ISPI - Geopolitica
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🌍 POLONIA-UE: SCONTRO FRONTALE

⚔️ Valori comuni?
“Non possiamo permettere che i nostri valori comuni siano messi in pericolo”. Questo l'attacco di ieri di von der Leyen al Parlamento europeo contro il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, nel primo faccia a faccia sul deterioramento dello stato di diritto nel paese.
La settimana scorsa, la corte suprema polacca ha sostenuto l'incompatibilità tra i trattati Ue e la costituzione nazionale: non era mai successo prima nella storia europea. Così la crisi tra Bruxelles e Varsavia, che prosegue da anni, è precipitata.

🇵🇱 Polexit
I giornali ne parlano molto, di “Polexit”. Ma la realtà è che, diversamente da Londra, Varsavia non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Ue. I sondaggi mostrano che il 53% dei polacchi ha una “immagine positiva” dell’Unione, più del 41% degli italiani (anche perché dal 2014 a oggi la Polonia ha ricevuto 91 miliardi di euro di fondi strutturali Ue). E quando giovedì scorso il tribunale costituzionale polacco si è espresso contro il primato della legislazione europea almeno 100.000 polacchi sono scesi in piazza in più di 100 città.
Non è un caso se persino Morawiecki, a capo di un governo conservatore e nazionalista sempre più in contrasto con l’Unione (su questioni che vanno dall’aborto ai diritti LGBT+, dall’indipendenza dei media a quella dei giudici) ieri abbia anche affermato che “l’UE è l’organizzazione internazionale più forte e meglio sviluppata della storia”. Salvo poi aggiungere: “ma non è uno stato”.

🤜🤛 (Dis)Unione europea
Von der Leyen ieri è stata dura, ma le carte che può giocare in questa fase sono poche. La procedura formale per proteggere lo stato di diritto (il famoso “articolo 7”) non permette azioni immediate. Così alla Commissione non restano che escamotage di dubbia legalità per ritardare l’esborso dei 36 miliardi di euro che la Polonia ha chiesto nell’ambito di Next Generation EU.
Il paradosso? La Polonia potrebbe portare Bruxelles in tribunale... alla Corte di giustizia europea. E l’Ue potrebbe perdere! Sarebbe solo l’ultima di tante piccole e grandi “picconature” alla supremazia del diritto comunitario su quello nazionale, non ultima quella della Corte costituzionale tedesca che per poco quest'anno non ha fatto lo stesso.
L’ennesima “crisi in casa” che rischia di paralizzare l’Europa?

Ascolta l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Si va verso una “Polexit”?. Qui: https://bit.ly/GloballyPolexit

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La Libia 10 anni dopo la fine di Gheddafi. Su ispionline.it
🌏 G20 E COP: FUGA A DUE

🇨🇳🇷🇺Ghosting geopolitico
Summit G20 e COP26 senza Putin e Xi Jinping. Questo lo scenario che sta emergendo in queste ore tra conferme e indiscrezioni. L’assenza del presidente russo a Roma e Glasgow è dovuta secondo il Cremlino al nuovo picco di contagi in Russia. E anche la diplomazia cinese ha giustificato la non partecipazione fisica di Xi alludendo a misure di sicurezza nel quadro della pandemia.
Sarà, ma c’era da aspettarselo: da inizio pandemia Putin ha viaggiato all’estero solo una volta, mentre sono passati 637 giorni dall’ultimo viaggio internazionale di Xi. Tuttavia, vista l’importanza dei due vertici per rilanciare multilateralismo e lotta al cambiamento climatico, la sola (neanche sicura) partecipazione virtuale dei due leader fa rumore.

🔥 Clima rovente
Secondo gli organizzatori della COP26 saranno oltre 100 i leader politici presenti. Ma a leggere bene la lista dei partecipanti, alle defezioni di Russia e Cina potrebbero aggiungersi quelle del presidente indiano Modi e di Bolsonaro. Così mancherebbero i leader di 3 dei 5 principali emettitori mondiali di gas serra e il presidente ritenuto responsabile della deforestazione dell’Amazzonia.
Parte dunque in salita la strada per un accordo su nuovi impegni vincolanti di riduzione delle emissioni entro il 2030. Senza accordo, le emissioni diminuirebbero solo del 16% rispetto al 45% necessario per raggiungere gli obiettivi di Parigi, e il pianeta si riscalderebbe di 2,7°C invece dei soli 1,5°C auspicati.

🤝 Il nemico del mio nemico…
Il moltiplicarsi dei summit multilaterali a cui Putin e Xi non hanno fisicamente partecipato dà nuova enfasi al rapporto deteriorato di Mosca e Pechino con il “fronte” occidentale, ma anche a quello che sembra un progressivo rafforzamento del loro legame.
All’assenza alla riunione speciale del G20 sull’Afghanistan è corrisposto il Moscow Format di due giorni fa, in cui Mosca e Pechino (più altri 7 paesi della regione) concordano linee comuni sulla crisi afghana. Ad agosto, i due paesi hanno tenuto esercitazioni militari combinate, alcune chiaramente destinate a simulare il combattimento contro Usa e alleati. Biden si diceva pronto a litigare su tutto con Cina e Russia pur di trovare un accordo sulla CO2. Rischia però di trovarsi senza accordo e con più litigate.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue: i temi sul tavolo. Su ispionline.it
🌍 MERKEL: L’ULTIMO (VANO) CONSIGLIO

🇩🇪 107 e non sentirli
Si chiude oggi il Consiglio europeo, 107° e forse ultimo dell’era Merkel. Tutto dipenderà da se la coalizione “a semaforo” in Germania riuscirà a partire prima del 16 dicembre, prossimo appuntamento dei 27 leader europei.
Come spesso accade di questi tempi, è stato un Consiglio segnato dalle divisioni: su stato di diritto in Polonia, energia, migranti. In tutti i casi, l’atteggiamento attendista della Germania di Merkel è stato determinante. Tutto rimandato, nell’ennesimo tentativo di spegnere le tensioni.

🚧 Baby steps
Nel corso dei summit europei Merkel ha spesso cercato di trovare compromessi anziché soffiare sul fuoco. Di recente persino sul fronte economico: mentre in passato Berlino abbracciava posizioni vicine ai “falchi” dell’austerity, scontrandosi spesso con Roma, l’anno scorso ha combattuto per la creazione di 750 miliardi di euro di debito comune europeo.
Uno spirito di mediazione, quello di Merkel, che va a braccetto con la sua “politica dei piccoli passi”. Come dimostra il Consiglio di oggi, però, non tutto si può ricomporre. Sui migranti che al momento premono alle frontiere orientali, incoraggiati dalla Bielorussia, 12 paesi Ue hanno addirittura chiesto alla Commissione di costruire un muro con soldi comunitari. Mentre altri si chiedono se sia giusto fissarsi sui confini est, quando in Italia ogni mese sbarcano molte più persone.
Sull’energia, il dibattito si è arenato tra i pochi (Polonia e Repubblica Ceca in primis) che mettono sotto accusa le politiche “troppo rinnovabili” dell’Ue e i tanti che, pur difendendole, vorrebbero che si facesse qualcosa per contenere i prezzi. E Berlino? Proprio nel mezzo.

🇪🇺 Dopo di me, il diluvio?
E poi c’è la questione dello stato di diritto. Molti paesi hanno chiesto che la Commissione avvii la procedura che porterebbe alla sospensione dei fondi europei a Varsavia, ma ancora una volta i “neutrali”, Berlino in testa, hanno prevalso.
Per questo è naturale domandarsi: come saranno i summit europei del dopo-Merkel? Nei primi mesi Scholz, che si è venduto come “nuovo Merkel” in patria, potrebbe seguire i passi della cancelliera. Ma Macron dovrà forse cercare qualche “scossa” per dimostrare di contare qualcosa in Europa, prima delle presidenziali di aprile.
Una cosa è certa: senza Merkel a mediare, il 108° summit europeo sarà tutta un’altra storia.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bolsonaro accusato di crimini contro l’umanità. Su ispionline.it
🌍 COVID: LA SECONDA “SECONDA ONDATA”?

🦠 Vacanze forzate
“Le vacanze scolastiche iniziano lunedì", ha annunciato il presidente rumeno Klaus Iohannis. In un paese che ha un terzo degli abitanti dell’Italia, il numero di morti Covid ha superato i 400 al giorno: così il governo ha annunciato il coprifuoco per almeno un mese.
Anche la Lettonia da giovedì è tornata in lockdown. E in Russia Putin ha chiuso "per ferie" diverse regioni, mentre a Mosca il lockdown scatterà tra tre giorni. Sembra quasi di essere tornati all’anno scorso, all’autunno della “seconda ondata” in Europa. Ma a ben guardare si scopre la differenza: torna a chiudersi solo chi è poco vaccinato.

No vaccine, no party
D’altronde, oggi ai paesi del mondo sono rimaste poche alternative a campagne vaccinali di massa. I lockdown dello scorso anno non sono sostenibili, soprattutto per chi ha debiti già molto alti. E anche la Nuova Zelanda, che fino a quest’estate poteva ancora sognare di raggiungere lo “zero Covid”, a causa della variante Delta è stata costretta a riaprire senza aver abbattuto i casi.
Intanto le conseguenze economiche di chiusure prolungate si fanno sentire. Si stima che nel 2020 i lockdown abbiano ridotto del 18% il PIL mondiale. A Hong Kong si svuota la piazza finanziaria, mentre il lockdown a Melbourne (il più lungo del mondo, durato sei mesi) è costato 100 milioni di dollari al giorno. Insomma, l'unica strategia disponibile sembra la “convivenza” con il virus. Con tante precauzioni: mascherine, distanziamento, passaporti vaccinali e, ovviamente, vaccini.

💉 Chi ha il pane non ha i denti?
Ecco perché si fa fatica a credere che Romania e Bulgaria, che hanno ricevuto le stesse dosi pro capite degli altri paesi Ue, oggi abbiano vaccinato meno di un terzo della loro popolazione (l’Italia è al 77%). Merito di disinformazione e sfiducia nelle istituzioni, ma anche di medici conniventi che accettano denaro in cambio di certificati vaccinali falsi.
Una strategia “vaccino nel lavandino” che cozza moltissimo con la consapevolezza che di vaccini in Africa non ce ne sia neanche l’ombra (solo il 5% di chi vive lì è immunizzato). E che, mentre il resto dell’Ue pensa alla ripresa e alle terze dosi, oggi proietta l’Est Europa praticamente all’anno scorso.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sudan, un golpe annunciato. Su ispionline.it
🌍 SUDAN: FINE DELLA RIVOLUZIONE?

⚔️ Civili vs militari
Secondo giorno di proteste in Sudan contro il colpo di stato militare. Nonostante internet fuori uso e una presenza massiccia di soldati, a Khartoum migliaia di manifestanti hanno risposto all’appello di “scendere pacificamente in strada per difendere la rivoluzione” lanciato via Facebook dal primo ministro, agli arresti domiciliari.
Di fronte a questa mobilitazione popolare, che mette a rischio la riuscita del putsch, i soldati hanno reagito con la violenza e sarebbero almeno 10 le vittime. Gli spettri del passato tornano così a farsi vivi.

🇸🇩 Un golpe tira l’altro
Sono passati solo due anni da quando l'ex dittatore (golpista) Omar al-Bashir è stato estromesso dal potere tra sangue e violenze, con i soldati che aprirono il fuoco sui manifestanti uccidendo 87 civili. Due anni di recriminazioni e tentativi di mediazione nella traballante coalizione di governo, formata da gruppi militari e civili, per provare a consolidare un processo di transizione democratica.
Le timide prospettive di instaurare un sistema politico democratico in Sudan sembrano però evaporate con questo tentativo di golpe militare, che ha fatto seguito a quello sventato solo poche settimane prima dalle autorità civili. E così sono 17 i colpi di stato dall’indipendenza del paese: in media uno ogni tre anni e mezzo, e il maggior numero tra gli Stati africani.

💵 A chi interessa il Sudan?
Con l’uscita nel 2020 dalla black list americana dei paesi che sostengono il terrorismo, il Sudan aveva guadagnato l’accesso ai mercati finanziari e agli aiuti internazionali, che potrebbero adesso essere presto sospesi. Washington ha già bloccato l’esborso di 700 milioni di dollari volti a sostenere la transizione democratica del paese, ora nel pieno di una profonda crisi economica, con un’inflazione del 400%.
Una mano potrebbe arrivare dalla Cina, che ha investito 29 miliardi di dollari nel Sudan e le sue infrastrutture, parte della Belt and Road Initiative. Ma anche Mosca osserva con attenzione, data la trattativa con Khartoum per la creazione di una base navale russa nel Mar Rosso.
Per una volta l’interesse tra le tre grandi potenze è comune: avere un Sudan politicamente più stabile. Ma non è detto che per la democrazia nel paese sia una buona notizia.

Domani 27 ottobre alle 18.00 la tavola rotonda ISPI “Sudan: il golpe della restaurazione?”. Registrati qui: https://bit.ly/golpeSudan
🌍 CRISI ENERGETICA: NIENTE SCINTILLA TRA I MINISTRI EUROPEI

🔋 Sovranismo energetico
Nessuna cessione di sovranità in tema di energia. Questo il risultato del Consiglio dei Ministri europei dell’Energia di ieri, dove si sono discusse le misure per far fronte alla crisi energetica e prevenire possibili shock futuri.
Troppo forti le differenze tra i due fronti interni con Polonia e Spagna a chiedere interventi sovranazionali immediati, a cui si sono opposti i paesi del nord Europa secondo cui l'aumento dei prezzi dell’energia è temporaneo e affrontabile con politiche nazionali. E così niente contratti comuni sul gas a livello Europeo e si è aperto alla possibilità di un approvvigionamento congiunto di scorte di gas solo su base volontaria. Ma le spaccature sull’energia non si limitano a questo.

☢️ Nucleare my old friend
A dicembre la Commissione presenterà una nuova classificazione delle fonti energetiche passibili di investimenti verdi. Un’occasione per la Francia (70% dell’energia elettrica prodotta da centrali atomiche) che non a caso spinge per ottenere una “patente verde” per il nucleare così da rinnovare i propri reattori tramite i fondi del Green Deal Europeo.
Di parere opposto invece la Germania che dopo il disastro di Fukushima ha avviato la denuclearizzazione del proprio settore energetico e vorrebbe favorire altre fonti energetiche. I segnali degli ultimi giorni sembrano andare nella direzione sperata da Parigi con von der Leyen che ha riconosciuto “l’importanza per il mix energetico di nucleare e gas naturale come fonti di energia stabili”. Insomma un’Europa verde ma fino a un certo punto.

🇪🇺 Crisi passeggera?
Negli ultimi venti giorni i ministri europei si sono incontrati “a vuoto” cinque volte. Intanto il prezzo del Brent in Europa tocca i suoi massimi degli ultimi 3 anni. Mentre quello del gas naturale segna un +400% da inizio anno complici le forniture ancora basse dalla Russia (-16% nei livelli di stoccaggio europei rispetto alla media degli anni passati).
Il dilemma che Stati Membri e Commissione si trovano ora davanti è lo stesso che caratterizzerà il G20 di questo fine settimana: fino a che punto si può fare a meno dei combustibili fossili? Dalla risposta a questa domanda non dipenderà però solo l’ammontare del caro-bollette ma il destino del pianeta.

Nell’ISPI Daily Focus di oggi: Sudan, ‘geopolitica’ del golpe. Su ispionline.it
🌏 IRAN E NUCLEARE: NEGOZIATO 2.0?

☢️ A volte ritornano
Entro dicembre l’Iran intende riprendere i negoziati sul suo programma nucleare: lo ha annunciato il viceministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani. Dopo l’uscita di Trump dall’accordo JCPOA nel 2018, i negoziati erano stati riavviati (anche se solo informalmente) a inizio anno da Biden per poi essere nuovamente sospesi a metà giugno, dopo l’elezione del nuovo presidente iraniano Ebrahim Raisi.
Ancora lunedì scorso, in uno scambio polemico che dura da mesi, l’inviato speciale Usa per l’Iran Robert Malley aveva ribadito che se le trattative a Vienna dovessero fallire gli Stati Uniti userebbero anche "altri strumenti" per impedire all'Iran di acquisire armi nucleari.

🛢 Benzina per i negoziati
Se il cambio di amministrazione americana ha chiuso la stagione dello scontro più duro con Washington, l’elezione di Raisi (un hardliner sostenuto dalla Guida suprema Ali Khamenei, ostile a qualsiasi dialogo con gli Usa) aveva fatto temere il peggio.
In realtà erano comunque in molti a pensare che, se non per ragioni ideologiche, l‘Iran sarebbe tornato al tavolo negoziale quantomeno per motivi economici. L’inflazione ufficiale continua a galoppare (+40%) e, sul dollaro, il rial iraniano oggi vale un ottavo rispetto al 2015, l’anno dell’accordo sul nucleare.
Insomma, forse era solo una questione di tempo, necessario per permettere ai neoeletti ultraconservatori di “salvare la faccia”. Ma ad aiutare c’è anche il prezzo del petrolio, che per l’Iran conta per la metà delle entrate statali e di recente tornato sopra gli 80 dollari al barile. Che Teheran abbia deciso di negoziare ora per approfittare di una congiuntura meno sfavorevole?

🇮🇷🇺🇸 Biden e UE: sospiro di sollievo?
Se confermata, la ripresa dei negoziati sarebbe un’ottima notizia. Ma in realtà la strada è ancora lunga e in salita. Basti pensare che solo a settembre, dopo un primo accordo che avrebbe consentito agli ispettori internazionali libero accesso ai siti nucleari, Teheran era rapidamente tornata sui propri passi.
Le prospettive si fanno ancora più grigie se consideriamo che Washington e Teheran restano su fronti opposti. Mentre l’Iran vorrebbe che la Casa Bianca sospendesse le sanzioni come precondizione per negoziare, gli Usa chiedono maggiori certezze prima di discutere di sanzioni.
Insomma, senza un ulteriore sforzo, lo spiraglio appena aperto potrebbe chiudersi molto rapidamente.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cop26, ultima chiamata. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cop26-ultima-chiamata-32152
🌎 BIDEN E CLIMA: FUOCO AMICO

♻️A mani vuote
Oggi Joe Biden è sbarcato in Europa per partecipare al G20 e a COP26. Il suo tour europeo sarà molto diverso da come se lo era immaginato: fino a settimana scorsa sperava di partire con il sostegno ai suoi piani di spesa interni, inclusi 550 miliardi di dollari per la lotta al cambiamento climatico.
Invece ieri il sostegno politico al Congresso per quel piano, che a inizio anno il Presidente aveva presentato come un game changer, sembra essere rapidamente evaporato. Lo stesso Biden ammette: “Il resto del mondo si chiede se siamo in grado di funzionare”.

🇺🇸 Appesi a un voto
In effetti Biden è stato costretto a ridimensionare gran parte dei suoi piani di spesa in infrastrutture e welfare, da circa 5.000 a 2.800 miliardi di dollari. Le proposte sono sempre passate al Senato, dove i democratici sono appesi a un unico voto. Ma si sono arenate alla Camera.
Per Biden, che già sta calando nei sondaggi, si tratta di una pericolosissima impasse. Manca oltre un anno alle elezioni di mid-term, eppure i deputati democratici sono già preoccupati. Per questo i centristi hanno rifiutato il piano di spesa sul welfare originario, da 3.500 miliardi, giudicandolo eccessivo, mentre la sinistra reputa insufficiente quello da 1.750 miliardi presentato ieri dalla Casa Bianca.
Così il Presidente è stato costretto a partire alla volta di COP26 senza un piano di investimento verde ambizioso.

🗣 L'ennesimo “bla, bla, bla”?
Certo, non sarà soltanto questo a rendere complicato il vertice di Glasgow. Negli ultimi due anni sono fioccate le promesse di raggiungere la neutralità climatica (o carbonica) entro il 2050 o il 2060. Ue, Usa, Cina, persino grandi esportatori di combustibili fossili come Russia e Australia: tutti si sono impegnati ad arrivarci. Tra i “grandi”, manca solo l’India.
Ma si è fatta molta più fatica a tradurre quegli obiettivi di lungo periodo in impegni al 2030: facile prendere impegni per il 2050, molto meno per “dopodomani”... Pechino sta costruendo altre 43 centrali a carbone. E sia Xi Jinping sia Putin, leader di due dei più grandi emettitori mondiali di CO2, non saranno presenti al summit.
Il rischio si fa concreto che, come accaduto molte volte in passato, anche COP26 scada nel solito “bla, bla, bla”.

Ne parleremo il 3 novembre alle 18.00 alla tavola rotonda ISPI “Il primo anno di Biden: ambizioni globali, freni domestici”. Iscriviti qui: https://bit.ly/PrimoAnnoBiden
🌍 COP26: PICCOLI(SSIMI) PASSI

♻️ Verde speranza?
Duecento paesi, più di 100 capi di Stato e di governo, oltre 30.000 delegati. Domenica con COP26 sono iniziate due settimane di intensi negoziati sul clima. Tra ieri e oggi la conferenza ha già fatto segnare due successi: 110 paesi (Brasile incluso) si sono impegnati a fermare la deforestazione, e 80 paesi ad abbattere le emissioni di metano, entro il 2030.
Ma restano aperti ancora molti punti. Su tutti l'accordo su impegni vincolanti al 2030, che il G20 non ha raggiunto. E le prospettive a Glasgow non sono molto più rosee che a Roma.

⚖️ Tra impegni e realtà
Anzi, già sappiamo quello che da COP26 non uscirà: un accordo vincolante sulla riduzione dell’utilizzo del carbone. Cina e India (da sole responsabili del 66% dei consumi mondiali) sono contrarie, e hanno annunciato obiettivi di neutralità climatica rispettivamente al 2060 e 2070 – con uno o due decenni di ritardo rispetto alle scadenze “occidentali”.
Certo, anche in Occidente non tutto procede per il meglio. A causa delle spaccature interne al Partito democratico, Biden è arrivato al summit praticamente a mani vuote (e ne ha approfittato per una pennichella...). L’Europa invece si è presentata avendo fatto i compiti a casa (le emissioni Ue sono crollate del 31% rispetto al 1990, contro un obiettivo del –20%), ma anche per Bruxelles la vera sfida inizia adesso.

“Ultima chiamata”
Il 2020 è stato l’anno delle grandi promesse: in risposta a Greta e ai Fridays for Future, l’Ue e quasi tutti i grandi paesi del mondo hanno messo in fila promesse di neutralità climatica. Sembrava che la corsa a intestarsi i meriti per aver “salvato il pianeta” (e a essere i leader tecnologici e industriali del futuro) non dovesse finire mai.
Ma con il passare dei mesi i governi si sono fatti più cauti. Nemmeno quella che l’Onu ha definito “ultima chiamata per l’umanità” sembra in grado di trasformare le promesse al 2050 in obiettivi chiari al 2030. Perché gli sbalzi dei prezzi dell’energia dimostrano che, se non gestita bene, la transizione verde ti può esplodere tra le mani. E non necessariamente essere un vantaggio per i “primi della classe”.

Non perdere il nostro nuovo fact checking: I cambiamenti climatici in 10 grafici. Leggilo qui: https://bit.ly/factcheckingclima
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🌏 AFGHANISTAN: LOTTA FRATRICIDA

💥 Altro sangue
Almeno 25 morti e 50 feriti: sono le vittime dell’attentato di ieri all’ospedale militare Daoud Khan di Kabul. L’attacco, rivendicato dal ramo locale dello Stato Islamico (ISIS-K), è uno dei più elaborati da quando i talebani hanno preso il potere, con due attacchi suicidi che hanno preceduto l’arrivo dei combattenti ISIS e uno scontro a fuoco con le forze speciali talebane.
È ormai da oltre un mese che in Afghanistan si susseguono notizie di attacchi terroristici. Attacchi che mettono in dubbio la capacità dei talebani di riportare il paese (o anche la sola Kabul) sotto il loro controllo, e che mettono in allerta le agenzie di intelligence occidentali (e non solo).

⚔️ Stato canaglia vs Stato canaglia
Sulla carta, i talebani sembrano compatti. Ma nelle principali città afghane si moltiplicano gli scontri con i gruppi rivali. E le fila degli avversari dei talebani sembrano arricchirsi di disertori radicalizzati, che non accettano la "amnistia generale" promossa dalla leadership talebana e interpretano le timide aperture verso il mondo come un tradimento della jihad.
Quel che è certo è che l’Afghanistan ha un disperato bisogno di aiuti internazionali. Prima della caduta di Kabul, l’80% dei fondi governativi e il 40% del PIL del paese dipendevano dagli aiuti occidentali. Oggi, dopo nuove sanzioni americane e il congelamento dei fondi IMF, un primo aiuto è arrivato dalla Cina: 31 milioni di dollari. Troppo poco: meno del 2% del PIL.

🇦🇫 La tomba degli imperi (tutti?)
Così l’Afghanistan rischia di sprofondare sempre più nell’ingovernabilità. E dire che, con il ritiro degli Usa e dei loro alleati dalla “forever war”, in molti avevano previsto che l’Afghanistan sarebbe tornato “terreno di scontro” tra grandi potenze, e che Pechino e Mosca avrebbero potuto guadagnarci in influenza e prestigio.
La realtà è che oggi il paese è allo sbando, con rapimenti ed estorsioni all’ordine del giorno. Secondo l’Onu, il 97% della popolazione vive in condizioni di povertà (un sacco di farina costa il quadruplo rispetto ad agosto). E il governo talebano per mantenere unità tra i membri abbraccia una visione sempre più radicale della società.
Una cosa è certa: se ISIS o al Qaeda ritroveranno rifugio in Afghanistan, la comunità internazionale dovrà presto tornare a interessarsi del paese.

Nell’ISPI Daily Focus di oggi: Stati Uniti, disfatta Dem. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-disfatta-dem-32228

Segui la tavola rotonda ISPI alle 18.00 su “Il primo anno di Biden, ambizioni globali, freni domestici”. Qui: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/il-primo-anno-di-biden-ambizioni-globali-freni-domestici
🌏 COP E OPEC: PETROLIO PER SEMPRE?

🛢 We want your oil
“I produttori di petrolio dovrebbero estrarne di più”. Questa la richiesta di Biden nei giorni della COP26: un paradosso con precise motivazioni politiche. Il prezzo del greggio negli USA è ai massimi da sette anni, e si è tradotto in una impennata nei costi di benzina e bollette.
Non il massimo per la popolarità di un Biden già in forte calo nei sondaggi che si è quindi rivolto all’OPEC. Ma nel vertice di oggi, il cartello dei principali paesi esportatori di greggio, nonostante le pressioni americane, ha confermato l’incremento mensile di “soli” 400mila barili al giorno stabilito a luglio che verosimilmente terrà il petrolio attorno a quota 80 dollari per i prossimi mesi. E così gli USA potrebbero dover ricorrere a soluzioni tutt’altro che environmentally friendly.

🇺🇸 Assenti illustri
Per aumentare l’offerta globale di petrolio, Washington sarebbe infatti pronta a mettere in vendita le proprie riserve strategiche. Una mossa non convenzionale, tipicamente riservata a casi di disastri naturali o guerre, che stona rispetto all’obiettivo di ergersi a modello globale della lotta al cambiamento climatico.
Ma i segnali della ambiguità americana arrivano anche dalla COP di Glasgow. Più di 40 paesi hanno concordato di non utilizzare più il carbone per la produzione di energia elettrica nei prossimi 20 anni. Ma tra le firme mancanti oltre ai prevedibili nomi dei principali paesi produttori e consumatori di carbone (Cina, India, Australia) troviamo anche gli Stati Uniti.

💰Una questione privata
Eppure, a Glasgow qualcosa si muove. Il 90% dei paesi partecipanti ha ora adottato un obiettivo di zero emissioni, contro il 30% di pochi mesi fa. E gli impegni del mondo della finanza fanno ben sperare: 450 gruppi di 45 paesi si sono uniti nella Glasgow Financial Alliance for Net Zero che finanzierà con 130 trilioni di dollari la transizione ecologica mondiale nei prossimi tre decenni.
Le fondazioni di beneficenza dei Rockefeller, di Bezos e di Ikea hanno poi promesso di riempire il buco lasciato dai governi G20 nel fornire i 100 miliardi di aiuti promessi ai paesi meno sviluppati. Di fronte agli stalli della politica, saranno i privati a dover guidare la transizione energetica?

Ascolta la nuova puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Da Roma è tutto, linea a Glasgow. A questo link: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-da-roma-e-tutto-linea-glasgow-32253

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Nucleare iraniano, si torna a negoziare. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nucleare-iraniano-si-torna-negoziare-32256