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🌎 BIDEN E CLIMA: FUOCO AMICO

♻️A mani vuote
Oggi Joe Biden è sbarcato in Europa per partecipare al G20 e a COP26. Il suo tour europeo sarà molto diverso da come se lo era immaginato: fino a settimana scorsa sperava di partire con il sostegno ai suoi piani di spesa interni, inclusi 550 miliardi di dollari per la lotta al cambiamento climatico.
Invece ieri il sostegno politico al Congresso per quel piano, che a inizio anno il Presidente aveva presentato come un game changer, sembra essere rapidamente evaporato. Lo stesso Biden ammette: “Il resto del mondo si chiede se siamo in grado di funzionare”.

🇺🇸 Appesi a un voto
In effetti Biden è stato costretto a ridimensionare gran parte dei suoi piani di spesa in infrastrutture e welfare, da circa 5.000 a 2.800 miliardi di dollari. Le proposte sono sempre passate al Senato, dove i democratici sono appesi a un unico voto. Ma si sono arenate alla Camera.
Per Biden, che già sta calando nei sondaggi, si tratta di una pericolosissima impasse. Manca oltre un anno alle elezioni di mid-term, eppure i deputati democratici sono già preoccupati. Per questo i centristi hanno rifiutato il piano di spesa sul welfare originario, da 3.500 miliardi, giudicandolo eccessivo, mentre la sinistra reputa insufficiente quello da 1.750 miliardi presentato ieri dalla Casa Bianca.
Così il Presidente è stato costretto a partire alla volta di COP26 senza un piano di investimento verde ambizioso.

🗣 L'ennesimo “bla, bla, bla”?
Certo, non sarà soltanto questo a rendere complicato il vertice di Glasgow. Negli ultimi due anni sono fioccate le promesse di raggiungere la neutralità climatica (o carbonica) entro il 2050 o il 2060. Ue, Usa, Cina, persino grandi esportatori di combustibili fossili come Russia e Australia: tutti si sono impegnati ad arrivarci. Tra i “grandi”, manca solo l’India.
Ma si è fatta molta più fatica a tradurre quegli obiettivi di lungo periodo in impegni al 2030: facile prendere impegni per il 2050, molto meno per “dopodomani”... Pechino sta costruendo altre 43 centrali a carbone. E sia Xi Jinping sia Putin, leader di due dei più grandi emettitori mondiali di CO2, non saranno presenti al summit.
Il rischio si fa concreto che, come accaduto molte volte in passato, anche COP26 scada nel solito “bla, bla, bla”.

Ne parleremo il 3 novembre alle 18.00 alla tavola rotonda ISPI “Il primo anno di Biden: ambizioni globali, freni domestici”. Iscriviti qui: https://bit.ly/PrimoAnnoBiden
🌍 COP26: PICCOLI(SSIMI) PASSI

♻️ Verde speranza?
Duecento paesi, più di 100 capi di Stato e di governo, oltre 30.000 delegati. Domenica con COP26 sono iniziate due settimane di intensi negoziati sul clima. Tra ieri e oggi la conferenza ha già fatto segnare due successi: 110 paesi (Brasile incluso) si sono impegnati a fermare la deforestazione, e 80 paesi ad abbattere le emissioni di metano, entro il 2030.
Ma restano aperti ancora molti punti. Su tutti l'accordo su impegni vincolanti al 2030, che il G20 non ha raggiunto. E le prospettive a Glasgow non sono molto più rosee che a Roma.

⚖️ Tra impegni e realtà
Anzi, già sappiamo quello che da COP26 non uscirà: un accordo vincolante sulla riduzione dell’utilizzo del carbone. Cina e India (da sole responsabili del 66% dei consumi mondiali) sono contrarie, e hanno annunciato obiettivi di neutralità climatica rispettivamente al 2060 e 2070 – con uno o due decenni di ritardo rispetto alle scadenze “occidentali”.
Certo, anche in Occidente non tutto procede per il meglio. A causa delle spaccature interne al Partito democratico, Biden è arrivato al summit praticamente a mani vuote (e ne ha approfittato per una pennichella...). L’Europa invece si è presentata avendo fatto i compiti a casa (le emissioni Ue sono crollate del 31% rispetto al 1990, contro un obiettivo del –20%), ma anche per Bruxelles la vera sfida inizia adesso.

“Ultima chiamata”
Il 2020 è stato l’anno delle grandi promesse: in risposta a Greta e ai Fridays for Future, l’Ue e quasi tutti i grandi paesi del mondo hanno messo in fila promesse di neutralità climatica. Sembrava che la corsa a intestarsi i meriti per aver “salvato il pianeta” (e a essere i leader tecnologici e industriali del futuro) non dovesse finire mai.
Ma con il passare dei mesi i governi si sono fatti più cauti. Nemmeno quella che l’Onu ha definito “ultima chiamata per l’umanità” sembra in grado di trasformare le promesse al 2050 in obiettivi chiari al 2030. Perché gli sbalzi dei prezzi dell’energia dimostrano che, se non gestita bene, la transizione verde ti può esplodere tra le mani. E non necessariamente essere un vantaggio per i “primi della classe”.

Non perdere il nostro nuovo fact checking: I cambiamenti climatici in 10 grafici. Leggilo qui: https://bit.ly/factcheckingclima
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🌏 AFGHANISTAN: LOTTA FRATRICIDA

💥 Altro sangue
Almeno 25 morti e 50 feriti: sono le vittime dell’attentato di ieri all’ospedale militare Daoud Khan di Kabul. L’attacco, rivendicato dal ramo locale dello Stato Islamico (ISIS-K), è uno dei più elaborati da quando i talebani hanno preso il potere, con due attacchi suicidi che hanno preceduto l’arrivo dei combattenti ISIS e uno scontro a fuoco con le forze speciali talebane.
È ormai da oltre un mese che in Afghanistan si susseguono notizie di attacchi terroristici. Attacchi che mettono in dubbio la capacità dei talebani di riportare il paese (o anche la sola Kabul) sotto il loro controllo, e che mettono in allerta le agenzie di intelligence occidentali (e non solo).

⚔️ Stato canaglia vs Stato canaglia
Sulla carta, i talebani sembrano compatti. Ma nelle principali città afghane si moltiplicano gli scontri con i gruppi rivali. E le fila degli avversari dei talebani sembrano arricchirsi di disertori radicalizzati, che non accettano la "amnistia generale" promossa dalla leadership talebana e interpretano le timide aperture verso il mondo come un tradimento della jihad.
Quel che è certo è che l’Afghanistan ha un disperato bisogno di aiuti internazionali. Prima della caduta di Kabul, l’80% dei fondi governativi e il 40% del PIL del paese dipendevano dagli aiuti occidentali. Oggi, dopo nuove sanzioni americane e il congelamento dei fondi IMF, un primo aiuto è arrivato dalla Cina: 31 milioni di dollari. Troppo poco: meno del 2% del PIL.

🇦🇫 La tomba degli imperi (tutti?)
Così l’Afghanistan rischia di sprofondare sempre più nell’ingovernabilità. E dire che, con il ritiro degli Usa e dei loro alleati dalla “forever war”, in molti avevano previsto che l’Afghanistan sarebbe tornato “terreno di scontro” tra grandi potenze, e che Pechino e Mosca avrebbero potuto guadagnarci in influenza e prestigio.
La realtà è che oggi il paese è allo sbando, con rapimenti ed estorsioni all’ordine del giorno. Secondo l’Onu, il 97% della popolazione vive in condizioni di povertà (un sacco di farina costa il quadruplo rispetto ad agosto). E il governo talebano per mantenere unità tra i membri abbraccia una visione sempre più radicale della società.
Una cosa è certa: se ISIS o al Qaeda ritroveranno rifugio in Afghanistan, la comunità internazionale dovrà presto tornare a interessarsi del paese.

Nell’ISPI Daily Focus di oggi: Stati Uniti, disfatta Dem. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-disfatta-dem-32228

Segui la tavola rotonda ISPI alle 18.00 su “Il primo anno di Biden, ambizioni globali, freni domestici”. Qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/il-primo-anno-di-biden-ambizioni-globali-freni-domestici
🌏 COP E OPEC: PETROLIO PER SEMPRE?

🛢 We want your oil
“I produttori di petrolio dovrebbero estrarne di più”. Questa la richiesta di Biden nei giorni della COP26: un paradosso con precise motivazioni politiche. Il prezzo del greggio negli USA è ai massimi da sette anni, e si è tradotto in una impennata nei costi di benzina e bollette.
Non il massimo per la popolarità di un Biden già in forte calo nei sondaggi che si è quindi rivolto all’OPEC. Ma nel vertice di oggi, il cartello dei principali paesi esportatori di greggio, nonostante le pressioni americane, ha confermato l’incremento mensile di “soli” 400mila barili al giorno stabilito a luglio che verosimilmente terrà il petrolio attorno a quota 80 dollari per i prossimi mesi. E così gli USA potrebbero dover ricorrere a soluzioni tutt’altro che environmentally friendly.

🇺🇸 Assenti illustri
Per aumentare l’offerta globale di petrolio, Washington sarebbe infatti pronta a mettere in vendita le proprie riserve strategiche. Una mossa non convenzionale, tipicamente riservata a casi di disastri naturali o guerre, che stona rispetto all’obiettivo di ergersi a modello globale della lotta al cambiamento climatico.
Ma i segnali della ambiguità americana arrivano anche dalla COP di Glasgow. Più di 40 paesi hanno concordato di non utilizzare più il carbone per la produzione di energia elettrica nei prossimi 20 anni. Ma tra le firme mancanti oltre ai prevedibili nomi dei principali paesi produttori e consumatori di carbone (Cina, India, Australia) troviamo anche gli Stati Uniti.

💰Una questione privata
Eppure, a Glasgow qualcosa si muove. Il 90% dei paesi partecipanti ha ora adottato un obiettivo di zero emissioni, contro il 30% di pochi mesi fa. E gli impegni del mondo della finanza fanno ben sperare: 450 gruppi di 45 paesi si sono uniti nella Glasgow Financial Alliance for Net Zero che finanzierà con 130 trilioni di dollari la transizione ecologica mondiale nei prossimi tre decenni.
Le fondazioni di beneficenza dei Rockefeller, di Bezos e di Ikea hanno poi promesso di riempire il buco lasciato dai governi G20 nel fornire i 100 miliardi di aiuti promessi ai paesi meno sviluppati. Di fronte agli stalli della politica, saranno i privati a dover guidare la transizione energetica?

Ascolta la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Da Roma è tutto, linea a Glasgow. A questo link: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-roma-e-tutto-linea-glasgow-32253

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Nucleare iraniano, si torna a negoziare. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nucleare-iraniano-si-torna-negoziare-32256
🌍 ETIOPIA: ATTACCO ALLA CAPITALE?

⚔️ “Armatevi per l’Etiopia”
La crisi in Etiopia si aggrava di ora in ora. Da alcuni giorni i ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf) sembrerebbero alle porte di Addis Abeba. Una situazione tanto preoccupante che il premier Ahmed ha fatto appello alla popolazione della capitale perché si armi per difenderla.
Intanto, proprio oggi il Tplf ha formato un’alleanza con altri otto gruppi armati che si oppongono al governo centrale, tra i quali l’Esercito di liberazione Oromo, che proprio in queste ore sembra stare accogliendo centinaia di disertori dall’esercito etiope ufficiale. Ahmed e il governo civile hanno le ore contate?

🚨 Stato d’emergenza
A un anno esatto dall’inizio delle ostilità in Etiopia, il primo ministro ha dichiarato lo stato d’emergenza che gli conferisce poteri draconiani. Eppure, il conflitto sembrava potersi concludere con un intervento “lampo”, tanto che Ahmed aveva definito concluse le operazioni militari dopo appena 25 giorni.
Invece la guerra è proseguita e, anzi, si è allargata, con la riorganizzazione della resistenza dei ribelli tigrini e il brutale intervento dell’Eritrea, che ha cercato di schiacciare nel sangue la ribellione. Ad oggi si contano almeno 9.000 morti, quasi 3 milioni di sfollati e almeno 400.000 persone nella fame estrema. E pensare che Ahmed avrebbe voluto trasformare l'Etiopia in un caso esemplare di stabilizzazione politica e transizione verso la democrazia in Africa.

🇪🇹 Dilemmi et(n)ici
Dopo aver chiamato alle armi la propria popolazione, Ahmed si è rivolto ai ribelli: “Vi seppelliremo con il nostro sangue”. Non proprio quello che ci si sarebbe aspettati dal premio Nobel per la Pace 2019, tanto che Facebook ha cancellato il suo post per contenuti violenti. Come se non bastasse, ormai da mesi, vengono denunciati crimini di guerra delle forze governative etiopi ed eritree, tra loro alleate.
Ma anche i ribelli tigrini, secondo un recente rapporto Onu, avrebbero commesso gravi violazioni del diritto di guerra e crimini contro l’umanità. Non ultimo il massacro di 120 civili in un villaggio dell’Amhara lo scorso settembre.
Se anche il governo etiope dovesse cadere, cesseranno le violenze?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: COP26, la piazza contro il bla, bla, bla. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cop26-piazza-contro-il-bla-bla-bla-32266
🌏 PLENUM CINA: XI JINPING RISCRIVE PASSATO E FUTURO

🇨🇳 Un plenum di poteri
Primo passo verso il terzo mandato di Xi Jinping. Si è aperto oggi a Pechino il sesto plenum del Comitato Centrale del Partito comunista cinese (Pcc), l'annuale riunione che riunisce i principali 400 funzionari dell'organo direttivo del partito. All’ordine del giorno la risoluzione sui principali risultati e sull’esperienza storica dei 100 anni di storia del partito, che dovrebbe elevare Xi nel pantheon comunista.
Ci si attende infatti un elogio del presidente che getterà le basi ideologiche per legittimare il suo terzo mandato alla guida del Pcc da annunciare l’anno prossimo al ventesimo Congresso del partito. Sarebbe il primo leader cinese a tagliare questo traguardo dai tempi di Mao.

📜 “Chi controlla il passato controlla il futuro”
Si tratta della terza risoluzione di questo tipo dalla nascita del partito. Xi ripercorre così le orme di Mao che nel 1945 usò questo stesso strumento per risolvere i dibattiti ideologici nel paese. Ma anche quelle di Deng, che con la risoluzione del 1981 giustificò il suo programma di riforme economiche di apertura al mercato.
E non si tratta di un caso. Xi vuole riscrivere la storia del partito per identificare un percorso di continuità che vede Mao come l’unificatore della Cina, Deng colui che l'ha resa ricca e lui il leader che l'ha resa forte e la guiderà a diventare prima potenza globale entro il 2049.

🚧 Nessun ostacolo?
Il controllo della storia del paese è tra le principali priorità di Xi. Lo scorso aprile, è stato creato un numero apposito che i cittadini possono contattare per segnalare qualsiasi distorsione della storia del partito. Parallelamente il cosiddetto “Pensiero di Xi Jinping” è stato codificato nello Statuto del Pcc per poi diventare materia di studio per gli studenti dalle elementari all’università.
In virtù di questo controllo capillare, le poche voci dissonanti sono state rapidamente sopite. Non solo tra i politici: solo nell’ultimo anno più di 100 funzionari cinesi di alto livello del mondo della finanza sono stati sostituiti. Sembrano esserci pochi ostacoli ormai tra Xi e il potere a vita.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iraq, droni e sospetti. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iraq-droni-e-sospetti-32291
🌍 QUARTA ONDATA: A DUE VELOCITÀ

📈 Carica virale
Proprio mentre gli Usa riaprono le loro frontiere al mondo, in Europa ricominciano a salire i contagi. Nell'ultima settimana sono stati 175.000 nella sola Germania, i più alti da inizio pandemia, e sono in forte aumento in tutta Europa. Intanto ieri l’Austria ha variato il suo “lockdown dei non vaccinati”, mentre stasera Macron parlerà ai cittadini francesi, forse per annunciare nuove misure restrittive.
Ma il quadro in Europa non è uniforme. Mentre in Romania e Bulgaria da settimane gli ospedali sono al collasso e le terapie intensive sature, in Italia e Spagna la situazione sembra ancora pienamente sotto controllo.

🚨 Allarme “rosso”
Dove si vaccina meno si muore di più. Lo dimostrano Bulgaria e Romania, che hanno vaccinato rispettivamente il 27% e il 40% della propria popolazione, e che oggi ne pagano le conseguenze: paesi in cui abita il 5% dei cittadini europei da luglio a oggi hanno fatto registrare quasi il 40% dei morti Covid di tutta l’Unione.
Anche in Usa si allarga la forbice dei decessi tra le contee che hanno vaccinato molto (in maggioranza democratiche) e quelle più scettiche (e più repubblicane). La Casa Bianca vorrebbe imporre l’obbligo vaccinale ai lavoratori di grandi imprese private, ma il provvedimento è stato bloccato da giudici federali e incontra l’opposizione di molti governatori repubblicani.

💉 Modello italiano?
Così la campagna vaccinale Usa procede a rilento (solo il 57% degli americani è pienamente vaccinato contro il 72% in Italia) e le misure di contenimento tardano ad arrivare. Anzi, lunedì sono stati riaperti i confini ai viaggiatori internazionali vaccinati, ponendo fine a un divieto di oltre 20 mesi. Una strategia “apri e spera” di certo molto lontana da quella adottata da altri paesi, come l’Italia.
Al contrario, il prudente approccio di Roma sembra stare pagando. Tra i grandi paesi europei, l’Italia è quello che ha fatto registrare il minor numero di decessi pro capite da luglio, malgrado la mobilità degli italiani sia vicina ai livelli pre-pandemia. Merito delle vaccinazioni. Ma anche del connubio “mascherina e distanziamento”, che altri paesi europei sembrano avere dismesso troppo presto.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia-Polonia, sulla pelle dei migranti. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-polonia-sulla-pelle-dei-migranti-32301
🌍 COP26: PIÙ DIVISIONI CHE ACCORDI

🗣 Bla Bla Bla?
Molte promesse, pochi impegni. È quanto emerge dalla prima bozza della dichiarazione finale della Cop26. Per la prima volta si menziona esplicitamente l’impegno ad “accelerare l'eliminazione del carbone e dei sussidi ai combustibili fossili”. Ma senza dettagli o date, siamo lontani da quel “relegheremo il carbone alla storia” promesso dalla presidenza britannica.
Si ribadisce la volontà espressa al G20 di azzerare le emissioni nette di CO2 entro una generica metà secolo. E, per farlo, si propongono riunioni annuali anziché quinquennali nella speranza di arrivare a tagliare del 45% le emissioni globali entro il 2030. Non sarà facile dato che attualmente sono previste in aumento del 14%. Domani una seconda bozza, che viste le divisioni potrebbe essere discussa ad oltranza, oltre la conclusione ufficiale dei negoziati venerdì.

🚗 Carburazione lenta
Il dibattito resta aperto su più fronti. In primis quello dei 100 miliardi per sostenere la transizione energetica dei paesi in via di sviluppo. Nella bozza, le economie avanzate hanno ribadito la propria promessa ma la cifra non sarà raggiunta prima del 2023.
È poi emersa la distanza sull’automotive. Per raggiungere la neutralità climatica, servirebbe cessare la vendita di veicoli a combustione interna entro il 2035 nei principali mercati, e prima del 2040 nel resto del mondo. Centinaia di città, governi subnazionali tra cui la California, aziende come Volvo, Ford, Uber e DHL, hanno sottoscritto questo impegno. Ma mancano le firme più importanti: quelle delle grandi case automobilistiche (Volkswagen, Toyota, Renault) e dei paesi leader del settore (Cina, USA, Germania).

🍂 Cosa resterà di questa COP26?
A seconda di quanto i paesi terranno fede alle promesse fatte prima e durante la COP, il riscaldamento globale aumenterà tra i 2,4 e gli 1,8°C entro il 2100. Insomma, l'obiettivo degli 1,5° è già fallito. Resta da capire di quanto, e da questo dipenderà il numero di persone destinate a essere colpite in modo "potenzialmente fatale" dal cambiamento climatico (1 miliardo in caso di aumento di 2°).
La COP non eliminerà certo questa incertezza, dato il carattere volontario e vago dei piani nazionali di riduzione delle emissioni, che stabiliscono dei target precisi ma non la strategia o gli step per raggiungerli. Saranno sufficienti? Al momento pare di no, ma lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, appuntamento a Parigi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-appuntamento-parigi-32304

Domani alle 19.00 la tavola rotonda ISPI “Etiopia, la pace impossibile”. Registrati qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/etiopia-pace-impossibile
🌍 BIELORUSSIA-UE: MINACCE IBRIDE?

🇧🇾 Paese di “transito”
“Quello che sta facendo la Bielorussia è terrorismo di stato”: è l’accusa che ieri il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha rivolto a Minsk. A Bruxelles sono d’accordo, tanto che insieme alla Nato parlano di “minacce ibride”. E oggi sulla questione è stato addirittura chiamato a esprimersi il Consiglio di sicurezza dell’Onu.
È lo scoppio della terza guerra mondiale? Non esattamente: si tratta della nuova rotta migratoria aperta per ritorsione dalla Bielorussia, con voli diretti dal Medio Oriente a Minsk, dopo che l’Ue ha imposto nuove sanzioni al paese a giugno.
Intanto, però, oggi il presidente bielorusso Lukashenko ci aggiunge una seconda minaccia: interrompere le forniture di gas russo verso l’Ue. Quello sì, che sarebbe un bel problema.

💶 Chi ci guadagna
La crisi al confine polacco è musica alle orecchie di Mosca, con il Cremlino che da giorni manda messaggi provocatori verso Bruxelles. E cade a pennello anche per il governo di Varsavia, che può finalmente spostare l’attenzione dalle due crisi che lo hanno investito negli ultimi mesi.
La prima è interna, e riguarda la crescita dell’opposizione nei sondaggi e le proteste degli ultimi weekend contro la più repressiva legge sull’aborto d’Europa. La seconda ha a che fare con il braccio di ferro tra Varsavia e Bruxelles su democrazia e stato di diritto, che ha portato al blocco di 36 miliardi di euro di fondi da Next Generation EU. Ecco perché bastano 4.000 migranti “accampati” al confine perché Varsavia dichiari lo stato d’emergenza e chieda aiuto a Bruxelles.

↩️ Inversione a U?
Un aiuto che, paradossalmente, sembra sempre più probabile. Mentre la Commissione europea ha sempre escluso che l’Ue potesse finanziare la costruzione di un muro alla frontiera polacco-bielorussa, ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha aperto a questa possibilità.
D’altronde dietro a Varsavia si intravedono gli interessi di Berlino: difficile che i migranti in arrivo in Polonia restino lì, più facile che attraversino un’altra frontiera in direzione Germania. Adesso, con una crisi energetica a cui si aggiungerebbe quella migratoria, non solo la Germania ma tutta l’Ue potrebbe essere alle strette.
Ma davvero l’Europa, dopo aver aperto al negoziato con Varsavia, cederà anche alle minacce di Minsk?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: USA-Cina, minacce ibride? Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-cina-intesa-sul-clima-32319
🌍 COP26: LE 3 COSE CHE ABBIAMO IMPARATO

♻️ 1. L’ambizione non paga
"Keeping 1.5°C alive”. Questo il mantra ripetuto dal padrone di casa Boris Johnson. Ovvero: nonostante i continui moniti degli scienziati, un accordo per il contenimento del riscaldamento entro questa soglia non è ipotizzabile, per cui ci si può solo limitare a tenerne viva la speranza.
Infatti potrebbe non esserci alcun accordo sulla creazione di un mercato globale del carbonio, attualmente in alto mare. E neanche sulla definizione di regole condivise per monitorare le promesse di decarbonizzazione degli stati. In entrambe le bozze della dichiarazione finale ad oggi pubblicate, i due paragrafi destinati a questi temi sono stati lasciati in bianco.

💵 2. Verde ma con i tuoi dollari
Secondo l'Onu saranno necessari mille miliardi di dollari all'anno, da qui al 2050, per l'adattamento al cambiamento climatico. Inevitabile che i paesi cerchino di minimizzare i costi della transizione. Come? Annacquando l’ambizione degli accordi.
Vale per Arabia Saudita e Cina che hanno fatto aggiungere in questa seconda bozza due aggettivi che di fatto stravolgono gli accordi, riferendosi all’abbandono dell’energia a carbone solo se “non abbattuta”, e dei sussidi ai combustibili fossili quando “inefficienti”. Ma anche per Germania e Italia, "colpevoli” della mancata firma al bando dei motori a combustione interna entro il 2035 per proteggere le proprie industrie di componentistica auto. Mentre l’India chiede 1.000 miliardi di dollari di fondi internazionali in cambio della neutralità carbonica entro il 2070.

🕊 3. Non tutto è perduto
Al di là delle prevedibili divisioni resta il raggiungimento di accordi non scontati. I 100 paesi, tra cui il Brasile, che hanno firmato per porre fine alla deforestazione entro il 2030. O i 40 che si sono impegnati ad abbandonare il carbone entro il 2040.
E poi ci sarebbe il patto tra Stati Uniti e Cina sul clima siglato due giorni fa. Certo non ha la portata della dichiarazione congiunta Xi-Obama in occasione degli accordi di Parigi, ma l’intesa per comunicare nel 2025 gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2035 rilancia l’urgenza di azioni immediate. E si crea un canale di dialogo stabile tra le due potenze sul clima.
Che almeno di fronte all’emergenza climatica, si possano mettere in stand-by le divisioni?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cina, l’era di Xi. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-lera-di-xi-32335

Ascolta l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Xi forever. Qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-xi-forever-32329