiacci. Dimezzerebbe i tempi di navigazione dall’Asia all’Europa e potrebbe diventare una delle principali arterie marittime mondiali, portando la Groenlandia a una nuova centralità strategica.
Proprio mentre la rivalità tra USA e Cina aumenta, ecco un nuovo potenziale terreno di scontro, scivoloso come il ghiaccio...
Ne parliamo anche nell’ISPI Daily Focus di questa sera: su ispionline.it
🌎 UNA TASSA PER TUTTI
🇺🇸 Una svolta epocale
La Segretaria al Tesoro Usa ha lanciato un appello per una tassa minima globale del 21% sulle multinazionali: buona parte dei paesi occidentali ha detto “sì”, dopo che da anni molti governi chiedevano un’accelerazione dei negoziati in corso al G20 e all’OCSE.
Se andasse in porto sarebbe una svolta epocale: gli Usa sono sempre stati contrari a imporre tassazioni minime globali e hanno sempre frenato i negoziati. Tanto che lo scorso novembre Parigi aveva deciso di fare da sola, annunciando una tassa sui giganti del web che aveva fatto infuriare Washington (dove ancora c’era The Donald).
💵 Multilateralismo... opportunista?
Il tempismo della proposta americana non deve sorprendere. Biden cerca infatti nuove entrate per finanziare i 1.900 miliardi del piano di rilancio e i 2.300 miliardi del suo mega piano infrastrutturale. Nei piani del presidente c'è anche un balzo delle tasse sulle imprese dal “trumpiano” 21% a un 28% che si avvicina al livello dell'era Obama (35%). Se è vero che anche così la pressione fiscale sulle imprese sarà ben lontana dal picco del 53% raggiunto negli anni Sessanta, si tratterebbe comunque dell’aumento più significativo (+33%) mai visto se non nei periodi di guerra.
Siamo di fronte a una ridefinizione della relazione tra governo federale e i cittadini americani: quelli che ieri erano tabù (pensiamo anche alla sanità) oggi sembrano doveri costituzionali. Il settore privato – e molti repubblicani – si trovano al momento spiazzati: il piano infrastrutturale fa gola, ma il suo finanziamento spaventa.
🏛️ Fine di un’era?
E così, la proposta si sposta ora nelle sedi multilaterali (che riacquistano centralità dopo il funerale celebrato da Trump). Germania e Francia si dicono d’accordo e già si parla di un’alleanza dei grandi del mondo contro il “doppio sandwich irlandese-olandese”. Che non è una specialità culinaria, ma lo stratagemma che molte multinazionali utilizzano per pagare meno: tutto lecito, fino ad ora.
Alcune aziende (poche) avevano giocato d’anticipo, annunciando lo stop al “doppio sandwich” già l'anno scorso. Ma l’accelerazione americana coglie molti di sorpresa: dopo la probabile fine improvvisa del sandwich, speriamo che ora nessuno venga colto con le mani nella marmellata...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il "Sofagate” e le relazioni Europa-Turchia. Su ispionline.it
🇺🇸 Una svolta epocale
La Segretaria al Tesoro Usa ha lanciato un appello per una tassa minima globale del 21% sulle multinazionali: buona parte dei paesi occidentali ha detto “sì”, dopo che da anni molti governi chiedevano un’accelerazione dei negoziati in corso al G20 e all’OCSE.
Se andasse in porto sarebbe una svolta epocale: gli Usa sono sempre stati contrari a imporre tassazioni minime globali e hanno sempre frenato i negoziati. Tanto che lo scorso novembre Parigi aveva deciso di fare da sola, annunciando una tassa sui giganti del web che aveva fatto infuriare Washington (dove ancora c’era The Donald).
💵 Multilateralismo... opportunista?
Il tempismo della proposta americana non deve sorprendere. Biden cerca infatti nuove entrate per finanziare i 1.900 miliardi del piano di rilancio e i 2.300 miliardi del suo mega piano infrastrutturale. Nei piani del presidente c'è anche un balzo delle tasse sulle imprese dal “trumpiano” 21% a un 28% che si avvicina al livello dell'era Obama (35%). Se è vero che anche così la pressione fiscale sulle imprese sarà ben lontana dal picco del 53% raggiunto negli anni Sessanta, si tratterebbe comunque dell’aumento più significativo (+33%) mai visto se non nei periodi di guerra.
Siamo di fronte a una ridefinizione della relazione tra governo federale e i cittadini americani: quelli che ieri erano tabù (pensiamo anche alla sanità) oggi sembrano doveri costituzionali. Il settore privato – e molti repubblicani – si trovano al momento spiazzati: il piano infrastrutturale fa gola, ma il suo finanziamento spaventa.
🏛️ Fine di un’era?
E così, la proposta si sposta ora nelle sedi multilaterali (che riacquistano centralità dopo il funerale celebrato da Trump). Germania e Francia si dicono d’accordo e già si parla di un’alleanza dei grandi del mondo contro il “doppio sandwich irlandese-olandese”. Che non è una specialità culinaria, ma lo stratagemma che molte multinazionali utilizzano per pagare meno: tutto lecito, fino ad ora.
Alcune aziende (poche) avevano giocato d’anticipo, annunciando lo stop al “doppio sandwich” già l'anno scorso. Ma l’accelerazione americana coglie molti di sorpresa: dopo la probabile fine improvvisa del sandwich, speriamo che ora nessuno venga colto con le mani nella marmellata...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il "Sofagate” e le relazioni Europa-Turchia. Su ispionline.it
È nato Globally, il nuovo podcast di ISPI e Will sulla politica internazionale. Ogni settimana cercheremo di dare gli strumenti per analizzare e orientarci tra scenari sociali, economici e politici in continuo mutamento. La geopolitica, spiegata in modo chiaro.
Nella puntata di questa settimana parliamo di cosa sta succedendo in Giordania: il tentato complotto contro il re Abdallah II, da parte del fratello, è solo l'ultimo episodio di una complessa saga familiare. Perché ci riguarda?
Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/globally-il-nuovo-podcast-sulla-geopolitica-di-ispi-e-will-29852?utm_source=tel&utm_medium=tel&utm_campaign=glo
Nella puntata di questa settimana parliamo di cosa sta succedendo in Giordania: il tentato complotto contro il re Abdallah II, da parte del fratello, è solo l'ultimo episodio di una complessa saga familiare. Perché ci riguarda?
Ascoltalo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/globally-il-nuovo-podcast-sulla-geopolitica-di-ispi-e-will-29852?utm_source=tel&utm_medium=tel&utm_campaign=glo
ISPI
Globally, il podcast sulla geopolitica
Leggi l'articolo Globally, il podcast sulla geopolitica sul sito dell'ISPI.
🌍 TURCHIA: TRA VALORI E PRAGMATISMO
🇹🇷 Il momento “whatever-it-takes”
"Chiamiamoli per quel che sono: dittatori”. Dittatori di cui, però, “si ha bisogno”. Non ha usato mezzi termini Mario Draghi ieri riferendosi a Erdogan e al #sofagate di qualche giorno prima. È la seconda volta che il premier spiazza tutti “dettando la linea” dell’Italia, e in parte dell’Europa, come aveva già fatto con il blocco all’export per AstraZeneca.
Certo, chiamare dittatore un leader eletto può scatenare un caso diplomatico. Negare però che gli indici di democrazia in Turchia siano crollati negli ultimi anni sarebbe altrettanto grave.
Il gesto di Draghi chiarisce la linea che va per la maggiore in Europa quando si parla di Turchia: distanza nei valori, cooperazione là dove necessario.
🇪🇺 Chi devo chiamare per parlare con l'Europa?
Le parole di Draghi sono arrivate dopo il #sofagate tra Turchia e Ue. Che non è stato solo un modo di “snobbare” una leader donna, ma anche per affondare abilmente il coltello in una piaga tutta europea: il problema non è solo non saper chi chiamare, come recitava Kissinger mezzo secolo fa, ma la mancanza di una vera politica estera comune. E così anche sulla Turchia ognuno va per la sua strada.
Un “peccato originale” nella costruzione dell’Ue: gli Stati membri continuano a essere gelosi della propria politica estera tanto che spesso è ancora richiesta l’unanimità dei 27. E che conta tanto più con la Turchia, partner sempre più assertivo sullo scacchiere regionale che ha sapientemente sfruttato le divisioni europee per ritagliarsi un suo spazio prima in Siria, poi in Libia, Nagorno-Karabakh e nel Mediterraneo orientale.
♟️ Partita a scacchi nel MED
In assenza dell’Ue, a contare sono altri, nella regione (la stessa Turchia, l’Egitto e in maniera crescente i paesi del Golfo), fuori (Russia, USA) e chi in Europa sul Mediterraneo si affaccia. In primis la Francia, che ha spesso cercato di scavalcare o “circumnavigare” Roma, dalla Libia al Sahel, dalla Siria all’Egitto.
Ora, con la “dichiarazione shock” di Draghi, anche l’Italia torna a dire la sua nell’intricato scacchiere mediterraneo. A suon di realpolitik à-la-Macron, se necessario. E se l’epilogo fosse proprio l'apertura a un’intesa con Parigi per controbilanciare i nuovi “pesi massimi” della regione, a partire dalla Turchia?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le violenze in Irlanda del Nord. Su ispionline.it
🇹🇷 Il momento “whatever-it-takes”
"Chiamiamoli per quel che sono: dittatori”. Dittatori di cui, però, “si ha bisogno”. Non ha usato mezzi termini Mario Draghi ieri riferendosi a Erdogan e al #sofagate di qualche giorno prima. È la seconda volta che il premier spiazza tutti “dettando la linea” dell’Italia, e in parte dell’Europa, come aveva già fatto con il blocco all’export per AstraZeneca.
Certo, chiamare dittatore un leader eletto può scatenare un caso diplomatico. Negare però che gli indici di democrazia in Turchia siano crollati negli ultimi anni sarebbe altrettanto grave.
Il gesto di Draghi chiarisce la linea che va per la maggiore in Europa quando si parla di Turchia: distanza nei valori, cooperazione là dove necessario.
🇪🇺 Chi devo chiamare per parlare con l'Europa?
Le parole di Draghi sono arrivate dopo il #sofagate tra Turchia e Ue. Che non è stato solo un modo di “snobbare” una leader donna, ma anche per affondare abilmente il coltello in una piaga tutta europea: il problema non è solo non saper chi chiamare, come recitava Kissinger mezzo secolo fa, ma la mancanza di una vera politica estera comune. E così anche sulla Turchia ognuno va per la sua strada.
Un “peccato originale” nella costruzione dell’Ue: gli Stati membri continuano a essere gelosi della propria politica estera tanto che spesso è ancora richiesta l’unanimità dei 27. E che conta tanto più con la Turchia, partner sempre più assertivo sullo scacchiere regionale che ha sapientemente sfruttato le divisioni europee per ritagliarsi un suo spazio prima in Siria, poi in Libia, Nagorno-Karabakh e nel Mediterraneo orientale.
♟️ Partita a scacchi nel MED
In assenza dell’Ue, a contare sono altri, nella regione (la stessa Turchia, l’Egitto e in maniera crescente i paesi del Golfo), fuori (Russia, USA) e chi in Europa sul Mediterraneo si affaccia. In primis la Francia, che ha spesso cercato di scavalcare o “circumnavigare” Roma, dalla Libia al Sahel, dalla Siria all’Egitto.
Ora, con la “dichiarazione shock” di Draghi, anche l’Italia torna a dire la sua nell’intricato scacchiere mediterraneo. A suon di realpolitik à-la-Macron, se necessario. E se l’epilogo fosse proprio l'apertura a un’intesa con Parigi per controbilanciare i nuovi “pesi massimi” della regione, a partire dalla Turchia?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: le violenze in Irlanda del Nord. Su ispionline.it
🌍 IRAN-ISRAELE: “TERRORISMO NUCLEARE”?
💥 Se basta un blackout
“Terrorismo nucleare” l’ha definito l’Iran: un attacco cyber che potrebbe aver riportato la sua capacità di arricchire uranio indietro di nove mesi.
Per ora nessuna rivendicazione ma Teheran accusa Israele, non nuova ad attacchi (cyber e omicidi mirati) verso il programma nucleare che considera da sempre una minaccia alla sua esistenza.
Viene da chiedersi se sia un caso che, proprio nella giornata di ieri, Netanyahu abbia ricevuto a Tel Aviv il segretario della Difesa Usa.
🇺🇸 No Usa, no party
E forse non è un caso neanche che l’attacco arrivi a meno di una settimana dall’inizio del dialogo tra Usa e Iran sul nucleare a Vienna, decisivo per il ritorno al tavolo degli Usa per trovare un "longer and stronger agreement" promesso da Biden, dopo i tentativi europei (apprezzabili ma velleitari) di tenere da soli in vita l’accordo.
Certo non sarà una passeggiata: se Teheran è da sempre guardata con sospetto da Washington, il mega accordo da 400 miliardi di dollari con la Cina di qualche settimana fa ha fatto capire che Teheran – senza un appeasement con gli Usa – potrebbe muoversi verso altri lidi. Intanto, ben 43 senatori americani (su 100) hanno firmato una dichiarazione per “alzare la posta”: non si chiede un semplice ritorno al vecchio accordo, ma una nuova intesa che includa anche il programma missilistico e il sostegno iraniano ai proxies nella regione. Il tutto sfruttando il leverage accumulato dagli Usa con la “massima pressione” trumpiana.
🇮🇷 Una questione regionale
Certo, il Medio Oriente di oggi non è più quello dell’anno dell’accordo sul nucleare (2015). Israele e i paesi del Golfo, avversari dell’Iran, hanno normalizzato le loro relazioni grazie alla spinta di Trump mentre Teheran, sotto la pressione di oltre 1.600 sanzioni USA, è sempre più povera (economicamente) e sola (nella regione).
Ora Biden si ritrova tra le mani una patata bollente: come negoziare un accordo che non azzoppi definitivamente i moderati iraniani alle urne di giugno pur bloccando il programma nucleare, non scontenti l’elettorato americano (storicamente avverso all’Iran), e non scontenti troppo gli storici alleati, Israele e paesi del Golfo?
Wish Joe Biden good luck...
Scopri di più nell’ISPI Daily Focus di questa sera: su ispionline.it
💥 Se basta un blackout
“Terrorismo nucleare” l’ha definito l’Iran: un attacco cyber che potrebbe aver riportato la sua capacità di arricchire uranio indietro di nove mesi.
Per ora nessuna rivendicazione ma Teheran accusa Israele, non nuova ad attacchi (cyber e omicidi mirati) verso il programma nucleare che considera da sempre una minaccia alla sua esistenza.
Viene da chiedersi se sia un caso che, proprio nella giornata di ieri, Netanyahu abbia ricevuto a Tel Aviv il segretario della Difesa Usa.
🇺🇸 No Usa, no party
E forse non è un caso neanche che l’attacco arrivi a meno di una settimana dall’inizio del dialogo tra Usa e Iran sul nucleare a Vienna, decisivo per il ritorno al tavolo degli Usa per trovare un "longer and stronger agreement" promesso da Biden, dopo i tentativi europei (apprezzabili ma velleitari) di tenere da soli in vita l’accordo.
Certo non sarà una passeggiata: se Teheran è da sempre guardata con sospetto da Washington, il mega accordo da 400 miliardi di dollari con la Cina di qualche settimana fa ha fatto capire che Teheran – senza un appeasement con gli Usa – potrebbe muoversi verso altri lidi. Intanto, ben 43 senatori americani (su 100) hanno firmato una dichiarazione per “alzare la posta”: non si chiede un semplice ritorno al vecchio accordo, ma una nuova intesa che includa anche il programma missilistico e il sostegno iraniano ai proxies nella regione. Il tutto sfruttando il leverage accumulato dagli Usa con la “massima pressione” trumpiana.
🇮🇷 Una questione regionale
Certo, il Medio Oriente di oggi non è più quello dell’anno dell’accordo sul nucleare (2015). Israele e i paesi del Golfo, avversari dell’Iran, hanno normalizzato le loro relazioni grazie alla spinta di Trump mentre Teheran, sotto la pressione di oltre 1.600 sanzioni USA, è sempre più povera (economicamente) e sola (nella regione).
Ora Biden si ritrova tra le mani una patata bollente: come negoziare un accordo che non azzoppi definitivamente i moderati iraniani alle urne di giugno pur bloccando il programma nucleare, non scontenti l’elettorato americano (storicamente avverso all’Iran), e non scontenti troppo gli storici alleati, Israele e paesi del Golfo?
Wish Joe Biden good luck...
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🌎 PERÙ-ECUADOR: EFFETTO COVID SUL VOTO?
🗳️ Il miliardario e il marxista
Domenica si è votato per i presidenti di Ecuador e Perù. Paesi confinanti, traiettorie politiche opposte. L'Ecuador volta pagina: ha vinto inaspettatamente Guillermo Lasso – ex banchiere, conservatore, Opus Dei e antiabortista – interrompendo così la lunga egemonia della sinistra nel paese. In Perù, invece, Pedro Castillo – ex insegnante, neoliberista convertito al marxismo, che propone nazionalizzazioni e maggiore spesa per l’istruzione – è in testa al primo turno: a giugno sfiderà probabilmente Keiko Fujimori, figlia dell'ex presidente dittatore Alberto Fujimori.
Due terremoti che segnalano voglia di cambiamento di una regione da sempre sedotta da uomini forti e aspiranti rivoluzionari.
📉 L’ombra della pandemia
Una seduzione quasi “inevitabile” per paesi costruiti su solide istituzioni (esercito, apparato statale) ma mai dotati di servizi pubblici di qualità, nelle mani del settore privato (sanità, istruzione, trasporti...). E così chi promette di rivoluzionare il sistema con promesse “alla Lula” (da sinistra) o “alla cilena” (da destra) riesce facilmente a far breccia fra gli elettori.
Ma oggi c’è anche dell’altro. La pandemia ha innescato una recessione pesantissima (-7%, persino peggio del -6,6% in Eurozona), con la prospettiva di tornare ai livelli pre-crisi solo nel 2024. Tracciando così un solco ancora più profondo tra chi “ha” e chi “non ha” nella regione già più diseguale al mondo.
📢 Solo un assaggio?
In America Latina il malcontento verso il “sistema” viene da lontano: in molti ancora ricordano le piazze cilene gremite dell’ottobre 2019, pochi mesi prima del “grande lockdown”, così come quelle in Perù del novembre scorso. Ma dopo la devastazione economica e sociale che la pandemia ha portato con sé, la regione torna a infiammarsi: prima le piazze (oggi “chiuse”), adesso il voto.
Resta da capire se questa ondata di proteste “istituzionalizzate” infiammerà nei prossimi mesi anche Cile, Brasile, Messico, Argentina dove si voterà nel 2022. E cosa succederà in Europa dove alcuni governi oggi sono già "sotto assedio" e le elezioni – a partire da Germania e Francia – non sono lontane.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il Giappone approva lo sversamento in mare delle acque di Fukushima. Su ispionline.it
🗳️ Il miliardario e il marxista
Domenica si è votato per i presidenti di Ecuador e Perù. Paesi confinanti, traiettorie politiche opposte. L'Ecuador volta pagina: ha vinto inaspettatamente Guillermo Lasso – ex banchiere, conservatore, Opus Dei e antiabortista – interrompendo così la lunga egemonia della sinistra nel paese. In Perù, invece, Pedro Castillo – ex insegnante, neoliberista convertito al marxismo, che propone nazionalizzazioni e maggiore spesa per l’istruzione – è in testa al primo turno: a giugno sfiderà probabilmente Keiko Fujimori, figlia dell'ex presidente dittatore Alberto Fujimori.
Due terremoti che segnalano voglia di cambiamento di una regione da sempre sedotta da uomini forti e aspiranti rivoluzionari.
📉 L’ombra della pandemia
Una seduzione quasi “inevitabile” per paesi costruiti su solide istituzioni (esercito, apparato statale) ma mai dotati di servizi pubblici di qualità, nelle mani del settore privato (sanità, istruzione, trasporti...). E così chi promette di rivoluzionare il sistema con promesse “alla Lula” (da sinistra) o “alla cilena” (da destra) riesce facilmente a far breccia fra gli elettori.
Ma oggi c’è anche dell’altro. La pandemia ha innescato una recessione pesantissima (-7%, persino peggio del -6,6% in Eurozona), con la prospettiva di tornare ai livelli pre-crisi solo nel 2024. Tracciando così un solco ancora più profondo tra chi “ha” e chi “non ha” nella regione già più diseguale al mondo.
📢 Solo un assaggio?
In America Latina il malcontento verso il “sistema” viene da lontano: in molti ancora ricordano le piazze cilene gremite dell’ottobre 2019, pochi mesi prima del “grande lockdown”, così come quelle in Perù del novembre scorso. Ma dopo la devastazione economica e sociale che la pandemia ha portato con sé, la regione torna a infiammarsi: prima le piazze (oggi “chiuse”), adesso il voto.
Resta da capire se questa ondata di proteste “istituzionalizzate” infiammerà nei prossimi mesi anche Cile, Brasile, Messico, Argentina dove si voterà nel 2022. E cosa succederà in Europa dove alcuni governi oggi sono già "sotto assedio" e le elezioni – a partire da Germania e Francia – non sono lontane.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il Giappone approva lo sversamento in mare delle acque di Fukushima. Su ispionline.it
🌏 BIDEN: BYE BYE AFGHANISTAN
🇺🇸 11 settembre: tutti a casa
Dopo 2.400 soldati americani e almeno 100 mila civili afgani uccisi, la più lunga guerra americana sta forse per finire.
Oggi Biden annuncia il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers che aveva convinto Bush Jr. a invadere il paese e deporre il regime dei talebani. Dopo l’invasione c’era voluto un decennio per trovare e uccidere bin Laden, mentre i talebani sono sempre lì.
Ma più che annunciarlo, il ritiro, Biden lo ha rinviato: secondo gli accordi di pace tra Usa e talebani avrebbe dovuto essere completato entro maggio. Riuscirà a rispettare i tempi?
🇦🇫 Il sogno di tutti
Ancora una volta, l’Afghanistan si conferma un paese dal quale non si esce “vincitori”. L’Unione Sovietica negli anni Ottanta, oggi gli Usa.
E così, dal 2009 in avanti, ogni presidente americano ha promesso un ritiro dei soldati. Obama ha scelto di aumentare le truppe (fino ad arrivare a 110mila soldati) con l'obiettivo stabilizzare il paese e poi ritirarsi. Ma nel 2016 i soldati Usa erano ancora 8.000. E, malgrado i proclami (“basta guerre infinite”) Trump ha lasciato circa 3.000 soldati. Ora tocca a Biden promettere l’“America First”, il rientro delle truppe, consapevole della scarsa popolarità di questa guerra in patria: solo il 35% degli americani ritiene l’intervento militare un successo (contro il 62% di 10 anni fa).
⚖️ Si cambia?
Certo, il ritiro Usa metterebbe a rischio uno stato ancora fragile, nel quale i talebani potrebbero tornare al potere. Ma Biden non può permettersi distrazioni, in uno scacchiere globale sempre più intricato e nel quale i suoi “avversari sistemici” – come Russia e Cina – si muovono più agilmente, evitando guerre costose come l’Afghanistan (circa 50 miliardi di dollari solo nel 2020), e nel quale gli obiettivi sono cambiati: la supremazia tecnologica, le nuove forme di terrorismo, la guida della “rivoluzione verde”, il rafforzamento delle alleanze.
E il "reset globale” delle priorità si intuisce anche dall’agenda della nuova amministrazione: venerdì Biden vedrà il primo ministro giapponese. Il suo inviato climatico Kerry è in Cina. E presto potrebbe esserci un summit Biden-Putin.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera le tensioni in Ucraina. Su ispionline.it
🇺🇸 11 settembre: tutti a casa
Dopo 2.400 soldati americani e almeno 100 mila civili afgani uccisi, la più lunga guerra americana sta forse per finire.
Oggi Biden annuncia il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers che aveva convinto Bush Jr. a invadere il paese e deporre il regime dei talebani. Dopo l’invasione c’era voluto un decennio per trovare e uccidere bin Laden, mentre i talebani sono sempre lì.
Ma più che annunciarlo, il ritiro, Biden lo ha rinviato: secondo gli accordi di pace tra Usa e talebani avrebbe dovuto essere completato entro maggio. Riuscirà a rispettare i tempi?
🇦🇫 Il sogno di tutti
Ancora una volta, l’Afghanistan si conferma un paese dal quale non si esce “vincitori”. L’Unione Sovietica negli anni Ottanta, oggi gli Usa.
E così, dal 2009 in avanti, ogni presidente americano ha promesso un ritiro dei soldati. Obama ha scelto di aumentare le truppe (fino ad arrivare a 110mila soldati) con l'obiettivo stabilizzare il paese e poi ritirarsi. Ma nel 2016 i soldati Usa erano ancora 8.000. E, malgrado i proclami (“basta guerre infinite”) Trump ha lasciato circa 3.000 soldati. Ora tocca a Biden promettere l’“America First”, il rientro delle truppe, consapevole della scarsa popolarità di questa guerra in patria: solo il 35% degli americani ritiene l’intervento militare un successo (contro il 62% di 10 anni fa).
⚖️ Si cambia?
Certo, il ritiro Usa metterebbe a rischio uno stato ancora fragile, nel quale i talebani potrebbero tornare al potere. Ma Biden non può permettersi distrazioni, in uno scacchiere globale sempre più intricato e nel quale i suoi “avversari sistemici” – come Russia e Cina – si muovono più agilmente, evitando guerre costose come l’Afghanistan (circa 50 miliardi di dollari solo nel 2020), e nel quale gli obiettivi sono cambiati: la supremazia tecnologica, le nuove forme di terrorismo, la guida della “rivoluzione verde”, il rafforzamento delle alleanze.
E il "reset globale” delle priorità si intuisce anche dall’agenda della nuova amministrazione: venerdì Biden vedrà il primo ministro giapponese. Il suo inviato climatico Kerry è in Cina. E presto potrebbe esserci un summit Biden-Putin.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera le tensioni in Ucraina. Su ispionline.it