🌍 EUROPA, QUARTA ONDATA: TRA VIRUS, VACCINI E PILLOLE
🇪🇺 Déjà vu
L'Europa è di nuovo l'epicentro della pandemia. Di tutti i decessi per Covid registrati nel mondo durante l’ultima settimana, circa il 50% è imputabile al Vecchio Continente e in molti paesi, tra cui la Germania, i contagi sono ai massimi da inizio pandemia.
Uno scenario che si pensava di scongiurare grazie ai vaccini, ma che un mix di progressivo calo della loro efficacia nel tempo, reticenza a farseli iniettare e prematura rinuncia alle mascherine ha riportato alla ribalta. Con esso i lockdown, nella versione light olandese limitata al sabato sera, o anche duri per tutta la popolazione, come quelli annunciati oggi dai Länder austriaci dell’Alta Austria e di Salisburgo. Per fortuna, come il virus, neanche la scienza si ferma.
💉 Basta un poco di zucchero…?
Entro la fine dell’anno dovrebbero arrivare i primi vaccini anti-covid formulati "alla vecchia maniera” con l’americana Novavax in pole position, avendo già presentato all’Agenzia europea del farmaco l’autorizzazione all’immissione in commercio. Questo tipo tradizionale di vaccini promette ridottissimi effetti collaterali: una caratteristica che potrebbe convincere più di uno scettico a vaccinarsi. Ancora più significativa potrebbe essere la commercializzazione dei primi due farmaci, sotto forma di pillola, per curare i malati di Covid. Le aziende produttrici, Pfizer e Merck, garantiscono infatti una riduzione del rischio di ospedalizzazione e morte rispettivamente del 90 e 50%. Tutti gli occhi sono ora sul Regno Unito, il primo paese al mondo ad aver approvato l’antivirale di Merck. E il 30 novembre dovrebbe essere la volta degli Stati Uniti.
💊 Diplomazia in pillole
Stando agli annunci di Merck e Pfizer, dovrebbero essere prodotti 10 milioni di cicli di trattamento nel 2021, e almeno 70 milioni nel 2022. Numeri ancora esigui che hanno già scatenato la competizione tra paesi, con gli Stati Uniti in vantaggio avendo già opzionato metà dei 6 milioni di pillole messe in vendita da Merck.
Se sembra di essere tornati alla gara di egoismi per accumulare dosi di vaccino, un elemento fa ben sperare: sia Merck che Pfizer hanno rinunciato alle royalties sulle loro pillole nei paesi a basso e medio reddito, favorendo produzioni in loco in tempi celeri. Mentre aspettano i vaccini avranno almeno i farmaci?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia e mal d’Europa. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-e-mal-deuropa-32383
🇪🇺 Déjà vu
L'Europa è di nuovo l'epicentro della pandemia. Di tutti i decessi per Covid registrati nel mondo durante l’ultima settimana, circa il 50% è imputabile al Vecchio Continente e in molti paesi, tra cui la Germania, i contagi sono ai massimi da inizio pandemia.
Uno scenario che si pensava di scongiurare grazie ai vaccini, ma che un mix di progressivo calo della loro efficacia nel tempo, reticenza a farseli iniettare e prematura rinuncia alle mascherine ha riportato alla ribalta. Con esso i lockdown, nella versione light olandese limitata al sabato sera, o anche duri per tutta la popolazione, come quelli annunciati oggi dai Länder austriaci dell’Alta Austria e di Salisburgo. Per fortuna, come il virus, neanche la scienza si ferma.
💉 Basta un poco di zucchero…?
Entro la fine dell’anno dovrebbero arrivare i primi vaccini anti-covid formulati "alla vecchia maniera” con l’americana Novavax in pole position, avendo già presentato all’Agenzia europea del farmaco l’autorizzazione all’immissione in commercio. Questo tipo tradizionale di vaccini promette ridottissimi effetti collaterali: una caratteristica che potrebbe convincere più di uno scettico a vaccinarsi. Ancora più significativa potrebbe essere la commercializzazione dei primi due farmaci, sotto forma di pillola, per curare i malati di Covid. Le aziende produttrici, Pfizer e Merck, garantiscono infatti una riduzione del rischio di ospedalizzazione e morte rispettivamente del 90 e 50%. Tutti gli occhi sono ora sul Regno Unito, il primo paese al mondo ad aver approvato l’antivirale di Merck. E il 30 novembre dovrebbe essere la volta degli Stati Uniti.
💊 Diplomazia in pillole
Stando agli annunci di Merck e Pfizer, dovrebbero essere prodotti 10 milioni di cicli di trattamento nel 2021, e almeno 70 milioni nel 2022. Numeri ancora esigui che hanno già scatenato la competizione tra paesi, con gli Stati Uniti in vantaggio avendo già opzionato metà dei 6 milioni di pillole messe in vendita da Merck.
Se sembra di essere tornati alla gara di egoismi per accumulare dosi di vaccino, un elemento fa ben sperare: sia Merck che Pfizer hanno rinunciato alle royalties sulle loro pillole nei paesi a basso e medio reddito, favorendo produzioni in loco in tempi celeri. Mentre aspettano i vaccini avranno almeno i farmaci?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia e mal d’Europa. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-e-mal-deuropa-32383
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🌏 AFGHANISTAN: LA CRISI (GIÀ) DIMENTICATA
💰 Message in a bottle
Se Washington ha veramente a cuore i diritti umani, non può lasciare morire di fame gli afghani. Questo il messaggio implicito della lettera inviata mercoledì dal ministro degli esteri talebano al Congresso USA per chiedere di “scongelare” gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale destinati all’Afghanistan (450 milioni di dollari) e le riserve della banca centrale afgana (9 miliardi).
Finora la Casa Bianca ha detto no, preferendo continuare a fornire aiuti attraverso organizzazioni umanitarie indipendenti, e tagliando fuori i talebani. Ma, del miliardo promesso alla conferenza dei donatori Onu di settembre, solo una frazione è stata ricevuta. Nell’attesa, il brutale inverno afgano si avvicina e la crisi umanitaria si aggrava.
🇦🇫 Povertà universale
Secondo l’Onu, entro sei mesi il 97% degli afghani sprofonderà sotto la soglia di povertà: il dato più alto al mondo. In un paese dove la più grave siccità degli ultimi 35 anni ha distrutto il 40% dei raccolti, i prezzi alimentari sono alle stelle e almeno metà della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare.
Il paese è allo sbando, con una contrazione del Pil del 40% e un settore bancario totalmente paralizzato: terreno fertile per il terrorismo (e non solo). Non a caso Isis-K ha intensificato gli attacchi, passati dai 60 dello scorso anno ai 334 di oggi.
⚖️ Aiutiamoli fuori da casa loro
Chi può, lascia il paese. Ogni giorno 5.000 afghani attraversano il confine con l’Iran, per unirsi agli oltre 300 milioni già "fuggiti” da fine agosto. Ma Teheran, che ospita già 4 milioni di afghani, soffre di una crisi economica senza fine, e così prova a respingere chi pensa di restare nel paese.
E lancia un chiaro messaggio alla comunità internazionale (che echeggia quello della Turchia): pagateci, se volete che ospitiamo i “vostri” migranti. Così, ancora una volta, l’Europa si trova di fronte a un bivio: pagare o affrontare una nuova “crisi” migratoria. Considerando che sono bastati 4.000 migranti al confine con la Polonia per scatenare il panico, l’Occidente dovrà iniziare a dialogare con i talebani proprio per evitare una nuova “crisi”?
Registrati alla tavola rotonda ISPI del 24 novembre “Bielorussia-Polonia: il ‘grande gioco’ dei migranti”. Iscriviti qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/polonia-bielorussia-il-grande-gioco-dei-migranti
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Olimpiadi di Pechino 2022, ombre sui giochi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/olimpiadi-di-pechino-2022-ombre-sui-giochi-32400
💰 Message in a bottle
Se Washington ha veramente a cuore i diritti umani, non può lasciare morire di fame gli afghani. Questo il messaggio implicito della lettera inviata mercoledì dal ministro degli esteri talebano al Congresso USA per chiedere di “scongelare” gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale destinati all’Afghanistan (450 milioni di dollari) e le riserve della banca centrale afgana (9 miliardi).
Finora la Casa Bianca ha detto no, preferendo continuare a fornire aiuti attraverso organizzazioni umanitarie indipendenti, e tagliando fuori i talebani. Ma, del miliardo promesso alla conferenza dei donatori Onu di settembre, solo una frazione è stata ricevuta. Nell’attesa, il brutale inverno afgano si avvicina e la crisi umanitaria si aggrava.
🇦🇫 Povertà universale
Secondo l’Onu, entro sei mesi il 97% degli afghani sprofonderà sotto la soglia di povertà: il dato più alto al mondo. In un paese dove la più grave siccità degli ultimi 35 anni ha distrutto il 40% dei raccolti, i prezzi alimentari sono alle stelle e almeno metà della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare.
Il paese è allo sbando, con una contrazione del Pil del 40% e un settore bancario totalmente paralizzato: terreno fertile per il terrorismo (e non solo). Non a caso Isis-K ha intensificato gli attacchi, passati dai 60 dello scorso anno ai 334 di oggi.
⚖️ Aiutiamoli fuori da casa loro
Chi può, lascia il paese. Ogni giorno 5.000 afghani attraversano il confine con l’Iran, per unirsi agli oltre 300 milioni già "fuggiti” da fine agosto. Ma Teheran, che ospita già 4 milioni di afghani, soffre di una crisi economica senza fine, e così prova a respingere chi pensa di restare nel paese.
E lancia un chiaro messaggio alla comunità internazionale (che echeggia quello della Turchia): pagateci, se volete che ospitiamo i “vostri” migranti. Così, ancora una volta, l’Europa si trova di fronte a un bivio: pagare o affrontare una nuova “crisi” migratoria. Considerando che sono bastati 4.000 migranti al confine con la Polonia per scatenare il panico, l’Occidente dovrà iniziare a dialogare con i talebani proprio per evitare una nuova “crisi”?
Registrati alla tavola rotonda ISPI del 24 novembre “Bielorussia-Polonia: il ‘grande gioco’ dei migranti”. Iscriviti qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/polonia-bielorussia-il-grande-gioco-dei-migranti
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Olimpiadi di Pechino 2022, ombre sui giochi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/olimpiadi-di-pechino-2022-ombre-sui-giochi-32400
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🌍 PROTESTE NOVAX: L’EUROPA BRUCIA
💉 Effetti collaterali
Nel weekend, in molti paesi europei sono dilagate le proteste contro nuove restrizioni anti-Covid. Alcune sono sfociate in violenza, portando a decine di arresti. I manifestanti si oppongono soprattutto alle regole sul green pass, che complica l’accesso a luoghi pubblici come ristoranti e barai non vaccinati, ma anche a mascherine e distanziamento.
I numeri sono tutt’altro che esigui: solo a Vienna avrebbero protestato circa 35mila persone, e un numero paragonabile a Bruxelles. È la spia di un malcontento diffuso per una pandemia che non accenna a lasciarci.
📈 Quante “G”?
Le infezioni in Europa hanno raggiunto livelli record, con un milione e mezzo di nuovi casi solo nell’ultima settimana. Per questo diversi governi adottano la strada delle “2G” tedesche: concedere maggiori diritti solo a chi è vaccinato (geimptf) o guarito (genesen), non ai “tamponati” (getestet). Provvedimenti che servono anche a indurre chi ancora non si è vaccinato (il 23% della popolazione Ue maggiorenne, ben 75 milioni di persone) a farlo il prima possibile.
Se la propensione a vaccinarsi è sicuramente più bassa in Europa orientale, è in Europa centro-occidentale che si concentra il maggior numero di persone non vaccinate: è qui che vivono 45 milioni di loro, il 60% del totale. Inoltre, sempre più vaccinati hanno ricevuto la seconda dose molti mesi fa. Inevitabile che i governi pensino a come spingere al “booster” milioni di persone. Basterà?
🦠 Andrà tutto bene?
A complicare il quadro ci si mette oggi proprio l’andamento della pandemia. In alcuni paesi la situazione è già drammatica, con posti in ospedale quasi esauriti e servizi sanitari sotto forte pressione. Così in Austria si torna al “lockdown per tutti” e, come corollario, si valuta l’obbligo vaccinale da febbraio 2022.
Ecco perché a moltiplicarsi, oltre ai contagi, sono le ragioni della protesta. I non vaccinati, che contestano quella che (a loro dire) sarebbe una “dittatura sanitaria”, continueranno a farlo visti i nuovi obblighi. Mentre alcuni vaccinati si sentono “traditi” da governi che avevano promesso che non ci sarebbe più stato bisogno di nuove chiusure – almeno per loro.
“Andrà tutto bene”, ci dicevamo a inizio pandemia. A oltre un anno e mezzo dalla prima ondata, la luce in fondo al tunnel sembra ancora molto lontana.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, tutti candidati. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-tutti-candidati-32416
💉 Effetti collaterali
Nel weekend, in molti paesi europei sono dilagate le proteste contro nuove restrizioni anti-Covid. Alcune sono sfociate in violenza, portando a decine di arresti. I manifestanti si oppongono soprattutto alle regole sul green pass, che complica l’accesso a luoghi pubblici come ristoranti e barai non vaccinati, ma anche a mascherine e distanziamento.
I numeri sono tutt’altro che esigui: solo a Vienna avrebbero protestato circa 35mila persone, e un numero paragonabile a Bruxelles. È la spia di un malcontento diffuso per una pandemia che non accenna a lasciarci.
📈 Quante “G”?
Le infezioni in Europa hanno raggiunto livelli record, con un milione e mezzo di nuovi casi solo nell’ultima settimana. Per questo diversi governi adottano la strada delle “2G” tedesche: concedere maggiori diritti solo a chi è vaccinato (geimptf) o guarito (genesen), non ai “tamponati” (getestet). Provvedimenti che servono anche a indurre chi ancora non si è vaccinato (il 23% della popolazione Ue maggiorenne, ben 75 milioni di persone) a farlo il prima possibile.
Se la propensione a vaccinarsi è sicuramente più bassa in Europa orientale, è in Europa centro-occidentale che si concentra il maggior numero di persone non vaccinate: è qui che vivono 45 milioni di loro, il 60% del totale. Inoltre, sempre più vaccinati hanno ricevuto la seconda dose molti mesi fa. Inevitabile che i governi pensino a come spingere al “booster” milioni di persone. Basterà?
🦠 Andrà tutto bene?
A complicare il quadro ci si mette oggi proprio l’andamento della pandemia. In alcuni paesi la situazione è già drammatica, con posti in ospedale quasi esauriti e servizi sanitari sotto forte pressione. Così in Austria si torna al “lockdown per tutti” e, come corollario, si valuta l’obbligo vaccinale da febbraio 2022.
Ecco perché a moltiplicarsi, oltre ai contagi, sono le ragioni della protesta. I non vaccinati, che contestano quella che (a loro dire) sarebbe una “dittatura sanitaria”, continueranno a farlo visti i nuovi obblighi. Mentre alcuni vaccinati si sentono “traditi” da governi che avevano promesso che non ci sarebbe più stato bisogno di nuove chiusure – almeno per loro.
“Andrà tutto bene”, ci dicevamo a inizio pandemia. A oltre un anno e mezzo dalla prima ondata, la luce in fondo al tunnel sembra ancora molto lontana.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, tutti candidati. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-tutti-candidati-32416
🌍 TURCHIA: LE MANI DI ERDOGAN SULL’ECONOMIA
📉 Economia fai da te
Nuovo minimo storico per la lira turca. Da inizio anno la valuta ha perso il 32% del suo valore, di cui il 12% solo nell’ultima settimana: la peggiore performance a livello globale. Questa svalutazione non è certo indolore, dato che aumenta i prezzi delle importazioni e quindi l’inflazione, ai massimi degli ultimi tre anni e pari a quattro volte l'obiettivo ufficiale della banca centrale.
Generalmente, le banche centrali aumentano i tassi di interesse quando l'inflazione è alta per raffreddare la domanda. E così stanno facendo quasi tutte le economie emergenti. Non la Turchia, dove giovedì la banca centrale ha tagliato i tassi di interesse per la terza volta in altrettanti mesi.
🇹🇷 Whatever it takes
Dietro la scelta della banca centrale ci sono le pressioni di Erdogan, che sta conducendo una vera e propria battaglia contro gli alti tassi di interesse considerati “un flagello". Il diktat imposto è quello di una politica monetaria espansiva, da mantenere a tutti i costi, per incentivare investimenti, esportazioni e mettere il turbo alla crescita in vista delle elezioni del 2023.
Per far adottare questa strategia economica non convenzionale, Erdogan ha licenziato sei alti funzionari “dissidenti” della banca centrale e tre dei suoi governatori negli ultimi due anni, mettendo a capo un suo uomo di fiducia.
🗳 Una scelta che paga?
Guardando solo a PIL ed esportazioni, la strategia di Erdogan sembrerebbe avere successo. La svalutazione ha reso i prodotti turchi più competitivi all’estero, con le esportazioni che potrebbero superare i 200 miliardi di dollari annui per la prima volta in assoluto. E la crescita economica per il 2021 è inferiore solo all’India tra i paesi G20: +9%.
Ma le disuguaglianze toccano i massimi dell’ultima decade, i prezzi di case e alimenti sono alle stelle e la fiducia dei consumatori è ai minimi di sempre. A rimetterci sono soprattutto i ceti più poveri, tradizionalmente vicini a Erdogan, ma ora schiacciati da debiti in valuta estera apprezzata rispetto alla lira: così nei sondaggi cala il sostegno per il presidente.
Basteranno per la rielezione le promesse di più crescita se il potere di acquisto continuerà a crollare?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ue-Russia, Draghi chiama Putin. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ue-russia-draghi-chiama-putin-32433
📉 Economia fai da te
Nuovo minimo storico per la lira turca. Da inizio anno la valuta ha perso il 32% del suo valore, di cui il 12% solo nell’ultima settimana: la peggiore performance a livello globale. Questa svalutazione non è certo indolore, dato che aumenta i prezzi delle importazioni e quindi l’inflazione, ai massimi degli ultimi tre anni e pari a quattro volte l'obiettivo ufficiale della banca centrale.
Generalmente, le banche centrali aumentano i tassi di interesse quando l'inflazione è alta per raffreddare la domanda. E così stanno facendo quasi tutte le economie emergenti. Non la Turchia, dove giovedì la banca centrale ha tagliato i tassi di interesse per la terza volta in altrettanti mesi.
🇹🇷 Whatever it takes
Dietro la scelta della banca centrale ci sono le pressioni di Erdogan, che sta conducendo una vera e propria battaglia contro gli alti tassi di interesse considerati “un flagello". Il diktat imposto è quello di una politica monetaria espansiva, da mantenere a tutti i costi, per incentivare investimenti, esportazioni e mettere il turbo alla crescita in vista delle elezioni del 2023.
Per far adottare questa strategia economica non convenzionale, Erdogan ha licenziato sei alti funzionari “dissidenti” della banca centrale e tre dei suoi governatori negli ultimi due anni, mettendo a capo un suo uomo di fiducia.
🗳 Una scelta che paga?
Guardando solo a PIL ed esportazioni, la strategia di Erdogan sembrerebbe avere successo. La svalutazione ha reso i prodotti turchi più competitivi all’estero, con le esportazioni che potrebbero superare i 200 miliardi di dollari annui per la prima volta in assoluto. E la crescita economica per il 2021 è inferiore solo all’India tra i paesi G20: +9%.
Ma le disuguaglianze toccano i massimi dell’ultima decade, i prezzi di case e alimenti sono alle stelle e la fiducia dei consumatori è ai minimi di sempre. A rimetterci sono soprattutto i ceti più poveri, tradizionalmente vicini a Erdogan, ma ora schiacciati da debiti in valuta estera apprezzata rispetto alla lira: così nei sondaggi cala il sostegno per il presidente.
Basteranno per la rielezione le promesse di più crescita se il potere di acquisto continuerà a crollare?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ue-Russia, Draghi chiama Putin. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ue-russia-draghi-chiama-putin-32433
🌍 ETIOPIA: IL NOBEL PER LA PACE VA ALLA GUERRA?
🇪🇹 Abbandonate la nave
Oggi l’Onu ha iniziato a evacuare le famiglie del personale internazionale dall’Etiopia. È solo l’ultima notizia di un “ritiro internazionale” dal paese. A Regno Unito e Usa, negli ultimi giorni si sono aggiunte Italia, Germania e Francia: tutti i governi consigliano ai propri cittadini di lasciare il paese, in una situazione che sembra poter precipitare.
Insomma, è l’ennesima recrudescenza del conflitto tra governo etiope e ribelli tigrini. A poco sono servite le esortazioni per il cessate il fuoco: entrambi i fronti sono convinti di poter sconfiggere l’avversario sul campo di battaglia e non sono disposti a negoziare.
⚔️ À la guerre!
Non intende negoziare neppure Abiy Ahmed, il primo ministro etiope che due anni fa ha ricevuto il Nobel per la Pace, e che di recente si è addirittura recato al fronte. Seguono la sua linea anche gli atleti olimpionici Haile Gebrselassie e Feyisa Lilesa. Quest’ultimo, che sul podio di Rio aveva esibito i polsi incrociati sopra la testa in solidarietà con il popolo Oromo, oggi si dichiara pronto a combattere in prima linea per difendere il paese dal Fronte ribelle.
Senza un cessate il fuoco i rischi per i civili sono altissimi: nelle regioni in cui si combatte oltre alle quasi 11.000 vittime delle ostilità, sono 3 milioni gli sfollati nel Tigray e 8 milioni le persone che necessitano di aiuti. Mancano cibo, acqua per i campi, scuole per 2,7 milioni di bambini e soprattutto l'80% dei farmaci essenziali.
🕊 Promesse infrante
Tra il 1999 e il 2019, il PIL del paese è cresciuto a un tasso del 9,3% annuo: ritmi “cinesi”. L'Etiopia sembrava l’unico paese africano in grado di avvicinarsi a una crescita a due cifre, e l’arrivo del premier Abiy Ahmed nel 2018 sembrava poter trasformare il paese in un caso esemplare di stabilizzazione politica e transizione verso la democrazia in Africa.
Adesso si guarda all’Etiopia crescente apprensione, in un contesto in cui l’aumento dell’instabilità potrebbe minare anche gli sforzi antiterrorismo fatti nella vicina Somalia. L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, dopo una missione per favorire una soluzione diplomatica tra le parti, si è detto preoccupato dall’escalation militare in corso. Il premio Nobel Abiy ieri ha ceduto i poteri al suo vice per guidare l'offensiva: sarà vera guerra?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, abbiamo un semaforo. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/germania-abbiamo-un-semaforo-32441
🇪🇹 Abbandonate la nave
Oggi l’Onu ha iniziato a evacuare le famiglie del personale internazionale dall’Etiopia. È solo l’ultima notizia di un “ritiro internazionale” dal paese. A Regno Unito e Usa, negli ultimi giorni si sono aggiunte Italia, Germania e Francia: tutti i governi consigliano ai propri cittadini di lasciare il paese, in una situazione che sembra poter precipitare.
Insomma, è l’ennesima recrudescenza del conflitto tra governo etiope e ribelli tigrini. A poco sono servite le esortazioni per il cessate il fuoco: entrambi i fronti sono convinti di poter sconfiggere l’avversario sul campo di battaglia e non sono disposti a negoziare.
⚔️ À la guerre!
Non intende negoziare neppure Abiy Ahmed, il primo ministro etiope che due anni fa ha ricevuto il Nobel per la Pace, e che di recente si è addirittura recato al fronte. Seguono la sua linea anche gli atleti olimpionici Haile Gebrselassie e Feyisa Lilesa. Quest’ultimo, che sul podio di Rio aveva esibito i polsi incrociati sopra la testa in solidarietà con il popolo Oromo, oggi si dichiara pronto a combattere in prima linea per difendere il paese dal Fronte ribelle.
Senza un cessate il fuoco i rischi per i civili sono altissimi: nelle regioni in cui si combatte oltre alle quasi 11.000 vittime delle ostilità, sono 3 milioni gli sfollati nel Tigray e 8 milioni le persone che necessitano di aiuti. Mancano cibo, acqua per i campi, scuole per 2,7 milioni di bambini e soprattutto l'80% dei farmaci essenziali.
🕊 Promesse infrante
Tra il 1999 e il 2019, il PIL del paese è cresciuto a un tasso del 9,3% annuo: ritmi “cinesi”. L'Etiopia sembrava l’unico paese africano in grado di avvicinarsi a una crescita a due cifre, e l’arrivo del premier Abiy Ahmed nel 2018 sembrava poter trasformare il paese in un caso esemplare di stabilizzazione politica e transizione verso la democrazia in Africa.
Adesso si guarda all’Etiopia crescente apprensione, in un contesto in cui l’aumento dell’instabilità potrebbe minare anche gli sforzi antiterrorismo fatti nella vicina Somalia. L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, dopo una missione per favorire una soluzione diplomatica tra le parti, si è detto preoccupato dall’escalation militare in corso. Il premio Nobel Abiy ieri ha ceduto i poteri al suo vice per guidare l'offensiva: sarà vera guerra?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, abbiamo un semaforo. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/germania-abbiamo-un-semaforo-32441
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🌍 MIGRANTI: TRAGEDIA NELLA MANICA
⛔️ Benvenuti al Nord
È di ieri il più grave naufragio di migranti mai registrato nella Manica. Almeno 31 persone sono morte mentre cercavano di raggiungere il Regno Unito a bordo di una imbarcazione che il ministro degli interni francese ha paragonato a una “piscina gonfiabile”. Una tragedia che, a giudicare dai numeri, rischia di ripetersi.
Sono più di 25mila i migranti che quest’anno hanno attraversato lo stretto di Dover: dieci volte i numeri del 2019. Neanche freddo e acque agitate sembrano scoraggiare le partenze, che a novembre hanno registrato il record di sempre. Così tra Parigi e Londra prevalgono le accuse reciproche, più che la collaborazione.
🇫🇷 J’accuse
Solo a luglio Francia e UK avevano raggiunto un nuovo accordo per fermare l’immigrazione irregolare attraverso la Manica. Parigi si era impegnata a intercettare i migranti prima che raggiungessero le acque britanniche, mentre Londra avrebbe fornito 62 milioni di euro per potenziare la sorveglianza francese.
Secondo il governo francese i fondi promessi (comunque poca cosa) non sono ancora arrivati, e la crisi è “esagerata” volontariamente da Londra: per confronto, negli ultimi 12 mesi gli sbarchi in Italia sono stati 65mila e i morti in mare 1.300. A sua volta, Downing Street accusa l’Eliseo di usare i migranti come un’arma per destabilizzare la Gran Bretagna: un paragone indiretto con ciò che sta facendo la Bielorussia che non aiuta certo a far rientrare la crisi.
⚔️ Il Canale della discordia
Sullo sfondo della tragedia ci sono le forti tensioni degli ultimi mesi tra Londra e Parigi. Esacerbate dalla firma dell’AUKUS, con cui Londra si è sostituita a Parigi nella fornitura di sottomarini nucleari all’Australia, facendo saltare il contratto francese da 56 miliardi di dollari.
Altrettanto divisiva, nonostante la sua irrilevanza dal punto di vista economico, è la questione per le licenze di pesca in acque britanniche post-Brexit. Di fronte alla mancata concessione di tali licenze a circa 200 pescatori francesi (il 40% di quanti ne avevano fatta richiesta), Parigi minaccia sanzioni.
Intanto l’Ue e i due governi cercano una soluzione negoziale. Siamo davanti a un'altra crisi combattuta sulla pelle dei migranti?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Roma, Parigi e l’Europa che verrà. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/roma-parigi-e-leuropa-che-verra-32450
⛔️ Benvenuti al Nord
È di ieri il più grave naufragio di migranti mai registrato nella Manica. Almeno 31 persone sono morte mentre cercavano di raggiungere il Regno Unito a bordo di una imbarcazione che il ministro degli interni francese ha paragonato a una “piscina gonfiabile”. Una tragedia che, a giudicare dai numeri, rischia di ripetersi.
Sono più di 25mila i migranti che quest’anno hanno attraversato lo stretto di Dover: dieci volte i numeri del 2019. Neanche freddo e acque agitate sembrano scoraggiare le partenze, che a novembre hanno registrato il record di sempre. Così tra Parigi e Londra prevalgono le accuse reciproche, più che la collaborazione.
🇫🇷 J’accuse
Solo a luglio Francia e UK avevano raggiunto un nuovo accordo per fermare l’immigrazione irregolare attraverso la Manica. Parigi si era impegnata a intercettare i migranti prima che raggiungessero le acque britanniche, mentre Londra avrebbe fornito 62 milioni di euro per potenziare la sorveglianza francese.
Secondo il governo francese i fondi promessi (comunque poca cosa) non sono ancora arrivati, e la crisi è “esagerata” volontariamente da Londra: per confronto, negli ultimi 12 mesi gli sbarchi in Italia sono stati 65mila e i morti in mare 1.300. A sua volta, Downing Street accusa l’Eliseo di usare i migranti come un’arma per destabilizzare la Gran Bretagna: un paragone indiretto con ciò che sta facendo la Bielorussia che non aiuta certo a far rientrare la crisi.
⚔️ Il Canale della discordia
Sullo sfondo della tragedia ci sono le forti tensioni degli ultimi mesi tra Londra e Parigi. Esacerbate dalla firma dell’AUKUS, con cui Londra si è sostituita a Parigi nella fornitura di sottomarini nucleari all’Australia, facendo saltare il contratto francese da 56 miliardi di dollari.
Altrettanto divisiva, nonostante la sua irrilevanza dal punto di vista economico, è la questione per le licenze di pesca in acque britanniche post-Brexit. Di fronte alla mancata concessione di tali licenze a circa 200 pescatori francesi (il 40% di quanti ne avevano fatta richiesta), Parigi minaccia sanzioni.
Intanto l’Ue e i due governi cercano una soluzione negoziale. Siamo davanti a un'altra crisi combattuta sulla pelle dei migranti?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Roma, Parigi e l’Europa che verrà. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/roma-parigi-e-leuropa-che-verra-32450
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🌍 COVID: LA NUOVA VARIANTE AFFONDA I MERCATI
🦠 B.1.1.529
È il codice assegnato alla variante di nuovo coronavirus che sta mettendo in allerta la comunità internazionale. Sequenziata in Botswana e poi in gran parte dell’Africa meridionale, preoccupa per la quantità di nuove mutazioni: 50, mai così tante in una volta sola. In sole due settimane, già tre quarti dei casi in Sudafrica sono attribuibili a B.1.1.529.
Gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità si riuniscono oggi per decidere se la nuova variante sia “di interesse” o (peggio) “di preoccupazione”, ma mettono già in guardia: per capirlo occorreranno settimane. Quel che è certo è che per i mercati le preoccupazioni sono già qui.
📉 “Scariant”
Che l’incertezza non piaccia ai mercati non è una novità, e gli investitori (che ogni volta che emerge una nuova variante la chiamano ironicamente “scariant”, ovvero “variante spaventosa”) hanno già tirato il freno a mano. Oggi gli indici di borsa segnano cali dal –1,9% di New York al –3,9% di Parigi.
E a calare è stato anche il petrolio (-5%). Cattivo segnale, perché indica timori diffusi di un rallentamento dell’economia mondiale. Segnale forse non così cattivo per le banche centrali: la frenata del petrolio potrebbe mettere un tetto anche sull’inflazione, allentando le pressioni sulle autorità monetarie perché rialzino i tassi.
Ma se il prezzo da pagare per minore inflazione si misura in punti di Pil, non è detto che il gioco valga la candela.
⛔️ Colpo di coda... o di grazia?
È bastato il fantasma di una nuova variante per far crollare la fiducia dei mercati. Indice della fragilità della ripresa economica in corso, ma anche di quanto la pandemia ancora impatti sulle nostre vite.
E così tornano le restrizioni sui viaggi internazionali. In Europa, Uk e Francia hanno già sospeso i voli provenienti da Sudafrica e paesi limitrofi, mentre la Commissione europea propone di estendere il blocco all’Europa intera. Azioni comprensibili, dato che alcune regioni europee sono già ai ferri corti, ma che potrebbero rivelarsi inutili se B.1.1.159 fosse già “qui” (proprio oggi è emerso il primo caso europeo, in Belgio).
Adesso il punto da sciogliere è uno: lo spavento sarà solo temporaneo, o dobbiamo prepararci a un inverno difficile?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Sudan grida al tradimento. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-sudan-grida-al-tradimento-32466
Ascolta la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: “L’asse Draghi-Macron", qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-lasse-draghi-macron-32461
🦠 B.1.1.529
È il codice assegnato alla variante di nuovo coronavirus che sta mettendo in allerta la comunità internazionale. Sequenziata in Botswana e poi in gran parte dell’Africa meridionale, preoccupa per la quantità di nuove mutazioni: 50, mai così tante in una volta sola. In sole due settimane, già tre quarti dei casi in Sudafrica sono attribuibili a B.1.1.529.
Gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità si riuniscono oggi per decidere se la nuova variante sia “di interesse” o (peggio) “di preoccupazione”, ma mettono già in guardia: per capirlo occorreranno settimane. Quel che è certo è che per i mercati le preoccupazioni sono già qui.
📉 “Scariant”
Che l’incertezza non piaccia ai mercati non è una novità, e gli investitori (che ogni volta che emerge una nuova variante la chiamano ironicamente “scariant”, ovvero “variante spaventosa”) hanno già tirato il freno a mano. Oggi gli indici di borsa segnano cali dal –1,9% di New York al –3,9% di Parigi.
E a calare è stato anche il petrolio (-5%). Cattivo segnale, perché indica timori diffusi di un rallentamento dell’economia mondiale. Segnale forse non così cattivo per le banche centrali: la frenata del petrolio potrebbe mettere un tetto anche sull’inflazione, allentando le pressioni sulle autorità monetarie perché rialzino i tassi.
Ma se il prezzo da pagare per minore inflazione si misura in punti di Pil, non è detto che il gioco valga la candela.
⛔️ Colpo di coda... o di grazia?
È bastato il fantasma di una nuova variante per far crollare la fiducia dei mercati. Indice della fragilità della ripresa economica in corso, ma anche di quanto la pandemia ancora impatti sulle nostre vite.
E così tornano le restrizioni sui viaggi internazionali. In Europa, Uk e Francia hanno già sospeso i voli provenienti da Sudafrica e paesi limitrofi, mentre la Commissione europea propone di estendere il blocco all’Europa intera. Azioni comprensibili, dato che alcune regioni europee sono già ai ferri corti, ma che potrebbero rivelarsi inutili se B.1.1.159 fosse già “qui” (proprio oggi è emerso il primo caso europeo, in Belgio).
Adesso il punto da sciogliere è uno: lo spavento sarà solo temporaneo, o dobbiamo prepararci a un inverno difficile?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Sudan grida al tradimento. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-sudan-grida-al-tradimento-32466
Ascolta la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: “L’asse Draghi-Macron", qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-lasse-draghi-macron-32461
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🌍 NUCLEARE IRANIANO: TUTTO DA RIFARE?
🤝 Round 7 o round 1?
Dopo cinque mesi di pausa, sono ripresi oggi a Vienna i negoziati sull'accordo nucleare iraniano.
Cinque mesi in cui l’Iran è passato dalla presidenza moderata di Rouhani a quella del conservatore Raisi. E così il round di questi giorni potrebbe sancire un sostanziale reset nelle trattative, disattendendo le speranze americane ed europee di riprendere i colloqui da dove si erano interrotti.
La nuova squadra di negoziatori iraniani ha infatti alzato l’asticella delle richieste: non solo l'immediata revoca di tutte le sanzioni, ma anche la garanzia che nessun futuro presidente USA abbandonerà di nuovo l'accordo, come fatto da Trump. E, “a supporto” di queste richieste, Teheran ha annunciato nuovi progressi del suo programma nucleare.
☢️ With a little help of my friend
Nel giro di un mese, l’Iran potrebbe aver accumulato abbastanza uranio arricchito per costruire la sua prima bomba atomica. E neanche la crisi economica peggiore dagli anni Cinquanta sembra intaccare la tabella di marcia.
Certo, i 50 miliardi di dollari (circa 1/4 del PIL del paese) che l’Iran incamererebbe ogni anno dalla rimozione delle sanzioni sull’export di petrolio fanno gola a Teheran. Da anni, tuttavia, Teheran trova una sponda nella Cina. Che importando sempre più greggio dall’Iran, ne sta lentamente riportando la produzione ai livelli pre-sanzioni, “spuntando” un’arma negoziale fondamentale per Washington.
🇺🇸 Accordo USA e getta?
Come se non bastasse, gli Stati Uniti devono stringere i tempi: i progressi sul nucleare iraniano saranno presto così avanzati da non poter essere invertiti da un nuovo accordo. Restano quindi sul tavolo tutte le opzioni, dalla interruzione delle trattive alla rimozione delle sanzioni.
Complici anche i rapporti freddi con Pechino e Mosca, gli USA, nonostante il sostegno degli alleati UE, sono più soli nelle trattative con l’Iran rispetto al 2015. Trattative che si preannunciano lunghe e difficili.
Dopo l'Afghanistan, la sensazione è che Biden abbia molto da perdere e poco da guadagnare da queste trattative. E dire che la politica estera avrebbe dovuto essere il "cornerstone" della nuova presidenza...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Omicron, una variante alla volta. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/omicron-una-variante-alla-volta-32491
🤝 Round 7 o round 1?
Dopo cinque mesi di pausa, sono ripresi oggi a Vienna i negoziati sull'accordo nucleare iraniano.
Cinque mesi in cui l’Iran è passato dalla presidenza moderata di Rouhani a quella del conservatore Raisi. E così il round di questi giorni potrebbe sancire un sostanziale reset nelle trattative, disattendendo le speranze americane ed europee di riprendere i colloqui da dove si erano interrotti.
La nuova squadra di negoziatori iraniani ha infatti alzato l’asticella delle richieste: non solo l'immediata revoca di tutte le sanzioni, ma anche la garanzia che nessun futuro presidente USA abbandonerà di nuovo l'accordo, come fatto da Trump. E, “a supporto” di queste richieste, Teheran ha annunciato nuovi progressi del suo programma nucleare.
☢️ With a little help of my friend
Nel giro di un mese, l’Iran potrebbe aver accumulato abbastanza uranio arricchito per costruire la sua prima bomba atomica. E neanche la crisi economica peggiore dagli anni Cinquanta sembra intaccare la tabella di marcia.
Certo, i 50 miliardi di dollari (circa 1/4 del PIL del paese) che l’Iran incamererebbe ogni anno dalla rimozione delle sanzioni sull’export di petrolio fanno gola a Teheran. Da anni, tuttavia, Teheran trova una sponda nella Cina. Che importando sempre più greggio dall’Iran, ne sta lentamente riportando la produzione ai livelli pre-sanzioni, “spuntando” un’arma negoziale fondamentale per Washington.
🇺🇸 Accordo USA e getta?
Come se non bastasse, gli Stati Uniti devono stringere i tempi: i progressi sul nucleare iraniano saranno presto così avanzati da non poter essere invertiti da un nuovo accordo. Restano quindi sul tavolo tutte le opzioni, dalla interruzione delle trattive alla rimozione delle sanzioni.
Complici anche i rapporti freddi con Pechino e Mosca, gli USA, nonostante il sostegno degli alleati UE, sono più soli nelle trattative con l’Iran rispetto al 2015. Trattative che si preannunciano lunghe e difficili.
Dopo l'Afghanistan, la sensazione è che Biden abbia molto da perdere e poco da guadagnare da queste trattative. E dire che la politica estera avrebbe dovuto essere il "cornerstone" della nuova presidenza...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Omicron, una variante alla volta. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/omicron-una-variante-alla-volta-32491
🌍 FRANCIA: ZEMMOUR À LA GUERRE
🗳 J’ai un message pour vous
“Non è più tempo di riformare la Francia, ma di salvarla”. Così, con un discorso intriso di orgoglio nazionalista, Zemmour si candida alle presidenziali francesi di aprile. Il neo-candidato rievoca la Francia d’antan, quella di Napoleone e de Gaulle, una Francia che lui si propone di “salvare”: dal declino, dalle élite, dall’Islam, dagli immigrati.
Ma il suo cammino verso l’Eliseo non sarà semplice: se i sondaggi lo davano in forte ascesa fino a un mese fa, una serie di gaffe gli sta costando in termini di sostegno popolare, mentre i finanziatori si sfilano uno dopo l’altro.
🏃Sorpassi a destra
A giudicare dai sondaggi, a ottobre Zemmour era arrivato a insidiare Marine Le Pen, la leader del Rassemblement National e “candidata naturale” della destra francese: i due erano appaiati al 15%. Un semi-disastro per Le Pen, che vedeva i consensi crollare da quel 27% di giugno che le avrebbe permesso di superare persino Macron.
Almeno al primo turno. Perché, anche senza Zemmour, per Le Pen le cose non sarebbero state facili. Tanto che è già “assediata” dai suoi (suo padre Jean-Marie incluso), convinti che anche questa volta arriverebbe al ballottaggio per poi perdere.
Quanti voti potrebbe “costare” Zemmour a Le Pen? È presto per dirlo. Resta che, come ha affermato Le Pen stessa, il neo-candidato la fa “sembrare moderata”.
🇫🇷 Una nazione “en marche”
A virare più a destra, invece, sono le politiche di Macron. Non che non ce ne fossero già le avvisaglie: dal sostegno ad Haftar in Libia alla mano dura sui migranti in Europa. Ma la linea si rafforza, come dimostrano i continui respingimenti alla frontiera italo-francese e lo scontro con Londra non solo sui migranti, ma anche su diritti di pesca che valgono poco più di 40 milioni di euro l’anno...
Nei prossimi mesi Macron avrà davanti a sé un campo minato: ribadire la linea europeista (appena tracciata anche con il Trattato del Quirinale) senza apparire “molle” in patria. Una prima prova arriverà a inizio 2022, quando al summit per la Difesa (voluto proprio da Macron) si capirà se l’“autonomia strategica” a cui Parigi ambisce sia per l’Ue o per sé stessa.
Fino ad allora, c’è da scommettere che in Francia i riflettori resteranno puntati sulla corsa a destra.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La crisi alle Salomone e l’ombra della Cina. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-crisi-alle-salomone-e-lombra-della-cina-32506
🗳 J’ai un message pour vous
“Non è più tempo di riformare la Francia, ma di salvarla”. Così, con un discorso intriso di orgoglio nazionalista, Zemmour si candida alle presidenziali francesi di aprile. Il neo-candidato rievoca la Francia d’antan, quella di Napoleone e de Gaulle, una Francia che lui si propone di “salvare”: dal declino, dalle élite, dall’Islam, dagli immigrati.
Ma il suo cammino verso l’Eliseo non sarà semplice: se i sondaggi lo davano in forte ascesa fino a un mese fa, una serie di gaffe gli sta costando in termini di sostegno popolare, mentre i finanziatori si sfilano uno dopo l’altro.
🏃Sorpassi a destra
A giudicare dai sondaggi, a ottobre Zemmour era arrivato a insidiare Marine Le Pen, la leader del Rassemblement National e “candidata naturale” della destra francese: i due erano appaiati al 15%. Un semi-disastro per Le Pen, che vedeva i consensi crollare da quel 27% di giugno che le avrebbe permesso di superare persino Macron.
Almeno al primo turno. Perché, anche senza Zemmour, per Le Pen le cose non sarebbero state facili. Tanto che è già “assediata” dai suoi (suo padre Jean-Marie incluso), convinti che anche questa volta arriverebbe al ballottaggio per poi perdere.
Quanti voti potrebbe “costare” Zemmour a Le Pen? È presto per dirlo. Resta che, come ha affermato Le Pen stessa, il neo-candidato la fa “sembrare moderata”.
🇫🇷 Una nazione “en marche”
A virare più a destra, invece, sono le politiche di Macron. Non che non ce ne fossero già le avvisaglie: dal sostegno ad Haftar in Libia alla mano dura sui migranti in Europa. Ma la linea si rafforza, come dimostrano i continui respingimenti alla frontiera italo-francese e lo scontro con Londra non solo sui migranti, ma anche su diritti di pesca che valgono poco più di 40 milioni di euro l’anno...
Nei prossimi mesi Macron avrà davanti a sé un campo minato: ribadire la linea europeista (appena tracciata anche con il Trattato del Quirinale) senza apparire “molle” in patria. Una prima prova arriverà a inizio 2022, quando al summit per la Difesa (voluto proprio da Macron) si capirà se l’“autonomia strategica” a cui Parigi ambisce sia per l’Ue o per sé stessa.
Fino ad allora, c’è da scommettere che in Francia i riflettori resteranno puntati sulla corsa a destra.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La crisi alle Salomone e l’ombra della Cina. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-crisi-alle-salomone-e-lombra-della-cina-32506
🌏 UNA BELT AND ROAD IN SALSA EUROPEA?
💶 La strada europea
Fino a 300 miliardi di euro di investimenti da qui al 2027. Questo l’ammontare a disposizione del Global Gateway: la strategia europea presentata oggi dalla Commissione, che punta a finanziare infrastrutture, reti e impianti di nuova generazione e sostenibili nei paesi in via di sviluppo.
Istituzioni comunitarie, fondi europei e Stati Membri garantiranno insieme il budget della strategia, seguendo la prassi consolidata (ma non sempre con successo) di incentivare investimenti privati utilizzando soldi pubblici. E di fondi privati ne serviranno non pochi per poter competere con le migliaia di miliardi di dollari in investimenti previsti dalla Belt and Road cinese, rispetto al quale il Global Gateway vorrebbe proporsi come alternativa.
🤝 Legami, non dipendenze
Pechino ha un chiaro vantaggio da first mover: la sua strategia di investimenti globali è attiva da quasi otto anni e ha finanziato più di 13mila progetti in 165 paesi. Invece il Global Gateway non include nemmeno una lista di progetti da intraprendere immediatamente e, allo stato attuale, sembra una mera lettera di intenti.
Consapevole di questo svantaggio, Bruxelles ha fondato i punti di forza della sua strategia sulle debolezze di quella cinese. La Belt and Road viene accusata di finanziare impianti fossili, senza rispettare gli standard internazionali e (soprattutto) mettendo i debitori a rischio di insolvenza? Allora il Global Gateway pone l’accento sulla sostenibilità ambientale ed economica. Per usare le parole di Ursula von der Leyen, l’obiettivo è creare “legami, non dipendenze”.
🇨🇳 La fine dell’innocenza
Il Global Gateway è solo l’ultimo tassello di una svolta in corso nella politica estera europea, specie nei confronti della Cina, verso una maggiore assertività. Oggi Bruxelles sembra aver preso atto che il mondo è cambiato, e che lo scenario internazionale obbliga chi vuol essere “grande” a offrire una propria alternativa.
Prova ne sia, oltre al Global Gateway, l’imminente strumento Ue che renderà più difficile vincere appalti internazionali alle aziende con sede in paesi che non aprono a loro volta il settore ad aziende europee.
L’unico problema, a questo punto, è capire come fare il passo successivo: quello di presentarsi alla sfida globale con armi che non siano spuntate.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: MED2021, il Mediterraneo si incontra a Roma. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/med-2021-il-mediterraneo-si-incontra-roma-32512
Registrati a MED2021 e partecipa ai dialoghi in diretta dal 2 al 4 dicembre: join.med.ispionline.it
💶 La strada europea
Fino a 300 miliardi di euro di investimenti da qui al 2027. Questo l’ammontare a disposizione del Global Gateway: la strategia europea presentata oggi dalla Commissione, che punta a finanziare infrastrutture, reti e impianti di nuova generazione e sostenibili nei paesi in via di sviluppo.
Istituzioni comunitarie, fondi europei e Stati Membri garantiranno insieme il budget della strategia, seguendo la prassi consolidata (ma non sempre con successo) di incentivare investimenti privati utilizzando soldi pubblici. E di fondi privati ne serviranno non pochi per poter competere con le migliaia di miliardi di dollari in investimenti previsti dalla Belt and Road cinese, rispetto al quale il Global Gateway vorrebbe proporsi come alternativa.
🤝 Legami, non dipendenze
Pechino ha un chiaro vantaggio da first mover: la sua strategia di investimenti globali è attiva da quasi otto anni e ha finanziato più di 13mila progetti in 165 paesi. Invece il Global Gateway non include nemmeno una lista di progetti da intraprendere immediatamente e, allo stato attuale, sembra una mera lettera di intenti.
Consapevole di questo svantaggio, Bruxelles ha fondato i punti di forza della sua strategia sulle debolezze di quella cinese. La Belt and Road viene accusata di finanziare impianti fossili, senza rispettare gli standard internazionali e (soprattutto) mettendo i debitori a rischio di insolvenza? Allora il Global Gateway pone l’accento sulla sostenibilità ambientale ed economica. Per usare le parole di Ursula von der Leyen, l’obiettivo è creare “legami, non dipendenze”.
🇨🇳 La fine dell’innocenza
Il Global Gateway è solo l’ultimo tassello di una svolta in corso nella politica estera europea, specie nei confronti della Cina, verso una maggiore assertività. Oggi Bruxelles sembra aver preso atto che il mondo è cambiato, e che lo scenario internazionale obbliga chi vuol essere “grande” a offrire una propria alternativa.
Prova ne sia, oltre al Global Gateway, l’imminente strumento Ue che renderà più difficile vincere appalti internazionali alle aziende con sede in paesi che non aprono a loro volta il settore ad aziende europee.
L’unico problema, a questo punto, è capire come fare il passo successivo: quello di presentarsi alla sfida globale con armi che non siano spuntate.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: MED2021, il Mediterraneo si incontra a Roma. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/med-2021-il-mediterraneo-si-incontra-roma-32512
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