🌎 BRASILE: L'AMAZZONIA INCENDIA LA CAMPAGNA ELETTORALE
🇧🇷 A(h)ia, Bolsonaro
Nuova denuncia contro Bolsonaro alla Corte penale internazionale dell’Aia. Sette quelle finora depositate, quest’ultima da parte dell'ONG austriaca AllRise per “crimini contro l’umanità”. Secondo l’accusatore, la politica ambientale distruttiva del leader brasiliano potrebbe essere responsabile di 180 mila morti indirette nel corso di questo secolo a causa dell'aumento delle temperature globali.
Insomma, un’accusa piuttosto ampia che si potrebbe rivolgere a mezzo mondo e che evidenzia come le denunce contro il presidente siano diventate uno strumento di protesta “comune” tra i suoi oppositori. Tuttavia, tra politiche a favore della deforestazione e dell’attività mineraria nelle riserve indigene, Bolsonaro non si è certo contraddistinto per una agenda green. E di questo passo della foresta amazzonica rimarrà ben poco.
🌳 La savana amazzonica
Numerosi studi scientifici giudicano le politiche di Bolsonaro responsabili della perdita ogni anno di circa 400.000 ettari (poco più di mezzo milione di campi da calcio) di foresta pluviale, livelli che non si registravano dai primi anni della presidenza Lula. Ma se il suo (possibile) principale rivale alle elezioni del 2022 aveva poi nel corso dei suoi due mandati diminuito la deforestazione dell’80%, con Bolsonaro registriamo un +35%.
A causa dell’azione dell’uomo e del cambiamento climatico l’Amazzonia è sempre più esposta agli incendi, più che raddoppiati dal 2013. Prendendo in considerazione la CO2 emessa dagli incendi, ad oggi la foresta amazzonica rilascia tre volte più gas serra di quanti ne assorba. Altro che polmone del pianeta.
🗳 Bolsonaro 2022?
Secondo gli ultimi sondaggi il 58% dei brasiliani disapprova la presidenza di Bolsonaro, e gli exit poll lo danno sconfitto al primo turno. Più delle politiche ambientali a essere sotto esame sono quelle economiche: inflazione ai massimi e disoccupazione ben distante dal livello pre-pandemico.
Inoltre, il Brasile è diventato il secondo paese al mondo a superare la soglia dei 600mila morti da Covid, ma il presidente si è distinto – ancora una volta - per essersi fatto cacciare dallo stadio non essendo ancora vaccinato. Per di più, a pochi giorni dall’ennesima manifestazione di massa in più di 200 città del paese che chiedeva l'impeachment del presidente. Sembra un dejà vu di quanto accaduto con The Donald: sarà così anche con le elezioni?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Omicidio Regeni, a processo. Su ispionline.it
🇧🇷 A(h)ia, Bolsonaro
Nuova denuncia contro Bolsonaro alla Corte penale internazionale dell’Aia. Sette quelle finora depositate, quest’ultima da parte dell'ONG austriaca AllRise per “crimini contro l’umanità”. Secondo l’accusatore, la politica ambientale distruttiva del leader brasiliano potrebbe essere responsabile di 180 mila morti indirette nel corso di questo secolo a causa dell'aumento delle temperature globali.
Insomma, un’accusa piuttosto ampia che si potrebbe rivolgere a mezzo mondo e che evidenzia come le denunce contro il presidente siano diventate uno strumento di protesta “comune” tra i suoi oppositori. Tuttavia, tra politiche a favore della deforestazione e dell’attività mineraria nelle riserve indigene, Bolsonaro non si è certo contraddistinto per una agenda green. E di questo passo della foresta amazzonica rimarrà ben poco.
🌳 La savana amazzonica
Numerosi studi scientifici giudicano le politiche di Bolsonaro responsabili della perdita ogni anno di circa 400.000 ettari (poco più di mezzo milione di campi da calcio) di foresta pluviale, livelli che non si registravano dai primi anni della presidenza Lula. Ma se il suo (possibile) principale rivale alle elezioni del 2022 aveva poi nel corso dei suoi due mandati diminuito la deforestazione dell’80%, con Bolsonaro registriamo un +35%.
A causa dell’azione dell’uomo e del cambiamento climatico l’Amazzonia è sempre più esposta agli incendi, più che raddoppiati dal 2013. Prendendo in considerazione la CO2 emessa dagli incendi, ad oggi la foresta amazzonica rilascia tre volte più gas serra di quanti ne assorba. Altro che polmone del pianeta.
🗳 Bolsonaro 2022?
Secondo gli ultimi sondaggi il 58% dei brasiliani disapprova la presidenza di Bolsonaro, e gli exit poll lo danno sconfitto al primo turno. Più delle politiche ambientali a essere sotto esame sono quelle economiche: inflazione ai massimi e disoccupazione ben distante dal livello pre-pandemico.
Inoltre, il Brasile è diventato il secondo paese al mondo a superare la soglia dei 600mila morti da Covid, ma il presidente si è distinto – ancora una volta - per essersi fatto cacciare dallo stadio non essendo ancora vaccinato. Per di più, a pochi giorni dall’ennesima manifestazione di massa in più di 200 città del paese che chiedeva l'impeachment del presidente. Sembra un dejà vu di quanto accaduto con The Donald: sarà così anche con le elezioni?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Omicidio Regeni, a processo. Su ispionline.it
🌍 VACCINI: IL MONDO RIMANE INDIETRO
📊 Realtà opposte
In Italia manifestazioni contro il green pass mentre nel mondo la metà della popolazione attende ancora l’iniezione della prima dose. Una contrapposizione che sintetizza le grandi disuguaglianze della più imponente campagna vaccinale nella storia umana, con più di 6 miliardi di dosi finora somministrate in 184 paesi.
Ma il 77% di queste sono state somministrate nelle economie avanzate, contro lo 0,5% riservato ai paesi a basso reddito. E così sembra quanto mai utopistico l’obiettivo dell’OMS di vaccinare il 40% della popolazione di tutti i paesi del mondo entro la fine del 2021. Anche solo il target del 10% entro fine settembre è stato fallito da 56 Stati, il 70% dei quali in Africa.
💉 (PO)COVAX
Considerando che ogni mese vengono prodotte 1,5 miliardi di dosi, è evidente come qualcosa non stia funzionando nella loro distribuzione, affidata al programma delle Nazioni Unite COVAX. Nel corso dei mesi il numero di consegne previste per i paesi più poveri entro fine anno è stato tagliato da 1,9 a 1,4 miliardi di dosi.
L’Africa si trova così con 150 milioni di dosi in meno, e di questo passo il 40% della sua popolazione sarà vaccinato solo a marzo 2022. Inoltre, lo scetticismo sui vaccini e la mancanza di infrastrutture o di sicurezza portano allo spreco delle poche dosi disponibili: 3 milioni quelle non utilizzate e a rischio di scadenza in Uganda a fronte di soli 400mila vaccinati (1% della popolazione).
🤔 Fatti o promesse?
Questa disuguaglianza nell’accesso ai vaccini ha creato una competizione tra le grandi potenze mondiali per mettere a disposizione milioni di dosi. Solidarietà ma anche soft power per una diplomazia dei vaccini che però, finora, rimane soprattutto sulla carta.
Meno del 15% del miliardo di vaccini promesso dal G7 è stato finora consegnato. Mentre il contributo cinese non è stato certo a titolo gratuito: 71 milioni le dosi donate, 1 miliardo quelle vendute. Secondo il FMI se entro il 2021 non sarà vaccinato il 40% delle persone in tutti i paesi, le perdite del PIL globale nel prossimo quinquennio ammonteranno a 5.300 miliardi di dollari, più del PIL tedesco. Che sia una argomentazione più convincente per spingere a maggiore solidarietà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Beirut, un giorno di ordinaria follia. Su ispionline.it
📊 Realtà opposte
In Italia manifestazioni contro il green pass mentre nel mondo la metà della popolazione attende ancora l’iniezione della prima dose. Una contrapposizione che sintetizza le grandi disuguaglianze della più imponente campagna vaccinale nella storia umana, con più di 6 miliardi di dosi finora somministrate in 184 paesi.
Ma il 77% di queste sono state somministrate nelle economie avanzate, contro lo 0,5% riservato ai paesi a basso reddito. E così sembra quanto mai utopistico l’obiettivo dell’OMS di vaccinare il 40% della popolazione di tutti i paesi del mondo entro la fine del 2021. Anche solo il target del 10% entro fine settembre è stato fallito da 56 Stati, il 70% dei quali in Africa.
💉 (PO)COVAX
Considerando che ogni mese vengono prodotte 1,5 miliardi di dosi, è evidente come qualcosa non stia funzionando nella loro distribuzione, affidata al programma delle Nazioni Unite COVAX. Nel corso dei mesi il numero di consegne previste per i paesi più poveri entro fine anno è stato tagliato da 1,9 a 1,4 miliardi di dosi.
L’Africa si trova così con 150 milioni di dosi in meno, e di questo passo il 40% della sua popolazione sarà vaccinato solo a marzo 2022. Inoltre, lo scetticismo sui vaccini e la mancanza di infrastrutture o di sicurezza portano allo spreco delle poche dosi disponibili: 3 milioni quelle non utilizzate e a rischio di scadenza in Uganda a fronte di soli 400mila vaccinati (1% della popolazione).
🤔 Fatti o promesse?
Questa disuguaglianza nell’accesso ai vaccini ha creato una competizione tra le grandi potenze mondiali per mettere a disposizione milioni di dosi. Solidarietà ma anche soft power per una diplomazia dei vaccini che però, finora, rimane soprattutto sulla carta.
Meno del 15% del miliardo di vaccini promesso dal G7 è stato finora consegnato. Mentre il contributo cinese non è stato certo a titolo gratuito: 71 milioni le dosi donate, 1 miliardo quelle vendute. Secondo il FMI se entro il 2021 non sarà vaccinato il 40% delle persone in tutti i paesi, le perdite del PIL globale nel prossimo quinquennio ammonteranno a 5.300 miliardi di dollari, più del PIL tedesco. Che sia una argomentazione più convincente per spingere a maggiore solidarietà?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Beirut, un giorno di ordinaria follia. Su ispionline.it
🌏 NATO E ARMAMENTI: LA CINA SI AVVICINA?
🇨🇳 Lancio 78
Questo agosto la Cina avrebbe testato per la prima volta un razzo ipersonico, secondo quanto rivelato dal Financial Times nel weekend. Il razzo sarebbe in grado di viaggiare a velocità cinque volte superiori a quella del suono. Ma soprattutto di eludere tutte o quasi tutte le contraeree del mondo.
Qualche ora fa il Ministero degli esteri cinese ha categoricamente smentito che il lancio di agosto abbia testato un missile ipersonico. Ma la segretezza con cui è stata condotta l’operazione (ci sono annunci del lancio precedente e quello successivo, ma non del 78, quello incriminato) amplifica i sospetti. E così persino la Nato corre ai ripari.
🚀 Crisi dei missili?
Pechino continua a ribadire che lo sviluppo delle capacità militari nazionali ha scopi “esclusivamente difensivi”. Ma le armi ipersoniche servono principalmente all’attacco, e a un attacco che più a sorpresa non si potrebbe.
Nell'epoca dei razzi ipersonici, una “crisi dei missili” assumerebbe tutt’altri connotati. Negli anni Sessanta l’Unione sovietica rischiò di scatenare una guerra nucleare pur di piazzare dei missili a Cuba, in risposta allo schieramento Usa dei missili Jupiter in Europa. Con razzi ipersonici questo non serve più: si possono schierare nel “giardino di casa”.
Oltre alla Cina, anche Usa e Russia stanno sviluppando armi ipersoniche. Ma se davvero Pechino ne entrasse in possesso ciò sbilancerebbe ulteriormente il rapporto di forze nei confronti dei suoi vicini regionali, già allarmati dalla costruzione di oltre 200 nuovi silos di missili intercontinentali.
🎯 Un altro fronte è Nato
Dal 2019, oltre che “partner” l’UE definisce la Cina un “rivale sistemico”. Per forza: da anni Pechino ha la marina più grande al mondo, e dal 2015 spende per la difesa più dei 27 paesi Ue messi insieme.
Così ora persino la Nato inizia a mettere la Cina “nel mirino”. Secondo Jens Stoltenberg, segretario generale giunto quasi a fine mandato, quando nel 2022 i leader Nato rimetteranno mano al “concetto strategico” dell’Alleanza non potranno non menzionare (per la prima volta) Pechino. Dall’Artico all’Africa, per Stoltenberg “la Cina si sta avvicinando”.
Pechino riuscirà nell'impresa - che sembra non riuscire neppure a Biden - di ricucire le fratture tra le due sponde dell’Atlantico?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, verso la coalizione semaforo. Su ispionline.it
🇨🇳 Lancio 78
Questo agosto la Cina avrebbe testato per la prima volta un razzo ipersonico, secondo quanto rivelato dal Financial Times nel weekend. Il razzo sarebbe in grado di viaggiare a velocità cinque volte superiori a quella del suono. Ma soprattutto di eludere tutte o quasi tutte le contraeree del mondo.
Qualche ora fa il Ministero degli esteri cinese ha categoricamente smentito che il lancio di agosto abbia testato un missile ipersonico. Ma la segretezza con cui è stata condotta l’operazione (ci sono annunci del lancio precedente e quello successivo, ma non del 78, quello incriminato) amplifica i sospetti. E così persino la Nato corre ai ripari.
🚀 Crisi dei missili?
Pechino continua a ribadire che lo sviluppo delle capacità militari nazionali ha scopi “esclusivamente difensivi”. Ma le armi ipersoniche servono principalmente all’attacco, e a un attacco che più a sorpresa non si potrebbe.
Nell'epoca dei razzi ipersonici, una “crisi dei missili” assumerebbe tutt’altri connotati. Negli anni Sessanta l’Unione sovietica rischiò di scatenare una guerra nucleare pur di piazzare dei missili a Cuba, in risposta allo schieramento Usa dei missili Jupiter in Europa. Con razzi ipersonici questo non serve più: si possono schierare nel “giardino di casa”.
Oltre alla Cina, anche Usa e Russia stanno sviluppando armi ipersoniche. Ma se davvero Pechino ne entrasse in possesso ciò sbilancerebbe ulteriormente il rapporto di forze nei confronti dei suoi vicini regionali, già allarmati dalla costruzione di oltre 200 nuovi silos di missili intercontinentali.
🎯 Un altro fronte è Nato
Dal 2019, oltre che “partner” l’UE definisce la Cina un “rivale sistemico”. Per forza: da anni Pechino ha la marina più grande al mondo, e dal 2015 spende per la difesa più dei 27 paesi Ue messi insieme.
Così ora persino la Nato inizia a mettere la Cina “nel mirino”. Secondo Jens Stoltenberg, segretario generale giunto quasi a fine mandato, quando nel 2022 i leader Nato rimetteranno mano al “concetto strategico” dell’Alleanza non potranno non menzionare (per la prima volta) Pechino. Dall’Artico all’Africa, per Stoltenberg “la Cina si sta avvicinando”.
Pechino riuscirà nell'impresa - che sembra non riuscire neppure a Biden - di ricucire le fratture tra le due sponde dell’Atlantico?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, verso la coalizione semaforo. Su ispionline.it
🌏 COREA DEL NORD: KIM “COLPISCE” ANCORA
🇰🇵 Quanti missili (?)
Nuovo test missilistico della Corea del Nord. Secondo fonti sudcoreane, un sottomarino nordcoreano avrebbe lanciato un missile balistico a corto raggio nel Mare del Giappone. Mentre, secondo l’intelligence giapponese, i missili sarebbero due.
Quale che sia il numero reale, la sostanza non cambia: sono già otto i test effettuati da Pyongyang nel 2021, malgrado le sanzioni Onu. Kim Jong-un ha messo in mostra un razzo ipersonico planante, poi missili lanciati da un treno e con capacità nucleare. Sufficienti a mettere in allarme l’altra Corea, che risponde intensificando la propria spesa militare in quella che appare sempre più una tradizionale corsa agli armamenti.
🚀 38° parallelo Nord
Il mese scorso anche la Corea del Sud ha portato a termine con successo il suo primo lancio di un missile balistico da sottomarino e giovedì manderà in orbita Nuri, il suo primo razzo spaziale. All’ennesima parata militare a Pyongyang, Seoul ha risposto con la più grande esposizione militare di sempre nel paese, con circa 300 funzionari della difesa di 45 paesi impegnati tra prototipi di armi laser e veicoli futuristici.
Nonostante l'accumulo di armi, la relazione tra le due Coree è però in ripresa rispetto ai minimi toccati di recente: sono stati ripristinati i canali di comunicazione intercoreani, sospesi da mesi, e la proposta di Seul di dichiarare formalmente la fine della guerra di Corea è stata accolta favorevolmente al Nord.
🇺🇸 Ti presento Joe Biden?
Il lancio di oggi cade in giornate di colloqui tra Sud Corea, Usa e Giappone per definire una strategia comune che riporti Pyongyang al tavolo negoziale: le trattative sullo smantellamento del programma nucleare nordcoreano sono in stallo dal 2019.
L'amministrazione Biden si è detta aperta a negoziati in qualsiasi momento ma ha finora ricevuto picche da Pyongyang che intanto ha ripreso la produzione di plutonio per le armi nucleari. Il paese potrebbe ora avere più di 60 testate, e la tecnologia per miniaturizzare e montarle su missili con una gittata tale da raggiungere gli USA. Dopo mesi di crisi sanitaria ed economica per il paese, Kim torna a mostrare i muscoli. Purtroppo, il ritorno alla "normalità" post-Covid è anche questo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La Russia rompe con la NATO. Su ispionline.it
🇰🇵 Quanti missili (?)
Nuovo test missilistico della Corea del Nord. Secondo fonti sudcoreane, un sottomarino nordcoreano avrebbe lanciato un missile balistico a corto raggio nel Mare del Giappone. Mentre, secondo l’intelligence giapponese, i missili sarebbero due.
Quale che sia il numero reale, la sostanza non cambia: sono già otto i test effettuati da Pyongyang nel 2021, malgrado le sanzioni Onu. Kim Jong-un ha messo in mostra un razzo ipersonico planante, poi missili lanciati da un treno e con capacità nucleare. Sufficienti a mettere in allarme l’altra Corea, che risponde intensificando la propria spesa militare in quella che appare sempre più una tradizionale corsa agli armamenti.
🚀 38° parallelo Nord
Il mese scorso anche la Corea del Sud ha portato a termine con successo il suo primo lancio di un missile balistico da sottomarino e giovedì manderà in orbita Nuri, il suo primo razzo spaziale. All’ennesima parata militare a Pyongyang, Seoul ha risposto con la più grande esposizione militare di sempre nel paese, con circa 300 funzionari della difesa di 45 paesi impegnati tra prototipi di armi laser e veicoli futuristici.
Nonostante l'accumulo di armi, la relazione tra le due Coree è però in ripresa rispetto ai minimi toccati di recente: sono stati ripristinati i canali di comunicazione intercoreani, sospesi da mesi, e la proposta di Seul di dichiarare formalmente la fine della guerra di Corea è stata accolta favorevolmente al Nord.
🇺🇸 Ti presento Joe Biden?
Il lancio di oggi cade in giornate di colloqui tra Sud Corea, Usa e Giappone per definire una strategia comune che riporti Pyongyang al tavolo negoziale: le trattative sullo smantellamento del programma nucleare nordcoreano sono in stallo dal 2019.
L'amministrazione Biden si è detta aperta a negoziati in qualsiasi momento ma ha finora ricevuto picche da Pyongyang che intanto ha ripreso la produzione di plutonio per le armi nucleari. Il paese potrebbe ora avere più di 60 testate, e la tecnologia per miniaturizzare e montarle su missili con una gittata tale da raggiungere gli USA. Dopo mesi di crisi sanitaria ed economica per il paese, Kim torna a mostrare i muscoli. Purtroppo, il ritorno alla "normalità" post-Covid è anche questo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La Russia rompe con la NATO. Su ispionline.it
🌍 POLONIA-UE: SCONTRO FRONTALE
⚔️ Valori comuni?
“Non possiamo permettere che i nostri valori comuni siano messi in pericolo”. Questo l'attacco di ieri di von der Leyen al Parlamento europeo contro il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, nel primo faccia a faccia sul deterioramento dello stato di diritto nel paese.
La settimana scorsa, la corte suprema polacca ha sostenuto l'incompatibilità tra i trattati Ue e la costituzione nazionale: non era mai successo prima nella storia europea. Così la crisi tra Bruxelles e Varsavia, che prosegue da anni, è precipitata.
🇵🇱 Polexit
I giornali ne parlano molto, di “Polexit”. Ma la realtà è che, diversamente da Londra, Varsavia non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Ue. I sondaggi mostrano che il 53% dei polacchi ha una “immagine positiva” dell’Unione, più del 41% degli italiani (anche perché dal 2014 a oggi la Polonia ha ricevuto 91 miliardi di euro di fondi strutturali Ue). E quando giovedì scorso il tribunale costituzionale polacco si è espresso contro il primato della legislazione europea almeno 100.000 polacchi sono scesi in piazza in più di 100 città.
Non è un caso se persino Morawiecki, a capo di un governo conservatore e nazionalista sempre più in contrasto con l’Unione (su questioni che vanno dall’aborto ai diritti LGBT+, dall’indipendenza dei media a quella dei giudici) ieri abbia anche affermato che “l’UE è l’organizzazione internazionale più forte e meglio sviluppata della storia”. Salvo poi aggiungere: “ma non è uno stato”.
🤜🤛 (Dis)Unione europea
Von der Leyen ieri è stata dura, ma le carte che può giocare in questa fase sono poche. La procedura formale per proteggere lo stato di diritto (il famoso “articolo 7”) non permette azioni immediate. Così alla Commissione non restano che escamotage di dubbia legalità per ritardare l’esborso dei 36 miliardi di euro che la Polonia ha chiesto nell’ambito di Next Generation EU.
Il paradosso? La Polonia potrebbe portare Bruxelles in tribunale... alla Corte di giustizia europea. E l’Ue potrebbe perdere! Sarebbe solo l’ultima di tante piccole e grandi “picconature” alla supremazia del diritto comunitario su quello nazionale, non ultima quella della Corte costituzionale tedesca che per poco quest'anno non ha fatto lo stesso.
L’ennesima “crisi in casa” che rischia di paralizzare l’Europa?
Ascolta l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Si va verso una “Polexit”?. Qui: https://bit.ly/GloballyPolexit
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La Libia 10 anni dopo la fine di Gheddafi. Su ispionline.it
⚔️ Valori comuni?
“Non possiamo permettere che i nostri valori comuni siano messi in pericolo”. Questo l'attacco di ieri di von der Leyen al Parlamento europeo contro il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, nel primo faccia a faccia sul deterioramento dello stato di diritto nel paese.
La settimana scorsa, la corte suprema polacca ha sostenuto l'incompatibilità tra i trattati Ue e la costituzione nazionale: non era mai successo prima nella storia europea. Così la crisi tra Bruxelles e Varsavia, che prosegue da anni, è precipitata.
🇵🇱 Polexit
I giornali ne parlano molto, di “Polexit”. Ma la realtà è che, diversamente da Londra, Varsavia non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Ue. I sondaggi mostrano che il 53% dei polacchi ha una “immagine positiva” dell’Unione, più del 41% degli italiani (anche perché dal 2014 a oggi la Polonia ha ricevuto 91 miliardi di euro di fondi strutturali Ue). E quando giovedì scorso il tribunale costituzionale polacco si è espresso contro il primato della legislazione europea almeno 100.000 polacchi sono scesi in piazza in più di 100 città.
Non è un caso se persino Morawiecki, a capo di un governo conservatore e nazionalista sempre più in contrasto con l’Unione (su questioni che vanno dall’aborto ai diritti LGBT+, dall’indipendenza dei media a quella dei giudici) ieri abbia anche affermato che “l’UE è l’organizzazione internazionale più forte e meglio sviluppata della storia”. Salvo poi aggiungere: “ma non è uno stato”.
🤜🤛 (Dis)Unione europea
Von der Leyen ieri è stata dura, ma le carte che può giocare in questa fase sono poche. La procedura formale per proteggere lo stato di diritto (il famoso “articolo 7”) non permette azioni immediate. Così alla Commissione non restano che escamotage di dubbia legalità per ritardare l’esborso dei 36 miliardi di euro che la Polonia ha chiesto nell’ambito di Next Generation EU.
Il paradosso? La Polonia potrebbe portare Bruxelles in tribunale... alla Corte di giustizia europea. E l’Ue potrebbe perdere! Sarebbe solo l’ultima di tante piccole e grandi “picconature” alla supremazia del diritto comunitario su quello nazionale, non ultima quella della Corte costituzionale tedesca che per poco quest'anno non ha fatto lo stesso.
L’ennesima “crisi in casa” che rischia di paralizzare l’Europa?
Ascolta l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Si va verso una “Polexit”?. Qui: https://bit.ly/GloballyPolexit
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La Libia 10 anni dopo la fine di Gheddafi. Su ispionline.it
🌏 G20 E COP: FUGA A DUE
🇨🇳🇷🇺Ghosting geopolitico
Summit G20 e COP26 senza Putin e Xi Jinping. Questo lo scenario che sta emergendo in queste ore tra conferme e indiscrezioni. L’assenza del presidente russo a Roma e Glasgow è dovuta secondo il Cremlino al nuovo picco di contagi in Russia. E anche la diplomazia cinese ha giustificato la non partecipazione fisica di Xi alludendo a misure di sicurezza nel quadro della pandemia.
Sarà, ma c’era da aspettarselo: da inizio pandemia Putin ha viaggiato all’estero solo una volta, mentre sono passati 637 giorni dall’ultimo viaggio internazionale di Xi. Tuttavia, vista l’importanza dei due vertici per rilanciare multilateralismo e lotta al cambiamento climatico, la sola (neanche sicura) partecipazione virtuale dei due leader fa rumore.
🔥 Clima rovente
Secondo gli organizzatori della COP26 saranno oltre 100 i leader politici presenti. Ma a leggere bene la lista dei partecipanti, alle defezioni di Russia e Cina potrebbero aggiungersi quelle del presidente indiano Modi e di Bolsonaro. Così mancherebbero i leader di 3 dei 5 principali emettitori mondiali di gas serra e il presidente ritenuto responsabile della deforestazione dell’Amazzonia.
Parte dunque in salita la strada per un accordo su nuovi impegni vincolanti di riduzione delle emissioni entro il 2030. Senza accordo, le emissioni diminuirebbero solo del 16% rispetto al 45% necessario per raggiungere gli obiettivi di Parigi, e il pianeta si riscalderebbe di 2,7°C invece dei soli 1,5°C auspicati.
🤝 Il nemico del mio nemico…
Il moltiplicarsi dei summit multilaterali a cui Putin e Xi non hanno fisicamente partecipato dà nuova enfasi al rapporto deteriorato di Mosca e Pechino con il “fronte” occidentale, ma anche a quello che sembra un progressivo rafforzamento del loro legame.
All’assenza alla riunione speciale del G20 sull’Afghanistan è corrisposto il Moscow Format di due giorni fa, in cui Mosca e Pechino (più altri 7 paesi della regione) concordano linee comuni sulla crisi afghana. Ad agosto, i due paesi hanno tenuto esercitazioni militari combinate, alcune chiaramente destinate a simulare il combattimento contro Usa e alleati. Biden si diceva pronto a litigare su tutto con Cina e Russia pur di trovare un accordo sulla CO2. Rischia però di trovarsi senza accordo e con più litigate.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue: i temi sul tavolo. Su ispionline.it
🇨🇳🇷🇺Ghosting geopolitico
Summit G20 e COP26 senza Putin e Xi Jinping. Questo lo scenario che sta emergendo in queste ore tra conferme e indiscrezioni. L’assenza del presidente russo a Roma e Glasgow è dovuta secondo il Cremlino al nuovo picco di contagi in Russia. E anche la diplomazia cinese ha giustificato la non partecipazione fisica di Xi alludendo a misure di sicurezza nel quadro della pandemia.
Sarà, ma c’era da aspettarselo: da inizio pandemia Putin ha viaggiato all’estero solo una volta, mentre sono passati 637 giorni dall’ultimo viaggio internazionale di Xi. Tuttavia, vista l’importanza dei due vertici per rilanciare multilateralismo e lotta al cambiamento climatico, la sola (neanche sicura) partecipazione virtuale dei due leader fa rumore.
🔥 Clima rovente
Secondo gli organizzatori della COP26 saranno oltre 100 i leader politici presenti. Ma a leggere bene la lista dei partecipanti, alle defezioni di Russia e Cina potrebbero aggiungersi quelle del presidente indiano Modi e di Bolsonaro. Così mancherebbero i leader di 3 dei 5 principali emettitori mondiali di gas serra e il presidente ritenuto responsabile della deforestazione dell’Amazzonia.
Parte dunque in salita la strada per un accordo su nuovi impegni vincolanti di riduzione delle emissioni entro il 2030. Senza accordo, le emissioni diminuirebbero solo del 16% rispetto al 45% necessario per raggiungere gli obiettivi di Parigi, e il pianeta si riscalderebbe di 2,7°C invece dei soli 1,5°C auspicati.
🤝 Il nemico del mio nemico…
Il moltiplicarsi dei summit multilaterali a cui Putin e Xi non hanno fisicamente partecipato dà nuova enfasi al rapporto deteriorato di Mosca e Pechino con il “fronte” occidentale, ma anche a quello che sembra un progressivo rafforzamento del loro legame.
All’assenza alla riunione speciale del G20 sull’Afghanistan è corrisposto il Moscow Format di due giorni fa, in cui Mosca e Pechino (più altri 7 paesi della regione) concordano linee comuni sulla crisi afghana. Ad agosto, i due paesi hanno tenuto esercitazioni militari combinate, alcune chiaramente destinate a simulare il combattimento contro Usa e alleati. Biden si diceva pronto a litigare su tutto con Cina e Russia pur di trovare un accordo sulla CO2. Rischia però di trovarsi senza accordo e con più litigate.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue: i temi sul tavolo. Su ispionline.it
🌍 MERKEL: L’ULTIMO (VANO) CONSIGLIO
🇩🇪 107 e non sentirli
Si chiude oggi il Consiglio europeo, 107° e forse ultimo dell’era Merkel. Tutto dipenderà da se la coalizione “a semaforo” in Germania riuscirà a partire prima del 16 dicembre, prossimo appuntamento dei 27 leader europei.
Come spesso accade di questi tempi, è stato un Consiglio segnato dalle divisioni: su stato di diritto in Polonia, energia, migranti. In tutti i casi, l’atteggiamento attendista della Germania di Merkel è stato determinante. Tutto rimandato, nell’ennesimo tentativo di spegnere le tensioni.
🚧 Baby steps
Nel corso dei summit europei Merkel ha spesso cercato di trovare compromessi anziché soffiare sul fuoco. Di recente persino sul fronte economico: mentre in passato Berlino abbracciava posizioni vicine ai “falchi” dell’austerity, scontrandosi spesso con Roma, l’anno scorso ha combattuto per la creazione di 750 miliardi di euro di debito comune europeo.
Uno spirito di mediazione, quello di Merkel, che va a braccetto con la sua “politica dei piccoli passi”. Come dimostra il Consiglio di oggi, però, non tutto si può ricomporre. Sui migranti che al momento premono alle frontiere orientali, incoraggiati dalla Bielorussia, 12 paesi Ue hanno addirittura chiesto alla Commissione di costruire un muro con soldi comunitari. Mentre altri si chiedono se sia giusto fissarsi sui confini est, quando in Italia ogni mese sbarcano molte più persone.
Sull’energia, il dibattito si è arenato tra i pochi (Polonia e Repubblica Ceca in primis) che mettono sotto accusa le politiche “troppo rinnovabili” dell’Ue e i tanti che, pur difendendole, vorrebbero che si facesse qualcosa per contenere i prezzi. E Berlino? Proprio nel mezzo.
🇪🇺 Dopo di me, il diluvio?
E poi c’è la questione dello stato di diritto. Molti paesi hanno chiesto che la Commissione avvii la procedura che porterebbe alla sospensione dei fondi europei a Varsavia, ma ancora una volta i “neutrali”, Berlino in testa, hanno prevalso.
Per questo è naturale domandarsi: come saranno i summit europei del dopo-Merkel? Nei primi mesi Scholz, che si è venduto come “nuovo Merkel” in patria, potrebbe seguire i passi della cancelliera. Ma Macron dovrà forse cercare qualche “scossa” per dimostrare di contare qualcosa in Europa, prima delle presidenziali di aprile.
Una cosa è certa: senza Merkel a mediare, il 108° summit europeo sarà tutta un’altra storia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bolsonaro accusato di crimini contro l’umanità. Su ispionline.it
🇩🇪 107 e non sentirli
Si chiude oggi il Consiglio europeo, 107° e forse ultimo dell’era Merkel. Tutto dipenderà da se la coalizione “a semaforo” in Germania riuscirà a partire prima del 16 dicembre, prossimo appuntamento dei 27 leader europei.
Come spesso accade di questi tempi, è stato un Consiglio segnato dalle divisioni: su stato di diritto in Polonia, energia, migranti. In tutti i casi, l’atteggiamento attendista della Germania di Merkel è stato determinante. Tutto rimandato, nell’ennesimo tentativo di spegnere le tensioni.
🚧 Baby steps
Nel corso dei summit europei Merkel ha spesso cercato di trovare compromessi anziché soffiare sul fuoco. Di recente persino sul fronte economico: mentre in passato Berlino abbracciava posizioni vicine ai “falchi” dell’austerity, scontrandosi spesso con Roma, l’anno scorso ha combattuto per la creazione di 750 miliardi di euro di debito comune europeo.
Uno spirito di mediazione, quello di Merkel, che va a braccetto con la sua “politica dei piccoli passi”. Come dimostra il Consiglio di oggi, però, non tutto si può ricomporre. Sui migranti che al momento premono alle frontiere orientali, incoraggiati dalla Bielorussia, 12 paesi Ue hanno addirittura chiesto alla Commissione di costruire un muro con soldi comunitari. Mentre altri si chiedono se sia giusto fissarsi sui confini est, quando in Italia ogni mese sbarcano molte più persone.
Sull’energia, il dibattito si è arenato tra i pochi (Polonia e Repubblica Ceca in primis) che mettono sotto accusa le politiche “troppo rinnovabili” dell’Ue e i tanti che, pur difendendole, vorrebbero che si facesse qualcosa per contenere i prezzi. E Berlino? Proprio nel mezzo.
🇪🇺 Dopo di me, il diluvio?
E poi c’è la questione dello stato di diritto. Molti paesi hanno chiesto che la Commissione avvii la procedura che porterebbe alla sospensione dei fondi europei a Varsavia, ma ancora una volta i “neutrali”, Berlino in testa, hanno prevalso.
Per questo è naturale domandarsi: come saranno i summit europei del dopo-Merkel? Nei primi mesi Scholz, che si è venduto come “nuovo Merkel” in patria, potrebbe seguire i passi della cancelliera. Ma Macron dovrà forse cercare qualche “scossa” per dimostrare di contare qualcosa in Europa, prima delle presidenziali di aprile.
Una cosa è certa: senza Merkel a mediare, il 108° summit europeo sarà tutta un’altra storia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bolsonaro accusato di crimini contro l’umanità. Su ispionline.it
🌍 COVID: LA SECONDA “SECONDA ONDATA”?
🦠 Vacanze forzate
“Le vacanze scolastiche iniziano lunedì", ha annunciato il presidente rumeno Klaus Iohannis. In un paese che ha un terzo degli abitanti dell’Italia, il numero di morti Covid ha superato i 400 al giorno: così il governo ha annunciato il coprifuoco per almeno un mese.
Anche la Lettonia da giovedì è tornata in lockdown. E in Russia Putin ha chiuso "per ferie" diverse regioni, mentre a Mosca il lockdown scatterà tra tre giorni. Sembra quasi di essere tornati all’anno scorso, all’autunno della “seconda ondata” in Europa. Ma a ben guardare si scopre la differenza: torna a chiudersi solo chi è poco vaccinato.
✋ No vaccine, no party
D’altronde, oggi ai paesi del mondo sono rimaste poche alternative a campagne vaccinali di massa. I lockdown dello scorso anno non sono sostenibili, soprattutto per chi ha debiti già molto alti. E anche la Nuova Zelanda, che fino a quest’estate poteva ancora sognare di raggiungere lo “zero Covid”, a causa della variante Delta è stata costretta a riaprire senza aver abbattuto i casi.
Intanto le conseguenze economiche di chiusure prolungate si fanno sentire. Si stima che nel 2020 i lockdown abbiano ridotto del 18% il PIL mondiale. A Hong Kong si svuota la piazza finanziaria, mentre il lockdown a Melbourne (il più lungo del mondo, durato sei mesi) è costato 100 milioni di dollari al giorno. Insomma, l'unica strategia disponibile sembra la “convivenza” con il virus. Con tante precauzioni: mascherine, distanziamento, passaporti vaccinali e, ovviamente, vaccini.
💉 Chi ha il pane non ha i denti?
Ecco perché si fa fatica a credere che Romania e Bulgaria, che hanno ricevuto le stesse dosi pro capite degli altri paesi Ue, oggi abbiano vaccinato meno di un terzo della loro popolazione (l’Italia è al 77%). Merito di disinformazione e sfiducia nelle istituzioni, ma anche di medici conniventi che accettano denaro in cambio di certificati vaccinali falsi.
Una strategia “vaccino nel lavandino” che cozza moltissimo con la consapevolezza che di vaccini in Africa non ce ne sia neanche l’ombra (solo il 5% di chi vive lì è immunizzato). E che, mentre il resto dell’Ue pensa alla ripresa e alle terze dosi, oggi proietta l’Est Europa praticamente all’anno scorso.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sudan, un golpe annunciato. Su ispionline.it
🦠 Vacanze forzate
“Le vacanze scolastiche iniziano lunedì", ha annunciato il presidente rumeno Klaus Iohannis. In un paese che ha un terzo degli abitanti dell’Italia, il numero di morti Covid ha superato i 400 al giorno: così il governo ha annunciato il coprifuoco per almeno un mese.
Anche la Lettonia da giovedì è tornata in lockdown. E in Russia Putin ha chiuso "per ferie" diverse regioni, mentre a Mosca il lockdown scatterà tra tre giorni. Sembra quasi di essere tornati all’anno scorso, all’autunno della “seconda ondata” in Europa. Ma a ben guardare si scopre la differenza: torna a chiudersi solo chi è poco vaccinato.
✋ No vaccine, no party
D’altronde, oggi ai paesi del mondo sono rimaste poche alternative a campagne vaccinali di massa. I lockdown dello scorso anno non sono sostenibili, soprattutto per chi ha debiti già molto alti. E anche la Nuova Zelanda, che fino a quest’estate poteva ancora sognare di raggiungere lo “zero Covid”, a causa della variante Delta è stata costretta a riaprire senza aver abbattuto i casi.
Intanto le conseguenze economiche di chiusure prolungate si fanno sentire. Si stima che nel 2020 i lockdown abbiano ridotto del 18% il PIL mondiale. A Hong Kong si svuota la piazza finanziaria, mentre il lockdown a Melbourne (il più lungo del mondo, durato sei mesi) è costato 100 milioni di dollari al giorno. Insomma, l'unica strategia disponibile sembra la “convivenza” con il virus. Con tante precauzioni: mascherine, distanziamento, passaporti vaccinali e, ovviamente, vaccini.
💉 Chi ha il pane non ha i denti?
Ecco perché si fa fatica a credere che Romania e Bulgaria, che hanno ricevuto le stesse dosi pro capite degli altri paesi Ue, oggi abbiano vaccinato meno di un terzo della loro popolazione (l’Italia è al 77%). Merito di disinformazione e sfiducia nelle istituzioni, ma anche di medici conniventi che accettano denaro in cambio di certificati vaccinali falsi.
Una strategia “vaccino nel lavandino” che cozza moltissimo con la consapevolezza che di vaccini in Africa non ce ne sia neanche l’ombra (solo il 5% di chi vive lì è immunizzato). E che, mentre il resto dell’Ue pensa alla ripresa e alle terze dosi, oggi proietta l’Est Europa praticamente all’anno scorso.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sudan, un golpe annunciato. Su ispionline.it
🌍 SUDAN: FINE DELLA RIVOLUZIONE?
⚔️ Civili vs militari
Secondo giorno di proteste in Sudan contro il colpo di stato militare. Nonostante internet fuori uso e una presenza massiccia di soldati, a Khartoum migliaia di manifestanti hanno risposto all’appello di “scendere pacificamente in strada per difendere la rivoluzione” lanciato via Facebook dal primo ministro, agli arresti domiciliari.
Di fronte a questa mobilitazione popolare, che mette a rischio la riuscita del putsch, i soldati hanno reagito con la violenza e sarebbero almeno 10 le vittime. Gli spettri del passato tornano così a farsi vivi.
🇸🇩 Un golpe tira l’altro
Sono passati solo due anni da quando l'ex dittatore (golpista) Omar al-Bashir è stato estromesso dal potere tra sangue e violenze, con i soldati che aprirono il fuoco sui manifestanti uccidendo 87 civili. Due anni di recriminazioni e tentativi di mediazione nella traballante coalizione di governo, formata da gruppi militari e civili, per provare a consolidare un processo di transizione democratica.
Le timide prospettive di instaurare un sistema politico democratico in Sudan sembrano però evaporate con questo tentativo di golpe militare, che ha fatto seguito a quello sventato solo poche settimane prima dalle autorità civili. E così sono 17 i colpi di stato dall’indipendenza del paese: in media uno ogni tre anni e mezzo, e il maggior numero tra gli Stati africani.
💵 A chi interessa il Sudan?
Con l’uscita nel 2020 dalla black list americana dei paesi che sostengono il terrorismo, il Sudan aveva guadagnato l’accesso ai mercati finanziari e agli aiuti internazionali, che potrebbero adesso essere presto sospesi. Washington ha già bloccato l’esborso di 700 milioni di dollari volti a sostenere la transizione democratica del paese, ora nel pieno di una profonda crisi economica, con un’inflazione del 400%.
Una mano potrebbe arrivare dalla Cina, che ha investito 29 miliardi di dollari nel Sudan e le sue infrastrutture, parte della Belt and Road Initiative. Ma anche Mosca osserva con attenzione, data la trattativa con Khartoum per la creazione di una base navale russa nel Mar Rosso.
Per una volta l’interesse tra le tre grandi potenze è comune: avere un Sudan politicamente più stabile. Ma non è detto che per la democrazia nel paese sia una buona notizia.
Domani 27 ottobre alle 18.00 la tavola rotonda ISPI “Sudan: il golpe della restaurazione?”. Registrati qui: https://bit.ly/golpeSudan
⚔️ Civili vs militari
Secondo giorno di proteste in Sudan contro il colpo di stato militare. Nonostante internet fuori uso e una presenza massiccia di soldati, a Khartoum migliaia di manifestanti hanno risposto all’appello di “scendere pacificamente in strada per difendere la rivoluzione” lanciato via Facebook dal primo ministro, agli arresti domiciliari.
Di fronte a questa mobilitazione popolare, che mette a rischio la riuscita del putsch, i soldati hanno reagito con la violenza e sarebbero almeno 10 le vittime. Gli spettri del passato tornano così a farsi vivi.
🇸🇩 Un golpe tira l’altro
Sono passati solo due anni da quando l'ex dittatore (golpista) Omar al-Bashir è stato estromesso dal potere tra sangue e violenze, con i soldati che aprirono il fuoco sui manifestanti uccidendo 87 civili. Due anni di recriminazioni e tentativi di mediazione nella traballante coalizione di governo, formata da gruppi militari e civili, per provare a consolidare un processo di transizione democratica.
Le timide prospettive di instaurare un sistema politico democratico in Sudan sembrano però evaporate con questo tentativo di golpe militare, che ha fatto seguito a quello sventato solo poche settimane prima dalle autorità civili. E così sono 17 i colpi di stato dall’indipendenza del paese: in media uno ogni tre anni e mezzo, e il maggior numero tra gli Stati africani.
💵 A chi interessa il Sudan?
Con l’uscita nel 2020 dalla black list americana dei paesi che sostengono il terrorismo, il Sudan aveva guadagnato l’accesso ai mercati finanziari e agli aiuti internazionali, che potrebbero adesso essere presto sospesi. Washington ha già bloccato l’esborso di 700 milioni di dollari volti a sostenere la transizione democratica del paese, ora nel pieno di una profonda crisi economica, con un’inflazione del 400%.
Una mano potrebbe arrivare dalla Cina, che ha investito 29 miliardi di dollari nel Sudan e le sue infrastrutture, parte della Belt and Road Initiative. Ma anche Mosca osserva con attenzione, data la trattativa con Khartoum per la creazione di una base navale russa nel Mar Rosso.
Per una volta l’interesse tra le tre grandi potenze è comune: avere un Sudan politicamente più stabile. Ma non è detto che per la democrazia nel paese sia una buona notizia.
Domani 27 ottobre alle 18.00 la tavola rotonda ISPI “Sudan: il golpe della restaurazione?”. Registrati qui: https://bit.ly/golpeSudan
🌍 CRISI ENERGETICA: NIENTE SCINTILLA TRA I MINISTRI EUROPEI
🔋 Sovranismo energetico
Nessuna cessione di sovranità in tema di energia. Questo il risultato del Consiglio dei Ministri europei dell’Energia di ieri, dove si sono discusse le misure per far fronte alla crisi energetica e prevenire possibili shock futuri.
Troppo forti le differenze tra i due fronti interni con Polonia e Spagna a chiedere interventi sovranazionali immediati, a cui si sono opposti i paesi del nord Europa secondo cui l'aumento dei prezzi dell’energia è temporaneo e affrontabile con politiche nazionali. E così niente contratti comuni sul gas a livello Europeo e si è aperto alla possibilità di un approvvigionamento congiunto di scorte di gas solo su base volontaria. Ma le spaccature sull’energia non si limitano a questo.
☢️ Nucleare my old friend
A dicembre la Commissione presenterà una nuova classificazione delle fonti energetiche passibili di investimenti verdi. Un’occasione per la Francia (70% dell’energia elettrica prodotta da centrali atomiche) che non a caso spinge per ottenere una “patente verde” per il nucleare così da rinnovare i propri reattori tramite i fondi del Green Deal Europeo.
Di parere opposto invece la Germania che dopo il disastro di Fukushima ha avviato la denuclearizzazione del proprio settore energetico e vorrebbe favorire altre fonti energetiche. I segnali degli ultimi giorni sembrano andare nella direzione sperata da Parigi con von der Leyen che ha riconosciuto “l’importanza per il mix energetico di nucleare e gas naturale come fonti di energia stabili”. Insomma un’Europa verde ma fino a un certo punto.
🇪🇺 Crisi passeggera?
Negli ultimi venti giorni i ministri europei si sono incontrati “a vuoto” cinque volte. Intanto il prezzo del Brent in Europa tocca i suoi massimi degli ultimi 3 anni. Mentre quello del gas naturale segna un +400% da inizio anno complici le forniture ancora basse dalla Russia (-16% nei livelli di stoccaggio europei rispetto alla media degli anni passati).
Il dilemma che Stati Membri e Commissione si trovano ora davanti è lo stesso che caratterizzerà il G20 di questo fine settimana: fino a che punto si può fare a meno dei combustibili fossili? Dalla risposta a questa domanda non dipenderà però solo l’ammontare del caro-bollette ma il destino del pianeta.
Nell’ISPI Daily Focus di oggi: Sudan, ‘geopolitica’ del golpe. Su ispionline.it
🔋 Sovranismo energetico
Nessuna cessione di sovranità in tema di energia. Questo il risultato del Consiglio dei Ministri europei dell’Energia di ieri, dove si sono discusse le misure per far fronte alla crisi energetica e prevenire possibili shock futuri.
Troppo forti le differenze tra i due fronti interni con Polonia e Spagna a chiedere interventi sovranazionali immediati, a cui si sono opposti i paesi del nord Europa secondo cui l'aumento dei prezzi dell’energia è temporaneo e affrontabile con politiche nazionali. E così niente contratti comuni sul gas a livello Europeo e si è aperto alla possibilità di un approvvigionamento congiunto di scorte di gas solo su base volontaria. Ma le spaccature sull’energia non si limitano a questo.
☢️ Nucleare my old friend
A dicembre la Commissione presenterà una nuova classificazione delle fonti energetiche passibili di investimenti verdi. Un’occasione per la Francia (70% dell’energia elettrica prodotta da centrali atomiche) che non a caso spinge per ottenere una “patente verde” per il nucleare così da rinnovare i propri reattori tramite i fondi del Green Deal Europeo.
Di parere opposto invece la Germania che dopo il disastro di Fukushima ha avviato la denuclearizzazione del proprio settore energetico e vorrebbe favorire altre fonti energetiche. I segnali degli ultimi giorni sembrano andare nella direzione sperata da Parigi con von der Leyen che ha riconosciuto “l’importanza per il mix energetico di nucleare e gas naturale come fonti di energia stabili”. Insomma un’Europa verde ma fino a un certo punto.
🇪🇺 Crisi passeggera?
Negli ultimi venti giorni i ministri europei si sono incontrati “a vuoto” cinque volte. Intanto il prezzo del Brent in Europa tocca i suoi massimi degli ultimi 3 anni. Mentre quello del gas naturale segna un +400% da inizio anno complici le forniture ancora basse dalla Russia (-16% nei livelli di stoccaggio europei rispetto alla media degli anni passati).
Il dilemma che Stati Membri e Commissione si trovano ora davanti è lo stesso che caratterizzerà il G20 di questo fine settimana: fino a che punto si può fare a meno dei combustibili fossili? Dalla risposta a questa domanda non dipenderà però solo l’ammontare del caro-bollette ma il destino del pianeta.
Nell’ISPI Daily Focus di oggi: Sudan, ‘geopolitica’ del golpe. Su ispionline.it