🌍 ETIOPIA: ATTACCO ALLA CAPITALE?
⚔️ “Armatevi per l’Etiopia”
La crisi in Etiopia si aggrava di ora in ora. Da alcuni giorni i ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf) sembrerebbero alle porte di Addis Abeba. Una situazione tanto preoccupante che il premier Ahmed ha fatto appello alla popolazione della capitale perché si armi per difenderla.
Intanto, proprio oggi il Tplf ha formato un’alleanza con altri otto gruppi armati che si oppongono al governo centrale, tra i quali l’Esercito di liberazione Oromo, che proprio in queste ore sembra stare accogliendo centinaia di disertori dall’esercito etiope ufficiale. Ahmed e il governo civile hanno le ore contate?
🚨 Stato d’emergenza
A un anno esatto dall’inizio delle ostilità in Etiopia, il primo ministro ha dichiarato lo stato d’emergenza che gli conferisce poteri draconiani. Eppure, il conflitto sembrava potersi concludere con un intervento “lampo”, tanto che Ahmed aveva definito concluse le operazioni militari dopo appena 25 giorni.
Invece la guerra è proseguita e, anzi, si è allargata, con la riorganizzazione della resistenza dei ribelli tigrini e il brutale intervento dell’Eritrea, che ha cercato di schiacciare nel sangue la ribellione. Ad oggi si contano almeno 9.000 morti, quasi 3 milioni di sfollati e almeno 400.000 persone nella fame estrema. E pensare che Ahmed avrebbe voluto trasformare l'Etiopia in un caso esemplare di stabilizzazione politica e transizione verso la democrazia in Africa.
🇪🇹 Dilemmi et(n)ici
Dopo aver chiamato alle armi la propria popolazione, Ahmed si è rivolto ai ribelli: “Vi seppelliremo con il nostro sangue”. Non proprio quello che ci si sarebbe aspettati dal premio Nobel per la Pace 2019, tanto che Facebook ha cancellato il suo post per contenuti violenti. Come se non bastasse, ormai da mesi, vengono denunciati crimini di guerra delle forze governative etiopi ed eritree, tra loro alleate.
Ma anche i ribelli tigrini, secondo un recente rapporto Onu, avrebbero commesso gravi violazioni del diritto di guerra e crimini contro l’umanità. Non ultimo il massacro di 120 civili in un villaggio dell’Amhara lo scorso settembre.
Se anche il governo etiope dovesse cadere, cesseranno le violenze?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: COP26, la piazza contro il bla, bla, bla. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cop26-piazza-contro-il-bla-bla-bla-32266
⚔️ “Armatevi per l’Etiopia”
La crisi in Etiopia si aggrava di ora in ora. Da alcuni giorni i ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf) sembrerebbero alle porte di Addis Abeba. Una situazione tanto preoccupante che il premier Ahmed ha fatto appello alla popolazione della capitale perché si armi per difenderla.
Intanto, proprio oggi il Tplf ha formato un’alleanza con altri otto gruppi armati che si oppongono al governo centrale, tra i quali l’Esercito di liberazione Oromo, che proprio in queste ore sembra stare accogliendo centinaia di disertori dall’esercito etiope ufficiale. Ahmed e il governo civile hanno le ore contate?
🚨 Stato d’emergenza
A un anno esatto dall’inizio delle ostilità in Etiopia, il primo ministro ha dichiarato lo stato d’emergenza che gli conferisce poteri draconiani. Eppure, il conflitto sembrava potersi concludere con un intervento “lampo”, tanto che Ahmed aveva definito concluse le operazioni militari dopo appena 25 giorni.
Invece la guerra è proseguita e, anzi, si è allargata, con la riorganizzazione della resistenza dei ribelli tigrini e il brutale intervento dell’Eritrea, che ha cercato di schiacciare nel sangue la ribellione. Ad oggi si contano almeno 9.000 morti, quasi 3 milioni di sfollati e almeno 400.000 persone nella fame estrema. E pensare che Ahmed avrebbe voluto trasformare l'Etiopia in un caso esemplare di stabilizzazione politica e transizione verso la democrazia in Africa.
🇪🇹 Dilemmi et(n)ici
Dopo aver chiamato alle armi la propria popolazione, Ahmed si è rivolto ai ribelli: “Vi seppelliremo con il nostro sangue”. Non proprio quello che ci si sarebbe aspettati dal premio Nobel per la Pace 2019, tanto che Facebook ha cancellato il suo post per contenuti violenti. Come se non bastasse, ormai da mesi, vengono denunciati crimini di guerra delle forze governative etiopi ed eritree, tra loro alleate.
Ma anche i ribelli tigrini, secondo un recente rapporto Onu, avrebbero commesso gravi violazioni del diritto di guerra e crimini contro l’umanità. Non ultimo il massacro di 120 civili in un villaggio dell’Amhara lo scorso settembre.
Se anche il governo etiope dovesse cadere, cesseranno le violenze?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: COP26, la piazza contro il bla, bla, bla. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cop26-piazza-contro-il-bla-bla-bla-32266
🌏 PLENUM CINA: XI JINPING RISCRIVE PASSATO E FUTURO
🇨🇳 Un plenum di poteri
Primo passo verso il terzo mandato di Xi Jinping. Si è aperto oggi a Pechino il sesto plenum del Comitato Centrale del Partito comunista cinese (Pcc), l'annuale riunione che riunisce i principali 400 funzionari dell'organo direttivo del partito. All’ordine del giorno la risoluzione sui principali risultati e sull’esperienza storica dei 100 anni di storia del partito, che dovrebbe elevare Xi nel pantheon comunista.
Ci si attende infatti un elogio del presidente che getterà le basi ideologiche per legittimare il suo terzo mandato alla guida del Pcc da annunciare l’anno prossimo al ventesimo Congresso del partito. Sarebbe il primo leader cinese a tagliare questo traguardo dai tempi di Mao.
📜 “Chi controlla il passato controlla il futuro”
Si tratta della terza risoluzione di questo tipo dalla nascita del partito. Xi ripercorre così le orme di Mao che nel 1945 usò questo stesso strumento per risolvere i dibattiti ideologici nel paese. Ma anche quelle di Deng, che con la risoluzione del 1981 giustificò il suo programma di riforme economiche di apertura al mercato.
E non si tratta di un caso. Xi vuole riscrivere la storia del partito per identificare un percorso di continuità che vede Mao come l’unificatore della Cina, Deng colui che l'ha resa ricca e lui il leader che l'ha resa forte e la guiderà a diventare prima potenza globale entro il 2049.
🚧 Nessun ostacolo?
Il controllo della storia del paese è tra le principali priorità di Xi. Lo scorso aprile, è stato creato un numero apposito che i cittadini possono contattare per segnalare qualsiasi distorsione della storia del partito. Parallelamente il cosiddetto “Pensiero di Xi Jinping” è stato codificato nello Statuto del Pcc per poi diventare materia di studio per gli studenti dalle elementari all’università.
In virtù di questo controllo capillare, le poche voci dissonanti sono state rapidamente sopite. Non solo tra i politici: solo nell’ultimo anno più di 100 funzionari cinesi di alto livello del mondo della finanza sono stati sostituiti. Sembrano esserci pochi ostacoli ormai tra Xi e il potere a vita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iraq, droni e sospetti. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iraq-droni-e-sospetti-32291
🇨🇳 Un plenum di poteri
Primo passo verso il terzo mandato di Xi Jinping. Si è aperto oggi a Pechino il sesto plenum del Comitato Centrale del Partito comunista cinese (Pcc), l'annuale riunione che riunisce i principali 400 funzionari dell'organo direttivo del partito. All’ordine del giorno la risoluzione sui principali risultati e sull’esperienza storica dei 100 anni di storia del partito, che dovrebbe elevare Xi nel pantheon comunista.
Ci si attende infatti un elogio del presidente che getterà le basi ideologiche per legittimare il suo terzo mandato alla guida del Pcc da annunciare l’anno prossimo al ventesimo Congresso del partito. Sarebbe il primo leader cinese a tagliare questo traguardo dai tempi di Mao.
📜 “Chi controlla il passato controlla il futuro”
Si tratta della terza risoluzione di questo tipo dalla nascita del partito. Xi ripercorre così le orme di Mao che nel 1945 usò questo stesso strumento per risolvere i dibattiti ideologici nel paese. Ma anche quelle di Deng, che con la risoluzione del 1981 giustificò il suo programma di riforme economiche di apertura al mercato.
E non si tratta di un caso. Xi vuole riscrivere la storia del partito per identificare un percorso di continuità che vede Mao come l’unificatore della Cina, Deng colui che l'ha resa ricca e lui il leader che l'ha resa forte e la guiderà a diventare prima potenza globale entro il 2049.
🚧 Nessun ostacolo?
Il controllo della storia del paese è tra le principali priorità di Xi. Lo scorso aprile, è stato creato un numero apposito che i cittadini possono contattare per segnalare qualsiasi distorsione della storia del partito. Parallelamente il cosiddetto “Pensiero di Xi Jinping” è stato codificato nello Statuto del Pcc per poi diventare materia di studio per gli studenti dalle elementari all’università.
In virtù di questo controllo capillare, le poche voci dissonanti sono state rapidamente sopite. Non solo tra i politici: solo nell’ultimo anno più di 100 funzionari cinesi di alto livello del mondo della finanza sono stati sostituiti. Sembrano esserci pochi ostacoli ormai tra Xi e il potere a vita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iraq, droni e sospetti. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iraq-droni-e-sospetti-32291
🌍 QUARTA ONDATA: A DUE VELOCITÀ
📈 Carica virale
Proprio mentre gli Usa riaprono le loro frontiere al mondo, in Europa ricominciano a salire i contagi. Nell'ultima settimana sono stati 175.000 nella sola Germania, i più alti da inizio pandemia, e sono in forte aumento in tutta Europa. Intanto ieri l’Austria ha variato il suo “lockdown dei non vaccinati”, mentre stasera Macron parlerà ai cittadini francesi, forse per annunciare nuove misure restrittive.
Ma il quadro in Europa non è uniforme. Mentre in Romania e Bulgaria da settimane gli ospedali sono al collasso e le terapie intensive sature, in Italia e Spagna la situazione sembra ancora pienamente sotto controllo.
🚨 Allarme “rosso”
Dove si vaccina meno si muore di più. Lo dimostrano Bulgaria e Romania, che hanno vaccinato rispettivamente il 27% e il 40% della propria popolazione, e che oggi ne pagano le conseguenze: paesi in cui abita il 5% dei cittadini europei da luglio a oggi hanno fatto registrare quasi il 40% dei morti Covid di tutta l’Unione.
Anche in Usa si allarga la forbice dei decessi tra le contee che hanno vaccinato molto (in maggioranza democratiche) e quelle più scettiche (e più repubblicane). La Casa Bianca vorrebbe imporre l’obbligo vaccinale ai lavoratori di grandi imprese private, ma il provvedimento è stato bloccato da giudici federali e incontra l’opposizione di molti governatori repubblicani.
💉 Modello italiano?
Così la campagna vaccinale Usa procede a rilento (solo il 57% degli americani è pienamente vaccinato contro il 72% in Italia) e le misure di contenimento tardano ad arrivare. Anzi, lunedì sono stati riaperti i confini ai viaggiatori internazionali vaccinati, ponendo fine a un divieto di oltre 20 mesi. Una strategia “apri e spera” di certo molto lontana da quella adottata da altri paesi, come l’Italia.
Al contrario, il prudente approccio di Roma sembra stare pagando. Tra i grandi paesi europei, l’Italia è quello che ha fatto registrare il minor numero di decessi pro capite da luglio, malgrado la mobilità degli italiani sia vicina ai livelli pre-pandemia. Merito delle vaccinazioni. Ma anche del connubio “mascherina e distanziamento”, che altri paesi europei sembrano avere dismesso troppo presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia-Polonia, sulla pelle dei migranti. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-polonia-sulla-pelle-dei-migranti-32301
📈 Carica virale
Proprio mentre gli Usa riaprono le loro frontiere al mondo, in Europa ricominciano a salire i contagi. Nell'ultima settimana sono stati 175.000 nella sola Germania, i più alti da inizio pandemia, e sono in forte aumento in tutta Europa. Intanto ieri l’Austria ha variato il suo “lockdown dei non vaccinati”, mentre stasera Macron parlerà ai cittadini francesi, forse per annunciare nuove misure restrittive.
Ma il quadro in Europa non è uniforme. Mentre in Romania e Bulgaria da settimane gli ospedali sono al collasso e le terapie intensive sature, in Italia e Spagna la situazione sembra ancora pienamente sotto controllo.
🚨 Allarme “rosso”
Dove si vaccina meno si muore di più. Lo dimostrano Bulgaria e Romania, che hanno vaccinato rispettivamente il 27% e il 40% della propria popolazione, e che oggi ne pagano le conseguenze: paesi in cui abita il 5% dei cittadini europei da luglio a oggi hanno fatto registrare quasi il 40% dei morti Covid di tutta l’Unione.
Anche in Usa si allarga la forbice dei decessi tra le contee che hanno vaccinato molto (in maggioranza democratiche) e quelle più scettiche (e più repubblicane). La Casa Bianca vorrebbe imporre l’obbligo vaccinale ai lavoratori di grandi imprese private, ma il provvedimento è stato bloccato da giudici federali e incontra l’opposizione di molti governatori repubblicani.
💉 Modello italiano?
Così la campagna vaccinale Usa procede a rilento (solo il 57% degli americani è pienamente vaccinato contro il 72% in Italia) e le misure di contenimento tardano ad arrivare. Anzi, lunedì sono stati riaperti i confini ai viaggiatori internazionali vaccinati, ponendo fine a un divieto di oltre 20 mesi. Una strategia “apri e spera” di certo molto lontana da quella adottata da altri paesi, come l’Italia.
Al contrario, il prudente approccio di Roma sembra stare pagando. Tra i grandi paesi europei, l’Italia è quello che ha fatto registrare il minor numero di decessi pro capite da luglio, malgrado la mobilità degli italiani sia vicina ai livelli pre-pandemia. Merito delle vaccinazioni. Ma anche del connubio “mascherina e distanziamento”, che altri paesi europei sembrano avere dismesso troppo presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia-Polonia, sulla pelle dei migranti. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-polonia-sulla-pelle-dei-migranti-32301
🌍 COP26: PIÙ DIVISIONI CHE ACCORDI
🗣 Bla Bla Bla?
Molte promesse, pochi impegni. È quanto emerge dalla prima bozza della dichiarazione finale della Cop26. Per la prima volta si menziona esplicitamente l’impegno ad “accelerare l'eliminazione del carbone e dei sussidi ai combustibili fossili”. Ma senza dettagli o date, siamo lontani da quel “relegheremo il carbone alla storia” promesso dalla presidenza britannica.
Si ribadisce la volontà espressa al G20 di azzerare le emissioni nette di CO2 entro una generica metà secolo. E, per farlo, si propongono riunioni annuali anziché quinquennali nella speranza di arrivare a tagliare del 45% le emissioni globali entro il 2030. Non sarà facile dato che attualmente sono previste in aumento del 14%. Domani una seconda bozza, che viste le divisioni potrebbe essere discussa ad oltranza, oltre la conclusione ufficiale dei negoziati venerdì.
🚗 Carburazione lenta
Il dibattito resta aperto su più fronti. In primis quello dei 100 miliardi per sostenere la transizione energetica dei paesi in via di sviluppo. Nella bozza, le economie avanzate hanno ribadito la propria promessa ma la cifra non sarà raggiunta prima del 2023.
È poi emersa la distanza sull’automotive. Per raggiungere la neutralità climatica, servirebbe cessare la vendita di veicoli a combustione interna entro il 2035 nei principali mercati, e prima del 2040 nel resto del mondo. Centinaia di città, governi subnazionali tra cui la California, aziende come Volvo, Ford, Uber e DHL, hanno sottoscritto questo impegno. Ma mancano le firme più importanti: quelle delle grandi case automobilistiche (Volkswagen, Toyota, Renault) e dei paesi leader del settore (Cina, USA, Germania).
🍂 Cosa resterà di questa COP26?
A seconda di quanto i paesi terranno fede alle promesse fatte prima e durante la COP, il riscaldamento globale aumenterà tra i 2,4 e gli 1,8°C entro il 2100. Insomma, l'obiettivo degli 1,5° è già fallito. Resta da capire di quanto, e da questo dipenderà il numero di persone destinate a essere colpite in modo "potenzialmente fatale" dal cambiamento climatico (1 miliardo in caso di aumento di 2°).
La COP non eliminerà certo questa incertezza, dato il carattere volontario e vago dei piani nazionali di riduzione delle emissioni, che stabiliscono dei target precisi ma non la strategia o gli step per raggiungerli. Saranno sufficienti? Al momento pare di no, ma lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, appuntamento a Parigi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-appuntamento-parigi-32304
Domani alle 19.00 la tavola rotonda ISPI “Etiopia, la pace impossibile”. Registrati qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/etiopia-pace-impossibile
🗣 Bla Bla Bla?
Molte promesse, pochi impegni. È quanto emerge dalla prima bozza della dichiarazione finale della Cop26. Per la prima volta si menziona esplicitamente l’impegno ad “accelerare l'eliminazione del carbone e dei sussidi ai combustibili fossili”. Ma senza dettagli o date, siamo lontani da quel “relegheremo il carbone alla storia” promesso dalla presidenza britannica.
Si ribadisce la volontà espressa al G20 di azzerare le emissioni nette di CO2 entro una generica metà secolo. E, per farlo, si propongono riunioni annuali anziché quinquennali nella speranza di arrivare a tagliare del 45% le emissioni globali entro il 2030. Non sarà facile dato che attualmente sono previste in aumento del 14%. Domani una seconda bozza, che viste le divisioni potrebbe essere discussa ad oltranza, oltre la conclusione ufficiale dei negoziati venerdì.
🚗 Carburazione lenta
Il dibattito resta aperto su più fronti. In primis quello dei 100 miliardi per sostenere la transizione energetica dei paesi in via di sviluppo. Nella bozza, le economie avanzate hanno ribadito la propria promessa ma la cifra non sarà raggiunta prima del 2023.
È poi emersa la distanza sull’automotive. Per raggiungere la neutralità climatica, servirebbe cessare la vendita di veicoli a combustione interna entro il 2035 nei principali mercati, e prima del 2040 nel resto del mondo. Centinaia di città, governi subnazionali tra cui la California, aziende come Volvo, Ford, Uber e DHL, hanno sottoscritto questo impegno. Ma mancano le firme più importanti: quelle delle grandi case automobilistiche (Volkswagen, Toyota, Renault) e dei paesi leader del settore (Cina, USA, Germania).
🍂 Cosa resterà di questa COP26?
A seconda di quanto i paesi terranno fede alle promesse fatte prima e durante la COP, il riscaldamento globale aumenterà tra i 2,4 e gli 1,8°C entro il 2100. Insomma, l'obiettivo degli 1,5° è già fallito. Resta da capire di quanto, e da questo dipenderà il numero di persone destinate a essere colpite in modo "potenzialmente fatale" dal cambiamento climatico (1 miliardo in caso di aumento di 2°).
La COP non eliminerà certo questa incertezza, dato il carattere volontario e vago dei piani nazionali di riduzione delle emissioni, che stabiliscono dei target precisi ma non la strategia o gli step per raggiungerli. Saranno sufficienti? Al momento pare di no, ma lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, appuntamento a Parigi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-appuntamento-parigi-32304
Domani alle 19.00 la tavola rotonda ISPI “Etiopia, la pace impossibile”. Registrati qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/etiopia-pace-impossibile
🌍 BIELORUSSIA-UE: MINACCE IBRIDE?
🇧🇾 Paese di “transito”
“Quello che sta facendo la Bielorussia è terrorismo di stato”: è l’accusa che ieri il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha rivolto a Minsk. A Bruxelles sono d’accordo, tanto che insieme alla Nato parlano di “minacce ibride”. E oggi sulla questione è stato addirittura chiamato a esprimersi il Consiglio di sicurezza dell’Onu.
È lo scoppio della terza guerra mondiale? Non esattamente: si tratta della nuova rotta migratoria aperta per ritorsione dalla Bielorussia, con voli diretti dal Medio Oriente a Minsk, dopo che l’Ue ha imposto nuove sanzioni al paese a giugno.
Intanto, però, oggi il presidente bielorusso Lukashenko ci aggiunge una seconda minaccia: interrompere le forniture di gas russo verso l’Ue. Quello sì, che sarebbe un bel problema.
💶 Chi ci guadagna
La crisi al confine polacco è musica alle orecchie di Mosca, con il Cremlino che da giorni manda messaggi provocatori verso Bruxelles. E cade a pennello anche per il governo di Varsavia, che può finalmente spostare l’attenzione dalle due crisi che lo hanno investito negli ultimi mesi.
La prima è interna, e riguarda la crescita dell’opposizione nei sondaggi e le proteste degli ultimi weekend contro la più repressiva legge sull’aborto d’Europa. La seconda ha a che fare con il braccio di ferro tra Varsavia e Bruxelles su democrazia e stato di diritto, che ha portato al blocco di 36 miliardi di euro di fondi da Next Generation EU. Ecco perché bastano 4.000 migranti “accampati” al confine perché Varsavia dichiari lo stato d’emergenza e chieda aiuto a Bruxelles.
↩️ Inversione a U?
Un aiuto che, paradossalmente, sembra sempre più probabile. Mentre la Commissione europea ha sempre escluso che l’Ue potesse finanziare la costruzione di un muro alla frontiera polacco-bielorussa, ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha aperto a questa possibilità.
D’altronde dietro a Varsavia si intravedono gli interessi di Berlino: difficile che i migranti in arrivo in Polonia restino lì, più facile che attraversino un’altra frontiera in direzione Germania. Adesso, con una crisi energetica a cui si aggiungerebbe quella migratoria, non solo la Germania ma tutta l’Ue potrebbe essere alle strette.
Ma davvero l’Europa, dopo aver aperto al negoziato con Varsavia, cederà anche alle minacce di Minsk?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: USA-Cina, minacce ibride? Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-cina-intesa-sul-clima-32319
🇧🇾 Paese di “transito”
“Quello che sta facendo la Bielorussia è terrorismo di stato”: è l’accusa che ieri il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha rivolto a Minsk. A Bruxelles sono d’accordo, tanto che insieme alla Nato parlano di “minacce ibride”. E oggi sulla questione è stato addirittura chiamato a esprimersi il Consiglio di sicurezza dell’Onu.
È lo scoppio della terza guerra mondiale? Non esattamente: si tratta della nuova rotta migratoria aperta per ritorsione dalla Bielorussia, con voli diretti dal Medio Oriente a Minsk, dopo che l’Ue ha imposto nuove sanzioni al paese a giugno.
Intanto, però, oggi il presidente bielorusso Lukashenko ci aggiunge una seconda minaccia: interrompere le forniture di gas russo verso l’Ue. Quello sì, che sarebbe un bel problema.
💶 Chi ci guadagna
La crisi al confine polacco è musica alle orecchie di Mosca, con il Cremlino che da giorni manda messaggi provocatori verso Bruxelles. E cade a pennello anche per il governo di Varsavia, che può finalmente spostare l’attenzione dalle due crisi che lo hanno investito negli ultimi mesi.
La prima è interna, e riguarda la crescita dell’opposizione nei sondaggi e le proteste degli ultimi weekend contro la più repressiva legge sull’aborto d’Europa. La seconda ha a che fare con il braccio di ferro tra Varsavia e Bruxelles su democrazia e stato di diritto, che ha portato al blocco di 36 miliardi di euro di fondi da Next Generation EU. Ecco perché bastano 4.000 migranti “accampati” al confine perché Varsavia dichiari lo stato d’emergenza e chieda aiuto a Bruxelles.
↩️ Inversione a U?
Un aiuto che, paradossalmente, sembra sempre più probabile. Mentre la Commissione europea ha sempre escluso che l’Ue potesse finanziare la costruzione di un muro alla frontiera polacco-bielorussa, ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha aperto a questa possibilità.
D’altronde dietro a Varsavia si intravedono gli interessi di Berlino: difficile che i migranti in arrivo in Polonia restino lì, più facile che attraversino un’altra frontiera in direzione Germania. Adesso, con una crisi energetica a cui si aggiungerebbe quella migratoria, non solo la Germania ma tutta l’Ue potrebbe essere alle strette.
Ma davvero l’Europa, dopo aver aperto al negoziato con Varsavia, cederà anche alle minacce di Minsk?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: USA-Cina, minacce ibride? Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-cina-intesa-sul-clima-32319
🌍 COP26: LE 3 COSE CHE ABBIAMO IMPARATO
♻️ 1. L’ambizione non paga
"Keeping 1.5°C alive”. Questo il mantra ripetuto dal padrone di casa Boris Johnson. Ovvero: nonostante i continui moniti degli scienziati, un accordo per il contenimento del riscaldamento entro questa soglia non è ipotizzabile, per cui ci si può solo limitare a tenerne viva la speranza.
Infatti potrebbe non esserci alcun accordo sulla creazione di un mercato globale del carbonio, attualmente in alto mare. E neanche sulla definizione di regole condivise per monitorare le promesse di decarbonizzazione degli stati. In entrambe le bozze della dichiarazione finale ad oggi pubblicate, i due paragrafi destinati a questi temi sono stati lasciati in bianco.
💵 2. Verde ma con i tuoi dollari
Secondo l'Onu saranno necessari mille miliardi di dollari all'anno, da qui al 2050, per l'adattamento al cambiamento climatico. Inevitabile che i paesi cerchino di minimizzare i costi della transizione. Come? Annacquando l’ambizione degli accordi.
Vale per Arabia Saudita e Cina che hanno fatto aggiungere in questa seconda bozza due aggettivi che di fatto stravolgono gli accordi, riferendosi all’abbandono dell’energia a carbone solo se “non abbattuta”, e dei sussidi ai combustibili fossili quando “inefficienti”. Ma anche per Germania e Italia, "colpevoli” della mancata firma al bando dei motori a combustione interna entro il 2035 per proteggere le proprie industrie di componentistica auto. Mentre l’India chiede 1.000 miliardi di dollari di fondi internazionali in cambio della neutralità carbonica entro il 2070.
🕊 3. Non tutto è perduto
Al di là delle prevedibili divisioni resta il raggiungimento di accordi non scontati. I 100 paesi, tra cui il Brasile, che hanno firmato per porre fine alla deforestazione entro il 2030. O i 40 che si sono impegnati ad abbandonare il carbone entro il 2040.
E poi ci sarebbe il patto tra Stati Uniti e Cina sul clima siglato due giorni fa. Certo non ha la portata della dichiarazione congiunta Xi-Obama in occasione degli accordi di Parigi, ma l’intesa per comunicare nel 2025 gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2035 rilancia l’urgenza di azioni immediate. E si crea un canale di dialogo stabile tra le due potenze sul clima.
Che almeno di fronte all’emergenza climatica, si possano mettere in stand-by le divisioni?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cina, l’era di Xi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-lera-di-xi-32335
Ascolta l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Xi forever. Qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-xi-forever-32329
♻️ 1. L’ambizione non paga
"Keeping 1.5°C alive”. Questo il mantra ripetuto dal padrone di casa Boris Johnson. Ovvero: nonostante i continui moniti degli scienziati, un accordo per il contenimento del riscaldamento entro questa soglia non è ipotizzabile, per cui ci si può solo limitare a tenerne viva la speranza.
Infatti potrebbe non esserci alcun accordo sulla creazione di un mercato globale del carbonio, attualmente in alto mare. E neanche sulla definizione di regole condivise per monitorare le promesse di decarbonizzazione degli stati. In entrambe le bozze della dichiarazione finale ad oggi pubblicate, i due paragrafi destinati a questi temi sono stati lasciati in bianco.
💵 2. Verde ma con i tuoi dollari
Secondo l'Onu saranno necessari mille miliardi di dollari all'anno, da qui al 2050, per l'adattamento al cambiamento climatico. Inevitabile che i paesi cerchino di minimizzare i costi della transizione. Come? Annacquando l’ambizione degli accordi.
Vale per Arabia Saudita e Cina che hanno fatto aggiungere in questa seconda bozza due aggettivi che di fatto stravolgono gli accordi, riferendosi all’abbandono dell’energia a carbone solo se “non abbattuta”, e dei sussidi ai combustibili fossili quando “inefficienti”. Ma anche per Germania e Italia, "colpevoli” della mancata firma al bando dei motori a combustione interna entro il 2035 per proteggere le proprie industrie di componentistica auto. Mentre l’India chiede 1.000 miliardi di dollari di fondi internazionali in cambio della neutralità carbonica entro il 2070.
🕊 3. Non tutto è perduto
Al di là delle prevedibili divisioni resta il raggiungimento di accordi non scontati. I 100 paesi, tra cui il Brasile, che hanno firmato per porre fine alla deforestazione entro il 2030. O i 40 che si sono impegnati ad abbandonare il carbone entro il 2040.
E poi ci sarebbe il patto tra Stati Uniti e Cina sul clima siglato due giorni fa. Certo non ha la portata della dichiarazione congiunta Xi-Obama in occasione degli accordi di Parigi, ma l’intesa per comunicare nel 2025 gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2035 rilancia l’urgenza di azioni immediate. E si crea un canale di dialogo stabile tra le due potenze sul clima.
Che almeno di fronte all’emergenza climatica, si possano mettere in stand-by le divisioni?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cina, l’era di Xi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-lera-di-xi-32335
Ascolta l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Xi forever. Qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-xi-forever-32329
🌊 IL FUTURO DEGLI OCEANI E LA NUOVA CORSA AGLI ABISSI
Se si smettesse di sfruttare le risorse del sottosuolo e si riducessero le relative emissioni sarebbe un bene? Dipende. Se l’alternativa fosse sfruttare quelle dei fondali marini le emissioni sarebbero di molto inferiori, ma l’impatto ambientale complessivo sarebbe forse anche peggiore. Eppure, questa è una delle opzioni sul tavolo per il futuro dell’energia dopo il petrolio e molti paesi la stanno prendendo in considerazione. Esplorazioni naturali, ma anche geopolitiche…
Quali risorse inesplorate si nascondono negli abissi? E quali sono gli interessi economici e geopolitici legati allo sfruttamento dei fondali oceanici?
Scoprilo nel nuovo longread dell’ISPI sul futuro degli oceani e la nuova corsa agli abissi: https://bit.ly/futuroOceani
Se si smettesse di sfruttare le risorse del sottosuolo e si riducessero le relative emissioni sarebbe un bene? Dipende. Se l’alternativa fosse sfruttare quelle dei fondali marini le emissioni sarebbero di molto inferiori, ma l’impatto ambientale complessivo sarebbe forse anche peggiore. Eppure, questa è una delle opzioni sul tavolo per il futuro dell’energia dopo il petrolio e molti paesi la stanno prendendo in considerazione. Esplorazioni naturali, ma anche geopolitiche…
Quali risorse inesplorate si nascondono negli abissi? E quali sono gli interessi economici e geopolitici legati allo sfruttamento dei fondali oceanici?
Scoprilo nel nuovo longread dell’ISPI sul futuro degli oceani e la nuova corsa agli abissi: https://bit.ly/futuroOceani
ISPI | ESSAY
Il Futuro degli Oceani - ISPI | ESSAY
La nuova corsa agli abissi.
🌎🌏 BIDEN-XI: FACCIA A FACCIA VIRTUALE
☎️ Se telefonando...
Questa notte i presidenti delle due superpotenze mondiali si vedranno in un summit virtuale, il primo dall’elezione di Joe Biden. Il summit tra Biden e Xi Jinping segue un primo incontro a marzo tra i ministri degli esteri, e solo due telefonate (a marzo e settembre). Per il resto, silenzio.
Secondo la Casa Bianca, Biden e Xi cercheranno di “gestire la competizione tra Stati Uniti e Cina, e trovare le modalità per lavorare insieme quando i nostri interessi si allineano”.
Ma la domanda cui dovranno realmente rispondere i due leader è: ci sono punti in cui gli interessi delle due superpotenze “si allineano”?
🤝 Entente cordiale?
Un primo assaggio di una possibile collaborazione tra superpotenze è arrivato settimana scorsa, quando Cina e Usa hanno annunciato a sorpresa un accordo bilaterale sulla lotta al cambiamento climatico. Una buona notizia, dal momento che insieme emettono il 40% dei gas serra mondiali. Sabato è però arrivata la doccia fredda: Pechino si è allineata all’India, costringendo i negoziatori di COP26 a un accordo al ribasso sul carbone.
Adesso tra i due “grandi” resta forse spazio per collaborare solo su un’altra grande questione aperta: quella della guerra commerciale. Lanciata da Trump nel 2018, ha visto quasi triplicare i dazi cinesi verso i prodotti Usa, e aumentare di 6 volte quelli Usa su prodotti cinesi. Ma i negoziati vanno a rilento.
🇨🇳💃🇺🇸 It takes two to tango
Che le due superpotenze del mondo riprendano a parlarsi sarà già un primo passo. In fondo solo a marzo in Alaska le delegazioni cinese e americana si erano scambiate accuse infuocate. Ed è proprio Biden ad aver definito la Cina “avversario numero uno degli Stati Uniti".
Certo, la Casa Bianca ripete di non volere “una nuova guerra fredda con Pechino”. Ma gli argomenti tabù sono tanti, forse troppi: dalla repressione degli uiguri nello Xinjiang alla stretta su Hong Kong, dalle tensioni nello stretto di Taiwan agli attacchi cyber contro Usa e alleati.
Il mondo osserva l’incontro tra i due leader con basse aspettative, sperando di essere smentito dai risultati del summit.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Flop26. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/flop26-32343
☎️ Se telefonando...
Questa notte i presidenti delle due superpotenze mondiali si vedranno in un summit virtuale, il primo dall’elezione di Joe Biden. Il summit tra Biden e Xi Jinping segue un primo incontro a marzo tra i ministri degli esteri, e solo due telefonate (a marzo e settembre). Per il resto, silenzio.
Secondo la Casa Bianca, Biden e Xi cercheranno di “gestire la competizione tra Stati Uniti e Cina, e trovare le modalità per lavorare insieme quando i nostri interessi si allineano”.
Ma la domanda cui dovranno realmente rispondere i due leader è: ci sono punti in cui gli interessi delle due superpotenze “si allineano”?
🤝 Entente cordiale?
Un primo assaggio di una possibile collaborazione tra superpotenze è arrivato settimana scorsa, quando Cina e Usa hanno annunciato a sorpresa un accordo bilaterale sulla lotta al cambiamento climatico. Una buona notizia, dal momento che insieme emettono il 40% dei gas serra mondiali. Sabato è però arrivata la doccia fredda: Pechino si è allineata all’India, costringendo i negoziatori di COP26 a un accordo al ribasso sul carbone.
Adesso tra i due “grandi” resta forse spazio per collaborare solo su un’altra grande questione aperta: quella della guerra commerciale. Lanciata da Trump nel 2018, ha visto quasi triplicare i dazi cinesi verso i prodotti Usa, e aumentare di 6 volte quelli Usa su prodotti cinesi. Ma i negoziati vanno a rilento.
🇨🇳💃🇺🇸 It takes two to tango
Che le due superpotenze del mondo riprendano a parlarsi sarà già un primo passo. In fondo solo a marzo in Alaska le delegazioni cinese e americana si erano scambiate accuse infuocate. Ed è proprio Biden ad aver definito la Cina “avversario numero uno degli Stati Uniti".
Certo, la Casa Bianca ripete di non volere “una nuova guerra fredda con Pechino”. Ma gli argomenti tabù sono tanti, forse troppi: dalla repressione degli uiguri nello Xinjiang alla stretta su Hong Kong, dalle tensioni nello stretto di Taiwan agli attacchi cyber contro Usa e alleati.
Il mondo osserva l’incontro tra i due leader con basse aspettative, sperando di essere smentito dai risultati del summit.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Flop26. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/flop26-32343
🌍 UCRAINA: LA RUSSIA TORNA A BUSSARE
🇺🇦 Niente di nuovo sul fronte orientale?
“Ci sono alte probabilità che la Russia stia pianificando una nuova invasione dell’Ucraina”. Questo l’allarme lanciato dall’intelligence americana di fronte al dispiegamento di più di 100mila soldati russi lungo i confini della regione orientale ucraina del Donbass, dal 2014 sotto il controllo dei separatisti sostenuti da Mosca.
Putin respinge ogni accusa e giustifica l’azione russa come risposta alla crescente presenza della NATO nella regione: con recenti esercitazioni militari nel Mar Nero e tramite la fornitura all’Ucraina di armi e droni militari. Tornano così i fantasmi della scorsa primavera quando, in maniera simile, centomila militari russi si radunarono nei dintorni dell’Ucraina. Ma questa volta la semplice diplomazia potrebbe non bastare.
⚔️ Conti in sospeso
I negoziati per porre fine al conflitto sono in un vicolo cieco, come testimoniato dalla mancata partecipazione del ministro degli esteri russo all’incontro con Ucraina e Germania della scorsa settimana. Le posizioni restano lontane: la Russia continua a sostenere politicamente e militarmente i separatisti, mentre Kiev non vuole concedere loro l'autonomia.
E non c’è interesse per una immediata riconciliazione. Non da parte di Putin, che non ha mai nascosto di considerare russi e ucraini come un unico popolo. Ma neanche da parte del presidente ucraino Zelensky che, complici gli indici di gradimento ai minimi storici, avrebbe difficoltà a far digerire a élite politiche e società civile un accordo con la Russia (proprio mentre Mosca, con Nord Stream 2, cerca di tagliare del tutto fuori Kiev dal transito di gas).
🇷🇺 Gelosia geopolitica?
Per l’Europa, le rinnovate tensioni in Ucraina si inseriscono in un quadro di crisi “da est” che, secondo Washington e Bruxelles, celerebbero lo zampino di Mosca. La stretta sulle forniture di gas o i migranti al confine tra Bielorussia e Polonia farebbero parte di una mossa coordinata per destabilizzare il continente.
Quale che sia la realtà dei fatti, l’escalation al confine ucraino non facilita l’avvicinamento tra Stati Uniti e Russia. Un avvicinamento cominciato lo scorso aprile, proprio in occasione della richiesta di Biden di ritirare i soldati dispiegati lungo il confine ucraino. Una domanda sorge spontanea: che Mosca voglia richiamare su di sé l’attenzione di una politica estera americana troppo incentrata sulla Cina?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Xi-Biden, prove di dialogo. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-xi-prove-di-dialogo-32350
🇺🇦 Niente di nuovo sul fronte orientale?
“Ci sono alte probabilità che la Russia stia pianificando una nuova invasione dell’Ucraina”. Questo l’allarme lanciato dall’intelligence americana di fronte al dispiegamento di più di 100mila soldati russi lungo i confini della regione orientale ucraina del Donbass, dal 2014 sotto il controllo dei separatisti sostenuti da Mosca.
Putin respinge ogni accusa e giustifica l’azione russa come risposta alla crescente presenza della NATO nella regione: con recenti esercitazioni militari nel Mar Nero e tramite la fornitura all’Ucraina di armi e droni militari. Tornano così i fantasmi della scorsa primavera quando, in maniera simile, centomila militari russi si radunarono nei dintorni dell’Ucraina. Ma questa volta la semplice diplomazia potrebbe non bastare.
⚔️ Conti in sospeso
I negoziati per porre fine al conflitto sono in un vicolo cieco, come testimoniato dalla mancata partecipazione del ministro degli esteri russo all’incontro con Ucraina e Germania della scorsa settimana. Le posizioni restano lontane: la Russia continua a sostenere politicamente e militarmente i separatisti, mentre Kiev non vuole concedere loro l'autonomia.
E non c’è interesse per una immediata riconciliazione. Non da parte di Putin, che non ha mai nascosto di considerare russi e ucraini come un unico popolo. Ma neanche da parte del presidente ucraino Zelensky che, complici gli indici di gradimento ai minimi storici, avrebbe difficoltà a far digerire a élite politiche e società civile un accordo con la Russia (proprio mentre Mosca, con Nord Stream 2, cerca di tagliare del tutto fuori Kiev dal transito di gas).
🇷🇺 Gelosia geopolitica?
Per l’Europa, le rinnovate tensioni in Ucraina si inseriscono in un quadro di crisi “da est” che, secondo Washington e Bruxelles, celerebbero lo zampino di Mosca. La stretta sulle forniture di gas o i migranti al confine tra Bielorussia e Polonia farebbero parte di una mossa coordinata per destabilizzare il continente.
Quale che sia la realtà dei fatti, l’escalation al confine ucraino non facilita l’avvicinamento tra Stati Uniti e Russia. Un avvicinamento cominciato lo scorso aprile, proprio in occasione della richiesta di Biden di ritirare i soldati dispiegati lungo il confine ucraino. Una domanda sorge spontanea: che Mosca voglia richiamare su di sé l’attenzione di una politica estera americana troppo incentrata sulla Cina?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Xi-Biden, prove di dialogo. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-xi-prove-di-dialogo-32350
🌍 NORD STREAM 2: STRADA ACCIDENTATA
🚧 Lavori (ancora) in corso?
Un altro stop. Ieri la Bundesnetzagentur, l’agenzia regolatrice dell’energia tedesca, ha sospeso la certificazione del Nord Stream 2. Il gasdotto, che collega Russia e Germania passando dal mar Baltico, sarebbe “ready to go” da settembre. Stavolta a bloccarlo è un inghippo legale: la società responsabile del progetto dovrà assumere una forma giuridica conforme al diritto tedesco.
Cade così ogni speranza che il gasdotto sia operativo prima dell’inverno, e i prezzi del gas si impennano (+17%). Un brutto colpo, anche considerato che i prezzi erano già aumentati di sei volte da inizio anno. E un’ennesima prova di quanto i mercati europei contassero sull’avvio del gasdotto, tanto avversato da mezza Europa (soprattutto orientale).
🇺🇦 Winter is coming
L’Ucraina è sempre stata il principale avversario di Nord Stream 2. Non potrebbe essere altrimenti, visto che da unico paese di transito per tutto il gas russo diretto in Europa (fino agli anni Novanta) l'Ucraina è ora messa all’angolo. Esattamente uno degli obiettivi russi nella costruzione di questa nuove pipeline.
Che la questione sia anche (geo)politica lo dimostra il 2014: inizia il conflitto tra Mosca e Kiev, e il transito di gas dall’Ucraina crolla del 31%. Dopo una fase di ripresa, la pandemia ha poi nuovamente dimezzato i transiti rispetto al 2019. E con l’entrata in funzione di Nord Stream 2 non ci sarà alcun "rimbalzo". Insomma, per Kiev si mette male...
🇩🇪 Triangolazioni pericolose
Nord Stream 2 permetterà di raddoppiare le esportazioni di gas verso la Germania. Gas prezioso per l’Europa, specialmente in questa fase delicata di prezzi elevati. E che lo sia anche per Mosca lo ha dimostrato Putin la settimana scorsa, quando ha imposto un brusco niet alle minacce del presidente bielorusso Lukashenko di tagliare le forniture all’Europa.
Se il gasdotto è ormai un fatto compiuto, adesso si apre la questione di come “compensare” Kiev. Berlino ha già messo sul piatto una donazione iniziale da 150 milioni di euro. Ma l’Ucraina perderà almeno 3 miliardi l’anno in mancati diritti di transito (il 7% delle entrate statali).
Pur di restare al caldo, davvero i paesi europei saranno disposti a voltare le spalle all’Ucraina?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il dilemma dell'India. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-dilemma-dellindia-32365
🚧 Lavori (ancora) in corso?
Un altro stop. Ieri la Bundesnetzagentur, l’agenzia regolatrice dell’energia tedesca, ha sospeso la certificazione del Nord Stream 2. Il gasdotto, che collega Russia e Germania passando dal mar Baltico, sarebbe “ready to go” da settembre. Stavolta a bloccarlo è un inghippo legale: la società responsabile del progetto dovrà assumere una forma giuridica conforme al diritto tedesco.
Cade così ogni speranza che il gasdotto sia operativo prima dell’inverno, e i prezzi del gas si impennano (+17%). Un brutto colpo, anche considerato che i prezzi erano già aumentati di sei volte da inizio anno. E un’ennesima prova di quanto i mercati europei contassero sull’avvio del gasdotto, tanto avversato da mezza Europa (soprattutto orientale).
🇺🇦 Winter is coming
L’Ucraina è sempre stata il principale avversario di Nord Stream 2. Non potrebbe essere altrimenti, visto che da unico paese di transito per tutto il gas russo diretto in Europa (fino agli anni Novanta) l'Ucraina è ora messa all’angolo. Esattamente uno degli obiettivi russi nella costruzione di questa nuove pipeline.
Che la questione sia anche (geo)politica lo dimostra il 2014: inizia il conflitto tra Mosca e Kiev, e il transito di gas dall’Ucraina crolla del 31%. Dopo una fase di ripresa, la pandemia ha poi nuovamente dimezzato i transiti rispetto al 2019. E con l’entrata in funzione di Nord Stream 2 non ci sarà alcun "rimbalzo". Insomma, per Kiev si mette male...
🇩🇪 Triangolazioni pericolose
Nord Stream 2 permetterà di raddoppiare le esportazioni di gas verso la Germania. Gas prezioso per l’Europa, specialmente in questa fase delicata di prezzi elevati. E che lo sia anche per Mosca lo ha dimostrato Putin la settimana scorsa, quando ha imposto un brusco niet alle minacce del presidente bielorusso Lukashenko di tagliare le forniture all’Europa.
Se il gasdotto è ormai un fatto compiuto, adesso si apre la questione di come “compensare” Kiev. Berlino ha già messo sul piatto una donazione iniziale da 150 milioni di euro. Ma l’Ucraina perderà almeno 3 miliardi l’anno in mancati diritti di transito (il 7% delle entrate statali).
Pur di restare al caldo, davvero i paesi europei saranno disposti a voltare le spalle all’Ucraina?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il dilemma dell'India. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-dilemma-dellindia-32365
🌍 EUROPA, QUARTA ONDATA: TRA VIRUS, VACCINI E PILLOLE
🇪🇺 Déjà vu
L'Europa è di nuovo l'epicentro della pandemia. Di tutti i decessi per Covid registrati nel mondo durante l’ultima settimana, circa il 50% è imputabile al Vecchio Continente e in molti paesi, tra cui la Germania, i contagi sono ai massimi da inizio pandemia.
Uno scenario che si pensava di scongiurare grazie ai vaccini, ma che un mix di progressivo calo della loro efficacia nel tempo, reticenza a farseli iniettare e prematura rinuncia alle mascherine ha riportato alla ribalta. Con esso i lockdown, nella versione light olandese limitata al sabato sera, o anche duri per tutta la popolazione, come quelli annunciati oggi dai Länder austriaci dell’Alta Austria e di Salisburgo. Per fortuna, come il virus, neanche la scienza si ferma.
💉 Basta un poco di zucchero…?
Entro la fine dell’anno dovrebbero arrivare i primi vaccini anti-covid formulati "alla vecchia maniera” con l’americana Novavax in pole position, avendo già presentato all’Agenzia europea del farmaco l’autorizzazione all’immissione in commercio. Questo tipo tradizionale di vaccini promette ridottissimi effetti collaterali: una caratteristica che potrebbe convincere più di uno scettico a vaccinarsi. Ancora più significativa potrebbe essere la commercializzazione dei primi due farmaci, sotto forma di pillola, per curare i malati di Covid. Le aziende produttrici, Pfizer e Merck, garantiscono infatti una riduzione del rischio di ospedalizzazione e morte rispettivamente del 90 e 50%. Tutti gli occhi sono ora sul Regno Unito, il primo paese al mondo ad aver approvato l’antivirale di Merck. E il 30 novembre dovrebbe essere la volta degli Stati Uniti.
💊 Diplomazia in pillole
Stando agli annunci di Merck e Pfizer, dovrebbero essere prodotti 10 milioni di cicli di trattamento nel 2021, e almeno 70 milioni nel 2022. Numeri ancora esigui che hanno già scatenato la competizione tra paesi, con gli Stati Uniti in vantaggio avendo già opzionato metà dei 6 milioni di pillole messe in vendita da Merck.
Se sembra di essere tornati alla gara di egoismi per accumulare dosi di vaccino, un elemento fa ben sperare: sia Merck che Pfizer hanno rinunciato alle royalties sulle loro pillole nei paesi a basso e medio reddito, favorendo produzioni in loco in tempi celeri. Mentre aspettano i vaccini avranno almeno i farmaci?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia e mal d’Europa. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-e-mal-deuropa-32383
🇪🇺 Déjà vu
L'Europa è di nuovo l'epicentro della pandemia. Di tutti i decessi per Covid registrati nel mondo durante l’ultima settimana, circa il 50% è imputabile al Vecchio Continente e in molti paesi, tra cui la Germania, i contagi sono ai massimi da inizio pandemia.
Uno scenario che si pensava di scongiurare grazie ai vaccini, ma che un mix di progressivo calo della loro efficacia nel tempo, reticenza a farseli iniettare e prematura rinuncia alle mascherine ha riportato alla ribalta. Con esso i lockdown, nella versione light olandese limitata al sabato sera, o anche duri per tutta la popolazione, come quelli annunciati oggi dai Länder austriaci dell’Alta Austria e di Salisburgo. Per fortuna, come il virus, neanche la scienza si ferma.
💉 Basta un poco di zucchero…?
Entro la fine dell’anno dovrebbero arrivare i primi vaccini anti-covid formulati "alla vecchia maniera” con l’americana Novavax in pole position, avendo già presentato all’Agenzia europea del farmaco l’autorizzazione all’immissione in commercio. Questo tipo tradizionale di vaccini promette ridottissimi effetti collaterali: una caratteristica che potrebbe convincere più di uno scettico a vaccinarsi. Ancora più significativa potrebbe essere la commercializzazione dei primi due farmaci, sotto forma di pillola, per curare i malati di Covid. Le aziende produttrici, Pfizer e Merck, garantiscono infatti una riduzione del rischio di ospedalizzazione e morte rispettivamente del 90 e 50%. Tutti gli occhi sono ora sul Regno Unito, il primo paese al mondo ad aver approvato l’antivirale di Merck. E il 30 novembre dovrebbe essere la volta degli Stati Uniti.
💊 Diplomazia in pillole
Stando agli annunci di Merck e Pfizer, dovrebbero essere prodotti 10 milioni di cicli di trattamento nel 2021, e almeno 70 milioni nel 2022. Numeri ancora esigui che hanno già scatenato la competizione tra paesi, con gli Stati Uniti in vantaggio avendo già opzionato metà dei 6 milioni di pillole messe in vendita da Merck.
Se sembra di essere tornati alla gara di egoismi per accumulare dosi di vaccino, un elemento fa ben sperare: sia Merck che Pfizer hanno rinunciato alle royalties sulle loro pillole nei paesi a basso e medio reddito, favorendo produzioni in loco in tempi celeri. Mentre aspettano i vaccini avranno almeno i farmaci?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia e mal d’Europa. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-e-mal-deuropa-32383
👏1